domenica 20 maggio 2018

horus e cristianesimo




Nell’antico Egitto, Il 24/25 Dicembre era festa grande: in tale data si festeggiava la nascita di Horus il dio Sole Bambino. Il culto di Horus e della madre Iside – come abbiamo già visto – ebbe  successivamente molta diffusione in Roma nei primi due secoli d.C. Alcuni imperatori edificarono templi in suo onore e furono suoi devoti.
In Egitto vi era addirittura una città dedicata al dio Sole – la famosa Heliopolis – con una numerosa classe sacerdotale dedicata al suo culto e alla sua diffusione. Ad Heliopolis il 24-25 dicembre, già nel 1400 A. C., si celebrava la festa del dio Sole, Ra, considerato anche lui Figlio del Sole e Sole egli stesso. A sua volta, Horus – il dio Sole bambino – era frequentemente rappresentato con la corona solare in testa. Il Colosso di Rodi (300 a.C.), una delle sette meraviglie dell’antichità, rappresentava proprio il dio Sole Helios e richiese dodici anni di lavoro.
Nel corso dei millenni, in Egitto, il dio sole assunse svariati nomi: RaAtonOsirideHorus e Serapide (quest’ultimo, introdotto da Tolomeo nel III secolo A. C., comparve come attributo addirittura a fianco di nomi di imperatori romani). Interessante il culto del dio Sole Aton, introdotto circa nel 1350 a.C. dal Faraone Amenophi IV – poi Akhenaton – marito di Nefertiti. Fu il primo culto monoteista e universalista della storia umana, ma fu molto presto spazzato via dalla rivolta dei sacerdoti politeisti (alla morte di Akhenaton, il figlioletto Tutankamon, cooptato dai sacerdoti integralisti, divenne faraone, ripristinando il politeismo. Curiosamente, circa un secolo dopo (ma per certe ipotesi storiche più o meno proprio in quel periodo) un popolo monoteista migrò (o fuggì?) dall’Egitto verso la Palestina, guidato dal profeta Mosè. Risulta davvero strana la coincidenza…
Comunque, i culti egiziani del dio Sole hanno forse più di tutti influenzato il cristianesimo e lo stesso ebraismo (gli ebrei vissero per secoli in Egitto) essendo precedenti ad entrambe queste ultime religioni.
Ma vediamo le strabilianti coincidenze: Horus è partorito da una vergine, ha avuto dodici discepoli, è stato sepolto e poi resuscitato, ha ridato vita a un morto (El Azar us= Lazzaro), era soprannominato la “Verità”, la “Luce”, il “Messia”, il “buon Pastore”, il “Krist” (l’Unto). Era denominato anche “fanciullo divino” e Iusa, figlio prediletto.
Il padre divino di Horus era Osiride, con cui egli si identificava («Io e mio Padre siamo Uno»), mentre il padre terreno era Seb (Giuseppe); il dio Thot annuncia ad Iside che concepirà un figlio virginalmente. Horus nasce in una grotta, annunciato da una stella d’oriente, viene adorato da pastori e da tre uomini saggi che gli offrono doni. A dodici anni insegna nel tempio e poi scompare fino ai trent’anni. Horus viene poi battezzato sulle rive di un fiume da Anup (Giovanni) il battista, il quale in seguito verrà decapitato. Combatte quaranta giorni nel deserto contro Set (Satana), compie numerosi miracoli e cammina sulle acque… Sembrerebbe abbastanza, no?
Sia chiaro che non intendo qui affatto negare la realtà dell’esistenza di Gesù, né della sua natura divina. Il suo compito è stato immenso e ciò che Egli ha portato ha davvero contraddistinto la sua era, producendo un salto evolutivo planetario. Tuttavia, il racconto delle sue “gesta” è – come sempre – stato influenzato dalla cultura esistente, attingendo a piene mani dalla Tradizione. Tutto qui. Quando prendiamo alla lettera certe vicende, quindi, forse dovremmo farci venire un dubbio, e invece di accettarle paro paro, dovremmo interrogarci sul loro valore simbolico, culturale e – magari – esoterico…
Torniamo all’Egitto: con Iside e OsirideHorus costituisce la “trinità” egizia. A Luxor, su edifici risalenti al 1500 a.C. si possono vedere immagini relative all’Annunciazione e all’Immacolata Concezione di Iside.
Osiride, il padre di Horus, risale a tempi ancora più arcaici dell’antico Egitto, anch’egli rappresentava il dio Sole. Osiride aveva oltre 200 definizioni, avendo egli assorbito nel tempo altre divinità egiziane. Il suo culto prevedeva che si mangiassero in comunione focacce di frumento, considerate la sua “carne”, e l’elevazione al cielo dell’ostensorio. Osiride fu dall’inizio alla fine considerato il dio che soffrì e morì e, come per il Cristo, al momento della sua morte il cielo si oscurò. Vi era in suo onore un inno che assomiglia nell’invocazione al Padre Nostro«O Amen, che sei nei cieli…». Il salmo 23 della Bibbia è considerato la copia di un testo egiziano che nomina Osiride come “Buon Pastore”. Spesso Osiride era rappresentato da un occhio racchiuso in un triangolo equilatero, immagine che si può rivedere all’interno delle Chiese cristiane.
A proposito dell’Ostensorio, la cui elevazione rientrava nei rituali di Osiride, contrariamente a quanto si pensa nella liturgia cristiana, non prende il nome dall’ostia, ma piuttosto il contrario: si chiamava ostensorio almeno un millennio prima di Cristo; ostiare corrispondeva a un etimo egizio (che si traslò anche nel latino) e significava “mostrare”, “far vedere”, cioè mostrare il disco solare ai fedeli.
La liturgia cristiana conservò anche l’abbassamento del capo, perché nei primi riti di OsirideAton all’aperto, vi era l’accorgimento di abbassare la testa per non guardare il Sole evitando così il rischio di perdere la vista. Quando i riti di OsirideAton furono trasferiti all’interno dei templi, i sacerdoti ricorsero a un disco d’oro con i raggi intorno – appunto l’ostensorio – elevato in alto, ma rimase l’abitudine di abbassare il capo.
Nel culto cristiano l’ostia consacrata risale alla fine del 1400 d.C., mentre la “forma” dell’ostia fu stabilita dal Concilio di Trento. Per spezzare i legami con il Sole pagano raffigurato nell’ostensorio, all’inizio del 1400, san Bernardino da Siena sostituì il disco d’oro luccicante con una teca contenente il simbolo dell’eucarestia, il pane.
Vi sono studiosi che sostengono che molte storie presenti nei Vangeli si possono ritrovare molto tempo prima nel Libro di Enoch e nei testi dei monaci egiziani chiamati i Terapeuti, successivamente associati agli Esseni. Ma ne parleremo…
Un’ultima nota: nei sotterranei di Roma (a Regina Coeli, ironia della sorte…) vi è una rappresentazione di Horus, allattato dalla madre-vergine Iside, risalente al Secondo secolo dopo Cristo (lo stile non è propriamente egizio…). Comunque, qui accanto, la riproduzione…
Fonte: http://www.adeaedizioni.it/6-natale-il-culto-di-horus-osiride-e-iside/

