MORTE: LA GRANDE AVVENTURA

MORTE: LA GRANDE AVVENTURA


Citazioni dai volumi di Alice A. Bailey. Compilato da due studenti


“Ricorda, o discepolo, che entro le sfere conosciute null’altro esiste che la luce, reattiva alla PAROLA. Sappi che la luce scende e si concentra; che dal punto focale prescelto illumina la sua sfera; sappi che la luce sale e abbandona alle tenebre ciò che - nel tempo e nello spazio - ha rischiarato. Questo scendere e salire è chiamato vita, esistenza, morte dagli uomini; ma Noi, che camminiamo sulla Via illuminata, lo chiamiamo morte, esperienza, vita”. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° Guarigione Esoterica, 468)


PARTE I

Questo nostro ciclo attuale è appunto la fine di un’era, e nei prossimi duecento anni la morte, la grande transizione, come è compresa ora, sarà abolita, e verrà stabilito il fatto dell’esistenza dell’anima. (Trattato dei Sette Raggi Vol. I° Psicologia Esoterica, 96)

L’anima sarà conosciuta come un’entità, come l’impulso motivante ed il centro spirituale sottostante ad ogni forma manifesta. Nei prossimi decenni alcune grandi credenze verranno convalidate. Opera del Cristo e Sua missione principale di duemila anni or sono, fu di dimostrare le possibilità ed i poteri divini latenti in ogni uomo. La sua proclamazione che siamo tutti figli di Dio ed abbiamo un solo Padre universale, in futuro non sarà più considerata come una bella affermazione mistica e simbolica, ma come una dichiarazione scientifica. La fratellanza universale e l’immortalità essenziale saranno comprovate come fatti di natura. (Trattato dei Sette Raggi Vol. I° - Psicologia Esoterica,  96)
 Ci vuole coraggio per affrontare l’evento della morte e per formulare con precisione le proprie credenze su tale soggetto. La morte è il solo avvenimento che possiamo predire con certezza assoluta, eppure è l’avvenimento a cui la maggior parte degli esseri umani si rifiuta categoricamente di pensare, fino a quando non debba affrontarlo personalmente. La gente affronta la morte in molti modi; alcuni vi associano un sentimento di autocommiserazione, e sono talmente preoccupati da ciò che debbono lasciare, da ciò che ha fine con loro e dall’abbandono di tutto ciò che hanno ammassato nel corso della loro esistenza, che il vero significato dell’inevitabile futuro che li attende sfugge totalmente alla loro attenzione. Altri l’affrontano con coraggio, comportandosi nel migliore dei modi visto che non vi è mezzo per sfuggirvi e la guardano in faccia con atteggiamento nobile, perché altro non possono fare. Il loro orgoglio li aiuta ad affrontare la circostanza. Altri ancora rifiutano categoricamente di considerarne la possibilità; essi ipnotizzano se stessi ponendo la loro coscienza in uno stato di assoluto rifiuto del pensiero della morte, così che quando essa sopraggiunge, li sorprende all’improvviso; essi sono senza aiuto e non possono fare altro se non morire. L’atteggiamento cristiano, di regola, si traduce più precisamente in un’accettazione della volontà di Dio, con la risoluzione di considerarla come il migliore degli avvenimenti, anche se tale non appaia dal punto di
vista dell’ambiente e delle circostanze. Una fede solidamente ancorata in Dio e nei Suoi disegni relativi all’individuo porta i credenti a varcare trionfalmente le soglie della morte, ma se qualcuno dicesse che questa non è altro che una forma diversa del fatalismo orientale ed un fermo credo in un destino inalterabile, essi lo negherebbero decisamente. Costoro si nascondono dietro il nome di Dio. La morte può, tuttavia, essere assai di più di tutto questo e può essere accolta in modo differente. Le si può assegnare un posto preciso nel nostro pensiero e nella nostra vita, e possiamo prepararci ad essa come ad una cosa inevitabile, ma semplicemente Portatrice di Trasformazione. In tal modo facciamo del processo della morte parte integrante del piano della nostra vita. Noi possiamo vivere con la coscienza dell’immortalità e ciò aggiungerà colore e bellezza alla nostra vita; possiamo alimentare la coscienza del nostro futuro trapasso e vivere nell’attesa del suo prodigio. La morte così prospettata e considerata come il preludio di una nuova esperienza vivente assume un significato diverso. Essa diventa un’esperienza mistica, una forma d’iniziazione, che troverà il suo punto culminante nella crocifissione. Tutte le precedenti rinunce minori, tutte le morti anteriori non sono che il preludio di questo stupendo episodio del morire. La morte ci porta la liberazione - forse temporanea sebbene alla fine permanente - dalla natura del corpo, dall’esistenza sul piano fisico e dalla sua esperienza visibile. Essa ci libera dalla limitazione; e sia che si creda (come milioni di persone) che la morte non è che un interludio in una vita di esperienza costantemente acquisita, oppure il termine di ogni esperienza di tal genere (come credono altrettanti milioni di persone) non si può negare che essa segni una precisa transizione da uno stato di coscienza ad un altro. (Da Betlemme al Calvario, 240/2)

Gli studiosi di religione studieranno il lato della manifestazione che chiamiamo “il lato vita”, così come gli scienziati studiano quello chiamato “materia”; entrambi giungeranno a capire lo stretto rapporto esistente fra i due, e così la vecchia scissione e l’antica guerra fra scienza e religione saranno temporaneamente sospese. Si useranno dei metodi precisi per dimostrare il fatto che la vita persiste dopo la morte del corpo fisico, e al tessuto eterico sarà riconosciuta la sua effettiva importanza. (Il Trattato sul Fuoco Cosmico - 429)

Primo passo per convalidare il fatto dell’anima è di stabilire la sopravvivenza, sebbene ciò non comprovi necessariamente l’immortalità. Può tuttavia essere considerato un passo nella giusta direzione. Che qualcosa sopravviva alla morte e persista dopo la disintegrazione del corpo fisico, è dimostrato di continuo. Se così non fosse, saremmo allora vittime di un’allucinazione collettiva, e le menti e i cervelli di migliaia di persone sarebbero falsi ed illusi, malati e deformi. È più difficile prestar fede alla possibilità di una tale gigantesca pazzia collettiva che non all’alternativa di una coscienza in fase di espansione. Comunque, questo sviluppo fisico non dimostra l’esistenza dell’anima, serve unicamente ad abbattere la posizione materialistica. (Trattato dei Sette Raggi Vol. I° - Psicologia Esoterica, 98/9)
 Il problema della morte, inutile dirlo, si annida nell’amore per la vita, che è l’istinto più radicato della natura umana. La scienza riconosce che “nulla si perde, nulla si distrugge”, per legge divina; e generalmente si tiene per vera la persistenza eterna. Fra le molte teorie, tre sono le principali, ben note a chiunque pensa: 1. Il materialismo rigido, che postula l’espressione e l’esperienza di una vita cosciente fintanto che esiste e dura la forma tangibile, ma insegna che dopo la morte e la disintegrazione del corpo non resta un ente consapevole, vivente, identificato. Il senso dell’“io”, di una personalità distinta dalle altre, scompare con la forma; non è che la coscienza totale delle cellule corporee. È una teoria che pone l’uomo allo stesso livello degli altri regni naturali; basa sull’insensibilità dell’uomo comune alla vita, quando priva di veicolo tangibile; ignora qualsiasi evidenza contraria e afferma che l’“io”, cioè l’entità immortale, non esiste perché non lo si può né vedere né toccare. Ma oggi quelli che sostengono questa teoria non sono più così numerosi come in passato, specie nell’epoca vittoriana e materialistica. 2. L’immortalità condizionata, proposta da alcune scuole teologiche alquanto ristrette e da pochi intellettuali, caratterizzati da un certo egoismo. Essa sostiene che il dono dell’immortalità personale è concesso solo a chi è pervenuto a un certo livello di coscienza spirituale, od osserva una serie di precetti teologici. Alcuni, di notevoli doti intellettuali, dicono talora che il supremo bene dell’uomo è una mente colta e preparata, e chi la possiede vive in eterno. Una scuola condanna tutti quelli che giudica recalcitranti o spiritualmente negati alle sue particolari certezze teologiche ad una pena eterna o all’annientamento, proprio come il materialismo, e nello stesso tempo postula una forma d’immortalità. Ma il cuore umano ha una sua bontà innata, e pertanto sono ben pochi coloro, vendicativi e a tal punto privi di giudizio, che accettano questa dottrina: naturalmente fra questi dobbiamo annoverare quegli uomini, incapaci di pensare, che evadono ogni responsabilità mentale e ciecamente si affidano ad una teologia. L’ortodossia cristiana non riesce a sostenere le sue tesi di fronte all’indagine chiara e ragionata; fra gli argomenti che ne demoliscono i cardini sta il fatto che essa postula un eterno futuro, ma senza un passato; quel futuro dipende solo dalle azioni della vita episodica presente, e non spiega affatto le differenze che si notano fra gli uomini. È una teoria che può sostenersi solo nell’ipotesi di una divinità antropomorfa che in pratica dà un presente, con un avvenire ma senza passato; che ciò sia ingiusto è largamente ammesso, ma la volontà di quel Dio è inscrutabile e non la si discute. Milioni di uomini aderiscono a questa credenza, ma essa non è più così salda come solo cent’anni fa. 3. La dottrina della reincarnazione, familiare ai miei lettori e sempre più popolare in Occidente; sempre ritenuta vera (nonostante molte aggiunte e interpretazioni puerili) in Oriente. È un insegnamento che ha subito gravi distorsioni, come accadde a quello del Cristo, del Buddha o di Sri Krishna, da parte dei seguaci e dei teologi di limitata visione mentale. Le grandi verità di un’origine spirituale, di una discesa nella materia, da cui si risale mediante ripetute incarnazioni nella forma, sino a che questa esprima a perfezione la coscienza spirituale che l’abita, e di una serie di iniziazioni a compimento di tale ciclo, sono oggi accettate e ammesse con prontezza senza precedenti. Tali sono le soluzioni principali date al problema dell’immortalità e persistenza dell’anima umana; esse rispondono alle eterne domande del cuore: donde veniamo? perché? Dove andiamo? (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 400/2)
 Fra non molti anni il fatto della persistenza e dell’eternità dell’esistenza sarà uscito, dalla zona di dubbio, per entrare nel regno della certezza... Nessuno dubiterà che l’abbandono del corpo fisico impedisca all’uomo di continuare ad essere un’entità vivente e cosciente. Si saprà che perpetua la propria esistenza in un mondo retrostante quello fisico. Si saprà che è ancora vivo, desto e consapevole. Questo fatto sarà dimostrato in modi diversi. a. Nell’occhio fisico umano si svilupperà una capacità... che svelerà il corpo eterico... e gli uomini saranno visti occuparlo. b. L’accrescersi in numero di coloro che sanno usare l’“occhio singolo”, talvolta chiamato il “terzo occhio riaperto”, contribuirà a dimostrare l’immortalità, poiché essi vedranno facilmente anche l’uomo che si è liberato del corpo eterico, come di quello fisico. c. L’immortalità sarà comprovata anche da una scoperta nel campo della fotografia... d. Mediante la radio... usata da coloro che sono defunti, si potrà alfine stabilire una via di comunicazione, su vere basi scientifiche. e. L’uomo si aprirà ad una percezione e ad un contatto che gli consentiranno di vedere attraverso, il che svelerà la natura della quarta dimensione, e fonderà i mondi oggettivo e soggettivo in un nuovo mondo. La morte perderà i suoi poteri, e questa paura sarà finita.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 412/3)
 È chiaro che quando l’umanità perverrà a quest’intendimento sulla morte e sull’arte di morire subirà grandi e benefici mutamenti. Col trascorrere del tempo, infatti, gli uomini saranno fra loro in rapporto telepatico; cresceranno d’intelligenza, saranno sempre meglio focalizzati nella mente. La telepatia sarà allora un fenomeno comune ed ordinario, la cui premessa sta nell’attuale spiritismo, che però è distorto (e gravemente), si basa sul desiderio umano, e la telepatia vi ha parte molto modesta. Infatti, la telepatia oggi esistente fra il medium (sia questi o no in “trance”) e il parente o l’amico defunto non collega quest’ultimo con chi ancora vive nella forma. Ricordatelo. In questo periodo di transizione, la mente non è di norma telepatica, ma può verificarsi (seppure molto di rado) un’azione mediatrice basata sulla chiaroveggenza e sulla chiaroudienza, ma non sullo stato di “trance”. Perché il contatto avvenga si richiede un terzo elemento, di natura astrale, e pertanto molti errori e illusioni si fanno possibili. Sarà però sempre un progresso rispetto alle attuali sedute medianiche, ove s’ignora del tutto il defunto e all’interrogante viene risposto solo ciò che il medium legge nella sua aura: il ricordo delle sembianze personali, varie rimembranze presenti nella sua coscienza, nonché il desiderio di ricevere consiglio, poiché generalmente si crede che chi è trapassato, per questo solo fatto sia più saggio di prima. Il medium riesce a stabilire un vero rapporto quando sia il defunto che l’interrogante sono di natura mentale, e quindi egli non fa che intercettare una vera e propria comunicazione telepatica in atto tra loro. L’umanità progredisce, si eleva e si fa sempre più mentale. Il rapporto tra il vivo e il morto deve già preesistere a questo livello, prima dei processi di integrazione; la comunicazione si interrompe veramente solo quando l’anima umana è riassorbita nella super-anima, prima della successiva incarnazione. Ma la verità dell’esistenza di un consimile rapporto basterà a distruggere ogni timore della morte. Per i discepoli attivi nell’Ashram di un Maestro, anche il processo d’integrazione non costituisce ostacolo. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica,   395/6)
 In questo modo, nel mondo vedremo sorgere progressivamente un grande corpo di psichici preparati, i cui poteri saranno compresi e che opereranno sul piano astrale con la stessa intelligenza con cui operano sul piano fisico, e che si prepareranno ad esprimere i poteri psichici superiori: la percezione spirituale e la telepatia. Queste persone costituiranno infine un corpo di anime di collegamento, mediatrici tra coloro che non possono vedere e udire sul piano astrale perché prigionieri del corpo fisico e coloro che sono ugualmente prigionieri del piano astrale, mancando dell’apparato fisico di risposta. Ciò che realmente occorre, non è quindi il cessare di consultare e formare i nostri psichici e medium, ma l’istruirli in modo corretto e proteggerli con intelligenza, collegando così, per mezzo loro, il mondo fisico e quello astrale. (Esteriorizzazione della Gerarchia - 15)

Prima che si concluda il prossimo secolo, la morte, finalmente, sarà intesa come non esistente, almeno nel senso attuale. La continuità di coscienza sarà allora così diffusa e sviluppata, e tanti saranno gli uomini di notevole levatura capaci di vivere simultaneamente nei due mondi, che l’antica paura della morte sparirà, e i rapporti fra piano fisico e astrale saranno cosi accertati e controllati scientificamente che le attività medianiche, grazie al cielo, cesseranno del tutto.       (Trattato di Magia Bianca, 301)

Qui vorrei anche far notare che lo stato di trance medianica, come è chiamato, dovrà inevitabilmente essere sostituito dalla medianità offerta dall’uomo o dalla donna chiaroveggente o chiaroudiente sul piano astrale, e che perciò può offrirsi, in piena coscienza di veglia e col cervello fisico attento ed attivo, come intermediario tra gli uomini nel corpo fisico (e perciò ciechi e sordi sui livelli più sottili) e quelli che, avendo abbandonato il corpo, sono esclusi dalla comunicazione fisica. Questo tipo di psichico può comunicare con entrambi i gruppi e il suo valore e la sua utilità come medium sono incalcolabili, se è devoto ad una sola causa, se è altruista, puro e dedicato al servizio. Ma durante la formazione cui si sottomette deve evitare gli attuali metodi negativi e, invece di “sedere per svilupparsi” in un vuoto silenzio d’attesa, deve tentare di operare attivamente come anima, rimanendo in possesso cosciente e intelligente del meccanismo inferiore del suo corpo; deve sapere quale centro del corpo usa mentre opera psichicamente e deve imparare ad osservare, come anima, il mondo dell’illusione in cui si accinge ad operare; dalla sua posizione elevata e pura veda con chiarezza, oda veramente e riferisca accuratamente, e così serva la sua epoca e la sua generazione e faccia del piano astrale un luogo abituale e ben conosciuto d’attività, abituando il genere umano ad uno stato di esistenza in cui si trovano i suoi simili, sperimentando, vivendo e seguendo il Sentiero.  (Esteriorizzazione della Gerarchia 12/3)

Nella prossima era dell’Acquario vedremo l’umanità creare una cultura sensibile ai valori spirituali più sottili ed elevati, una civiltà libera dall’annebbiamento astrale e da gran parte dell’illusione che oggi caratterizza i popoli ariani, e una vita razziale incarnata in queste forme che colmeranno la lacuna oggi esistente; sarà liberata dalle peggiori malattie conosciute oggi, sebbene la morte e certe forme di collasso corporeo che possono infine portare alla morte saranno naturalmente ancora prevalenti. La vittoria sulla morte non dipende dall’eliminazione dei mali del corpo, ma dallo stabilire la continuità di coscienza che porta dal piano fisico della vita all’esistenza soggettiva interiore. I gruppi di questo terzo tipo possono essere custodi di questo stato d’essere, e perciò il loro problema è di sviluppare la continuità di coscienza che “aprirà le porte della vita e scaccerà la paura di ciò che è conosciuto e di ciò che scompare”. (Esteriorizzazione della Gerarchia  44/5)


PARTE II

Le nostre idee sulla morte sono errate; la consideriamo come qualcosa di triste e di pauroso, mentre in realtà essa è la grande liberatrice, che ci permette di entrare in una sfera di attività più ampia, è la liberazione della Vita dal veicolo cristallizzato e da una forma inadeguata.        (La coscienza dell’Atomo - 64/5)

Consideriamo ora la salvezza della natura corporea mediante la morte. Definiamo dunque questo processo misterioso cui vanno soggette tutte le forme, e che tanto sovente - poiché non lo si comprende - viene temuto come l’atto finale. La mente umana è ancora poco sviluppata, sì che il terrore dell’ignoto e dell’insolito e l’adesione alla forma, hanno prodotto una situazione tale per cui uno degli eventi più benefici del ciclo vitale del Figlio di Dio che si incarna è considerato come qualcosa da evitare e posporre quanto più possibile. La morte, se solo poteste rendervene conto, è una delle attività più consuete. Siamo morti molte volte, e torneremo a morire. È un fenomeno che riguarda essenzialmente la coscienza. In un dato momento siamo consci del mondo fisico, e l’istante dopo siamo ritratti in un altro mondo, impegnati in altre attività. Finché la coscienza s’identifica con la forma, la morte conserva il suo antico terrore. Ma quando s’immedesima con l’anima, e può concentrarsi a volontà in qualsiasi forma o livello, o in qualsiasi direzione dello spazio divino, la morte scompare. Per l’uomo comune essa è una fine catastrofica, poiché interrompe tutti i rapporti umani, termina tutte le attività fisiche, recide tutti i legami affettivi e lo getta (suo malgrado) nell’ignoto che teme. È per lui come dover lasciare l’ambiente caldo e luminoso, accogliente e familiare, ove sono raccolte le persone care, per uscire nella notte fredda e tenebrosa, solo e spaurito, sperando il meglio, ma senza alcuna certezza. Ma si dimentica che ogni notte, nel sonno, si muore al corpo fisico per vivere altrove. Si dimentica di sapere già facilmente lasciare il fisico; e poiché non si sa ancora registrare nel cervello la memoria di quel passaggio e del successivo periodo di attività vivente, non si scorge il nesso tra sonno e morte. Ma questa, dopo tutto, non è che un interludio tra due operazioni fisiche: si è “via” per un periodo più lungo. In effetti, il processo quotidiano del sonno e quello meno frequente della morte sono identici, con una sola differenza: nel primo, il filo conduttore della forza vitale resta intatto, e costituisce la via per rientrare nel corpo; nel secondo, si spezza. Allora l’entità cosciente non può reinserirsi nel corpo, e questo, mancando il principio di coesione, si disgrega.  (Trattato di Magia Bianca, 493/5)

La paura della Morte si basa: a. Sul terrore del processo di separazione insito nella morte stessa. b. Sull’orrore per l’ignoto e l’incomprensibile. c. Sul dubbio circa l’immortalità. d. Sul dolore di lasciare i propri cari, o di perderli. e. Su antiche reazioni a morti violente già sperimentate, annidate nel subconscio. f. Sull’attaccamento alla forma, con cui ci si è identificati. g. Su vecchi ed erronei insegnamenti di Paradiso e Inferno. Io parlo della Morte in quanto la conosco sia nella sua veste mondana ed esterna, quanto nella verità della vita interiore, dove non esiste. Si entra, semplicemente, in una vita più vasta, liberi dai ceppi del corpo terreno. Il tanto temuto processo di distacco non esiste, salvo che nel caso della morte violenta ed improvvisa, e anche allora ciò che è veramente penoso si riduce ad un istante, al senso angoscioso della distruzione e del pericolo incombenti, a qualcosa che molto somiglia a una scossa elettrica. Nient’altro. Per gli uomini di scarsa evoluzione, la morte è letteralmente un sonno, un oblio, poiché la mente non è desta quanto basta per reagire, e la memoria è praticamente vuota di ricordi. Per l’uomo di medio livello, buon cittadino, dopo la morte il processo vitale, gli interessi e le tendenze proseguono nella sua coscienza. Questa, e la consapevolezza, restano uguali ed inalterate. Egli non nota una gran differenza, trova aiuto e sovente non s’accorge neppure d’aver subito l’esperienza della morte. I malvagi, gli egoisti crudeli, i criminali, e quei pochi che vivono solo per la materia, sperimentano invece una condizione chiamata “incatenati alla terra”. I legami che essi stessi hanno forgiato con la terra, e la tendenza materialistica di tutti i loro desideri li costringono nei pressi della terra e nei paraggi della loro ultima vicenda terrena. Essi cercano con disperazione e con ogni possibile mezzo di riprendere quei contatti e di ritornare in quell’ambiente. In pochi casi, anche individui buoni ed elevati, per il grande amore posto nei rimasti, o per il desiderio di eseguire qualche dovere urgente inadempiuto, si ritrovano in una condizione simile. Per l’aspirante, la morte segna l’ingresso immediato in una sfera di servizio e di espressione cui è assuefatto, e che subito riconosce. Durante il sonno, infatti, aveva frequentato un dominio di servizio attivo e d’apprendimento. Ora, semplicemente, vi dimora per tutte le ventiquattro ore (per dirla secondo il tempo fisico) anziché per le sole, poche ore di sonno.       (Trattato di Magia Bianca, 300/1)

Altro timore che induce l’uomo a considerare la morte come una calamità è inculcato dalla teologia, specie da alcune sette Protestanti e dalla Chiesa Cattolica: è la paura dell’inferno, del castigo, per di più sproporzionato agli errori commessi durante la vita terrena; sono gli orrori imposti dall’ira divina. Si pretende che l’uomo deve subirli, senza via di scampo, se non tramite espiazione altrui. Ma in verità tutto ciò non esiste: né l’ira di Dio, né l’inferno, né l’espiazione vicaria. Un solo grande principio palpita in tutto l’universo, ed è l’amore; e il Cristo è presente, e insegna all’uomo che l’anima esiste e ci redime con la sua vita, e che l’inferno è la Terra stessa, dove impariamo a conseguire la salvezza, attuata dal principio di amore e di luce, seguendo il suo esempio e l’anelito interiore dell’anima nostra. L’inferno è un avanzo dell’indirizzo sadico dato al pensiero cristiano nel medio evo e delle erronee dottrine del Vecchio Testamento a proposito di Jehovah, il Dio tribale degli Ebrei. Jehovah non è Dio, il Logos planetario, il Cuore eterno dell’Amore rivelato dal Cristo. Ma con il graduale disperdersi di queste concezioni errate, anche l’inferno svanirà dal ricordo, sostituito dalla comprensione della legge secondo cui ciascuno opera la propria salvezza nel mondo fisico, cioè rettifica gli errori quivi commessi, sì che un giorno potrà cancellare ogni traccia di male dalla propria vita.       Ma qui non intendo intavolare una disputa teologica. Voglio solo farvi notare che l’attuale terrore della morte deve cedere alla comprensione intelligente della realtà delle cose, sostituito dal concetto di continuità della vita, che elimina ogni inquietudine, e accentuare l’idea della vita una, di una sola Entità cosciente, che sperimenta in molti corpi.    (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 393/4)
 Nel secolo venturo, la morte e la volontà assumeranno nuovi significati per l’umanità, e molte vecchie idee scompariranno. Per l’uomo medio dotato di raziocinio, la morte è un punto di crisi catastrofica. È la cessazione e la fine di tutto ciò che ha amato, di tutto quanto gli è familiare e che può essere desiderato; è il rovinoso ingresso nell’ignoto, nell’incertezza, e la brusca conclusione di tutti i piani e progetti. Per quanto grande possa essere la vera fede nei valori spirituali, per quanto chiaro possa essere il raziocinare della mente circa l’immortalità, per quanto conclusiva possa essere l’evidenza della persistenza e dell’eternità, resta sempre un interrogativo, il riconoscimento della possibilità di una fine e di un annullamento totali e della cessazione di ogni attività, di tutte le reazioni affettive, di tutti i pensieri, le emozioni, i desideri, le aspirazioni e le intenzioni che si concentrano intorno al nucleo centrale di un essere umano. Il desiderio e la determinazione di perdurare ed il senso di continuità poggiano ancora, anche nel credente più determinato, sulla probabilità, su fondamenta instabili e sulla testimonianza di altri, che in realtà non sono mai ritornati a raccontare la verità. L’enfasi di ogni pensiero formulato su questo soggetto riguarda l’“Io centrale” o il centro della Divinità.        (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - I Raggi e le Iniziazioni, 101/2)
 L’istinto di auto-preservazione, è radicato nell’innato terrore della morte. L’umanità è stata sospinta, proprio da questa paura, ad acquisire l’attuale livello di longevità e resistenza. Le scienze che riguardano la salvaguardia della vita, le conoscenze igieniche e sanitarie, le conquiste del benessere civile, sono tutte prodotti di quella paura fondamentale. Tutto mira alla persistenza dell’individuo e della sua esistenza. L’umanità resiste, quale razza e quale regno di natura, proprio per via di questa paura, e della reazione istintiva che tende a perpetuare l’individuo. (Trattato di Magia Bianca, 626)

Vorrei, prima di procedere con nuove istruzioni, che v’impadroniste dell’insegnamento fin qui impartito. Studiatelo con attenzione, in modo che quanto riguarda la morte s’imprima in modo chiaro e netto sulla vostra mente. Formatevene una concezione nuova, cercate di cogliere, in quanto sino ad ora è stato oggetto di grande terrore, la legge, il proposito, la bellezza. In seguito tenterò di illustrare alquanto il processo della morte qual è visto dall’anima, allorché questa intraprende l’atto della restituzione. Quanto ne dirò vi sembrerà forse speculativo o ipotetico: pochi di voi sarebbero in grado di dimostrarne la fondatezza. Ma sicuramente sarà più sano, integro e bello che non le tenebre e le incerte speranze, le infelici teorie e la cupa angoscia che oggi attorniano la morte. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica,  436/7)


PARTE III

Perché non accettare lietamente la Transizione? Impara a compiacerti dell’esperienza che è il dono della saggia età avanzata e guarda avanti verso la Grande Avventura che ti aspetta. Tu sai bene - nei tuoi momenti d’elevazione - che questa Transizione significa realizzazione senza alcuna limitazione del piano fisico. (Il Discepolato nella Nuova Era Vol. II° - 696)

