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lunedì 28 luglio 2014

Il mistero dei Crop Circle

Quella dei cerchi nel grano (altrimenti noti come crop circles, agroglifi, pittogrammi,formazioni) è una storia curiosa e a tratti affascinante. Ebbe inizio il giorno di ferragosto del 1980. In quella data il “Wiltshire Times” pubblicava, per la prima volta in assoluto, una fotografia di un cerchio nel grano. Ritraeva una delle tre impronte circolari impresse sull’avena nel podere del signor Scull, presso Bratton Castle. L’evento si verificava in un momento particolare. Gli anni Settanta si erano contraddistinti per una crescente attenzione verso l’ufologia, e per l’esplosione della cultura hippie, che era nata negli States attorno alla metà degli anni Sessanta e aveva poi rapidamente contagiato varie parti del globo, giungendo naturalmente anche presso i cugini del Regno Unito. Qui assumeva le sembianze del celtismo e del panteismo, favorendo il dilagare di gruppi e movimenti di controcultura, spirituali e misterici endogeni, ispirati a filosofie alternative. Si pensi alla Wicca e al New Age, e alle “carovane di pace” di Stonehenge. Questo ampio afflato spirituale, e con esso l’ispirazione che aveva generato questa cultura, nel 1980 stava conoscendo un primo importante momento di flessione. Ed ecco che, in un simile contesto, i tre cerchi impressi nell’avena sul podere del signor John Scull assumevano un significato tutto particolare. Erano apparse a pochi chilometri da Warminister, che in quegli anni era divenuta nota come la “città degli UFO”, a pochi chilometri dalla famosa collina di gesso del gigantesco ritratto del White Horse (cavallo bianco), e a pochi chilometri da Stonehenge stessa. L’evento divenne una formidabile appendice di quel movimento transculturale che sembrava stesse perdendo smalto. Quei tre cerchi, con la vegetazione allettata in senso rotatorio orario attorno al centro, con le spighe piegate ma non spezzate, e privi di tracce di accesso al campo, erano il vento che soffiava nelle trombe del mistero, e suonava la carica. Cosa era successo in quel campo? Era forse atterrato un UFO? Un'eventualità non così peregrina, se è vero che alcuni giornali locali ed un settimanale nazionale adottarono titoli che riferivano di “tracce di un'astronave extraterrestre”. A partire da quel giorno la questione dei cerchi nel grano diveniva gradualmente un affaire, sempre più cavalcato dai mass media, soprattutto nel Regno Unito. Nascevano gruppi di interesse e di osservazione (“crop watching”), si organizzavano operazioni internazionali nella speranza di assistere in massa e di filmare la realizzazione di un crop circle, si tenevano convegni, si scrivevano riviste e libri, fiorivano trasmissioni televisive, partiti e fazioni, ricercatori ed esperti, ufologi accorrevano da ogni parte del paese e del pianeta. Tutto ciò in una escalation che conosceva il suo apice il 9 settembre del 1991, quando un altro evento epocale interveniva a re-indirizzare la storia dei cerchi. Si trattava, anche stavolta, di un articolo di un tabloid: il “Today”. L’articolo era a firma di Graham Brough, e il titolo era “Men who conned the world” (“Gli uomini che hanno ingannato il mondo”). Il pezzo presentava due pensionati artisti di Southampton, al secolo Douglas Bower e David Chorley, come gli autori dei cerchi nel grano che imperversavano nelle campagne inglesi da oltre un decennio.  duo di Southampton, immediatamente ribattezzato “Doug & Dave”, da quel momento viene sommerso da una nube di sospetto, e da un’onda in piena di calunnie e di accuse. Per gli ufologi i due attempati buontemponi mentivano, erano dei ciarlatani, a caccia di facile denaro, di gloria, di attenzione mediatica. Venne accusato anche il “Today” (assolto da una inchiesta alla Press Complaints Commission), e si tentò in ogni modo di mettere alla berlina i due circlemakers (termine inglese con cui si indicano, letteralmente, coloro che realizzano i cerchi). Il fatto che ancora oggi, a distanza di un quarto di secolo, vengano scherniti da una certa opinione pubblica, e accusati di millantato credito, la dice lunga sulla quantità di odio che si è riversata sui due artisti inglesi, ma anche sulla veridicità della loro versione dei fatti. Con buona pace dei delatori, le loro dichiarazioni furono ricche di riscontri ed estremamente solide e credibili. Viceversa le accuse mosse loro erano per lo più pretestuose e infondate. Uno degli interrogativi sollevati dall’accusa è sempre stato ed è ancora il seguente: come è possibile che due anziani signori abbiano realizzato un simile numero di cerchi in tutto il mondo? In alcuni casi quasi contemporaneamente in posti lontani migliaia di chilometri? Essendo impossibile, ciò significava che mentivano. Eppure non si tiene conto di una elementare verità: cioè che Bower e Chorley non dichiararono mai, in nessuna occasione, di essere gli artefici di tutti i crop circles che apparvero dal 1980 al 1991. Anzi dissero chiaramente di essere gli autori di numerosi cerchi nell’Hampshire”, e di circa 25 formazioni per stagione nelle zone Cheesefoot Head, Warminster, Westbury, e successivamente anche Stonehenge. Per un totale di