lunedì 18 luglio 2016

Bach e la numerologia

  

La possibilità che i compositori del passato siano potuti ricorrere alla Numerologia scatena oggi reazioni anche fortemente contrastanti: dal rifiuto a priori delle menti più razionali ai romantici idealismi degli speculatori più irriducibili.
    Anche in questo caso vale quanto comunemente si raccomanda agli interpreti, ovvero un approccio oggettivo ad epoche remote le quali, in quanto tali, si differenziano profondamente dalla nostra per cultura e sensibilità. Chi interpreta il passato lo deve prima osservare così come esso si presenta, per poi darne la propria lettura. Scopo di questo contribuito è pertanto quello di fornire, al di là di ogni empirismo, elementi concreti volti a verificare la probabilità di una tradizione numerologica nella cultura musicale occidentale. Cultura in cui, lungi dal rappresentare un caso isolato, si inserì Johann Sebastian Bach.
Essendo essa volta ad evocare concetti di natura astratta altrimenti difficilmente esprimibili, la numerologia rientrava nell’ampio contesto dell‘ Ars Rhetorica. In musica ravvisiamo, nell‘espressione retorica di quegli anni, diversi livelli di ricezione:
*l’Affetto immediatamente recepibile, trasmesso dal compositore servendosi di figure immediatamente riconoscibili (exclamatiosuspiratio ecc.) che così, al pari di un attore, rendeva partecipe ogni ascoltatore del significato testuale. È la fase ultima e più „esteriore" dell’impianto retorico, la cosiddetta decoratio.
Ma l’affetto poteva essere espresso anche attraverso le parvenze grafiche di una determinata figura o frase musicale, procedimento definito da molti trattati col termine greco hypotyposis. „Quest’ornamento è proprio dei veri artisti. Oh, se tutti i compositori ne facessero uso!" (Burmeister, Musica Poetica). Così Bach arriva a dipingere musicalmente forme di croce, schiere di angeli e perfino le fiamme dello Spirito Santo, come già intuì Schweitzer parlando di „pitture musicali". Va da sé come solo gli occhi di un iniziato siano in grado di distinguere tali figure sulla carta
     Ma vi è uno stadio ancora più nascosto, quello che conferisce ai dati numerici di una composizione (unità di tempo, quantità di battute, di note o di motivi) un significato „esoterico", in quanto percepibile sono sulla base di approfondite ricerche. Vista in quest‘ottica, la numerologia esula da un contesto meramente matematico entrando a far parte dell‘ampio vocabolario simbolico-musicale a disposizione del compositore.
      Tale approccio reservato sarebbe solo apparentemente in contrasto con lo spirito universale di Lutero: dopo essersi rivolto all’assemblea e successivamente ai conoscitori, il musicista sembrerebbe voler qui dialogare con il suo Io più recondito. È quella privata, secondo il Vangelo, l’attestazione di Fede più autentica: „Prima di rivolgervi al Padre, chiudete la porta della vostra casa; poi pregate così...". Ci sembra questo il senso delle innumerevoli „firme" in codice (attraverso le cifre 14, 41, 158) incastonate da Bach nelle sue composizioni.
Ma questa è solo una supposizione poiché, nonostante i tentativi di molti, le intime convinzioni di Bach non sono dimostrabili; certo è che l’interpretazione dei numeri era allora una tappa obbligata dello studio della Bibbia, arrivando quindi a coinvolgere chi sul testo biblico musicalmente operava. Non quindi arida speculazione od elitario intrattenimento, bensì l’altra faccia del movere: il docere, concetti entrambi citati da Bach nei suoi frontespizi.
Non va esclusa l’‘ipotesi che il compositore, nell’erigere il suo edificio musicale, si servisse di determinate formule matematiche proprio come un architetto del rinascimento; è noto come tale procedimento sia diffusissimo anche nel nostro tempo (Webern, Boulez e molti altri). Che tali cifre fossero tratte dalla tradizione biblica non dovrebbe stupire più di tanto, in una società impregnata di cultura religiosa com’era la Germania luterana; in un contesto completamente differente, Alban Berg avrebbe invece citato „numericamente" i nomi degli amici Zemlinsky, Schönberg e Webern (Kammerkonzert), e perfino i particolari delle sue ... passioni extraconiugali (Lyrische Suite)!
Tra i vari codici numerologici diffusi in Occidente, la Ghematria era quello generalmente più applicato: possiamo supporre che l’idea di sostituire ciascuna nota con una lettera possa risalire ad influssi orientali; alcune lingue asiatiche sono infatti prive di numeri, utilizzando al loro posto lettere dell’alfabeto. L’origine della Ghematria è tuttavia generalmente attribuita a Pitagora; attraverso la cultura ebraica tale sistema si innestò nella civiltà cristiana.
Guillaume de Machaut (ca.1300-1377) utilizza l’alfabeto numerico nel testo del suo Rondeau Dix et sept, cinq. Le prime frasi della composizione sono: „Dix et sept, cinq, trese, quatorse et quinse / M’a doucement de bien amer espris". I numeri 17, 5, 13, 14 e 15 equivalgono a RENOP, anagramma del nome Péronne, sua compagna.
Nel Quattrocento l’esempio più famoso di numerologia applicata alla musica è certamente il motteto „Nuper rosarum flores" di Guillaume Dufays (1400?-1474) scritto per la consacrazione del Duomo di Firenze seguendo le proporzioni matematiche della cupola del Brunelleschi, ma non è che un caso tra tanti. Il ricorso alla Ghematria è infatti documentato anche nella musica di Johannes Tinctoris (1435-1511?), e Josquin des Prez (1440-1521), espressamente stimato da Lutero.
Jacob Obrecht (1452-1505) è autore di due messe, Sub Tuum Praesidium e Maria Zart, dalla struttura talmente complessa da spingere il loro editore moderno ad allegarvi ben 146 pagine di esplicazione (M.van Crevel, Amsterdam, 1959)! Egli spiega come in questa musica siano celate speculazioni matematiche di ogni genere, dalla serie di Fibonacci al teorema di Pitagora, inclusa naturalmente la ghematria. Ad esempio, nel Medio Evo Cristo veniva spesso rappresentato dal numero 888, esattamente quanti sono i tactus della messa Sub Tuum.
Nel Rinascimento tutto ciò coincideva con l’affermarsi di un sentire che, come è noto, sull’armonia delle proporzioni e il valore del numero fondava la sua estetica.
L‘inizio del Seicento musicale fu segnato da un avvenimento fondamentale: il passaggio dalla Prima alla Seconda Prattica, iniziato nell’ambito della Camerata Fiorentina e portato a compimento da Claudio Monteverdi. La Musica si estraniò gradualmente dal medioevale Quadrivium (Aritmetica, Musica, Geometria, Astronomia) divenendo essenzialmente un veicolo espressivo, al servizio di un Affetto immediatamente recepibile, unendosi nel Trivium (grammatica, dialettica, retorica) all’Ars Rhetorica. Ciò implicò un progressivo allontanamento dalla sensibilità rinascimentale.
Anche la cultura tedesca recepì i nuovi stimoli provenienti dall’Italia. Martin Lutero intuì immediatamente le facoltà propedeutiche della Musica, considerandola quale Donum Dei e conferendole, affiancandola alla Teologia, valenza dottrinale: il Protestantesimo applicò intelligentemente la Seconda Prattica piegandola ai fini della Riforma. Il concetto protestante di Musica Poetica fu espresso per la prima volta da Nicolaus Listensius nel suoMusica (1537), mentre il primo trattato dedicato alle figure retoriche in musica fu il Musica Poetica di Joachim Burmeister (1599).
In Italia, il passaggio dal Rinascimento al Barocco comportò la progressiva estinzione della numerologia;Vincenzo Galilei, nel suo „Dialogo dell‘antica Musica…“, biasima quei compositori dediti a tecniche troppo speculative, pronunciandosi in favore di un‘espressione più immediata.  In Germania al contrario, l‘evoluzione del gusto determinò  un‘emigrazione della Cabala  verso le sfere più recondite del sapere.
Quale esempio di scritti numerologici risalenti all’epoca di Bach, Friedrich Smend cita le pubblicazioni „Der biblische Mathematicus" del predicatore luterano Johann Jakob Schmidt (1736) ed il 19. Capitolo dei „Paradoxal-Discourse" di Andreas Werckmeister (1707), intitolato: „Von der Zahlen geheimen Deutung" (sul significato segreto dei numeri). Riferendosi alla Gematria, Schmidt scrive:
Il ricorso a tali invenzioni per innocuo lusus ingenii o spirituale intrattenimento, come affermato dal beato Lutero, non va assolutamente condannato. (Der biblische Mathematicus)
Bach potrebbe aver conosciuto, sempre di Werckmeister, il Musicae mathematicae hodegus curiosus oder Richtiger Musicalischer Wegweiser, pubblicato a Lipsia nel 1687. L‘autore, celebre anche per le sue ricerche sul temperamento, scriveva:
Anche il musicista dovrà studiare con zelo gli intervalli musicali (...) Essi sono costituiti secondo numeri e proporzioni, così come Dio tutto ha ordinato secondo numeri, peso e misura... (Cribrum musicum, Lipsia 1700)
Interessante come Werckmeister, nei Paradoxal-Discourse, limiti la pratica cabalistica alle unità numeriche più piccole, quelle fondamentali, quasi in riferimento alle entità realmente presenti nel Creato: effettivamente le cifre cui tradizionalmente si aggiudica una valenza allegorica raramente superano il 13. Il pensiero del teorico tedesco può anche riferirsi alla natura simbolica del numero 1, immagine di Dio; per S.Agostino infatti, più un numero si avvicina all’Uno più esso è prossimo alla perfezione.
L’arte del numero quindi al servizio di una convinzione (o convenzione) religiosa ma anche vista quale nobile, elevante diletto intellettuale. Ciò è confermato da una non cospicua (almeno allo stato attuale delle ricerche) ma significativa letteratura dell’epoca. Nella biblioteca di Bach era presente lo scritto Judaismus (Amburgo 1707) del teologo luterano Johannes Müller. Egli scrive:
Se si ricorre alla Cabala non soltanto per illustrare la Sacra Scrittura, bensì anche per alludere al proprio ingegno („ingeniose zu alludieren"), ciò non sarà contrario al volere di Dio, nè rientrerà tra le pratiche magiche, ma sarà prossimo alla fede cristiana (...). Ciò può accadere senza che la coscienza ne sia ferita.
Non è forse il „canone segreto", sfoggiato da Bach sul suo ritratto, l’esempio più eclatante di tale ingegno? Il sorriso leonardesco del musicista la dice lunga su questo suo intellettuale „duello" con i posteri...