venerdì 18 maggio 2018

Bardo


Dal punto di vista buddhista, l'uomo come individuo non costituisce una vera unità, è un aggregato di stati, di coscienze e di elementi. Ciò che, come "vita", generalmente preesiste alla nascita e si continua dopo la morte non è un "Io" bensì la forza centrale che ha determinato un simile aggregato e che, dopo che questo con la morte si dissolve, andrà a determinarne di nuovi, secondo le cause immanenti destate nella precedente esistenza od in essa esaurite. Tale forza la si potrebbe chiamare l'"Io samsârico" se questa non fosse quasi una contradizione in termini. A tale riguardo, il buddhismo usa il termine santâna, che vuol dire corrente, flusso, concatenazione di stati. Non si tratta nè del principio trascendente shivaico, perchè esso qui è travolto e quasi sommerso dalla Shakti quale "desiderio", quale forza cieca ed irrazionale assetata di vita ed estroversa, e non si tratta nemmeno dell'Io individuale cui l'uomo comune può riferirsi, questo riguardando soltanto una sezione o tratto di tale flusso, condizionato dalla contingente unità di un dato aggregato. Tuttavia questo Io effimero è il riflesso d'una forma eterna che è il suo "Nome" e che gli preesiste sul piano supertemporale. Alla morte, il riflesso viene riassorbito, come nel sonno prolungato la coscienza normale è riassorbita e scompare. Solamente chi è divenuto un "Vivente", chi ha conseguito il Risveglio, assume, morendo, quella forma e realizza il suo Nome; egli viene inscritto nel "Libro dell'Eterno" o, come si diceva nell'antico Egitto, nell'"Albero della Vita".
Con la morte, dunque, l'aggregato si dissolve, l'un essere da luogo a vari esseri ("nutre" vari esseri), a varie coscienze che vanno a seguire ognuna la propria legge. Resta la forza centrale aggregatrice, capace di ripullulare, di rimanifestarsi in questo o quel piano di esistenza condizionata: non necessariamente di nuovo nel piano umano e terrestre. In particolare è possibile che le componenti dissociate d'ordine vitale più in basso si dissolvono in ceppi manifestantisi anche in specie animali - questo essendo il vero senso dell'insegnamento dato nella forma simbolico-popolare di "rinascite animali".
Nel caso di persone datesi alle discipline iniziatiche o che circostanze specialissime abbiano condotto ad analoghe "aperture", le cose vanno in modo diverso perchè in loro non agisce e sopravvive soltanto la forza samsârica da noi detta "aggregatrice" ma è anche presente un vero Io sotto le specie di un principio extrasamsârico che mantiene una sua forma, anche se staccata da tutti quegli elementi psichici e sottili che si riferivano esclusivamente alla condizione umana. A tale Io resta un margine di libertà, una virtuale indeterminazione rispetto alle leggi karmiche.

La parola tibetana bardo si compone di bar, che vuol dire "fra", e do, "due" tanto da significare "fra i due". E' stata prevalentemente tradotta con "stato intermedio", nel senso di stato posto fra l'una "vita" e l'altra. Ma il significato principale ci sembra invece essere "stato fra i due" nel senso di stato incerto, di stato non ancora univocamente determinato, quasi di "bivio". L'insegnamento in parola si basa dunque sull'indeterminazione che gli stati postumi e lo stesso punto della morte offrono a chi, avendo seguito in vita una disciplina spirituale, eviti o superi la crisi-deliquio inerente al cambiamento di stato. Costui può intervenire. Egli può guidare il proprio destino. E se le sue forze non dovessero essere sufficienti per fargli realizzare subitamente la suprema liberazione, gli sono indicati i mezzi per scegliersi una sua nuova manifestazione nel mondo condizionato e per evitare il peggio.
Dai testi vengono soprattutto considerati tre bardo - tre piani di indeterminazione, corrispondenti ad altrettanti bivi o punti di svolta ed a sedi gerarchicamente ordinate: il chikhai-bardo, il chönyid-bardo ed il sidpa-bardo. Sono tre livelli, ad ognuno dei quali si presentano dunque delle porte, in serie. Chi non riesce al livello del primo bardo ha ancora la possibilità di riprendersi al livello del secondo bardo; se anche in questo la prova fallisce si offrono le possibilità del terzo bardo, riguardanti manifestazioni in forme più condizionate. E' possibile che anche al livello del terzo bardo l'azione fallisca; questo è il caso quando i residui samsârici mantengono una forza tale da neutralizzare le iniziative del principio-Io. Allora il processo si svolge come per un pashu, per un essere comune. Non vi è più da parlare d'una vera continuità, la morte non ha ridestato un "Vivente", è semplicemente la forza samsârica aggregante ad agire secondo l'accennato meccanismo di cause ed effetti, nel segno del desiderio, della "sete", fino a generare un nuovo fantasma di vita individuale.
Non vi è differenza fra l'Io ed il Principio, l'uomo nella sua essenza è il Principio, ma non sa di esserlo. E' libero, quando superando l'"ignoranza" realizza tale identità riconoscendo l'illusorietà metafisica di tutto ciò che presenta i tratti d'un "altro". Tale conoscenza consuma ogni vincolo e distrugge ogni spettro oltremondano.

L'animo non deve vacillare; non si deve lasciare che la mente vaghi nemmeno per un istante. Recidere in pari tempo ogni attaccamento, spegnere ogni odio. Più che l'uso di immagini religiose, nel cambiamento di stato sarebbe d'importanza capitale rievocare ciò che nella vita si è realizzato di là dalla vita e tenersi fermi in tale ricordo, avendo nel contempo presente gli insegnamenti circa la fenomenologia dell'oltretomba. Una suprema presenza a se stessi è dunque necessaria in questo punto, il più importante di tutta una vita.

Per prima, si estinguerebbe, la coscienza visiva, poi l'olfattiva, poi la gustativa, poi la tattile, poi l'uditiva.

E' possibile che il passaggio attraverso gli elementi non sia privo di relazione con i cakra più bassi.