circa 200-250 cerchi complessivi, in tredici anni. Tutti gli altri cerchi non erano opera loro, ma di emulatori o altri artisti. E ve ne erano più di quanti si possa immaginare. Ad esempio quelli del gruppo chiamato “United Bureau of Investigation” (UBI), capitanato da John Martineau; oppure quelli degli “Amershan”, o ancora si altre individualità come Julian Richardson (alias Bill Bailey), o Adrian Dexter. Nel 1990 poi si aggiungevano anche gli “Wessex Skeptics” fondati da Robin Allen. Un altro interrogativo sistematicamente sollevato dai detrattori di Bower e Chorley è: come mai quando messi alla prova in pubblico e davanti alle telecamere, il duo ha realizzato delle performances vergognose? Per l’epoca in cui vennero realizzate, le creazioni di Bower e Chorley non erano affatto disonorevoli. Lo divenivano certo se si commetteva l’errore di paragonarle alle performance di artisti successivi, o contemporanei. La complessità geometrica dei crop circles è una costante degli anni Novanta, mentre fino ad allora i cerchi nel grano erano sempre stati per lo più dei semplici cerchi, dozzinali nell’esecuzione. Inoltre anche in questo caso si tace una elementare verità, e cioè che Bower e Chorley avevano avuto l’idea e la avevano messa in pratica, ma non erano certo dei virtuosi della tecnica, né degli esecutori sopraffini. Erano solamente i padri fondatori, i maestri che sarebbero presto stati superati dagli allievi. Prestissimo. Quando confessarono la loro attività, erano già stati superati. Bisognerebbe semmai puntare il dito su altri aspetti, che qualche ombra di sospetto potrebbero produrla. Ad esempio bisognerebbe chiarire definitivamente e senza equivoci cosa fosse quel “Copyright MBF Services” in calce all’articolo di Graham Brough del settembre 1991. Bisognerebbe chiarire perché Bower dichiarò al “Today” e poi a Class Svahnn di aver iniziato la sua attività nel 1978 per burla, e poi disse successivamente di averla iniziata nel 1975 perché “qualcosa là fuori” gli diceva di farlo. Aspetti marginali, certo, ma gli unici ad essere rimasti realmente irrisolti. Su tutto il resto, piaccia o meno, la storia –prima ancora della scienza – ha già dato le sue sentenze. Un aspetto fantastico ed affascinante della storia dei cerchi, è che nei dieci anni che vanno dal 1980 al 1990, durante i quali il fenomeno rimase mediaticamente in sordina e sconosciuto al grande pubblico, si svolsero in realtà già tutte le tematiche che saranno sistematicamente riprese con più clamore negli anni successivi, fino all’attualità. Per quanto paradossale possa apparire, l’affaire “cerchi nel grano” di fatto poteva dirsi concluso nel 1991, anno che per il grande pubblico ne segnava invece la nascita. Quell’articolo del 9 settembre, in un certo senso, decretava il battesimo dei cerchi nel grano a livello mediatico, e al tempo stesso ne decretava la morte a livello sostanziale. Le varie correnti di pensiero sulla natura ed origine di questo fenomeno, erano già tutte presenti prima del 1991, anno in cui era già stato presentato un ampio ventaglio di plausibili e possibili spiegazioni, e innumerevoli ipotesi erano già state scandagliate. Salvo alcune eccezioni, quello che si fece dopo il 1991 fu riesumare e al più sviluppare delle idee, ipotesi, teorie già ventilate da qualche ricercatore negli anni Ottanta. Tanto per fare un esempio eclatante, Colin Andrews nel 1990 già realizzava uno dei primi video-documentari mai prodotti su questo tema, intitolato “Undeniable Evidence” (“Prove Innegabili”). Illustrava tutte le incontrovertibili evidenze secondo le quali i crop circles (o almeno gran parte di essi, quelli appunto da lui definiti “genuini”) fossero frutto di intelligenze superiori, quindi di chiara natura e matrice extraterrestre, e addirittura fossero correlati con dei cambiamenti eco politici. Tra queste evidenze una in particolare destava stupore, poiché Andrews sosteneva che fosse stata riscontrata una modificazione delle strutture cristalline di elementi (come minerali) nel suolo interno delle formazioni nel grano. Si addiverrà più avanti a chiarire come questi esperimenti, che avevano portato a queste conclusioni, fossero stati manchevoli e spuri. Tuttavia verranno replicati alcuni anni dopo dal gruppo di ricerca noto come BLT (dalle iniziali dei suoi componenti: Burke, Levengood, Talbott) in un crop circle canadese del 1999, e ciò porterà alla pubblicazione di un famoso articolo dai connotati stavolta scientifici, intitolato “Clay-Mineral crystallization case study”. Per alcuni entusiasti questo documento (in cui si evidenzia appunto un aumento di cristallinità nei minerali all’interno di un pittogramma) rappresenta ancora oggi la dimostrazione scientifica incontrovertibile dell’origine extraterrestre dei cerchi. Non possiamo certo approfondire il complesso e delicato argomento in questa sede ma in realtà il documento in questione è stato ampiamente sopravvalutato. Contenendo innumerevoli lacune e vizi di forma e di sostanza, lasciava sorgere diversi dubbi e prestava il fianco a molte critiche. Anch’esso tuttavia, come molte altre ipotesi e teorie di recente fama, prendeva spunto da suggestioni ed esperimenti degli anni Ottanta.