Le ragioni per le quali un discepolo deve per lo meno cercare di non rilassarsi troppo e procedere, nonostante la fatica (fatica degli anni di vita), i crescenti “scricchiolii” del meccanismo umano e l’inevitabile tendenza proveniente dal servizio costante e dal continuo contatto con gli altri, potrebbero essere elencate così: 1. Deve sforzarsi di mantenere il ritmo di servizio e di vita produttiva quando, libero dal corpo fisico, sta dall’altra parte del velo. Non deve esserci alcuna interruzione in quel servizio.  2. Deve sforzarsi, per quanto è possibile, di mantenere la continuità della sua coscienza come discepolo attivo e non permettere alcuna interruzione fra il suo attuale punto di tensione e quello che sopravviene dopo l’esperienza della morte. 3. Deve sforzarsi di chiudere l’episodio dell’esperienza di questa vita, in modo da evidenziare che egli è un membro di un Ashram; non deve permettere che avvengano fratture nei rapporti instaurati o che venga a cessare, suo tramite, l’afflusso di vita ashramica sul mondo degli uomini. Non è questa un’attività facile, dato il naturale e normale deterioramento del veicolo fisico che invecchia; richiede una precisa concentrazione nello sforzo, aumentando così la tensione nella quale vive sempre un discepolo.   I discepoli del mio Ashram hanno la duplice responsabilità di mantenersi saldi nel preservare il riconoscimento, se così posso esprimermi. Questa fermezza non deve essere allentata in nessun modo quando si avvicina la vecchiaia e non deve scomparire con la transizione della morte stessa. Il Maestro di un Ashram opera mediante il pensiero cosciente ed ininterrotto di un gruppo congiunto di discepoli. Il servizio esterno attivo di un gruppo di discepoli non è di principale importanza (benché abbia necessariamente uno scopo vitale) come il coerente e integrato pensiero di gruppo, così potente nell’effettuare cambiamenti nella coscienza umana.  Il problema particolare della crisi mondiale attuale e gli straordinari riadattamenti nella coscienza umana, inerenti all’inaugurazione di una nuova cultura, civiltà e religione mondiali, giustificano la mia offerta di tale opportunità ai membri del mio Ashram (ed ai gruppi affiliati come il tuo) di mantenere intatte e scevre da ogni deterioramento il loro “stato mentale” lungo i rimanenti anni di vita, durante il processo di dissoluzione, fino alla libertà dall’altra parte del velo. Non è un compito facile mantenere l’integrità consapevole; si richiede comprensione ed uno sforzo molto deciso.            (Il Discepolato nella Nuova Era - Vol. II°- 502/4)

... Quando si saprà la vera natura del Servizio, lo si intenderà come un aspetto di quella divina energia che obbedisce al distruttore, in quanto demolisce le forme per ridare libertà. Esso è una manifestazione del Principio di Liberazione, che si palesa in due modi: come morte e come servizio. Entrambi infatti salvano, liberano e affrancano, a vario livello, le entità imprigionate.      (Trattato di Magia Bianca - 537)

... Gli Esseri (Che attuano la volontà divina) non sono per nulla identificati con la forma, e quindi possono valutare con giustezza l’importanza relativa di vivere in una forma, la cui distruzione non è, per Essi, la morte quale intesa dall’uomo, ma un puro e semplice processo di liberazione. La paura della morte è sempre alimentata dalla ristrettezza di vedute di chi si identifica con la forma. L’epoca attuale ha visto la massima distruzione di forme umane verificatasi sul pianeta: ma non un solo uomo è andato perduto. Notate queste parole. Proprio grazie a questo colossale processo distruttivo l’umanità ha compiuto un gran balzo verso un atteggiamento più sereno di fronte alla morte. Ciò non è ancora evidente, ma fra non molto sarà apprezzabile, e la paura della morte a poco a poco scomparirà dal mondo. Tutto ciò sarà anche dovuto, in gran parte, alla migliore capacità reattiva dell’organismo umano, con il conseguente riorientarsi all’interno della mente, con effetti imprevedibili. La causa di ogni guerra si annida sempre nel senso di separazione. È un individualismo radicale, un isolazionismo deliberato e compiaciuto che scatena le cause secondarie della guerra: avidità, che sconvolge l’assetto economico; odio, che genera attrito fra i popoli e al loro interno; crudeltà, che causa sofferenza e distruzione. Profonde sono dunque le radici della morte; nel senso comune, essa annienta il ciclo di separazione proprio dell’individuo fisico, e quindi riunifica. Se sapeste penetrare alquanto l’argomento, vedreste che la morte sprigiona la vita individuale in un’esistenza meno confinata e contratta, e - quando agisce su tutti e tre i veicoli - la restituisce all’universale. E questo è un livello d’indicibile beatitudine. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica -  431/3)

A proposito del prolungamento della vita, ottenuto dalle conquiste scientifiche del secolo scorso, vi faccio notare che le vere tecniche e le possibilità dell’azione integrata dell’Anima sono sempre parodiate e falsamente espresse a livello fisico da attività scientifiche precedenti, che hanno giusti intenti, ma non sono che un simbolo, esteriore, dell’azione futura dell’anima. La durata della vita sarà un giorno abbreviata o prolungata dall’anima consapevole di servire, che impiega il corpo come strumento per attuare il Piano. Oggi accade sovente che si tengano in vita forme ... che la natura (se lasciata a se stessa) non userebbe più, ed estinguerebbe. Notate questa parola. Ipervalutando la vita della forma, per il generale terrore della morte, - quel grande trapasso che attende ciascuno - per l’incertezza sull’immortalità dell’anima, e per l’attaccamento radicato alla forma, l’uomo tende ad arrestare i processi naturali e a trattenere la vita, che invece lotta per svincolarsi, costretta in corpi ormai inadatti ai fini dell’anima. ... Affermo con enfasi che la Legge del Karma è sovente violata quando si preservano in espressione coerente forme, che se lasciate al loro corso naturale cesserebbero la loro manifestazione. Nella maggior parte dei casi ciò avviene per volontà di coloro che circondano il paziente, e non del paziente stesso, ... e ciò costituisce una precisa “interferenza nel karma”. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 350/1)

PARTE IV

Morte e malattia sono condizioni inerenti alla sostanza; finché l’uomo si identifica con la forma, è soggetto alla Legge del Dissolvimento, che è una delle basi della natura, cui obbedisce la vita delle forme di ogni regno.       (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica -  501)
 Non è detto che la liberazione dell’anima, tramite malattia e morte, sia una disgrazia. È indispensabile coltivare una disposizione nuova e migliore nei confronti della morte, e ciò è essenziale e possibile. Non è il caso che io mi soffermi su ciò. Voglio invece imprimere in voi un nuovo vigore nel considerare la malattia e la morte.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 350)
 Il male è talora dovuto al ritirarsi dell’anima dalla sua dimora, ed è parte di quel processo. Noi lo chiamiamo morte, e può essere istantaneo, o protrarsi a lungo, poiché l’anima può impiegare mesi ed anni per lasciare lentamente la forma, che allora muore poco a poco.    (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 41)
 La malattia può essere una morte graduale e lenta, che libera l’anima. La cura non è possibile, ma bisognerà sicuramente ricorrere a lenimenti e palliativi. Si potrà prolungare alquanto la vita, ma certo non guarire in modo permanente e definitivo. Questo di solito il guaritore mentale manca nel considerarlo. Egli fa della morte un orrore, mentre è un’amica benefica. La malattia può essere il comando improvviso ed ultimo che il corpo lasci libera l’anima per altro servizio. In tutti questi casi è bene fare quanto possibile secondo la chirurgia e la medicina moderne, con l’aiuto delle discipline che oggi vi collaborano numerose. Molto si può fare a livello mentale e spirituale, con l’aiuto della psicologia. Un giorno tutti questi metodi dovranno collaborare assieme, a forze unite.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 42)
 Pare evidente, al pensatore superficiale, che molte infermità e morti siano dovute a situazioni ambientali di cui il soggetto non è responsabile. Esse variano da eventi del tutto esteriori alle predisposizioni ereditarie. Elenchiamole così: 1. Incidenti, dovuti a negligenza personale, ad eventi collettivi, ad incuria altrui, ad operazioni belliche o eventi d’altro genere. Possono anche essere causati dall’attacco di certi animali, da avvelenamento accidentale e da occorrenze consimili. 2. Infezioni provenienti dall’esterno e non ascrivibili alle condizioni peculiari del sangue del soggetto. Comprendono le malattie dette infettive e contagiose, e soprattutto le epidemie. Aggrediscono mediante i contatti quotidiani, durante il lavoro, o perché grandemente diffuse nell’ambiente. 3. Malattie da denutrizione, specie nei giovani. L’organismo denutrito è predisposto alla malattia, poiché la sua resistenza e vitalità sono minori; i poteri di difesa sono neutralizzati, e si soccombe ad una morte prematura. 4. Ereditarietà. È noto che esistono tare ereditarie che predispongono a certe malattie e alla morte, o che lentamente e di continuo minano la vitalità dell’individuo; vi sono inoltre forme di appetiti pericolosi che instaurano abitudini indesiderabili, indeboliscono il morale e la volontà e rendono inetti a reagire. Si soccombe allora, e si paga il prezzo di quei vizi, cioè malattia e morte. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 18/9) Voglio inoltre chiarire due questioni, che dovrete illustrare all’infermo: 1. La guarigione non è garantita. Il malato deve rendersi conto che la continuazione della vita fisica può anche non essere la meta suprema. Può esserlo se il servizio da rendere è di reale importanza, se restano doveri da compiere, lezioni da apprendere. La vita corporea non è il bene supremo: quel che importa ed è veramente benefico è svincolarsi dalle limitazioni del corpo. Il malato deve riconoscerlo e rassegnarsi al karma. 2. La paura non giova a nulla. Uno dei primi obiettivi del guaritore è aiutare l’infermo ad attendere con buon senso e serenità il proprio futuro - qualunque esso sia.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 387)
 È pertanto doveroso essere efficienti, poiché l’effetto è pari a ciò che si è. Se si è magnetici e si irradia la forza dell’anima, il malato perviene più facilmente al fine desiderato - e questo può essere la salute completa, o uno stato mentale che gli consenta di vivere in pace con se stesso e col suo male, non ostacolato dalle limitazioni imposte dal karma. O la liberazione (con gioia e senza sforzo) dal corpo e recuperare la salute perfetta oltre i cancelli della morte. (Trattato dei Sette Raggi Vol.  IV° - Guarigione Esoterica - 8)
 Molti sono i guaritori che ritengono cosa di suprema importanza liberare il veicolo fisico dal male e strapparlo alla morte. Sovente, invece, meglio sarebbe che la malattia seguisse il suo corso e la morte spalancasse all’anima i cancelli della sua prigione. Giunge inevitabile, per tutti gli incarnati, l’ora in cui l’anima si libera dal corpo e dalla forma, e la natura provvede con saggezza. Quando intervengono per effetto della tempestiva decisione dell’anima, malattia e morte devono essere intesi come agenti di liberazione. La forma fisica è un aggregato di atomi, edificati in organismo e corpo coerente, e tenuti assieme dal volere dell’anima. Se questa volontà si ritrae nel proprio mondo, o (come si suol dire in occultismo) se “l’anima rivolge lo sguardo altrove”, per il ciclo presente ne conseguono, inevitabili, male e morte. Non per errore mentale, o per non aver riconosciuto il divino, o perché si soccombe al male. Ma perché, in realtà, la forma si risolve nei suoi componenti e nell’essenza. La malattia è un aspetto basilare della morte. È il processo per cui materia e forma si apprestano a separarsi dell’anima. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 111)
 Nessuno, che per karma debba morire, viene mai riportato indietro dai “cancelli della morte”; il ciclo di vita fisica, in tal caso, termina - a meno che non si tratti di un discepolo avanzato, di notevoli capacità, la cui opera e la cui presenza siano necessarie per completare la sua missione terrena. Allora il Maestro può aggiungere la Sua conoscenza ed energia a quelle del guaritore o del paziente, e posporre temporaneamente il trapasso. Ma sia il malato che il guaritore non devono farvi assegnamento, perché non sanno quali siano le circostanze che lo consentono.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 704)
 Quando il male prende il sopravvento il medico si accorge che ormai è solo questione di tempo, e anche il guaritore spirituale può imparare a notare quei sintomi. In quei frangenti, invece del silenzio mantenuto oggi sia da quello che da questo, che non lo annunciano al morente, occorre impiegare il tempo che resta (sempre che le sue condizioni lo consentano) a prepararlo al “benefico e felice” ritrarsi dell’anima; parenti ed amici vi prenderanno parte. La nuova religione mondiale inculcherà questo atteggiamento verso la morte sin dal suo primo apparire. La morte sarà intesa in modo completamente diverso, basato sul ritiro cosciente, e i servizi funebri, o meglio la cremazione,
saranno occasione di gioia, appunto per la libertà riconquistata e per il ritorno.              (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° – Guarigione Esoterica  652/3)
 Se dovessi dire qual è il compito principale dei gruppi di guarigione che verranno promossi in futuro, affermerei, appunto, che è preparare gli uomini a quello che dovremmo considerare come l’atto di restituzione insito nella morte, conferendo a questa temuta nemica un volto nuovo e più sereno. Procedendo a pensare e lavorare in tal senso, vi accorgerete che il tema della morte ricorre di continuo, e che come risultato appariranno nuovi atteggiamenti nei suoi confronti, un’attesa felice di quell’evento inevitabile e familiare. I guaritori devono prepararsi ad affrontare questa condizione che è fondamentale per tutto ciò che vive, e gran parte dell’opera loro sarà appunto rivolta a chiarire il principio della morte. L’anima deve tornare là donde venne. Oggi, questa restituzione è coatta e paventata, incute terrore e induce a pretendere con forza la salute del corpo fisico, accentuandone l’importanza, e facendo ritenere che la cosa più rilevante fra tutte sia prolungare l’esistenza terrena. Ma nell’epoca che ci attende questi errori cesseranno; la morte sarà vista come un processo normale, ben compreso, come la nascita, anche se meno doloroso e pauroso di questo. Notate queste parole, che hanno un senso profetico.         (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 389/90)


PARTE V

C’è una tecnica del morire, come c’è una tecnica del vivere... (Trattato di Magia Bianca - 302)

È stridente la differenza attuale fra la cura scientifica con la quale si assiste la nascita, e la totale cecità e crassa ignoranza, sovente pervasa di terrore, con cui si accompagna il trapasso. Cerco di iniziare, in occidente, un modo nuovo e più scientifico per assecondare la morte, e voglio essere perfettamente chiaro. Ciò che dirò non vuole abrogare i palliativi e le cure della medicina attuale. Intendo semplicemente presentare un approccio più sano a questo tema; voglio soltanto suggerire che quando la sofferenza si è esaurita ed è intervenuto uno stato di debilitazione, sia permesso al morente prepararsi, sia pure in modo apparentemente inconscio, al grande trapasso. Non dimenticate che si prova dolore solo quando si è forti e si ha forte presa sull’apparato nervoso. È forse impossibile concepire la morte come conclusione trionfale della vita? È impossibile pensare che un giorno le ore trascorse sul letto di morte saranno preludio glorioso all’esodo cosciente? Che l’occasione di sbarazzarsi dell’intralcio del corpo fisico può essere, anche per gli astanti, una conclusione a lungo attesa e gradita? Potete immaginare che un giorno il morente e i suoi cari stabiliranno d’accordo l’ora della dipartita, che anziché essere accompagnata da pianti, paura, rifiuto di rassegnarsi all’inevitabile, sarà occasione gaudiosa per tutti? Che la mente di chi rimane sarà impenetrabile al dolore, e la morte sarà generalmente riconosciuta come evento più felice ancora che la nascita o il matrimonio? Vi dico che fra non molto ciò sarà profondamente vero per gli uomini più intelligenti, e poi, a poco a poco, per tutti. Si dice che per ora si può credere all’immortalità, ma senza prove sicure. Una convalida sta nel cumulo delle testimonianze, nell’intima certezza del cuore, nel concetto di persistenza eterna radicato nelle menti umane. Ma prima che siano trascorsi cento anni convinzione e conoscenza si faranno strada, perché un certo evento e una rivelazione muteranno la speranza in certezza e la fede in sapere. Nel frattempo, coltivate una diversa attitudine verso la morte, inaugurate una nuova scienza. Non consideratela più come qualcosa d’indomabile e destinata a trionfare, ma sottoponete a controllo il trapasso e cercate di capirne la tecnica.         (Trattato di Magia Bianca - 499/500)

Consideriamo dunque, in questa sezione, il problema della morte, o l’arte di morire. Tutti coloro che sono gravemente ammalati sono inevitabilmente alle prese con questo enigma, e chi è in buona salute dovrebbe prepararvisi, con equilibrato pensiero e giusta preveggenza. L’atteggiamento morboso assunto dalla gran parte degli uomini a questo riguardo, che rifiutano di pensarci quando sono sani, deve mutare completamente. Il Cristo dimostrò ai Suoi discepoli qual è il giusto atteggiamento, allorché alluse alla morte prossima per mano dei Suoi nemici; li rimproverò quando si mostrarono costernati, ricordando loro che Egli ritornava dal Padre. Quale altissimo iniziato, con ciò intendeva dire che, in senso occulto, “restituisce alla Monade”; ma chi non è pervenuto alla terza iniziazione “restituisce all’anima”.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 391/2)
 Il regno della paura della morte, è ben prossimo alla fine, e presto inizierà un periodo di conoscenza e certezza che lo scalzerà dalle radici. Per eliminare la paura della morte basta elevare l’argomento su un piano più scientifico, e in tal senso insegnare come si muore. C’è una tecnica del morire, come c’è una tecnica del vivere, ma in Occidente è in gran parte perduta, e anche in Oriente non è ormai conosciuta che da piccoli nuclei di saggi.         (Trattato di Magia Bianca - 302)

Seconda questione da comprendere sta nel fatto che è possibile una tecnica del morire, e che durante la vita ci si può preparare in modo da saperla usare. A questo proposito darò alcuni cenni che verseranno nuova luce su molta parte della disciplina spirituale cui vi sottoponete. I Fratelli maggiori che da molti secoli guidano l’umanità sono attivamente impegnati a prepararla ad una nuova, grande conquista. Ne deriverà la continuità di coscienza, che spazzerà via qualsiasi paura della morte, legando il mondo fisico e l’astrale in modo così intimo, da farne in realtà uno solo. Come l’uomo deve unificare i suoi vari aspetti, la vita planetaria deve fare altrettanto: i suoi vari piani devono unificarsi come anima e corpo. Fra il fisico denso e l’eterico tale processo è già in stato avanzato, e deve ora rapidamente svilupparsi anche fra il fisico e l’astrale. Le ricerche che si compiono in tutti i campi della vita e del pensiero lo favoriscono, e la preparazione cui ora sono sottoposti gli aspiranti seri e coscienziosi ha anche altri scopi, oltre che unificare in loro anima e corpo. Però non li si mette in risalto, perché l’uomo facilmente insiste dove non dovrebbe. È legittimo insomma domandare se è possibile disporre di norme semplici per chi intenda imporsi un ritmo che consenta non solo di organizzare e rendere costruttiva la propria vita, ma anche di lasciare senza difficoltà l’involucro esterno, quando ne giunga l’ora. Ecco dunque quattro regole semplici che riassumono e legano molto di ciò che già state compiendo: 1. Imparate a focalizzarvi nella testa, visualizzando, meditando e con la pratica assidua della concentrazione; imparate sempre meglio a vivere come un re, assiso sul trono fra i sopraccigli. Lo si può fare in qualsiasi occupazione quotidiana. 2. Servite con il cuore, ma senza intromettervi emotivamente nelle attività altrui. Per ciò è utile rispondere a due domande, prima di dedicarsi a tale servizio: “Mi comporto da individuo ad individuo, o agisco come membro di un gruppo verso un altro gruppo? Il movente è egoico, o sono spinto dall’emozione, dall’ansia di rifulgere, dalla brama di essere amato e ammirato?”.
Queste due prime attività servono a concentrare l’energia vitale sopra il diaframma, negando il potere attrattivo del plesso solare. Quest’ultimo diverrà sempre più inattivo, e sempre minore il pericolo che si perfori il velo eterico ivi presente. 3. Imparate, quando vi disponete al sonno, a ritrarre la coscienza entro la testa. Lo si dovrebbe fare ogni sera, come preciso esercizio. Non ci si dovrebbe permettere di cadere senza coscienza nel sonno, ma tentare di preservarla intatta sino a passare consapevolmente nel mondo astrale. Dovreste mirare a distendervi, a concentrare l’attenzione e assiduamente ritrarvi nella testa, poiché fin quando non si ha continua consapevolezza di tutti i processi che inducono il sonno, nello stesso tempo mantenendosi positivi, l’esercizio può essere pericoloso. I primi passi devono essere cauti, e praticati per molti anni, prima di acquisire la capacità di astrarsi agevolmente. 4. Notate e osservate tutti i fenomeni connessi a tale processo, sia durante la meditazione che nel disporvi al sonno. Ad esempio molti si destano con un sussulto quasi penoso non appena si assopiscono. Ciò avviene perché la coscienza sguscia attraverso un orifizio solo parzialmente sgombro. Altri invece odono un forte schiocco sonoro nella testa, causato dalle arie vitali ivi esistenti e di cui normalmente non si è consci, e da una sensibilità interiore che rivela suoni sempre presenti di solito non percepiti. Altri ancora, nell’atto di addormentarsi, vedono luci, o nubi colorate, bande o striature violette. Si tratta di fenomeni eterici, privi di reale importanza, dipendenti dal corpo vitale, dalle emanazioni praniche, dalla rete di luce. L’applicazione di queste norme per anni rendono assai più agevole il trapasso, e chi ha imparato a governare il proprio corpo quando si addormenta si troverà in vantaggio rispetto a chi non vi ha mai dedicato attenzione.   In rapporto alla tecnica del morire, non posso per il momento che dare alcuni consigli. Essi non riguardano chi assiste, ma facilitano alquanto il trapasso dell’anima.  Per prima cosa vi sia silenzio intorno al morente. Ciò è consueto. Ma si ricordi che la sua incoscienza può essere solo apparente. In novecento casi su mille, il cervello è perfettamente consapevole degli avvenimenti, ma è del tutto paralizzata la volontà di esprimere e di generare l’energia necessaria per dare segno di vita. Se l’ambiente è silenzioso e vi regna la comprensione, l’anima in procinto di partire può governare il proprio strumento fino all’ultimo istante, e prepararsi. In avvenire, quando si saprà meglio cos’è il colore, nella camera del morente saranno usate solo luci arancione, con debita cerimonia e solo quando si sia certi che la guarigione è ormai impossibile. Quel colore aiuta a concentrarsi nella testa, come il rosso stimola il plesso solare e il verde agisce nettamente sul cuore e sulle correnti vitali. Quando poi si conoscerà meglio la natura del suono si useranno anche musiche adatte, ma per ora non ne esistono che possano agevolare l’anima nel ritirarsi dal corpo, salvo forse qualche nota emessa da un organo. Se nell’istante esatto della morte si suonasse la nota peculiare del morente, si otterrebbe l’effetto di coordinare le due correnti di energia e spezzare il filo della vita, ma oggi sarebbe troppo pericoloso insegnare queste cose, e bisogna attendere. Dirò ora di certe scoperte future, e delle vie che gli studi seguiranno in questo campo. Si scoprirà che la morte viene facilitata comprimendo certi centri nervosi e certe arterie: è questa una tecnica che, come alcuni sanno, è custodita e praticata nel Tibet. Si vedrà che la pressione praticata sulla vena giugulare, su alcuni cordoni nervosi della testa e su un punto particolare del midollo allungato è assai efficace a questo riguardo. Si formerà sicuramente tutta una scienza del morire, ma solo dopo che si sarà scientificamente accertata la realtà dell’anima e i suoi rapporti con il corpo Si farà uso, inoltre, di mantram, impressi nella coscienza del morente da chi lo assiste, o mentalmente ripetuti da lui stesso. Il Cristo ne diede esempio quando esclamò: “Padre, nelle Tue mani rimetto lo spirito”. Altro esempio lo abbiamo nelle parole: “Signore, fa che il Tuo servo se ne vada in pace”. La parola sacra, ripetuta di continuo, sottovoce e su una tonalità particolare (quella cui reagisce il morente) farà parte, un giorno, del rituale di transizione, assieme all’estrema Unzione, praticata dalla Chiesa cattolica, che ha un valore occulto e scientifico. Inoltre, la testa sarà simbolicamente rivolta a levante, e le mani e i piedi disposti in croce. Solo incenso di legno di sandalo sarà bruciato, ad esclusione di qualsiasi altro, perché lavora su una gamma energetica che è distruttiva, e l’anima in quel momento demolisce la propria dimora. Questo è quanto posso comunicare e pubblicare per ora su questo argomento. Ma vi prego con insistenza di studiare la morte e la sua tecnica per quanto possibile, e di investigarne la natura occulta.    (Trattato di Magia Bianca - 502/7)

Al fine di prepararsi in vita al passaggio che la morte svelerà è possibile praticare un semplice esercizio prima di addormentarti  la sera. Dopo aver trovato la posizione più comoda possibile, cerca di assumere un atteggiamento interiore di tranquillo abbandono del corpo fisico, mantenendo l’intero concetto sul piano mentale, ma rendendoti conto che è una semplice attività cerebrale. Il cuore non deve essere in alcun modo implicato. Il tuo obiettivo è di mantenerti cosciente mentre ritiri la coscienza dal cervello e passi sui livelli più sottili di consapevolezza. Non abbandoni definitivamente il corpo fisico, quindi non è implicato il filo della vita ancorato nel cuore. Lo scopo è di essere per qualche ora e mentre sei avvolto nei veicoli astrale e mentale, consapevolmente cosciente altrove. Per tua determinazione diventi un punto di coscienza focalizzato ed interessato, deciso ad uscire dall’involucro del corpo fisico. Ti aggrappi a quel punto rifiutandoti di occuparti del veicolo fisico o delle preoccupazioni, interessi e circostanze della vita quotidiana, aspettando fermamente il momento in cui il tuo atteggiamento negativo verso il piano fisico e il tuo atteggiamento positivo verso i piani interiori ti porteranno un istante di liberazione, forse un lampo di luce, la percezione di una via di uscita o il riconoscimento di ciò che ti circonda, oltre all’eliminazione di ogni sorpresa o l’attesa che si verifichi qualche fenomeno. Nel praticare quest’esercizio di ritiro, realizzi semplicemente un comune processo quotidiano. Se riesci a farlo con facilità, quando arriverà l’ora della morte, potrai fare automaticamente e facilmente - dato che il corpo fisico non oppone alcuna resistenza ma rimane negativo e quiescente - la Grande Transizione senza preoccupazione o paura dell’ignoto. Questo è un esercizio che sarebbe a tutti molto utile. Esso richiede solamente di mantenere costantemente un atteggiamento ed una ferma determinazione di aggrapparsi al punto di coscienza che è il Sé permanente e attendere vivamente. Ho scelto queste parole con cura e vi chiedo di studiarle con eguale cura. (Il Discepolato nella Nuova Era - Vol. II° - 488/9)


PARTE VI

Non si scorge il nesso tra sonno e morte. Ma questa, dopo tutto, non è che un interludio maggiore fra due operazioni fisiche: si è “via” per un periodo più lungo. (Trattato di Magia Bianca - 495)


Per gli uomini di scarsa evoluzione, la morte è letteralmente un sonno, un oblio, poiché la mente non è desta quanto basta per reagire, e la memoria è praticamente vuota di ricordi. Per l’uomo di medio livello, buon cittadino, dopo la morte il processo vitale, gli interessi e le tendenze proseguono nella sua coscienza. Questa, e la consapevolezza, restano uguali e inalterate.       (Trattato di Magia Bianca - 300)

