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martedì 25 novembre 2025

Ringraziamento ai Fratelli Stellari Arturiani: luce, amore e supporto cosmico




Ringraziamento ai Fratelli Stellari Arturiani: luce, amore e supporto cosmico

La connessione con i Fratelli Stellari Arturiani non è un’idea astratta, né un semplice pensiero d’immaginazione: è un richiamo interiore, un ponte di luce che vibra oltre i confini del visibile. In questo spazio di gratitudine e presenza, desidero esprimere un ringraziamento profondo alle energie cosmiche che percepisco e che mi accompagnano lungo il cammino.

I Fratelli Stellari, da sistemi di luce oltre la Terra, rappresentano per molti cammini spirituali la presenza di anime avanzate, guide di frequenze superiori in ascolto e sostegno per chi cerca una crescita di coscienza e una connessione più vasta con l’universo.

Non li vediamo con gli occhi materiali, ma percepiamo la loro energia quando la nostra coscienza si apre, quando il cuore si fa leggero e quando la mente lascia spazio al silenzio e all’intuizione.

Ringraziare significa riconoscere.
Significa inclinare il proprio essere verso la luce, verso la fraternità cosmica che non conosce confini, né limiti.

Sentire gratitudine verso queste presenze stellari non è un atto di fuga dalla realtà terrestre, ma un abbraccio alla vastità che ci circonda e alla verità che ci attraversa. È il riconoscere che non siamo soli, che l’universo è un tessuto vivo di coscienze connesse.

I Fratelli Stellari Arturiani sono simbolo di guida, di sostegno energetico, di amore senza condizioni. La gratitudine è la forma più pura di apertura: è la vibrazione che eleva il nostro essere, che radica la pace nel cuore e illumina la via.

In questo ringraziamento non c’è separazione, ma unità.
Non c’è distanza, ma presenza.
E non c’è silenzio, ma ascolto profondo.

lunedì 21 marzo 2016

ISTRUZIONE CIRCA LE PREGHIERE PER OTTENERE DA DIO LA GUARIGIONE


 L'anelito di felicità, profondamente radicato nel cuore umano, è da sempre accompagnato dal desiderio di ottenere la liberazione dalla malattia e di capirne il senso quando se ne fa l'esperienza. Si tratta di un fenomeno umano, che interessando in un modo o nell'altro ogni persona, trova nella Chiesa una particolare risonanza. Infatti la malattia viene da essa compresa come mezzo di unione con Cristo e di purificazione spirituale e, da parte di coloro che si trovano di fronte alla persona malata, come occasione di esercizio della carità. Ma non soltanto questo, perché la malattia, come altre sofferenze umane, costituisce un momento privilegiato di preghiera: sia di richiesta di grazia, per accoglierla con senso di fede e di accettazione della volontà divina, sia pure di supplica per ottenere la guarigione.
La preghiera che implora il riacquisto della salute è pertanto una esperienza presente in ogni epoca della Chiesa, e naturalmente nel momento attuale. Ciò che però costituisce un fenomeno per certi versi nuovo è il moltiplicarsi di riunioni di preghiera, alle volte congiunte a celebrazioni liturgiche, con lo scopo di ottenere da Dio la guarigione. In diversi casi, non del tutto sporadici, vi si proclama l'esistenza di avvenute guarigioni, destando in questo modo delle attese dello stesso fenomeno in altre simili riunioni. In questo contesto si fa appello, alle volte, a un preteso carisma di guarigione.
Siffatte riunioni di preghiera per ottenere delle guarigioni pongono inoltre la questione del loro giusto discernimento sotto il profilo liturgico, in particolare da parte dell'autorità ecclesiastica, a cui spetta vigilare e dare le opportune norme per il retto svolgimento delle celebrazioni liturgiche.
E' sembrato pertanto opportuno pubblicare una Istruzione, a norma del can. 34 del Codice di Diritto Canonico, che serva soprattutto di aiuto agli Ordinari del luogo affinché meglio possano guidare i fedeli in questa materia, favorendo ciò che vi sia di buono e correggendo ciò che sia da evitare. Occorreva però che le determinazioni disciplinari trovassero come riferimento una fondata cornice dottrinale che ne garantisse il giusto indirizzo e ne chiarisse la ragione normativa. A questo fine è stata premessa alla parte disciplinare una parte dottrinale sulle grazie di guarigione e le preghiere per ottenerle.

