lunedì 31 marzo 2014

la Luna e le Pleiadi in congiunzione


Luna e le PleiadiIl mese di Aprile comincerà con una congiunzione celeste che promette spettacolo. I due corpi interessati sono tra gli oggetti più belli del nostro firmamento: la Luna e l’ammasso aperto delle Pleiadi, contrassegnato dalla sigla M45 nel noto catalogo di Messier. La falce di Luna, che si appresterà a raggiungere la fase di primo quarto nella mattinata del 7, attraverserà la costellazione del Toro accanto ad Aldebaran, la stella più luminosa della costellazione.
L'ammasso delle Pleiadi e la Luna
L’ammasso delle Pleiadi e la Luna FISICA, MITI E LEGGENDE – L’ammasso stellare delle Pleiadi, nella costellazione del Toro, è un gruppo di 800 stelle formatosi circa 100 milioni di anni fa, che si trova a 410 anni luce dalla Terra. Si tratta di un gruppo di stelle in formazione, che a differenza di ammassi aperti prospettici, risultano legate gravitazionalmente tra loro ed hanno un’origine comune. Una delle stelle più luminose dell’ammasso si chiama Atlas. Questa stella, insieme alla sua compagna Pleione, è una delle componenti del carro immaginario che in genere può essere osservato anche ad occhio nudo da cieli urbani. Gli scienziati stimano che queste stelle sopravviveranno per più di 200 milioni di anni prima di morire. La leggenda greca racconta che le sorelle, inseguite da Orione, chiesero aiuto a Zeus. Il signore degli Dei, pertanto, le trasformò in colombe e le collocò nel cielo. In un racconto dei popoli nativi d’America, invece, le Pleiadi rappresentano sette ragazze che, durante una passeggiata nel cielo, smarrirono la strada per tornare sulla Terra. Le sette sorelle quindi sarebbero difficili da scorgere perché le loro lacrime ne attenuerebbero la luce. Omero le citava, come pureTolomeo ed altri autori dell’età classica, nelle loro opere. Leggende e credenze a parte, le Pleiadi sono visibili in una notte mediamente scura anche senza l’ausilio di alcuno strumento. Osservando con un piccolo telescopio è possibile distinguere anche 500 stelle distanti 440 anni luce da noi, ma vista l’estensione nel firmamento, lo spettacolo migliore è fornito da un binocolo a grande campo o da un oculare che fornisca ingrandimenti molto bassi. Sono facilmente distinguibili, alte nel cielo, come un piccolo carro.
Luna-Venere-GioveLA CONGIUNZIONE – In astronomia una congiunzione è la configurazione planetaria che si determina quando due astri hanno la stessa longitudine o la stessa ascensione retta viste dal centro della Terra. Nel caso di un pianeta interno (con una distanza dal Sole minore di quella della Terra: Mercurio o Venere) o della Luna, la congiunzione può presentarsi in due configurazioni diverse. Se il pianeta si trova nella stessa direzione della Terra rispetto al Sole, si dice che esso è in congiunzione inferiore; questa posizione corrisponde alla minima distanza dalla Terra. Quando, invece, si trova in direzione opposta dalla Terra rispetto al Sole, si dice che esso è in congiunzione superiore; questa posizione corrisponde alla massima distanza dalla Terra.
L'ammasso aperto delle Pleiadi. Credit: Robert Gendler
DALLE PLEIADI ALLE IADI – Questa vista cosmica si estende per quasi 20 gradi in tutta la costellazione del Toro. Si inizia con le Pleiadi a sinistra e si termina con le Iadi a destra, due dei più noti ammassi stellari del cielo terrestre. L’immagine celeste appare familiare, con le stelle che brillano a grappoli attraverso le nuvole polverose che disperdono la luce delle stelle blu. A destra, la forma a V delle più vicine Iadi (distanza stimata in 150 anni luce) sembra più diffusa rispetto alle compatte Pleiadi, ancorate come sono alla brillante Aldebaran, una stella gigante rossa con un aspetto giallastro. Ma Aldebaran si trova in realtà solo a 65 anni luce di distanza, rappresentando soltanto una vicinanza prospettica. Nell’ampio campo visivo che include la giovane stella T-Tauri e la nebulosa variabile di Hind, nota anche come NGC 1555, deboli nubi di polvere restano sospese nello spazio e attendono soltanto di essere osservate.

domenica 30 marzo 2014

I Movimenti della Via della Salute

 ESERCIZI TAOISTI per la salute e la longevità   Sono un classico esempio di una pratica Taoista morbida. Il loro potere curativo è eccezionale. Sono esercizi autentici praticati in segreto dai monaci Taoisti del Settore della Scuola delle Montagne Huashan. Questi esercizi sono stati sviluppati attraverso l'assimilazione dell'esperienza della medicina tradizionale Cinese e la pratica di esperti della salute e dottori per generazioni, nel corso di diverse centinaia di anni. Gli esercizi alla base di questo corso sono stati tramandati attraverso una tradizione orale, da generazione a generazione, e questa è la prima volta che vengono insegnati in Occidente; la loro particolarità sta nell'enfasi sulla zona "Xiadan", la regione inferiore dell'addome, che include la zona pubica e il sistema delle ghiandole sessuali. Prima grande differenza con il Tai Chi che invece prevede la presa di coscienza del Tan Tien. Questi esercizi promuovono il rafforzamento del funzionamento di tale sistema ghiandolare, dando così origine a una serie di cambiamenti biologici nel corpo umano, aumentandone la vitalità. Nella Medicina Tradizionale Cinese, questa zona viene definita il "rene", il sistema riproduttivo interno.  Secondo la Medicina Tradizionale Cinese, il rene è la fonte della vita dalla quale dipende l'energia vitale. La crescita, lo sviluppo e l'invecchiamento del corpo dipendono dalla vitalità del "rene". A ciò è dovuta la particolare attenzione prestata dalla Medicina Cinese a questa area del corpo. E' importante notare la corrispondenza fra tale "rene" della Medicina Tradizionale Cinese e il sistema inferiore ghiandolare degli organi sessuali-talamo-ipofisi. La medicina occidentale ha scoperto che gli organi riproduttivi interni secernono ormoni sessuali che rivestono un ruolo importantissimo nel mantenere equilibrata la funzionalità degli organi. Lo squilibrio nella secrezione degli ormoni interni scatenerà l'inizio dell'invecchiamento.  La Medicina Tradizionale Cinese enfatizza l'importanza del corpo nella produzione di tali ormoni, dal momento che il corpo umano ne è la migliore fonte naturale. Quindi, la maniera migliore di mantenere uno stato di salute e prolungare la vita è quello di stimolare la produzione di ormoni da parte del corpo stesso. Gli Esercizi per la Salute e la Longevità includono un gran numero di tecniche. Noi abbiamo incluso soltanto le tecniche più importanti che sono anche facili da apprendere ma, allo stesso tempo, molto efficaci.  Lo scopo principale di questi esercizi è quello di rafforzare le funzioni biologiche, mantenere le cellule sane ed attive, stimolare la produzione di ormoni sessuali, stimolare i canali principali e collaterali e la circolazione sanguigna, regolare le funzioni interne del corpo, rafforzare le difese immunitarie, equilibrare il metabolismo e quindi prolungare le giovinezza e ripristinare la vitalità. La pratica degli Esercizi Taoisti per la Salute e la Longevità non richiede grandi spazi. Il dispendio di energia è minimo ed i movimenti sono facili da ricordare. Si possono sentire gli effetti già dopo pochi giorni di pratica. Una pratica prolungata nel tempo produrrà segni visibili di ringiovanimento ed un aumento della vitalità e del desiderio. Maggiore sarà la pratica degli esercizi, maggiori saranno i benefici.
Un rafforzamento delle funzioni delle ghiandole sessuali può regolare, migliorare e rinvigorire il metabolismo delle ghiandole endocrine e, di conseguenza, coordinare la loro attività in maniera equilibrata. Non è necessario praticare tutte le posture ma è importante selezionare una o diverse posture che verranno ritenute adatte ai propri interessi, condizioni fisiche e di lavoro.