Tenete presente che la coscienza permane la stessa, sia nella vita fisica che in quella incorporea, e che lo sviluppo può essere perseguito in questa con tranquillità maggiore, poiché non più limitato e condizionato dalla coscienza cerebrale. (Il Discepolato nella Nuova Era - Vol. I° - 81)

Per la massa comune dell’umanità, focalizzata in tutte le sue attività ed i suoi pensieri sul piano fisico, il periodo dopo la morte è di semicoscienza, incapacità di riconoscere il luogo e di disorientamento emotivo e mentale. Per quanto riguarda i discepoli, si mantiene il contatto con le persone (generalmente con quelle alle quali erano associati) durante le ore di sonno; permane la ricezione delle impressioni provenienti dall' ambiente e dai collaboratori, e continua ad esserci il riconoscimento del rapporto (come sulla terra) incluso il senso di responsabilità. (Il Discepolato nella Nuova Era - Vol. II°- 487/8)

Per l’uomo ordinario, quali sono dunque le prime reazioni e attività, dopo che ha restituito il corpo fisico alla riserva generale della sostanza? Elenchiamone alcune: 1. Prende coscienza di sé, con una chiarezza di percezione sconosciuta a chi vive nel mondo fisico. 2. Il tempo (cioè la successione degli eventi registrata dal cervello fisico) non esiste più nel senso usuale; l’uomo volge l’attenzione al proprio sé, più nettamente emotivo, e, in ogni caso, ciò provoca un istante di diretto contatto con l’anima. Infatti, l’ora della completa restituzione non passa inosservata per quest’ultima, anche se si trattasse dell’individuo più rozzo ed ignorante. È un po’ come un forte strappo impresso alla corda di una campana: per breve istante l’anima risponde, in modo tale che l’uomo, nel suo corpo astrale-mentale, rivede la vita appena trascorsa, come su uno schermo. Egli registra il senso dell’eternità. 3. Come risultato di queste esperienze, egli isola i tre fattori principali che ne hanno governato la vita appena conclusa e che saranno la nota fondamentale di quella, futura, che lo attende. Ogni altra cosa viene scordata e sfugge alla sua memoria: egli ha coscienza solo di quei tre sensi che esotericamente sono chiamati “semi del futuro”. Questi sono peculiarmente connessi agli atomi permanenti fisico e astrale, insieme ai quali compongono la forza quintupla che creerà la forma futura. Si può asserire che: a. Dal primo seme dipenderà la natura dell’ambiente fisico in cui l’uomo dovrà tornare a vivere. Esso è dunque connesso alle qualità delle future circostanze, e alle condizioni dell’opportuna sfera di rapporti. b. Dal secondo dipenderà la qualità del veicolo eterico, per il cui tramite le energie fondamentali agiranno sul corpo denso. Esso delimita la struttura eterica o rete vitale in cui circoleranno le energie, ed è connesso in particolare a quel centro dei sette, che nella prossima incarnazione sarà più desto e attivo. c. Il terzo predetermina l’involucro astrale, ove l’uomo sarà allora polarizzato. Parlo dell’uomo comune, non di quello progredito, del discepolo o dell’iniziato. Questo seme - con le forze che attira - lo rimette in rapporto con coloro che ha amato, o con cui ha lavorato e vissuto. È verità di fatto che qualsiasi incarnazione è governata, in senso soggettivo, dall’idea di gruppo in quanto si ritorna nella vita fisica non solo per il desiderio individuale di quelle particolari esperienze, ma anche per impulso e karma di gruppo. È bene insistere su questa verità. Compresa che sia, buona parte del terrore generato dal pensiero della morte svanirà. I familiari, le persone amate, restano gli stessi, proprio perché quel rapporto è stato saldamente affermato per molte vite. Ecco cosa ne dice un Vecchio Commentario: “I semi del riconoscimento non sono pertinenti all’individuo soltanto, ma anche al gruppo, nel cui ambito legano l’uno all’altro nel tempo e nello spazio. Coloro che stanno in tale rapporto trovano la vera esistenza solo nei tre inferiori. Quando l’anima conosce l’anima, nel luogo d’incontro entro il richiamo del Maestro, questi semi spariscono”. È quindi evidente quanto sia necessario educare i fanciulli a trarre profitto dall’esperienza, e a riconoscerla, poiché ciò agevola di molto questa terza attività astrale dopo la morte. 4. “Isolate” queste esperienze, l’uomo crea e trova coloro che l’influsso del terzo seme gli indica aver parte continua nella vita del gruppo di cui fa parte, in modo conscio o no. Ristabiliti i contatti (se si tratta di individui che hanno eliminato il corpo fisico), si comporta con loro come avrebbe fatto nel mondo con gli intimi, secondo il suo carattere e il grado evolutivo. Se invece le persone che più ama - o odia - sono ancora viventi fisicamente, resterà accanto a loro - proprio come prima - consapevole delle loro attività, anche se queste (se non molto evolute) non ne hanno coscienza. Non posso illustrare in dettaglio quali sono gli scambi reciproci, né le modalità di questi rapporti. Ogni uomo è un essere diverso; ogni carattere è unico. Basti aver chiarito le linee fondamentali della condotta prima del processo di eliminazione. Queste quattro attività hanno durata variabile - per chi “vive in basso”, beninteso, perché chi vive nell’astrale non è consapevole del tempo. A poco a poco le illusioni (di qualsiasi natura) cadono, e l’uomo perviene a sapere - poiché la mente è ora più incisiva e dominante - di essere pronto alla seconda morte e a eliminare del tutto il veicolo astrale-mentale. (kama-manas) (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 491/4) 
 Subito dopo la morte, specie dopo la cremazione, l’uomo, entro il guscio astralementale, è desto e conscio dell’ambiente come lo era quando viveva nel fisico. La consapevolezza e la capacità d’osservazione variano, così come differiscono da uomo a uomo le facoltà di registrare le circostanze o di acquisire esperienza. Ma essendo la gran parte degli uomini più reattivi alle emozioni che al mondo fisico, e accentrati soprattutto nel veicolo astrale, di solito avviene che il deceduto si ritrova in uno stato di coscienza che gli è ben familiare. Ricordate, a questo proposito, che un “piano” è uno stato di coscienza, non un luogo, come sembrano credere molti esoteristi. Esso è riconosciuto tramite la reazione focalizzata dell’autocoscienza della persona che- nettamente e sempre conscia di sé - percepisce la qualità del suo ambiente e dei desideri che ne derivano, o sente (se si tratta di entità progredita, accentrata sui livelli astrali superiori) l’amore e l’aspirazione che da esso emanano; l’uomo, insomma, s’interessa a ciò che attirava la sua attenzione e provocava il suo desiderio durante l’esistenza incarnata. Ricordate che al punto attuale d’evoluzione, dopo la morte non c’è più un livello fisico in grado di reagire agli impulsi dell’uomo interiore, e neppure il sesso esiste più, dal punto di vista fisico. Gli spiritisti farebbero bene a ricordarlo: capirebbero quanto sono stolti, oltre che impossibili, quei matrimoni spiritici che alcuni fra loro insegnano e praticano. Quando dimora nel corpo astrale, l’uomo non prova più quegli impulsi di natura animale che sono normali e giusti nel mondo fisico, ma privi di senso nella nuova condizione. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 490/1)


Nell’esaminare la coscienza dell’anima che si ritrae (notate la frase) allorché compie la restituzione, vi ripeto che su questo argomento non sussistono prove fisiche tangibili. È accaduto, talora, che qualcuno ritornasse alla vita quando già era nell’istante preciso della restituzione. Ciò è possibile fin tanto che l’entità cosciente è nel suo involucro eterico, anche se il corpo denso fosse ormai abbandonato a tutti gli effetti. Quello compenetra questo, ma è un poco più esteso, e il corpo astrale e mentale restano ancora accentrati nell’eterico anche se è già intervenuta la morte fisica, cioè se il cuore si è arrestato e tutte le energie eteriche sono già concentrate nella regione della testa, del cuore, o del plesso solare, e l’astrazione già iniziata. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 460)
 Separato che sia dai veicoli fisico ed eterico, l’uomo è consapevole del passato e del presente; al termine dell’eliminazione, nell’istante del contatto con l’anima, quando il corpo mentale sta disintegrandosi, è repentinamente conscio anche del futuro, poiché la prescienza è dote dell’anima, cui egli allora partecipa. Vede quindi passato, presente e futuro come una cosa sola; di vita in vita, durante il continuo ripetersi delle rinascite, si sviluppa in lui il senso dell’eterno Presente. È appunto questo stato di coscienza (caratteristica normale dell’uomo molto evoluto) che è detto “devachan” (dal sanscrito “la dimora degli Dei”. Uno stadio intermedio tra due vite fisiche dove l’Ego entra dopo la sua separazione dal corpo fisico). (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 496/7)
 Per l’aspirante, la morte segna l’ingresso immediato in una sfera di servizio e di espressione cui è assuefatto, e che subito riconosce.    (Trattato di Magia Bianca - 301)

Non intendo descrivere le tecniche dell’eliminazione. Non è possibile farlo, perché gli uomini in realtà sono ciascuno in fasi diverse, intermedie fra le tre prima abbozzate. È relativamente facile capire l’eliminazione per logoramento: il corpo astrale si dissolve perché, senza sostanza fisica che ne stimoli il desiderio, non ha alimento. Esso si forma per il reciproco rapporto fra il piano fisico - che non è un principio - e il principio del desiderio; nel processo della rinascita, l’anima nel corpo mentale impiega il desiderio con intento dinamico per il suo richiamo, cui la materia risponde. L’uomo prettamente astrale, dopo lungo periodo di logoramento, resta in un corpo mentale embrionale, ma la sua vita semi-mentale è brevissima: l’anima infatti le pone termine allorché, improvvisamente, “guarda colui che attende”, e con il suo potere diretto lo riorienta all’istante sulla via discendente della rinascita. L’uomo astrale-mentale segue un processo di astrazione, in risposta alla spinta esercitata dal corpo mentale in rapido sviluppo. Questo ritirarsi si fa sempre più rapido e dinamico fino a che, quando egli è discepolo in prova, per via del contatto sempre più stabile con l’anima, frantuma il corpo astrale-mentale, quale unità, con un atto di volontà mentale promosso dall’anima. Osservate che lo stato di “devachan”, per questi casi, che sono la maggioranza, è necessariamente di minor durata che nel caso precedente, perché la tecnica sua propria, di riconsiderare e riconoscere il contenuto delle esperienze, va a poco a poco affermandosi nell’uomo anche quando vive fisicamente, sì che questi scopre l’importanza del significato e impara continuamente dalle esperienze della vita. In tal modo sviluppa per gradi anche la continuità di coscienza, e la sua consapevolezza interiore comincia ad imporsi anche all’esterno, dapprima mediante il cervello fisico, poi in modo indipendente da esso. Questi due concetti alludono ad una questione che sarà oggetto d’indagine nei prossimi due secoli. L’uomo mentale, la personalità integrata, opera, come si è visto, in due maniere, che naturalmente dipendono dal grado di integrazione conseguita, che è di due specie: 1. Integrazione della personalità, accentrata nella mente e in rapporto sempre più stretto con l’anima. 2. Integrazione del discepolo, la cui personalità integrata rapidamente si unifica con l’anima, che l’assorbe. In questa fase di sviluppo e continuo controllo mentale (poiché la coscienza è focalizzata nel corpo mentale in modo definito e permanente) la distruzione preliminare del corpo astrale per logoramento e “negazione dinamica” avviene durante l’incarnazione fisica. L’uomo rifiuta di comportarsi secondo il desiderio; quel che resta dell’illusorio corpo astrale è regolato dalla mente, e gli impulsi a soddisfare i desideri sono dominati in modo deliberato e cosciente, sia per le ambizioni egoiste e gli intenti mentali della personalità integrata, sia perché l’anima ispira il suo volere, cui subordina la mente. Conseguito questo livello evolutivo, l’uomo può dissolvere gli ultimi desideri residui mediante illuminazione. Nelle prime fasi della vita puramente mentale, l’ottiene con la luce della conoscenza, e implica soprattutto luce inerente alla sostanza mentale. In seguito è la luce dell’anima che promuove e accelera il processo, quando essa è ormai in intimo rapporto con la mente. Il discepolo allora impiega metodi più occulti, di cui però non parleremo. Il corpo mentale non è più distrutto dal potere dirompente della luce stessa, ma è smantellato dalla vibrazione di certi suoni emessi dal livello della volontà spirituale; il discepolo li riconosce, e ha il permesso di usarli con forma verbale appropriata a lui, comunicata da un iniziato del gruppo a cui appartiene, o dallo stesso Maestro, quando la vita volge al termine. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 497/9)
 Enuncio ora un’altra Legge, che sostituisce quella della Morte e vale solo per i discepoli ormai alle ultime fasi del loro sentiero e per gli iniziati.

LEGGE X
 Ascolta, o chela, l’appello del Figlio alla Madre, e obbedisci. Esso annuncia che la forma ha assolto il suo compito. Il principio mentale (il quinto) si organizza e ripete la Parola. La forma in attesa risponde e si distacca. L’anima è libera. Rispondi, o Risorgente, all’appello che giunge dalla sfera dell’obbligo, riconosci la voce che viene dall’Ashram o dal Concilio, ove attende il Signore della Vita. Il Suono vibra. Anima e forma devono rinunciare entrambe al principio della vita permettendo così alla Monade di essere libera. L’anima risponde. La forma spezza il legame. La vita è libera, sa di sapere e possiede il frutto di tutte le esperienze. Sono i doni dell’anima e della forma fusa insieme.

Ho voluto chiarire la distinzione fra malattia e morte sperimentate dall’uomo comune, e il corrispondente dissolvimento consapevole che è proprio del discepolo esperto e dell’iniziato. Quest’ultimo implica una tecnica, appresa gradualmente, per cui (all’inizio) il discepolo è ancora vittima delle tendenze alla malattia insite nella sua come in tutte le forme naturali. Passando per stadi mitigati di malattia e quindi per la morte pacifica e serena, egli perviene ad altre fasi in cui questa è provocata da un atto del volere - tempo e modalità essendo stabiliti dall’anima e percepiti coscientemente nel cervello. La sofferenza si fa sentire in entrambi i casi, ma sul Sentiero dell’Iniziazione è ridotta a poca cosa, non perché l’iniziato cerchi di evitarla, ma perché la forma non è più reattiva a certi contatti dolorosi, e pertanto non li percepisce. Il dolore, in effetti, è il custode della forma e ne protegge la sostanza; avverte del pericolo; segna certe fasi del processo evolutivo; dipende dal fatto che l’anima è identificata con la sostanza. Ma quando non è più così, dolore, malattia e morte allentano la presa sul discepolo; l’anima non è più loro sottoposta e l’uomo è libero, perché malattia e morte sono qualità della forma, di cui seguono le vicende vitali.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. - IV° - Guarigione Esoterica - 501/2)


PARTE  VII

Il miglior concetto che ci si possa fare della morte è considerarla come una esperienza che ci libera dall’illusione della forma ... (Da Betlemme al Calvario - 243)

I Tibetani parlano del processo della morte come dell’“entrare nella chiara luce fredda”. Probabilmente il miglior concetto che ci si possa fare della morte è considerarla come un’esperienza che ci libera dall’illusione della forma; ciò ci permette di comprendere chiaramente che quando parliamo della morte ci riferiamo ad un processo relativo alla natura materiale, il corpo, con le sue facoltà psichiche ed i suoi processi mentali. (Da Betlemme al Calvario - 243)

L’errore dell’uomo sta, oggi, nell’atteggiamento di fronte alla morte, per cui interpreta come catastrofe la scomparsa della vita dalla percezione visiva e il disintegrarsi della forma.     (Trattato dei sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 13)

La distruzione della forma... ha poca importanza per coloro che sanno che la reincarnazione è una legge fondamentale della natura e che la morte non esiste. Le forze della morte continuano ad essere presenti, ma è la morte della libertà di parola, la morte della libertà nell’attività umana, la morte della verità e dei valori spirituali superiori, che rappresentano i fattori vitali della vita dell’umanità; la morte della forma fisica è un fattore trascurabile rispetto a quelli, e vi si rimedia facilmente con il processo di rinascita e nuova opportunità.         (Esteriorizzazione della Gerarchia – 232)

Si è propensi a credere che la morte sia la fine, mentre, per quanto riguarda l’idea di fine, i valori di cui trattiamo sono persistenti, non ammettono interferenze - che del resto sarebbero impossibili - e hanno in sé i semi dell’immortalità. Pensateci, e sappiate che tutto ciò che ha vero valore spirituale è duraturo, senza tempo, immortale ed eterno. Muore solo ciò che è privo di valore, e per quanto concerne l’umanità muoiono gli elementi pertinenti alla forma o che da questa traggono importanza. Ma i valori che si reggono su un principio e non sull’apparenza hanno in sé quel principio immortale che guida l’uomo “dalla porta della nascita, attraverso le porte della percezione, fino alla porta del proposito”, come dice l’Antico Commentario. (Trattato dei sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 684)

Morte e limitazione sono sinonimi. Quando la coscienza è accentrata nella forma e si identifica del tutto con il principio di limitazione, vede come morte la liberazione dalla vita formale; ma, per evoluzione, essa di continuo sposta la focalizzazione e diviene consapevole di ciò che non è forma, del regno del trascendente o dell’astratto, o meglio di ciò che è astratto dalla forma e focalizzato in sé. Per inciso, ciò definisce la meditazione come scopo e conseguimento. Si medita veramente quando si usa la mente, riflesso della volontà, nei suoi tre aspetti: per aprire l’ingresso nel mondo dell’anima, per influire sulla vita personale e infine per imporre e ottenere la piena espressione del proposito egoico (animico). (Trattato dei Sette Raggi Vol. III° Astrologia Esoterica - 615/6
 La morte stessa è parte della grande illusione ed esiste soltanto a causa dei veli addensati attorno a noi.         (Il Discepolato nella Nuova Era Vol. I°- 463)

La Paura della morte, del futuro, del dolore, dell’insuccesso, e altre, minori, cui l’umanità soccombe, e la Depressione, sono, per l’uomo di quest’epoca, il Guardiano della Soglia. Sono sintomo di una reazione senziente ai fattori psicologici, e non si possono curare con altri fattori dello stesso genere, come il coraggio. Ma, tramite la mente, si possono vincere con l’onniscienza dell’anima - non con l’onnipotenza. Queste parole contengono un cenno occulto. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 443)
 La preparazione per questo regno, è compito del discepolato, e costituisce l’ardua disciplina della quintuplice via dell’iniziazione. Il lavoro del discepolo consiste nel fondare il regno e la caratteristica fondamentale dei suoi cittadini è l’immortalità. Essi sono membri della Razza Immortale, e l’ultimo nemico che debbono superare è la morte; essi agiscono coscientemente dentro e fuori del corpo e non se ne preoccupano; essi hanno la vita eterna perché hanno in loro ciò che non può morire, essendo della stessa natura di Dio.       ( Da Betlemme al Calvario – 276)


PARTE  VIII

La morte non è che un interludio in una vita d’esperienza costantemente acquisita... essa segna una precisa transizione da uno stato di coscienza ad un altro.   ( Da Betlemme al Calvario – 242)

Morte, in realtà, è non aver coscienza di una certa attività vitale. La riserva di vita è il luogo della morte, e questa è la prima lezione per il discepolo... (Trattato dei sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 445)

La morte è un fenomeno che riguarda essenzialmente la coscienza. In un dato momento siamo consci del mondo fisico, e l’istante dopo siamo ritratti in un altro mondo, impegnati in altre attività.       (Trattato di Magia Bianca - 494)

Nel caso di un iniziato, le cose sono alquanto diverse, perché è frequente che resti in piena coscienza per tutto il processo della morte. (Trattato dei sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 540)

La distruzione della forma, non è, per Essi, la morte quale intesa dall’uomo, ma un puro e semplice processo di liberazione. (Trattato dei sette Raggi Vol. IV°- Guarigione Esoterica 432)

Mediante l’allineamento, l’anima usa il tempo in modo esatto; o dirò, meglio, che il cervello, l’unico organo umano ad averne coscienza, non è più l’elemento dominante; la mente, quale agente dell’anima (la cui coscienza include passato, presente e futuro) vede la vita e l’esperienza per quel che sono. La morte è dunque intesa come un episodio, un passaggio in una lunga serie di transizioni. Quando sarà compreso questo atteggiamento dell’anima, tutto il modo di vivere, e quindi anche di morire, muterà radicalmente.           (Trattato dei sette Raggi IV° - Guarigione Esoterica - 351)


La morte va considerata soltanto come un altro passo compiuto sul cammino che porta alla luce e alla vita.    (Da Betlemme al Calvario - 233)

Negli ultimi stadi di vita, abbiamo la cristallizzazione della forma e l’uomo si rende conto della sua insufficienza. Giunge allora la liberazione chiamata morte, il gran momento in cui “lo spirito prigioniero” sfugge dalle mura che lo costringono entro una forma fisica.            (La coscienza dell’Atomo - 64)

La morte che dico è la Grande Liberatrice, che spezza le forme che uccidono quanto racchiudono.    (Trattato dei Sette Raggi Vol. III° - Astrologia Esoterica - 545)

Molte volte ho ripetuto che l’uomo spirituale agisce solo sull’aspetto sostanziale, cioè sull’anima umana, e che - agli occhi del Maestro - la forma è relativamente senza importanza. La liberazione dalla triplice forma è sempre considerata, dall’uomo spirituale, come il massimo bene, purché avvenga secondo la legge, come risultato del suo destino spirituale e delle decisioni karmiche; non come atto arbitrario, per evadere dalla vita e dalle sue conseguenze fisiche, o per auto-decisione. (Trattato dei sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 661)

È interessante notare come la morte sia regolata dal Principio di Liberazione, e non da quello di Limitazione. Le vite auto-coscienti la riconoscono come un semplice fattore di cui tener conto, ma gli umani non la comprendono, perché sono le più illuse fra tutte le vite incarnate.        (Trattato di Magia Bianca - 534)

La morte è semplicemente Portatrice di Trasformazione. (Da Betlemme al Calvario - 241/2)

... la morte stessa è parte del processo creativo di sintesi. (Trattato dei sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 680)

Io parlo della Morte in quanto la conosco sia nella sua espressione mondana ed esterna, quanto nella verità della vita interiore, dove non esiste. Si entra, semplicemente, in una vita più vasta.         (Trattato di Magia Bianca - 300)

La Legge della Morte e del Sacrificio regola la graduale disintegrazione delle forme concrete e il loro sacrificio alla vita che evolve ... (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 414)
 La Legge del Sacrificio e della Morte governa il piano fisico. La distruzione deforma, perché la vita progredisca, è uno dei metodi fondamentali dell’evoluzione.      (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 413)
 Il Maestro impara il significato della limitazione della forma; quindi assume il controllo ed applica la legge a livello di quella forma. In tal modo, dopo averla trascesa, la scarta, in cerca di altre migliori. In tal modo procede, sempre mediante sacrificio e morte della forma. La riconosce come limite e la sacrifica e respinge per elevare sempre più la vita. La via della resurrezione passa per la morte sulla croce, ma poi giunge al monte dell’Ascensione. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 459/60) L’intero deve essere considerato come più importante che la parte: non si tratta di un sogno, o di una visione, di una teoria, non è una vana speranza, un semplice anelito. È una necessità innata e imprescindibile. Implica la morte, ma come bellezza, come gioia, come spirito in atto, come perfezione del bene. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 437)
 La morte è solo un metodo per riconcentrare l’energia, prima di rinnovare l’attività, che tende sempre e senza sosta al miglioramento. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 297)
 ... per l’anima prendere forma e quindi immergersi in essa, e morire, sono sinonimi.     (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 439)
 Il terrore e la morbosità evocati normalmente dal pensiero della morte, e la renitenza ad affrontarlo a dovere per comprenderlo, sono dovuti all’importanza che si annette al corpo fisico, con il quale è tanto facile identificarsi; ma è anche basato sul timore innato della solitudine e della perdita di ciò che è familiare. Eppure, la solitudine sperimentata dopo la morte, allorché ci si trova privi di corpo fisico, è nulla se paragonata a quella che ci coglie alla nascita. Qui l’anima si ritrova in un ambiente nuovo e confitta in un corpo ancora inadatto per badare a se stesso, e per lungo tempo anche incapace di stabilire contatti intelligenti con le circostanze. L’uomo nasce senza memoria dell’identità o dell’importanza del gruppo di anime incarnate con cui si trova in rapporto; questo isolamento scompare a poco a poco solo quando egli avvia i suoi propri rapporti personali, scopre individui congeniali e raccoglie attorno a sé un gruppo di uomini che chiama amici. Ma dopo la morte non è così, poiché dall’altra parte del velo ritrova coloro che gli sono noti e gli sono stati accanto nella vita terrena, e quindi non è mai solo, almeno nel senso che si intende di norma la solitudine; inoltre è conscio di quelli che ancora vivono incarnati; può vederli, può sentirne le emozioni e persino i pensieri, poiché non è più impedito dal cervello fisico, che agisce come deterrente. Se gli uomini fossero più saggi, temerebbero assai più la nascita che la morte, poiché quella getta davvero l’anima in carcere, mentre questa è il primo passo verso la libertà. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 392/3)
 PARTE IX

Nell’uomo la morte sopraggiunge, nel senso comune del termine, quando la volontà-di-vivere in un corpo fisico scompare e la volontà-di astrarre ne prende il posto. È questo che chiamiamo morte. (Trattato dei Sette Raggi Vol. V° – I Raggi e le Iniziazioni 164/5)

Quando la causa, il desiderio, ha prodotto il suo effetto, cioè la personalità, o la forma dell’uomo, questa perdura fino a che esiste la volontà di vivere. È trattenuta in manifestazione dalla vitalità mentale. Gli annali della medicina lo comprovano ripetutamente, poiché è dimostrato che finché persiste la determinazione di vivere, la durata della vita fisica è probabile, e che al contrario, se quella si spegne, o quando colui che entro-dimora distoglie l’attenzione dalla personalità, ne conseguono morte e disintegrazione di quell’immagine mentale che è il corpo. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° – Guarigione Esoterica 452/3)
 L’attaccamento è intenso desiderio per l’esistenza senziente. È insito in ogni forma, si perpetua da sé, e lo conoscono anche i saggi.