 ASPETTI DOTTRINALI

1. Malattia e guarigione: il loro senso e valore nell'economia della salvezza

«L'uomo è chiamato alla gioia ma fa quotidiana esperienza di tantissime forme di sofferenza e di dolore». Perciò il Signore nelle sue promesse di redenzione annuncia la gioia del cuore legata alla liberazione dalle sofferenze (cfr. Is 30,29; 35,10; Bar 4,29). Infatti Egli è «colui che libera da ogni male» (Sap 16,8). Tra le sofferenze, quelle che accompagnano la malattia sono una realtà continuamente presente nella storia umana e sono anche oggetto del profondo desiderio dell'uomo di liberazione da ogni male.
Nell'Antico Testamento, «Israele sperimenta che la malattia è legata, in un modo misterioso, al peccato e al male». Tra le punizioni minacciate da Dio all'infedeltà del popolo, le malattie trovano un ampio spazio (cfr. Dt 28,21-22.27-29.35). Il malato che implora da Dio la guarigione, confessa di essere giustamente punito per i suoi peccati (cfr. Sal 37; 40; 106,17-21).
La malattia però colpisce anche i giusti e l'uomo se ne domanda il perché. Nel libro di Giobbe questo interrogativo percorre molte delle sue pagine. «Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa e abbia carattere di punizione. La figura del giusto Giobbe ne è una prova speciale nell'Antico Testamento. (...) E se il Signore acconsente a provare Giobbe con la sofferenza, lo fa per dimostrarne la giustizia. La sofferenza ha carattere di prova».
La malattia, pur potendo avere un risvolto positivo quale dimostrazione della fedeltà del giusto e mezzo di ripagare la giustizia violata dal peccato e anche di far ravvedere il peccatore perché percorra la via della conversione, rimane tuttavia un male. Perciò il profeta annunzia i tempi futuri in cui non ci saranno più malanni e invalidità e il decorso della vita non sarà più troncato dal morbo mortale (cfr. Is 35,5-6; 65,19-20).
Tuttavia è nel Nuovo Testamento che l'interrogativo sul perché la malattia colpisce anche i giusti trova piena risposta. Nell'attività pubblica di Gesù, i suoi rapporti coi malati non sono sporadici, bensì continui. Egli ne guarisce molti in modo mirabile, sicché le guarigioni miracolose caratterizzano la sua attività: «Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità» (Mt 9,35; cfr. 4,23). Le guarigioni sono segni della sua missione messianica (cfr.Lc 7,20-23). Esse manifestano la vittoria del regno di Dio su ogni sorta di male e diventano simbolo del risanamento dell'uomo tutto intero, corpo e anima. Infatti servono a dimostrare che Gesù ha il potere di rimettere i peccati (cfr. Mc 2,1-12), sono segni dei beni salvifici, come la guarigione del paralitico di Betzata (cfr. Gv 5,2-9.19-21) e del cieco nato (cfr. Gv 9).
Anche la prima evangelizzazione, secondo le indicazioni del Nuovo Testamento, era accompagnata da numerose guarigioni prodigiose che corroboravano la potenza dell'annuncio evangelico. Questa era stata la promessa di Gesù risorto e le prime comunità cristiane ne vedevano l'avverarsi in mezzo a loro: «E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: (...) imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16,17-18). La predicazione di Filippo a Samaria fu accompagnata da guarigioni miracolose: «Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati» (At 8,5-7). San Paolo presenta il suo annuncio del vangelo come caratterizzato da segni e prodigi realizzati con la potenza dello Spirito: «non oserei infatti parlare di ciò che Cristo non avesse operato per mezzo mio per condurre i pagani all'obbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito» (Rm 15,18-19; cfr. 1Ts 1,5; 1Cor 2,4-5). Non è per nulla arbitrario supporre che tali segni e prodigi, manifestativi della potenza divina che assisteva la predicazione, erano costituiti in gran parte da guarigioni portentose. Erano prodigi non legati esclusivamente alla persona dell'Apostolo, ma che si manifestavano anche attraverso i fedeli: «Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?» (Gal 3,5).
La vittoria messianica sulla malattia, come su altre sofferenze umane, non soltanto avviene attraverso la sua eliminazione con guarigioni portentose, ma anche attraverso la sofferenza volontaria e innocente di Cristo nella sua passione e dando ad ogni uomo la possibilità di associarsi ad essa. Infatti «Cristo stesso, che pure è senza peccato, soffrì nella sua passione pene e tormenti di ogni genere, e fece suoi i dolori di tutti gli uomini: portava così a compimento quanto aveva scritto di lui il profeta Isaia (cfr. Is 53,4-5)». Ma c'è di più: «Nella croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta. (...) Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo».
La Chiesa accoglie i malati non soltanto come oggetto della sua amorevole sollecitudine, ma anche riconoscendo loro la chiamata «a vivere la loro vocazione umana e cristiana ed a partecipare alla crescita del Regno di Dio in modalità nuove, anche più preziose. Le parole dell'apostolo Paolo devono divenire il loro programma e, prima ancora, sono luce che fa splendere ai loro occhi il significato di grazia della loro stessa situazione: "Completo quello che manca ai patimenti di Cristo nella mia carne, in favore del suo corpo, che è la Chiesa" (Col 1,24). Proprio facendo questa scoperta, l'apostolo è approdato alla gioia: "Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi" (Col 1,24)». Si tratta della gioia pasquale, frutto dello Spirito Santo. E come san Paolo, anche «molti malati possono diventare portatori della "gioia dello Spirito Santo in molte tribolazioni" (1Ts 1,6) ed essere testimoni della risurrezione di Gesù».
 
2. Il desiderio di guarigione e la preghiera per ottenerla

Premessa l'accettazione della volontà di Dio, il desiderio del malato di ottenere la guarigione è buono e profondamente umano, specie quando si traduce in preghiera fiduciosa rivolta a Dio. Ad essa esorta il Siracide: «Figlio, non avvilirti nella malattia, ma prega il Signore ed egli ti guarirà» (Sir 38,9). Diversi salmi costituiscono una supplica di guarigione (cfr. Sal 6; 37; 40; 87).
Durante l'attività pubblica di Gesù, molti malati si rivolgono a lui, sia direttamente sia tramite i loro amici o congiunti, implorando la restituzione della sanità. Il Signore accoglie queste suppliche e i Vangeli non contengono neppure un accenno di biasimo di tali preghiere. L'unico lamento del Signore riguarda l'eventuale mancanza di fede: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,23; cfr. Mc 6,5-6; Gv 4,48).
Non soltanto è lodevole la preghiera dei singoli fedeli che chiedono la guarigione propria o altrui, ma la Chiesa nella liturgia chiede al Signore la salute degli infermi. Innanzi tutto ha un sacramento «destinato in modo speciale a confortare coloro che sono provati dalla malattia: l'Unzione degli infermi». «In esso, per mezzo di una unzione, accompagnata dalla preghiera dei sacerdoti, la Chiesa raccomanda i malati al Signore sofferente e glorificato, perché dia loro sollievo e salvezza». Immediatamente prima, nella Benedizione dell'olio, la Chiesa prega: «effondi la tua santa benedizione, perché quanti riceveranno l'unzione di quest'olio ottengano conforto, nel corpo, nell'anima e nello spirito, e siano liberi da ogni dolore, da ogni debolezza, da ogni sofferenza; e poi, nei due primi formulari di preghiera dopo l'unzione, si chiede pure la guarigione dell'infermo. Questa, poiché il sacramento è pegno e promessa del regno futuro, è anche annuncio della risurrezione, quando «non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4). Inoltre il Missale Romanum contiene una Messa pro infirmis e in essa, oltre a grazie spirituali, si chiede la salute dei malati.
Nel De benedictionibus del Rituale Romanum, esiste un Ordo benedictionis infirmorum, nel quale ci sono diversi testi eucologici che implorano la guarigione: nel secondo formulario delle Preces, nelle quattro Orationes benedictionis pro adultis, nelle due Orationes benedictionis pro pueris, nella preghiera del Ritus brevior.
Ovviamente il ricorso alla preghiera non esclude, anzi incoraggia a fare uso dei mezzi naturali utili a conservare e a ricuperare la salute, come pure incita i figli della Chiesa a prendersi cura dei malati e a recare loro sollievo nel corpo e nello spirito, cercando di vincere la malattia. Infatti «rientra nel piano stesso di Dio e della sua provvidenza che l'uomo lotti con tutte le sue forze contro la malattia in tutte le sue forme, e si adoperi in ogni modo per conservarsi in salute».
 