Iʟ "ᴄʀᴇᴅᴏ" ɴᴇɢʟɪ Aɴɢᴇʟɪ

Iʟ "ᴄʀᴇᴅᴏ" ɴᴇɢʟɪ Aɴɢᴇʟɪ
Gli Angeli sono creature spirituali e forze di luce che ci amano. La religione non ha nulla a che vedere con le creature celesti, perché chiunque, a prescindere da sistema di valori, età, colore della pelle o credo, ha le potenzialità per entrare in contatto con gli angeli alla sua maniera. Essi sono con noi fin dall'inizio dei tempi e sono qui per aiutarci.
Alcune persone vantano la straordinaria capacità di vedere realmente gli Angeli o gli spiriti dei trapassati ma si tratta di casi molto rari. Invece è molto più comune sperimentare un'improvvisa illuminazione o un'ispirazione, che inspiegabilmente modifica tutto per il meglio. Altrettanto diffusi sono i sogni significativi, le coincidenze sorprendenti, i segnali impercettibili come la comparsa di una candida piuma in periodi o momenti particolari, i profumi o i suoni familiari o semplici, inattese sensazioni di calore conforto e sostegno in periodi di crisi.
A volte gli Angeli si manifestano in forma di animali o bambini o attraverso l'inaspettata gentilezza di sconosciuti o ancora negli spiriti dei nostri cari defunti. La parola chiave è fede. Esisteranno sempre degli scettici che sostengono che gli Angeli vivono soltanto nella nostra immaginazione. Cercare di convincere in maniera razionale queste persone non porta nulla perché il cuore la mente rifiutano di credere questi messaggi divini. È solo questione di credere e chi ha fede negli angeli, perché in sintonia con il messaggio di amore e speranza che essi recano, o perché la sua vita è stata in qualche modo toccata dalla loro presenza, non ha bisogno di nessuna spiegazione. Nulla avrà mai la forza e la potenza della fede nella presenza degli angeli in mezzo a noi.
Sfruttando l'esperienza della gente comune come segnali di speranza, gli Angeli si manifestano ora come nostri messaggeri d'amore e conforto ricordandoci che la bontà, ormai dimenticata, continua invece a esistere. Essi ci guidano verso un nuovo inizio, una nuova alba. Si palesano a noi attraverso le voci di persone comuni con storie straordinarie quanto facilmente comprensibili proprio perché abbiamo un estremo bisogno di loro. E quanto più li ascoltiamo, abbiamo fiducia e crediamo in loro, tanto più vicini alla terra loro voleranno, armati dell'loro puro generoso e confortante amore.
Non è necessario essere un chiaroveggente un sensitivo o un medium per sentire o vedere gli Angeli. Una mentalità aperta e un animo fiducioso sono più che sufficienti.
Gli Angeli possono aiutarci in innumerevoli maniere, ma non sono in grado di influire positivamente sulle nostre vite senza una nostra espressa richiesta, a causa del libero arbitrio. Se siete in pena per qualcuno che soffre e non sapete come aiutarlo o come alleviare le sue sofferenze chiedete aiuto al vostro Angelo per farlo intercedere con l'Angelo custode di questa persona.
A volte gli Angeli rispondono alle nostre preghiere con un sogno o con l'ingresso nella nostra vita di una persona che al momento giusto dice o fa qualcosa di utile o di particolarmente significativo. Altre volte sotto forma di una ferma e gentile voce interiore che normalmente chiamiamo intuito o sesto senso. Mediamente gli Angeli palesano la loro presenza mediante improvvise intuizioni o illuminazioni che ci danno coraggio e ci aiutano a capire o a sapere qualcosa con assoluta certezza.
I bambini sono molto più vicini agli Angeli di quanto lo siamo noi adulti perché sono più pronti a condividere liberamente la gioia e ad amare incondizionatamente gli altri. Loro sembrano non avere remore a vivere la vita, a sorridere, a godersi i momenti più belli proprio come gli Angeli ci indicano di fare. Sono liberi dal pregiudizio,dalle paure, dai dubbi, o scetticismo e dalle regole di un comportamento appropriato tipici degli adulti. l'innata capacità di ascoltare il proprio Angelo interiore diminuisce col passare degli anni. Dobbiamo riscoprire, educare e avere cura del bambino che è dentro di noi. Il bambino interiore è il bambino che eravamo un tempo, che aveva bisogno di essere amato, curato e allevato. È la nostra parte affettuosa, ricettiva curiosa, giocosa, emotiva, spontanea, ma anche quella che ha maggiormente bisogno di essere confortata e guidata. Crescendo, molti perdono il contatto con il loro bambino interiore, che, comunque, li accompagna per l'intera esistenza. Nel profondo del cuore siamo tutti bambini alla ricerca del senso della vita ed è attraverso questo canale che gli Angeli entrano in contatto con noi. Fin dai primi istanti di vita abbiamo la fortuna di avere accanto un Angelo custode e, se seguiamo l'intuito la voce del nostro Angelo, riusciamo a trovare sia l'appagamento che la felicità personale. Sono in molti a soccombere alle emozioni negative e quando questo accade è facile smettere di dare retta all'intuito. Ma se con calma ci diamo il tempo di ascoltare le risposte fornite dal nostro animo, il nostro Angelo custode sarà sempre pronto ad aiutarci e consigliarci sulle decisioni da prendere, influenzandoci con sentimenti, sogni, coincidenze e segni. Poiché disponiamo del libero arbitrio gli Angeli non possono aiutarci e guidarci se non siamo pronti ad aprire la mente e credere nell'impossibile come invece fanno i bambini.
(Theresa Cheung)
Dialogo ai confini dell'Anima



sabato 29 marzo 2014

Il Taoismo

I cinesi non sentono, in generale, di dover scegliere un religione o una filosofia rifiutando categoricamente tutte le altre. Essi scelgono ciò che sembra loro più adatto o utile a seconda delle circostanze, nel privato, nella vita pubblica, o per uno dei loro riti di passaggio. Il Taoismo viene fatto risalire, per tradizione, al Daodeijng, un testo mistico ed individuale, nato in origine come risposta ai bisogni della società. Il taoismo si sviluppò anche dal punto di vista religioso, soprattutto a scopo di cura ed esorcismo; inoltre è importante la ricerca della immortalità. I preti taoisti, avvalendosi della propria esperienza in campo rituale, praticano guarigioni ed esorcismi, nel corso dei quali cercano di dominare i pericolosi eccessi delle forze Yin invocando la superiore energia Yang. Solo pochi adepti o maestri sono in grado di raggiungere la perfetta armonia taoista, incanalando perfettamente le energie ed ottenendo l’immortalità. Il taoismo è una delle tre religioni fondamentali della Cina, insieme con Buddismo e Confucianesimo. Il termine indica la religione nei suoi vari elementi e il sistema filosofico che deriva dagli insegnamenti del filosofo Lao-Tzu. La parola Tao indica la "Via". Nella lingua cinese la parola "via" non ha un significato univoco come in italiano, ma può anche voler dire "dottrina" o "Reale autosufficiente" (che esiste cioè di per sé stesso ed è all’origine di tutto), "grande unità". E’ l’ultimo, l’innominato e l’innominabile. Il tao sta al di sopra di tutte le cose, persino sopra lo Yin e lo Yang (dalla fusione dei quali trae origine l’universo). E’ il principio costitutivo, il fine ultimo della corrente filosofica del Taoismo.
Diffusione
Il taoismo è diffuso nel Giappone (perché è affine allo Shintoismo). E’ impossibile quantificarne i fedeli in quanto in Cina non esiste una marcata differenziazione tra le tre principali religioni (Buddismo, confucianesimo e appunto, il Taoismo.
Storia
Nel corso dei secoli il taoismo fu messo a confronto con altre dottrine e, a seconda dell’imperatore, approvato o messo al bando. Fino al 1311 fu rappresentato ufficialmente nell’amministrazione pubblica, dopo si sviluppò fuori di questa ufficialità come una sorta di forza spirituale per tutti i cinesi. Parlando della storia del taoismo non si può fare a meno di nominarne il fondatore, Lao-Tzu, conosciuto anche come Lao-Tan, archivista reale e cronista di corte, fu visitato da Confucio, che gli domandò dei riti taoisti. Stanco della corruzione della vita pubblica, abbandonò la patria. Giunto al confine occidentale, fu implorato dal suo amico Yin-Hsi di lasciargli un libro che contenesse l’essenza della sua dottrina. Fu così che egli scrisse il TAO TEH-CHING in due parti e cinquemila parole. Pare sia morto alla età di 84 anni, nel 520 a.C.
Dottrina
 All’origine di ogni cosa vi è il Tao, da cui derivano i due opposti Yin e Yang. L’essere umano deve tendere al miglioramento del proprio io, tramite l’isolamento dalla vita sociale, praticando il NON-AGIRE, e cercando di raggiungere l’immortalità. Si predica quindi un ritorno alla natura, per reintegrarsi nell’ordine cosmico (TAO): questo è LIBERTA’ dalla passionalità, dall’interesse e dall’attaccamento. La perfetta unione con il Tao viene effettuata di tanto in tanto da uomini particolari (quali i santi, gli immortali e i geni). Il santo taoista manifesta la sua presenza attraverso esibizioni di potenza: l’estasi, l’attraversamento del fuoco, il volo, l’invulnerabilità. Egli propone un mondo di perfezione limpida: questo mondo è presentato come delle isole fluttuanti sopra un abisso ad oriente del mare della Cina, abitato da uomini trascendenti Tutto ciò rappresenta il grande motivo di fondo di tutto il taoismo, e spesso ha acceso la fantasia popolare a tal punto da indurre alla pratica di tecniche alchimistiche, dietetiche ed igienistiche ritenute necessarie a tal fine.
Morale
 Nel Tao-Teh-Ching, sono raccolte le indicazioni morali ed etiche che il fedele taoista deve seguire. Il taoismo predica principalmente un RITORNO ALLA NATURA, il NON AGIRE, il superare i conflitti senza partecipazione emotiva: non solo il fedele taoista rinuncia all’impegno politico, ma cerca di recuperare la semplicità e la perfezione secondo il mito dell’origine per conformarsi al Tao. Il taoista raggiunge il Tao-soffio vitale, tramite la pratica di un’igiene e di una dietetica appropriate, che mirano a restituire al corpo la sua purezza originaria, rendendolo immortale. Queste pratiche sono di tipo respiratorio, alchemico, dietetico e contemplativo. Colui il quale riesce a raggiungere l’estasi, instaura in se stesso una conoscenza nuova che lo sottrae al dolore ed alla morte arrivando ad annullarsi per rivivere nel tao, principio atemporale. Il fedele taoista condanna inoltre l’eccessiva burocrazia, la guerra, le armi. L’uomo migliore è colui che non agisce.
Pratiche dietetiche
“Non mangiare i cinque cereali” era una pratica dietetica che alcuni testi taoisti posteriori svilupparono con grande ampiezza. Si credeva che il cibarsi di cereali permettesse la crescita all’interno del corpo di tre vermi (San-ch’ung) chiamati anche tre cadaveri (San-shih) che causavano malattie e vecchiaia dell’individuo. Inoltre questi tre vermi uscivano temporaneamente dal corpo umano per recarsi in cielo a denunciare i peccati, e il peccato per i taoisti accorciava la vita. Non mangiando cereali, astenendosi dalla carne e dalle bevande alcoliche e nutrendosi esclusivamente di vegetali e di qualche droga (ginseng, cannella, sesamo, digitale, liquirizia), si giungeva a distruggere i tre vermi e a raggiungere uno stato di trance che provocava visioni e allucinazioni.
Pratiche respiratorie
Le pratiche di igiene respiratoria erano indicate dalla frase “aspirano il vento e bevono la rugiada”. Si trattava di una pratica più facile ad effettuarsi e più diffusa di quelle dietetiche; essa rappresentava alcune analogie con le tecniche dello yoga e poteva dare, a chi le effettuava, un senso immediato di benessere fisico. Scopo ultimo di tali tecniche era quello di arrivare a riprodurre la respirazione dell’embrione nello stadio prenatale; se l’adepto fosse riuscito in ciò e si fosse nutrito del soffio vitale (Ch’i), sarebbe stato compartecipe del respiro del cielo e della terra e avrebbe sviluppato, all’interno del suo corpo fisico un altro corpo immortale, leggero e sottile.
Pratiche estatiche
Il "montare le nubi e i vapori e, guidando i draghi volanti, vagare aldilà di quattro mari" era una metafora che alludeva a stati di estasi, raggiungibili grazie alle tecniche precedentemente esposte, durante i quali l'adepto avrebbe potuto compiere viaggi mistici aldilà del mondo fisico, che i cinesi immaginavano circondato dalle acque dei quattro mari.