Il morente percepirebbe esteriormente una luce prima biancastra, simile al chiarore lunare, poi rossiccia. Interiormente verrebbe sperimentata invece una specie di "fumo" (che oscura la mente). E' questo il punto della crisi. La supera chi, grazie alla disciplina yoghica a cui si era già dedicato, in quel punto riesce a mantenere "libero da formazioni mentali lo spirito"; allora "le esperienze di questo processo, appena si producono, si sciolgono nello stato naturale di calma". Costui può dunque giungere senza discontinuità al punto culminante, che è quello del folgorare della luce trascendente messa a nudo dal dissolversi della concrezione fisica individuale a distacco completo (ciò avverrebbe tre giorni e mezzo o quattro giorni dopo la morte). Negli altri, interverrebbe invece una parentesi di deliquio, di incoscienza, dalla quale ci si riprenderebbe soltanto dopo questo periodo; periodo, che è anche quello in cui le componenti e le "coscienze" secondarie dell'essere umano si rendono gradatamente autonome e seguono una loro via, finendo spesso in quella zona di "influenze erranti", serbatoio di forze sub-personali, inferiori o residuali, che sono essenzialmente esse a dar luogo alla fenomenologia "spiritista" e medianica. Per un certo periodo può sussistere anche una forma relativamente unitaria che è una specie di doppio, di immagine spenta ed automatica del defunto; è come un secondo cadavere - cadavere psichico - che egli ha lasciato dietro di sè.
Dopo il tramortimento, la coscienza si ridesterebbe in uno stato di lucidità sovrannaturale ed avrebbe l'esperienza decisiva, quella del manifestarsi della luce assoluta primordiale come una folgorazione. E' la prova. L'Io dovrebbe vincere ogni terrore ed essere capace d'identificarsi con questa luce, di riconoscersi in essa perchè può dirsi che metafisicamente essa è la sua stessa natura. Essere capaci di ciò, significa conseguire in un attimo la Grande Liberazione, realizzare l'incondizionato. Ogni karma, ogni residuo è distrutto. Dovrebbe essere come l'incontro "di un'antica conoscenza". L'effetto viene riferito all'unirsi di una sola cosa - "come l'acqua di un fiume si congiunge con quella del mare" - di ciò che s'era acquisito e di ciò che non s'era acquisito, l'acquisito essendo la conoscenza, la luce che si era già raggiunta in vita, il non-acquisito la totalità di essa, che ora si manifesta.

Ma questa prova può anche non venir superata, si può essere terrorizzati, si può non avere l'intrepidezza, lo slancio quasi sacrificale, la lucidità necessaria per l'identificazione fulminea e per la completa, istantanea arsione del velo dell'avidyâ, dell'ignoranza trascendentale. Allora, con questa prova, si è mancata la prima , più alta possibilità oltremondana, si scende di un gradino, si passa dal chikhai-bardo al chöniyd-bardo, si passa a piani nei quali al morto si presentano analoghe alternative, con la differenza che ora non si tratta più di esperienze libere dalla forma. Si dirompe invece un mondo fantasmagorico di visioni e di apparizioni avente un carattere simile al sogno. Esso sarebbe generato da una fantasia passata allo stato libero, non più soggetta al controllo dei sensi, che pertanto acquista, potenziati, i caratteri di quella che abbiamo chiamato l'immaginazione magica. Con una veemenza elementare essa è portata a generare simili visioni per proiezione ed esteriorizzazione di contenuti della coscienza e della subcoscienza, e d i forze già chiuse nella parte occulta, sotterranea dell'essere umano. Questo è il piano, anche, di una possibile liberazione per coloro che non concepirono l'incondizionato nella sua nuda purezza metafisica bensì sotto la specie di una qualche figura divina, di un simbolo, di un'immagine culturale. Qui ciò che decide è la capacità di superare il miraggio e di giungere ad uno stato di identificazione con un simile mondo fantasmagorico. E' una prova che ha due gradi.
In principio cessa dunque di apparire nella sua natura libera da forma e folgorante e si sensibilizza sotto le specie di varie figure divine maestose e splendenti che si presentano in serie, in sette giorni - il giorno avendo evidentemente un significato simbolico, un giorno potrebbe comprendere intere epoche dei mortali qualora una correlazione temporale potesse venir stabilita. Non superata l'una apparizione, nel giorno successivo si presenta l'altra. Superare significa identificarsi. Qualunque cosa appaia, essa va conosciuta come un riflesso.
E' importante il riconoscimento che dal momento che le proiezioni utilizzano immagini latenti della coscienza profonda del trapassato, sarà naturale il presentarsi di figure e di scenari corrispondenti a quelli della sua fede e della sua tradizione. Nel secondo bardo il buddhista, il cristiano, il maomettano, lo sciamano, etc. vedranno ognuno gli iddii, i paradisi e gli inferni della rispettiva credenza e così cadono vittime dell'illusione, perchè il compito è appunto superare la particolarità e l'esteriorità di queste forme proiettate, nello stato di assoluta auto identità dell'essere reintegrato. A tale riguardo si parla senz'altro nei "sette gradi dell'imboscata". L'imboscata è costituita appunto dall'apparenza oggettiva di tutte queste divinità, generata soltanto dall'impotenza e dalla limitazione interna, dall'ignoranza" del morto non completamente superata ed agente, qui, in modo magico. Vengono indicati i "residui" che, dinanzi a ciascuna di quelle figure divine, in ognuno dei "giorni" fanno nascere la paura ed allontanano da esse - ossia da se stessi.

