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mercoledì 25 giugno 2014

Gerarchia della Chiesa

Nella Chiesa latina l'elenco completo dei due ordini, quello sacerdotale e quello episcopale, è menzionato per la prima volta nella lettera di papa Cornelio (251-253) a Fabio vescovo di Antiochia, nella quale erano indicati gli ordini allora in uso nella Chiesa di Roma. Prima del Concilio Vaticano II, nella Chiesa latina e orientale i diversi gradi dell'ordine erano suddivisi in due categorie: ordini maggiori (episcopato, presbiterato, diaconato e suddiaconato) e ordini minori, e questi ultimi non erano sacramenti. Nella Chiesa latina chi riceveva gli ordini, a partire da quelli minori, veniva tonsurato e diventava chierico. Dopo il Concilio Vaticano II gli ordini minori sono stati ridotti e non vengono più chiamati ordini, ma ministeri: sono quelli dell'accolito e del lettore. Per quanto riguarda gli ordini maggiori, la teologia cattolica non parla più di ordini, ma di tre gradi dell'unico sacramento dell'Ordine
  • Episcopato: i vescovi. Sono i successori degli apostoli. Esercitano il triplice ministero dell'insegnamento (munus propheticum o munus docendi), del governo pastorale (munus regalis o munus regendi), della santificazione (munus sacerdotalis o munus liturgicum). In età apostolica le loro funzioni erano indistinte rispetto quelle dei presbiteri. Dal II secolo sono normalmente i pastori delle Chiese locali (diocesi).
  • Presbiterato: presbiteri o preti. Sono i collaboratori dei vescovi con i quali condividono la predicazione della Parola di Dio, la presidenza dell'Eucaristia e delle altre celebrazioni sacramentali, esclusa, normalmente, la confermazione e il conferimento dell'Ordine sacro. Sono quindi sacerdoti come i vescovi. Possono esercitare il ministero nella guida di una parrocchia (in tal caso si dicono parroci), o in qualunque altro ministero che gli affidi il vescovo proprio, a cui devono obbedienza. Quando sono inviati dalla loro diocesi come missionari sono detti fidei donum.
  • Diaconato: i diaconi. Sono collaboratori dei vescovi nella modalità del servizio. Predicano la parola di Dio, amministrano il battesimo, assistono alla celebrazione del Matrimonio, coordinano il ministero della carità nella chiesa.
Questo sacramento è chiamato "ordine" in quanto con questo termine si designava, in epoca romana, un "corpo sociale", un gruppo di persone con funzioni pubbliche. Tale termine passò poi nella terminologia ecclesiastica per indicare un "collegio" o comunque un gruppo di persone incaricate di un ministero pastorale e/o di una funzione cultuale. Come i sacramenti del battesimo e della confermazione, nella teologia cattolica si dice che l'ordine conferisce un carattere: l'ordine resta valido per tutta la vita di chi lo ha ricevuto (sebbene le funzioni non possano essere lecitamente attuate), anche in seguito a condanna alla pena della sospensione "a divinis", alla dimissione dallo stato clericale oppure alla decisione di abbandono del ministero: Nel Rito latino può essere ordinato qualsiasi uomo (maschio) battezzato, celibe che ha compiuto 25 anni (Codice Diritto Canonico N 1031), che dopo le prove della formazione in un Seminario, dopo gli studi filosofici e teologici, riceve la positiva valutazione dai responsabili della sua formazione e viene presentato al Vescovo per ricevere il sacramento dell'Ordine. Nella Chiesa cattolica gli ordini sacri sono conferiti solamente a uomini; anche i ministeri istituiti (lettorato e accolitato) sono riservati a uomini, anche se le donne possono svolgere de facto tali servizi durante le celebrazioni liturgiche, leggendo la Bibbia e (più raramente) prestando servizio all'altare. Almeno fino al V secolo, però, era presente almeno un ordine delle diaconesse (donne). I difensori della tradizione cattolica, tuttavia, solitamente precisano che nel caso delle diaconesse non si trattava di un'ordinazione sacramentale, bensì di un semplice servizio istituito, che si rendeva necessario in particolare durante il battesimo delle donne: nella Chiesa antica, infatti, il battesimo veniva amministrato a persone adulte mediante l'immersione completa in una vasca, e quindi era più decoroso che fossero delle donne ad assistere altre donne. La disciplina del celibato conosce due diverse tradizioni all'interno della Chiesa cattolica.