venerdì 11 aprile 2014

maya

Le prime informazioni di qualsiasi iscrizione Maya riguardano il tempo. Il tempo e i numeri erano per i Maya soltanto un mezzo. Sembravano impegnati non soltanto a scrivere la storia della natura o la propria storia ma a farle convergere.
questo popolo utilizzava molti calendari, ma i principali erano tre, cioè lo Haab, il Tzolkin e il così chiamato "Codice di Dresda". Altri calendari ancora, di durata molto lunga, servivano a collegare i primi tre.
Chi esercitava l'uso divinatorio del calendario era chiamato ah kin, custode dei giorni.
L'Haab era composto da 18 "mesi" di 20 giorni ciascuno, cui venivano aggiunti 5 giorni intercalari, chiamati uayet, reputati infausti : si credeva infatti che in questi giorni i morti si risvegliassero dal sonno eterno per vendicarsi dei torti subiti. Ognuno dei 365 giorni della somma risultante era contraddistinto da un numero (da 1 a 20) e dal nome del mese, esattamente come nel nostro calendario (1 gennaio, 2 gen naio...ecc.). I mesi maya, erano così denominati:
1) Pop.... 2) Uo.... 3) Zip.... 4) Zotz.... 5) Zec.... 6) Xul.... 7) Yaxkin.... 8) Mol.... 9) Ch'en.... 10) Yax.... 11) Zac.... 12) Ceh.... 13) Mac.... 14) Kankin.... 15) Muan.... 16) Pax.... 17) Kayab.... 18) Cumku
Su questo calenario si basavano le principali cerimonie religiose legate alle attività di sussistenza e alle stagioni, e venivano celebrate per lo più al termine di ogni "mese" di 20 giorni.
Questo anno di 365 giorni viene spesso chiamato "vago", in quanto risulta più breve dell'esatta durata dell'anno astronomico; tuttavia, i popoli mesoamericani non pare abbiano mai adottato l'uso di compensare lo sfasamento intercalando un giorno ogni quattro anni; di conseguenza, il calendario basato sull'anno vago accu mulava 25 giorni di ritardo ogni 100 anni astronomici. Bisogna però considerare che l'occasionale intercalazione di un giorno extra sarebbe stata in profondo contrasto con gli stessi principi ispiratori del complesso intreccio dei cicli calendarici mesoamericani, le cui fi nalità primarie non erano certo di pura misurazione del tempo astronomico. 
L'altro calendario era chiamato tzolkin, di somma importanza divinatoria e rituale, era composto da 260 giorni, ciascuno in dicato dalla combinazione di un numero da 1 a 13 con uno di 20 simboli o "nomi" calendarici. A ognuno di questi e dei 13 numeri venivano (e vengono tuttora) assegnate valenze specifiche e distinte, in base alle forze e agli esseri extraumani loro associati. I sacerdoti specializzati esercitavano il proprio sapere appunto nel determinare le risultanti dell'intreccio, onde permettere di orientare l'azione umana nel modo più propizio e di intraprendere le necessarie iniziative rituali. In particolare, si credeva che la connotazione calendarica di certi periodi (come la "tredicina", l'anno vago, il ciclo di 52 anni, ecc.) s'imprimesse sulle restanti unità (i giorni) che li componevano. Il ciclo di 260 giorni era così suddiviso in 20 "tredicine": il segno di volta in volta corrispondente al primo dei 13 nu merali estendeva il proprio influsso sui restanti 12 giorni della serie, che pure avevano cia scuno una specifica valenza. Per i Maya ogni giorno è una coppia di dèi, perché ogni giorno ha una combinazione numero + nome: come 1 Ik, 5 Imix, 13 Ahau - il numero è un dio e il nome un altro. I Maya giunsero ad antropomorfizzare i numeri, raffigurandoli nei bassorilievi e nei codici come delle divinità chine sotto il peso del proprio fardello temporale: la loro conce zione del tempo appare così discontinua, composta da una successione regolare di fasi dina miche, corrispondenti all'azione di trasporto del carico, intervallate da fasi statiche, corrispondenti alla pau sa di riposo dei portatori divini. Ma i diversi giorni della "tredicina", pur subendo l'influsso del primo segno, potevano poi avere valenze del tutto opposte, in base ad associazioni di carattere simbolico-mitologico. La centralità del calendario si rifletteva pienamente nel sistema onomastico degli an tichi mesoamericani, in base al quale le persone, le divinità e le stesse componenti della natura venivano designate mediante il segno del giorno della loro nascita. Le caratteristiche temperamen tali, fisiche e lo stesso destino dipendevano dal tipo di dotazione spirituale che ognuno ri ceveva dagli dèi, identificata con una delle diverse "anime" che formavano l'individuo. Anche i principali aspetti della realtà materiale con cui l'uomo entrava quotidianamente in relazione erano chiamati con nomi esoterici tratti dal calendario ritua le. I due calendari erano uniti in un periodo di 52 anni; questo era anche il periodo in capo al quale il giorno iniziale (o quello finale) del l'haab, cioè l'anno "solare" - che poi dava il nome a tutto