Quando la Vita, o Spirito, si ritrae,la forma occultamente muore. Quando il pensiero dell’ego, o Sé superiore, è rivolto al proprio mondo, non vi è energia diretta alla materia dei tre mondi esterni, e perciò la costruzione di forme e l’attaccamento ad esse vengono a cessare. Ciò conferma che “l’energia segue il pensiero”, e concorda con l’insegnamento spirituale secondo cui il corpo del principio Cristo (il veicolo buddhico) comincia a coordinarsi solo quando gli impulsi inferiori svaniscono…. . L’attaccamento o l’attrazione per la forma è per lo Spirito il grande impulso involutivo. La ripulsa della forma e la sua disintegrazione conseguente sono la  grande spinta evolutiva. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° –Guarigione Esoterica 452)

La morte, quando arriva, ha due cause: 

1. Conflitto tra forze, e non fra energia e forze. Campi di battaglia sono il corpo eterico e il fisico,e data la gravità del male, non giungono energie dall’esterno. 2. Estinzione della volontà-di-vivere. Il malato si arrende; la battaglia è troppo ardua  per lui; egli non può apportare energie dall’esterno per contrastare le forze in conflitto, e neppure lo vuole. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° – Guarigione Esoterica - 596)

Vi sarà evidente che questo Principio di Conflitto è strettamente connesso con la morte. Per morte intendo la liberazione dalle condizioni della forma fisica, emozionale o mentale, intendo la cessazione (temporanea o permanente) del contatto con la forma fisica, con l’annebbiamento astrale e l’illusione mentale, intendo il rigetto di Maya, nome di quell’effetto globale che inghiotte l’uomo immerso in qualsiasi genere di materialismo e perciò è sopraffatto (dal punto di vista dell’anima) dalla vita nei tre mondi. È il Principio di Conflitto, latente in ogni atomo di sostanza, che produce prima di tutto conflitto, poi rinuncia ed infine emancipazione; che produce la guerra in una forma o in una altra,poi il rigetto e finalmente la liberazione. Come vedete bene, questo principio è connesso intimamente alla legge del Karma; è a questo principio che allude A. Besant quando, in un suo libro, parla del fatto che la sostanza di cui son fatte tutte le forme è già – dall’alba stessa del processo creatore – permeata di karma. C’è un significato profondamente occulto nel pensiero enunciato sovente, che la morte è la grande Liberatrice; significa che il Principio di Conflitto è riuscito a produrre le condizioni in cui l’aspetto spirito è liberato (temporaneamente o permanentemente) dalla prigione di qualche forma di vita, individuale o di gruppo.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. V° – I Raggi e le Iniziazioni - 607)

È degno di nota che l’incapacità di esternare il “vero” o di “essere la verità” è la vera causa di morte di chi ancora non è discepolo o non ancora iniziato di primo grado. L’anima, vista la resistenza oppostale dal suo strumento, decide di porre termine all’esperimento di quell’incarnazione. La morte subentra, allora, provocata dall’attrito. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° – Guarigione Esoterica - 568)

Notate, inoltre, che la morte si produce per diretto intervento dell’ego,anche se l’uomo ne fosse totalmente inconsapevole.Per la maggioranza il processo è automatico, poiché (quando l’anima distoglie l’attenzione) la reazione fisica inevitabile è o la morte fisica – quando si distaccano entrambi i flussi, della vita e della ragione – o la morte psichica – quando la corrente mentale si ritrae, e solo la vita resta attiva nel cuore, ma senza coscienza intellettiva. L’anima è impegnata in altre imprese, in altri livelli.  (Trattato di Magia Bianca 497/8) L’intento deve essere che ogni uomo muoia – poiché è mortale – quando l’anima  lo vuole. Giunto in elevata fase di sviluppo, un giorno egli saprà ritrarsi in piena coscienza dal corpo fisico, a tempo debito e con volontà deliberata. Lo lascerà silenzioso e deserto, senz’anima; spento, ma sano ed integro; il corpo si disferà allora, seguendo il decorso naturale, ed i suoi atomi torneranno al grande “deposito d’attesa” finché non richiesti da altre anime in procinto di incarnarsi. Lo stesso processo si ripete nei mondi soggettivi: molti però hanno già imparato ad abbandonare il corpo astrale senza “sperdersi nella nebbia” – modo simbolico di descrivere la morte a quel livello. L’uomo si ritrae quindi nel piano mentale, e la sua carcassa astrale accresce la nebbia e la sua densità.          (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° Guarigione Esoterica 29)  , La morte, per quanto riguarda l’uomo, è un processo sempre più predisposto e previsto dall’anima che si ritrae di sua propria volontà. Ciò vale, in diversa misura, per chiunque non sia di così povera intelligenza che l’anima altro non faccia, in pratica, che adombrarlo dall’alto. Per chiunque muoia, progredito o no che sia, le fasi ulteriori della dissoluzione, dopo la dipartita spontanea dell’anima (conscia per quest’ultima, e sempre  più tale anche per la persona morente), sono regolate da questo potere latente, insito nella stessa vita del pianeta. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° Guarigione Esoterica 244)

La buona volontà, che è intento e movente di bene, quando sarà coltivata guarirà le malattie dell’apparato respiratorio, gola e polmoni, darà stabilità alle cellule cerebrali e curerà la pazzia e l’ossessione, instaurando ritmo ed equilibrio. L’uomo sarà allora longevo, poiché la morte interviene solo quando l’anima riconosce di aver compiuta la sua missione e di meritarsi il pralaya. Essa si presenterà quindi a grandi intervalli di tempo, governata dalla volontà. L’uomo cesserà di respirare quando avrà terminata l’opera, e invierà gli atomi del corpo in pralaya. Questa condizione è il sonno del fisico, la fine della manifestazione, ma il suo significato occulto non è ancora capito. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° Guarigione Esoterica 108)
 Vi rammento che queste considerazioni riguardano le attività e le reazioni dell’anima quando volutamente richiama il frammento di sé che si è incarnato, a conclusione di un ciclo di vita. La durata di esso può essere lungo o breve, dipende dal proposito; può essere di pochi anni o di un secolo. Prima dei sette anni di età, ciò che più conta è la vitalità dell’elementale fisico; l’anima è allora focalizzata nel corpo eterico, ma non ne usa ancora appieno i centri; si limita ad un lieve controllo pulsante, ad un blando impulso, sufficienti però a preservare la coscienza, a dar vita ai vari processi fisiologici, a dimostrare il carattere e le disposizioni. Queste doti divengono sempre più marcate sino a stabilizzarsi, a ventun anni, in quella che chiamiamo la personalità. Nel caso dei discepoli, la presa dell’anima incarnata, e la sua età o esperienza sono già pronosticabili, gli elementali fisico, astrale e mentale sono sotto controllo, e l’anima, l’uomo spirituale entrostante, già precisa le tendenze e le scelte. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° Guarigione Esoterica 463/4)     Nella famiglia umana la morte sopravviene quando l’anima ritira il suo filo della coscienza e quello della vita; però questo processo di morte si rapporta completamente ai tre mondi. L’anima ha il suo posto sui livelli superiori del piano mentale, come ben sapete. Quanto alle forme di espressione delle quali parlavo prima – cicli, civiltà, culture, razze, regni di natura e così via – la loro distruzione è provocata da sorgenti ancora più in alto dei tre mondi in cui esse si manifestano. Questa distruzione avviene sotto la direzione di Shamballa, che evoca la volontà della Gerarchia o di qualche Ashram particolare o di qualche membro della Gerarchia, al fine di produrre nei tre mondi un risultato predeterminato in linea con il proposito di Dio. Si potrebbe dire (con una certa misura di correttezza esoterica) che la distruzione prodotta in ubbidienza alla quarta parola della regola XIV è la distruzione di qualche aspetto del Piano che ha giocato il suo ruolo nei tre mondi, secondo il proposito e l’intento divini. Questa distruzione non è esternamente così conclusiva come lo è la morte di un uomo  sul piano fisico, sebbene questa essenzialmente non è quel rapido processo che generalmente si suppone essa sia. La forma fisica può morire e scomparire, ma sopravviene un processo interiore di morte dei corpi sottili ed il processo della morte non è completo finché non si sono disintegrati anche i corpi astrale e mentale e l’uomo è libero nel corpo causale o corpo dell’anima. La stessa cosa avviene, in scala più grande, per la morte o distruzione di fasi del Piano divino, avviate dalla Gerarchia in conformità al Proposito divino. C’è sovrapposizione fra il processo di costruzione e quello di distruzione. Le civiltà che muoiono sono presenti nelle loro forme finali mentre emergono le civiltà nuove, i cicli vanno e vengono, sovrapponendosi; la stessa cosa si riscontra nell’emergere e nello scomparire dei raggi e delle razze. In ultima analisi e dal punto di vista dell’essere umano comune, la morte è semplicemente la scomparsa dal piano fisico, il piano delle apparenze. (Trattato dei Sette Raggi Vol. V° – I Raggi e le Iniziazioni - 308/9)
                                                   PARTE   X

Quando il genere umano giungerà alla consapevolezza dell’anima ... la morte sarà intesa come un evento “predisposto”, attuato in piena coscienza e sapendo che è periodico.            (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 435/6)    Nei capitoli precedenti ho esaminato il tema della morte specie nel suo aspetto fisico, e dal punto di vista di chi osserva. Ho infatti descritto quale dovrebbe essere l’atteggiamento di quest’ultimo. Qui invece lo rappresento in maniera alquanto diversa, e cioè dal punto di vista dell’anima che si scioglie dal corpo. Forse ripeterò cose che vi sono già note, ma è opportuno chiarire bene certi concetti. Li esporrò in modo conciso, e vi esorto a considerarli come basilari e reali.  1.  Per l’anima incarnata giunge l’ora del distacco. Essa, in passato:  a. Si è appropriata di un corpo fisico di una certa qualità, secondo l’età e le esigenze sue proprie.  b. Gli ha dato vita tramite l’eterico, infondendogli l’energia necessaria per la durata prevista della sua impresa fisica.    2. Nel corpo fisico penetrano due grandi correnti d’energia, che ne determinano l’attività, il tipo, la qualità espressiva, l’effetto sull’ambiente:  a. La corrente di vita dinamica, ormeggiata nel cuore. Essa entra nella testa, scende nel cuore e quivi si accentra per tutto il periodo della vita. Una corrente minore dell’energia universale, o prana, diversa e distinta dalla forza individuale, entra attraverso la milza, dalla quale sale al cuore, incontro a quell’altra, maggiore e più importante. La corrente vitale dà energia al corpo fisico e lo tiene assieme. Quella pranica ne vivifica gli atomi e le cellule.  b. La corrente di coscienza individuale, che si ancora nella testa, è un aspetto dell’anima e rivela la qualità della coscienza che, a sua volta, dimostra il livello evolutivo. Anche questa corrente agisce assieme ad un’altra, che è la forza della personalità, caratterizzata dal desiderio (senzienza astrale o emotiva), che entra nel corpo dal centro del plesso solare. Quest’ultima connette l’uomo al piano a strale, e quindi al mondo dell’illusione. La coscienza degli uomini primitivi o di media levatura si centra proprio nel plesso solare, e quindi l’energia viene registrata dal punto focale entro la testa, ma non è affatto riconosciuta. Ecco perché, alla morte, l’anima loro esce dal plesso solare, e non dal capo. Quando invece l’uomo è progredito, mentale, o è un discepolo o un iniziato, la corrente di coscienza si ritrae uscendo dalla testa.  3. L’anima gruppo di tutte le forme animali - per la Legge di Attrazione - ritrae il principio vitale di qualsiasi sua forma fisica attraverso il plesso solare, che è il cervello dell’animale comune. È vero che alcuni di questi, domestici e progrediti, cominciano già ad usare il cervello, almeno in qualche misura, ma il principio vitale e la senzienza, cioè la coscienza animale, si astrae ancora sempre dal plesso solare. In tutte le fasi del processo evolutivo si distinguono, pertanto, certi notevoli triangoli di energia:    a. Negli animali e in quegli uomini che sono di poco superiori agli animali, negli idioti e in tutti coloro che sembrano non avere un centro di coscienza individuale, è preminente questo ternario: Anima-gruppo,  Plesso solare,  Centro della milza.  b. Negli uomini poco evoluti, ma dotati di individualità, e nell’essere umano ordinario ed emotivo, domina quest’altro: Anima,  Centro della testa,  Plesso solare. c. Negli uomini progrediti e nei discepoli, all’ora della morte è attivo questo triangolo: Anima,  Centro della testa,  Centro ajna (il centro fra le sopracciglia). 

              Connessa a tutti questi ternari è la duplice relazione con il principio vitale:  a.  Il cuore, ove si accentra la vita dell’anima nella forma.  b. La milza, attraverso cui fluisce costante e ritmica la corrente dell’essenza vitale universale, o prana. È certo un argomento molto astruso, e non suscettibile di verifica, almeno per chi si trova sui livelli umani. Ma l’ammettere queste tre ipotesi - tali sono infatti oggi - chiarisce tutto quanto si riferisce al processo di restituzione di cui trattiamo.  4. La morte è governata dal desiderio, così come lo sono la vita e l’esperienza. Non occorre dimostrarlo, poiché generalmente ammesso. Si ripete infatti da tutti che la morte è inevitabile quando viene meno la volontà-di-vivere. E sia questa la semplice coesione del corpo fisico, quale entità elementale (per elementali si intende la moltitudine delle vite di natura che formano la totalità della materia di un piano; queste, su onde di energia, mediante l’impulso del respiro, e per effetto dell’azione vibratoria, sono spinte in tutte le forme, quali ci appaiono sul piano fisico), o l’intento deliberato dell’anima, è pur sempre un aspetto del desiderio, o meglio una reazione del volere spirituale nel mondo fisico.  Esiste dunque un mutuo scambio fra:  a.       l’anima sul suo livello,  b.      il corpo astrale,  c.       il centro del plesso solare. Poca attenzione si è finora accordata a questa triplice relazione, nell’Arte di Morire, ma essa merita di essere ponderata.

(Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 428/31)
             In senso occulto, il processo della morte è il seguente:  a.     Prima fase: la forza vitale si ritira, dal denso, nel corpo eterico.       Ne consegue la “corruzione” del fisico, che si “disintegra” negli elementi costituenti. L’uomo oggettivo svanisce e non è più visibile all’occhio fisico, ma persiste nell’eterico. Quando la vista eterica sarà sviluppata, il pensiero della morte avrà proporzioni molto diverse. Quando a molti sarà possibile vedere l’uomo vivente nel corpo eterico, l’abbandono del fisico sarà considerato come un sollievo.  b. Seconda fase: la forza vitale si ritira dal corpo eterico, che quindi resta privo di energia ...  c. Terza fase: la forza vitale si ritira dalla forma astrale, e questa prende a disintegrarsi in modo analogo, mentre la vita si accentra altrove, intensificata dalle esperienze fisiche e colorata da quelle emotive.  d.    Ultima fase, per l’uomo: la vita si ritira dal corpo mentale.  Terminata questa quadrupla astrazione, essa è controllata interamente dall’anima ... (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 414/5)    Per illustrare quanto meglio posso questo argomento, ritengo sia bene descrivere la sequenza di eventi che si verificano al punto di morte, ricordandovi che le regioni ove si compie l’astrazione definitiva sono tre: la testa, per i discepoli, gli iniziati, gli uomini di elevato sviluppo mentale; il cuore per gli aspiranti, gli uomini di buona volontà, per tutti coloro che hanno raggiunto una certa integrazione personale e fanno quanto possono per adempiere la legge dell’amore; il plesso solare per chi è emotivo e di scarsa levatura. Mi limito ad elencare le varie fasi del processo, lasciandovi liberi di accettarle come ipotesi interessanti e probabili, in attesa di poterle verificare, o di accoglierle come verità indiscutibili, per fiducia nella mia conoscenza, o infine di rifiutarle come fantastiche, senza valore, non suscettibili di prova. Il primo atteggiamento è il più consigliabile, perché consente di mantenere l’integrità mentale, è sintomo di mente aperta e nello stesso tempo protegge dalla credulità e ristrettezza mentale.  1. L’anima dal suo livello emette la “parola di richiamo”, e immediatamente nell’uomo fisico subentrano un processo e una reazione interiori:  a. Eventi fisiologici specifici alla base della malattia, interessano il cuore e i tre grandi sistemi che potentemente condizionano l’uomo: la corrente sanguigna, il sistema nervoso e quello endocrino. Non è il caso di parlarne. La patologia della morte è ben nota ed è stata molto studiata nei suoi aspetti exoterici, anche se molto resta ancora da scoprire. A noi però interessano, soprattutto, le reazioni interiori che, in ultima analisi, causano la predisposizione patologica alla morte.  b. Una vibrazione percorre le “nadi”, che, come sapete, sono la controparte eterica del sistema nervoso di cui sorreggono ogni singolo nervo in ogni parte del corpo. Sono, per eccellenza, gli esecutori degli impulsi direttivi dell’anima, in quanto reagiscono alle vibrazioni emesse dal cervello eterico. Essi rispondono alla Parola di comando e all’attrazione dell’anima e si dispongono all’astrazione.  c. Il sangue subisce una reazione di peculiare carattere occulto. “Il sangue è la vita”, si afferma; vi si produce un cambiamento interiore per le due fasi precedenti, ma soprattutto per effetto di un’attività ancora ignorata dalla scienza e causata dal sistema ghiandolare. Infatti le ghiandole, reagendo al comando di morte, vi immettono una sostanza che agisce sul cuore, dove è fissato il filo della vita. Questa sostanza, considerata come “mortifera”, è una delle cause fondamentali del coma e dell’incoscienza, poiché suscita ripercussioni nel cervello. La medicina ufficiale ne mette in dubbio l’esistenza, ma finirà per riconoscerla. d. Un tremore psichico si stabilisce, che allenta e spezza i legami fra i nadi e i nervi; il corpo eterico si stacca dall’involucro denso, ma ancora lo compenetra.  2. Subentra a questo punto, sovente, una pausa più o meno lunga. Essa consente che il processo del distacco avvenga nel modo più blando e indolore possibile. Lo svincolo comincia dagli occhi, e si manifesta come rilassamento, come quella scomparsa di ogni timore che si nota molte volte nel morente, che si acquieta e si dispone a partire, ormai incapace di sforzo mentale. È come se, in stato di coscienza, raccogliesse le forze per l’astrazione finale. Durante questa pausa - rimossa una volta e per sempre dall’umanità la paura della morte - gli amici e i parenti del moribondo gli “faranno festa”, rallegrandosi con lui per l’abbandono del corpo. Certo, oggi non è possibile. Oggi è di rigore lo sconforto, e questa fase passa inosservata e non se ne trae profitto; ma un giorno le cose saranno diverse.  3. L’organismo eterico, sciolto da qualsiasi legame con i nervi per l’azione esercitata dai nadi, si raccoglie per lo stacco finale. Dalle estremità si ritrae verso “l’uscita” e si concentra nella regione che lo circonda, in attesa dell’impulso finale dell’anima, che dirige il processo. Fino a questo punto, tutto si è svolto secondo la Legge di Attrazione, cioè per volere magnetico, attrattivo dell’anima. Ora insorge un impulso diverso.  Il corpo denso, somma degli organi, delle cellule, degli atomi, sempre più sciolto dal potere integrativo del corpo vitale, esercitato dai suoi nadi, cade nella sfera d’attrazione della materia. È quell’impulso chiamato attrattivo della materia stessa, esercitato da quella misteriosa entità che è lo “spirito della terra” di natura involutiva, che è per il pianeta ciò che l’elementale fisico è per il corpo denso dell’uomo. È una forza fisica vitale che, in essenza, è la vita e la luce della sostanza atomica, di cui ogni forma è composta. I componenti della forma ritornano a questa riserva di vita involutiva e materiale. La restituzione della materia requisita per la forma usata dall’anima durante la vita sta proprio nel ridare a questo “Cesare” del mondo involutivo ciò che gli appartiene, mentre l’anima torna a Dio, donde provenne.            È evidente che in questa fase il processo è duplice:  a.  Il corpo vitale si prepara ad uscire.            b. Il fisico si abbandona alla dissoluzione.  Ma è osservabile una terza attività: l’uomo consapevole ritrae la propria coscienza in modo graduale ma continuo negli involucri astrale e mentale, apprestandosi ad estrarre completamente il corpo eterico al momento giusto.  Si distacca sempre più dal mondo fisico e si ritrae in sé stesso. Se egli è alquanto progredito lo fa in modo cosciente, e il suo interesse per la vita e la consapevolezza dei rapporti con i familiari e gli amici non si disperdono, nonostante che la presa sul mondo fisico si vada affievolendo.  Quando si muore per vecchiaia, questo distacco è più facilmente percepibile che nei casi di malattia, e molte volte si può vedere l’anima, cioè l’uomo interiore vivente, allentare a poco a poco la presa sulla realtà fisica e, pertanto, illusoria. 4. Una seconda pausa. In questo momento l’elementale fisico può ancora, a volte, riafferrare il corpo eterico, se l’anima lo vuole perché la morte non rientra nei suoi piani interiori, o se esso è così forte da prolungare il processo. Talvolta avviene che la lotta si prolunghi per giorni e settimane. Ma quando la morte è inevitabile, questa seconda pausa è brevissima, anche in pochi secondi. L’elementale fisico rilascia la presa, e l’eterico attende l’ultimo “strappo” dell’anima, sotto la Legge di Attrazione. 5. Il corpo eterico emerge dal denso, gradualmente e dall’orifizio prescelto. Quando è del tutto libero, assume i vaghi contorni della forma densa che ha sorretto, e ciò avviene sotto l’azione della forma-pensiero che l’uomo ha creato, negli anni, di se stesso. Quest’ultima esiste per ciascuno, e deve essere distrutta per completare la seconda fase, dell’eliminazione. Ne riparleremo. Libero ormai dal carcere del fisico denso, il corpo eterico non è ancora sciolto dall’influsso di questa forma-pensiero, con la quale resta in un certo rapporto, che basta a trattenere l’entità spirituale vicino al corpo abbandonato. Ecco perché il chiaroveggente afferma talora di vedere il corpo eterico librarsi sul letto di morte o sul feretro. Quelle energie integrate che chiamiamo corpi astrale e mentale ancora lo compenetrano, e un punto di luce al centro dimostra la presenza dell’anima.  6. Il corpo eterico gradualmente si disperde, poiché le sue energie si riorganizzano e ritirano, lasciando solo la sostanza pranica identificata con il veicolo eterico del pianeta. Come ho già detto, questa dispersione è molto agevolata dalla cremazione. Quando si tratta di un uomo poco evoluto, il corpo eterico può restare a lungo nei pressi della carcassa densa esterna in via di corrompersi, perché l’attrazione dell’anima non è forte quanto quella della materia. Se invece è più progredito e quindi distaccato in pensiero dal mondo fisico, la dissoluzione del corpo vitale può essere rapidissima. Quando termina, la restituzione è compiuta; l’uomo, almeno per qualche tempo, non reagisce più all' attrazione fisica; resta avvolto nei corpi sottili, e si accinge a quell’atto che ho indicato col nome di “eliminazione”.  Al termine di queste insufficienti considerazioni sulla morte dei due aspetti del corpo fisico, affiora un concetto: l’integrità dell’uomo interiore. Egli resta se stesso. È intatto e indenne; è libero da tutto ciò che è proprio del livello fisico e dipendente da tre soli fattori:           1. Qualità delle doti astrali o emotive.           2. Stato mentale abituale.           3. Voce dell’anima, sovente non riconosciuta, talvolta ben nota e amata. L’individualità non è perduta; la stessa persona persiste nel mondo, spogliata solo di ciò che era parte integrale della consistenza tangibile del pianeta. Quell’entità amata o detestata, utile o nociva al genere umano, che rese grandi servigi o visse insignificante, rimane, ancora attiva in senso mentale, e rimarrà in eterno come parte individuale qualificata dal tipo di energia (o raggio), o come parte del regno dell’anima, o come un iniziato di alto grado, secondo quanto gli compete per diritto. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 472/8)    Prima di studiare a fondo questo problema voglio accennare a quel “velo” che è intatto nel cervello della maggior parte degli uomini, ma non esiste nell’illuminato.  Il corpo denso, come sapete, è compenetrato da un sostegno, chiamato corpo eterico o vitale, che ne è la controparte, e che lo oltrepassa alquanto.  Questo è un involucro d’energia, composto di centri di forza e di “nadi”, piccoli conduttori di forza che sorreggono tutto il sistema nervoso, cioè i nervi e i gangli nervosi. Nel corpo, due orifizi consentono l’uscita: uno si apre nel plesso solare, l’altro nella sommità del capo. Ciascuno di essi è protetto da una rete di sostanza eterica, formata da fili di energia fittamente intrecciati.  Alla morte, l’energia vitale preme su quel velo, lo lacera e sfugge via, quando il potere astraente dell’anima è forte abbastanza. Nel caso di animali, bambini o esseri umani del tutto accentrati nel corpo fisico e astrale, la via di uscita è il plesso solare, ove la rete si strappa e consente il passaggio. Nel caso di uomini mentali, al contrario, cioè di individui più evoluti, si lacera la rete al sommo del capo, nella regione delle fontanelle, e l’essere pensante razionale sfugge da quella porta.  Negli uomini di forte natura psichica, medium, chiaroveggenti e chiaroudenti di scarsa levatura, il velo del plesso solare è perforato già dai primi anni di vita, e quindi essi facilmente escono dal corpo e vi rientrano, come durante la “trance”, quando sono attivi nel mondo astrale. Ma non hanno continuità di coscienza, e non si scorge nessun rapporto fra la loro esistenza fisica e i fenomeni che riferiscono durante la “trance”, e che solitamente - ignorano del tutto in stato di veglia. L’intero processo si compie sotto il diaframma e concerne soprattutto la vita senziente animale.  Invece il chiaroveggente consapevole e chi ha poteri psichici di ordine superiore non cade in “trance”, e in tal caso non esiste ossessione né medianità. È il velo cerebrale che viene lacerato, e per quell’apertura affluiscono luce, sapere, ispirazione; ciò conferisce, inoltre, la capacità di entrare in quello stato di estasi spirituale (indicato in sanscrito dal termine “Samadhi”), che è la corrispondenza spirituale dello stato di “trance” della natura animale.  Sono dunque due le aperture per cui si trapassa: il plesso solare, per chi è soprattutto fisico ed emotivo, e cioè per la grandissima parte degli uomini - e il centro della testa per chi è mentale e spiritualmente desto.  Ecco il primo e più importante fatto da ricordare, ed è chiaro che la tendenza generale, il campo dove si accentra in modo precipuo la vita, decidono la porta d’uscita. Ne consegue che l’impegno di disciplinare la vita e la natura emotiva e di orientarsi verso il mondo mentale e dello spirito agisce poderosamente sugli aspetti fenomenici della morte.  È ovvio, se ben si pensa, che una di queste aperture concerne l’uomo spirituale e progredito, e l’altra il primitivo, che di poco ha superato la fase animale. E l’uomo ordinario, di media levatura? Orbene, esiste temporaneamente una terza via: proprio sotto l’apice del cuore, un’altra rete eterica ostruisce un altro orifizio. La situazione è dunque la seguente:  1. Escono dalla testa gli intellettuali, i discepoli e gli iniziati.  2. Escono dal cuore uomini e donne di buona volontà ed onesti cittadini, i filantropi, gli operatori intelligenti.  3. Escono dal plesso solare gli esseri umani con una prevalente natura istintuale, a volte indicata come natura animale.  Tutto ciò, a poco a poco, diverrà di dominio pubblico in Occidente, nel secolo venturo; in Oriente già lo si sa, e costituisce uno dei primi passi verso la comprensione razionale dei processi di morte.   (Trattato di Magia Bianca - 500/2)    Nelle pagine che precedono ho tentato di descrivere la vera natura di ciò che si chiama morte. Essa è dunque il ritrarsi, conscio o no, dell’entità vivente interiore dal suo guscio, dalla sua corrispondenza vitale, e finalmente dai corpi sottili, secondo il livello evolutivo.Vi ho detto quanto essa sia fenomeno abituale per ciascuno. L’orrore che accompagna la morte violenta è provocato dallo “shock” che colpisce il corpo eterico, imponendo l’istantaneo riassetto delle sue forze, costrette a reintegrarsi in modo improvviso e repentino per azione definita, compiuta, per forza di cose, nel corpo astralementale. Ciò non implica che l’entità interiore si ristabilisca nell’eterico, ma il ricomporsi, per Legge di Attrazione, delle energie di quest’ultimo già dissipate, sì che possa poi dissolversi in modo definitivo e completo. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 478/9)    La morte può anche essere intesa come un processo duplice, che specialmente concerne il corpo vitale. Dapprima la sostanza eterica viene raccolta ed estratta, in modo che non interpenetri più il fisico denso, poi si addensa (parola scelta con cura) in quella parte dell’eterico che circonda, senza compenetrarlo, il corpo denso. Questa è stata talvolta chiamata, per errore, l’aura della salute, ed è più facile fotografarla con esito positivo proprio durante la morte, più che in qualsiasi altra circostanza, perché le forze, in via di ritirarsi, si accumulano per parecchi centimetri intorno al corpo tangibile. A questo punto, nel processo d’astrazione, l’anima dice la “parola morte”, ma prima può ancora rientrare nel fisico, e ri-compenetrarlo con l’eterico già estratto. Fino a questo momento, comunque, essa mantiene il contatto con tali forze tramite il centro della testa, o del cuore, o del plesso solare, o mediante i due centri minori dei polmoni.   Secondo il suo livello evolutivo, il morente è, per tutto questo tempo, accentrato nel corpo emotivo o nel mentale. È più cosciente di quanto credano gli astanti, e si rende perfettamente conto, in sé, di quanto accade. Se è fortemente focalizzato nella vita fisica, e questo è il desiderio di cui è più consapevole, può intensificare il conflitto; allora l’elementale fisico combatte vigorosamente per sopravvivere e l’astrale dal canto suo resiste per prolungare la vita, mentre l’anima è intenta all’opera di astrazione e di restituzione. Spesso questa lotta è evidente a chi assiste. Ma, col progresso dell’umanità, questa triplice battaglia diverrà meno frequente; la vita fisica sarà sempre meno desiderata, e l’attività del corpo astrale andrà estinguendosi. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 466/7)      Esiste una potente energia di astrazione, che chiamiamo morte, che a tempo debito si dimostra più forte che l’azione unita degli atomi e delle cellule del corpo. Essa tende a ritrarre e poi ad estrarre l’energia dell’anima, che se ne avvale nel processo di abbandonare un veicolo dopo l’altro. Si può affermare che i semi della morte sono latenti nel pianeta e in tutte le forme. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 347/8)      Sono i centri energetici che tengono assieme il corpo e ne fanno un tutto organico, attivo e vitale. Come sapete, in punto di morte il filo della coscienza si stacca dal centro della testa e quello della vita dal cuore. Ma non si è ancora dato rilievo all’effetto che questo duplice evento provoca su tutti gli altri centri. Il filo della coscienza, ormeggiato nel centro della testa, qualifica il loto chiamato in oriente “dai mille petali” (immagine usata per indicare il centro della testa), non solo, ma (in modo magnetico e radiante) influisce nettamente anche sui petali degli altri centri maggiori, con tutti i quali è in rapporto; il centro della testa li qualifica e li tiene attivi, e quando la qualità di reazione cosciente se ne ritrae, l’effetto è subito risentito da tutti i petali degli altri centri, abbandonati dall’energia qualificante, che sfugge via dal centro della testa. Lo stesso vale per il filo della vita, che è fissato nel cuore, dopo essere penetrato nella testa unito a quello della coscienza, e averla attraversata. Finché resta ancorato colà, infonde energia e tiene vivi tutti i centri del corpo, irradiando fili di vita nel loro punto centrale, o nel loro cuore, che talvolta viene chiamato “il gioiello nel loto” - appellativo però spesso riservato al punto di energia monadica (Monade, la parte immortale dell’uomo, la causa prima, “il frammento di Dio in ogni uomo”) nel cuore del loto egoico, nel suo mondo. In punto di morte, il filo della vita, quando si ritira dal cuore alla testa e da qui al veicolo dell’anima, porta seco la vita di ogni centro; quindi il corpo muore e si disintegra, e non è più un tutto coerente, conscio, vitale. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 622/3)   Le forze eteriche dapprima si concentrano alla periferia, dove già oltrepassano il corpo denso, prima di dissiparsi e lasciare l’anima libera nel suo involucro astrale. È una fase ancora ignorata del processo di morte. Sovente si è supposto e affermato che il corpo eterico si ritira dal fisico denso. Ma la morte in quel momento non è ancora completa; occorre un secondo comando dell’anima, per cui tutte le forze eteriche si dissolvano e tornino alla fonte, cioè alla grande riserva generale. Non dimenticate che il veicolo eterico non ha vita propria. È semplicemente l’amalgama di tutte le forze e le energie che animano il fisico e lo sospingono ad agire durante il periodo dell’esternazione. E rammentate che i cinque centri della spina dorsale non sono entro il corpo fisico, ma in certi punti della forma eterica che è parallela; sono situati (nel caso dell’uomo di scarsa levatura, e ancor più se è di medio sviluppo) almeno a cinque centimetri dalla colonna vertebrale. Anche i tre centri del capo sono fuori del fisico.  Tutto ciò vi farà comprendere perché il corpo fisico - in quanto tale - può già essere abbandonato quando se ne dichiara ufficialmente la morte, però questa non è ancora realmente completa. Infine, tenete presente che quanto detto dei centri maggiori vale anche per i minori.   Gli ultimi due centri minori che “si dissolvono nel nulla” per ricongiungersi alla totalità della sostanza eterica, sono nella regione toracica e intimamente connessi con i polmoni. Ed è proprio su questi che l’anima agisce quando, per qualche ragione, deve rientrare nel corpo. Quando essi si riattivano, il respiro della forma fisica, già abbandonata, riprende. Il pronto intervento somministrato normalmente in caso di annegamento o di asfissia, è inconsapevole applicazione di questa verità. Ma se l’uomo ha ceduto alla malattia ed il suo fisico è quindi molto indebolito, queste pratiche non sono possibili né consigliabili. In caso di morte istantanea per incidente, atto bellico, suicidio, delitto, collasso cardiaco improvviso, lo “shock” è tale che il processo alquanto lento dell’astrazione è soppresso e l’abbandono del corpo fisico e la dissoluzione totale dell’eterico sono praticamente simultanei. Se la morte avviene, come di norma, per malattia, l’astrazione è lenta, e (se la virulenza del morbo non ha deteriorato troppo l’organismo fisico implicato) esiste la possibilità di un ritorno, per un periodo più o meno lungo. Ciò accade di frequente, specie se la volontà di vivere è intensa e rimangono compiti da assolvere o non ben conclusi. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 460/2)      Finora i cambiamenti che si attuano nei centri alla morte del corpo fisico non sono mai stati osservati o documentati; essi sono tuttavia nettamente visibili all’iniziato e si dimostrano assai interessanti ed istruttivi. È l’osservazione delle condizioni dei centri che consente all’iniziato di sapere, quando concede la guarigione, se la guarigione fisica del corpo è consentita o meno. Egli può vedere se il principio volontà d’astrazione di cui sto parlando è attivamente presente o no. Si può osservare il medesimo processo in organizzazioni e civiltà nelle quali l’aspetto forma viene distrutto al fine di astrarne la vita, la quale più tardi potrà ricostruirsi una forma più adeguata. Lo stesso avviene nei grandi processi d’iniziazione, che non sono soltanto dei processi di espansione della coscienza, ma che hanno radice nella morte o processo d’astrazione, che conduce alla resurrezione e all’ascensione.  Ciò che effettua un cambiamento è una scarica (per usare un termine del tutto inadatto) di energia-volontà diretta e concentrata. Questa è tanto magnetica da attrarre a sé la vita dei centri, causando la dissoluzione della forma e la liberazione della vita. Nell’uomo la morte sopraggiunge, nel senso comune del termine, quando la volontà-divivere in un corpo fisico scompare e la volontà-di-astrarre ne prende il posto. È questo che chiamiamo morte. Nel caso della morte in guerra, per esempio, non si tratta della volontà-di-ritiro individuale, ma della partecipazione obbligata ad una grande astrazione di gruppo. Dal suo livello, l’anima dell’uomo riconosce la fine di un ciclo d’incarnazione e richiama la vita. Lo fa con una scarica d’energia di volontà abbastanza forte da determinare il cambiamento. 