  • Nel Rito latino
    • I diaconi sono ordinati (a partire dal Concilio Vaticano II) sia celibi sia sposati, ma dopo l'ordinazione non possono più sposarsi (se sono celibi), né risposarsi (se sono sposati e rimangono vedovi). Un diacono sposato non può successivamente diventare presbitero (ad eccezione del caso in cui rimanga vedovo).
    • I presbiteri devono essere celibi.
    • Anche i vescovi devono essere celibi.
  • Nei Riti orientali
    • Per i diaconi non è richiesto il celibato, ma dopo l'ordinazione non possono più sposarsi.
    • Per i presbiteri, come per i diaconi non è richiesto il celibato, ma dopo l'ordinazione non possono più sposarsi.
    • Solo per i vescovi è richiesto il celibato: di conseguenza i vescovi vengono scelti fra i monaci, in quanto tutti i monaci sono anche celibi, mentre i preti non monaci possono essere sposati. Tutte le ordinazioni vengono celebrate ordinariamente nel corso della Messa. Momenti culminanti sono l'imposizione delle mani (gesto antichissimo con cui viene trasmesso il dono dello Spirito Santo) e la preghiera consacratoria (con cui si chiede a Dio la speciale grazia divina di cui ha bisogno l'ordinando per compiere il proprio ministero). L'ordinazione dei diaconi e dei preti viene impartita dal vescovo; l'ordinazione dei vescovi (chiamata consacrazione) viene impartita secondo il diritto canonico da almeno tre vescovi, tuttavia è valida anche se è impartita da un vescovo solo. Nella Chiesa cattolica di rito latino esistono inoltre numerose cariche spettanti ad appartenenti all'ordine sacro, sebbene siano considerati alla stregua di titoli onorifici oppure differenziazioni all'interno dei vari gradi dell'ordine e non comportino un'effettiva ordinazione (non sono cioè dei sacramenti):
      • Arcivescovo è il vescovo che presiede un'arcidiocesi.
      • Patriarca, nella Chiesa cattolica di rito latino, è il titolo dato ad un vescovo di una diocesi di importanza storica. Nella chiesa latina esistono quello di Venezia, di Lisbona e di Gerusalemme (altri sono stati successivamente soppressi). Mentre nella Chiesa cattolica di rito orientale il titolo non è solo onorifico e conferisce diritti maggiori rispetto al patriarca di rito latino.
      • Patriarca, nelle altre chiese non latine, è il capo supremo di un'altra Chiesa cattolica, diversa da quella romana.
      • Cardinali sono i vescovi, i presbiteri e talvolta i diaconi, che il papa elegge perché collaborino con lui nel governo della Chiesa universale. Inizialmente i cardinali erano i preti e i diaconi della chiesa di Roma, e i vescovi delle diocesi suburbicarie (cioè le diocesi vicine a Roma: Ostia, Porto Santa Rufina, ecc.), poi, nel tempo i papi hanno cominciato a creare cardinali, cioè loro più diretti collaboratori, vescovi o preti (o anche laici, soprattutto nel rinascimento) di altre diocesi o di altri paesi. Attualmente un candidato al cardinalato deve obbligatoriamente essere dapprima ordinato vescovo.
      • Parroco è il presbitero posto dal vescovo alla responsabilità di una parrocchia
      • Vicario parrocchiale è il presbitero posto dal vescovo al servizio di una parrocchia per aiutare il parroco
      • Aiuto pastorale è il presbitero inviato a una parrocchia ma solo per aiutare il parroco e/o il vicario parrocchiale nell'amministrazione dei sacramenti.
      • Cappellano è il presbitero inviato presso conventi, istituti (ospedali, carceri) per celebrare l'Eucaristia (se fisso, presiede la cappellania).
      • Cappellano militare è il presbitero preposto a fornire assistenza spirituale nell'esercito e nelle forze armate in genere.

giovedì 8 maggio 2014

la figura del prete in religione che funzione ha?