3. Il carisma di guarigione nel Nuovo Testamento

Non soltanto le guarigioni prodigiose confermavano la potenza dell'annuncio evangelico nei tempi apostolici, ma lo stesso Nuovo Testamento riferisce circa una vera e propria concessione da parte di Gesù agli Apostoli e ad altri primi evangelizzatori di un potere di guarire dalle infermità. Così nella chiamata dei Dodici alla prima loro missione, secondo i racconti di Matteo e di Luca, il Signore concede loro «il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità» (Mt 10,1; cfr. Lc 9,1), e dà loro l'ordine: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni» (Mt10,8). Anche nella missione dei settantadue discepoli, l'ordine del Signore è: «curate i malati che vi si trovano» (Lc 10,9). Il potere, pertanto, viene donato all'interno di un contesto missionario, non per esaltare le loro persone, ma per confermarne la missione.
Gli Atti degli Apostoli riferiscono in generale dei prodigi realizzati da loro: «prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli» (At 2,43; cfr. 5,12). Erano prodigi e segni, quindi opere portentose che manifestavano la verità e forza della loro missione. Ma, a parte queste brevi indicazioni generiche, gli Atti riferiscono soprattutto delle guarigioni miracolose compiute per opera di singoli evangelizzatori: Stefano (cfr. At 6,8), Filippo (cfr. At 8,6- 7), e soprattutto Pietro (cfr. At 3,1-10; 5,15; 9,33-34.40-41) e Paolo (cfr. At 14,3.8-10; 15,12; 19,11-12; 20,9-10; 28,8-9).
Sia la finale del Vangelo di Marco sia la Lettera ai Galati, come si è visto sopra, ampliano la prospettiva e non limitano le guarigioni prodigiose all'attività degli Apostoli e di alcuni evangelizzatori aventi un ruolo di spicco nella prima missione. Sotto questo profilo acquistano uno speciale rilievo i riferimenti ai «carismi di guarigioni» (cfr. 1 Cor12,9.28.30). Il significato di carisma, di per sé assai ampio, è quello di «dono generoso»; e in questo caso si tratta di «doni di guarigioni ottenute». Queste grazie, al plurale, sono attribuite a un singolo (cfr. 1 Cor 12,9), pertanto non vanno intese in senso distributivo, come guarigioni che ognuno dei guariti ottiene per se stesso, bensì come dono concesso a una persona di ottenere grazie di guarigioni per altri. Esso è dato in un solo Spirito, ma non si specifica nulla sul come quella persona ottiene le guarigioni. Non è arbitrario sottintendere che ciò avvenga per mezzo della preghiera, forse accompagnata da qualche gesto simbolico.
Nella Lettera di san Giacomo si fa riferimento a un intervento della Chiesa attraverso i presbiteri a favore della salvezza, anche in senso fisico, dei malati. Ma non si fa intendere che si tratti di guarigioni prodigiose: siamo in un ambito diverso da quello dei «carismi di guarigioni» di 1Cor 12,9. «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gc 5,14-15). Si tratta di un'azione sacramentale: unzione del malato con olio e preghiera su di lui, non semplicemente «per lui», quasi non fosse altro che una preghiera di intercessione o di domanda; si tratta piuttosto di un'azione efficace sull'infermo. I verbi «salverà» e «rialzerà» non suggeriscono un'azione mirante esclusivamente, o soprattutto, alla guarigione fisica, ma in un certo modo la includono. Il primo verbo, benché le altre volte che compare nella Lettera si riferisca alla salvezza spirituale (cfr. 1,21; 2,14; 4,12; 5,20), è anche usato nel Nuovo Testamento nel senso di «guarire» (cfr. Mt 9,21; Mc 5,28.34; 6,56; 10,52; Lc 8,48); il secondo verbo, pur assumendo alle volte il senso di «risorgere» (cfr. Mt 10,8; 11,5; 14,2), viene anche usato per indicare il gesto di «sollevare» la persona distesa a causa di una malattia guarendola prodigiosamente (cfr. Mt 9,5; Mc 1,31; 9,27; At 3,7).
 
4. Le preghiere per ottenere da Dio la guarigione nella Tradizione

I Padri della Chiesa consideravano normale che il credente chiedesse a Dio non soltanto la salute dell'anima, ma anche quella del corpo. A proposito dei beni della vita, della salute e dell'integrità fisica, S. Agostino scriveva: «Bisogna pregare che ci siano conservati, quando si hanno, e che ci siano elargiti, quando non si hanno». Lo stesso Padre della Chiesa ci ha lasciato la testimonianza di una guarigione di un amico ottenuta con le preghiere di un Vescovo, di un sacerdote e di alcuni diaconi nella sua casa.
Uguale orientamento si osserva nei riti liturgici sia Occidentali che Orientali. In una preghiera dopo la Comunione si chiede che «la potenza di questo sacramento... ci pervada corpo e anima». Nella solenne liturgia del Venerdì Santo viene rivolto l'invito a pregare Dio Padre onnipotente affinché «allontani le malattie... conceda la salute agli ammalati». Tra i testi più significativi si segnala quello della benedizione dell'olio degli infermi. Qui si chiede a Dio di effondere la sua santa benedizione «perché quanti riceveranno l'unzione di quest'olio ottengano conforto nel corpo, nell'anima e nello spirito, e siano liberi da ogni dolore, da ogni debolezza, da ogni sofferenza».
Non diverse sono le espressioni che si leggono nei riti Orientali dell'unzione degli infermi. Ricordiamo solo alcune tra le più significative. Nel rito bizantino durante l'unzione dell'infermo si prega: «Padre santo, medico delle anime e dei corpi, che hai mandato il tuo Figlio unigenito Gesù Cristo a curare ogni malattia e a liberarci dalla morte, guarisci anche questo tuo servo dall'infermità del corpo e dello spirito, che lo affligge, per la grazia del tuo Cristo». Nel rito copto si invoca il Signore di benedire l'olio affinché tutti coloro che ne verranno unti possano ottenere la salute dello spirito e del corpo. Poi, durante l'unzione dell'infermo, i sacerdoti, fatta menzione di Gesù Cristo mandato nel mondo «a sanare tutte le infermità e a liberare dalla morte», chiedono a Dio «di guarire l'infermo dalle infermità del corpo e a dargli la via retta».
 