il periodo- si ripresentava con la stessa denominazione rituale: infatti, poiché il minimo comune divisore dei due cicli di 365 e 260 giorni è 5, ne deriva che l'anno "solare" poteva avere inizio solo in corrispondenza di quattro dei 20 sim boli calendarici (20 / 5 = 4), corrispondenti con il 3°, l'8° il 13° e il 18° della serie, che gli studiosi chiamano "portatori d'anno", e non furono sempre gli stessi. Questi portatori d'anno si susseguivano con numeri crescenti, fino a completare quat tro volte la serie di 13 (4 x 13 = 52) : questo modo di designare gli anni ha un largo impiego nei monumenti e nei documenti pittografici che commemorano eventi rituali o vicende storiche. Il periodo di 52 anni aveva grande importanza religiosa, e al suo scadere si celebravano cerimonie volte a scon giurare il pericolo che il mondo avesse fine. I maya furono molto importanti per la creazione di un complesso calendario dei cicli di Venere chiamato Codice di Dresda . Il calendario venusiano Maya era talmente preciso da avere un errore di sole due ore in cinque secoli. Il pianeta lungo la sua orbita scompare per circa otto giorni di fronte al sole. Una volta svanito nel cielo occidentale nel crepuscolo serale esso ricompare circa otto giorni dopo nel cielo mattutino prima del levare del sole. Dopo circa nove mesi ( 263 giorni ) di vagabondaggio nel cielo si riavvicina al sole e scompare nella luce solare. Venere è assente per circa 50 giorni mentre passa dietro al sole , poi ridiventa visibile per altri nove mesi nei quali la sua luminosità cresce fino a raggiungere il suo massimo splendore verso la fine del ciclo. Venere completa il suo ciclo in circa 584 giorni , proprio ciò che anche i Maya avevano registrato. Il ciclo completo di 584 giorni divenne un numero magico per questa popolazione mesoamericana . Bisogna anche ricordarsi che al tempo dei Maya non esisteva la teoria eliocentrica grazie alla quale noi oggi possiamo affermare che il pianeta Venere compie un'orbita intorno al sole in 225 giorni; ma essi si basavano su ciò che poteva dedurre uno spettatore sulla Terra e non sul Sole. La cosa ancora più interessante e misteriosa di questo popolo è che nei bassopiani Maya, il cielo è coperto da nubi per una consistente parte dell'anno. Venere era collegata strettamente alla guerra : la pianificazione di molte iniziative belliche sembra che avvenisse in corrispon denza con le principali fasi del ciclo di Venere. Lo stesso orientamento di non pochi edifici sacri maya si basa sull'allineamento con i punti dell'orizzonte corrispondenti agli estremi del moto apparente di Venere. Oltre che dagli edifici e dalla loro disposizione spaziale, l'enorme rilevanza di Venere è attestata dal notevole spazio che le è dedicato in molti dei codici pittografici, da cui si può rilevare la minuziosa registrazione dei movimenti del pianeta.  Importanti per i Maya anche i movimenti periodici di Marte, di cui registrarono con particolare attenzione le fasi di "moto retrogrado", nelle quali il pianeta, sopravanza to dalla Terra nella rivoluzione intorno al sole, pare retrocedere nella sua parabola lungo l'eclittica. Ancora una volta fu loro possibile stabilire delle connessioni aritmetiche con gli altri cicli calendarici, in quanto i 780 giorni che intercorrono fra le metà di due periodi re trogradi marziani equivalgono esattamente a tre serie di 260 giorni. Anche la Luna fu considerata dai Maya, che riuscirono a elaborare un sistema di notazioni lunari che alternava periodi di 29 e di 30 giorni e permetteva, con alcuni accorgimenti ulteriori, di ottenere nel lungo periodo un'ottima approssimazione alla durata media della lunazione. Nelle innumerevoli iscrizioni ca lendariche contenute nei monumenti e negli oggetti maya del periodo classico, i glifi posti alla fine (appartenenti alla cosiddetta "serie supplementare") servono a segnalare l'età in giorni della luna e il corrispondente dio "signore della notte". Inoltre le eclissi furono calcolate al verificarsi della luna piena (e si avrà allora un'eclissi lunare) o della luna nuova (con un'e- clissi solare) in concomitanza con il passaggio dell'orbita lunare per il piano dell'eclittica. Benché non tutte le eclissi effettivamente prodottesi sul nostro pianeta fossero visibili dall'area Maya, gli osservatori indigeni nondimeno sco prirono che i passaggi nodali hanno luogo con una ciclicità media di poco superiore a 173 giorni (173,31 per l'esattezza) : otto pagine del già menzionato Codice di Dresda contengo no una tabella con le previsioni delle possibili eclissi per un periodo di 33 anni. Ancora una volta, la durata del ciclo in questione venne ricondotta al calendario rituale, in base al fatto che tre di questi periodi di 173,3 giorni equivalgono a due volte 260 giorni (3 x 