    La Legge richiede che la giusta direzione guidi poi le forze entranti.
 Le forze entranti, che operano secondo questa legge, sono indirizzate anzitutto al centro della testa, da qui al centro ajna e poi al centro che ha governato ed è stato più attivo durante l’incarnazione del principio vita. Questo centro varia secondo il punto raggiunto sulla scala dell’evoluzione e secondo il raggio della personalità, cui più tardi si aggiunge il raggio dell’anima, producendo un condizionamento ed un cambiamento maggiori. Nel lavoro dell’iniziato che usa coscientemente questa legge, il principio d’astrazione (quando entra nel corpo) è mantenuto focalizzato nella testa ed ha una tale potenza magnetica che l’energia dei rimanenti centri viene rapidamente raccolta e ritirata. Ciò che è vero del processo individuale di astrazione del principio vita, secondo la legge dei Sette Supplementari, è altrettanto vero del processo in tutte le forme e tutti i gruppi di forme. Il Cristo si riferiva a quest’opera d’astrazione in relazione al terzo grande centro planetario, l’umanità, quando disse (e parlava come rappresentante della Gerarchia, il secondo centro planetario nel quale vengono esotericamente “ritirati” tutti gli esseri umani che conseguono l’iniziazione): “Quando io sarò elevato dalla terra, trarrò tutti gli uomini a me”. Una parola diversa dalla Sua sarà pronunciata alla fine dell’età, quando il Signore del Mondo parlerà da Shamballa, astrarrà il principio vita dalla Gerarchia, e tutta la vita e la coscienza si focalizzeranno allora nel centro planetario della testa: la grande Camera del Consiglio di Shamballa. (Trattato dei Sette Raggi Vol. V° - I Raggi e le Iniziazioni – 165)
 Riprendiamo il filo della trattazione, e consideriamo l’attività dell’uomo interiore spirituale, ormai privo di veicolo fisico, denso ed eterico, ma avvolto ancora nel corpo sottile, composto di sostanza astrale, o senziente, e mentale. Grazie all’intensa polarizzazione emotiva dell’umanità è invalsa l’idea che, dopo la vera morte, l’uomo si ritragga dapprima nel corpo astrale, poi nel mentale. Ma, in verità, non è così. Alla base di questa concezione sta il fatto che nel corpo sottile, di norma, predomina la sostanza astrale. Pochi sono gli uomini progrediti al punto da disporre, dopo la morte, di un involucro soprattutto mentale. Solo i discepoli e gli iniziati, che vivono accentrati con prevalenza nella mente, si ritrovano, subito dopo il decesso, sul livello mentale. Per lo più gli uomini, invece, restano sul piano astrale, rivestiti da un guscio di questa sostanza, che devono eliminare in un dato periodo di tempo, sempre in quel mondo illusorio.  Come ho già detto, quel mondo non ha esistenza vera e propria: è una creazione irreale dell’umanità. …. La sostanza senziente di cui è composto assume ancora forme illusorie, ed ancora ostacola la liberazione dell’anima.  Essa “imprigiona” coloro che, morendo, non reagiscono più che al desiderio, all’emozione, al sentimento: ed è la gran parte del genere umano. Molti sono ancora gli uomini la cui coscienza è focalizzata nel piano emotivo, e quando abbandonano la coscienza fisica e il duplice corpo fisico, devono ancora eliminare l’astrale; poco sforzo devono fare invece per liberarsi dall’involucro mentale. Si tratta di individui di scarsa o media levatura, e, una volta scartato il guscio astrale, ben poco resta loro da compiere; non hanno infatti un veicolo che dia loro integrità mentale, perché difettano di concentrazione; l’anima, sui livelli superiori mentali, è ancora “in profonda meditazione” e del tutto inconscia del proprio riflesso nei tre mondi. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 486/7)


PARTE   XI

Opera di Restituzione... Arte della Eliminazione... Processo di Integrazione... Questi tre processi sono la Morte. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 394/5) Il campo dell’esperienza (dove esiste la morte, quale intesa comunemente) è costituito dai tre mondi ove l’uomo evolve: il fisico, l’emotivo, il mentale. Questo campo, per certi aspetti e per quanto riguarda la morte, è duplice, il che giustifica l’espressione “seconda morte”. Altre volte ho applicato questa espressione per la distruzione del corpo causale, che è il vero veicolo dell’anima. Ma la si può usare, in senso più letterale, per indicare la seconda fase della morte nei tre mondi. In tal caso si riferisce solo alla forma, e quindi ai veicoli d’espressione inferiori ai livelli a-formali del piano fisico cosmico. Tali livelli, della forma, sono (come ben sapete, in quanto si tratta dell’ABC dell’occultismo) quello della mente concreta, quello ove la natura emotiva reagisce alla così detta sostanza astrale, e il mondo fisico, che è duplice, in quanto consiste del fisico denso e dell’eterico. Per conseguenza, la morte dell’uomo consta di due fasi:  Prima: morte del fisico-eterico, a sua volta suddivisa in due stadi:  a.   ritorno degli atomi del corpo fisico alla riserva da cui furono sottratti, che è il totale      della materia terrestre e il corpo fisico denso della vita planetaria;  b.   ritorno delle forze aggregate del corpo eterico alla riserva generale dell’energia.  L’insieme di questi due stadi è la Restituzione Seconda: la “ripulsa” (come è detta talvolta) dei veicoli emotivo-mentale, che in realtà sono uno solo, cui i primi teosofi davano, a buon diritto, il nome di “kamamanas”, cioè fusione di desiderio-mente. Ho affermato, altrove, che in verità il piano e il corpo astrale non esistono affatto. Se il corpo fisico è composto di una materia che non è considerabile come un principio, l’astrale - dal punto di vista della mente - è dello stesso genere. È cosa difficile da comprendere, poiché desiderio ed emozioni hanno tale importanza da sembrare reali. Ma - in senso rigoroso - per la mente il corpo astrale non è che una “reazione immaginaria”; non è un principio. L’uso cumulativo e continuo della immaginazione a servizio del desiderio ha finito per edificare un mondo illusorio, annebbiante, che è appunto l’astrale. Durante l’incarnazione fisica, e quando ancora non si ha percezione dell’anima, esso appare perfettamente reale, dotato di vita sua propria. Dopo la prima morte (cioè del corpo denso) non perde consistenza. Ma il suo potere gradualmente svanisce; l’uomo mentale si accorge a poco a poco del proprio vero stato di coscienza (più o meno evoluta) e allora si fa possibile la seconda morte.  Questa seconda fase è appunto l’Eliminazione.  Superate le due fasi dell’arte del morire, l’anima disincarnata non è più costretta dalla materia; esse - temporaneamente – l’hanno purificata da ogni sostanza contaminante. Ciò è compiuto non dall’anima entro la forma, cioè da quella frazione dell’anima che diciamo umana, ma dall’anima spirituale, che l’astrae a sé, sul suo piano. È opera dell’anima adombrante, non dell’anima immersa nella personalità. L’anima umana, in questa fase, risponde semplicemente all’attrazione esercitata dall’anima spirituale, che, di proposito, la astrae dagli involucri che la imprigionano. Procedendo il corso evolutivo, l’anima assume sempre più il controllo sulla personalità, ed allora essa stessa, entro i suoi veicoli, che decide e dirige in modo cosciente e volontario le fasi della morte. All’inizio ciò avviene con il soccorso dell’anima adombrante. Poi, quando l’uomo ormai vive nel mondo come anima, egli stesso - in perfetta continuità di coscienza - governerà i processi di astrazione, e (con intento deliberato) “salirà là donde è venuto”. È il riflesso nei tre mondi della divina ascensione compiuta dal Figlio di Dio ormai perfetto.         (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 408/10)    I termini qui usati a proposito dei requisiti fondamentali sono stati scelti per il loro significato specifico:  1.  Opera di Restituzione. Significa riconsegnare la forma alla riserva generale della sostanza; oppure il ritorno dell’anima, energia spirituale divina, alla propria fonte: a livello egoico o monadico, secondo lo sviluppo evolutivo. Essa soprattutto è compiuta dall’anima umana entro l’involucro fisico, e interessa i centri del cuore e della testa.  2.  Arte di Eliminazione. Sono le due attività dell’uomo interiore spirituale: eliminare ogni controllo esercitato dal triplice uomo inferiore e riconcentrarsi sui livelli concreti della mente come punto di luce radiante. Sono precipue dell’anima umana.  3.  Processo di Integrazione. È l’opera dell’uomo spirituale liberato che si fonde con l’anima (la super-anima) sui livelli superiori della mente. Così la parte ritorna al tutto, e si comprende il vero senso delle parole di Krishna: “Pervaso l’intero universo con un frammento di Me, Io rimango”. Anche la particella cosciente che, sperimentando, ha pervaso il piccolo universo della forma nel triplice mondo, rimane, e sa di essere parte dell’intero.  Questi tre processi sono la Morte. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 395/6)    Tutto questo capitolo, intitolato ai Requisiti Fondamentali, s’impernia in realtà sul processo della morte, sulle condizioni del mondo materiale, cioè dei tre mondi ove ci si incarna per servizio. In questa prima parte considereremo la restituzione del corpo alla riserva generale della sostanza, oppure al servizio nel mondo esterno, nel mondo della vita fisica di ogni giorno, nonché la restaurazione dell’anima nella sua sorgente, nel suo mondo, oppure, all’inverso, la sua reintegrazione alla piena responsabilità del corpo. Nella seconda, studieremo l’eliminazione del principio vitale e di un aspetto della coscienza, e non si tratta della formazione del carattere. All’inizio ho accennato al carattere e alla qualità individuali perché la giusta comprensione dei principi fondamentali della vita e della morte è agevolata dalla retta azione basata sul retto pensiero, e ciò costruisce un retto carattere. Ma non intendo soffermarmi su questi requisiti elementari. I processi di integrazione che qui voglio considerare sono quelli dell’anima nel suo triplice corpo, se così stabilisce il karma, o nel suo proprio regno, se il karma decreta la morte.                           (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 391)    Studiamo dunque i tre grandi processi che già ho menzionato; essi riguardano tre diversi periodi e preparano, in fine, altri processi, secondo la Legge della Rinascita.  1.  Restituzione, che riguarda il ritrarsi dell’anima dal piano fisico e dai suoi due aspetti fenomenici, cioè i corpi fisico denso ed eterico. È l’Arte di morire.  2. Eliminazione, che controlla la vita dell’anima dopo la morte fisica, negli altri due mondi dell’evoluzione umana. L’anima elimina il corpo astrale-mentale, ed è pronta a “vivere libera nel suo luogo”.  3.  Integrazione, per cui l’anima, ormai libera, riprende coscienza di sé quale Angelo della Presenza e si reintegra nel mondo delle anime, in stato di riflessione. Sospinta dalla legge di necessità karmica si appresta poi a ridiscendere nella forma.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 407/8)
 La Legge di Attrazione regola, dunque, la morte, come ogni altra cosa. È il principio di coesione che preserva intatto l’assetto del corpo intero, ne rende stabile il ritmo e i cicli vitali e presiede ai mutui rapporti fra le sue parti. È il massimo coordinatore in ogni forma, poiché (nell’anima) esprime il primo aspetto divino, la volontà. Forse ciò vi stupisce, in quanto siete abituati a considerare questa legge come manifestazione del secondo aspetto, cioè dell’amore-saggezza. Ma il principio di attrazione agisce in tutte le forme, dall’atomo al pianeta. Se però è coesivo e integrante, è anche il mezzo di “restituzione”, per cui l’anima umana periodicamente si riassorbe nell’anima adombrante. Questa sua funzione è stata poco studiata sinora, perché concerne il suo massimo aspetto ed è quindi connessa alla volontà divina, o della Monade.  … in futuro, gli uomini cominceranno a saper distinguere (come devono e vogliono) fra volontà personale e spirituale, fra intento, piano, proposito, polarità definita, e allora la questione si chiarirà.  Come tutto ciò che è manifesto, la Legge di Attrazione si scinde in tre aspetti, connessi ai tre aspetti del divino:           1.   Pone in rapporto vita e forma, spirito e materia - terzo aspetto.  2.  Governa il processo coesivo e integrante che produce le forme - secondo aspetto.           3. Provoca lo squilibrio che disintegra e trascende la forma - per quanto riguarda          l’uomo - e che si attua in tre fasi:  a. Restituzione, per cui il fisico si dissolve e restituisce i suoi componenti, cellule e    atomi, là donde provennero.         b. Eliminazione, identico processo che coinvolge le forze costituenti gli involucri astrale e mentale.         c. Assorbimento, per cui l’anima umana si riunisce alla propria sorgente, l’anima universale che tutto adombra.  Quest’ultima fase è un’espressione del primo aspetto. Se ben compreso, ciò illustra e dimostra l’immenso potere della Legge di Attrazione e il suo rapporto con quella di Sintesi, regolatrice del primo aspetto divino. L’integrazione è foriera di sintesi. Ripetuta molte volte, ciclicamente, nel lungo ciclo dell’anima che si reincarna, genera infatti quella sintesi ultima, fra spirito e anima, che è la meta dell’evoluzione umana. Dopo la terza iniziazione, nasce la completa libertà dall’attrazione esercitata dalla sostanza dei tre mondi, e quindi la facoltà di avvalersi, con perfetta conoscenza di causa, della legge di Attrazione e delle sue varie fasi che regolano il processo creativo. Altri suoi aspetti saranno impiegati in seguito.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 433/5)
 La Legge di Disintegrazione è un aspetto della Morte. Regola la demolizione della forma affinché la vita entrostante risplenda in pienezza... essa spezza le forme, mentre la Legge di Attrazione ne restituisce alla fonte primordiale i materiali componenti.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 413)
 Come ben sappiamo, il sangue è vita. Questa attività vitale è ciò che raccoglie e tiene assieme in una forma tutti gli atomi e le cellule del corpo. Quando, alla morte, l’anima ritrae il filo della vita, gli atomi si separano, il corpo decade e si disintegra, e le vite atomiche tornano al grande serbatoio, nel seno della materia vivente da cui provennero.                             (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 332)    La paura che l’uomo prova per la morte ha la sua prima causa nel fatto che il regno delle anime, il quinto regno di natura, si è orientato (sino a tempi relativamente recenti) verso l’esternazione, al fine di desumere esperienza dalla materia, per poi meglio e liberamente governarla. Le anime non orientate in tal senso sono così poche, in proporzione a quelle che invece vogliono sperimentare nei tre mondi, che si può affermare che la morte ha regnato trionfante sino all’inizio dell’era o del ciclo del cristianesimo. Ma oggi siamo alla vigilia di un mutamento radicale, perché l’umanità - in modo molto più sensibile che mai prima - si sta debitamente orientando; infatti i valori superiori e la vita dell’anima, esplorati con insistenza dalla mente, sia concreta che astratta, stanno assumendo potere. Ne seguirà, inevitabile, un diverso atteggiamento circa la morte, che sarà considerata come naturale, desiderabile e ritmica. Si capirà il senso di queste parole del Cristo: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Con esse Egli intese alludere al grande processo di restituzione di cui trattiamo. Meditate su quell’episodio e sul simbolismo dell’anima contenuta nell’anima universale come pesce nell’acqua, con in bocca una moneta, simbolo della materia.  In un antico scritto si leggono queste parole:  Disse il Padre al Figlio:”Va, e prendi ciò che non è te stesso, ciò che non è tuo, ma Mio. Fa come fosse tuo e scopri perché è apparso. Lascia che sembri essere te stesso. Scopri così il mondo della nebbia, del grande incantesimo, dell’inganno. E impara che hai preso ciò che non è scopo dell’anima.  E quando giunge il momento, in ogni ciclo appare l’inganno e il furto, si ode una voce. Obbediscile. È la voce di ciò che in te ode la Mia, non udita da chi ama rubare. L’ordine si ripete: Restituisci ciò che hai rubato. Impara che non è per te. Ad intervalli maggiori quella voce comanda: Restituisci ciò che hai preso in prestito; salda il debito.  E, imparate tutte le lezioni, la stessa voce dirà: Ridammi con gioia ciò che fu Mio, che fu tuo ed ora è nostro. La forma più non ti serve. Sei libero”.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 425/6)
 Gli ideali enunciati da Cristo rimangono tuttora i più elevati dati finora in tutta la continuità della rivelazione, ed Egli stesso ci ha preparati in vista dell’emergere di quelle verità che segneranno il tempo della fine della vittoria sull’ultimo nemico, che ha nome Morte.      (Da Betlemme al Calvario – 243)
 E la Morte, a cosa si riferisce? Non alla morte del corpo o della forma, ciò che è relativamente senza importanza, ma al “potere di abbandonare”, che col tempo diviene la caratteristica del discepolo consacrato.  La nuova era è in arrivo; i nuovi ideali, la nuova civiltà, i nuovi modi di vita, di educazione, di presentazione religiosa e di governo stanno lentamente precipitando e nulla potrà arrestarli. Possono però essere ritardati dalle persone di natura reazionaria, dagli ultraconservatori e dalle menti ristrette, e da coloro che aderiscono con determinazione adamantina alle loro amate teorie, ai loro sogni e vedute, alle loro interpretazioni e alla loro comprensione particolare e spesso ristretta degli ideali presentati. Essi sono quelli che possono trattenere e trattengono l’ora della liberazione.  La fluidità spirituale, la disposizione ad abbandonare tutte le idee e gli ideali preconcetti, come pure tutte le tendenze predilette, le abitudini di pensiero coltivate e ogni sforzo determinato di rendere il mondo conforme al modello di ciò che all’individuo sembra il meglio perché è per lui il più attraente, tutto questo deve essere portato sotto il potere della morte. Tutto questo può essere abbandonato con tranquillità e sicurezza e senza temerne i risultati, se il movente della vita è un amore reale e durevole dell’umanità. All’amore, al vero amore spirituale come lo conosce l’anima, possono sempre essere affidati potere ed opportunità, perché la fiducia non sarà mai tradita. Esso predisporrà tutte le cose in accordo con la visione dell’anima.  ( Esteriorizzazione della Gerarchia – 278/9)