Non superando la prova costituita dal mondo divino calmo e radioso, il panorama, quasi per una mutazione caleidoscopica, si trasforma. Come se la stessa paura si proiettasse ed oggettivasse nelle figure divine, alle divinità calme e luminose subentrano divinità terrifiche, irate, distruttive, scatenate - in realtà sono le stesse di prima, con tratti mutati, in loro altri aspetti. Si ripresenta la prova dell'identificazione che, naturalmente, qui è più difficile superare. A tanto, occorrerebbe aver praticato in vita, su una linea più o meno dionisiaca, proprio il culto di divinità del genere; solo allora si potranno "svestire" tali divinità ed in esse si potrà realizzare l'integrazione di stati spirituali già conosciuti nelle culminazioni di pratiche e riti terreni. Altrimenti si darà involontariamente indietro, si "fuggirà".
A questo livello, ed ancor più al livello successivo, a quello del sidpa-bardo, la maggiore difficoltà sarebbe dovuta al fatto che le forze e le tendenze sopravviventi alla dissoluzione dell'aggregato umano e, per così dire, portate appresso, agiscono in modo automatico, quasi "fatale". A partire da questa fase, viene detto che gli impulsi atti a sviare essendo assai potenti, questo è il momento in cui è quanto mai necessario ricordarsi gli insegnamenti contenuti nel Bardo Thödol. Il superamento della prova al secondo livello porterebbe al "trasferimento" in uno dei "portatori del vajra", l'assegnazione ad uno dei regni delle forme pure che attraverso la figurazione dei cosidetti Dhyâni-Buddha, hanno relazione con gli stati spirituali realizzati nell'una o nell'altra fase del dhyâna yoghico. Si tratta delle regioni gerarchicamente più alte del mondo manifestato, chiamate in tibetano og-min (in sanscrito: anishta-loka), ossia "non più caduta" = sedi da cui non si cade più. Per queste sedi varrebbe la legge, che "coloro che hanno lo stesso grado di conoscenza e di sviluppo spirituale si vedranno reciprocamente" (Tibetan Yoga, p. 240) mentre gradi diversi renderebbero gli uni invisibili agli altri.
L'ordine delle apparizioni va dunque dall'assoluto al relativo dall'immediato al mediato, dall'informale al formale. E' soltanto l'atteggiamento dell'Io a produrre le trasformazioni ed i trapassi dei contenuti dell'esperienza. Le divinità irate e scatenate non riflettono ed oggettivizzano che la stessa paura dell'anima nella sua incapacità d'identificarsi con quelle radiose e maestose. A meno che con un'azione energica od in base alle inclinazioni acquisite od alimentate in vita seguendo culti di divinità scatenate dionisiache e distruttrici si sia da tanto da assumere la persona degli dei della nuova esperienza, il terrore, che essi riflettono, genererà nuovo terrore, si sarà spinti ad una fuga, con il che anche le possibilità del secondo bivio o bardo si esauriscono.
Subentra il terzo bardo, il sidpa-bardo, cioè quello delle "alternative riguardanti una nascita". Ormai l'indeterminazione non riguarda più che il passare ad una data "nascita" samsârica anzichè ad un'altra. In chi non abbia superato nemmeno la prova del secondo bardo la bilancia si è inclinata dalla parte delle forme più condizionate: l'ente samsârico fatto di desiderio, assetato di vita, si è dimostrato più forte del principio shivaico. Questo terzo bardo è caratterizzato in primo luogo da un potenziamento della fenomenologia terrifica propria della fase precedente. Ora sono addirittura tormente, nembi, tenebre angosciose, fiamme come di intere giungle incendiate, fragori come di crolli di montagne, folgori, onde tempestose, furie e demoni in atto di perseguitare e di colpire, ma anche gelide solitudini, deserti senza fine, etc. - tutti miraggi, riflessi, spettri, proiezioni allucinatorie create dai moti stessi dello spirito o dal giuoco delle forze karmiche che hanno preso la mano e che per tal via cercano di condurre il principio cosciente, ingannato e terrorizzato da tale fantasmagoria da incubo, nella direzione di una data sede. Il processo si svolgerebbe così che una data matrice si presenta come un rifugio in questa vicenda angosciosa, per cui lo spirito insciente ed incapace di auto dominio viene giocato e vi finisce dentro senza rendersene conto. Si parla di tre precipizi invisibili che si spalancano dinanzi a chi fugge, l'uno bianco, l'altro rosso, il terzo nero, corrispondenti a tre specie di "nascite", ossia a tre forme di manifestazione inferiore samsârica.
La seconda caratteristica di questo terzo bardo sarebbe l'affacciarsi della sensazione di esser morto, unitamente al desiderio veemente di nuova vita - per via del ripullulare del germe, la forma cui si è uniti sarebbe ora un "corpo del desiderio" - ed alla percezione di oggetti e di esseri dell'uno o dell'altro piano di esistenza. Il desiderio e le reazioni di fronte alla fantasmagoria terrificante sono i fattori da dominare in quest'ultima serie di esperienze ultraterrene. Qui mente e memoria divengono particolarmente chiari - anche in coloro nei quali erano offuscate ed ottuse - ed il "corpo del desiderio" ha la qualità di un corpo magico nel senso che esso può raggiungere ciò che brama o concepisce. Per azione dell'elemento samsârico possono però presentarsi prospettive ingannatrici, si può, cioè, reputare buono e desiderabile quel che non lo è, e viceversa. Il testo esorta a ricordarsi anche dell'"opposizione", ossia della presenza di forze ostili all'illuminazione, di forze che si potrebbero chiamare di contro-iniziazione, agenti alla radice stessa dell'elemento samsârico, come una specie di demonìa.
Bisogna realizzare che tutte le apparizioni sono soltanto allucinazioni, che, la natura del proprio essere qui essendo il "vuoto", non vi è nulla da temere, non vi è cosa su cui tutte le entità minacciose e le forze scatenate possano far presa. Va pensato che esse tutte sono forme irreali, simili a sogni, ad echi, a miraggi, come le apparizioni create da una qualche magia.

Nei riguardi dell'entrata in una matrice umana, l'insegnamento tibetano ha vedute che quasi vanno incontro a quelle della psicoanalisi freudiana. L'ente del desiderio assetato di nuova vita vedrebbe esseri maschili e femminili in atto di congiungersi. A seconda del sesso che nella precedente esistenza ebbe l'essere da esso creato, sorge, in un tale ente, desiderio per colei che sarà la madre (se fu maschio) ed odio e gelosia per colui che sarà il padre, o viceversa, nel caso dell'altro sesso. Attraverso questi movimenti attrattivi e repulsivi avverrebbe l'incorporazione in un nuovo germe, propriamente con l'identificarsi con l'uomo nell'atto in cui egli possiede e feconda la donna, o viceversa. Si tratta perciò di paralizzare tali moti dell'ente di desiderio. "Mantenendo la mente concentrata in un sol punto", si deve stare in guardia per arrestare ogni sentimento di desiderio o di avversione destato dalla visione sovrasensibile di una coppia, or ora detta. Un altro metodo ha invece la stessa struttura delle contemplazioni precedenti le pratiche sessuali tantriche. Si impedisce il movimento verso una coppia in amplesso col visualizzare l'uomo come la divinità maschile e la donna come la sua Shakti, come la Grande Madre. Ancora un altro metodo consiste in una visualizzazione esorcizzante che ricorda alcune pratiche meditative gesuite. Nello sperimentare lo scatenarsi delle furie, degli elementi, dei demoni si dovrebbe subito visualizzare una delle divinità magiche del proprio culto come un essere perfetto, possente, terrifico per le forze nemiche, tale da dissolvere in un attimo tutti questi spettri.
Sapendo che sedi buone possono apparire indesiderabili e sedi cattive desiderabili, si tratta di paralizzare qualsiasi inclinazione o repulsione, per non lasciarsi prendere al giuoco.
Queste possibilità di padroneggiamento del destino nell'oltretomba implicano la presenza, negli stessi stati dell'aldilà, delle qualità yogiche della neutralità e del distacco, della fredda e sovrana qualità magica.
Il terzo bardo, terza ed ultima zona d'indeterminazione postuma, rende possibile, se non la liberazione, una certa libertà nel mondo condizionato. Dal grado del "ricordo" che malgrado tutto si è mantenuto dipende una scelta tale da permettere di continuare o completare la "Grande Opera" in una nuova esistenza, come un individuo che si trova già ad avere predisposizioni privilegiate nei termini di quella che abbiamo chiamato la "dignità naturale", con il senso più o meno vivo di un suo background prenatale.
Va considerato a parte il caso di coloro che assumono un corpo e riappaiono nel mondo degli uomini volontariamente, non per aver mancato le occasioni dei tre bardo. Si pensa che a queste "discese" si associ quasi sempre una data missione, visibile od invisibile, Nel caso-limite si ha l'assunzione di un nirmâna-kâya come mâyâvîrûpa o corpo magico.