173,3 = 2 x 260 = 520 gg.). Il Sole (insieme a Venere) venne considerato nella architettura cittadina : gli edifici delle città Maya appaiono quasi tutti raggruppati lungo l'asse nord sud con una leggera deviazione in senso orario rispetto al perfetto nord. La maggior parte delle strutture lungo l'asse è rivolta all'interno verso il centro della città . Nei muri di pietra che compongono l'architettura di queste città è inserita una registrazione del tempo , un calendario particolare. La spiegazione alla deviazione di 14° dall'asse nord sud è molto semplice : infatti tale asse indica il punto in cui il Sole si levava o tramontava in un multiplo di venti giorni ( 2 volte 20 giorni ) contati a partire dal giorno in cui l'astro passava sopra lo zenit. Probabilmente esso era fondato sulla divisione in unità ventesimali del moto annuale del sole sull'orizzonte. Osservando attentamente la disposizioni di altri edifici al di fuori della città si può notare che alcuni portali di palazzi e alcune linee di prolungamento tra gli edifici puntano verso altre posizioni chiave del moto del Sole sull'orizzonte. Probabilmente questo calendario fu costituito quando le città di maggiore importanza non furono più quelle settentrionali ma quelle delle pianure più a sud le quali si trovano in una "magica" latitudine in cui l'anno può essere suddiviso esattamente in multipli di 20. Ma gli assi e le piante delle città maya non contengono soltanto il tempo solare standard, fissato nei muri delle case, ma sono stati inseriti accuratamente nelle architetture delle piramidi e dei templi, deliberatamente deviati perché si trovassero fissi su punti chiave dell'orizzonte, in cui Venere appare o scompare. I Maya si accorsero che il grande numero dei loro calendari, e la loro difficile organizzazione interna, potevano divenire un problema nel momento in cui si volesse sapere l'anno in cui era avvenuto un certo fatto del passato : gli anni, nonostante avessero i 4 "indicatori", era no tutti uguali, diventando indistinguibili gli uni dagli altri. Perciò, al fine di identificare in modo inequivoco le date, nella Mesoamerica meridio nale venne precocemente elaborato, con ulteriori perfezionamen ti da parte dei Maya, un efficace sistema di notazione di tipo lineare, detto oggi "compu- to lungo", indipendente dai due cicli di 365 e 260 giorni, che permetteva di registrare in modo continuativo l'accumularsi dei giorni trascorsi da un punto di partenza convenzio nalmente stabilito. Questo "punto zero" della registrazione del tempo corrispondeva al nostro 11 o 13 agosto 3113 a.C. Era perciò situato in un passato assai anteriore all'invenzione del calendario ed era stato determinato a posteriori, cui non erano probabilmente estranee implicazioni di carattere astro nomico. Questo sistema ebbe la sua massima auge presso i centri Maya dell'epoca classica (III-X secoli d.C.), i cui monumenti sono costellati di iscrizioni con date del computo lungo, ma non si diffuse mai fino ai popoli dell'Altopiano centrale, tra cui gli Aztechi. Il tempo veniva veniva registrato per mezzo di tre simboli, che contrassegnavano rispettivamente l'unità (un punto), il cinque (una linea) e il completamento della serie di venti (una conchiglia); quest'ultimo segno, che permetteva di modificare il valore degli altri due a seconda dell'ordine in cui erano dispo sti, è stato equiparato al nostro "zero" (pur non avendo il significato di "nulla") e rendeva possibile l'impiego della notazione posizionale (dal basso in alto). In altre parole, un punto in prima posizione aveva valore uno, in seconda aveva valore venti, e così via per multipli di venti. Una curiosa eccezione riguardava il valore dato alla terza posizione, che non equi valeva a venti volte la quantità precedente, cioè 20 x 20 = 400, ma aveva valore 360 (= 18 x 20); ciò era probabilmente dovuto al desiderio di armonizzare il più possibile il computo lungo con la durata dell'anno solare. Nelle iscrizioni maya vengono così annotati i singoli giorni, kin, le "ventine" uinal, gli insiemi di 360 giorni tun, da non confondere con lo haab, di 365, e i multipli vigesimali di questi ultimi, dettikatun (360 x 20 = 7.200 gg.) e bak tun (7.200 x 20 = 144.000 gg.). Particolare importanza era attribuita a quest'ultima quantità, al completamento della quale avevano luogo importanti celebrazioni rituali. Da ultimo, le iscrizioni registravano anche il nome del giorno in base al ciclo rituale di 260 giorni e al l'anno solare, aggiungendovi spesso l'età della luna e il dio "signore della notte".  