Non vi è dubbio però che agli albori dell’Illuminismo la Cabala fosse ormai una disciplina rivolta a pochi iniziati, tenendo così fede all‘essenza reservata delle sue origini. Johann Mattheson e Johann Adolf Scheibe ad esempio, ormai calati nel pragmatismo di Diderot e Voltaire, si pronunciano in termini scettici se non addirittura ironici sull’antico sapere numerico, confermandone così l’effettiva esistenza nelle epoche precedenti. Che la numerologia fosse caduta in disuso già in nel XVIII secolo è dimostrato anche dal celebre ritratto bachiano, commissionato nel 1746 ad Elias Gottlob Haussmann per l’ammissione alla Società di Mizler. Nell‘originale spiccano sulla casacca del musicista 14 bottoni (BACH), mentre le copie immediatamente approntate dopo la sua morte non tengono conto di questo particolare, evidentemente ignorandone il significato.
In ambito musicale le opere sacre di Heinrich Schütz si rivelano estremamente interessanti anche nella loro simbologia, mentre fu Johann Kuhnau (predecessore di Bach al cantorato lipsiense) ad includere nella prefazione delle sue Biblischen Historien (1700) un quesito numerico rivolto ai colleghi.
L’interesse di Bach per i numeri ed il loro significato simbolico è accertato, come testimoniano le sue annotazioni al Bibelkommentar di Abraham Calov. Esodo 15:20 descrive la danza di Miriam e delle donne ebree in risposta al canto di Mosè e dei suoi uomini; qui Bach annota: “Preludio a due cori, da eseguirsi a gloria di Dio”. Alcuni commentatori suggeriscono che il mottetto Singet dem Herrn, per doppio coro, sia stato ispirato da questo passaggio. Ancora, in Esodo 15:27: “Ed essi giunsero ad Elim, dove vi erano dodici sorgenti d’acqua e settanta alberi di palma”. Il commentatore puntualizza come nel Vecchio Testamento vi fossero 12 tribù d’Israele e 70 anziani, e nel Nuovo Testamento 12 Apostoli e 70 Discepoli. Bach, prontamente, sottolinea il passo, dimostrando così il suo interesse per simili associazioni.
In questo contesto va rilevata la presenza nella biblioteca di Bach del Haupt=Schlüßel über die hohe Offenbarung S.Johannis (Schleusingen 1684) di Caspar Heunisch. Questo libro offre una ‚interpretazione di tutti i numeri dell’Apocalisse‘, applicando però quanto esposto all‘intera Sacra Scrittura.
Riallacciandosi a quanto auspicato da S.Agostino, l‘italiano Pietro Bongo (Numerorum Mysteria, 1599) raccomandava che la simbologia matematica fosse mantenuta „segreta" e non esposta al pubblico dominio. Perfettamente logico quindi che, almeno fino al Novecento, nessun compositore si sia premurato di estendere una chiave di interpretazione delle proprie opere.
L’abitudine di trasmettere messaggi in codice attraverso i numeri è documentata nel corso di tutta la storia della musica tedesca: se ne trovano tracce anche nelle opere di Schumann, Brahms e Bruckner, fino alla seconda scuola viennese. Fu Alban Berg uno dei primi compositori a „rivelare" per iscritto i segreti del suoKammerkonzert, in una copia della partitura ritrovata dopo la sua morte.
Proprio intorno a quegli anni musicologi e specialisti iniziarono ad interessarsi a questo particolare aspetto della musica di Bach. Nel 1937 apparve nel Bach Jahrbuch un pionieristico articolo di M. Jansen, Bachs Zahlensymbolik, an seinen Passionen untersucht („La simbologia numerica in Bach, applicata alle Passioni"). Ma fu l‘anno bachiano 1950 a vedere la pubblicazione del primo importante studio sull’argomento, ispiratore di quelli successivi: J.S.Bach bei seinem Namen gerufen, di Friedrich Smend. Ricorrendo alla Numerologia l‘autore formulò una sua soluzione al mistero del „Canone segreto" presentato nel ritratto di Hausmann.
Da allora sono apparsi innumerevoli contributi (perlopiù in lingua tedesca ed inglese) dedicati a quello che sembra costituire l‘argomento più delicato e discusso nell’ambito della ricerca bachiana. Molteplici infatti i criteri di approccio: da chi con veemenza si oppone (U.Meyer, Zahlenalphabet bei Bach? Zur antikabbalistischen Tradition im Luthertum, [Sulla tradizione anticabalistica nel Luteranesimo] 1981) a chi, forte di calcoli al di là ogni immaginazione, è stato capace di delineare fantasiosi paralleli tra correzioni dei manoscritti e salmi ebraici (Ludwig Prautzsch, Vor deinen Thron...1980). Di carattere prettamente esoterico sono le scoperte di Kees van Houten ed altri olandesi (BACH an het getal, 1985): il nostro sarebbe ricorso nelle sue opere a simbolismi numerici collegati alla setta medievale dei Rosacruciani, anticipando nelle proporzioni delle Variazioni Goldberg l’esatta data della sua dipartita!
A titolo informativo stiliamo qui un elenco dei pricipali numeri con il significato simbolico loro generalmente attribuito. Naturalmente l‘elenco non si riferisce esclusivamente alla musica di Bach, bensì all’intera tradizione cabalistica occidentale.