Bibliografia:
Julius Evola, Lo yoga della potenza - Edizioni Mediterranee

giovedì 17 maggio 2018

Su Dio Aker-RA

Ringrazio pubblicamente Aker-RA per condividere con noi la sua eccezionale sapienza, come da lui detto nella pagina il libro dei morti dell'Antico Egitto+Lo Yoga Trascendentale nell'Antico Egitto, è una  persona che ha vissuto l’esperienza del raggiungimento del Nirvana (Cielo Superiore Divino) nel corso della sua vita fisica mediante un’esperienza superiore detta trascendentale. In parole semplici è un Buddha che ha raggiunto ormai da anni l'Illuminazione e diffonde questa sua saggezza, questi suoi insegnamenti a chi, come noi, ha la voglia di conoscere e di evolvere spiritualmente. Profondo conoscitore dello Yoga Trascendentale e del libro dei morti dell'Antico Egitto credo di far cosa gradita ai lettori di divulgare i suoi post che gentilmente mi ha concesso di pubblicare. Ora vi lascio alla lettura di questo articolo. Alla prossima. Amore e Luce.


Su Dio (il Cielo)
Basilarmente, Dio non ama alcuna battaglia o guerra che mieta vittime
innocenti (non realmente colpevoli), ma accetta che noi giochiamo, ma se
non si finisce a compiere tale errore. Il Demonio, antagonista a Dio ed alla
Sua Volontà, invece, non ama vederci giocare liberamente e secondo cosa
facciamo ci punisce o ci uccide con malattie o incidenti di qualsiasi tipo, e
Dio non ci protegge se non viviamo in base alla Sua Volontà.
Dio capisce bene che se una razza, o specie, o etnia, o gruppo, o singolo,
umano o animale si rivela pericoloso per chi lo circonda debba essere
soppresso o ucciso da terzi, per il bene altrui, e per questo ci lascia la nostra
libertà naturale al fine di permetterci di poterlo fare.
A Lui (che è Onnipotente e cioè può tutto) è sufficiente che noi siamo
basilarmente positivi, buoni e giusti nei nostri reciprochi confronti e che
creiamo e teniamo ordine anche nel mondo animale, per non esserne
vittime, per essere dalla nostra parte, ma ciò non toglie che noi dobbiamo
sempre mantenere sveglia la nostra guardia su di noi al fine di evitarci di
subire l’ingiustizia altrui (e con giusti si intende anche l’operare la Giustizia,
poiché ognuno deve avere ciò che cerca, in bene ed in male, e se uccidendo
per fare Giustizia si rimanda la vittima al dover rifare tutto da capo in una
vita successiva questo è affare suo e a noi non deve riguardare, poiché con
le buone maniere si ottiene tutto, e questo è per tutti nel mondo, e facendo
ciò una persona si evita complicazioni e può migliorarsi la vita, e questo
parte dal rendersi utili ad altre persone per ricevere in cambio il loro aiuto,
quindi nessuno ha mai una vera ragione per derubare o uccidere altri se
non per legittima difesa).
Dio si rivela a chi crede in Lui solo mediante la pratica della meditazione
interiore, e dalle oscurità del cielo a noi interno ad un uomo apparirà il Suo
volto di fanciullo, ad una donna il Suo volto di fanciulla, e ad un animale
con il Suo volto di cucciolo sempre maschio per il maschio e femmina per la
femmina, poiché ciò permette ad ogni forma vivente di entrare meglio in
sintonia mentale con Lui.
Questo fatto è sempre preceduto da un contatto cuore a cuore tra noi e Lui:
Lui percepisce il nostro amore verso di Lui o anche il nostro bisogno di
aiuto per mezzo dei battiti del nostro cuore, e quindi rivela il battito del Suo
Cuore, che inonda di Amore puro e vero il nostro cuore ed il nostro essere,
ma solo se siamo esenti da ingiustizie compiute.
A Dio, gli antichi diedero un nome che iniziava sempre con la lettera A, per
il fatto che è il primo degli Dei come la A è la prima lettera dell’alfabeto, e
quindi lo troviamo come Atum presso gli egiziani, Apollo presso i greci,
Ahau e Actun presso i Maya, Atma presso gli indù ecc…
Dio anticamente fu anche chiamato l’Uno per il fatto che non ha doppio e
poiché prima di Lui non vi fu nulla. Egli è infatti il primo possibile numero
che precede ogni altro, dato che prima del Cielo nulla poteva essere, in
assenza di uno spazio attorno per manifestarsi.
Il Cielo dal quale tutta la creazione ebbe inizio fu anche ritenuto l’Acqua
Superiore per ragioni particolari, ed i cieli cosmici, contenuti nell’Uovo
Supremo, le acque inferiori. Le Acque Superiori iniziano, comunque,
nell’Uovo Supremo al di là dei Mondi Ultracosmici, nel cielo di Ra e Neftis,
anche se l’Albero del Mondo o della Vita potrebbe trovarsi anch’Esso in
queste.
Negli universi cosmici il cielo più si trova lontano dai Soli (dalle stelle) è più
è puro e denso, e questo fu chiamato Etere, Pneuma e Quintessenza della
vita universale.
Dio (il Cielo) è polarmente l’opposto delle forme che contiene in Sé, ed è
infinito, e non si può indagarne l’origine poiché fuoriesce dalla ragione
umana. Solo mediante una conoscenza diretta nei Suoi confronti, nella
Meditazione interiore, si può capirlo interiormente ed entrare in
sintonia mentale con Lui.
Perché possiamo conoscere Dio solo da dentro di noi?
Possiamo conoscere Dio solo da dentro di noi per tre ragioni:
1) Lo spazio creato dalla luce dei Soli tiene lontani i pianeti e le lune dal
Cielo puro, nel quale si trova lo Spirito Divino;
2) i corpi fisici planetari non possono resistere nel cielo senza la luce dei
Soli e morirebbero rapidamente;
3) nel punto spirituale più interno di noi, in noi, si trova una particella di
Dio (porzioncina di cielo), e questa ci permette la nostra connessione
mentale con Lui, che avviene sempre durante la Meditazione
Trascendentale interiore.
Il Dio Bes dell’antico Egitto rappresenta Dio incollerito e difensore
della libertà naturale positiva, ma ciò non dev’essere male interpretato,
poiché positiva significa solo priva di negatività e di ingiustizia.
Bes è rappresentato nudo per il fatto che è il difensore della riproduzione
planetaria, e mediante questa immagine invita i sessi ad unirsi per generare
figli.
Di fatto, tale immagine non ha alcun legame con l’incitamento al sesso
selvaggio o di gruppo.
Esistono stele dell’antico Egitto dove si vede sotto la maschera di Bes un
fanciullo che ha nelle mani oggetti del Potere di Giustizia: questo è Atum
(sotto la maschera di Bes).
Almeno l’80% delle informazioni che possiedo ad oggi su argomenti
superiori di ogni genere provengono da Lui, che essendo ovunque come
Cielo vede tutto dappertutto nella creazione e sa tutto fin da quando iniziò.
Per giungere a ciò, comunque, ho dovuto prima dedicarmi per anni allo
studio di testi di vario tipo, ma solo quando giunsi alla Sua conoscenza
diretta nel 2002 circa in Meditazione Trascendentale, nella quale si mostrò a
me come un fanciullo di 5 anni, iniziai a ricevere da Lui la Luce su ciò che
cercavo di capire da anni con lo studio.
Ora mi potrei definire superiore allo studio di testi di altri autori.
Il modo in cui Egli comunica non è mediante suoni o voce (che non
possiede) ma mediante visioni interiori (mentali) o comprensioni mentali su
questo e su quello che si desidera capire (da mente a mente).
Non è facile, invece, ricevere informazioni da Divinità Supreme sotto di Lui
come quelle dell’Ogtoade o da altre sotto di Loro: ad Esse non interessa
istruirci se non apparteniamo ad un pianeta dove si vive in base alla Volontà
di Dio, e se io non fossi stato un Buddha dall’età di 16 anni dubito che Atum
mi avrebbe istruito su tantissime cose superiori alla nostra portata
conoscitiva. Sul nostro pianeta ognuno vive a modo suo credendo a Dio a
suo modo, e questo causa un grosso disaccordo con gli Dei Supremi ed altri
sotto di Loro.
Per noi credenti può essere più facile ottenere informazioni superiori dalle
Divinità Tutelari che da altri sopra di Loro, e queste sono: Cristo, Lao-Tzu,
Ermete, Krishna e non includo Buddha poiché dopo la morte andò nel
Parinirvana, che dovrebbe corrispondere al Mondo di Luce al di là del
Nirvana (non so se tra queste si possa includere Zaratustra dato che non mi
sono mai rivolto a Lui non avendo trovato un Suo testo pari ad un Vangelo),
ma resta il fatto che se non si è divenuti spiritualmente importanti (come
un Illuminato o un Buddha) anche queste non sono facili ad aiutarci ad