Per quanto riguarda il computo lungo, do po 13 baktun un'era cosmica era destinata a finire e un'altra sarebbe cominciata; il completa mento dell'era attuale, iniziata nel 3113 a.C., era previsto avvenisse quando si fosse raggiunta la data 13.0.0.0.0 4 Ahau 3 Kankin, corrispondente al 21 o 23 dicembre del 2012. Questa chiusura non implicava però che i Maya non proiettassero assai oltre questa quantità (sia all'indietro, sia in avanti) la loro misurazione lineare del tempo; vi sono infatti iscrizioni di contenuto mitologico che registrano date lontane milioni di anni: la massi- ma unità di misura conosciuta, il kinchiltun, comprende 1.152.000.000 giorni. IL calendario si mostra così come un elaboratissimo sistema per conferire senso alla realtà e al succedersi degli eventi di cui l'uomo era testimone : immaginando che ogni evento dipendesse e scaturisse da gli influssi di forze ed esseri extraumani, i sacerdoti mesoamericani non solo as soggettavano l'esistenza a un rigido determinismo, ma per mezzo del sapere divinatorio si attribuivano un poderoso strumentario conoscitivo. In base a questa concezione, il vincolo tra spazio e tempo era indissolubile e la stessa creazione del mondo era fatta coincidere con l'origine del calendario rituale : si narra, in un testo di epoca tardo-coloniale, come la nascita dello uinal - la serie dei 20 simboli calendarici - avesse preceduto e scandito quella di tutte le componenti dell'Universo. In effetti, il fluire del tempo veniva concepito come una successione di divinità, che viaggiavano secondo turni rigorosi (l'ordine calendarico) allo scopo di diffondersi sulla superficie terrestre, invadere e trasformare ogni cosa, imprimendovi ciascuna la propria impronta, il proprio carattere e il proprio potere. Il cammino delle divinità passava attraverso l'interno dei pilastri (o alberi cosmici) che dai quattro estremi cardinali separavano i tre piani del cosmo, cioè cieli, superficie terrestre e mondo infero, ognuno dei quali era a sua volta suddiviso in più livelli, ovvero 13 per i cieli e 9 per gli inferi. Le rappresentazioni grafiche che questi ci hanno lasciato della propria idea del cosmo sono tutte su base bidimensionale, e lo spazio è sempre ripartito in 4 quadranti, delimitati da punti intercardinali che coincido no con le posizioni del sorgere e del tramontare del sole in corrispondenza dei solstizi. Alla proiezione, in piano, della parabola del sole tra questi quattro estremi, pare ispirarsi il glifo maya Kin, consistente in un fiore a quattro petali di Plumeria e che riassume in sé i significati di "sole", "giorno" e "tempo".

l'aldilà esiste?

di A. Mognon
I racconti sono sempre uguali: “Si vede una grande luce dentro un tunnel. Si sente una grande pace. Si incontrano i propri cari morti, gli si parla. Poi si esce dal proprio corpo, come un’anima leggera. E ci si vede dall’alto, come una telecamera puntata in basso che lentamente sale verso l’alto”.
Un film fatto in casa con la cinepresa in mano quasi a voler ricordare quell’ultimo momento: steso su una strada dopo l’incidente mentre un medico cerca di rianimarti; su un letto di ospedale con i tuoi parenti che piangono; mentre l’acqua gelida del fiume dove sei caduto ti si chiude sopra la testa.
Sono i ricordi di chi è stato dato per morto ed è tornato a vivere. Dopo un incidente, un ictus, un infarto, un trauma improvviso. La prova che c’è vita dopo la morte? Suggestioni e scherzi del cervello sotto stress? Materia di discussione, anche da bar. Ma adesso arriva la scienza, che a modo suo rimette la palla al centro non senza sorpresa. Perché, dice un serissimo studio olandese, “quelle visioni sono vere“.
No, non vogliono scomodare paradisi e inferni. “Non abbiamo cercato le prove dell’esistenza della vita dopo la morte” spiegano i ricercatori olandesi dell’Hospital Rijnstate che hanno condotto lo studio. La loro è una osservazione neutra, magari considerata finora improponibile. La differenza della ricerca olandese sta soprattutto nel numero di persone intervistate e nel breve periodo trascorso dall’esperienza di morte apparente e dalla registrazione del loro racconto. In tutto 344 vittime di arresto cardiaco poi resuscitate e ricoverate in 10 ospedali dell’Olanda. I medici hanno raccolto le dichiarazioni di queste persone non più di una settimana dopo che erano uscite dallo stato di cosiddetta “morte clinica”. Morte clinica che in medicina definisce lo stato di incoscienza derivato da un’insufficiente apporto di sangue al cervello. E senza sangue, il cervello spegne la luce.
Cosa ne è uscito? Che il 18 per cento dei pazienti “risorti” ricordava in parte cosa succedeva intorno a loro mentre erano clinicamente morti. E che un’altra porzione, fra l’8 e il 12 per cento, riferiva esperienze tipo l’aver visto una grande luce dentro un tunnel o aver parlato con parenti e amici morti. E comunque molti di loro ricordavano nel dettaglio la loro esperienza di trapassati.Difficile, dicono ora gli scienziati, che si siano inventati tutto.