La figura del prete sta cambiando. Qualche anno fa una simile affermazione sarebbe stata accolta con una serena preoccupazione: l'impressione generale infatti era che, bene o male, l'istituzione ecclesiale avesse gli strumenti per fronteggiare il mutamento in atto. Oggi la questione si presenta già con dei toni più accesi: la Chiesa italiana comincia a percepire che i contorni e i contenuti del cambiamento saranno più forti di quanto immaginato e anche meno controllabili. 
Occorre però affermare che, a fronte di mutamenti anche significativi, la figura del prete dimostra una capacità di tenuta davvero notevole e in parte inaspettata: nella nostra società, pur dipinta come secolarizzata e affrancata dall'influsso della sfera del religioso, il prete continua a mantenere, in quanto rappresentante dell'universo del religioso, un posto di rilievo; la figura del prete si rivela come una figura essenziale ai fini della costituzione e della presenza dentro il tessuto sociale delle trame di quella solidarietà quotidiana e fondamentale che serve a costituire il tessuto connettivo del nostro vivere sociale e della nostra cultura. Non solo, e più profondamente ancora, ad un livello ecclesiale e di esperienza cristiana la figura presbiterale continua ad essere vissuta e riconosciuta come una figura di tutto rispetto, una figura capace di consentire, di porre in essere una esperienza di fede vera, genuina e ricca di contenuti * TeoJogc umani e cristiani. Sono lontani i tempi in cui si criticava la figura del prete, accusandola di obbligare le presone dentro un ruolo e una esperienza ritenute poco maturanti, da un punto di vista antropologico così come da un punto di vista spirituale.
Stanti queste premesse, risulta davvero interessante tentare una comprensione e una interpretazione del ruolo e della tipologia dei preti di oggi: questo clima di incertezza e di mutamento sul futuro della figura presbiterale ha via via attirato su di sé l'attenzione del mondo ecclesiale, che ha cercato in più modi di venire a capo dei mutamenti percepiti, sviluppando prima alcune inchieste e impegnando lo stesso Episcopato italiano in una riflessione sull'identità del prete, sulla sua formazione, sulle sue prospettive di futuro (cf le Assemblee Generali del novembre '05 e del maggio '06). 

1. Il parroco, figura tipo del prete diocesano

Le inchieste a cui ho partecipato in questi ultimi anni confermano in modo chiaro che la figura del parroco rimane la dominante nel costruire la tipologia del prete diocesano italiano attuale. La figura del parroco si conferma come la figura più equilibrata, meno portata al pessimismo e più aperta nel leggere i cambiamenti. È anche quella che segnala maggiore volontà di aggiornamento. I dati permettono di costruire una possibile tipologia di figure del clero diocesano: il 33% è parroco e basta; il 35% è parroco ma non solo; il 22% è viceparroco con anche altri incarichi; il 10% dei preti ha incarichi ministeriali slegati dal territorio. A confermare la centralità della figura del parroco possono essere portati a sostegno questi incroci di dati: il 74% di chi ha un solo incarico è parroco; il 50% di coloro che si dichiarano parroci vive solo quel ministero, senza altri uffici (l'unico incarico con così alta percentuale ad essere affidato da solo: dei viceparroci, solo il 38% fa soltanto il viceparroco; solo l'8% dei cappellani fa solo il cappellano; solo il 9% dei professori di teologia fa solo quello. Questo, però, vuol dire anche che alla metà dei parroci è chiesto di fare o fa anche altro).
Si osservano tracce di due modelli di ingresso in questa figura ministeriale: al Centro e al Sud più del 40% dei sacerdoti è divenuto parroco entro i 35 anni d'età, al Nord meno del 30%. La figura del parroco esercita il suo influsso anche sull'intenzione di conclusione della vita ministeriale: la maggior parte del clero si aspetta di concludere la sua vita vedendo magari ridotto il suo impegno pastorale diretto, ma senza abbandonare questo contesto (sono poco segnalate forme di "ritiro").
La figura del parroco è anche un forte punto di identificazione, funziona come base di appoggio capace di dare un ruolo e una "consistenza" all'identità del singolo prete, anche in assenza di altre relazioni che la sostengano: il prete si sente ancora a casa sua in parrocchia. Ai rischi di solitudine e alle fatiche nella costruzione di reti di relazioni significative (dentro le quali condividere la propria fede), si reagisce sviluppando una identità fortemente ancorata al ruolo che si è chiamati a rivestire. Con tutte le conseguenze del caso.