averle. 

Sul Demonio (precisazione)
Gli affreschi murali nelle tombe dell’antico Egitto che descrivono libri come
quello delle Porte, dell’Amduat ecc… dovrebbero risalire ad imperi successivi
ai primi regni, e con questo riusciamo a capire il perché essi avessero
perduto il concetto originale di Demonio, rappresentandolo come il Serpente
Apopis e non come un Drago del quale troviamo testimonianza negli antichi
popoli precolombiani, che lo adoravano come Quetzalcoatl, e cioè il Serpente
Piumato: è ovvio che questo appellativo si riferisse al Superdragone
primordiale e che non poteva riferirsi ad un Superserpente, per il fatto che il
serpente non possiede piume.
Lo stesso errore degli egiziani fu ripetuto in seguito, a causa loro, dagli Ebrei
e dai Cristiani, partendo forse da Mosé, che fu un egiziano dell’ultimo periodo
faraonico prima che in Egitto vi giungessero i Romani.
Aker-Ra
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mercoledì 31 gennaio 2018

Il simbolismo dei numeri nella cultura antica e nel mondo biblico

A differenza della nostra civiltà, profondamente segnata da una cultura logico-matematica di grado avanzato ( basti pensare alla velocità enorme, usata nei computers, per il calcolo di operazioni matematiche estremamente complesse ), le culture antiche avevano coi numeri un rapporto diverso.
Prima di tutto, la stessa grafia dei numeri era « concreta »: essi erano cioè indicati da una stessa lettera dell'alfabeto ( così in ebraico o in greco, così pure per i numeri romani ), e già tale sistema in se stesso non permetteva un campo di scrittura troppo vasto.
Le odierne cifre usate per la scrittura dei numeri sono invece di carattere più « astratto », essendo segni introdotti nell'uso in modo convenzionale.
Le culture antiche erano poi di tipo manuale, ossia la loro base di partenza nel calcolo erano le mani dell'uomo o i ritmi ricorrenti della natura e del cielo ( come ad es. il ciclo lunare ).
Senza computer né algebra, il numero « mille » appariva per esse quasi il massimo possibile, un valore prossimo all'infinito: esso è ad es. il simbolo numerico più grande possibile nella scrittura dei numeri in cifre romane ( è espresso con la cifra M ).
È merito della cultura araba l'aver introdotto definitivamente nel calcolo matematico due novità.
Per prima cosa, le cifre usate oggi per scrivere i numeri sono dette appunto « cifre arabe » ( anche se recenti studi hanno mostrato come queste cifre sembrano piuttosto provenire dall'India settentrionale circa 15 secoli fa ).
In secondo luogo, la cultura araba introdusse anche l'uso dello zero, conosciuto pure nel mondo babilonese ma non ancora applicato al calcolo matematico diretto.
Si è così allargata enormemente la possibilità di sommare e di calcolare, proiettando i numeri verso l'infinito.
Quest'ultimo valore è stato invece introdotto nel calcolo matematico a partire dall'era moderna.
Zero e Infinito insieme sono all'origine dell'esplosione della concezione culturale antica dei numeri.
Nelle civiltà antiche però i numeri non avevano solamente un senso matematico, ma anche un senso simbolico, spesso più importante del primo.
Tale senso non è del tutto scomparso nemmeno nella cultura attuale, dato che ancora oggi si usa l'espressione « due o tre » per dire « alcuni, non molti », oppure si usa l'altra espressione « te l'ho detto cento ( o mille ) volte » per dire « moltissime »; e ci sono poi ancora certe espressioni che vogliono esprimere un'approssimazione indicante « una grande quantità, un numero indefinito »: così si dice « un milione », oppure « milioni e milioni ».
In questo contesto si può ricordare infine l'uso persistente di attribuire a certi numeri, come ad es. al Tredici o al Diciassette, dei significati magico-simbolici negativi.
Quest'uso dei numeri in senso approssimativo, che a tutt'oggi è persistente, ci apre la via ad una possibile miglior comprensione di ciò che il mondo antico, ed in particolare la cultura semita, intendevano dire quando usavano i numeri come simboli concreti e ben compresi da tutti.
La base di partenza è spesso un'esperienza o una realtà naturale; e poiché il mondo visibile veniva visto e interpretato in antico, sotto tutte le latitudini, come una realtà che esprimeva un ordine naturale perfetto che l'uomo doveva leggere, contemplare e rispettare, i numeri erano allora usati come simboli espressivi del rapporto fra l'uomo e il Trascendente, Creatore di tale ordine e delle sue leggi interne.
È questo uno dei motivi principali per cui i libri sacri di molte religioni, e nella Bibbia in modo particolare la letteratura apocalittica dell'AT e del NT ma anche altre parti, sono pervasi da questo simbolismo religioso dei numeri.
Vi sono però anche altri motivi, come quello di voler usare, tramite i numeri come simboli, una specie di codice cifrato segreto, accessibile solamente agli « iniziati » di una setta o di un gruppo, e non agli altri.
Questo uso era molto diffuso nelle cosiddette « religioni misteriche » dell'Ellenismo, o nella corrente filosofica greca dei pitagorici, o anche nell'Apocalisse di Giovanni, dove è modellato sull'uso profetico-apocalittico dell'AT, in cui i numeri e le visioni misteriose si susseguono come un linguaggio speciale.
Bisogna infine anche ricordare che, per il sistema pitagorico, certi numeri avevano un simbolismo particolare: l'Uno e il Due erano ritenuti maschili, il Tre e il Quattro femminili, il Sette era il numero della verginità.
In altre culture invece, l'Uno e il Due sono numeri fondamentali della vita, mentre i numeri dispari sono ritenuti maschili e quelli pari invece femminili.