Se l’esistenza della vita oltre la morte resta un problema di fede o di dogma religioso, le perplessità scientifiche non mancano. Una su tutte: un cervello in funzione presenta attività elettrica, anche quando si dorme, anche in un moribondo di 100 anni che sta esalando l’ultimo respiro. Dopo un arresto cardiaco prolungato, il sangue non circola più e il cervello si “spegne”. Cioè non si riesce a misurare più alcuna attività elettrica. Allora come è possibile che nei neuroni si formino immagini compiute, ci siano ricordi, che si viva un’esperienza come in un sogno?
Un teologo direbbe “ecco, è l’anima che ci fa vedere cosa succede”. I ricercatori olandesi cercano altre risposte. Pim van Lommel, responsabile della ricerca, pensa che il segreto della coscienza non vada cercato all’interno delle cellule e delle molecole. Almeno non solo. Evidentemente anche quando non c’è attività elettrica, dice, una persona fisicamente incosciente è in grado di registrare cosa avviene intorno a lui.
Insomma è cosciente. Sa un po’ di acrobazia verbale, ma Lommel usa un esempio: “E’ come un programma tv: anche quando spegnete il televisore, che è un semplice ricevitore, il programma è sempre lì. Solo che non lo potete vedere, Quando si spegne il cervello,la coscienza è ancora lì ma voi fisicamente non la sentite”
.
Susan Blackmore, psicologa inglese, tenta una possibile spiegazione per tutte queste visioni (la luce, il tunnel, il senso di pace, le persone morte): nei momenti di stress estremo il cervello produce grandi quantità diendorfine, che servono a ridurre il dolore. E questo bagno di endorfine potrebbe favorire uno stato tipo “sogno euforico”.
E il tunnel di luce da dove arriva? La psicologa una teoria ce l’ha anche per questo: “Immaginate di avere migliaia di cellule attive al centro e man mano che vi allontanate all’esterno sempre meno attive. A cosa assomiglierà una situazione di questo tipo? A una grande luce centrale che diventa più flebile verso la periferia. Da qui penso venga la visione del tunnel. E man mano che l’ossigeno cala, la luce diventa più intensa e così la sensazione di avvicinarsi a essa”.
Non poteva mancare ovviamente lo “scienziato redento”. Come Joyce Hawkes, biologa cellulare rimasta in coma dopo che una finestra gli era caduta sulla testa e diventata adesso “consulente spirituale”: “Ho avuto la sensazione che il mio spirito, la mia anima, mi lasciasse e andasse verso un’altra realtà. Sentivo un grande benessere, una grande pace. Penso di aver capito che non esiste la morte, che c’è un cambiamento dallo stato fisico a quello spirituale, e che non c’è da avere nessuna paura”.
Lo hanno scoperto anche i ricercatori olandesi: tutti quelli che hanno vissuto la esperienza della rinascita dopo una morte apparente non hanno più paura dell’aldilà. E si dicono cambiati profondamente: più amorevoli verso il prossimo, più gentili e compassionevoli. Fosse vero, si potrebbe organizzare un “coma di Stato”, obbligatorio per tutti al compimento della maggiore età: un paio di minuti di incoscienza artificiale sotto controllo medico, la resurrezione e una gran voglia di essere buoni con tutti. Magari è questo, il paradiso.

Fonte:
nautilus


giovedì 27 marzo 2014

L'uomo che parla con gli angeli Adamo Cirelli sostiene di vederli e di comunicare con loro- sempre, ogni giorno

Lo chiamano "l'uomo che parla con gli angeli", perchè sostiene di vederli e di comunicare con loro- sempre, ogni giorno. Un'affermazione che può suscitare - a seconda del proprio credo - ilarità, incredulità o curiosità, ma che certo non lascia  indifferenti. E questo giovane dal volto pulito - in jeans, camicia e piercing al naso- è il primo a sapere quanto sia difficile credere alle sue parole. "Ma è il mio compito: mi hanno scelto per diffondere i loro messaggi", dice sorridente.  Adamo Cirelli, classe 1978, torinese trapiantato vicino a Lecco, si descrive così: "Sono un ragazzo semplice, un padre di famiglia, che ha avuto un grande dono, perchè sono quotidianamente in contatto con le entità angeliche e con gli spiriti guida. Le prime sono pura luce e ci accompagnano dal primo istante della nostra nascita fino alla conclusione del cammino terreno, mentre i secondi sono le figure che ci erano vicine nella vita- genitori, nonni o altri parenti- e che una volta passati nella luce ci stanno accanto spiritualmente per aiutarci e consigliarci."Un dono, lo chiama lui. Anche se a prima vista sembra quasi una condanna: quando un angelo o uno spirito guida ha un messaggio da inoltrare, Adamo non può esimersi dall'ascoltare e dall'obbedire. A volte, racconta, sale in macchina e fa decine di chilometri per raggiungerne il destinatario. Spesso, poi, le comunicazioni avvengono nel cuore della notte. "Sì, gli angeli mi parlano in continuazione. Infatti non dormo quasi mai! Eppure non sono mai stanco: mi trasmettono la loro energia. Io vivo