1: Dio, l’Unità. Per gli ebrei, „Dio è uno". Si pensi all’incipit del Credo dalla Messa in si minore: il soprano declama il Credo in unum Deum iniziando solo e su un’unica nota.
2: L’Uomo, „nato da Dio, il vero Uno" (J.J. Schmidt, Der biblische Mathematicus). La vita terrena si compone di dualismi: Dio e l’Uomo, Cielo e Terra, Bene e Male, giorno e notte, anima e corpo, uomo e donna, destra e sinistra... In musica il tempo binario è detto imperfectum.
3: La Trinità, Dio. Perfezione: il tempo ternario è perfectum. L’unità composta di tre parti: Passato, Presente, Futuro; Inizio, Centro e Fine. Morte e Risurrezione : Cristo giace 3 notti nel sepolcro, per risorgere il Terzo giorno; nella terza ora del giorno (Hora Nona) Cristo è condannato a morte. Secondo la tradizione medievale, alla stessa ora Dio crea Adamo : il sacrificio di Cristo per la Redenzione dell‘Uomo.
4: La Terra, il Mondo (gli elementi, le stagioni, i punti cardinali). Per i cristiani, i quattro evangelisti e le quattro fasi della vita terrena di Cristo : Incarnazione, Passione, Risurrezione, Ascensione. Messa in si minore, Gloria: il “divino” ritmo ternario si trasforma in 4/4 in corrispondenza dell’ Et in terra Pax.
5: Satana, il Male. Secondo Werckmeister, „numero degli spiriti malvagi". Secondo altre tradizioni, l’Uomo: la testa, le due braccia e le due gambe corrispondono ad un pentragramma, così come cinque erano i pianeti conosciuti nel Medioevo: Giove, Mercurio, Saturno, Venere, Marte. Le ferite di Cristo.
6: La Creazione. Per S.Agostino, Dio creò il Mondo in sei giorni (Hexameron), poiché il 6 è un numero perfetto: esso è infatti insieme somma e prodotto delle sue componenti (1+2+3 – 1x2x3). Nel Wir glauben BWV 680 di Bach (Crediamo tutti in un solo Dio, creatore...) l’ostinato del pedale si ripete per sei volte.
7 : Per la cultura cristiana ed ebraica, a causa del continuo apparire di questa cifra nella Bibbia, numero sacro per eccellenza. La fusione di Dio (3) con l’Uomo (4) : nelle 7 invocazioni del Padre Nostro, 3 si riferiscono all’eternità, 4 alla vita terrena. Lo Spirito Santo : i 7 Doni, il Settimo Giorno consacrato a Dio. Forse non è un caso che in lingua tedesca parole come HeilandErlöser, (Salvatore), Messias si compongano di sette lettere.
8 : Perfezione e Vita eterna. L’Ottavo Giorno: per S.Agostino, al Sabbat segue il Giorno del Signore, „senza inizio e senza fine". Graficamente, le due linee simboleggiano intersecandosi il passaggio dalla vita terrena a quella spirituale. In musica, l’ottava (Diapason) comprende non a caso tutti i suoni disponibili nel nostro sistema. Sempre nel Wir glauben (Creatore del cielo e della terra) dalla Klavierübung, l’ostinato al pedale si estende lungo tutta l’ottava (=totalità).
9 : In quanto 3x3, simbolo trinitario.
10 : La Legge, i comandamenti, a loro volta suddivisi in 3 (rivolti a Dio) e 7 (rivolti al Prossimo). Il 7 in questo caso allude all’Uomo, fatto di corpo (4) e anima (3). Il preludio sopra Dies sind die heilgen zehn Gebot BWV 678 è in tempo 6/4 (=10), e Bach raddoppia le cinque frasi del corale presentandole in canone. Nella cantata Du sollst Gott, deinen Herren lieben (Devi amare il Signore Dio tuo) la stessa melodia è introdotta per dieci volte dalla tromba.
11 : Il Peccato, per S.Agostino il „soverchiamento della Legge". Gli Apostoli dopo il tradimento di Giuda: cfr. „Herr, bin ich" (Signore sono io?) esclamato dagli Apostoli per undici volte nella Passione secondo Matteo di Bach (pochi sanno che Heinrich Schütz, nella sua Johannes Passion, fece esattamente lo stesso). 
12 : La Chiesa, gli Apostoli, le tribù d’Israele, le porte della Città Celeste. Per S.Gregorio Magno simbolo della Chiesa in quanto Dio Trinitario che si manifesta al mondo (3x4). Il cosmo, lo Zodiaco.
13 : Hermann Fischer fornisce una visione interessante di quello che per noi oggi è il numero della sfortuna. Potrebbe simboleggiare l’unità della Chiesa con il Maestro: anche l’espressione Jesus Christus si compone di tredici lettere.