Numeri e significato simbolico

Il numero 1

è il numero dell'individualità, della persona singola.
Nel corpo, esso è il suo numero come individuo, ed è il numero della testa ( « tante teste, tante persone » ).
In geometria, l'Uno è il numero del centro o del vertice.
L'Uno esprime così l'idea di unità in se, di unificazione; e dice anche perfezione in sé, senza divisioni.
L'uso latino di « unus » esprime anche senso di isolamento: è « uno solo »; ed infine, il fatto di contare « ad uno ad uno » vuole indicare una grande accuratezza per evitare errori.

Il numero 2

è il numero che più ricorre nel corpo umano: che ha due occhi, due orecchi, due mani, due gambe, due piedi; e ancora: due polmoni, due reni, due seni, e parecchi altri « organi doppi ».
Il Due esprime così l'idea di compagnia, ma anche di simmetria; ed è il numero della coppia, dove maschio e femmina si corrispondono e si completano nella diversità.
Dire « due » è già dire « alcuni », e dire « il doppio » è dire « molti », quindi « sovrabbondanza ».

Il numero 3

è paragonabile, nella cultura antica, alla lettera greca π un numero che non è totalmente descrivibile, che sfugge sempre alla presa degli strumenti umani, e che esprime anche enfasi e insistenza.
In geometria, il Tre è il numero del triangolo; in senso religioso in genere e pure nel mondo semita, esso rappresenta il numero della perfezione divina.
Un certo uso simbolico indicante perfezione sta anche alla base della realtà della Trinità cristiana, ma anche di altre « triadi » gnostiche o induiste.
Il Tre può poi essere rafforzato nel suo significato di perfezione con altri accorgimenti: elevato al quadrato ( 9 = 3 per 3 ), o unito ad altri numeri di perfezione, come il 7 ( 21 = 7 per 3, oppure: 3 per 14 = 3 per 7 per 2, Mt 1 e Lc 3, le genealogie di Gesù ).
Nel mondo cristiano medievale, il 3 è spesso rafforzato nel suo composto 33 ( tale è ad es. il numero dei Canti delle singole parti della Divina Commedia ).

Il numero 4

è collegato con l'esperienza dell'orientamento della persona nel mondo: davanti, dietro, a destra e a sinistra formano quattro punti fissi di riconoscimento di sé sulla superficie terrestre.
Ecco allora i quattro punti cardinali ( N-S-E-0; e il loro sviluppo concreto nella « Rosa dei venti » ), e l'uso del numero Quattro per indicare la totalità dell'orizzonte geografico-terreno.
Nel mondo antico e nella simbologia biblica, il numero Quattro indica così universalità spaziale: i « quattro angoli della terra », formanti quasi un quadrilatero ( Ap 7,1 ) significano « tutta la superficie della terra »; e il senso di universalità ricorre anche nei « quattro fiumi » del paradiso ( Gen 2,10; cf molte immagini dell'arte paleocristiana ), nei « quattro venti » ( Ez 37,9; Is 11,12 ), nei « quattro esseri viventi » ( Ez 1,5-21; Ez 10,14; Ap 4,6-9 ), nei « quattro corni » dell'altare del Tempio.
Nel tempo cristiano, il simbolismo è prolungato nell'idea dei quattro Vangeli, dei quattro profeti maggiori, dei quattro « grandi Concili » antichi.
Quattro sono pure le beatitudini di Luca ( Lc 6,20-23 ), quattro anche le sue maledizioni ( Lc 6,24-26 ); in Matteo, le beatitudini sono invece otto, quattro per due ( Mt 5,3-12 ).

Il numero 5

corrisponde alle dita di una mano, ha quindi un immediato valore di calcolo aritmetico.
Talvolta, il cinque ha anche un certo valore simbolico-approssimativo, ed è usato nel senso di « alcuni pochi » ( 1 Cor 14,19: « in assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue » ).

Il numero 6

non sembra avere all'origine una particolare esperienza spazio-temporale.
Forse, è il numero dei giorni lavorativi della settimana, che non è compiuta e completa, senza la festa ( il « settimo giorno » ).
Nel mondo semita e nei libri biblici, il Sei è capito in relazione con il Sette: è un 7 meno 1.
E mentre il Sette è la perfezione in atto, il Sei è la non-perfezione, la negatività radicale, il tentativo fallito di arrivare fino al Sette, fino alla perfezione.
Così in Ap 13,18 il numero 666 ( Sei per tre volte ) è il numero della Bestia che si oppone a Dio.
Collegati con l'idea di un vano e fallimentare tentativo di giungere alla perfezione sono pure altri numeri composti: ad es. « un tempo, più tempi e la metà di un tempo » ( Dn 7,25 ), oppure « un tempo, due tempi e la metà di un tempo » ( Ap 12,14 ).

Il numero 7

suggerisce già in se stesso l'idea di un nucleo considerevole e compiuto.
Esso è il numero dei giorni della settimana, che formano in gruppo la totalità ( 7 per 4 ) del mese lunare di 28 giorni.
Il « settimo giorno » è il nome del Sabato ebraico, che compie e completa la settimana.
Nel mondo semita, il Sette indica una serie completa, una totalità che non esclude nulla.
È formato dal Quattro ( universalità terrena, e insieme pienezza dell'essere vivente ) e dal Tre ( perfezione divina, e immagine del Trascendente ); per questo, indica anche l'unione di terrestre e celeste, e nella Bibbia è spesso collegato ad oggetti o persone sacre ( ad es. At 6: i Sette; Ap 2-3: le sette Chiese... ).
Il Sette può essere compreso anche in senso simmetrico: 3 più 1 più 3, ossia perfezione in cui l'unità è al centro.
Il suo composto, 21, è formato dalla perfezione divina e dalla totalità completa ( 7 per 3 ).
Qualche volta si usa il suo superlativo ( Mt 18,22: 77 volte o settanta volte sette volte, detto con un'enfasi assoluta ).
Nella Bibbia è talvolta ricordata anche la metà di sette, tre e mezzo ( Dn 7,25; Dn 8,14; Dn 9,27; Ap 11,2-9; Ap 12,6.14 ), espressa pure nella forma « milleduecentosessanta giorni » ( Ap 11,3: sono tre anni e mezzo ) o « quarantadue mesi » ( Ap 13,5: sono pure tre anni e mezzo ).
Il simbolismo del Sette ricorre anche nel numero dei Sacramenti propriamente detti, forse anche ( ma non è storicamente provabile ) per indicare che la totalità dell'esistenza umana nella sua pienezza è toccata dalla presenza operante della salvezza.