Pensate quale mutamento nella coscienza umana, quando la morte sarà considerata il semplice e volontario abbandono della forma.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 427)
 L’eliminazione è dunque diversa per ciascuna di queste tre categorie:  1.  Uomini esclusivamente astrali, per qualità e costituzione.  2.  Uomini dalla personalità integrata, in cui emozione e mente si equilibrano.  3.  Uomini progrediti, e discepoli in genere, il cui “punto focale di vita” è in prevalenza mentale.  Valgono per tutti le stesse regole fondamentali, ma varia l’accentuazione. Tenete presente che quando non esiste più un cervello fisico, e la mente non è sviluppata, l’uomo interiore è come “soffocato” in un involucro astrale, e per lungo tempo resta immerso appunto in quella sfera che diciamo astrale. Chi è della seconda categoria vive in “duplice libertà”, poiché dispone di una forma duale che gli consente di attingere, a volontà, i livelli astrali superiori e gli strati inferiori del mentale. Notate che non ha un cervello fisico che registri questi contatti, di cui tuttavia è cosciente in modo che dipende dall’attività o dalla capacità di apprendere e valutare dell’uomo interiore. L’individuo mentale, invece, ha un veicolo traslucente la cui densità luminosa dipende dal grado di purezza della sostanza mentale di cui è composto. Il processo d’eliminazione, come ho detto, è simile per le tre categorie, variano solo le tecniche. Si può affermare che:  1. L’uomo “astrale”, cioè della prima categoria, elimina il corpo astrale per logoramento, e lo espelle tramite il corrispondente astrale del centro del plesso solare. Il logorio è generato dal fatto che, a questo livello, tutti i desideri e le emozioni sono per la natura animale e il corpo fisico - ed entrambi, non esistono più.  2. L’uomo della seconda categoria usa due metodi, e ciò è logico, in quanto deve eliminare prima l’astrale, poi il mentale.  a. Si libera dal primo con il crescente desiderio di vita mentale. A poco a poco, ma costantemente, si ritrae nel corpo mentale, e l’astrale esotericamente “scade”, e scompare. Di norma questo processo è inconscio e dura assai a lungo. Se il soggetto è di levatura superiore alla media e prossimo alla terza categoria, il veicolo astrale scompare in modo dinamico e repentino, ed egli resta, libero, nell’involucro mentale. Di solito, ciò avviene in maniera cosciente e celere.  b. Distruggere il mentale con un atto di volontà umana, coadiuvato dall’anima, che comincia, a poco a poco, a prendere coscienza del proprio riflesso, e lo attrae, anche se ancora debolmente. La rapidità del processo dipende dall’intensità dell’influsso mentale         3. L’uomo mentale, deve compiere due operazioni:  a. Dissolvere qualsiasi residuo astrale che offuschi la luce del corpo mentale: il veicolo astrale, a questo punto, non ha più valore espressivo Ciò si compie invocando luce maggiore dall’anima. È questa infatti che dissipa la sostanza astrale, in questo stadio, così come la luce dell’anima della collettività umana dissolverà un giorno il mondo astrale.  b. Distruggere il veicolo mentale, usando a tal fine certe Parole di Potere, comunicate al discepolo dal suo Maestro. Esse esaltano assai il potere dell’anima, e dilatano quindi a tal punto la coscienza, che il mentale si infrange e non limita più l’uomo interiore. Questi allora, libero figlio della mente, dimora nell’Ashram del Maestro e “non ne uscirà mai più”. (Trattato dei Sette Raggi Vol.- IV – Guarigione Esoterica – 487/90)                       Dopo tutto, la morte altro non è che un atto di restituzione. Si tratta infatti di restituire sostanza ai tre mondi, volentieri e di buon animo; di restituire l’anima umana alla fonte da cui venne, con la gioia di essere colà riassorbiti. Dovete tutti imparare a considerare la morte come un atto di restituzione... (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 389)
 Qui è opportuno rammentare che, “restituiti” i due aspetti del corpo fisico, l’uomo interiore è pienamente consapevole. Non esiste più un cervello, né il vorticoso rotare delle forze eteriche (alquanto caotico per la maggior parte degli esseri umani). Per questi fatti si è creduto che le esperienze a quei livelli fossero un semplice, incerto vagare attorno, in stato semi-cosciente, o una futile ripetizione della vita, tranne per gli uomini molto evoluti, i discepoli o gli iniziati. Non è affatto così. Sui livelli interiori, l’uomo è consapevole di sé quale individuo - fa progetti, vive, opera - quanto lo era nel mondo fisico, e inoltre percepisce gli stati di coscienza che lo circondano. Può essere attirato dall’illusione astrale o soggetto all’impressione telepatica delle mutevoli correnti di pensiero che vengono dal mondo mentale, ma ciò non gli impedisce di aver coscienza di sé e della sua mente (o della sua quota d’attività pensante), in modo ben più spiccato che quando disponeva di un cervello, allorché la sua coscienza di aspirante era centrata in esso. La sua vita è ora più piena e ricca che mai, e se ci pensate finirete per concludere che non potrebbe essere diversamente. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 494/5)
 È necessario osservare che la frase “la terra alla terra e la polvere alla polvere” sovente ripetuta nei riti funebri occidentali si riferisce appunto alla restituzione e descrive il ritorno degli elementi del corpo fisico alla riserva generale della sostanza, e delle forze vitali alla loro fonte; la frase “lo spirito tornerà al suo Creatore” si ricollega, se pure in modo inesatto, al riassorbimento nell’anima universale. Ma questi rituali in genere non danno rilievo al fatto che è proprio l’anima individuale che, in quel processo, ordina e decreta la restituzione, con un atto del suo volere spirituale. In Occidente si dimentica che il “comando di restituire” è stato emesso con frequenza crescente, nei millenni, da tutte le anime incarnate; in tal modo il primo aspetto divino - la Monade - inevitabilmente e continuamente migliora la presa sul corpo di manifestazione, tramite l’anima che la riflette. La volontà esercita sempre meglio la propria azione, culmina sul sentiero del discepolo e diviene cosciente nelle fasi della via iniziatica. È bene rammentare che nel comandare al proprio riflesso nei tre mondi, l’anima impara a esprimere il proprio aspetto, e ciò avviene dapprima, e per lunghissimo tempo, esclusivamente in punto di morte. La difficoltà odierna sta nel fatto che sono relativamente pochi gli uomini consapevoli dell’anima, e quindi la grandissima maggioranza non ne percepisce i “decreti occulti”. Ma il genere umano giungerà a quella consapevolezza (e sarà uno degli effetti dell’agonia vissuta durante la grande guerra), e la morte sarà intesa allora come un evento “predisposto”, attuato in piena coscienza e sapendo che è periodico. Naturalmente ciò porrà fine al terrore che se ne ha, e a quella tendenza al suicidio che si accentua in momenti di crisi.  … Da quanto precede si comprende perché gli occultisti tanto insistano sulla legge dei cicli, e perché lo studio del Ritmo sollevi interesse sempre maggiore. Sovente la morte pare sopraggiungere senza motivo, ma solo perché si ignora l’intento dell’anima, perché non si esplora il passato del processo di incarnazione, non si indaga l’eredità né l’ambiente, non ci si educa ad ascoltare la voce dell’anima. Ma queste sono cose che si stanno ormai per riconoscere; la rivelazione si approssima, e le va spianata la via.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 435/6)
 Alla morte fisica, quindi nell’atto della restituzione, l’anima, per ritirarsi, deve competere con questi elementi:  1. L’elementale fisico, cioè la vita integrata e coordinata del corpo denso, continuamente impegnata a tenersi unita, sotto il gioco delle forze attrattive delle parti che la compongono e dei reciproci scambi. Agisce in molti centri minori.  2. Il veicolo eterico, che ha una potente vita sua propria, attiva nei sette centri maggiori che reagiscono all’energia impellente astrale, mentale ed egoica. Esso opera anche mediante alcuni centri secondari non reattivi a quell’aspetto del complesso umano che non è un principio, e cioè il corpo fisico denso.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 464/5) Vi esorto, poi, a considerare come verità elementare che qualsiasi gruppo che intenda guarire seguendo queste prescrizioni (come azione preliminare) deve capire cosa sia la morte, cui si dà l’appellativo di “grande processo restauratore”, o di “restituzione”. Si tratta di saper restituire con saggezza, a dovere, a tempo opportuno, il corpo alla fonte degli elementi che lo compongono, e l’anima alla sua sorgente essenziale. Scelgo le parole con cura perché voglio che riflettiate intensamente e con decisione sull’enigma della morte. Tale almeno essa è per l’uomo, ma non per i discepoli e i saggi.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 390)

L’argomento della morte, che qui consideriamo, deve essere studiato per quanto possibile come cosa del tutto normale, con atteggiamento scientifico. Il complesso di paura di cui soffre l’umanità penetra nella sua coscienza proprio attraverso la morte; infatti la paura di non sopravvivere è fondamentale - eppure la morte è il fenomeno più comune nel mondo. Ricordatelo. È un grande rito universale che controlla tutta la vita planetaria, ma solo il regno umano, e in minima misura l’animale, vi reagiscono con la paura. Se foste in grado di vedere il mondo eterico, come Coloro che vivono e sperimentano interiormente, vi scorgereste il grande atto planetario di restituzione che si ripete senza sosta. Vedreste una grande attività eterica, per cui l’anima del mondo, l’animale e l’umana costantemente restituiscono la sostanza delle forme fisiche alla grande riserva generale. Tale sostanza è in essenza altrettanto viva che l’anima mondiale, di cui tanto si parla. L’agire reciproco dei due principi, della vita e della morte, è l’attività fondamentale del creato. La forza propulsiva e direttiva è la mente divina del Logos planetario, che persegue il Suo divino proposito e porta seco tutti i mezzi con cui Si manifesta.          (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 424/5)

Mediante la morte si attua un grande processo di unificazione. La “caduta di una foglia”, che poi si identifica col terreno che l’accoglie, è un pallido esempio di questo grande ed eterno processo, che si svolge attraverso il divenire, e il morire per effetto del divenire.    (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 446)

...nel senso comune, essa annienta il ciclo di separazione proprio dell’individuo fisico, e quindi riunifica. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 432)


PARTE   XII

La morte è un atto di intuizione trasmesso dall’anima alla personalità e quindi reso conforme al volere divino da parte di quello individuale. (Trattato dei Sette Raggi Vol. III° - Astrologia Esoterica -599)

Abbiamo indagato alquanto i processi che hanno luogo non appena il principio vitale si ritira o viene estratto dal corpo. Esiste una differenza tra i due meccanismi, dovuta al processo evolutivo  Ci siamo occupati dell’astrazione del principio vitale e della coscienza dai corpi sottili, ma adesso passiamo a considerare non più soltanto l’uomo ordinario o poco progredito, ma l’azione cosciente che l’anima esercita sulla forma.  Nel caso in cui il principio vitale si ritira dal corpo, criterio che interessa l’uomo ordinario, l’anima non ha parte molto attiva nel processo di morte: il suo contributo si limita a decidere il termine dell’incarnazione, in vista del prossimo ritorno al mondo fisico. I “semi della morte” sono inerenti alla forma e si dimostrano come malattia o senilità (tecnicamente intesa), ma l’anima persegue i propri interessi sul suo piano finché l’evoluzione non giunge alla situazione in cui l’integrazione e lo stesso rapporto tra l’anima e la forma, siano così reali che l’anima s’identifica profondamente con la sua espressione manifesta. Si può dire che allora l’anima è, per la prima volta, veramente incarnata, veramente “discesa in manifestazione” con tutta la sua natura. Questa è una verità poco compresa e poco nota.  Infatti per le prime incarnazioni e per la gran parte del ciclo dell’ esperienza vitale l’anima ha scarso interesse per quel che accade. La redenzione (o sacralizzazione) della sostanza di cui sono fatte tutte le forme segue il suo corso naturale, e la forza che all’inizio governa è il “karma della materia”; le succede poi il karma generato dalla fusione fra anima e forma, nel quale la prima ha (all’inizio) scarsissima responsabilità. Ciò che avviene nel suo triplice involucro è necessariamente effetto delle tendenze inerenti alla sostanza. Ma con il susseguirsi delle incarnazioni la qualità egoica entrostante gradualmente evoca la coscienza, e tramite la coscienza si è condotti all’uso della discriminazione. A mano a mano che la mente assume il potere, la coscienza stessa si desta appieno. Il primo sintomo ne è il senso della responsabilità, il quale a poco a poco induce l’anima a identificarsi sempre meglio con il suo veicolo, il triplice uomo inferiore. Allora i corpi si affinano; i semi di morte e di malattia sono meno virulenti; cresce la percezione interiore dell’anima e viene l’ora in cui il discepolo-iniziato, quando muore, è per suo volere spirituale o per necessità di karma di gruppo, nazionale o planetario. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 500/1)

 Quando chi muore è uomo di scarso livello, la battaglia fra l’elementale fisico (per elementali si intende la moltitudine delle vite di natura che formano la totalità della materia di un piano; queste, su onde di energia, mediante l’impulso del respiro, e per effetto dell’azione vibratoria, sono spinte in tutte le forme, quali ci appaiono sul piano fisico) e l’anima è la cosa più notevole …; se è un uomo comune, focalizzato nell’emotivo, il conflitto è fra l’elementale astrale e l’anima …; per i discepoli la lotta si fa più mentale e sovente s’accende fra la volontà-di-servire … da una parte e la volontàdi-astrazione …, dall’altra. Per gli iniziati non esiste alcun conflitto: l’astrazione è cosciente e deliberata. Strano a dirsi, se un contrasto si verifica, è fra le due forze che restano nella personalità, cioè fra l’elementale fisico e il mentale. Non esiste infatti un elementale astrale nell’assetto di un iniziato di alto ordine: il desiderio è stato completamente superato, per quanto riguarda la sua natura individuale. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 464)

 Altra questione che voglio trattare è in rapporto con il perpetuo conflitto in atto tra le dualità del corpo denso ed eterico. L’elementale fisico (nome per indicare la vita integrata di questo corpo) e l’anima che cerca di astrarre e dissolvere tutte le energie dell’involucro eterico, si combattono con violenza, e questo stato di cose è penoso e dura molte volte a lungo; è denotato dal “coma”, più o meno protratto, che è caratteristica frequente della morte. Quest’ultimo, per l’esoterista, è di due specie: il “coma della lotta”, che precede la vera morte; e quello “del ristabilimento”, quando l’anima, ritratto il filo della coscienza ma non quello della vita, consente all’elementale fisico di riprendere potere sull’organismo, per ristabilire la buona salute. La scienza moderna per il momento non li distingue, ma in avvenire, quando la visione eterica, o chiaroveggenza, sarà più comune, sarà possibile accertare di quale coma si tratti, escludendo con ciò sia la speranza che la disperazione. Amici e parenti del morente in stato di coma sapranno con certezza se assistono alla grande, ultima astrazione dall’esistenza fisica, o ad un processo di riparazione. In questo secondo caso, l’anima mantiene la presa sull’organismo denso mediante i centri, ma temporaneamente si astiene dal distribuire energia, se non al centro del cuore, della milza, e ai due minori dei polmoni: questi restano vivificati in modo normale, o poco meno, e bastano a conservare il controllo. Se l’ anima vuole veramente la morte, per prima cosa astrae energia dalla milza, poi dai due centri minori, e per ultimo dal cuore - e l’uomo muore. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 462/3)

 Durante il processo d’integrazione della personalità, durante il quale le influenze dell’anima si fanno sempre più importanti, i mutamenti che si producono scatenano un violento conflitto, sul Sentiero della Prova, che aumenta sino all’inizio della Via del Discepolo. La potenza della personalità che da dominante viene soggiogata, induce intense reazioni karmiche. Nell’esperienza del discepolo eventi e circostanze si succedono e si moltiplicano con velocità impetuosa. Il suo ambiente è improntato alle più elevate qualità nei tre mondi; oscilla fra gli estremi; paga con rapidità crescente i debiti karmici e il prezzo degli errori commessi.  Per tutto questo periodo le incarnazioni si succedono, e il processo consueto della morte si ripete, fra l’una e l’altra. Ma le tre morti fisica, astrale e mentale - sono sperimentate con consapevolezza sempre maggiore, poiché la mente inferiore si sviluppa; l’uomo non esce più inconsapevole, assopito, dai suoi veicoli eterico, astrale e mentale, ma ciascuno di tali trapassi gli è noto al pari della morte fisica.  Viene, al fine, il tempo che il discepolo muore di sua volontà e in perfetta coscienza, poiché sa come spogliarsi dei vari involucri. L’anima rafforza il suo controllo, ed egli decide la morte con atto di volontà egoica, sapendo esattamente quello che fa. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 514)

 L’uomo assai progredito presagisce sovente il tempo della morte; ciò dipende dal contatto con l’ego e dalla coscienza della sua volontà. Talvolta la sua previsione riguarda anche le modalità del trapasso, e fino all’ultimo istante l’auto-determinazione perdura. L’iniziato va ben oltre. La comprensione intelligente delle leggi dell’astrazione gli consentono di lasciare il corpo fisico in piena coscienza di veglia, per vivere nell’ astrale. Ciò implica la capacità di serbare la continuità di coscienza, senza interruzioni fra la consapevolezza fisica e lo stato “post-mortem”.  Egli sa di essere esattamente quello di prima, sebbene privo dello strumento dei contatti fisici. Rimane consapevole dei sentimenti e dei pensieri di coloro che ama, anche se non è in grado di percepirne il veicolo fisico denso. Può comunicare con loro a livello astrale o per telepatia mentale, se il rapporto lo consente, e gli sono precluse soltanto, necessariamente, quelle trasmissioni che comportano l’uso dei cinque sensi. Ma bisogna rammentare che il rapporto astrale e mentale può essere più intimo e sensibile di prima, poiché non intralciato dal corpo fisico. Due condizioni, tuttavia, vi si oppongono: il dolore intenso e le violente perturbazioni emotive dei rimasti, e - nel caso dell’uomo comune - la sua propria ignoranza e lo sbigottimento che prova di fronte a condizioni nuove per lui, anche se in realtà ben antiche, se solo se ne rendesse conto. Quando gli uomini avranno superato la paura della morte e compreso il mondo di là, senza isterismo né allucinazioni, non più basandosi sulle descrizioni (spesso poco intelligenti) del medium comune, che è dominato dalla forma-pensiero costruita da lui stesso e da chi interviene alle sedute, il processo letale potrà essere posto sotto rigoroso controllo. Si curerà in modo particolare lo stato dei rimasti, per evitare la rottura dei rapporti e inutili dispendi di energia.   (Trattato di Magia Bianca - 498/9) Vi ricordo che la volontà e il proposito dell’anima, cioè la determinazione di essere e di agire, utilizza la linea d’energia che collega l’uomo fisico con la Monade attraverso l’Ego, la corrente vitale, quale mezzo di espressione formale. Quando penetra nel corpo tale corrente si biforca, e si “fissa”, per così dire, in due punti distinti. Ciò simboleggia il fatto che lo Spirito, si differenzia in due riflessi: anima e corpo. L’anima, nello aspetto coscienza, ciò che fa dell’uomo un’entità razionale e pensante, si “ormeggia” con uno dei due aspetti del filo, in un punto del cervello presso la ghiandola pineale. L’aspetto vita invece, che anima ogni atomo del corpo ed è il principio coesivo e integratore, penetra nel cuore, e vi si ancora.  L’uomo spirituale domina l’organismo intero da questi due punti. In tal modo è possibile l’esistenza fisica ed oggettiva, quale temporanea modalità espressiva. L’anima, in quanto assisa nel cervello, fa dell’uomo un essere raziocinante e intelligente, autoconsapevole capace di auto-governo conscio, in varia misura nel mondo in cui vive, secondo il grado evolutivo e il conseguente sviluppo del proprio apparato. Quest’ultimo è triplice: (1) i piccoli conduttori di forza del corpo eterico che sorreggono tutto il sistema nervoso e i sette centri di forza, (2) il sistema nervoso, anch’esso tripartito (cerebrospinale, simpatico, periferico), e (3) il sistema endocrino, da considerare come l’esternazione più densa delle altre due partizioni.  L’anima, in quanto assisa nel cuore, è la vita, l’auto-determinazione, il nucleo centrale di energia positiva che tiene al loro posto tutti gli atomi del corpo e li subordina alla propria “volontà-di-essere”. Questo principio vitale usa come veicolo di espressione e agente direttivo la corrente sanguigna, e l’intimo rapporto esistente fra questa e il sistema endocrino pone in contatto i due aspetti dell’attività egoica, e ne risulta l’uomo come essere vivente, conscio, governato dall’anima, di cui adempie il volere in tutte le attività quotidiane.  La morte è dunque, in senso letterale, il ritrarsi dalla testa e dal cuore di quelle due correnti di energia, con conseguente perdita di coscienza e disgregazione del corpo. Essa differisce dal sonno solo in quanto entrambe le correnti si staccano: nel sonno si disormeggia solo quella che è fissata nel cervello, e perciò si perde coscienza, o meglio questa si polarizza altrove. L’attenzione non è più allora rivolta al fisico e al tangibile, ma ad altra modalità dell’essere, e si accentra in un altro apparato. Alla morte, ripeto, entrambe le correnti si ritraggono o si riuniscono in una sola; l’energia vitale non circola più portata dal sangue, il cuore cessa di battere, il cervello di registrare, e subentra il silenzio: la casa è vuota.  Ogni attività è sospesa, tranne quella, sorprendente e immediata, che è prerogativa della materia stessa e che si manifesta come decomposizione. (Trattato di Magia Bianca - 495/7)

Quando il discepolo o l’iniziato si immedesima con l’anima e costruisce il ponte coscienziale con il principio vitale, trascende quella legge universale, e prende o elimina il corpo a volontà, per comando del volere spirituale o per i fini d’ordine superiore.           (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 501)

 Per quanto riguarda la morte, essa è, in ultima analisi, dipendente dall’ anima, la cui volontà è obbedita, in modo conscio o inconsapevole, quando decide la morte; ciò ha molte implicazioni che sarebbe bene meditare. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 248)

…basti dire che le tre principali malattie di cui si è detto mietono vittime anche fra loro, specie per liberare l’anima dai suoi veicoli. Anche se non è evidente, in tal caso esse sono però controllate da quest’ultima, che delibera il trapasso, il quale non è, allora, dovuto alla potenza del morbo. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 121)

I processi d’astrazione (come potete vedere) sono connessi con l’aspetto vita; sono messi in moto da un atto della volontà spirituale e costituiscono “il principio di resurrezione che si cela nell’opera del Distruttore”, come dice un antico detto esoterico. La manifestazione più bassa di questo principio si vede nel processo di ciò che chiamiamo morte, che in realtà è un mezzo d’astrazione del principio vita, saturo di coscienza, dalla forma o dai tre corpi nei tre mondi.  Emerge così la grande sintesi, e distruzione, morte e dissoluzione in realtà non sono altro che processi di vita. L’astrazione indica processo, progresso e sviluppo. (Trattato dei Sette Raggi Vol. V° I Raggi e le Iniziazioni-163) 

 Due grandi pensieri chiariscono il tema della morte. Primo, il dualismo onnipresente nella manifestazione. Ciascuna delle dualità ha la propria espressione, le sue leggi, i suoi fini. Ma - nel tempo e nello spazio - si mescolano a beneficio dell’intero, e appaiono come unità. Spirito-materia, vita-apparenza, energia-forza: ciascuna proviene dalla sua sorgente, è in rapporto con l’altra, ha uno scopo temporaneo, e assieme generano quella corrente perpetua, quel ciclico flusso e riflusso della vita manifesta.  Dal rapporto fra Padre Spirito e Madre Materia nasce il figlio, che durante l’infanzia vive nell’aura della madre, con cui s’identifica, ma dalla quale continuamente cerca di fuggire. Giunto a maturità, il suo problema si aggrava, l’attrazione del Padre lentamente spodesta la possessività della madre, finché, finalmente, la presa di questa sul figlio (l’anima) si allenta. Allora questi, il Cristo bambino, liberato dalla custodia e dalle mani materne, conosce il Padre. Sono simboli.  Secondo: l’incarnazione, la vita entro la forma e la restituzione (per azione del principio di morte) di materia alla materia e di anima all’anima, sono processi regolati dalla grande Legge di Attrazione universale. Pensate che un giorno la morte, prevista e benvista, sarà descritta da questa semplice frase:”È giunta l’ora che l’attrazione dell’anima esige che io lasci il corpo e lo renda là donde venne”. Pensate quale mutamento nella coscienza umana, quando la morte sarà considerata il semplice e volontario abbandono della forma, temporaneamente assunta per due fini ben precisi:  a. Padroneggiare i tre mondi. b. Consentire alla sostanza della forma “rubata, presa in prestito o posseduta a buon diritto” - secondo lo stadio evolutivo - di elevarsi a maggiore perfezione per impulso impressole dalla vita, tramite l’anima. Sono concetti di notevole significato, già espressi prima d’ora, ma trascurati perché ritenuti solo simbolici, capaci di confortare, ma nient’altro che semplici desideri. Ve li offro, invece, come veri, di inevitabile applicazione pratica, come tecniche e processi consueti quanto una qualsiasi di quelle attività (ritmiche e periodiche) che si presentano nella vita: alzarsi e coricarsi, mangiare e bere, e così via. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 426/8)

 È importante rilevare che la Morte è regolata dalla Legge fondamentale di Attrazione, che è espressione dell’amore, secondo attributo divino. Ciò non vale per le morti improvvise, che sono regolate dal primo aspetto, il distruttore. Allora la condizione è diversa: l’evento può essere provocato non da necessità karmiche individuali, ma da ragioni di gruppo e molto oscure - tanto che per ora non vale la pena parlarne. Il lettore non sa abbastanza cosa sia il karma e le sue implicazioni, e ignora i rapporti e gli obblighi stabiliti in vite passate. Se dicessi, ad esempio, che “l’anima può lasciare aperta la porta alle forze letali, che possono introdursi senza appiglio all’interno, per espiare più rapidamente”, capireste quanto sia oscuro l’argomento.  Qui mi limito a considerare la morte naturale, per effetto di malattia o di vecchiaia, cioè per volontà dell’anima che, al termine di un ciclo prestabilito di esistenza, usa i mezzi normali per conseguire i suoi fini. Allora la morte è “naturale”, e il genere umano deve comprenderlo, con pazienza e speranza maggiori.  L’anima, al termine di una vita, in modo deliberato, esercita un’attrazione tale da travolgere quella inerente alla materia: ecco una chiara definizione della morte. Quando non esiste contatto cosciente con l’anima, come per la maggior parte degli uomini oggi, la morte giunge inattesa, o accolta con tristezza. Eppure è una vera e propria attrazione dell’anima. Questo è il primo grande concetto spirituale da proclamare per combattere la paura di morire. La morte è regolata dalla Legge di Attrazione, per cui il corpo vitale si estrae dal denso in modo scientifico e progressivo, e l’anima interrompe ogni contatto con i tre mondi.           (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 471/2)

 La Legge di Attrazione spezza le forme e ne restituisce i componenti alla fonte primordiale, prima di ricominciare a costruirle. Sul sentiero evolutivo gli effetti di questa legge sono ben noti, non solo per la distruzione dei veicoli eliminati, ma anche per il frantumarsi delle forme assunte dai grandi ideali ... Tutto è destinato ad infrangersi, per imperio di questa Legge. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 415)

 La consapevolezza della morte porta l’uomo a guardare alla vita come Osservatore, non come chi sperimenta nei tre mondi (fisico, emotivo, mentale)... e progredendo si è sempre meno consapevoli delle attività e reazioni personali, poiché certi aspetti della natura inferiore sono ormai così purificati e regolati che scendono sotto la soglia della coscienza, nell’istinto; non se ne ha notizia, come nulla si sa del respiro quando si dorme. È una grande verità, poco conosciuta. È in rapporto al processo della morte, e può essere considerata come una sua definizione; è la chiave per capire la frase “riserva di vita”, che è assai misteriosa. Morte, in realtà, è non aver coscienza di una certa attività vitale. La riserva di vita è il luogo della morte, e questa è la prima lezione per il ricercatore.    (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 445)

Per quanto potete ora comprendere, ciò concerne soprattutto la volontà creativa, in quanto: 1. Inizia la manifestazione, e condiziona ciò che è creato. 2. Determina il compimento finale. 3. Vince la morte, o le differenze.