Vi sono inoltre numeri che nella Bibbia rivestono un valore particolare:
24 I Saggi che nella Gerusalemme Celeste si raccolgono di fronte al trono, in contemplazione eterna.
33 Gli anni di Cristo
40 Penitenza : quarant’anni trascorse il popolo d‘Israele nel deserto, per 40 giorni Mosè e Cristo digiunano nel deserto. La battuta 40 del Vater Unser BWV 682 è l’unica in tutto il pezzo (91 batt.) dove il pedale tace.
46 Simbolo del Tempio, eretto in 46 anni.
77 l’Incarnazione di Cristo, settantasettesimo discendente di Adamo (Luca, 3, 23)
144 I centoquarantaquattro eletti, destinati alla Città Eterna.

Attraverso la Ghematria, Bach ricorrerebbe con frequenza a determinate cifre cariche di significato. Ludwig Prautzsch così le elenca:

14 BACH
29 J.S.B, anche SDG (Soli Deo Gloria)
41 J.S. BACH
43 CREDO
47 HERR (Signore)
48 INRI
53 SOHN (Figlio, di Dio)
59 GLORIA, GOTT (Dio)

61 ISRAEL

70 JESUS
71 KRIPPE (Presepio)
73 ZEBAOTH
75 BETHLEHEM
83 IMMANUEL
112 CHRISTUS
158 JOHANN SEBASTIAN BACH

È probabile che Bach ricorresse tali numeri utilizzandone anche i diversi fattori. La terza parte dellaKlavierübung cela alcuni esempi affascinanti. Notoriamente composta in omaggio alla Trinità, quest’opera complessa consta non a caso di 27 composizioni, ovvero 3 x 3 x 3, esattamente quante sono le sezioni della Passione secondo Matteo. La celebre fuga “tripla” in mib (tre alterazioni, tre soggetti), è divisa in tre sezioni rispettivamente di 36, 45 e 36 battute (tutte cifre divisibili per tre). La somma dei singoli fattori 3 + 6 + 4 + 5 + 3 + 6 equivale ancora una volta a 27 ; inoltre 2 + 7 = 3 + 3 + 3 !
In particolare Bach citò “numerologicamente” il proprio nome in molte delle sue composizioni. Il celebre coraleVor deinen Thron attesta inoltre come, nella musica sacra, egli ricorresse ai “suoi” numeri forse identificandosi nel messaggio del testo in questione: in questo pezzo la prima frase del corale (al soprano) è composta di 14 note, mentre in tutto il corale la voce superiore consta di 41 note, così come 41 sono le entrate del soggetto in versione originale ed inversa. 
   È qui utile riportare il sistema ghematrico applicato all’alfabeto tedesco: 
A
B

C 
D 
E 
F 
G 
H 
 
J 
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10

 K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26

Ä = AE, Ö = OE, Ü = UE, ß = SS

Attraverso la somma dei fattori, ogni lettera può inoltre corrispondere ad un valore compreso tra 1 e 9 (es. K 11= 2). Questo metodo è tradizionalmente attribuito a Pitagora.
R. Tatlow elenca un paio di dozzine di metodi differenti, tutti documentati nella numerologia europea!  

Mata Amritanandamayi

Mata Amritanandamayi è originaria di Parayakadavu Nata da una famiglia di pescatori nel 1953, terza figlia di Sugunanandan e Damayanti. Ha sei tra sorelle e fratelli. Tutta la sua vita è stata dedicata ad alleviare il dolore dei poveri e coloro che soffrono fisicamente ed emotivamente. Nel corso della sua vita, Mata Amritanandamayi ha abbracciato e confortato più di 34 milioni di persone.  Amma ispira, eleva e trasforma attraverso il suo abbraccio, la sua saggezza spirituale e attraverso le sue opere di beneficenza a livello mondiale, conosciuto come Embracing the World.  Quando è stato chiesto dove si ottiene l'energia per aiutare tante persone, lei risponde: "Dove c'è amore vero, tutto è facile." Mentre Amma è ampiamente considerato come uno dei leader spirituali più importanti dell'India, Amma dice che la sua religione è l'amore. Non ha mai chiesto a nessuno di cambiare la loro religione, ma solo per contemplare i principi essenziali della propria fede e cercare di vivere di conseguenza.Quando Amritanandamayi aveva nove anni sua madre si ammalò. Fu ritirata dalla scuola affinché si occupasse della casa e dei sette fratelli e sorelle. Quando andava nelle case del vicinato per raccogliere gli avanzi per le mucche di casa, si trovava di fronte all'estrema sofferenza e povertà degli altri. Quando Amritanandamayi veniva a sapere che qualche famiglia soffriva la fame, prendeva il denaro direttamente dalla piccola riserva di sua madre per acquistare il necessario. Se ciò non era possibile, insisteva ostinatamente con suo padre finché non otteneva un po' di denaro. Quando questi due espedienti non andavano a buon fine, prendeva alimenti crudi dalla modesta dispensa di famiglia e li donava ai bisognosi. Per questo motivo, la sua famiglia che non era affatto ricca, la rimproverava e la puniva. Amritanandamayi cominciò anche ad abbracciare spontaneamente le persone per confortarle dal loro dolore. Nonostante la reazione avverse dei genitori, Amritanandamayi continuò. Per quanto riguarda gli abbracci Amritanandamayi commenta: “Non li vedo come uomini o donne. Non vedo nessuno diverso da me stessa. Un continuo flusso di amore scorre da me verso tutta la creazione. Questa è la mia innata natura. Il dovere di un medico è di curare i pazienti. Allo stesso modo il mio dovere è consolare chi soffre”. Malgrado i numerosi tentativi da parte dei genitori di organizzare il suo matrimonio, Amritanandamayi respinse sempre le loro proposte. .Darshan in sanscrito significa “vedere”, nella tradizione indù significa "vedere il sacro". Ciò corrisponde in generale alla contemplazione della sacra immagine di una divinità all'interno di un tempio. Si crede che, contemplando l'immagine di una divinità, si assorbano le qualità di tale divinità, quindi si attribuisce ai darshan la capacità di portare buona fortuna, benessere e grazia a coloro che vi ne hanno esperienza. Coloro che seguono Amritanandamayi usano questo termine ("darshan") per descrivere l'abbraccio di Amritanandamayi. Amritanandamayi ha dato i suoi darshan, cioè gli abbracci, sin dalla sua tarda adolescenza. Descrivendo come ciò sia iniziato, Amritanandamayi dice: “Le persone erano solite venire da me per raccontarmi i loro problemi. Loro piangevano e io asciugavo le loro lacrime. Quando piangendo cadevano sul mio grembo io li abbracciavo. Così anche la persona dopo voleva lo stesso trattamento … E così è diventato una consuetudine.”L'organizzazione di Amritanandamayi, il Mata Amritanandamayi Math, sostiene che Amritanandamayi ha abbracciato più di 33 milioni di persone in tutto il mondo in oltre 30 anni. Quando le è stato chiesto, nel 2002, fino a che punto pensa che i suoi abbracci abbiano aiutato a risolvere i mali del mondo, Amritanandamayi ha risposto: “Non posso dire di poterlo fare al cento percento. Cercare di cambiare il mondo [completamente] è come cercare di raddrizzare la coda arricciata di un cane. Però la società nasce dalle persone. Così toccando gli individui, è possibile fare dei cambiamenti nella società e, tramite ciò, nel mondo. Non è possibile cambiarlo, ma è possibile fare dei cambiamenti. La lotta nella mente degli individui è responsabie delle guerre. Così se puoi toccare le persone, puoi toccare il mondo. Il darshan di Amritanandamayi è il fulcro della sua vita, infatti ha ricevuto persone quasi ogni giorno dalla fine degli anni '70. Con l'aumento delle folle che vengono a cercare la benedizione di Amritanandamayi, ci sono volte in cui Amritanandamayi dona i suoi darshan in modo continuo per più di 20 ore. Il darshan di Amritanandamayi è anche il simbolo delle sue opere caritatevoli. Il suo abbraccio ha ispirato migliaia di volontari ad unirsi alla rete di progetti umanitari Embracing the World (che significa "Abbracciando il Mondo"). Amritanandamayi afferma che abbracciare qualcuno significa donare e che il suo abbraccio ha lo scopo di risvegliare lo spirito di altruismo delle persone. Amritanandamayi dice che la sua religione è l'amore. Non promuove nessuna fede in particolare, lei è "per tutte le religioni e per nessuna". Chiunque, sia egli indù, musulmano, cristiano o non credente, può avvicinarsi e ricevere il suo darshan. Amritanandamayi, a differenza di altri guru, non chiede di seguire pratiche e rituali specifici, ella accetta le pratiche spirituali e le preghiere di tutte le religioni come metodi per purificare la mente. Il suo ashram (centro dedicato alle pratiche spirituali) ha radici nella tradizione indù, ma non è strettamente legato ad essa. Infatti nella zona residenziale di Amma è appesa una foto di Gesù Cristo e nel suo ashram sono benvenuti i visitatori di tutte le confessioni religiose. Nel libro The Timeless Path, di Swami Ramakrishnananda Puri, uno dei discepoli più anziani di Amritanandamayi, scrive: "Il sentiero [spirituale] insegnato da Amma è lo stesso che è presentato nei Vedas e ricapitolato nelle successive scritture tradizionali come la Bhagavad Gita.” Amritanandamayi afferma: “Karma [azione], jñana [conoscenza] e bhakti [devozione] sono essenziali. Se le due ali di un uccello sono devozione e azione, allora la conoscenza è la sua coda. Solo con l'aiuto di tutti e tre un uccello può raggiungere quote elevate”. Con queste parole, si sottolinea l'importanza della meditazione, del servizio disinteressato [karma yoga] e del coltivare qualità divine come la compassione, pazienza, perdono, autocontrollo, ecc... Amritanandamayi promuove le pratiche spirituali come metodo per migliorare la società, cambiando prima di tutti sé stessi, dicendo: "Figli miei, non provate a cambiare il mondo o le altre persone prima di essere in grado di cambiare voi stessi. Se cercate di cambiare gli altri senza cambiare le vostre attitudini, ciò non avrà alcun effetto. Cambiate voi stessi e il mondo intorno a voi cambierà. 
 