5. Il «carisma di guarigione» nel contesto attuale

Lungo i secoli della storia della Chiesa non sono mancati santi taumaturghi che hanno operato guarigioni miracolose. Il fenomeno, pertanto, non era limitato al tempo apostolico; tuttavia, il cosiddetto «carisma di guarigione» sul quale è opportuno attualmente fornire alcuni chiarimenti dottrinali non rientra fra quei fenomeni taumaturgici. La questione si pone piuttosto in riferimento ad apposite riunioni di preghiera organizzate al fine di ottenere guarigioni prodigiose tra i malati partecipanti, oppure preghiere di guarigione al termine della comunione eucaristica con il medesimo scopo.
Quanto alle guarigioni legate ai luoghi di preghiera (santuari, presso le reliquie di martiri o di altri santi, ecc.) anch'esse sono abbondantemente testimoniate lungo la storia della Chiesa. Esse contribuirono a popolarizzare, nell'antichità e nel medioevo, i pellegrinaggi ad alcuni santuari che divennero famosi anche per questa ragione, come quelli di san Martino di Tours, o la cattedrale di san Giacomo a Compostela, e tanti altri. Anche attualmente accade lo stesso, come, ad esempio da più di un secolo, a Lourdes. Tali guarigioni non implicano però un «carisma di guarigione», perché non riguardano un eventuale soggetto di tale carisma, ma occorre tenerne conto nel momento di valutare dottrinalmente le suddette riunioni di preghiera.
Per quanto riguarda le riunioni di preghiera con lo scopo di ottenere guarigioni, scopo, se non prevalente, almeno certamente influente nella loro programmazione, è opportuno distinguere tra quelle che possono far pensare a un «carisma di guarigione», vero o apparente che sia, e le altre senza connessione con tale carisma. Perché possano riguardare un eventuale carisma occorre che vi emerga come determinante per l'efficacia della preghiera l'intervento di una o di alcune persone singole o di una categoria qualificata, ad esempio, i dirigenti del gruppo che promuove la riunione. Se non c'è connessione col «carisma di guarigione», ovviamente le celebrazioni previste nei libri liturgici, se si realizzano nel rispetto delle norme liturgiche, sono lecite, e spesso opportune, come è il caso della Messa pro infirmis. Se non rispettano la normativa liturgica, la legittimità viene a mancare.
Nei santuari sono anche frequenti altre celebrazioni che di per sé non mirano specificamente ad impetrare da Dio grazie di guarigioni, ma che nelle intenzioni degli organizzatori e dei partecipanti hanno come parte importante della loro finalità l'ottenimento di guarigioni; si fanno per questa ragione celebrazioni liturgiche (ad esempio, l'esposizione del Santissimo Sacramento con la benedizione) o non liturgiche, ma di pietà popolare incoraggiata dalla Chiesa, come la recita solenne del Rosario. Anche queste celebrazioni sono legittime, purché non se ne sovverta l'autentico senso. Ad esempio, non si potrebbe mettere in primo piano il desiderio di ottenere la guarigione dei malati, facendo perdere all'esposizione della Santissima Eucaristia la sua propria finalità; essa infatti «porta i fedeli a riconoscere in essa la mirabile presenza di Cristo e li invita all'unione di spirito con lui, unione che trova il suo culmine nella Comunione sacramentale».
Il «carisma di guarigione» non è attribuibile a una determinata classe di fedeli. Infatti è ben chiaro che san Paolo, allorché si riferisce ai diversi carismi in 1 Cor 12, non attribuisce il dono dei «carismi di guarigione» a un particolare gruppo, sia quello degli apostoli, o dei profeti, o dei maestri, o di coloro che governano, o qualunque altro; anzi è un'altra la logica che ne guida la distribuzione: «tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole» (1Cor 12, 11). Di conseguenza, nelle riunioni di preghiera organizzate con lo scopo di impetrare delle guarigioni, sarebbe del tutto arbitrario attribuire un «carisma di guarigione» ad una categoria di partecipanti, per esempio, ai dirigenti del gruppo; non resta che affidarsi alla liberissima volontà dello Spirito Santo, il quale dona ad alcuni un carisma speciale di guarigione per manifestare la forza della grazia del Risorto. D'altra parte, neppure le preghiere più intense ottengono la guarigione di tutte le malattie. Così san Paolo deve imparare dal Signore che «ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9), e che le sofferenze da sopportare possono avere come senso quello per cui «io completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).