tutto con normalità e serenità, ormai fanno parte della mia vita."Era un bimbo di sei anni, racconta, quando ha iniziato a vedere queste entità soprannaturali. "Ma all'epoca non riuscivo a collocarle, a spiegarle. Ricordo che mi facevano paura, perchè non capivo. Poi, a sette anni, un giorno, mentre tornavo sullo scuolabus, ho visto una luce che parlava con la voce del nonno che abitava con noi. Mi disse che lui era nella luce, che stava bene e che presto avrei capito le sue parole. Una volta a casa, ho visto che il motorino del nonno non era parcheggiato come sempre vicino al pianerottolo. Appena sono entrato, la mamma mi ha detto che era morto. Io l'avevo saputo un'ora prima, lo avevo percepito con quella visione." Non è questo l'unico dramma che nella sua giovane vita ha dovuto affrontare. Ma gli angeli, dice, lo hanno aiutato in questi momenti tragici. "Sapere che sta per succedere un evento doloroso permette di affrontarlo meglio. E io lo so in anticipo. È come avere una marcia in più: so in che direzione andare."  Lui è fortunato... Ma noi che non vediamo e non sentiamo i consigli degli spiriti guida o dell'angelo custode che- giura- ci stanno sempre accanto? "In realtà, tutti possono sentirli- dice il sensitivo- e non serve un rituale esoterico, io sto ben lontano da quel tipo di cose.  Ma quante volte ci fermiamo, nel corso di una giornata, chiudiamo gli occhi e proviamo a comunicare con il nostro angelo?  Non lo facciamo mai. Siamo troppo presi dalla materialità della vita quotidiana e non troviamo il tempo di parlare con loro."  Vero. Anzi, spesso viviamo tutto ciò che è spirituale quasi con imbarazzo, con pudore. L'angelo custode ci ricorda solo la preghierina che recitavamo da piccoli e ci fa pensare all'essere alato e paffuto dell'iconografia tradizionale: insomma,  una favola da bimbi. "No, non sono biondi con gli occhi azzurri e non hanno neanche le ali. Gli angeli sono sfere di pura luce. Comunicano con me mentalmente e io traduco quei pensieri in messaggi. Però ho letto una frase che reputo veritiera: a volte ci appaiono con le ali per far sì che le persone li riconoscano e non si spaventino della loro essenza. Vedere un globo di luce al quale non sai dare il giusto nome può suscitare ansia. Ma per loro natura sono luce: così chiara e bianca che non c'è paragone, qui, sulla Terra." Parlare di trapassati e di figure angeliche porta ad una domanda inevitabile: cosa c'è dopo la morte? Adamo Cirelli risponde senza tentennamenti perchè lo ha visto: gli hanno concesso uno sguardo, rapido ma intenso, su quello che ci attende. "Dopo la morte, c'è uno splendido mondo di luce, dove vivono gli angeli, gli spiriti e le schiere angeliche. Vorrei che le persone sapessero che non finisce niente: continua tutto in un'altra dimensione. L'ho visto con i miei occhi. Quando ho chiesto loro, pieno di paura, cosa sarebbe accaduto, mi hanno proiettato in questa realtà fatta di luce. Questa è una certezza. So che è difficile crederlo se non si vede, ma vi assicuro che la vita non finisce: continua e per sempre" Di queste sue esperienze, il sensitivo ha tratto due libriccini: "La guida per incontrare gli Angeli" e, l'ultimo,  "Il libro delle risposte sugli Angeli", che presenta in pubblico, quando lo invitano a raccontare del suo dono e dove finisce sempre a far da tramite con gli spiriti guida di decine di spettatori affascinati dalle sue parole. "Ho voluto scrivere un mini manuale  con le domande che mi rivolgono più di frequente e con le risposte sul mondo degli spiriti e degli angeli.  È un progetto con un intento benefico: il devoluto sarà dato all'Associazione Italiana Sclerosi Multipla. " Dettaglio non da poco. Perchè Adamo Cirelli dà soldi in beneficienza e per sè non ne chiede. "Non mi faccio pagare, non voglio denaro, assolutamente. A volte, fermo le persone che incrocio per caso per strada, perchè devo comunicare loro un messaggio. Vado in ospedale per dare un supporto a chi è malato. Io non curo nessuno: ci sono i medici per quello. Io non sono un ciarlatano, non sfrutto il dolore delle persone. Voglio solo diffondere un messaggio d'amore. Ho avuto un dono, gratis, e gratuitamente lo voglio condividere con gli altri." L'ultima domanda la rivolgo al suo spirito guida: cosa ne pensa, lui o lei , di questa intervista? "Mi sta ringraziando. E anche il mio angelo lo fa. Perchè sto cercando di portare il loro messaggio d'amore il più lontano possibile, anche qui, con te. Non mi interessa fare pubblicità a me stesso. Mi interessa far conoscere le loro parole. Sappiate sempre che gli angeli sono entità di luce: non hanno nulla a che vedere con chi chiede i soldi o vende gli amuleti. Gli angeli sono semplicità ed amore". Le parole di Adamo Cirelli forse hanno destato in voi ilarità, incredulità o curiosità. Ma non siete rimasti indifferenti, vero?

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