2. L'identità ministeriale dei preti



I preti mostrano di avere ancora chiari i punti fondamentali della loro identità presbiterale: il loro compito consiste nel mantenere un rapporto con la gente (figura di un cristianesimo popolare), chiamato a gestire anzitutto la dimensione religiosa di questo popolo loro affidato, anche con strumenti semplici. I preti elaborano una interpretazione del cambiamento in atto dentro la Chiesa secondo una linea della continuità: sono convinti che il modello di Chiesa che li ha generati continui nel tempo senza grossi scossoni.
Tuttavia mostrano anche in questo campo i segni di una trasformazione in atto verso una percezione meno istituzionale e più carismatica del ruolo del prete oggi. È possibile infatti registrare l'esistenza di una sorta di duplice tipologia, di una duplice figura del prete "soddisfatto" della propria identità ministeriale: un primo gruppo di preti che si sente soddisfatto dalle azioni classiche e istituzionali, che vedono come destinatario il popolo nel suo insieme e come strumenti le azioni classiche della cura animarum; un secondo gruppo di preti che invece vede come destinatario gruppi particolari e come strumento le azioni volte a creare relazioni, comunione, partecipazione, inserzione dentro la rete sociale più ampia.
Nel descrivere e immaginare lo spazio di collaborazione coi laici, emerge un dato ambivalente: riconoscimento del ruolo teorico della collaborazione e dell'ascolto (il valore del consiglio pastorale, ad es.), poca valorizzazione nella pratica di forme di collaborazione. Si tendono a condividere coi laici le attività cui si attribuisce minore importanza. A livello di collaborazione, i preti mostrano di vivere il presbiterio secondo canali affettivi: discutono e condividono decisioni pastorali con i preti loro amici più che con il presbiterio locale o diocesano.

3. La vita quotidiana dei preti

Sostanzialmente solo un prete su quattro vive la situazione classica (prete con domestica o familiare); è molto accentuato invece il fenomeno dei preti soli (quasi il 40%). Per la gestione della casa e il vitto non si ricorre però a forme di aiuto professionale e remunerate, si preferisce fare affidamento sul volontariato. Il Centro Italia mostra una organizzazione ecclesiastica sostanzialmente diversa e molto più articolata rispetto al resto del paese. Emerge, anche se come fenomeno minoritario, l'appello a forme di vita comune tra i preti; un seminarista su tre invece vorrebbe vivere da prete in una comunità sacerdotale.
Le condizioni quotidiane di vita decidono molto dello stile del prete: dove mangia e con chi mangia influenzano in concreto anche altri momenti della vita presbiterale e non possono quindi non avere ricadute sul suo concetto di presbiterio, sulla vicinanza più o meno percepita del vescovo. Non è un caso che i preti dichiarino che nel costruire le reti di relazioni affettive di sostegno e di identificazione, ci sia poco spazio per la famiglia e per il vescovo. Ben il 72% è costituito da parroci che abitano nella parrocchia in cui esercitano il loro ministero: un prete su tre si sente appoggiato e sostenuto dai propri parrocchiani.
La solitudine, l'indipendenza e l'autonomia in cui un prete è lasciato nel momento in cui è chiamato ad impostare (e in seguito a gestire) i ritmi della sua vita personale mostrano poi una seconda conseguenza: divengono il luogo in cui è possibile fotografare l'evoluzione in atto nel modo di intendere la vita quotidiana di ciascuno, che sembra orientarsi sempre più verso il modello della vita religiosa. Contano di meno i legami con i parrocchiani (dal 38% si scende al 21%), raddoppiano i legami tra preti amici (dal 19% al 38%). La stessa tendenza è riscontrabile nel modo di immaginare le proprie vacanze: aumentano di molto, quasi raddoppiano, i preti che affermano di trascorrere questo momento di riposo con altri amici preti, a scapito di coloro che invece vivono questo periodo con i propri parrocchiani (giovani o adulti). Seminaristi che chiedono la vita comune, preti che si sentono sostenuti soltanto da altri preti amici, preti che pensano di fare le vacanze tra preti: stiamo indirizzandoci verso una trasformazione del clerasecolare in clero regolare? Come leggere queste trasformazioni in riferimento al rapporto parroco-parrocchiani, costitutivo del suo ruolo?