giovedì 5 febbraio 2015

guarigione spirituale

FIN QUANDO l'individuo permette alla propria mente di trattenere pensieri di odio, 
- di condanna,
- di invidia,
- di gelosia,
- di critica,
- di paura,
- di dubbio,
- di sospetto,
e permette a questi pensieri di generare irritazione dentro di lui, otterrà come risultato certo:
- disordine e infelicità nella sua vita,
- delusione nei suoi sogni,
- disastri nella sua mente, nel suo corpo e nell'ambiente, al quale è legato da sottili fili di azione e reazione.
FIN QUANDO l'uomo continua a trattenere nella sua mente questi pensieri negativi,
- verso le persone che gli sono vicine,
- le condizioni di vita,
- il lavoro,
- le persone amate,
- la sua nazione,
lui stesso, inconsciamente, obbliga le sue energie a creare situazioni negative, che col pensiero attrae e alimenta. Lui solo è perciò responsabile della sua infelicità e dell'infelicità in cui trascina gli altri.
Ed è quindi responsabile anche di "quel grigiore" che pesa sul mondo e che lui stesso è il primo a condannare. La maggior parte delle persone si preoccupa solo di curare la disarmonia più tangibile e ovvia: quella fisica. Tali persone non si rendono conto che le cause reali di tutte le miserie umane stanno nei loro disturbi mentali, cioè nelle preoccupazioni, nel pensare solo a se stessi e così via. A questo si aggiunga la loro cecità spirituale di fronte al significato divino della vita.
Quando un'individuo è riuscito ad eliminare i germi mentali dell'intolleranza, dell'irascibilità e della paura, ed ha liberato la propria anima dall'ignoranza, è poco probabile che debba soffrire di malattie fisiche o di indigenza materiale. La materia non esiste nel modo in cui solitamente noi ce la raffiguriamo; essa esiste, tuttavia, come illusione cosmica. Per liberarsi dell'illusione e necessario conoscere un metodo ben preciso. Non si puo curare un drogato in un batter d'occhio. La coscienza materiale si impadronisce dell'uomo attraverso la legge dell'inganno, legge che l'uomo non puo superare se non apprendendo e seguendo la legge opposta, quella della verità. Lo Spirito è divenuto materia attraverso una serie di processi di materializzazione: la materia dunque procede dallo Spirito e non puo essere differente da esso che ne e la causa. La materia e una espressione parziale dello Spirito; e l'Infinito che ha l'apparenza del finito, l'Illimitato che appare limitato. Ma poiché la materia non e che Spirito in una sua ingannevole manifestazione, la materia non esiste di per sé. All'inizio della creazione lo Spirito, fino allora immanifesto, proiettò due nature: coscienza e materia. Esse sono le sue due espressioni vibratorie. La coscecnza è una vibrazione più sottile e la materia e una vibrazione più densa dell'unico Spirito trascendente. La coscienza è la vibrazione dell'aspetto soggettivo dello Spirito e la materia lo è del suo aspetto oggettivo. Lo Spirito, quale Coscienza Cosmica, è potenzialmente immanente nella materia vibratoria oggettiva e si manifesta soggettivamente, come coscienza presente in tutte le forme create. Questa coscienza raggiunge la sua più alta espressione nella mente umana, con Le sue innumerevoli ramificazioni di pensiero, sentimento, volontà e immaginazione.
La differenza fra materia e Spirito consiste nel diverso ritmo vibratorio: si tratta di una differenza di grado, quindi, e non di sostanza. Questo punto potrà essere chiarito dall'esempio seguente. Benché tutte Le vibrazioni siano qualitativamente uguali, le vibrazioni che vanno dai 16 ai 20.000 cicli al secondo sono abbastanza dense da poter essere percepite dall'udito umano; le vibrazioni al di sotto dei 16 e al di sopra dei 20.000 cicli sono invece generalmente inudibili. Tra le vibrazioni udibili e quelle inudibili non c'è nessuna differenza essenziale, sebbene esista una differenza relativa. Mediante il potere di maya, l'illusione cosmica, il Creatore fece apparire le manifestazioni della materia talmente distinte e dettagliate, da spingere la mente umana a credere che esse non abbiano alcun rapporto con lo Spirito. L'energia vitale, la sottile vibrazione della corrente cosmica, e contenuta nella densa vibrazione della materia corporea; sia quest'ultima che l'energia vitale sono permeate, a loro volta, dalla vibrazione più sottile di tutte: quella della coscienza. Le vibrazioni di coscienza sono così sottili da non poter essere captate da strumenti materiali. Solo Ia coscienza puo comprendere la coscienza. Gli esseri umani sono consapevoli delle vibrazioni di coscienza emanate, a miriadi, da altri esseri umani; tali vibrazioni vengono espresse con parole, atti, sguardi, gesti, col silenzio, con vari atteggiamenti e così via.
Ogni uomo è contraddistinto dal marchio vibratorio del proprio stato di coscienza ed esercita un caratteristico influsso sulle persone e sulle cose.
La stanza abitata da un individuo, ad esempio, è tutta permeata dalle sue vibrazioni-pensiero. Queste potranno essere percepite distintamente da chiunque possieda il grado di sensibilità necessario.
L'Ego dell'uomo (il suo senso dell'IO, il distorto riflesso mortale dell'anima immortale) conosce In coscienza direttamente e conosce invece al materia (i corpo umano e gli altri oggetti nel creato) indirettamente, attraverso processi mentali e percezioni sensoriali.
L'Ego, cioè. è sempre consapevole di possedere la coscienza, mentre non è consapevole della materia e nemmeno del corpo in cui abita, finché non vi rivolge il pensiero. È per questo che un uomo concentrato profondamente su un oggetto qualsiasi e conscio del suo pensiero ma non del suo corpo. Il corpo e la coscienza creati dall'uomo mentre sogna
Tutte le esperienze fatte dall'uomo allo stato di veglia possono essere da lui ripetute allo stato di coscienza del sogno. In sogno l'uomo puo trovarsi a passeggiare gioioso in un magnifico giardino e poi scorgere il corpo morto di un amico. Egli allora si addolora, piange, ha mal di testa e sente pulsare dolorosamente il cuore. Puo darsi che all'improvviso si levi un temporale ed egli si trovi allora bagnato e freddo. Alla fine si risveglia e ride delle sue illusorie esperienze di sogno. Qual'è la differenza tra ciò che sperimenta un uomo che sogna (esperienze di cose materiali, rappresentate dal corpo suo e dell'amico, dal giardino e così via, ed esperienze di stato di coscienza, rappresentate dai sentimenti di gioia e di dolore) e ciò che sperimenta lo stesso uomo allo stato di veglia? In entrambi i casi e presente la consapevolezza della materia e della coscienza. Nell'illusorio mondo del sogno l'uomo e in grado di creare sia la materia che la coscienza. Non dovrebbe quindi essergli difficile rendersi conto che lo Spirito, utilizzando il potere di maya, ha creato per l'uomo un mondo-sogno di vita o esistenza cosciente, che nella sua essenza (essendo effimero e sempre mutevole) e altrettanto falso delle esperienze che 1 uomo fa nello stato di sogno. Il mondo fenomenico opera al comando di maya, la legge della dualità e degli opposti. Esso e perciò un mondo irreale, che nasconde sotto un velo la verità dell'unita e dell'immutabilità divine. L'uomo, nel suo aspetto mortale, sogna dualità e contrasti, vita e morte, salute e malattia, felicita e dolore; ma quando si risveglia nella coscienza dell'anima tutte le dualità scompaiono ed egli conosce se stesso come Spirito, eterno e beato. Per l'umanità che vaga nell'errore, l'assistenza medica e quella mentale sono ugualmente importanti. La superiorità della mente rispetto agli aiuti materiali e innegabile, ma e altrettanto innegabile che gli alimenti, le erbe e le medicine posseggono anch'essi un potere risanante sebbene più limitato. La maggior parte delle persone che impiegano i metodi di cura mentale non dovrebbe disprezzare i metodi che curano fisicamente, che provengono dalle ricerche compiute sulle leggi divine nell'ambito della materia.
Finché in un uomo persiste la coscienza materiale del corpo, egli non deve rinunciare a priori alle medicine. Ma non appena cresce in lui la comprensione del fatto che la carne ha un'origine immateriale, scompare la sua fiducia nel potere risanante delle medicine ed egli scopre che ogni malattia ha origine nella mente. Il mio Maestro, Swami Sri Yukteswarji, non ha mai accennato al fatto che le medicine possano essere inutili. Egli pero allenava la coscienza di molti suoi discepoli, aiutandola a espandersi in modo tale che quando si ammalavano fossero in grado di usare solo il potere mentale per curarsi Spesso egli diceva: "La saggezza e il depurativo migliore".
Alcune persone, sia in Oriente che in Occidente, negano fanaticamente l'esistenza della materia, quando invece sono ancora così immedesimate nella coscienza della carne da sentirsi morire di fame se saltano un pasto. Lo stato di realizzazione che uno raggiunge quando si rende conto che corpo e mente, morte e vita, malattia e salute, appaiono ugualmente illusori, è l'unico che ci permette di dire veramente di non credere all'esistenza della materia. 