domenica 17 luglio 2016

amore platonico

Nel Fedro, uno dei dialoghi platonici più famosi e più amati, composto tra il 368 e il 363 a.C., si trattano due temi principali: l’amore, in greco eros, e l’immortalità dell’anima.
Prendiamo in esame il tema dell’eros.
In contrapposizione con altri filosofi, che vedevano in eros un male per l’uomo, Platone, in questo dialogo, tesse un grande elogio di eros, con elevato afflato poetico. Mentre da molti eros è visto come “dissennatezza” derivante da “umana malattia”, da Platone esso è visto come dono degli dei, dispensato agli uomini come aiuto per vivere. Eros, infatti, agisce nell’uomo tramite un particolare veicolo, ossia l’anima, che per Platone è l’essenza, la natura più profonda dell’essere umano. Eros è appunto quella forza magnetica che dà all’anima la capacità di librarsi sempre più in alto. L’amore, secondo Platone, è figlio di Afrodite, ed è un Dio: dunque, esso non può essere un male per l’uomo. Infatti, per Platone il vero amore si realizza quando l’anima è dominata dalla follia divina, in greco antico manikè. Chi ama è affetto da un tipo particolare di follia, in virtù della quale, contemplando la bellezza terrena, ritorna con la memoria a quella vera, cioè ultraterrena, ovvero, per usare un termine platonico, a quella del mondo delle idee o iperuranio, in cui dimorano le anime prima dell’incarnazione. Così si è presi dal desiderio di librarsi in volo, si indirizza lo sguardo verso l’alto, e inevitabilmente si trascurano le faccende terrene. Questa, afferma Platone, è la più nobile tra le forme possibili di possessione divina. Infatti, ogni anima umana, contempla per sua natura l’essenza delle cose, cioè le idee iperuranie, tramite un processo di reminiscenza (ricordo), che parte da quelle terrene. La visione della bellezza terrena, come già detto, rimanda all’idea del bello, cioè alla bellezza ultraterrena, e così rende l’innamorato attonito e non più padrone di se stesso. Egli, mentre guarda un volto dalle sembianze divine o qualche forma corporea che imiti bene la bellezza, è scosso da brividi e sgomento. Lo prende un insolito accaloramento: questa la sintomatologia fisica della passione amorosa secondo Platone. Veniamo ora a quella psicologica: chi ama, non reputa nessuno superiore all’amato, dimentica la famiglia, trascura il patrimonio, trasgredisce ogni regola, e ogni decoro. Non sa, né è in grado di dire cosa le stia accadendo, e solo quando l’ oggetto del suo amore è vicino smette di soffrire. L’amato infatti, è l’unico medico per le sue terribili pene, e la venerazione per lui giunge al punto che… l’innamorato se ne costruisce un immagine votiva, per adorarlo e celebrarne i misteri, proprio come se fosse un Dio. Questi i sintomi dell’innamoramento secondo Platone. Ma ad essi segue una fase di assestamento, che pone gli innamorati davanti ad una scelta tra due tipi di condotta antitetici: se in essi prevale uno stile di vita ordinato e improntato all’amore per la sapienza, essi trascorrono la propria esistenza terrena in beatitudine e concordia, padroni di sé. In tal caso, avendo aggiogato ciò che genera il male nell’anima e avendo coltivato la virtù, al termine della loro vita, diverranno alati e leggeri. Se invece gli innamorati conducono una vita volgare, lontana dalla filosofia e in preda a varie forme di lassismo, come l’ubriachezza, al termine della vita abbandoneranno il loro corpo privi di ali. I primi dunque, aggiunge Platone, non vanno verso le tenebre, anzi vivono una vita luminosa, l’uno accanto all’altro, e divengono alati grazie all’amore, mentre i secondi saranno trascinati intorno e sotto la terra, privi di intelletto. Dunque, secondo il filosofo, eros eleva, purifica, ma anche sconvolge l’animo umano, e sta nel libero arbitrio di ciascuno incanalare questa forza possente in modo costruttivo o, al contrario, distruttivo. La lezione del Fedro è senz’altro ancora attuale, e molto avrebbe da insegnare all’odierna umanità, che troppo spesso vive la relazione amorosa in maniera distorta ed egoistica, dimenticando la sacralità di eros, e sottovalutando la sua potenza creatrice.