4. La capacità di futuro dei preti



I preti elaborano una interpretazione del cambiamento in atto dentro la Chiesa secondo una linea della continuità: sono convinti che il modello di Chiesa che li ha generati continui nel tempo senza grossi cambiamenti. Tre su quattro sono convinti che tra trentanni ci saranno ancora le parrocchie come le conosciamo oggi, anche se diminuite di numero; sono convinti che il loro compito in parrocchia sia di sostenere e accompagnare tutti indistintamente, non selezionando, non creando gruppi particolari. Dimostrano di avere della parrocchia un'idea territoriale e popolare (due preti su tre), anche se un prete su quattro è convinto che occorra rivedere questa convinzione, limitando la definizione di parrocchia al gruppo di coloro che si identificano con la pratica cristiana (i cosiddetti vicini). I preti si mostrano più incerti nel valutare la tenuta del cattolicesimo popolare in riferimento alla gente: il 37% dei preti ritiene che tra trent'anni i bambini saranno battezzati per la maggior parte nei primi mesi di vita come oggi, il 38% sostiene di no, che non ci sarà più questa figura di cristianesimo, il 25% si dichiara incerto.
I preti dimostrano una buone dose di autostima: nove su dieci sono convinti che il loro ruolo sia ritenuto utile dalla gente e la loro figura sia anche un buono strumento di richiamo e di comunicazione del volto di Dio agli altri. Nonostante le difficoltà, i preti mostrano dunque un morale alto. Sono talmente convinti della loro identità ministeriale, da vederla diffìcilmente comparabile con altre professioni o ruoli sociali: può al massimo avvicinarsi alla professione dell'insegnante e al suo compito educativo, ma solo una minoranza sceglie questa similitudine. Per i più il prete non è comparabile con alcun altro lavoro o professione. I preti sono però pessimisti quando si tratta di dare una stima sul rispetto che la gente ha nei confronti della loro figura: quasi la metà è convinta che questo rispetto sia diminuito negli ultimi decenni, e non di poco. Il paragone, fissato sugli anni '70, stupisce, visto che nella realtà il ruolo del prete, a partire da quel momento, è visto in crescita e la sua stima aumentare. Il pessimismo sopra accennato comunque cresce di parecchio tra le leve più giovani: dal 30% dei sessantenni si passa al 62% dei seminaristi.
I preti si dicono soddisfatti (perfino anche un po' orgogliosi) della scelta vocazionale fatta, anche se hanno conosciuto momenti di crisi (38%). Sono convinti che la vocazione li abbia fatti maturare (80%); non vivono in modo tragico la loro scelta, non vi vedono rinunce o obblighi insostenibili, la vedono impegnativa e difficile come altre scelte di vita.