Simboli

 
Il Tao (o via) viene indicato con un cerchio diviso in due metà che rappresentano lo yin (= oscurità, terra, elemento femminile) e lo yang (= luce, sole, elemento maschile) dalla fusione di questi elementi trae origine la vita dell’intero universo. Il tao è non essere (wu), la forza creativa-distruttiva che porta ogni cosa all’essere e dissolve ogni cosa nel non essere; ogni cosa, completato il suo ciclo ritorna (fu) al non essere; il non agire (wu wei), o azione in armonia con la natura, è il miglior modo di vivere. Nell’ambito della pratica del Tai Chi Chuan (Tai Ji Quan), il praticante esegue una serie movimenti volgendosi in modo uniforme verso le quattro direzioni principali (nord, est, sud, ovest) attingendo quindi alle quattro forze energetiche che i taoisti ritenevano giungere costantemente da tali direzioni: kan (l’acqua), chen (il tuono), tui (la pioggia), li (il fuoco). Queste forze furono rappresentate dai taoisti con un simbolo di potere: il PA KUA. La parola tao indica la via, il sentiero, la storia, il cammino.
Il Culto
Verso il quinto sec., il taoismo appare consolidato anche in quella che è la struttura gerarchica, con lo sviluppo di una propria mitologia e di un culto.
Esiste una triade taoista, i Tre Puri: “Puro Giada”, “Puro Superiore”, “Puro Supremo”, che risiedono nei Tre Cieli, formatisi quando, attraverso il processo cosmologico l’etere cosmologico si frazionò. Il primo (Giada) è il sovrano del Cielo. Il secondo è il regolatore dell’alternanza cosmica yin-yang e del flusso del tempo. Il terzo, che è lo stesso Lao-tzu, dimora nel terzo cielo e gli si deve culto per aver predicato agli uomini la dottrina salvifica. Attorno a questa triade si sviluppa una vivace attività cultuale. Si ignora però il sacrificio e il culto si fonda sulla pratica ascetica e sugli inni di glorificazione del tao. Vi sono varie liturgie destinate ad esprimere il ringraziamento o la richiesta fiduciosa al tao, e tutte presentano molti elementi di magia: vi è la liturgia della pioggia e quella dell’acqua, la liturgia del fuoco, quella del Signore del Cielo e quella del Nuovo Anno.
Tali liturgie erano delle vere e proprie feste religiose perché spesso precedute da digiuni e da isolamento per ottenere la remissione dei peccati,ed erano presiedute dai bonzi,i quali raccoglievano le offerte dei fedeli. Dopo la recita della preghiera si procedeva all’offerta di un piatto al Dio del Cielo. Per ogni cibo si rinnovava la cerimonia (preghiere, canti, musica, lettura dei nomi degli offerenti per la benedizione divina) che durava fino a sera. La pratica ascetica sviluppò le comunità monastiche maschili e femminili. Dopo un rituale di iniziazione, il novizio accettava i voti e le regole disciplinari, vivendo secondo norme di astinenza e di digiuno, di segregazione e di purezza. Il monaco ha per scopo di raggiungere l’immortalità, ma svolge anche attività che stanno tra il sacro e il profano:
evocatore sciamanico degli spiriti dei defunti, medico, mago, astrologo, indovino…… Tutte le tecniche praticate - la reintegrazione (morte – risurrezione mistiche), l’estasi (conoscenza nuova che sottrae alla morte e al dolore), l’ascetismo (annullamento della personalità per un tempo più o meno lungo), la pratica sessuale (la tecnica erotica taoista a carattere sacralizzante e cosmico: è un rito che appartiene alla più antica civiltà cinese) – mirano a fare di un uomo comune un “Uomo Realizzato” , un Immortale, o un Santo, uno che ottiene la “Lunga Vita” poiché “niente ha presa sul corpo quando lo spirito non è turbato. Niente può nuocere al saggio, avvolto nell’integrità della sua natura, protetto dalla libertà del suo spirito” .
Yin Yan e l'uovo cosmico ( fiaba taoista)
 Secondo gli antichi Cinesi, la storia della creazione inizia con la presenza di due grandi forze: Yin, la potenza del buio e dell'ombra, e Yang, la potenza del sole e della luce. Yin e Yang ebbero un bambino, un dio chiamato Pan Gu, e fu proprio lui a formare il mondo così come lo conosciamo. Pan Gu nacque in un enorme uovo. Dentro l'uovo c'era l'oscurità più completa. Per diciottomila anni Pan Gu visse nel buio dell'uovo, diventando ogni giorno più grande. Alla fine era cosi grande che l'uovo non poteva più contenerlo. Nel guscio apparvero le prime crepe, sempre più vaste, finché l'uovo si ruppe. Le parti chiare e leggere dell'uovo volarono in alto a formare i cieli, le parti scure e pesanti dell'uovo sprofondarono in basso a formare la terra. A quel punto Pan Gu si liberò del guscio e si mise in piedi, alto e diritto. Per impedire che cielo e terra si confondessero un' altra volta continuò a crescere, e ogni giorno spingeva per allontanarli sempre più. Passarono cosi altri diciottomila anni.Alla fine, stremato dal grande lavoro, Pan Gu si distese a terra e si preparò a morire. Il suo respiro formò le nuvole e il vento, la sua voce rombante divenne il tuono. L'occhio destro divenne la luna e l'occhio sinistro il sole. I capelli e i baffi divennero le stelle nel cielo. Pioggia e rugiada nacquero dal suo sudore mentre fiumi e montagne, piante e alberi, rocce e gemme preziose scaturirono da tutto il suo corpo.