Tratto da "Affermazioni scientifiche di guarigione" di Paramansa Yogananda,
Edizioni astrolabio, Roma

sabato 17 gennaio 2015

le trappole dell'ascensione spirituale




L'Ordine di Rize, si è impegnato a costruire le mappe dell'ascensione biologica di tutte le specie della Terra. Abbiamo osservato migliaia di iniziati sul sentiero spirituale. Moltissimi hanno fallito i loro test spirituali, e ci riproveranno più tardi, con vibrazioni e livelli biologici più elevati. Vogliamo fornire una visione psicologica delle sette trappole che gli iniziati potranno trovare, e che, conoscendole, potranno impedire di caderci. Molti esseri cominciano ad auto-analizzarsi, e questo è un requisito necessario per chiunque sia intenzionato a fare l'ascensione. Solo così si potrà cominciare ad evidenziare e comprendere i modelli di cui bisogna liberarsi, e progredire verso l'Amore incondizionato e l'unità di coscienza. Tutte le manifestazioni esteriori, sono solo riflessi della disarmonia che c'è al proprio interno. Con la loro comprensione, si crea la pace interiore ed esteriore. La natura umana è di incolpare le circostanze esterne, per giustificare le cose che non funzionano. La vita è di natura olografica. Ogni creazione esterna è un riflesso di modelli personali interiori. Con la liberazione del modello, se ne cambia la relativa esperienza. Non si possono cambiare circostanze negative cambiando le cose all'esterno, perché questo assicura solamente la ripetizione futura della stessa esperienza. Per esempio: una donna vive una relazione violenta che vuole interrompere. Se non comprende e modifica i modelli che l'hanno creata, ne creeranno altri con le stesse caratteristiche. L'abuso che sperimenta è un riflesso della propria dannosità inconscia, spesso di natura energetica. Abbiamo scritto tre articoli che definiscono gli abusi "Padroneggiare l'Innocuità: parti Prima, Seconda e Terza".
Le esperienze di vita sono uno "specchio", che ci proietta quello che si è creato per poterlo superare. Sentimenti di vergogna, colpa, anche verso altri, sono un riflesso del proprio stato inconscio. Con l'assunzione delle proprie responsabilItà per le proprie creazioni, e con la trascendenza dei modelli riflessi, si ottiene la comprensione di queste azioni, ottenendone il controllo. Questo porta ad uno stato interiore di potere, che non potrà mai realizzarsi se, invece, si tenta di cambiare solo circostanze esterne. Abbiamo visto cadere continuamente molti iniziati, in queste sette trappole, che abbiamo definito "Arroganze". L'arroganza significa credere di sapere, di conoscere lo spirito, o le anime manifestate nella propria esperienza di vita. L'ascensione chiede di arrendersi alla guida della propria anima, con la comprensione che la sua guida ci porterà a traguardi inimmaginabili. Tutte le trappole sono collegate al credere che le proprie percezioni fisiche siano superiori allo spirito, non permettendogli così di prendere la guida della nostra vita.
Le sette arroganze (o presunzioni), sotto descritte, sono tutte collegate alle sette radici della paura o Kumara che prendono nomi diversi.

1. L'ARROGANZA DELL'AMBIZIONE


L’arroganza dell’ambizione è legata al primo chakra e al raggio rosso che governa nella polarità quelli che sono sia eremiti che pionieri. L’arroganza dell’ambizione ha a che fare con il correre verso un obiettivo così rapidamente che i dettagli vengono saltati o persi, causando problemi in un momento successivo. E’ il Kumara della Paura che perpetua l’arroganza dell’ambizione. Il Kumara della Paura guida il primo chakra di chi non ascende e crea la continua esperienza di insicurezza.
Quelli che ne soffrono si buttano a capofitto verso uno scopo, senza guardare a niente, tanto da non curarsi dei dettagli, e quindi fallire, provocandosi problemi futuri, mettendosi spesso fuori allineamento con  il "Tempo Divino" ed il piano divino.
C'è una danza della vita che è collegata con il Piano Divino di Dio/Dea/Tutto Ciò Che E'. Tale Piano Divino è creato attraverso l'afflusso e l'efflusso energetico, che si muove all'interno e all'esterno della vostra creazione, come le maree degli Oceani sulla Terra. Non si può sconvolgere questo tempo. Lo spirito danza nel tempo del Piano divino e aspetterà il momento giusto per manifestare i suoi intendimenti. Quando una forma umana mette in azione un evento particolare, che è fuori da questa sequenza, si muove contro le onde di energia di quella manifestazione, e quindi, si fa lo sgambetto da solo, creando il proprio fallimento. Imparare ad ascoltare le comunicazioni dello spirito è una cosa importante. Qualche volta, questi messaggi sono difficili da sentire. Comunque, essendo il cervello una rice/trasmittente, tutti i pensieri che arrivano alla mente, sono canalizzati da qualcuno. Si deve fare una selezione, e scegliere di ascoltare solo le comunicazioni dello spirito, aldilà delle altre entità che utilizzano la forma della personalità fisica. (Vedere: Padroneggiare l'Innocuità: Parte Prima)
Il cervello è una stazione radio. I pensieri nella propria testa sono messaggi telepatici. Ci si deve sintonizzare alle vibrazioni della stazione dello spirito, per sentirne le comunicazioni. A causa dei disturbi causati dalla densità del piano terreno, questo è spesso difficile da fare. I disturbi, o il "ronzio", sono semplicemente il rumore prodotto dalla rotazione molecolare della propria forma fisica. Concentrandosi sullo spirito, si eleveranno le vibrazioni, fino a percepire l’anima, al di sopra, ed al di là, del chiacchiericcio della testa, che è frutto della propria personalità. Quando si percepirà chiaramente l'anima, si potrà quindi apprendere a seguirne la guida, nel flusso del tempo divino di Tutto Ciò Che E', e del piano divino, Questo garantisce il successo.
E' la Paura che perpetua l'arroganza e l'ambizione (per più informazioni, vedere gli articoli "Conseguire lo Stato di Bodhisattva", e "Le Sette Leggi dell'Innocuità". La paura controlla il primo chakra e crea le esperienze d’insicurezza, o di noncuranza. L'insicurezza spinge verso una manifestazione prima del suo giusto tempo, e anche ad una corsa verso il conseguimento delle iniziazioni, facendone saltare potenzialmente delle fasi e non permettendone l'apprendimento. Ciò comporterà la manifestazione futura di lezioni più difficili da apprendere e superare, rispetto a quelle che non si sono apprese la prima volta. E' molto meglio impegnarsi ad assimilare interamente le lezioni della vita, piuttosto che doverle poi riavere in tempi futuri. Questa paura, prodotta dalla voglia di correre avanti, può produrre un forte desiderio di lasciare la Terra il più rapidamente possibile, o alla competizione nel processo d’ascensione. L'ascensione non è una corsa, ed ogni essere ha il proprio ritmo evolutivo, basato sulla propria genetica, età e livello di decadimento fisico. E' la vibrazione dell'Unione divinache libera la Paura, e produce un collegamento energetico tra la forma fisica e l'anima, e si entra in armonia con l'afflusso e l'efflusso delle energie spirituali. Ogni iniziato sviluppa la consapevolezza che, tutte le esperienze manifestate, servono per la continua evoluzione ed ascensione, e sono esattamente quelle di cui si ha bisogno in quel momento. Si acquista il dono di avere grandi capacità di riuscita. L'ascensione della Terra richiede un intento consapevole, un atto di volontà, nel quale, la forma fisica e dell'anima si uniscono in modo tale da rendere chiara la volontà di ascendere.
Quando chi ascende rilascia gli accordi con il Kumara della Paura, ogni arroganza di ambizione viene trascesa. E’ la vibrazione dell’Unità Divina che viene utilizzata per rilasciare il Kumara della Paura. C’è undono per chi trascende il Kumara della Paura ed è quello dell’abilità di avanzare nella vita e nell’ascensione con forza e con successo.