Tutti gli iniziati devono esprimere — e lo fanno —volontà dinamica e creativa, proposito concentrato e quello sforzo prolungato che permette il compimento. Vi ricordo che proprio lo sforzo prolungato è il seme della sintesi, la causa della vittoria e finisce per aver ragione della morte. Quest’ultima è il deterioramento che si produce nel tempo e nello spazio, dovuto alla tendenza, propria di materia-spirito, di isolarsi quando è manifesta (per quanto riguarda la coscienza). Lo sforzo prolungato del Logos mantiene manifeste tutte le forme, preserva anche la vita quale fattore integrante nell’edificio della forma, e può astrarre o ritrarre la coscienza vitale intatta al termine del ciclo della creazione.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. III° -Astrologia Esoterica – 614/5)

 Abbiamo sin qui trattato la morte del corpo fisico (evento molto familiare) nonché dell’astrale e del mentale - cioè di quegli aggregati di energie qualitative che non sono usualmente riconosciuti, ma che la psicologia ormai ammette e che supponiamo si debbano disintegrare a seguito del decesso fisico. Vi è mai occorso di pensare, però, che la fase principale di tutto questo processo, per quanto riguarda l’uomo, è la morte della personalità? Non parlo in termini astratti, come fanno gli esoteristi quando descrivono la negazione delle qualità che caratterizzano il sé personale. Essi, infatti, parlano di “sopprimere” questa o quella caratteristica, di “uccidere” il sè minore, eccetera. Io intendo, invece, letteralmente l’eliminazione, la dissoluzione, la dissipazione finale della personalità, ben nota e beneamata. Preferisco il verbo eliminare anziché “distruggere”.  Infatti, quando essa si dissolve, la struttura resta: scompare solo la vita separativa.  La sua vita, ve lo rammento, passa per tre stadi: 1.    Lenta e graduale costruzione. Per molti cicli di incarnazione, l’uomo non è una personalità, è solo un membro della moltitudine umana.   2.    Durante quella fase, l’anima in pratica non è coscientemente identificata con la personalità. Quel suo aspetto che è racchiuso fra gli involucri, per lunghissimo tempo è dominato dalla loro vita, e si fa sentire solo come “voce della coscienza”. Ma, col trascorrere del tempo, la vita attiva e intelligente dell’uomo gradualmente viene stimolata e coordinata dall’energia irradiata dallo stimolo egoico a conoscere, o dalla natura percettiva intelligente dell’anima dimorante nel suo proprio mondo. Ne deriva l’integrarsi dei tre veicoli in un’unità vivente. L’uomo è allora una personalità.  3.    La vita personale dell’individuo così coordinato persiste per gran numero di incarnazioni, e anche essa è divisibile in tre fasi: a.  Vitalità aggressiva e prepotente, egoista e molto individualista, condizionata da uno dei sette aspetti energetici (o raggi).  b.  Periodo di transizione, distinto da un conflitto in atto fra personalità e anima. Quest’ultima vuole liberarsi dalla vita formale, eppure - in ultima analisi - la personalità dipende dal principio vitale trasmessole dall’anima. In altri termini, la lotta è fra il raggio dell’una e il raggio dell’altra, ed è quindi una guerra fra due concentrazioni energetiche. Ciò termina all’atto della terza iniziazione.  c.  Vittoria dell’anima, morte e distruzione della personalità. Il dissolvimento inizia quando questa, che è il Guardiano della Soglia, sta al cospetto dell’Angelo della Presenza. La luce dell’anima estingue quella della materia. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 505/7)

 Eliminazione della Forma-pensiero della Personalità

 Due fattori bisogna rammentare mentre si esamina - molto brevemente - questo argomento.  1.   Stiamo considerando unicamente un’idea della mente dell’anima, e l’illusione che ha condizionato l’intero ciclo dell’incarnazione, così imprigionando l’anima nella forma. Per essa, la personalità significa:   a.  La propria capacità di identificarsi con la forma; l’anima se ne accorge quando la personalità raggiunge una certa misura di vera e propria integrità.                b.  Occasione di un processo iniziatico.  2.       L’eliminazione della forma-pensiero della personalità, consumata alla terza iniziazione, è una iniziazione maggiore per l’anima vivente nel suo mondo. Ecco perché la terza è considerata la prima iniziazione maggiore: le due che la precedono hanno poco effetto sull’anima, in quanto agiscono solo sul “frammento” incarnato.    Queste verità sono poco note e sinora scarsamente segnalate nei testi che trattano questi argomenti. Sinora ci si è limitati a insistere sulle iniziazioni per quanto riguardano il discepolo, nei tre mondi. Ma io le intendo esplicitamente in quanto agenti sull’anima, che adombra il proprio riflesso. Ciò che ho detto ha quindi poco senso per il lettore comune. 
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L’atteggiamento mentale del sé personale, che si considera essere il Guardiano della Soglia, è stato descritto, in maniera inadeguata, come completamente obliterato dalla luce dell’anima; la gloria dell’uomo spirituale, è tale che la personalità sparisce con tutte le sue esigenze e aspirazioni. Non resta che il guscio, l’involucro, lo strumento mediante cui la luce solare si riversa in soccorso dell’umanità. C’è del vero in tutto ciò, ma si tratta - in ultima analisi - di un tentativo per dire in parole l ‘effetto trasmutante e trasfigurante della terza iniziazione, il che è impossibile.  Immensamente più difficile ancora è raffigurare, come cerco di fare, l’ atteggiamento e le reazioni dell’anima, l’unico sé, il Maestro nel cuore, allorché riconosce la portentosa verità della propria libertà essenziale, e realizza, una volta per sempre, di essere ormai del tutto incapace di rispondere alle vibrazioni dei tre mondi inferiori, trasmesse da quello strumento di contatto che è la forma personale. Quest’ultima, da quel momento, non è più in grado di farlo.  Ciò compreso e ammesso, l’anima, ormai libera, si rende conto che tale condizione impone dei doveri: 1. Servire nei tre mondi, così familiari e completamente trascesi.  2. Emettere amore, librato su chi è rimasto a cercare la liberazione.  3. Riconoscere il triangolo essenziale che ora campeggia al centro della sua vita mentale. L’anima vibra fra i due vertici, o i due opposti, e si comporta come centro di invocazione ed evocazione.  Gerarchia  Anima. Umanità
  Queste realizzazioni non possono essere registrate nella mente o nel cervello della personalità illuminata. Se ne può percepire l’incerta visione delle possibilità teoriche, ma la coscienza non è più quella del discepolo che presta servizio nei tre mondi, impiegando la mente, le emozioni e lo stesso corpo fisico per attuare gli intenti ed eseguire i decreti della Gerarchia. Si è dileguata con la morte della coscienza personale. La coscienza ora è quella propria dell’anima, che non avverte separazioni, che agisce per intuizione, che è spiritualmente posseduta dai piani del Regno di Dio ed è perfettamente insensibile al fascino o all’imperio della materia e della forma; ma risponde alla sostanza-energia in cui è immersa, e la cui sua corrispondenza superiore funziona ancora su livelli del piano fisico cosmico: buddhico, atmico, monadico e logoico.  Cosa deve dunque prodursi perché l’anima viva in pienezza, sì da includere i tre mondi nella sua consapevolezza e nel suo campo di servizio? Per illustrarvi alquanto ciò che essa deve compiere dopo la terza iniziazione non ho altro mezzo che riassumerlo in questo modo:

Primo. L’anima è ora capace di creare, poiché il terzo aspetto — sviluppato e domato con l’esperienza raccolta nei tre mondi a seguito dell’incarnazione lungamente ripetuta — è in stato di attività perfetta. In termini tecnici: le energie dei petali della conoscenza e dell’amore sono ora così ben fuse e amalgamate che i due petali interni, che racchiudono il gioiello nel loto, non lo schermano più. Parlo per simboli. Per conseguenza, la morte, o l’eliminazione, della personalità è il primo atto nel dramma della sua creazione cosciente, e la prima forma che costruisce è un sostituto del sé personale. Ora, però, esso è uno strumento sprovvisto di vita, volontà, ambizione, pensiero suoi propri. È un involucro di sostanza, attivato dalla vita dell’anima e — nello stesso tempo —capace di rispondere e di reagire “in modo adatto”al periodo storico, alla razza umana, all’ambiente in cui essa intende operare. Meditate su questa frase e sulle parole “in modo adatto”. Secondo. L’anima si appresta alla quarta iniziazione, che è monadica per essenza e distrugge — come sapete — il corpo causale, e stabilisce pertanto il rapporto diretto fra la monade nel suo mondo e la personalità di nuova formazione, tramite l’antahkarana.  È la prima volta, nel succedersi dell’insegnamento occulto, che si enunciano queste due attività, anche se con vari accenni, in precedenza, vi abbiano alluso.   Si è detto, infatti, che il Maestro usa un “mayavirupa”per entrare in contatto con i tre mondi, da Lui costruito e scelto in modo deliberato per i Suoi fini. Si tratta di un vero e proprio sostituto della personalità, ed è possibile crearlo solo quando il sé minore (sviluppato e formato durante il ripetersi delle incarnazioni) è stato alfine eliminato. Preferisco questa ultima parola anziché dire “distrutto”. Infatti al momento dell’eliminazione la struttura resta: scompare solo la vita separativa. Se riflettete con chiarezza su questa proposizione, vedrete che ora è possibile una integrazione perfetta. La vita personale è stata riassorbita; resta la forma personale, ma senza vera vita sua propria; può dunque ricevere energie e forze necessarie all’iniziato o al Maestro per promuovere la salvezza del genere umano. Fareste bene a studiare le tre “apparizioni” del Cristo narrate nel Vangelo: 1. L’apparizione trasfigurata. L’episodio sul monte della Trasfigurazione descrive simbolicamente l’anima radiante e i tre corpi della personalità, ormai vacanti, ed accenna alla futura costruzione di un veicolo di manifestazione. Dice infatti S. Pietro: “Signore, rizziamo tre tende” — o tabernacoli. 2. Il Suo apparire come la stessa verità (silenziosa e presente) al cospetto di Pilato — ripudiato dagli uomini ma riconosciuto dalla Gerarchia. 3. Le Sue radiose apparizioni dopo la resurrezione: a. Alla donna presso il sepolcro — simbolo del Suo contatto con l’Umanità. b. Ai due discepoli sulla via di Emmaus — simbolo del rapporto con la Gerarchia. c. Ai dodici discepoli nella camera al piano superiore simbolo del contatto con il Concilio del Signore del Mondo — a Shamballa.
  Vedete, dunque, la natura pratica dei risultati prima descritti. Il discepolo che abbia eliminato (sia in senso tecnico che mistico) la presa del sé personale è ora “libero nell’Ashram”, come si dice; si muove come vuole fra i suoi fratelli discepoli e iniziati. Non ha vibrazione o qualità che turbi il ritmo dell’Ashram; nulla in lui può richiedere l’“intervento a calmare” del Maestro, come sovente avviene nelle prime fasi del discepolato; nulla può ostacolare contatti e influssi d’ordine superiore fino ad allora a lui preclusi per le intrusioni del sé personale. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica – 515/20)

Ecco dunque perché chi ha compiuta la costruzione dell’antahkarana ha stabilito un contatto (che nell’uomo ordinario non esiste) fra Monade, Sorgente della Vita, e personalità, che ne esterna la vita. È la Monade allora, e non l’anima, che dirige i cicli dell’espressione esterna, e l’iniziato muore quando vuole e secondo il suo programma o le necessità dell’opera sua. Si tratta, beninteso, di iniziati di ordine elevato. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 642)



PARTE  XIII
 “E s’ode una Parola. Il punto di luce radiante, già disceso, ora sale, al comando di quel suono udito appena, attratto dalla sua sorgente. Per gli uomini, è la morte, per l’anima, è la vita.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica - 469)

Raffiguratevi (simbolicamente) un uomo nel pieno della sua vita incarnata, confitto nell’esperienza fisica, e un altro in procinto di liberarsene. In piccolo, vi vedrete riprodotto il grande processo planetario di involuzione ed evoluzione, cioè le attività che causano concentrazione in due sensi opposti; come versare vita e luce in un vaso, o intensificare la loro irradiazione in modo tale che, per evocazione dell’anima, entrambe si ritraggano e si raccolgano nel centro che, all’origine, le emise. Questa (se solo poteste comprenderlo) è una frase che definisce l’iniziazione, in modo alquanto insolito. Alcuni brani, estratti dal Manuale della Morte conservato negli archivi della Gerarchia, serviranno forse a chiarire il fenomeno della morte, presentandolo in una prospettiva diversa. In quel testo sono contenute le “Formule che precedono il Pralaya”: descrivono il processo di astrazione, cioè la morte di qualsiasi forma, dalla formica all’uomo al pianeta. Esse si riferiscono solo alla vita e alla luce - la prima condizionata dal Suono, la seconda dalla Parola. I brani che voglio riprodurre riguardano la luce, e la Parola che la ritrae dalla forma ove la concentra. “Ricorda, o discepolo, che entro le sfere conosciute null’altro esiste che la luce, reattiva alla PAROLA. Sappi che la luce scende e si concentra; che dal punto focale prescelto illumina la sua sfera; sappi che la luce sale e abbandona alle tenebre ciò che - nel tempo e nello spazio - ha rischiarato. Questo scendere e salire è chiamato vita, esistenza, morte dagli uomini; ma Noi, che camminiamo sulla Via illuminata, lo chiamiamo morte, esperienza, vita. “La luce che scende si fissa sul livello dell’apparenza temporanea. Emette sette fili, in cui pulsano sette raggi. Da questi si dipartono ventun fili minori, e ne nascono quarantanove fuochi, e ardono e splendono.Sul piano della vita manifesta, la parola annuncia:”Ecco!, è nato un uomo” “La vita avanza, appare la qualità della luce; fioca e offuscata, o radiosa, chiara ed effulgente. Così i punti di luce entro la Fiamma vanno e vengono.Per gli uomini, questa è la vita, la vera esistenza. Si illudono, ma servono il proposito dell’anima che rientra nel grande Disegno. “E s’ode una Parola. Il punto di luce radiante, già disceso, ora sale, al comando di quel suono udito appena, attratto dalla sua sorgente. Per gli uomini, è la morte, per l’anima, è la vita. “La Parola trattiene la luce nella vita; poi astrae la luce, e resta solo ciò che è la Parola stessa. La Parola è Luce. La Luce è Vita, la Vita è Dio”. La manifestazione del corpo eterico nel tempo e nello spazio ha in sé quelli che in senso esoterico si chiamano “due istanti di fulgore”. Il primo precede l’incarnazione fisica, quando la luce in discesa (portatrice di vita) si concentra con tutta la sua forza attorno al corpo fisico e stabilisce un contatto con la luce propria della stessa materia, presente in ogni atomo. Tale concentrazione avviene in sette aree della sua sfera, così creando i sette centri maggiori che esotericamente ne regoleranno l’espressione e l’esistenza esterna. È un momento di grande splendore; è un punto di luce pulsante che esplode in una fiammata, in cui compaiono sette fuochi di luce più intensa. È un culmine nel processo dell’incarnazione, e precede di pochissimo la nascita fisica, anzi, la determina. La fase successiva, vista dal chiaroveggente, è l’interpenetrazione, per cui “i sette divengono i ventuno, e poi i molti”; la sostanza luce, l’energia dell’anima, comincia a pervadere l’organismo fisico, e si completa l’opera creativa del corpo vitale. Primo segnale ne è, a livello fisico, il “suono” emesso dal neonato. È l’apice. L’anima ha terminato la sua creazione: una nuova luce splende nelle tenebre. Il secondo fulgore s’accende nel processo inverso, allorché l’anima preannuncia la restituzione e l’astrazione definitiva della propria energia intrinseca. Luce e vita si ritirano, e quel carcere che è il corpo si dissolve. I suoi quarantanove fuochi si estinguono; il loro calore e la loro luce sono riassorbiti dai ventuno, che, a loro volta, si ritraggono nei sette centri maggiori dell’energia. Allora suona la “Parola di Ritorno”, e la coscienza, la qualità, la luce, l’energia dell’uomo si raccolgono nel corpo eterico. Parimenti, la vita si distoglie dal cuore. Ne segue un vivido lampo di pura luce elettrica, e il “corpo di luce” recide ogni legame con il fisico, si addensa per breve tempo nel vitale, e scompare. La restituzione è cosa fatta. L’intero processo per cui gli elementi spirituali si concentrano nel corpo eterico, che poi si astrae e si dissipa, sarebbe molto accelerato se, anziché all’inumazione, si ricorresse alla cremazione. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica,   (467/70)

È stato chiesto: “Che pensa, il Tibetano, della cremazione, e sotto quali condizioni è opportuno praticarla?” Per buona sorte, questa pratica si diffonde sempre più. Fra non molto, l’inumazione sarà bandita e la cremazione prescritta per legge - e sarà una vera e propria misura igienica e sanitaria. Quei luoghi insalubri, psichicamente, che sono i cimiteri, spariranno, così come ora svanisce il culto degli antenati, non solo in Oriente, ma anche in Occidente, dove si venera in modo altrettanto puerile il lignaggio avito. Il fuoco dissolve qualsiasi forma; e quanto più rapidamente si distrugge il veicolo fisico, tanto più velocemente esso lascia la presa che ha sull’anima in atto di ritrarsi. In molti testi teosofici si sono scritte inesattezze circa il tempo che intercorre fra le successive distruzioni dei corpi sottili. Si può comunque affermare che quando la vera morte sia scientificamente accertata (dal medico a ciò preposto), e quindi, il corpo fisico non ospiti più alcuna scintilla di vita, si può subito procedere alla cremazione. Si ha morte vera, o totale, quando il filo della vita e quello della coscienza sono stati distolti dal cuore e dalla testa. Ma bisogna tener conto anche della giusta deferenza, priva di fretta: ai parenti occorrono alcune ore per adattarsi all’imminente scomparsa della forma esterna e amata, del defunto; inoltre sono indispensabili le operazioni di stato civile. Sia chiaro però che questo ritardo riguarda solo i rimasti, i viventi, non il morto. Affermare che il corpo eterico non deve essere dato alle fiamme troppo presto, nella credenza che sia bene lasciarlo vagare per parecchi giorni, è cosa assolutamente sprovvista di fondamento. Non esiste un valido motivo di indugio. Quando l’uomo interiore si ritrae dal fisico, abbandona anche l’eterico. È vero invece che quest’ultimo può aggirarsi a lungo nel “campo di emanazione” quando si ricorre alla sepoltura, e molte volte persiste sino alla completa disintegrazione del corpo denso. La pratica egiziana di mummificare e l’imbalsamazione usata in Occidente, rimandano anche per secoli il dissolversi del corpo eterico. Ciò è tanto più pernicioso quanto peggiori furono le caratteristiche del morto; in tal caso quel guscio eterico può essere occupato da entità o forze malvagie. Il che spiega gli incidenti e i disastri cui sovente soggiacquero gli scopritori di tombe antiche, che ne trassero le mummie riportandole alla luce. Quando si ricorre alla cremazione, non soltanto il corpo fisico viene immediatamente distrutto e restituito alla fonte, ma anche il vitale si dissolve con rapidità, e le fiamme trascinano le sue forze alla riserva universale delle energie vitali, di cui sono sempre state parti inerenti, con o senza forma. Dopo la morte e la cremazione queste forze persistono, ma assorbite dal tutto analogo. Meditate su questa fase, che dà la chiave per comprendere l’opera creativa dell’umanità. Se per riguardo ai sentimenti dei familiari o per necessità di stato civile la cremazione deve essere dilazionata, tale ritardo non dovrebbe superare le trentasei ore dopo il decesso; se non esistono valide ragioni, si può procedere anche dopo solo dodici ore: questo tempo è necessario e consigliabile per essere certi della vera morte. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 483/5)

In senso esoterico, la cremazione è necessaria soprattutto per due motivi: perché accelera la liberazione dei veicoli sottili (che ancora avviluppano l’anima) dall’eterico, riducendone il tempo da qualche giorno a poche ore; e perché coadiuva alla indispensabile purificazione del mondo astrale e raffrena “la tendenza al basso” del desiderio, che tanto ostacola l’anima che si incarna. Quest’ultimo, infatti, non trova appiglio, in quanto il fuoco respinge per sua natura l’attività formale del desiderio, ed è una delle massime espressioni del divino, con cui l’astrale non ha vero rapporto, per essere creato dall’anima umana, non dalla divina. “Dio è un fuoco che consuma”, si legge nella Bibbia in rapporto al primo attributo divino, quello del distruttore, che pone in libertà la vita. “Dio è amore” è frase che si riferisce al secondo aspetto, e raffigura Dio quale immanente. “Dio è geloso” significa Dio quale forma, circoscritta e limitata, accentrata in sé e priva di emissioni. Notate le tre espressioni corrispondenti: il Suono che distrugge; la Parola attrae; il Verbo individualizzato. Alla morte cessa la facoltà di parlare quando la Parola risuona e ha luogo la restituzione. Poi anche la Parola non si ode più, assorbita e obliterata dal Suono, che elimina qualsiasi interferenza. Poi anche il Suono cade e si fa Silenzio; all’integrazione finale segue la pace perfetta. In termini di esoterismo, questo è tutto il processo della morte. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 470/1)

Sarà bene ora analizzare, per quanto possibile, la decima Legge, per giungere alla sintesi del suo contenuto: capiremo che la morte stessa è parte del processo creativo di sintesi. È indispensabile introdurre una nuova concezione, un nuovo modo di intendere la grande questione della morte. Ascolta, o discepolo, l’appello del Figlio alla Madre, e obbedisci. È chiaro, dal contesto, che queste parole si riferiscono all’abbandono del corpo fisico, ma in realtà significano assai più. Lo si può estendere all’intero rapporto fra anima e personalità, alla pronta obbedienza di questa (la Madre) a quella (il Figlio). Senza questa pronta rispondenza, che implica il riconoscere la Voce che annuncia, la personalità resterebbe sorda all’anima che comanda il distacco dal corpo. La risposta non è ancora abituale. Vorrei che rifletteste su quanto ciò implica. Ripetiamo: l’aspetto Madre è la materia e l’anima - nel suo mondo - è il Figlio. La frase concerne dunque il rapporto fra anima e materia, e così pone le basi di tutte le relazioni che il discepolo deve imparare a riconoscere. L’obbedienza non è imposta: essa dipende dall’udire, e segue come sviluppo successivo. È un processo più facile di quanto immaginiate. Questa distinzione, a proposito dell’obbedienza, è notevole, in quanto imparare per ascolto è sempre lento ed è uno degli aspetti dell’orientamento; imparare vedendo è nettamente connesso al Sentiero del Discepolo e chiunque voglia servire in modo saggio ed efficace deve saper distinguere fra chi ascolta e chi vede. Rendersi conto della differenza significa mutare radicalmente la tecnica. Nel primo caso, si è decisamente sotto influsso e dominio della Madre, e si deve imparare a vedere. Nell’altro, si è ascoltato e si è in procinto di sviluppare la corrispondenza spirituale della vista. Si è pertanto reattivi alla visione. La Parola risuona e annuncia che la forma ha assolto il suo compito. Questo “proclama spirituale” dell’anima può avere un duplice scopo: decretare la morte, o semplicemente svincolare se stessa dal proprio strumento, la triplice personalità, per cui la forma ne resta priva, ma la personalità (e con ciò intendo l’uomo fisico, a strale e mentale) continua nelle sue funzioni. Se fosse di qualità molto alta, pochissimi s’accorgerebbero che l’anima è assente. Tale condizione si verifica sovente in età molto avanzata o in casi di grave malattia, e può durare per anni. Ma accade talvolta anche in tenera età, e ne consegue la morte o l’imbecillità, poiché è mancato il tempo di educare i veicoli personali. Una breve riflessione sulla “Parola che risuona” farà luce su molte circostanze che lasciano perplessi, e su stati di coscienza finora considerati come problemi insolubili. Il principio mentale si organizza e ripete la Parola. La forma in attesa risponde e si distacca.  Nella fase qui considerata della morte, la mente agisce con autorità, e trasmette al cervello (dove è fissata la coscienza) l’ordine di staccarsi. L’uomo allora lo comunica al cuore (sede della vita) e, come gia sapete, inizia il ritiro. Ciò che accade in quegli istanti senza tempo che precedono la morte, nessuno sa, poiché nessuno finora è tornato a riferire, e se anche l’avesse fatto, probabilmente non sarebbe stato creduto. La prima frase di questa Legge concerne dunque il trapasso dell’aspirante intelligente allorché lascia la forma del triplice uomo inferiore, se la si intende nei suoi aspetti minori; ma, per la Legge di corrispondenza, la morte di qualsiasi uomo, dal più primitivo all’aspirante, è regolata secondo uno stesso, identico processo; la differenza sta nel livello della coscienza; sia del processo stesso, che della sua finalità. Il risultato, però, è sempre il medesimo: L’anima è libera. Questa vera libertà può essere incerta e breve, per l’uomo primitivo, o durare a lungo - ciò dipende dall’efficienza interiore dell’aspirante; ne ho già parlato e non è il caso di ripetere. Gradualmente, la presa degli stimoli e degli influssi dei tre livelli inferiori della coscienza si allenta, la durata della dissociazione aumenta, il pensiero si fa più chiaro, e per fasi progressive si perviene a riconoscere l’essere. Tale chiarezza e tale progresso possono non essere più realizzati o espressi in occasione della rinascita, per le troppe limitazioni imposte dal corpo fisico denso; ma ad ogni incarnazione la sensitività cresce, e anche la conoscenza esoterica - quest’ultimo termine significando tutto ciò che trascende la vita consueta della forma o la comune coscienza nei tre mondi. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica,  (680/3)

Qual’è il risultato di questo ritrarsi, o piuttosto quale è la causa di ciò che chiamiamo morte o pralaya? Poiché questo trattato è presentato sotto forma di manuale di lavoro, continueremo con il metodo dell’elencazione. Il ritirarsi del doppio eterico di un uomo, di un pianeta, di un sistema, è prodotto dalle cause seguenti. 1. La cessazione del desiderio. Questo dovrebbe essere il risultato di ogni processo evolutivo. La vera morte, conforme alla legge, è prodotta dal raggiungimento dell’obiettivo e quindi dalla cessazione dell’aspirazione. Questo, quando il ciclo perfetto volgerà al termine, sarà vero per il singolo essere umano, per l’Uomo Celeste e per lo stesso Logos. 2. Raggiunta la vibrazione adeguata, il lavoro è compiuto e il ritmo ciclico rallenta progressivamente e si arresta. Quando la vibrazione o nota, sia percepita e risuonata perfettamente, al punto di sintesi con altre vibrazioni si produce la totale distruzione delle forme.               Il moto è caratterizzato, come sappiamo, da tre qualità: a.  Inerzia, b.  Mobilità, c.  Ritmo. Questi tre aspetti vengono sperimentati appunto in questo ordine, e presuppongono un periodo di attività lenta seguito da un periodo di movimento estremo. Questa transizione produce incidentalmente (mentre sono cercati la nota e il rapporto giusti) cicli di caos, di sperimentazione, d’esperienza e di comprensione. Dopo questi due gradi di moto (che sono caratteristici dell’atomo o Uomo, dell’Uomo Celeste o gruppo, e del Logos o Totalità) viene un periodo di ritmo e di stabilizzazione in cui il punto di equilibrio viene trovato. La forza che fa oscillare le paia di opposti, e che produce infine l’equilibrio, è inevitabilmente seguita dal pralaya.