il Taoismo

Il Taoismo sorse sullo stesso terreno culturale in cui nacque il Confucianesimo e si servì degli stessi elementi utilizzati da questo, che formavano il patrimonio intellettuale della Cina della seconda metà del 1° millennio a.C. Ma mentre il Confucianesimo ne dedusse dei modelli da imitare per ritornare alle virtù morali degli antichi re "santi", il Taoismo li sottopose ad aspra critica, additando nei portatori di quelle virtù i corruttori della primigenia virtù del Tao, fatta di naturalezza e spontaneità. D'altro canto, essendo Lao Tzu e Confucio contemporanei, la medesima situazione storica di decadenza della dinastia Chou (che regnava ormai da sei secoli ed aveva perduto lo slancio riformatore dei primi sovrani), spingeva i due capiscuola ad evocare i tempi aurei in cui vigeva la semplicità del Tao, per Lao Tzu, o la carità e la giustizia dei santi imperatori, per Confucio. Bisogna ammettere però che i concetti che troviamo alla base del Taoismo e del Confucianesimo preesistevano ai fondatori delle due scuole, i quali non fecero che elaborarli e fissarli in un corpo di dottrine: Lao Tzu con lo scritto, Confucio con l'insegnamento.
La tradizione ci dice che Lao tzu(o Lao tze) - che è in realtà un soprannome che vuol dire "vecchio maestro" -, si chiamava Chung-erh o Po-yang o anche Lao tan. Visse nel 6° secolo a.C. ed era di qualche anno più vecchio di Confucio. Nacque nel villaggio di Ch'u-jen, nel territorio dell'odierno Honan (Cina orientale, a sud di Pechino). Fu storiografo negli archivi imperiali. Si dice che Confucio si sarebbe incontrato con lui e sarebbe stato colpito dalla sua saggezza. Lao tzu abbandonò il suo incarico quando la corta cominciò a dare segni di decadenza e se ne andò verso l'ovest. Arrivato al passo di Han-ku, il guardiano Yin Hsi gli chiese di scrivere un libro per lui e Lao tzu espose allora le sue dottrine nel Tao Te ching. Poi partì e non se ne seppe più nulla.
L'opera di Lao Tzu è divisa in due parti, la prima sul Tao e la seconda sul Te. In seguito fu suddivisa nel numero mistico di 81 capitoletti, e il nome di Tao Te ching fu dato, sembra, da uno dei suoi commentatori, Ho-shang Kung. L'opera ci è anche giunta in un'altra redazione, non molto diversa dalla prima, curata da Wang Pi.
Il libro si apre con una descrizione del Tao. La parola significa propriamente via e quindi anche modo di condursi, sistema. Il Tao è una astrazione metafisica che indica la legge universale della natura, lo spontaneo modo di essere e di comportarsi dell'universo. In questo senso è indicibile, ineffabile, indeterminato. Essendo il principio primo e assoluto, è privo di caratteristiche, giacché è la stessa fonte di tutte le caratteristiche; non è però il nulla, dato che è l'origine di ogni cosa. Esso è prima di tutte le cose, dà loro l'esistenza. "Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome" (In cinese suona più o meno così: Tao ke Tao fei chang Tao; ming ke ming, fei chang ming: cfr. Tao Te Ching, 1). In altri termini, il Tao è oltre ogni denominazione, visto che la fonte da cui tutto deriva non può essere nominata, costituendo l'origine dei nomi e di ogni descrizione possibile. Tao è quindi un non-nome; indica, piuttosto, ciò che consente alle cose di essere quello che sono; è ciò che dà loro l'esistenza (come se si dicesse: il questo da cui derivano l'essere e il non essere). Sebbene non si possa dire ciò che il Tao è, ma si possa soltanto accennarlo, lo si può in un certo modo comprendere considerando il suo "funzionamento", le sue manifestazioni. Il Tao si manifesta nell'universo, nella natura, dato che ciò che le cose individuale possiedono del Tao è il Te. La parola Te, tradotta il genere con virtù, non ha un significato strettamente morale bensì quello di vigore, potenza, facoltà, efficacia. È in pratica la manifestazione del Tao, come già accennato. Il Tao, in quanto origine, fonte, sorgente, dà l'esistenza alle cose, mentre il Te dà loro diversità.
Tutte le cose esistono nel Tao e il Tao è presente in tutte le cose. Finché le cose avvengono naturalmente, tutto è armonico e nulla turba l'equilibrio cosmico. L'uomo, se vuole vivere felice, deve seguire il Tao senza ostacolarlo. In questo senso, egli non deve agire, nel senso che non deve modificare l'armonia dell'universo. Se lo fa, allora non è più in accordo col Tao. Il principio della inazione (wu wei) non indica quindi il rimanere ozioso, senza far nulla, ma è piuttosto basato sul riconoscimento che l'uomo non è la misura e la sorgente di tutte le cose, ma lo è soltanto il Tao. La vita è vissuta bene solo quando l'uomo è in completa armonia con tutto l'universo e la sua azione è l'azione dell'universo che fluisce attraverso di lui. Il bene non viene compiuto dall'azione spinta dai desideri, ma dalla inazione (wu wei) che è ispirata alla semplicità del Tao. "Il Tao in eterno non agisce eppure non c'è nulla che non sia fatto. Se chi governa si attenesse ai suoi principi, gli esseri si svilupperebbero da soli. Se durante questo sviluppo crescesse il desiderio, basterà risvegliare in essi l'originaria semplicità di quello che non ha nome. La semplicità del senza-nome genera l'assenza del desiderio; l'assenza del desiderio genera la serenità, così l'impero si consolida da solo" (TTC, 37).
Il problema riguarda dunque il modo in cui si dovrebbe agire. La risposta è che si dovrebbe agire adottando la semplice via del Tao, non imponendo i proprio desideri al mondo ma seguendo la natura stessa. L'uomo deve conoscere le leggi che regolano i mutamenti delle cose per confermarsi ad esse; conoscendo tali leggi, l'uomo si renderà conto che è vano perseguire un fine diverso, poiché ogni cosa segue il proprio sviluppo, la propria intima legge. L'uomo deve liberarsi da ogni pensiero, passione, interesse, desiderio particolare per ritornare alla semplicità di quando era bambino; egli deve fare solo ciò che è necessario e naturale. Vivere semplicemente vuol dire vivere una vita in cui è ignorato il profitto, lasciata da parte la scaltrezza, minimizzato l'egoismo, ridotti i desideri. Non bisogna cioè agire con artifici e deformazioni ma lasciare che le cose si compiano in modo spontaneo e naturale.
Anche in ambito sociale, le istituzioni sono giuste quando si permette loro di essere ciò che sono naturalmente; anche la società deve essere in armonia con l'universo. Se il legislatore si attenesse alle norme del Tao, il governo procederebbe in modo spontaneo e naturale. E non ci sarebbe bisogno di leggi severe e di guerre. Quando si governa un paese, si dovrebbe badare a non opprimere troppo la gente, portandola a ribellarsi. Quando invece le persone sono soddisfatte non ci sono guerre e ribellioni. Perciò la semplice norma del governare consiste nel dare al popolo ciò che vuole, e nel rendere il governo conforme alla volontà del popolo, piuttosto che tentare di rendere il popolo conforme alla volontà di chi governa. Il lavoro di chi governa è quello di lasciare che il Tao operi liberamente, invece di tentare di opporsi alla sua funzione e di cambiarla. Così, chi vuole governare con l'aiuto del Tao, è avvisato di non fare uso di forza o violenza, poiché ciò finisce per determinare un rovesciamento. "Colui che assiste il principe col Tao non fortifica l'impero con le armi…tutto ciò che è contrario al Tao non può durare". Quando chi governa conosce il Tao e il suo Te, da in che modo deve starsene al di fuori della vita del popolo e servirlo senza intromettersi. Così Lao Tzu dice che le persone "sono difficile da governare poiché chi governa agisce troppo". "Più leggi e divieti ci sono nel mondo, più povero sarà il popolo… più si emanano leggi e decreti, più ci saranno ladri e predoni" (TTC, 57). Eliminando i desideri e lasciando che il Tao entri e ci pervada, la vita supererà le distinzioni tra buono e cattivo. Ogni attività verrà dal Tao, e l'uomo diventerà uno col mondo. Questa è la soluzione di Lao Tzu al problema della felicità. È una soluzione che dipende soprattutto dal raggiungimento dell'unità col grande principio immanente della realtà, ed è perciò, in questo senso, una soluzione mistica.
Nei secoli a cavallo dell'era volgare, i seguaci del Taoismo si dedicarono soprattutto alla speculazione metafisica e in particolare sul problema della morte e della immortalità. Nacque così una forma di religione taoista, che assunse ben presto aspetti istituzionali e che ebbe, sotto la dinastia dei Tang (620-906 d.C.), una enorme diffusione, pari al buddhismo. Il pensiero cinese delle origini non aveva elaborato una dottrina (come era successo in Grecia e nel Cristianesimo) che rispondesse al problema del destino dell'uomo dopo la morte. L'uomo cinese si vedeva solamente mortale. Da qui sorse la convinzione che l'immortalità fosse una sorta di conquista, da ottenere attraverso modalità per lo meno singolari. Il problema era appunto quello di far diventare il corpo umano immortale. Già da tempo erano stati codificati dei metodi per prolungare la vita e permettere una sorta di immortalità. Questi metodi si dividono in due gruppi: le pratiche per nutrire lo spirito e le pratiche per nutrire la vita o il corpo.
Le pratiche per nutrire lo spirito si riferiscono naturalmente all'esercizio delle virtù morali, cioè la purezza di vita, il riconoscimento e il pentimento delle proprie colpe e il compimento delle buone azioni meritorie.
Le pratiche per nutrire la vita o il corpo sono invece di ordine dietetico, respiratorio, sessuale e alchimistico. La pratica dietetica consiste nell'astensione dai cosiddetti cinque cereali, perché di essi si nutrono i tre demoni (san shih) che risiedono nel corpo umano e sono avversi all'uomo. L'astensione da quegli alimenti mira a liberare l'uomo dalla loro presenza, facendoli morire di inedia.
Un'altra pratica molto importante è quella della respirazione controllata. Secondo le antiche tradizioni, il ch'i è il soffio vitale che permea l'universo. La pratica respiratoria tende ad immettere nel corpo il ch'i più sottile affinché lo nutra e piano piano elimini la parte densa e impura, portandolo alla stessa sottigliezza e purezza del cielo immortale.
La pratica sessuale consiste essenzialmente nella ritenzione del seme maschile: l'orgasmo dovrebbe essere ripetuto più volte e con diverse compagne, senza però lasciar sfuggire il ching maschile, in modo che torni indietro e si diffonda nell'organismo dove, unendosi al ch'i, darebbe nascita al corpo immortale. La pratica invece più difficile, dispendiosa e misteriosa, consisteva nell'ingerire, dopo una lunga preparazione alchimistica, il cinabro (solfuro di mercurio), che provocherebbe di per sé l'immortalità.
Come si vede, siamo ormai lontani dall'autentico Taoismo, che comunque fu importante perché fu la risposta a molteplici interrogativi spirituali. Inoltre non si dimentichi che, in campo politico, con la credenza messianica in una società migliore, molte furono le rivolte contadine che ebbero i loro capi in persone che si ispiravano al Taoismo. In campo artistico, il Taoismo, concedendo assoluta libertà all'individuo, permise la creazione di opere d'arte concepite per il godimento del letterato e del pittore e non, come volevano i confuciani, in esclusiva funzione di un certo tipo di società. In ultimo, la donna, che nella Cina confuciana e feudale era relegata a vivere all'interno della sua abitazione, acquisterà col Taoismo una certa parità con l'uomo, al punto di poter accedere anche a certi gradi della gerarchia religiosa taoista.

Oggi il Taoismo è diffuso nelle comunità cinesi sparse per il mondo, ed in particolare a Taiwan, Vietnam e Singapore.