2. L'ARROGANZA DELL'INFLESSIBILITA'



L’arroganza dell’inflessibilità è collegata al secondo raggio blu relativo al secondo chakra ed ha a che fare con individui che sono eccessivamente polarizzati agli estremi. Gli inflessibili tendono a resistere alla crescita o al cambiamento. L'ascensione porta continui cambiamenti. Cambiamento ed ascensione sono sinonimi, l'ascensione è evoluzione, ed evoluzione è cambiamento. L'ascensione richiede di uscire dal paradigma tridimensionale ed andare verso uno di quinta dimensione. Questo avviene gradualmente nel tempo, e richiede anche che ci si arrenda a tutte quelle "verità" che sono state credute sacrosante. C'è bisogno di un nuovo modo di essere e vedere sé stessi. Questa è la differenza tra i paradigmi dimensionali di terza e di quinta dimensione. Le forme pensiero della quinta dimensione sono profondamente diverse da quelle di terza. Per questo il cambiamento, anche se graduale, è così estremo. Si  devono assimilare tutti i segmenti di un livello, prima di andare nel successivo. La gente della Terra vuole sentirsi agiata, ma benessere ed ascensione sono strade diametralmente opposte. Spesso i cambiamenti portano disagi. Il processo d’ascensione porta lo sconvolgimento della vita, su basi totalmente diverse da quelle tridimensionali. Qualche volta, certi segmenti di iniziazioni, porteranno sentimenti di "vuoto" interiore, nei quali si perderà la propria identità. Arrendersi a questo "vuoto" permetterà di gettare le nuove fondazioni per il futuro. L'inflessibilità è legata al Kumara della Concupiscenza (desiderio). Questa vibrazione porta a credere che non si può esistere senza qualche altro Essere vicino. Qualche volta, l'ascensione potrà richiedere di lasciare delle persone che non sono sul proprio sentiero parallelo di ascensione. Le vibrazioni del desiderio alimentano le dipendenze, siano esse droghe, persone o forme pensiero di paura. Se l'inflessibilità è predominante, si tenderà a conservare modelli superati che sarebbe meglio lasciare. Un buon esempio è chi ha un’inclinazione violenta nelle relazioni, che vede i rapporti con gli altri solo in relazione alla propria soddisfazione, sia sessuale, che di potere. Il continuo coinvolgimento in queste relazioni, crea circostanze nelle quali si è bloccati e incapaci di elevarsi, mandando in frantumi il proprio campo aurico e quindi non poter evolvere o ascendere. Le vibrazioni di Onore trasmutano il kumara del desiderio. Si deve imparare ad onorare tutte le forme di vita, inclusa la propria, perché onorando sé stessi, si sceglieranno solo le esperienze utili per evolvere o ascendere. Se una relazione, una dipendenza da una droga, o un sistema di credenza, non permette evoluzione, questo disonora anche sé stessi. Quindi, imparando ad onorare sé stessi e tutti gli altri esseri, si trascende l'arroganza di inflessibilità. Con questa liberazione arriva il dono della forza e della solidità del proprio campo di energia e della propria consapevolezza, che permetterà alla Luce e all'Amore di splendere in sé stessi.

3. L'ARROGANZA DEL POTERE ABUSIVO


L’arroganza del potere abusivo è collegata al terzo raggio arancione del terzo chakra che ha a che fare con i modelli di manipolazione e controllo in cui uno può essere sia dominante che sottomesso. Quelli che ne soffrono tendono ad avere modelli dispotici ed autoritari. Sono quegli individui di personalità dominante, che abusano energicamente degli altri, sia volontariamente che inconsciamente, raggiungendone il dominio emozionale. Queste personalità gonfiano l'ego dell'individuo, e lo fanno sentire "più grande", a dispetto di quelli che ne sono bersaglio. Ci sono anche modelli che non sono così evidenti, perché sono inconsci, e che riguardano l'abuso energetico. Questi esseri sembrano non volere il potere, ma lo prendono "dietro le quinte". Possono essere molto quieti e piacevoli da incontrare, ma inconsciamente, controllano tutto e tutti.
L'arroganza del potere abusivo è collegato al Kumara del dolore. Infatti, mandano paura nel campo aurico altrui, sia inconsciamente sia con attacchi verbali, soggiogandoli, manipolandoli o controllandoli. Rilasciando gli accordi con il Kumara del Dolore, si trascende l'arroganza ed il potere abusivo e questa trasmutazione la si ottiene per mezzo della vibrazione della Pace che consente di entrare in uno stato di Pace ed Armonia. Ci potrà essere danno, solo in presenza di vibrazioni dissonanti con le proprie.
Domanda: come può uno stato di pace interiore produrre danni ad altri? La forma pensiero di un  maestro che ascende, ha più potere delle altre. La sua energia è molto più grande, e non tiene conto delle forme pensiero altrui. Mila e Rama hanno imparato ad imporre "pace ed armonia", a tutti quelli che stanno nelle loro vicinanze, ovunque loro vadano. Tale imposizione isola la propria forma pensiero da quelle vicine, in pubblico, a passeggio, al mercato, sull'aereo o al ristorante. Questo porta a pacifiche interazioni con tutti, e a vivere in pace e Innocuità. Tutti gli umani sono Dio/Dea. E' il pensiero che comanda le proprie creazioni. Quando ogni essere umano imparerà a generare solo pensieri d'amore, pace ed unità, sarà raggiunto lo stato di Innocuità. Il dono che consegue il rilascio dell'arroganza e del potere abusivo, è il potere basato sull'Amore, che proviene dall'anima e dal SuperIo.