sabato 9 luglio 2016

Mahatma Gandhi

Gandhi detto il Mahatma (soprannome, datogli dal poeta indiano R.Tagore, che in sanscrito significa “Grande Anima”), il fondatore della nonviolenza e il padre dell’indipendenza indiana, nacque a Porbandar in India il 2 ottobre 1869.
Il nome GANDHI significa "droghiere" perché la sua famiglia dovette esercitare per un breve periodo del piccolo commercio di spezie. Nelle ultime generazioni tale famiglia ricoprì alcune cariche importanti nelle corti del Kathiawar. Il padre Mohandas Kaba Gandhi era stato il primo ministro del principe Rajkot. I Gandhi appartenevano ad una setta hindù con particolare devozione per vishnù.  Mohandas Karamchad Gandhi tra i dieci e i diciassette anni frequentò la "High school" del kathiawar. Compiuti tredici anni, dopo due precedenti fidanzamenti sfumati per la morte precoce delle fanciulle prescelte dai suoi genitori, e da lui neppure conosciute, venne sposato ad una sua coetanea (All’età di trentasette anni, d'accordo con la moglie, deciderà di prendere il voto di castità, andando contro ai principi della sua religione. Avrà un periodo di crisi , in cui egli Crederà di esser ateo, che si risolse con una confessione scritta al padre) Terminata la "High school" andò al college, dove seguì alcuni corsi. Così il 4 Settembre 1888 Gandhi si imbarcò a Bombay per raggiungere Londra, dove cercherà di inserirsi nella società, diventando un gentleman, purtroppo senza i risultati che si era preposto. Perso l’interesse per la società londinese, egli si dedicò alla lettura di vari testi, anche di altre religioni, dai quali capì che la rinuncia è la forma più alta di religiosità che un uomo possa esprimere. I tre anni trascorsi a Londra da Gandhi furono per lui di lenta ed inconscia maturazione. Ottenuta l’abilitazione alla professione legale, scopo della sua vita a Londra, nel 1891 ritornò in India. A Bombay lo attendevano cattive nuove, la madre era morta da qualche mese, e la professione che lui esercitava non rendeva abbastanza per sdebitarsi con i fratelli che avevano sostenuto le spese per i suoi studi. Spinto dalle suddette ragioni, decise di partire per il Sud Africa per sbrigare un complicato affare legale per conto di una casa di commercio indiana, in modo da estinguere una buona parte del debito contratto con i fratelli.  Arrivato in Sud Africa ebbe subito le prime esperienze personali, sul treno che doveva portarlo a destinazione, benché munito di biglietto, venne allontanato dallo compartimento di prima classe perché riservato ai bianchi. A Johannesburg per motivi razziali non trovò albergo. Queste umiliazioni da lui subite non sono dirette soltanto a lui ma a tutta la sua razza. Spinto da un forte orgoglio convocò una riunione con la colonia indiana d’Africa, dove per far sì che tale gente venisse accettata dalla collettività, esortò i commercianti ad essere il più onesti possibile, ad avere più cura della pulizia personale e a dimenticare le differenze di casta. Si offrì per impartire lezioni di inglese gratuitamente, in modo da istruire la gente che non lo sapeva, fonte di imbrogli e vari raggiri. Successivamente prese contatto con le autorità ferroviarie con le quali raggiunge un patto per cui gli indiani, ben vestiti ed ordinati, potevano usufruire del servizio ferroviario di prima o seconda classe. Dopo un anno di permanenza in Sud Africa, ed ormai risolta la questione legale per cui vi si era recato egli decise di reimbarcarsi per tornare in India, ma la gente che aveva conosciuto lo esortò a restare ancora per almeno un mese in modo da far da guida per gli analfabeti di colore; egli accettò pur non sapendo che quel mese diventeranno poi vent’anni.  Nel maggio 1894 fondò il "Natal indian congress" un' associazione per la difesa degli interessi indiani nell’unione sudafricana. Nel 1896 tornò in India per cercare appoggi alle sue teorie.
Al suo ritorno in Sudafrica venne aggredito e malmenato e sfuggì a stento al linciaggio. Durante la guerra boera organizzò un corpo volontario per assistere i feriti; finita la guerra scoppiò a Johannesburg una epidemia di peste ed egli si prodigò per assistere i colpiti, esponendo con gioia la vita per i suoi persecutori. Nel 1904 sull’esempio di Tolstoi fondò a Phoenix, nei pressi di Durban, una colonia agricola, dove trasferì la tipografia del giornale "Indian Opinion" fondato sempre nello stesso anno, in essa Gandhi riservò per sé i lavori più umili e faticosi. In questa colonia egli divise il terreno in appezzamenti di poco più di un ettaro, e vi insediò i suoi compagni di lotta; la regola della comunità fu che ognuno doveva guadagnarsi la vita con il lavoro dei campi. Durante la guerra degli zulù, scoppiata in quel periodo, Gandhi si presentò con un corpo di ambulanza volontario che curava, e soccorre sia bianchi sia neri, compì su di sé esperimenti di una pratica che gli diverrà poi familiare e cara: il digiuno, come mezzo di purificazione e di autodominio. Cominciò da qui la "Satyagraha", ovvero la "forza della verità", che diverrà l’arma dei deboli; basata su idee che Gandhi enunciò in un solenne comizio tenuto il1° Settembre 1906.  Nell’agosto dello stesso anno il governo obbligò tutti gli asiatici a munirsi di scheda di identità, a fornire le impronte digitali e a sottostare ad altre umilianti misure di polizia che li ponevano a livello di comuni criminali. Gandhi consigliò ai Satyagrahi di rifiutare di farsi schedare e ,se multati, di non pagare l’ammenda, se processati, di dichiarare di aver violato le leggi ed andare in carcere senza opporre resistenza.