il buddismo

Vajrasattva Buddha, Tibet
Quadro storico-culturale
Al pari del Cristianesimo e dell'Islam, il Buddismo, nato come una grande "eresia" del Brahmanesimo, si è sviluppato come dottrina universale del riscatto dal dolore e della salvezza, nel lungo periodo di tempo che ha visto sorgere, affermarsi e decadere il sistema sociale basato sulla schiavitù, tra il sec. VI a.C. e l'VII d.C.
Oggi è praticamente la quarta comunità religiosa mondiale, dopo Cristianesimo, Islam e Induismo, e conta almeno 3-400 milioni di seguaci.
Il periodo storico che ha caratterizzato questa prima religione veramente universale è stato ricchissimo di fermenti culturali mondiali. Fra l'VIII e il VI sec. a.C. sono accaduti dei veri terremoti spirituali in tutte le civiltà superiori, dal bacino del Mediterraneo alla Cina.
Prendendo come punto di riferimento l'Illuminazione di Siddartha Gotama (circa 523 a.C.), abbiamo che in Grecia tramontano le antiche monarchie di origine sacrale e si sviluppa la filosofia di Pitagora da Samo, Eraclito da Efeso e quella degli Eleati. In Cina, ove insegnano Confucio e Lao Tsu, si estingue l'idealizzato periodo di "Primavere e Autunni". In Persia domina la religione di Zarathustra. A Roma crolla la monarchia. Nel Vicino Oriente declinano le civiltà teocratiche come quella egizia e assiro-babilonese.
In pratica gli uomini abbandonano progressivamente il primato dell'intelligenza intuitiva e ispirativa, e tendono a sviluppare l'intelligenza logico-discorsiva. Lo schiavismo ha bisogno di basi più solide per essere giustificato o, quanto meno, tollerato.
Questa nuova intelligenza delle cose cerca la verità delle cose nell'interiorità dell'essere umano o in un mondo visto con occhi più disincantati, con una mente meno disponibile a credere in spiegazioni mistiche o in tradizioni arcane.
Più in particolare si deve dire che il Buddismo conseguì un immediato successo perché nell'India del VI a.C. la religione brahmanica non solo esprimeva interessi meramente di casta, ma anche perché i sacerdoti, da mediatori tra uomini e divinità, avevano esaltato l'atto di mediazione, il rito, come atto assoluto, facendo dipendere la salvezza da un ritualismo alquanto formale e complicato.
I rapporti tra Buddismo e Occidente
In Europa le prime notizie sugli usi e costumi degli indiani dell'India e sulla religione buddista giunsero al tempo delle conquiste di Alessandro Magno (326-323 a.C.), il quale era rimasto molto colpito dall'ascetismo indù.
Più tardi il re indiano Asoka (III sec. a.C.) invierà dei monaci missionari presso i greci stabilitisi nelle regioni confinanti con l'India nord-occidentale. Si legge in uno dei suoi editti: "Non si deve considerare con riverenza la propria religione, svalutando senza ragione quella di un altro… poiché le religioni degli altri meritano tutte riverenza per una ragione o per l'altra".
Tuttavia, il nome di Buddha viene citato per la prima volta solo da Clemente di Alessandria (150-212 d.C.): questo, nonostante che la tradizione cristiana attribuisca già all'apostolo Tommaso la diffusione del vangelo in India.
Come fatto interessante va notato che la storia del Buddha venne ripresa e adattata ad un contesto cristiano nel libro Vita bizantina di Baarlam e Ioasaf, di contenuto edificante e di controversa datazione (VIII-IX sec.). Il santo Ioasaf non è altri che il Buddha sotto mentite spoglie. L'opera ebbe grande successo e diffusione in Europa, tanto da far accogliere il protagonista nel numero dei santi della cristianità.
Il periodo d'oro dei contatti tra Oriente e Occidente si realizza, pur in mezzo a terribili crociate, nel XIII sec.: dal francescano Giovanni da Pian del Carpine, che scrisse una Storia dei Mongoli, trattando con molto rispetto i buddisti, a Guglielmo di Rubruck, inviato da re di Francia, sino al famoso Marco Polo, inviato da Venezia, che nelMilione esprime la sua ammirazione per la figura del Buddha..
Alla fine del '400, quando gli europei scoprirono la via del mare per andare in Asia, il dialogo si trasformò subito in conquista. Navigatori, commercianti, soldati e missionari portoghesi, spagnoli, francesi e inglesi avevano ben altro da fare che interessarsi del Buddismo. Tra i missionari cristiani interessatisi allo studio delle lingue orientali per comprendere i Canoni, si possono ricordare Francesco Saverio per il Giappone, Matteo Ricci per la Cina, Roberto de Nobili per l'India e Ippolito Desideri per il Tibet.
Bisogna comunque aspettare il 1735 prima di avere, a Parigi, una pregevole Descrizione dell'Impero della Cina e della Tartaria cinese, ad opera di P.G.B. du Halde, il quale si serve delle memorie di 27 missionari.
Ma un vero interesse per le lingue orientali e quindi anche per i testi delle religioni asiatiche matura solo nel XIX sec., allorché E. Burnouf scrisse l'Introduzione alla storia del Buddhismo indiano.
Da allora la conoscenza del Buddismo si è progressivamente approfondita e precisata.
Storia di Siddartha Gotama
La letteratura buddista attribuisce la nascita del movimento al principe indiano Siddharta, poi conosciuto col nome di Gotama, che sarebbe vissuto nel VI sec. a.C. (pare sia nato intorno al 563 a.C.), cioè in un periodo storico già caratterizzato dalla disgregazione della primitiva comunità indiana, cui veniva sostituendosi una società basata sullo schiavismo e sulla divisione in classi sociali contrapposte.
La religione dominante dell'India, il Brahmanesimo, subì una crisi: aumentò nettamente l'insoddisfazione per l'ingiusta struttura di casta e per l'arbitrio dei sacerdoti brahmani, il cui potere (quasi assoluto nella vita civile) cominciava ad essere minacciato da dinastie guerriere.
Va inoltre detto che nel periodo in cui i rapporti schiavistici si rafforzarono (specie nell'India settentrionale), il Brahmanesimo, religione della società schiavistica primitiva, che rifletteva la frantumazione delle comunità tribali, non poteva più servire come base ideologica per i grandi dispotismi schiavistici che si andavano formando.
Siddartha era figlio del governatore di uno dei piccoli e bellicosi regni dell'India del nord, tra il Gange e il Nepal. La stirpe guerriera era quella degli Sakya ("potenti"). Egli trascorre la prima parte della sua esistenza nel lusso e nella mondanità della casa paterna, dove riceve un'educazione legata al suo rango, acquisendo anche nozioni di legislazione e di amministrazione.
A 16 anni il padre lo fa sposare e dopo 13 anni ha un figlio, ma proprio all'età di 29 anni decide di abbandonare tutto e tutti.
Infatti, non avendo mai conosciuto alcun aspetto veramente negativo della vita, in quanto non era mai uscito dai confini del proprio palazzo, rimase un giorno letteralmente sconvolto al vedere, in un villaggio, un vecchio decrepito, un malato grave e un corteo funebre. Improvvisamente capì che esistevano anche le malattie, la vecchiaia e la morte come destino universale degli esseri umani.
Infine incontrò un povero asceta che aveva rifiutato volontariamente ogni ricchezza e piacere della vita e che errava felice per la campagna: decise così di seguire il suo esempio.
In quei tempi, che segnavano l'inizio della speculazione filosofica indiana, svincolatasi dal ritualismo vedico, non erano pochi gli uomini (specie della casta dei guerrieri), e talvolta anche le donne, che abbandonavano il mondo per dedicarsi a una vita di meditazione e ascesi secondo le ben collaudate tecniche dello yoga.
Il Buddha dunque visse per sette anni nella foresta, sottoponendosi - sotto la guida di vari maestri -a digiuni, sofferenze e privazioni d'ogni genere, al fine di conseguire la pace interiore e la conoscenza della verità. Ma non rimase soddisfatto di questa vita.
Abbandonò ogni maestro e decise di ricercare da solo la via della Liberazione (mukti). A 35 anni, giunto alla soglia della morte per esaurimento, una notte -secondo la tradizione-, mentre era seduto ai piedi di un albero, sprofondò nei suoi pensieri pervenendo all'"Illuminazione" (Buddha infatti significa "illuminato" o "risvegliato"). Essa consisteva nel rifiutare sia una vita di piaceri, perché troppo effimera, che una vita di sofferenza volontaria, perché fonte di orgoglio.
Le Quattro Nobili Verità
Al momento del "Risveglio" Siddartha credette di riconoscere quattro verità fondamentali dell'esistenza:
1. la realtà dell'esistenza personale e del mondo esteriore è dolore, consistente nell'invarianza delle sue condizioni: nascita, malattia, morte, mancanza di ciò che si desidera, unione con ciò che dispiace, separazione da ciò che si ama;
2. l'origine del dolore è il desiderio di esistere, il bisogno del piacere e anche il suo rifiuto;
3. questa sete generatrice delle rinascite va estinta nel Nirvana (il desiderio va eliminato);
4. la via che conduce all'arresto del dolore è il Dharma (cioè l'Ottuplice Sentiero).
Insomma, Siddartha ad un certo punto s'era reso conto che l'ascetismo estremo non faceva che respingere a livelli più profondi di coscienza, rafforzandoli, gli impulsi e gli istinti ch'egli presumeva di sradicare.
La retta via -disse Buddha- sta nel mezzo (Via Mediana). Il segreto della felicità sta nell'accettarsi così come si è, rinunciando ai desideri, la cui consapevolezza rende infelici non meno della loro realizzazione. Infatti ogni desiderio soddisfatto porta a maturarne un altro ancora più grande. Rinunciare ai desideri significa rinunciare a una inutile sofferenza. La condizione suprema della felicità è quella del Nirvana, in cui l'uomo è felice pur non desiderandolo, è felice perché ha vinto l'Illusione cosmica (maya).
Successo della predicazione
Scoperta la vera via, Buddha, che intanto si è già circondato di vari discepoli, comincia con loro a predicare ilDharma (legge, regola della dottrina buddista) per tutta l'India, a partire da Benares e rivolgendosi (diversamente dai brahmani) alla gente comune, usando i loro idiomi locali. Si forma anche una comunità femminile.
Dopo circa 40 anni di pellegrinaggio e di insegnamento, egli morì, avvelenato da cibi guasti, e fu cremato dai suoi discepoli secondo il rito indiano (circa 480 a.C.).
Nel III a.C. il re Asoka, capo di una dinastia che lottava per unificare sotto il suo dominio la maggior parte dell'India, si convertì al Buddismo e contribuì alla sua diffusione, dentro e fuori dell'India, facendone una religione di stato.
Il Buddismo infatti tornava comodo alla dinastia Maurya, originaria di una bassa casta, la quale, dopo aver cacciato i conquistatori greco-macedoni (324 a.C.), e portato a termine l'unificazione nazionale a prezzo di terribili carneficine, aveva bisogno di ordine (e le comunità buddiste erano strutturate con molta disciplina), nonché di un'ideologia nazionale (e il buddismo non era in rapporto coi culti tribali locali, inoltre con la sua dottrina della "non resistenza al male" poteva aiutare i governanti a tenere il popolo sottomesso).
E così i missionari buddisti cominciarono a diffondere la Legge del Buddha oltre i confini dell'India, soprattutto in Asia (Kashmir, Himalaya, Birmania, Thailandia), in Africa (Egitto), ma anche lungo le sponde del Mediterraneo (Siria, Egitto, Macedonia, Epiro).
Le prime comunità