Il numero 8

non acquista nel mondo semita particolare valore simbolico.
Forse va inteso come 4 per 2 ( le beatitudini di Matteo, Mt 5,3-12 ).

Il numero 9

è invece il quadrato di 3, e porta al massimo la perfezione.
Nel Medioevo, era il numero dei cori angelici, dei cieli del Paradiso, o dei gironi dell'Inferno ( la Divina Commedia di Dante ).

Il numero 10

è il numero delle dita delle due mani, con cui si conta; ha quindi valore immediato di richiamo aritmetico-mnemonico.
Forse in questo senso è usato per i « dieci comandamenti » ( Es 34,28; Dt 4,13 ) o le « dieci piaghe d'Egitto » ( Es 7,14-12,29 ).
Simbolicamente il numero Dieci indica anche una quantità notevole, molto grande.

Il numero 12

è prima di tutto collegato col ciclo delle lune in un anno, e suggerisce quindi immediatamente l'idea di un ciclo annuale completo.
In astronomia, il Dodici è il numero delle costellazioni dello Zodiaco dove il sole « passa » nel corso di un intero anno; mesi e segni zodiacali acquistano così subito anche un significato simbolico.
Per il pensiero antico, il Dodici è un numero molto importante, oltre che per lo Zodiaco e i mesi dell'anno, anche come base fondamentale dell'antico sistema sessagesimale per il calcolo dello spazio e della scansione del tempo.
Il sistema fu inventato dagli antichi Sumeri, ma i motivi della sua invenzione non sono del tutto chiari.
Tale sistema perdura anche per noi oggi: 60 ( 12 per 5 ) sono i secondi di un primo o i secondi di un grado del quadrante, 60 ( 12 per 5 ) sono i secondi di un minuto e i minuti di un'ora, le ore sono 12, un giorno ne ha 24 ( 12 per 2 ).
Anche i gradi degli angoli sono misurati con un sistema a base Dodici ( 180 gradi sono 12 per 15, così pure 360 gradi, 12 per 30 ).
Il Dodici può essere anche scomposto in 4 per 3, ed allora è insieme universalità terrestre e perfezione divina, e indica un numero rotondo di totalità.
È così che nella cultura semita e nel mondo biblico il Dodici indica la totalità perfetta del popolo eletto: i figli di Giacobbe-Israele sono 12, essi corrispondono ai patriarchi, capostipiti delle 12 tribù del popolo ebreo.
Anche gli Apostoli sono 12 ( i Dodici in Mc 3,14; Mt 19,38; At 1,17.23-26: dopo la Pasqua, il gruppo dei Dodici è ricostituito ), e sono i nuovi capostipiti del Nuovo Popolo di Dio, che nasce sul modello dell'Antico.
In At 1,15 il primo nucleo della Chiesa è composto di circa 120 persone, 12 per 10; in Ap 21,12-22,2 la Nuova Gerusalemme è costruita tutta sulla base del numero-simbolo 12.
Usato nei suoi multipli ( 12 per 12 = 144 ) o associato con altri numeri ( 12.000 o 144.000 = 12 per 12 per 1.000: Ap 7,4-8 ) rafforza l'idea di totalità del popolo di Dio.

I numeri 13 e 17

sono spesso collegati, nella mentalità della gente contemporanea, con idee superstiziose o con paure di tipo magico.
Tali numeri non hanno alcun significato speciale dal punto di vista biblico, mentre invece sembra che le idee superstiziose o magiche su questi due numeri provengano da fonti antiche pagane o da rituali cabalistici medievali.

Il numero 40

indica convenzionalmente, nel mondo biblico, gli anni di una generazione; simbolicamente, esso significa un'esperienza completa di vita, in cui sono gustati e vissuti fino in fondo i suoi contenuti e significati.
Così i 40 anni di Israele nel deserto ( Nm 14,34 ), i quaranta giorni del diluvio ( Gen 7,4 ), i quaranta giorni di viaggio di Elia ( 1 Re 19,8 ), i quaranta giorni di digiuno per Cristo nel deserto ( Mc 1,13 ), che simbolicamente ripetono i 40 anni del popolo nel deserto.
Nel tempo della Chiesa, a partire dal IV secolo, si fa strada l'idea della Quaresima, quaranta giorni di più intensa preparazione alla Pasqua.

Il numero 100

indica una grande quantità.
Così « il centuplo » di Mt 19,29 significa una quantità indefinita ma grande; e le « cento pecore » di Lc 15,4 indicano un grande gregge, e forse l'intera grandezza del popolo di Dio.

Il numero 1000

indica anch'esso, nel mondo antico, una grande quantità, quasi il massimo umanamente concepibile, visibile e numerabile.
Nel mondo biblico, il mille esprime un numero indefinito indicante un periodo di tempo avvicinabile all'eternità, anche se inferiore ad essa.
Dio così fa grazia per « mille generazioni » ( Es 20,6; Ger 32,18 ); per lui, « mille anni » sono come un giorno ( Sal 90,4 ), e un giorno presso di lui vale più di mille vissuti altrove ( Sal 84,11 ).
Così il regno di « mille anni » di Cristo in Ap 20,1-6 ha il senso di un numero indefinito e incalcolabile per gli uomini, finito ma quasi vicino ad una eternità di tempo.

Il numero 10.000

intende una quantità incredibile, favolosa, con valore iperbolico (così Gen 24,60; Lv 26,8; 1 Sam 18,7; e probabilmente anche Lc 14,31 ); è il senso delle « miriadi di miriadi e migliaia di migliaia » come numero degli angeli, in Ap 5,11; paragonabile forse con l'espressione « più di dodici legioni di angeli » di Mt 26,53.
Di più, c'è solamente la « moltitudine immensa, che nessuno poteva contare » di Ap 7,9.

La strana matematica di Dio

Quanto valgono, quanto sono grandi gli uomini?
Essi possono anche lasciare impronte notevoli di se, ma di fronte alla morte valgono tutti zero.
E tutti gli uomini, sommati insieme, sembrano essere in questa prospettiva una lunga serie di zeri all'infinito negativo: zero più zero uguale zero.
Con Gesù Cristo, è entrato nel mondo qualcosa di completamente nuovo.
Egli, sulla croce, proprio nella sua morte, ha cambiato la vecchia logica di morte in servizio d'amore, e, unico fra tutti i mortali, è risorto: è diventato così davvero un « uno ».
E messo davanti all'umanità intera, davanti alla sfilza di tutti gli zeri che sono gli uomini, colui che è diventato il « primogenito dei morti » rende questa umanità un capitale infinito, le da un valore sterminato.
Quattro miliardi di zeri, presi da soli, sono uno zero ripetuto e basta; con un piccolo uno davanti, con quell'Uno rivelatesi nella carne umana e nel sacrificio di Cristo, quei quattro miliardi di zeri diventano un capitale di valore inestimabile, davanti a Dio.