5. Un ideale sempre più incerto

A conferma di questa trasformazione in atto nell'identità ministeriale, si può osservare il fenomeno del tramonto di un'idea chiara di prete che stia alla base e faccia da punto di riferimento del cammino di formazione dei seminaristi odierni. L'idea di fare il parroco diminuisce come motivo principale che spinge oggi ad entrare in seminario, un dato davvero sorprendente se confrontato con le motivazioni e le pratiche di cinquant'anni fa. Si entra in seminario con un'idea meno determinata di cosa voglia dire fare il prete: tramonta la figura tradizionale del prete (il parroco), non emergono figure nitide alternative, se non in parte quella del leader di un gruppo (colui che educa alla fede); soprattutto aumenta il numero di coloro che non hanno immagini ideali di riferimento. Un prete dunque visto meno come figura istituzionale, un po' più come figura carismatica, ma soprattutto come figura vaga.
Detto con una immagine, il prete così immaginato appare sempre meno parroco e sempre più "professionista", in grado di decidere liberamente in ogni momento i tipi di incarichi, i "doveri" legati alla sua professione, le azioni che non può permettersi di non svolgere. Un simile indizio potrebbe essere letto come il segno di una figura di prete che si pensa come leader, soprattutto carismatico-verbale, e meno ruolo di autorità (la figura del parroco - che ha pur tanto influito anche sulle vocazioni in via di maturazione - è destinata a conoscere un ridimensionamento anche forte).

6. Da dove veniamo, dove siamo, dove andiamo



Come penso si sia già intuito, 4e trasformazioni che stanno interessando i preti sono, sì, di tipo funzionale, ma in realtà ne stanno toccando l'identità profonda. Ciò che è in discussione non sono soltanto i compiti del prete, le sue azioni, ma più intrinsecamente e profondamente l'identità che attraverso questi compiti si vede istituita e confermata. Veniamo da un passato in cui la figura della cura animarum era assunta come principio regolatore del ministero e quindi dell'identità del prete: vi è figura presbiterale laddove una persona riceve l'incarico di garantire e curare quel gregge che le è affidato, sull'esempio e sotto l'autorità di Cristo pastore e dentro la comunione della Chiesa.
Questo passato è ancora fortemente radicato in noi. Il fondamento cristologico del ministero e dell'identità del prete è un dato tradizionale che non soltanto è molto diffuso tra il clero, ma è in grado di mostrare ancora molti dei suoi benefici: uno stato di vista vissuto come vocazione, senza risparmio e senza calcoli, inteso invece come una forma di spiritualità; l'attaccamento del prete alla sua gente; una dedizione che non viene misurata su ritmi professionali, ma è legata all'affetto con il quale ci si lega alla causa; l'obbedienza come principale vincolo che ci lega a Cristo e alla Chiesa.
Questa immagine tradizionale del prete, in seguito anche ai cambiamenti che la stanno interessando (a partire dalla questione numerica), mostra però anche le sue fatiche e i suoi limiti: la dimensione ecclesiale della figura presbiterale rimane eccessivamente in ombra (il prete si interpreta sempre come un "io" e mai come un "noi", legato a quel corpo che è il presbiterio e dentro la Chiesa locale); il fondamento della propria figura sul solo vincolo dell'obbedienza genera figure direttive e poco comunionali, creando eccessive dipendenze e attaccamenti; fatica ad emergere l'immagine di una Chiesa che è tutta insieme soggetto della sua azione e del suo futuro; si corre il rischio di una fossilizzazione della pastorale in azioni che hanno il loro senso più nel peso della tradizione che le difende, che non piuttosto nella loro capacità di svolgere nel presente quel compito e raggiungere quell'obiettivo per il quale erano state pensate.
Più in generale, il cambiamento culturale in atto sembra aver minato molto in profondità la figura tradizionale di prete fin dal momento della sua formazione. In questo contesto si corre il rischio che il modello tradizionale rischi di funzionare come una patina che si sovrappone ad uno strato profondo della personalità del singolo candidato, senza tuttavia riuscire a trasformarne la struttura e l'identità. A questo proposito si è parlato di "conversione pastorale" da applicare e declinare anche nei confronti della figura del prete.