Nei primi tempi della sua predicazione, il Buddha non ebbe in mente d'imporre una particolare disciplina monastica. Dovrà però farlo quando si troverà ad essere il capo di un Ordine.
All'inizio i discepoli provenivano dai ceti più elevati. Venivano esclusi i debitori, gli schiavi, i malati contagiosi, gli incurabili, gli eunuchi, gli assassini, i minori di 15 anni di età e coloro i cui tutori legali si opponevano.
Le maniere di vivere il Buddismo sono, ancora oggi, fondamentalmente due: l'appartenenza all'Ordine composto da monaci (bhiksu) o monache (bhiksuni) e la confraternita dei laici (upasaka).
Il monaco deve avere la testa rasata, non deve portare barba e baffi; la sua tunica dev'essere ampia e di colore giallo-arancione; una ciotola appesa alla cintura sta a indicare che la questua è il suo unico mezzo di sostentamento; il suo vitto-base dovrebbe essere costituito da pane e acqua, brodo e riso cotto, e comunque egli non deve ingerire alcun alimento solido tra mezzogiorno e l'alba del mattino successivo. Unici oggetti personali, oltre a quelli detti, un paio di scarpe,un rasoio, un ago (per tunica, saio e mantello) e un filtro per l'acqua.
Egli non può esercitare un mestiere remunerato e può ricevere doni solo in natura, non in denaro. Il celibato è d'obbligo.
Il monaco pratica, circa una volta al mese, la confessione pubblica delle proprie colpe, guidata dal monaco più anziano: sono previste le relative penitenze, specie per chi non si pente (i precetti sono 227).
Il monaco non deve essere causa di dolore per alcun essere vivente (animali inclusi).
Sul piano rituale, il Buddismo rifiuta le cerimonie raffinate tipiche del brahmanesimo e proibisce ovviamente i sacrifici di animali. Il culto è diretto da monaci che leggono i testi canonici; i laici non prendono parte attiva alle cerimonie divine.
I monaci devono essere continuamente in viaggio per diffondere la Legge del Buddha: non hanno quindi fissa dimora; i monasteri sono solo luoghi d'incontro per i giorni di ritiro e per il periodo delle piogge (luglio-ottobre), in cui vige la proibizione di uscire dal monastero, anche per la questua. Possono anche curare l'istruzione religiosa dei giovani.
Molto praticati i pellegrinaggi presso i luoghi che ricordano le tappe della vita del Buddha.
Non avendo lo stato monacale un valore di investitura divina, il monaco può tornare allo stato laicale se non ha più intenzione di seguire le regole dell'ordine.
La legge della causalità
Nel Sermone di Benares, con cui il Buddha inizia la sua predicazione, viene chiaramente negata l'essenza a tutte le cose, motivando ciò col fatto che ogni cosa trae la propria realtà da altre cose che ne sono la causa. Solo ilNirvana sfugge a tale destino, in quanto non è uno "stato", bensì una "condizione" di assenza (non c'è morte e vita, gioia e dolore…). Lo stesso "io" non è che una successione di stati di coscienza fondati su un insieme di psichismi, sensazioni e parvenze fisiche. L'io, se lo si intende come "realtà", non è che un'illusione.
Il Buddismo infatti parte dal presupposto che tutta la vita è dolore, esso cioè da per scontato che i desideri non possono realizzarsi e che, anche quando lo sono, non procurano la felicità, poiché ne sorgono altri di grado superiore o di diversa natura. In tal senso anche il piacere è dolore, in quanto implica adesione a qualcosa di estraneo.
L'origine del dolore è la "sete" o desiderio, che può essere di tre tipi: piacerevoler esisterenon voler esistere, e vi sono tre radici del male: concupiscenza (brama), ira (odio) e ottenebramento (cecità mentale).
L'io che non riesce a sottrarsi a questa schiavitù, è destinato a reincarnarsi (samsara) in eterno, almeno fino a quando non si sarà purificato interamente.
I dharma
Secondo i buddisti l'io non è un'entità individuale (come nelle Upanishad), ma è una combinazione di particelle diverse (dharma o qualità spirituali), di tipo sensitivo, volitivo, percettivo e di impulsi innati: non esiste l'unitarietà dell'io né la sua personale immortalità.
Le parti costitutive dell'io, o meglio, i fenomeni psico-fisici dell'esistenza vengono classificati come AggregatiBasied Elementi.
Gli Aggregati sono cinque:
1. Forma o Materia (il proprio corpo, elementi fisici del mondo);
2. Sensazioni;
3. Nozioni o Ideazioni;
4. Costruzioni psichiche soggettive o propensioni karmiche (complessi innati derivati dall'ignoranza);
5. Coscienza (scorrere dei pensieri).
Le Basi sono dodici:
a) sei sono interne: occhio, orecchio, naso, lingua, corpo e mente, cui corrispondono
b) sei basi esterne: visibile, suono, odore, sapore, tangibile, idee.
Gli Elementi sono diciotto:
a) sei basi interne;
b) sei basi esterne
c) e le rispettive conoscenze che tuttavia costituiscono l'elemento mentale: le idee, per cui si può parlare di 17 elementi effettivi.
Questa triplice classificazione è basata sul fatto che il modo di apprendere è diverso tra gli esseri umani: può essere conciso, normale, prolisso, ecc.
In altre parole i dharma costituiscono l'infinita varietà dei modi della realtà e quindi gli infiniti accadimenti della nostra esistenza, frutto di azioni compiute in passato e semi di eventi futuri.
Io e Mondo sono il risultato dell'unione di vari dharma, che fluiscono continuamente in un perenne gioco di associazioni e dissociazioni, di aggregazioni e disgregazioni, guidato dalla legge etica del karman, che è una sorta di principio retributivo (preso dal Brahmanesimo), secondo cui i dharma sono costretti a reincarnarsi finché l'io non si è purificato: l'uomo deve rispondere sia della vita trascorsa che della vita passata nelle generazioni precedenti. Questa circolazione o flusso dei dharma è la ruota della vita da cui appunto ci si deve liberare.
L'Ottuplice Sentiero
Sul piano pratico il buddista, per arrivare all'eliminazione dei desideri, deve seguire le otto vie fondamentali delDharma:
1. retta visione, per cui si contempla la realtà com'è, senza inquinarla coi propri complessi inconsci, abitudini inveterate, pregiudizi, ripugnanze innate, limitazioni caratteriali, memoria automatica ecc.
2. retto pensiero, possibile solo con un esercizio ininterrotto del controllo della propria rappresentazione concettuale;
3. retta parola, cioè sua perfetta corrispondenza, senza enfasi né sciatteria, con l'oggetto enunciato;
4. retta azione, che è l'agire esattamente quando e quanto sia necessario;
5. retta forma di vita, cioè il saper mediare fra le necessità della vita fisica sulla terra e i fini spirituali che ognuno si propone di conseguire;
6. retto sforzo, cioè saper adeguare esattamente ogni iniziativa all'importanza dello scopo da conseguire;
7. retta presenza di spirito, cioè costante ricordo di quanto si pensa, si fa e si sente, in modo da essere continuamente presente a se stesso;
8. retta pratica della meditazione, senza sostare con la mente in stati d'animo depressi o esaltati.
Il Nirvana
Seguendo queste otto strade l'uomo giunge alla perfezione e sprofonda nel Nirvana, il quale -secondo la scuola Mahayana- rappresenta il completo annientamento o non-essere, raggiungibile anche in vita e quindi definibile in senso positivo, come stato di pace totale e di gioia assoluta e di verità ultima, che però solo gli illuminati scorgono.
Viceversa, seconda la scuola Hinayana, il Nirvana sfugge a qualsiasi definizione, poiché rappresenta la fine della vita accessibile alla coscienza e il passaggio a un'altra esistenza, inconsapevole, possibile solo dopo la morte.
In entrambi i casi Nirvana significa interruzione della catena delle reincarnazioni (samsara).
Secondo i buddisti, lo stesso Buddha, prima di nascere come Gotama, avrebbe subìto una lunga serie di rinascite. Egli fu però anche il primo uomo a raggiungere l'Illuminazione, per cui la sua morte ha rappresentato l'immediato passaggio al Nirvana.
Nirvana dunque, anche se letteralmente significa "estinzione", spiritualmente significa "beatitudine".
La Meditazione
Il mezzo fondamentale per percorrere l'Ottuplice sentiero è la Meditazione, che si sviluppa su due linee diverse e complementari:
A) Acquietamento o Purificazione
Si propone una condizione di totale trasparenza immobile della coscienza (atarassia). Consiste nel focalizzare l'attenzione su un solo punto, che in realtà è un'immagine simbolica, da utilizzare come supporto per il processo, operando una graduale esclusione degli stimoli sensoriali periferici, che sono i desideri di essere stimolato, avversione, torpore, irrequietezza, scetticismo. L'atto meditativo di volge sul medesimo pensiero dell'asceta, il quale raggiunge i primi quattro livelli di perfezione: quieta felicità, fine del pensiero logico-discorsivo, fine dei fattori emotivi, fine del senso di felicità/infelicità. La "cosa" si tramuta nel "concetto" e il mondo viene appreso "così com'è". Il pensiero diventa consapevolezza universale;
B) Visione penetrativa o Intuizione
Consiste in una vigile attenzione rivolta ai fatti fisici, anche minimi, e ai processi mentali. Conduce a una serie di approfondite purificazioni del pensiero, il quale deve giungere alla consapevolezza che l'essenza degli elementi della realtà è data dallo stesso pensiero che se li rappresenta, ma che, di per sé, è inesistente. La realtà va sperimentata come "vuoto", in particolare come vuoto "noetico", al quale cioè corrisponde la condizione soggettiva di "estinzione" (Nirvana), in cui soggetto e oggetto devono identificarsi, altrimenti, di fronte al "nulla" che spiega le cause, l'io potrebbe disperare.
I quattro Concili
La disciplina delle comunità monastiche (e laicali) andò configurandosi attraverso quattro Concili, il primo dei quali (483 o 477 d.C.), a Rajagriha, ebbe appunto lo scopo di fissare un primo Canone.
Il secondo Concilio di Vaisali (383 o 367 a.C.), fu causato da una questione di disciplina monacale, ma porterà al più grande scisma in seno al Buddismo, quello tra le scuole Hinayana e Mahayana.
I punti controversi furono cinque:
1. un monaco, pur con tutta la sua santità, può essere soggetto a necessità fisiologiche incontrollate;
2. la sua illuminazione non esclude di per sé residui di ignoranza nella vita quotidiana;
3. il monaco può essere soggetto a dubbi;
4. la sua conoscenza su fatti contingenti può essere acquistata con l'aiuto di altri (non per immediata intuizione);
5. il monaco può definire con parole del linguaggio ordinario la Via ineffabile che conduce al Risveglio.
Come si può notare, erano tutte obiezioni che si ponevano come scopo quello di democratizzare e umanizzare un movimento troppo rigido ed elitario. L'ideale qui diventa non tanto il singolo che ha raggiunto l'Illuminazione per se stesso, con particolari pratiche ascetiche, ma il laico comune, il quale, pur in grado di giungere all'Illuminazione, vi rinuncia e in nome della compassione si adopera per aiutare tutti gli altri esseri umani a trovare la via della perfezione.
Duecento anni dopo il secondo Concilio si contano già 18 scuole, ognuna delle quali sostiene di essere la vera interprete della dottrina del Buddha.
Il terzo Concilio di Pataliputra, indetto dal sovrano Asoka verso il 243-242, ebbe lo scopo di arginare i tentativi di reintrodurre la nozione hindu dello atman (il "se stesso"), sotto il nome di pudgala ("persona"), responsabile delkarman.