Facendo così in breve le prigioni del Transvaal furono piene. Nel 1907 fu arrestato anche Gandhi, che ricevette l’intimazione di lasciare il paese entro 48 ore. Avendo disobbedito fu processato e chiese al giudice di accusarlo in modo tale da avere una pena superiore ai suoi compagni. Nel 1914 finalmente il Satyagraha prevalse sulla forza delle armi e delle leggi. Gandhi poté ritornare nella sua patria che ormai gli era divenuta straniera; ma prima volle trascorrere qualche settimana in Inghilterra che  aveva appena dichiarato guerra alla Germania. Anche qui Gandhi non perse l’occasione per mettere in pratica le sue teorie, ed organizzò subito un corpo di volontari indiani residenti in Inghilterra per curare gli inglesi feriti. La fatica ed il freddo lo fecero ammalare di pleurite così, avendo bisogno di un clima caldo come quello dell’India per curarsi, il 9 gennaio 1915 Gandhi sbarcò a Bombay. Anche qui le occasioni per manifestare le idee della non violenza e della disobbedienza civile non mancarono affatto, infatti il 30 marzo 1919 iniziò, a Delhi, la prima grande campagna di Satyaghara su scala nazionale per protestare contro le misure restrittive che gli inglesi imponevano sulla libertà personale degli indiani, e che intendevano mantenere anche dopo la guerra. Gli aderenti furono invitati a firmare una formale dichiarazione redatta dallo stesso Gandhi, in cui si impegnavano a "disobbedire" nel caso in cui queste leggi venissero applicate. Poiché Gandhi proclamò il Satyagraha un processo di auto purificazione sacra si decise di sospendere il lavoro in tutta l‘India per un giorno dedicando tale giornata al digiuno e alla preghiera. Tale processo non ottenne i risultati che ci si aspettava, anzi ebbero l’effetto contrario, così con un atto di grande coraggio il 18 aprile, Gandhi, non curante delle proteste degli estremisti, ordinò la sospensione del movimento. Successivamente Gandhi assunse la direzione di un settimanale in lingua inglese"YOUNG INDIA" e di un mensile, "NAVAJIVAN", per diffondere le sue idee. Nel novembre 1921 Gandhi fu condannato a trascorrere 2 anni di carcere per avere ripreso i moti della non violenza contro il governo inglese.Quando venne rilasciato la situazione politica era profondamente mutata, e il movimento di non collaborazione aveva perduto ogni vigore. Gandhi propose una nuova campagna di disobbedienza civile basata sulla legge del monopolio del sale che incideva negativamente sopratutto sui poveri. La mattina del 12 marzo 1930, seguito da degli studenti, si diresse, a piedi, verso la costa per prendere qualche grammo di sale in spregio al monopolio.
Per ogni villaggio in cui egli passava, si aggiungeva sempre più gente, per lo più contadini.  Il 5 aprile Gandhi raggiunse il mare a Danni dove in mezzo ad una folla che lo acclamava raccolse qualche grammo di sale; da qui iniziarono i moti del sale: i contadini non pagarono più l'imposta terriera; il boicottaggio dei tessuti stranieri divenne generale, i funzionari legislativi furono colpiti da ostracismo. Gli inglesi cercarono dapprima di reagire facendo caricare i dimostranti dalla polizia e arrestare i violanti della legge. Gandhi fu arrestato e la direzione della campagna fù assunta dalla moglie, ma venne arrestata anch'essa; succedettero a quest'ultima molti altri capi, tutti arrestati ed in poco tempo le prigioni furono piene.  Il 25 gennaio 1931 Gandhi ed altri membri dell'esecutivo del congresso vennero liberati senza condizioni; e al termine di una serie di colloqui tra il Viceré e Gandhi, nel febbraio-marzo 1931 fu raggiunto un accordo definito "patto Irwin-Gandhi" per cui il Governo britannico modificava le leggi sul monopolio del sale, liberava i detenuti politici e revocava le ordinanze speciali ed i procedimenti pendenti e fu raggiunto un vago accordo sulle linee generali della nuova costituzione. Con l'approssimarsi del secondo conflitto mondiale Gandhi riprese i contatti con il movimento indipendentista, per dichiarare così allo scoppio della guerra l'India come paese che condannava il nazismo e il fascismo e come paese che non si sarebbe mai alleato ed avrebbe collaborato alla difesa della democrazia se questa sarebbe stata applicata anche all'India.  Nell'agosto 1940 il governo Churchill, dopo il crollo della Francia negò la richiesta di un trasferimento immediato dei poteri ad un governo provvisorio indiano. Dopo ciò non avendo ottenuto ciò che voleva, Gandhi riprese la disobbedienza civile. Questa situazione era molto delicata per il governo britannico che non poteva affrontare anche il problema dell'India visto che la maggior parte delle forze erano impegnate nel conflitto mondiale. Nessun tentativo di riprendere colloquio fu tentato fino alla fine della guerra, intanto la moglie di Gandhi morì in carcere dopo un digiuno di protesta. La svolta decisiva si ebbe nel 1945 quando i mussulmani esposero le loro tesi nelle quali essi auspicavano la creazione di uno stato mussulmano separato, 
formato con le province in maggioranza mussulmane. Queste tesi prevalsero e il 15 agosto 1947 l'India si spaccò in due Stati distinti: il Pakistan e L'Unione Indiana. Per definire i confini vennero istituite due commissioni miste che stentarono a raggiungere un accordo. Questa situazione tesa e complicata scatenò un guerra tra mussulmani ed hindù che alla fine di quel fatale 1947 provocò circa un milione di morti e circa 5 milioni di profughi. In questa situazione, Gandhi, ormai vecchio e solo, lottò con tutte le sue forze, pure quando l'India divenne indipendente, rischiando anche di morire di fame, ma riuscendo a portare la calma almeno a Calcutta.
Si recò poi a Delhi, dove le violenze degli estremisti hindù erano molto più accese; qui egli  ogni sera pregava all'aperto, in quiete. La sera del 30 Gennaio 1948 un giovane fanatico militante lo seguì e lo uccise con colpi di pistola a ripetizione. Così si chiudeva la vita di Gandhi all'età di 78 anni dopo aver lottato per tutta la vita per affermare un ideale di non violenza e di amore, vittima di quelle stesse passioni che aveva sempre cercato di esorcizzare.

giovedì 7 luglio 2016

la cultura del XV secolo.