3.  La separazione tra il corpo fisico e il corpo più sottile sui piani interiori, mediante la lacerazione della rete. Questo ha un triplice effetto: Primo. La vita che animava la forma fisica (sia densa che eterica) e che aveva la sua fonte nell’atomo permanente, e di qui “permeava ciò che si muove e ciò che è immobile” (in Dio, nell’Uomo Celeste e nell’essere umano, così come nell’atomo di materia) si ritira completamente nell’atomo, sul piano dell’astrazione. Questo “piano dell’astrazione” varia secondo le entità di cui si tratta: I.   Per l’atomo permanente fisico, è il livello atomico. II.  Per l’uomo è il veicolo causale. III. Per l’Uomo Celeste è il secondo piano della vita monadica, sua dimora. IV. Per il Logos è al piano Adi. Questi livelli segnano il punto di dissolvimento dell’unità allorché entra nel pralaya. Qui occorre ricordare che è sempre pralaya quando è visto dal basso. Dal punto di vista della visione superiore, che vede il sottile che continua ad adombrare il denso quando non è in manifestazione, il pralaya è semplicemente la soggettività; non “ciò che non esiste”, ma semplicemente ciò che è esoterico. Secondo. Il doppio eterico di un uomo, di un Logos planetario o di un Logos solare, quando è distrutto si depolarizza rispetto all’Entità che vi dimora e perciò ne permette l’uscita. Non è più, detto in altre parole, una fonte di attrazione, né un punto focale magnetico. Diventa non magnetico, e la grande Legge di Attrazione cessa di dominarlo; da qui la disintegrazione e la condizione della forma che ne consegue. L’Ego cessa di essere attratto dalla sua forma sul piano fisico, inspira, e ritira la sua vita dall’involucro. Il ciclo giunge al termine, l’esperimento è compiuto, l’obiettivo (relativo da vita a vita e da incarnazione a incarnazione) è stato raggiunto e non resta più niente da desiderare; l’Ego o entità pensante perde perciò l’interesse per la forma, e volge l’attenzione verso l’interno. La sua polarizzazione cambia ed il fisico è infine abbandonato. Similmente il Logos planetario nel Suo ciclo maggiore (sintesi nell’aggregato dei piccoli cicli delle cellule del Suo corpo) segue il medesimo corso; cessa di essere attratto verso il basso e verso l’esterno e volge lo sguardo all’interno; ritira all’interno l’insieme delle piccole vite che formano il Suo corpo, il pianeta, e tronca ogni collegamento. L’attrazione esterna cessa e tutto gravita verso il centro invece di disperdersi alla periferia del Suo corpo. Nel sistema il medesimo processo è seguito dal Logos solare; dal Suo elevato piano di astrazione Egli cessa di essere attratto dal Suo corpo di manifestazione. Ritira il Suo interesse, e il paio di due opposti, lo spirito e la materia del veicolo, si dissocia. Con questa dissociazione il sistema solare, questo “Figlio della Necessità” o del desiderio, cessa di esistere ed esce dall’esistenza oggettiva. Terzo. Questo conduce infine alla dispersione degli atomi del corpo eterico che tornano alla loro condizione primordiale. La vita soggettiva, sintesi di volontà e di amore in forma attiva, è ritirata. L’associazione è disciolta. La forma si disintegra, il magnetismo che la manteneva in una forma coerente non è più presente, e la dissoluzione è completa. La materia permane, ma la forma non esiste più. Il lavoro del secondo Logos giunge al termine e l’incarnazione divina del Figlio è conclusa. Ma la facoltà o qualità inerente della materia permane ancora, ed alla fine di ogni periodo di manifestazione, la materia (sebbene distribuita nuovamente nella forma primitiva) è materia intelligente attiva arricchita di oggettività, e di accresciuta attività radiante e latente che è stata ottenuta con l’esperienza. Facciamo un esempio. La materia del sistema solare, allorché era indifferenziata, era materia intelligente attiva, e questo è tutto quanto se ne può dire. Questa materia intelligente attiva era materia qualificata da un’esperienza precedente e colorata da una precedente incarnazione. Adesso questa materia ha preso forma, il sistema solare non è in pralaya ma in oggettività, e questa oggettività ha per scopo l’aggiunta di un’altra qualità al contenuto logoico, quella dell’amore e della saggezza. Quindi, al prossimo pralaya solare, al termine dei cento anni di Brahma, la materia del sistema solare sarà colorata dall’intelligenza attiva e dall’amore. Questo significa letteralmente che l’insieme della materia atomica solare vibrerà allora in un’altra nota, diversa da quella dell’alba della manifestazione. Possiamo applicare questo al Logos planetario ed all’unità umana poiché l’analogia è valida. Se ne ha la corrispondenza su scala molto minore nel fatto che ogni vita umana dota l’uomo di un corpo fisico più evoluto, maggiormente responsivo, e vibrante in diversa misura. In questi tre pensieri vi sono molte informazioni, se sono studiati attentamente e sviluppati logicamente 4.       La trasmutazione del violetto nel blu. Su questo non possiamo soffermarci. Semplicemente lo enunciamo e ne lasciamo l’applicazione agli studiosi cui il karma lo consente e che hanno sufficiente intuizione. 5.       Il ritrarsi della vita, per cui la forma deve gradatamente dissiparsi. È interessante notare questa azione riflessa, perché i grandi Costruttori e i Deva che sono gli agenti attivi durante la manifestazione, e mantengono coesivamente la forma trasmutando, applicando e facendo circolare le emanazioni praniche, perdono del pari l’attrazione per la materia della forma e volgono altrove l’attenzione. Sul sentiero dell’espirazione (sia umana che planetaria o logoica) questi deva costruttori (sul medesimo raggio dell’unità che desidera manifestarsi, o su un raggio complementare) sono attratti dalla sua volontà e dal desiderio, e assolvono il loro compito di costruzione. Sul sentiero dell’inspirazione (sia umana che planetaria o logoica) non sono più attratti e la forma comincia a dissiparsi. Essi ritirano il loro interesse, e le forze (che pure sono delle entità) che sono gli agenti della distruzione, eseguono il necessario lavoro di disintegrazione delle forme; essi la disperdono - come è detto occultamente - “ai quattro venti del Cielo”, ossia alle regioni dei quattro respiri - in una separazione e distribuzione quadruplici. Questa è un’indicazione che va attentamente considerata. Sebbene non siano mai stati dipinti dei quadri raffiguranti le scene del letto di morte, né la drammatica uscita del palpitante corpo eterico dal centro della testa, come ci si sarebbe potuto attendere, tuttavia alcune regole e taluni obiettivi che governano questo ritiro sono stati comunicati. Abbiamo visto che la meta di ogni vita (umana, planetaria o solare) dovrebbe essere la realizzazione e l’attuazione di un preciso disegno, l’ottenimento di una forma più adeguata al servizio dello spirito; quando ciò sia raggiunto, l’entità che abita la forma ne distoglie l’attenzione, e la forma si disintegra avendo assolto la sua missione. Questo non sempre avviene in ogni vita umana, e nemmeno in ogni ciclo planetario. Il mistero della luna è il mistero dell’insuccesso. Questo conduce, quando sia compreso, ad una vita di dignità ed offre una meta degna dei nostri sforzi più ardui. Quando questo aspetto della verità sarà riconosciuto universalmente, ciò che avverrà quando l’intelligenza della razza sarà adeguata, allora l’evoluzione procederà con sicurezza e gli insuccessi saranno meno numerosi. (Il Trattato del Fuoco Cosmico - 129/33)


Torniamo al nostro tema principale, per vederne altri aspetti. In senso lato si può dire che le morti siano tre. Prima fra tutte, la morte fisica, che costantemente ricorre e che è familiare a tutti proprio per la sua grandissima frequenza. Se solo poteste rendervene conto, in breve non ne avreste più alcun timore. Vi è poi quella che la Bibbia chiama la “seconda morte”, che per l’attuale ciclo del mondo riguarda la liberazione da tutto ciò che di astrale ha presa sull’uomo. In senso lato, questa seconda morte si compie alla quarta iniziazione, quando persino l’aspirazione cessa, perché ormai inutile; la Volontà dell’iniziato è allora fissa e immobile, e la sensibilità astrale non gli è più di nessuna utilità. Questa esperienza ha una sua peculiare corrispondenza, a livello molto inferiore, allorché nel candidato alla seconda iniziazione cadono tutte le emozioni. È un evento vero e proprio, di cui egli è consapevole. Fra la seconda e la terza, egli deve poi dar prova, in modo continuato, di non reagire all’“astralismo” e a ciò che è emotivo. La seconda morte prima discussa concerne invece la scomparsa del corpo causale all’atto della quarta iniziazione; con ciò l’antahkarana è completato, ed il rapporto fra Monade e personalità è diretto, libero e continuo. La terza morte avviene quando l’iniziato abbandona, in modo definitivo e senza possibilità di ritorno, ogni rapporto con il piano fisico cosmico. È ancora lontana, necessariamente, per tutti i membri della Gerarchia, e attualmente è possibile e permessa solo per pochi del Concilio di Shamballa. Ma Sanat Kumara non è fra questi. Egli superò questa “trasformazione” moltissimi millenni or sono, durante un grande cataclisma che inaugurò l’epoca della Lemuria, provocato appunto dalla Sua esperienza cosmica e dalla necessità di un afflusso di energie da Esseri extra-planetari. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 406/7

Quando tutte le unità o le cellule del corpo del Logos planetario avranno realizzato il proprio fine, Egli sarà libero dalla manifestazione densa, e morirà al fisico. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 414)

Qui sta il segreto della sofferenza e della morte su questo pianeta. Il suo Logos (esaminando la questione in senso macrocosmico) è, come sapete, uno degli “Dei imperfetti” citati ne La Dottrina segreta, anche se la Sua perfezione in realtà è tale da superare la comprensione dell’uomo - cioè la capacità di capire di una delle unità di uno dei regni che ne sono il corpo manifesto. L’equilibrio fra spirito e materia non è ancora raggiunto, anche se è ormai prossimo; le forze involutive sono ancora potenti e le energie spirituali frustrate, anche se in grado molto minore che ai primi tempi della storia umana; la razza-madre che succederà all’attuale vedrà conseguito l’equilibrio e inaugurata l’età dell’oro, così chiamata. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 610)

La morte è per l’uomo esattamente ciò che la fissione nucleare è per l’atomo; la grande scoperta di questa forma d’energia lo ha mostrato. Il nucleo si scinde in due (questi termini non sono corretti in senso scientifico), e nella vita atomica si sprigionano luce e potenza immense; la morte ha effetti consimili anche a livello astrale: è un fenomeno che può dirsi parallelo alla liberazione dell’energia atomica. E lo stesso effetto, in diversa misura, è causato dalla morte di qualsiasi forma naturale, che spezza e distrugge la sostanza a fini costruttivi; le ripercussioni sono soprattutto astrali o psichiche e dissolvono, in parte, l’illusione circostante. La distruzione integrale di forme, negli anni di guerra, provocò mutamenti immensi nel mondo astrale, dissipando enormi accumuli di illusione, e fu ottima cosa. Minore sarà infatti la resistenza offerta alle nuove energie più facile l’avvento di nuove idee, con i riconoscimenti implicati; appariranno nuove concezioni nel campo del pensiero umano, dipendenti da nuove “vie di impressione” che renderanno le menti umane sensibili ai piani gerarchici e ai propositi di Shamballa. Tutto ciò è detto per inciso. Quanto ho esposto vi illustrerà certi rapporti fra la morte e l’attività costruttiva, e il suo valido contributo al processo di ricostruzione. La grande legge della Morte - che governa la sostanza nei tre mondi - è benefica e correttiva: ciò dovrebbe esservi chiaro. Senza dilungarmi, vi ricordo che quella legge, così potente nei tre mondi dell’evoluzione umana, riflette un proposito cosmico che controlla i livelli eterico, astrale e mentale cosmici del sistema solare. L’energia che provoca la morte è espressione del principio di quella VITA maggiore che comprende i sette sistemi planetari, manifestanti la vita del sistema solare. Ma quando, pensando e cercando di capire, si giunge in questi reami di pura astrazione, dobbiamo a un certo punto fermarci e tornare con la mente alle questioni più pratiche della vita planetaria e alle leggi che reggono l’umanità. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 503/4)

È quindi legittimo assumere che l’eliminazione proceda in modo più definito ed efficace che la restituzione. Altra questione da considerare è la seguente: interiormente, l’uomo sa che la vita fisica è governata dalla Legge della Rinascita, e che, prima di eliminare il corpo astrale, o astrale-mentale, deve passare per un interludio fra due incarnazioni, con due grandi esperienze: 1.   Un contatto (brevissimo o di lunga durata - ciò dipende dal livello evolutivo) con l’anima, cioè con l’angelo solare. 2.    La successiva, violenta rivoluzione verso la vita terrena, preludio a quella “discesa e invocazione” per cui:               a. Si appresta alla nuova incarnazione.             b .Fa vibrare la propria nota nella sostanza dei tre mondi.                  c. Richiama alla vita gli atomi permanenti, che compongono un triangolo di forza nel corpo causale. d.  Raccoglie la sostanza occorrente ai corpi della sua futura manifestazione. e.   Li colora delle proprie qualità e caratteristiche, già acquisite per esperienza.      f.   Dispone la sostanza eterica del proprio corpo vitale in modo da foggiare i sette centri, recipienti delle forze interiori. g. Sceglie di proposito i genitori che gli forniranno adeguato rivestimento fisico denso, e attende l’ora della incarnazione. Ricordate che i genitori provvedono solo il corpo fisico; il loro contributo si limita a un corpo di particolare natura, veicolo adatto ai contatti ambientali necessari a chi scende nella carne, e ad un insieme di rapporti sociali, solo però quando l’anima abbia notevole esperienza e il rapporto di gruppo sia ben stabilito. Queste due crisi sono affrontate consapevolmente; l’uomo sa quel che sta facendo, nei limiti del proprio sviluppo evolutivo. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 495/6)

Prima di tutto ciò l’eterno Pellegrino, di sua volontà, deliberò “occultamente” di morire e assunse un corpo, o più corpi, per elevare le vite formali componenti; nel farlo, “morì”, poiché per l’anima prendere forma e quindi immergersi in essa, e morire, sono sinonimi. In secondo luogo, ciò facendo, l’anima ripete, in scala minore, ciò che fanno e fecero il Logos solare e planetario. Anche quelle grandi Vite si sottomisero alle leggi che governano l’anima nella manifestazione, anche se non a quelle del mondo così detto naturale. La Loro coscienza non si identifica con il mondo dei fenomeni, come accade a noi, almeno sin quando non ci solleveremo alle leggi superiori. La morte “occulta” di quelle grandi Vite offre occasione e dà la vita a tutte le entità minori. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 439)

L’ascendente addita possibilità più remote, la meta e l’intento spirituali dell’incarnazione presente e di quelle che la seguiranno immediatamente. Concerne la lotta che l’uomo spirituale conduce per persistere oltre quanto ha conseguito, sì che quando l’energia vitale temporaneamente si esaurisce e avviene la “morte della personalità”, si trova “più vicino al centro della sua vita, del suo gruppo e della vita divina”, come insegna la Saggezza Eterna. Le parole: “morte della personalità”, si possono intendere in due modi definiti: a. La morte del corpo fisico, inevitabilmente seguita da quella del veicolo emotivo e dalla dissipazione della forma temporanea e mutevole che la quota di energia mentale ha assunto durante l’incarnazione. b. La “morte”, soggettiva e mistica, “della personalità”. Ciò indica che il punto focale per la distribuzione dell’energia si è trasferito dalla personalità (centro definito di forza) all’anima (altro centro). (Trattato dei Sette Raggi Vol. III° Astrologia Esoterica – 17/18) 

Il segno della nascita raffigura l’occasione. La porta è aperta. Per l’anima che scende nella carne, è lo stesso segno di quando ne uscì, nella vita precedente. Se la morte fu, ad esempio, in Leo, la rinascita avviene nello stesso segno, e l’anima riprende il filo delle esperienze là dove si interruppe, ricominciando con la stessa qualità di energia e di apparato di cui disponeva quando lasciò il mondo - più le acquisizioni conquistate col pensiero e l’osservazione cosciente. In questo modo, l’anima conosce l’energia e le forze da impiegare nella vita che l’attende. (Trattato di Magia Bianca – 436)

Pertanto, il termine “immortalità” implica assenza di tempo, ed esiste per tutto ciò che non è perituro o condizionato dal tempo. Ecco una frase su cui vale la pena di riflettere attentamente. L’uomo rinasce, ma non per impulso temporale. Ritorna nella carne per esigenze karmiche, attratto da ciò che, quale anima, ha posto in moto, perché sente l’esigenza di adempiere i doveri che ha assunto, perché è responsabile, perché certe sue precedenti infrazioni alla legge dei giusti rapporti umani glielo impongono. Quando ha soddisfatto tutti questi compiti, impegni, esperienze e responsabilità, entra per sempre nella “luce chiara dell’amore e della vita” e (per quanto lo riguarda) lo stadio infantile dell’esperienza terrena non gli serve più. Non ha più obblighi karmici nei tre mondi, ma è tuttora trattenuto dall’esigenza karmica di servire sino all’ultimo, per quanto gli compete, chi invece ancora è soggetto al karma. Questa grande legge agisce dunque in tre aspetti diversi sul principio di rinascita: 1. Karma come dovere, che governa la vita nei tre mondi dell’evoluzione umana e termina alla quarta iniziazione. 2. Karma come necessità, che regola la vita del discepolo progredito e dell’iniziato dalla seconda sino ad una certa iniziazione superiore alla quarta; questa gli apre la Via dell’Evoluzione superiore. 3. Karma come trasformazione, elemento misterioso che presiede a quei processi di questa Via superiore, che consentono all’iniziato di trascendere del tutto il piano cosmico fisico, per vivere nel mentale cosmico. Questo aspetto del karma libera Entità come Sanat Kumara e i Suoi Assistenti del Concilio di Shamballa dal desiderio cosmico, che sul livello cosmico fisico si palesa come volontà spirituale. Questo con cetto dovrebbe farvi riflettere. È evidente, per altro, che poco potrei dirvene, in quanto non conosco ancora pienamente ciò che implica. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 404/5)

Per riassumere, potrei affermare che l’orrore e la paura della morte basa sull’amore per la forma - la nostra, dei nostri cari, dell’ambiente che ci è consueto. È un amore che contrasta con tutto l’insegnamento delle realtà spirituali. La speranza del futuro, che ci liberi da questi terrori senza fondamento, sta nel trasferire l’attenzione dalla forma alla verità dell’anima eterna, cui è indispensabile vivere spiritualmente, in modo costruttivo e divino, immersa in veicoli materiali. E qui riaffiora l’idea di restituzione: mentre i concetti errati svaniscono, avanza quello d’eliminazione, e si perviene al giusto punto focale. Occorre considerare l’idea d’integrazione, per cui l’assorbimento nella vita dell’anima sostituisce l’assorbimento in quella del corpo. Dolore, solitudine, infelicità, decadenza, perdita - sono pensieri destinati a sparire con il mutare della reazione comune alla morte. Quando si saprà vivere come anima, concentrati a livello egoico, e la forma sarà intesa come semplice modalità espressiva, tutte le antiche, dolenti idee sulla morte a poco a poco si disperderanno, e quella grande esperienza sarà vissuta in modo nuovo e con gioia. (Trattato dei Sette Raggi Vol. IV° - Guarigione Esoterica, 394)


PARTE XIV

La resurrezione è la nota dominante della natura; la morte non lo é. La morte è solo l’anticamera della resurrezione.  ( Esteriorizzazione della Gerarchia –469)

La resurrezione è la chiave del mondo del significato, ed è il tema fondamentale di tutte le religioni mondiali passate, presenti e future. La resurrezione dello spirito nell’uomo, in tutte le forme, in tutti i regni, è l’obiettivo di tutto il processo evolutivo, e questo implica liberazione dal materialismo e dall’egoismo. Nella resurrezione, l’evoluzione e la morte sono solo normali stadi preparatori. La nota e il messaggio emessi dal Cristo quando venne sulla terra fu la resurrezione; ma il genere umano è stato così morboso e così immerso nell’annebbiamento emotivo e nell’illusione da permettere che la Sua morte sfuggisse alla comprensione; di conseguenza per secoli si è messo l’accento sulla morte e solo a Pasqua o nei cimiteri si acclama la resurrezione. Questo deve cambiare. Il perpetuare questa condizione non contribuisce alla comprensione progressiva delle verità eterne. Oggi la Gerarchia si dedica a determinare questo cambiamento, modificando così l’accostamento del genere umano al mondo dell’invisibile ed alle realtà spirituali. (Esteriorizzazione della Gerarchia – 469)

L’intero concetto della resurrezione è la rivelazione nuova e più importante che sta giungendo all’umanità e che porrà le basi della nuova religione mondiale. Nel vicino passato, la nota fondamentale della religione cristiana è stata la morte, simboleggiata per noi nella morte del Cristo e molto deformata per noi da San Paolo nello sforzo di fondere la nuova religione dataci dal Cristo con la vecchia religione ebraica basata sul sangue. Nel prossimo ciclo, questo distorto insegnamento sulla morte prenderà il suo giusto posto e sarà conosciuto come l’impulso disciplinante di abbandonare e di por fine per mezzo della morte alla presa della materia sull’anima; il grande scopo di ogni insegnamento religioso sarà la resurrezione dello spirito nell’uomo ed infine in tutte le forme di vita, dal più basso punto evolutivo fino alla più elevata esperienza monodica. In futuro si darà importanza alla “vitalità della natura Cristica” – la cui dimostrazione sarà il Cristo Risorto – e all’uso della volontà che invoca questa “dimostrazione”.          (Trattato dei Sette Raggi Vol. V° - I Raggi e le Iniziazioni, – 318)   Il prodigio della Risurrezione di Cristo, per quel che riguarda la Sua personalità, consiste nel fatto che, dopo essere passato attraverso la morte ed essere risorto, Egli rimase essenzialmente la stessa persona, solamente dotata di poteri accresciuti. Non può essere lo stesso anche per noi? Non è possibile che la morte rimuova la limitazione intesa nel senso fisico, lasciandoci con una sensibilità accresciuta ed un più chiaro senso dei valori?        (Da Betlemme al Calvario – 244)

La paura della morte è una delle grandi anomalie o deformazioni della verità divina, di cui sono responsabili i Signori del Male Cosmico. Quando, nei primi tempi dell’Atlantide, essi emersero dal luogo dov’erano stati confinati ed obbligarono la Grande Loggia Bianca a ritirarsi temporaneamente sui livelli soggettivi, il loro primo grande atto di deformazione fu di impiantare la paura negli esseri umani, cominciando dalla paura della morte. Da quel momento in poi gli uomini hanno posto l’accento sulla morte e non sulla vita e sono stati dominati dalla paura per tutta la loro vita. Una delle azioni iniziali del Cristo che riappare e della Gerarchia sarà di cancellare questa paura particolare e di confermare nella mente della gente l’idea che l’incarnazione ed il prendere una forma è il vero luogo delle tenebre per lo spirito divino che è l’uomo; per lo spirito è una temporanea morte ed un imprigionamento. L’evoluzione, verrà insegnato agli uomini, è in sé un processo iniziatico che conduce da un’esperienza di vita ad un’altra, culminando nella quinta Iniziazione della Rivelazione e nella settima Iniziazione della Resurrezione. (Trattato dei Sette Raggi Vol. V° - I Raggi e le Iniziazioni, – 732) 

Vi sono state molte morti nel ciclo eonico di vita dell’iniziato. 1. La morte, familiare e costantemente periodica, del corpo fisico, un’incarnazione         dopo l’altra 2. La morte dei veicoli astrale e mentale, quando l’anima che non muore li abbandona, vita dopo vita – solo per crearne di nuovi finché non ne sia raggiunto il dominio. 3. Poi – come risultato del processo d’incarnazione e dei suoi effetti evolutivi – viene la morte del desiderio e la sua sostituzione con una crescente aspirazione spirituale. 4. Quindi con il giusto uso della mente, viene la “morte” della personalità o piuttosto il suo ripudio e la rinuncia a tutto ciò che è materiale. 5. Ciò è seguito dalla morte o distruzione del corpo causale o dell’anima, alla grande Iniziazione della Rinuncia. Questo processo di morte e resurrezione  prosegue incessantemente in tutti i regni della natura; ogni morte prepara la via a maggior bellezza e vitalità, e ogni morte (se l’analizzate con cura) prelude alla resurrezione finale e allo stato di realizzazione finale.      Non mi dilungherò qui su questo processo di morte costante seguito costantemente dalla resurrezione, ma esso è la nota fondamentale e la tecnica della evoluzione e gli uomini temono la morte solo perché amano indebitamente ciò che è materiale e odiano perdere il contatto con l’aspetto forma della natura. È saggio ricordare che l’immortalità è un aspetto dell’essere spirituale vivente e non un fine in sé, come gli uomini cercano di renderla. Per i Conoscitori della Vita, una frase come "Io sono un’anima immortale” non è nemmeno vera. Dire “Io sono la Vita stessa e quindi sono immortale” si avvicina di più alla verità, ma perfino questa frase (dal punto di vista dell’iniziato) è solo una parte di una verità maggiore. (Trattato dei Sette Raggi Vol. V° - I Raggi e le Iniziazioni, – 731 Anche qui  mi soffermo a sottolineare che i concetti di morte, sostituzione, espiazione e sacrificio, nella nuova era saranno sostituiti da quelli di resurrezione o vitalità di unità spirituale, trasferimento e servizio, cosicché una nuova nota suonerà nella vita, recando speranza, gioia, potere e libertà.  (Trattato dei Sette Raggi Vol. II° Psicologia Esoterica – 437)
 La vita che era racchiusa entro la forma ascende ora trionfalmente in seno al “Padre celeste”, proprio come al momento della morte la vita contenuta nel corpo fisico cerca la propria sorgente, l’Ego. Anche questo avviene in quattro stadi:.  1. Con il ritiro dal corpo fisico. 2. Con il ritiro dal corpo eterico. 3. Più tardi lasciando il corpo astrale. 4. Infine abbandonando il corpo mentale.    (Iniziazione Umana e Solare -137)

In senso occulto, qualsiasi processo di elevazione o “innalzamento” comporta automaticamente la morte. Si tratta di morte degli atomi degli organi interessati, che provoca stadi preliminari di salute cagionevole, malattia e distruzione, perché la morte non è che distruzione e rimozione di energia Quando la scienza del trasferimento di energia da un centro inferiore ad uno superiore sarà compresa, l’intero problema della morte ne sarà rischiarato e nascerà la vera Scienza della Morte, che libererà l’uomo dalla paura. (Trattato dei Sette Raggi Vol. II° Psicologia Esoterica – 549)
 “Cristo è risorto” è il loro grido, e poiché Egli è risorto, il Regno di Dio può estendersi sulla terra ed il Suo messaggio d’amore può essere largamente diffuso. Ogni discussione è superata ed ora essi sanno che Egli ha vinto la morte e che negli anni futuri essi pure vedranno la vittoria sulla morte. Dai loro scritti e dal loro entusiasmo risulta evidente che essi attendevano la venuta immediata del regno e che miravano a vedere universalmente riconosciuto il fatto dell’immortalità. Quasi duemila anni di Cristianesimo provano che essi erano in errore. Ancora non siamo cittadini di un regno divino definitivamente manifestato sulla terra, il timore della morte è sempre forte e la realtà dell’immortalità è ancora soltanto una sorgente di congetture per milioni di persone. Ma il loro errore consiste nella valutazione del tempo e nella mancata comprensione della lentezza dei processi della natura. L’evoluzione procede lentamente, ed ora soltanto ci troviamo al limite della dimostrazione del regno di Dio in terra. Siamo al termine di un’era, e per questo sappiamo che la stretta della morte sull’essere umano ed il timore ispirato dall’angelo della morte tra poco scompariranno. Svaniranno perché noi considereremo la morte soltanto come un altro passo compiuto sul cammino che porta alla luce e alla vita. E comprenderemo che, come la vita di Cristo si esprime entro e attraverso gli esseri umani, costoro dimostreranno a se stessi e nel mondo la realtà dell’immortalità. La chiave della vittoria sulla morte e dei processi che permettono la comprensione del significato e della natura dell’eternità e della continuità della vita può essere rivelata con sicurezza solamente quando nella coscienza umana prevale l’amore e ove il bene generale, e non il bene egoistico dell’individuo, diventa lo scopo supremo. Soltanto attraverso l’amore (e il servizio quale espressione dell’amore) può essere compreso il vero messaggio di Cristo, e gli uomini possono avanzare verso la gioiosa risurrezione. (Da Betlemme al Calvario – 233)

Eresse la Sua Croce come una frontiera, un simbolo ed un esempio del metodo, fra il mondo dei valori materiali ed il mondo dei valori spirituali, e ci esortò alla morte della natura inferiore affinché lo Spirito di Dio possa esercitare tutto il Suo potere su di noi.

Insegnò che la morte deve avere termine, e che il destino dell’umanità consiste nella risurrezione dei morti. L’immortalità deve prendere il posto della mortalità. Per amor nostro, dunque, Egli sorse dal regno dei morti dando prova che le catene della morte non possono trattenere nessun essere umano capace di vivere come figlio di Dio.   (Da Betlemme al Calvario – 261) 

“Che l’energia del Sé divino mi ispiri e la luce dell’anima mi diriga; che io sia guidato dalle tenebre alla luce, dall’irreale al reale, dalla morte all’immortalità”. (Il Discepolato nella Nuova Era - Vol. I° - 548)

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