In questo Concilio, inoltre, un migliaio di monaci lavorarono per nove mesi a controllare, completare e classificare le tradizioni tramandate.
Nel quarto Concilio di Harvan si discusse la revisione del Canone operata dalla scuola dei Sarvastivadin, per la quale occorreva preservare un minimo di realtà all'esperienza del mondo, altrimenti verrebbe a mancare il rapporto di causa ed effetto su cui è basata la legge del karman.
Testi canonici
I testi sacri riconosciuti come autentici dal Buddismo sono raccolti in due Canoni, denominati, in base alle scritture usate, Pali e Sanscrito.
a) Il Canone Pali (deciso nel I sec. a.C.) è chiamato anche Tripitaka, perché raggruppa il corpus in tre parti (o "Tre canestri": infatti i libri di ogni raccolta, scritti su fogli di palma, potevano essere contenuti in una cesta). Esso rappresenta una sintesi delle dottrine predicate dal Buddha o a lui attribuite e delle teorie elaborate dalla scuola Hinayana.
1. La prima cesta (Vinaya) comunica le regole da osservare nelle comunità monastiche; essa si compone di tre raccolte di libri: sono talmente voluminosi che per leggerli tutti, al Concilio di Rangoon (1954), ci vollero 169 sedute in 46 giorni;
2. la seconda cesta (Sutra) parla delle conversazioni di Buddha coi suoi discepoli ed è il doppio della prima; la recita dei sutra è la base del culto e della meditazione di monaci e laici. Il loro linguaggio è poetico, le composizione sono ritmiche, molto convincenti le spiegazioni di difficili tematiche spirituali e psicologiche. Questa cesta contiene anche 547 leggende relative alle esistenze precedenti del Buddha;
3. la terza cesta (Abhidarma) fornisce la spiegazione dei principali dogmi del Buddismo contenuti appunto nel Sutra (metafisica). Questi testi sono stati composti da ignoti autori dal III al I sec. a.C. e sono ad uso degli specialisti.
b) Il Canone Sanscrito, nato circa sei secoli dopo la morte del Buddha, varia molto, come suddivisione e denominazioni, da Stato a Stato. Esso sostanzialmente è legato alla scuola Mahayana. Questa tradizione, i cui testi sono molto estesi, sostiene che Buddha avrebbe riservato la parte più sottile della sua verità alle generazioni posteriori. Un'edizione del Canone buddista, il Taisho Shinshu, stampato a Tokyo, comprende ben 100 volumi e fa capire la necessità di dover scegliere una "pars pro toto" per la fede personale. Tra le numerose scritture del Mahayana meritano d'essere ricordateLa sutra della perfetta sapienza e soprattutto il Libro tibetano dei morti, che suscitò grande interesse in Occidente.
Il Buddismo è una religione?
Buddha non negò esplicitamente l'esistenza degli dèi brahmani, ma questi -secondo la sua filosofia- non possono evitare all'uomo le sofferenze della vita, per cui credere o non credere in loro non cambia le cose. Il cammino che porta alla salvezza l'uomo -secondo Buddha- deve trovarlo da solo.
D'altra parte anche le divinità sono, per il Buddismo, soggette al samsara, e l'Assoluto o l'Eterno non corrisponde che al concetto di Vacuità (sunyata). Il Brahman è il nulla (la differenza dall'Induismo è evidente).
Le domande metafisiche o teologiche sull'essenza del mondo, sull'origine dell'universo ecc. vengono considerate inutili ai fini dell'Illuminazione. Anche la Cosmogonia è ridotta a pochi enunciati.
Il Buddismo vuole porsi come filosofia di vita e soprattutto come pratica meditativa. Nel momento dell'Illuminazione il Buddha avrebbe intuito un preciso imperativo etico: "liberarsi dalle opinioni". L'atteggiamento quindi vuole essere di tipo anti-dogmatico. "La dottrina è simile a una zattera -disse il Buddha -, serve per attraversare e non trasportarsela sulle spalle".
Questo ovviamente non significa che il Buddismo, al pari di ogni altra religione, non abbia i propri dogmi, i propri canoni, i propri riti e persino il proprio misticismo.
Va inoltre considerato che se si accetta l'idea che la divinità sia il "totalmente altro", non si può escludere l'ipotesi che il Buddismo sia anche una religione.
E' stata proprio questa particolare forma di "ateismo implicito" o, se vogliamo, di "apofatismo religioso" che per molti intellettuali occidentali ha fatto del Buddismo un oggetto di interesse e di studio: si pensi a Schlegel, a Schleiermacher, ma soprattutto a Schopenhauer, a Hesse (di quest'ultimo è famoso il libro Siddharta). In Italia molto noto fu il libro di Liliana Cavani, Vita di Milarepa. Grande successo ha avuto il recente film di B. Bertolucci,Piccolo Buddha.
Comportamento sociale
Sul piano del comportamento sociale, il Buddismo rifiuta il sistema brahminico delle caste e riconosce l'uguaglianza formale di tutti gli uomini ("formale" perché di fatto con la dottrina della "non resistenza al male" esso disarma spiritualmente il popolo di fronte agli sfruttatori). Ogni uomo ha uguali possibilità di salvezza morale, poiché tutto dipende dalla sua volontà.
Il buddista ama non tanto il singolo, quanto il genere umano. Non si difende dal male ricevuto, non si vendica, non condanna chi commette un omicidio. Nel complesso il buddista ha un atteggiamento di indifferenza per il male, rifiutando soltanto di non compierlo.
D'altra parte -dice il Buddismo- "chi ha sana la mente non compete col mondo né lo condanna: la meditazione gli farà conoscere che nessuna cosa è quaggiù durevole, salvo gli affanni del vivere".
Il buddista sostanzialmente è convinto che chi compie il male, vedendo la non-reazione da parte di chi lo subisce, ad un certo punto si renderà conto che è inutile continuare a compierlo.
Regole etiche di vita
I precetti fondamentali del Buddismo, per quanto riguarda le regole etiche di vita (sila) sono divisi in tre gruppi: i cinque divieti, gli otto comandamenti e le dieci condotte morali. In pratica si tratta degli stessi comandamenti, cui ogni volta se ne aggiungono altri.
a) I cinque divieti sono:
1. non uccidere alcun essere vivente,
2. non prendere l'altrui proprietà,
3. non toccare la donna altrui,
4. non dire menzogne,
5. non bere bevande inebrianti.
b) Gli otto comandamenti includono i suddetti cinque divieti, cui se ne aggiungono altri tre:
1. non mangiare cibo nei tempi non dovuti;
2. astieniti dal canto, dalla danza, dalla musica e da ogni spettacolo indecente; non ornare la tua persona con ghirlande, profumi e unguenti;
3. non usare sedili alti e lussuosi.
c) Gli ultimi due precetti morali sono:
1. non adoperare letti grandi e confortevoli;
2. non commerciare cose d'oro e d'argento.
Naturalmente questi precetti diventano tanto più esigenti quanto più uno cerca di purificarsi spiritualmente: il divieto di uccidere si estende fino a tutti gli animali, nessuno escluso; l'acqua può essere bevuta solo se filtrata; non si può usare l'aratro perché potrebbe ferire i vermi della terra; la castità sessuale deve essere completa; la povertà dev'essere assoluta ecc.
È bene però precisare che per raggiungere la Liberazione, più che una vita moralmente ineccepibile, la quale al massimo può dar luogo a un buon karman, il buddista deve dedicarsi alla Meditazione, che comporta un'energica disciplina ascetica (yoga), la cui esperienza in un certo senso va al di là di ogni morale. L'io deve liberarsi dell'Illusione circa la realtà del mondo e soprattutto circa la sua personalità, per sprofondare nel "non-io", nel "non-essere".
Ciò tuttavia non ha impedito a molti monaci d'impegnarsi attivamente a favore delle rivendicazioni democratiche e dell'indipendenza nazionale (vedi p.es. in Vietnam al tempo della guerra contro gli USA).
Virtù morali
Quanto alle virtù morali che deve seguire il buddista, esse in sostanza si riducono a quattro:
1. compassione (percepire dentro di sé la gioia e il dolore dell'altro);
2. amorevolezza verso tutti gli esseri viventi;
3. letizia e considerazione del lato positivo delle cose;
4. imparzialità nel considerare la realtà.
La condizione della donna
Durante la sua predicazione, il Buddha sostenne sempre una fondamentale misoginia, al pari di tutti i filosofi dell'antichità.
La donna era vista come una fonte di tentazione del tutto incompatibile con la vita ascetica; essa ovviamente non veniva condannata come persona, ma piuttosto come potere di seduzione che porta a quell'attaccamento per la vita che, attraverso le generazioni, perpetua la condizione di "essere nel mondo" e vincola, di conseguenza, l'individuo al suo dolore, alla sua cieca ignoranza, alla ruota delle rinascite.
Poiché l'amore e l'unione sessuale sono -secondo Buddha- le forme più primordiali in cui si manifesta la sete di vita, il Buddismo classico non poteva che negare alla donna la possibilità di giungere al Nirvana: l'unica condizione, per una donna, era quella di estinguere in sé tutto ciò che è femminile, cioè in sostanza sforzarsi di sviluppare un pensiero maschile al fine di poter rinascere come "uomo".
Solo dopo molte discussioni e polemiche, il Buddha consentì ad ammettere le donne fra i suoi discepoli, in comunità ovviamente separate, soggette a regole analoghe e, in più, alla sorveglianza da parte dell'abate della più vicina comunità monastica maschile, con l'obbligo inoltre di obbedire ai monaci maschi di qualunque età. A queste condizioni era possibile anche per loro raggiungere il Nirvana.
Questa forma di maschilismo è venuta attenuandosi col tempo, fino al punto che si è cominciato a produrre, sul piano artistico, delle figure mitiche del Buddha con aspetti femminili.
Va detto tuttavia che il Buddismo non interviene negli aspetti della quotidianità e neppure nelle vicende fondamentali della vita, come il matrimonio e la nascita dei figli, i cui riti si basano sempre su usanze locali.
Le regole di condotta previste dal Buddismo per la vita matrimoniale sono essenziali, basate sostanzialmente sul buon senso e quindi praticabili da chiunque.
Due scuole fondamentali
Intorno al I sec. d.C., il Buddismo si divide in due tendenze fondamentali, ognuna delle quali, a sua volta, si suddivide in una trentina di correnti:
HINAYANA o "piccolo veicolo" (stretta via della salvezza), che richiede una rigorosa osservanza delle otto vie. I seguaci di questa corrente ritengono che solo i monaci possono raggiungere il Nirvana. Non considerano Buddha un dio, ma solo un maestro di perfezione morale. Si dedicano alla predicazione, allo studio dei testi canonici, alla venerazione dei luoghi legati alla vita di Buddha, ecc. Questa corrente nega recisamente l'esistenza dell'atman (l'io individuale), ammessa invece dal Brahmanesimo, e ritiene inutili i riti, le devozioni, i simboli e i sentimenti religiosi. Essa si è diffusa soprattutto in Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia e soprattutto Sri Lanka.
MAHAYANA o "grande veicolo" (larga via della salvezza), che permette la salvezza anche al laico, in forme meno rigide. La scuola Mahayana, che peraltro sostituì la lingua Pali, usata dal Piccolo Veicolo, con il Sanscrito, costituisce lo sviluppo del Buddismo in senso filosofico, mistico e gnostico. Essa riconosce un gran numero di divinità, fra le quali annovera lo stesso Buddha. Anzi, Siddartha Gotama non sarebbe che uno dei buddha: ne esisterebbero altre centinaia (sovrani del paradiso, del futuro, del mondo ecc.) . Concezione, questa, che permetterà al Buddismo di assimilare facilmente altre religioni.