La difficoltà di concepire un mondo diverso da quello cristiano, puro, saggio, bello e umanistico, si rileva fortemente dalla concezione della divisione delle genti come discendenti dai figli di Noé: Cam (camiti), Sem (semiti), Jafet (gli europei cristiani).
È interessante ricordare che sino a ben dentro il XVI secolo non veniva ricordata la presenza dell’America che, per altro, era a volte rappresentata come “donna ignuda” con una testa in grembo, facendo un palese riferimento alla bestialità del cannibalismo (antropofagia).
Il riferimento ad un popolo eletto, unito dalla verità della fede, ha subito colpi micidiali con la separazione della Chiesa Anglicana e, soprattutto, dal serpeggiare delle idee che portarono alla Riforma di Calvino, ma anche una concezione pre-cristiana di una Europa unita sotto il triplice profilo (storico, topografico e antropologico) veniva esumata per ribadire il fondamento della supremazia.
Anche il mito veniva scomodato per sottolineare l’origine divina (ratto di Europa) della discendenza prediletta e “… la più bella”.
L’Europa bianca, riccamente paludata e con un’impenetrabile aria di comando si diffondeva cercando di annichilire rappresentazioni allegoriche del nudo calore dei sensi o dell’atletica immagine dell’uomo riferita all’America.
Esplose la ipervalorizzazione delle carte geografiche per sottolineare l’importanza di un determinato possedimento o di uno stato. Anche Leonardo fu chiamato a rappresentare in una visione dall’alto, a volo d’uccello, l’area dell’Arno che si voleva deviare per allontanare dal porto la nemica Pisa.
Ancora nella metà del XVI secolo l’Europa veniva rappresentata nelle mappe tanto ricca in città e immersa in una natura prodiga e attraente per indicare le risorse naturali e l’operosità intelligente dell’uomo come base per una supremazia nei confronti degli altri continenti.
L’importanza dell’Europa cominciava anche a svilupparsi per la funzione egemonica del denaro controllato dalle strutture bancarie che, dopo l’esperienza di potere esercitato dalla Congregazione dei Templari, presero sede principalmente a Firenze che fondò succursali in tutti i principali centri commerciali europei.
Questo cambiamento nella realtà economico-finanziaria e politica non si accompagna, per il momento, ad una valorizzazione umanistico-religiosa dell’uomo. Al contrario la cultura cerca ancora una visione trascendente che si fondamenta nei principi neoplatonici della superiorità della Natura come emanazione e continuatrice dell’opera di Dio.
Pietro della Francesca rappresenta queste idee nella valorizzazione dell’architettura, nel simbolismo dei riflessi che rappresentano quell’universo (l’uovo cosmico) che si riflette sulla terra.
C’è uno spostamento dei valori della fede verso una supremazia di concettualizzazione della universalità, ma ci vorranno ancora molti decenni per fare il gran salto che viene espresso nella rappresentazione di Poussin “Et in arcadia Ego” che vuole significare quella supremazia che l’Europa (la donna-guida che accompagna i pastori)  trova nel conoscere e nella memoria (il sepolcro) delle conquiste del sapere (Arcadia). Anch’io faccio parte dell’Arcadia è il motto dell’uomo di cultura, del dotto che però si è trincerato in una cultura di élite (già nel 400 era cominciata questa frattura con la cultura popolare), in un sapere esoterico che doveva difendersi dalla violenza della repressione della controriforma e dell’Inquisizione.
L’uomo di cultura non riesce ancora a liberarsi dalla concezione universalista della supremazia del cristianesimo, anche come erede del sapere e delle concezioni estetiche della tradizione classica. Neppure le conquiste della tecnica (vedi Leonardo) erano in grado di rompere l’assedio etico-religioso e possiamo arrivare sino a Sǿren Kierkegaard per scoprire questa asfissiante limitazione.
Il filosofo tedesco nel suo “Timore e tremore” spiega come Abramo debba inesorabilmente uccidere Isacco par far nascere un nuovo uomo (sia da Abramo che da Isacco), liberato dalla prevaricazione della legge divina e dal predominio del suo rappresentante in terra (detentore della verità).
L’idea che è Dio a fermare la mano di Abramo (che avrebbe seguito i dettami divini) impone l’idea di un’etica ideologizzata e, comunque, la supremazia di questa nei confronti di un’etica creata sulla base della libertà dell’uomo che trova (anche con l’aiuto di Dio) una propria etica dei vissuti, delle esperienze, della priorità umana di poter dirigere i propri destini (economici, finanziari, politici e culturali).
Il 400 si trova in un quadrivio che folgora le concezioni teologico-culturali del passato, ma non è in grado di risolvere i quesiti posti dalle nuove conoscenze su:
-     l’uguaglianza dell’uomo ed il rispetto di tutte le razze (l’uomo americano era stato considerato animalescamente cannibale e senza anima);
-     il rispetto dei valori del sapere e della cultura, sottomessi ancora alla dittatura della teologia e dell’ideologia;
-     il valore della natura e dell’uomo che dovrebbero raggiungere la liberazione da quell’immanenza di Dio che rende inutile il libero arbitrio, ridotto ad una semplice supposizione di colpa;
-     la preminenza del valore del conoscere, dell’esperienza pragmatica e della concezione di un uomo fatto centro del proprio conoscere e, quindi, del proprio futuro.

Il tema della Natura è stato sicuramente ritenuto centrale nel XV secolo, riportato in auge dalle idee neoplatoniche.
Già Alano di Lilla nel “De planctu naturae” aveva celebrato il “Mito della Natura”, continuatrice della creazione divina, sviluppando un universo mutevole e molteplice, ma sempre mantenuto nei limiti di un giusto ordine.
La natura deve anche difendersi dalle perversioni umane che tendono a sopraffare la volontà divina, sostituendo la vera legge con la propria (il vitello d’oro permesso da Aronne) e con i suoi istinti libidici e libertari.
Se nel 200-300 predomina questo senso di sottomissione al Volere di Dio e, quindi, di colpevolizzazione della creatura, nel 400 l’uomo diventa parte della natura attraverso le scoperte tecnologiche, scientifiche e geografiche.
Il rapporto con Dio viene complicato dalla scoperta dell’America (1492) che, per altro, era già stata preconnizzata da anteriori visite.
Non è tanto la scoperta di un altro Mondo a portare scompiglio nell’universo culturale, ma l’aver incontrato altri esseri umani (o simili agli umani). Il rapporto con questi fu decisamente conflittivo e, sulla base della divisione manichee tra bene e male, i “Nuovi” vennero giudicati come gli Altri, cioè i diavoli, l’emanazione di Satana.
I “Nuovi” divennero l’altro aspetto dell’uomo, la parte malefica per cui addirittura ci si chiedeva se gli indios avessero o no un’anima.
Avendo poi ipervalorizzato per tanti decenni la filosofia, la cultura e le conoscenze del passato, il nuovo venne interpretato inferiore, esteticamente non umano.
Se questo era il modo di pensare delle gerarchie del 400, ben diverso divenne l’approccio conoscitivo-culturale dei dotti, degli scienziati-umanisti come Leonardo, Botticelli, Piero della Francesca, ecc.
Sicuramente questi erano a conoscenza delle conquiste culturali portate dal templari e dai navigatori, anche se le loro idee erano combattute dall’Inquisizione.
L’aver già scoperto e sperimentato l’importanza di un mondo diverso come quello ebraico e quello dell’Islam, aveva portato a condividere l’esperienza di generazioni di altri uomini simili, ma diversi e, quindi, d’aver abiurato all’idea del “popolo eletto” e dell’infallibilità dottrinale che faceva di quella cattolica il summum del sapere.