7. Sequela e cura animarum

Sembra così rilanciato un dibattito che ha caratterizzato e polarizzato in modo anche forte il clima post-conciliare in Italia, e non solo: la tensione, nel pensare l'immagine del prete, tra il modello della sequela e quello della cura animarum, tra una declinazione profetica della sua identità e una invece più pastorale; in breve, la tensione tra un prete pensato più come profeta e uno pensato più come pastore.
Nel primo modello i temi teologici maggiormente evidenziati sono quelli del radicamento del prete nella Parola di Dio, della sua capacità di sviluppare un discernimento, una lettura del presente a partire dalla prospettiva escatologica del Regno, dell'indispensabile legame che lo unisce alla comunità cristiana, dell'importanza della testimonianza resa nel quotidiano con la propria vita e della necessità di un atteggiamento meno apologetico da esibire nei confronti del mondo, col quale si possono invece condividere le ansie sociali di liberazione, maturazione e progresso espresse da molte fette dell'umanità.
I temi teologici che caratterizzano la seconda figura di prete riprendevano invece i temi classici dal pastore guida della comunità: il rapporto asimmetrico nei confronti del popolo a lui affidato, di fronte al quale egli riveste una funzione sacrale e incarna il principio visibile dell'autorità; il primato dell'insegnamento e dell'educazione di questo popolo, l'importanza della liturgia e del servizio religioso offerto con esso e per esso, la capacità di ascoltarne i bisogni e di rispondervi (a partire da quelli religiosi); la necessità che ogni singolo prete manifesti in modo chiaro il legame costitutivo alla Tradizione e alla Chiesa universale che fonda la sua identità come prete tra quella gente.
Se i motivi che spingono a sostenere lo sbilanciamento della figura presbiterale verso il primo modello appartengono maggiormente all'ordine della logica (di fronte ai cambiamenti anche forti che stanno interessando la Chiesa e la figura del prete, l'unica risposta logica non può che essere quella di un ripensamento radicale dell'identità presbiterale), i motivi che invece favoriscono il ritorno in auge della seconda sono più di ordine affettivo: la seconda figura, quella pastorale, appare più semplice e chiara e più capace di fondare una identità certa in un'epoca di incertezza, in un mondo che cambia, a fronte delle fatiche emerse da parte del primo modello di motivare in modo stabile la figura presbiterale, rendendola comprensibile e anche appetibile.

8. Mutamenti di funzione, elementi stabili di identità



I preti stanno cambiando; i preti vedono la loro identità presbiterale in forte evoluzione. Quali possono essere i punti di riferimento, gli elementi che non potranno mancare in una figura presbiterale, qualsiasi sia il modello che ha deciso più o meno consapevolmente di assumere?
Sperando che siano questi elementi a plasmare il modello di prete, la sua identità presbiterale, provo una sintesi desunta dalla riflessione in atto: il prete del domani (ma già di oggi) dovrà saper esibire un rapporto maturo e diretto con le fonti della sua fede personale e del suo ministero (la Tradizione, la Parola di Dio, l'Eucaristia); dovrà lavorare per raggiungere una maturità personale umana e spirituale solida, capace non solo di resistere alle fatiche del contesto culturale ed ecclesiale, ma anche di non lasciarsi influenzare da esse nella costruzione dei giudizi sulla situazione che è chiamato a dare; proprio per questo motivo dovrà dotarsi di sempre più raffinati strumenti interpretativi del reale, tecnici ma anche ispirati dalla fede che vive, e allo stesso tempo dovrà lavorare per raggiungere una disciplina di vita sua personale (ritmi e condizioni di preghiera, di lavoro, di riposo) equilibrata e in grado di sostenerlo nel clima carico di tensioni in cui è chiamato a svolgere il proprio ministero; dovrà ripensare il proprio rapporto costitutivo con quello che è il "popolo di Dio" e che nel reale può assumere diverse figure sociali, luogo di esercizio della sua fede personale oltre che del suo ministero; dovrà sviluppare un'idea di Chiesa che esalti la dimensione partecipativa e comunitaria, sia a livello locale (nel luogo in cui esercita il suo ministero), sia a livello più universale (valorizzando la comune appartenenza al presbiterio, ovvero la strutturazione di rapporti orizzontali e partecipativi e non solo verticali e direttivi dentro l'istituzione ecclesiale).

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