Oltre ai buddha vi sono i santi, cioè coloro che, pur avendo acquistato il diritto d'immergersi nel Nirvana, hanno deciso di restare ancora un po' di tempo sulla terra per salvare gli uomini. I mahayanisti, a differenza degli hinayanisti, credono anche negli spiriti maligni e in altri esseri soprannaturali, nonché nella differenza tra paradiso e inferno, e negano l'esistenza dei dharma come entità a se stanti. Nel paradiso si trovano le anime dei giusti (anche laici) che devono incarnarsi ancora una volta sulla terra prima di raggiungere il Nirvana. Questa corrente, che praticamente non ha nulla del Buddismo originario (che, nonostante tutto, era rimasto un movimento elitario), si è diffusa tra il II e il X sec. nell'Asia centrale, nel Tibet, in Cina, Vietnam, Corea e Giappone, Mongolia e Nepal (per qualche tempo anche in Birmania, Indonesia e India settentrionale).
Vajrayana (Via dei Tantra)
La terza corrente del Buddismo, detta anche Veicolo del Diamante, quella meno diffusa (circa 20 milioni di seguaci), e che più si è allontanata dalle origini, insistendo proprio sui punti che il Buddha aveva maggiormente criticato: il ritualismo, la mistica e la magia, si è affermata verso il VI sec., diffodendosi prevalentemente in Mongolia e nel Tibet, ma anche in Nepal, Cina e Giappone.
Questa corrente, senza la scuola Mahayana, difficilmente avrebbe potuto costituirsi.
I suoi due rami principali sono il Lamaismo e lo Zen.
Queste correnti esoteriche (chiamate anche col nome di Veicolo delle formule magiche o Mantrayana), attribuiscono importanza centrale alla ripetizione di formule sacre (mantra) per raggiungere l'Illuminazione.
Nel Tibet questa corrente, nata verso il 750, assunse il nome di Lamaismo, diffondendosi anche in Mongolia e Siberia. È L'unica corrente strutturata in maniera gerarchica.
Per i suoi seguaci il Tibet rappresenta come una "casa madre" e una "terra promessa". Lhasa, la capitale, è considerata "città sacra". Anche la lingua tibetana è ritenuta "sacra".
Essendo il prodotto di una fusione di Buddismo e religioni animistiche e sciamaniche, il Lamaismo dà notevole importanza agli scongiuri magici, alla conoscenza mistica e alla musica, con l'aiuto dei quali esso è convinto di poter raggiungere il Nirvana in tempi molto brevi.
Molto influenti sono stati i monaci, chiamati Lama, che riuscirono a costituire un governo ierocratico: nominalmente il potere civile apparteneva agli imperatori cinesi, di fatto erano i monaci a comandare e i loro dirigenti venivano scelti tra le famiglie feudali più influenti.
L'ultimo Dalai Lama, non avendo accettato l'unificazione del Tibet con la Cina comunista (1951), imposta da quest'ultima, ha deciso, dopo una rivolta fallita, di espatriare in India nel 1959, insieme a 100.000 rifugiati.
Prima dell'unione con la Cina un tibetano su quattro apparteneva a un ordine religioso.
Quando il Dalai Lama muore, si pensa ch'egli s'incarni immediatamente in qualche parte del paese. Una ricerca minuziosa viene allora operata tra tutti i neonati maschi che rivelino alcuni segni particolari negli occhi o nelle orecchie o nella pelle… I loro nomi vengono introdotti in un'urna d'oro e poi ne viene estratto uno a sorte. Da quel momento il prescelto viene educato dai sacerdoti, conduce un'esistenza privilegiata e deve astenersi da qualunque forma di impurità e di rapporto sessuale. L'attuale Dalai Lama (XIV Incarnazione) è stato insediato nel 1940. Nel 1990 gli è stato conferito il Premio Nobel per la pace.
Il Buddismo Zen
La corrente più mistica del Buddismo è lo Zen, introdotto in Cina nel VI sec. e arrivato in Giappone nel XII, dove divenne la religione dei samurai.
Esso sottolinea l'indivisibilità del Buddha da tutto ciò che esiste: l'uomo quindi può e deve raggiungere, già in questo mondo, l'unità con la divinità. Ciò può avvenire solo tramite un'Illuminazione interiore, istantaneamente, in condizioni eccezionali, provocate anche da stimoli fisici, poiché la verità non può essere raggiunta razionalmente, né può essere espressa in concetti.
Uno degli stimoli preferiti, in tal senso, è il senso del bello (che include l'arte di disporre i fiori, la cerimonia del tè, la sobria raffinatezza della casa, ecc.). Il controllo della respirazione è una tecnica fondamentale.
In questa scuola il monaco può avere famiglia.
Iconografia
Per quasi quattro secoli la raffigurazione umana del Buddha, in osservanza alla liturgia aniconica delle primitive scuole buddiste, si limitava a semplici immagini simboliche: impronta dei piedi, un trono vuoto, un turbante, un cavallo senza cavaliere.
Attraverso la diffusione del Buddismo nel mondo asiatico, e grazie soprattutto all'emergere della tradizione mahayana, si attuarono, a partire dal II sec. d.C., sensibili modificazioni nell'iconografia. Il Buddha in sostanza diventa un "superuomo", con un corpo "glorioso": il turbante, nella statuaria, è stato tradotto come una protuberanza del cranio; l'urna tra le sopracciglia; l'impronta della ruota della Legge sul palmo della mano o sulla pianta dei piedi; il lobo delle sue orecchie tre volte più lungo del normale.
Il Buddha esprime, a seconda degli atteggiamenti, meditazione, rassicurazione, carità, testimonianza (nell'iconografia tantrica il fiore di loto rappresenta la compassione).
Espansione geografica e declino storico
Poiché nel Buddismo non esiste alcunché di etnocentrico, la sua diffusione fu quasi immediata. Nel I sec. della nostra era aveva già raggiunto la Cina; i cinesi lo portarono in Corea e, nel VI sec., i coreani lo introdussero in Giappone, dove, in meno di 50 anni, divenne la religione di stato (VII sec.).
Al di fuori dell'India, il Buddismo riuscì facilmente a soppiantare i vecchi culti, ma a condizione di trasformarsi in una religione emotiva e ritualistica, disposta ad accettare varie divinità celesti e spiriti infernali, facendo altresì largo uso della musica e delle arti figurative, delle danze sacre e di fastose processioni.
La decadenza del Buddismo cominciò a verificarsi a partire dal VII sec., dapprima in India, con la rinascita del Brahmanesimo, poi, soprattutto nei secoli IX-XV, in Asia centrale, Afghanistan, Indonesia e di nuovo in India, a causa delle invasioni musulmane.
Si calcola che almeno 200 milioni di buddisti, che si trovavano in Pakistan e Bangladesh, vennero convertiti a forza all'Islam. A tutt'oggi è rimasto religione di stato solo in Thailandia e Buthan.
Rinascita del Buddismo
Il risveglio del Buddismo risale a poco più di un secolo fa ed è dovuto, paradossalmente, all'interesse che alcuni studiosi occidentale cominciarono a mostrare per i suoi testi sacri e i suoi monumenti.
Nel 1875 viene fondata a New York un'importante Società teosofica. In Europa il Buddismo costituisce motivo di grande interesse da parte del filosofo tedesco A. Schopenhauer; nel 1879 E. Arnold, col libro The Light of Asia, ne divulga fortemente la conoscenza, tanto che all'inizio del secolo XX viene fondata la Buddhist Society of England.
Poi furono gli stessi asiatici a intraprendere una serie di iniziative per far rifiorire questa dottrina. Sul finire del secolo scorso in India viene fondata la Mahabodhi- Society e, subito dopo, organizzazioni simili appaiono in Giappone, Thailandia e Sri Lanka. Il loro scopo è quello di rinnovare il Buddismo, intensificando l'attività missionaria, purificando la pratica religiosa e studiando scientificamente i Canoni.
A partire dal 1930 i movimenti di riforma si fanno più decisi. L'appoggio ufficiale dei governi che stanno ottenendo l'indipendenza dal dominio coloniale e l'interesse di studiosi europei permettono un grande rilancio a livello internazionale. Inizia una fase di incontri ad alto livello tra i migliori esponenti del Buddismo.
Verso la fine degli anni '40, U Nu, primo ministro birmano, elabora e cerca di propagandare il suo "Buddismo sociale", secondo cui non avrebbe mai potuto esserci il benessere nel suo paese fino a quando non si fosse espropriata la terra ai latifondisti. In particolare, egli sosteneva ch'era impossibile cercare il Nirvana quando si è schiavi delle ricchezze o, al contrario, quando si è angosciati dalla lotta per la sopravvivenza.
Per alcuni paesi (Sri Lanka e poi Vietnam, Laos, Cambogia…), il marxismo appariva come lo strumento più idoneo anche per sostenere la battaglia anticoloniale.
Nel dicembre 1947 il Congresso pan-singalese invita i buddisti a organizzare un Congresso Internazionale: cosa che si fa nel 1950, sempre in Sri Lanka. Nasce così la World Federation of Buddhist, con sede a Banglok, che stabilisce un programma in tre punti: costituzione di un fronte unitario, diffusione degli scritti del Buddha, espansione missionaria anche fuori dell'Asia.
Lo sforzo attuale del Buddismo, relativamente all'ultimo punto, è quello di diffondere lo spirito di fratellanza universale e di non-violenza, ovvero quello di collaborare a iniziative umanitarie per combattere il fanatismo e la guerra.
Nel 1975 è stata fondata a Parigi l'Unione Buddista Europea, che tiene ogni anno un'assemblea generale, di volta in volta in una diversa sede europea, per discutere i differenti aspetti della presenza del Buddismo in Europa, orientale e occidentale.
In Italia
In Italia esistono almeno 60 centri buddisti, in gran parte nelle regioni settentrionali (solo due al sud).
Tutte le grandi scuole tradizionali sono presenti: in particolare quella Theravada (Sri Lanka e Sudest asiatico), quella Zen (Giappone) e quella tibetana.
Di questi centri, 28 fanno capo all'Unione Buddista Italiana, nata nel 1985 (dei quali 16 sono di scuola tibetana), che è stata riconosciuta dallo Stato come "ente morale avente fini di culto", e che attende di poter firmare un'Intesa vera e propria. L'UBI non è interessata a un insegnamento del Buddismo nella scuola statale, ma chiede di partecipare alla ripartizione dell'8 per mille del gettito Irpef.
In tutto i buddisti italiani sono circa 60.000 (di cui 44.000 cinesi e cingalesi immigrati e rifugiati; 16.000 di varie nazionalità, inclusa quella italiana); la presenza femminile, di ceto medio-alto, con interessi nei campi dell'ecologia e della non-violenza, è preponderante: 70%.
I monaci buddisti sono una decina di stranieri e una quarantina di italiani, prevalentemente seguaci della tradizione Zen. I monasteri sono tre.
Escludendo qualsiasi intento di proselitismo, i buddisti italiani si dedicano prevalentemente al volontariato, ad attività socialmente utili, al dialogo interreligioso e interculturale.
Le riviste più importanti sono: Paramita, Siddhi, Sati, Zen, Merigar, che tirano nel complesso più di 7.000 copie.
In Europa e negli Stati Uniti
In Europa i buddisti sarebbero 1,5 milioni, di cui 600.000 in Francia (400.000 rifugiati dal sudest asiatico: Vietnam, Laos e Cambogia, 50.000 di origine cinese, 150.000 francesi. Poi vi sono 300 gruppi di preghiera, 90 Istituti di formazione e 19 centri di meditazione).
In Gran Bretagna i buddisti provengono prevalentemente da Birmania, Sri Lanka e Thailandia.

Negli USA, contando anche l'immigrazione asiatica, si arriva a 5-10 milioni di fedeli, di cui almeno 300.000 euro-buddisti, cioè convertiti provenienti da tradizioni giudaico-cristiane.