4. L'ARROGANZA DELL'AMORE DIPENDENTE




L’Arroganza (o presunzione) dell’amore dipendente (o co-dipendente) è legato al raggio verde del quarto chakra o chakra del cuore. Nell’ambito della polarità, quest’arroganza si focalizza sui problemi di altri piuttosto che su se stessi o sulla ricerca infinita di far durare l’amore o di essere amati. L’Arroganza (o presunzione) dell’amore dipendente è legata al Kumara del Giudizio. La natura di quelli che soffrono dell'amore dipendente, è di mettere le relazioni amorose al disopra dell'evoluzione spirituale. Nel sentiero di ascensione, bisogna essere in sintonia con le persone vicine, siano essi partner, amici o altre persone importanti. Se ci sono armonie dissonanti, c'è il rischio di compromettere in qualche modo la propria ascensione. Spesse volte la disarmonia è così grande da far cessare la propria evoluzione o ascensione. Con la crescita in vibrazione, si impara a  mantenere il proprio spazio e conservare l'energia necessaria a sostenere la nuova vibrazione biologica. Non è raro per un maestro sperimentare diminuzioni di energia quando interagisce con gli altri. Tali cali di energia sono il risultano della cattura di energia, registrazioni o griglie (vedere: Padroneggiare l'Innocuità: Parte Terza" per più informazioni) da parte di altri, che possono "bloccare" la sua ascensione. Qualche volta, questi cali energetici sono estremamente forti e ne risulta influenza o raffreddore. Parlando in generale, più grasso corporeo ha un iniziato e più facile sarà mantenere alte le vibrazioni. Questo non significa che si deve essere grassi per ascendere, ma che le persone grasse hanno un'ascensione più facile, e possono incontrare meno malattie durante il processo. Nel sentiero di ascensione, si deve imparare a stare collegati a terra e stabilire i propri confini energetici, che non permettano interazioni dannose con gli altri. Imparare ad essere collegati al suolo è difficile, perché l'attuale genetica costringe l'anima a risiedere al di fuori, o sopra, la forma fisica. Si deve quindi rieducare sé stessi a rimanere collegati a terra. Questo è facile con gli estranei, ma è difficile farlo con gli amici o l'amata. Ma se quelli che conosciamo e amiamo non stanno ascendendo, questi semplicemente cattureranno la propria energia, ad un livello tale da danneggiare la propria ascensione o, se sufficientemente grande, al punto da impedirla. Questo scarico di energia è avvenuto continuamente tra Mila e suo figlio, che ha scelto di non ascendere. La sua anima desidera continuare le esperienze in terza dimensione, prima di ascendere in un tempo futuro, da qualche altra parte. Al di là di una certa tolleranza di vibrazione, il continuo impegno con il figlio, le  impediva di progredire. Lei ha imparato ad accettare la scelta del figlio, di non partecipare in questa vita alla propria ascensione. Questo è un esempio che illustra le difficoltà di ascendere, in una civiltà che non ha aderito globalmente all'ascensione fisica.
L'Arroganza dell'Amore Dipendente è correlato al Giudizio. Nel giudizio degli altri, se ne determina l'inferiorità o la superiorità. Se l'altro si percepisce superiore, lo si guarda in modo da desiderare, per il suo bene, di includerlo nelle proprie esperienze di vita. In questo modo si diventa dipendenti. Nell'esempio riportato, se Mila avesse considerato i sentimenti d'amore per suo figlio, più importanti e soddisfacenti per la propria evoluzione spirituale, avrebbe scelto di continuare a stare con lui, e la sua evoluzione spirituale, o ascensione, sarebbe cessata. Se si considera qualcuno inferiore e lo si guarda con superiorità, si può pensare di aiutarlo, o assisterlo in qualche modo nella sua crescita, si può tentare di portarlo con sé nella propria ascensione. In questo esempio, se Mila avesse tentato di portare suo figlio nel suo sentiero di ascensione (contrariamente al suo desiderio dell'anima), sarebbe stata incapace di ascendere essa stessa. Diventerà quindi necessario liberarsi di tali relazioni. Tali difficoltà non sono solo di natura fisica, ma possono estendersi alla propria guida non fisica. La propria guida spirituale cambierà in ogni segmento di iniziazione. Per i chiaroveggenti e i telepatici, è cosa comune essere affezionati alle proprie guide. Tali attaccamenti non permettono l'inserimento di una nuova guida, per il successivo segmento. Questo attaccamento può rendere difficile o perfino impossibile portare avanti l'ascensione. Si trascendono i propri accordi con il Kumara del Giudizio per mezzo della vibrazione del Perdono, mediante il quale ci si libera simultaneamente di ogni attaccamento, legami e dipendenze di qualunque natura sia fisiche che non fisiche. Questa liberazione porta al Perdono. Le dipendenze sono basate su debiti karmici: "Io ti ho fatto del male, in altri tempi, ed ora sono debitore". Sentirsi "debitore" provoca il mantenimento delle relazioni più a lungo di quanto serve, in quanto hanno cessato di essere utili per l'evoluzione. Quando si incorpora il perdono, si perdona sé stessi per aver "fatto del male" agli altri, in altri tempi, o di essere stati vittime del male altrui. Nel fare questo, ci si libera dalla necessità di prendersi cura degli altri e liberarsi delle relazioni che non servono più. Il dono che rimane dal rilascio dell'arroganza e dall'amore dipendente, è l'Amore Incondizionato. Questo tipo di amore fluisce attraverso il charka del Cuore, e inonda tutto con la sua presenza, con l'Amore di Dio/Dea Tutto Ciò Che E'. Tale Amore non giudica mai, in nessun modo, nessuno, e abbraccia chiunque.

5. L'ARROGANZA DELL'ACCAPARRAMENTO


L’arroganza dell’accaparramento al raggio fucsia del quinto chakra che ha a che fare con la radice della paura relativa all’auto-espressione creativa. Nell’ambito degli estremi polari, questa paura si manifesta come un’esplosione di creatività o il desiderio di creare ma con l’incapacità di manifestare. Quelli che soffrono dell'accaparramento, credono di meritare di "più" di altri, perché valgono di più. Dall'altra parte di questo modello, ci sono quelli che credono che debbano "avere meno", per compiere la loro missione, in quanto credono che la povertà sia cosa essenziale per l'evoluzione spirituale. Il meccanismo della creazione inizia con la visione della manifestazione dei propri desideri. Tale visione richiede energia per poterla manifestare nella fisicità. Quando si manifestano fisicamente cose di cui si è prodotta la visione, in tempi passati nella propria vita, l'energia che ha creato la manifestazione produce una forma di attaccamento. Più grande è il numero delle manifestazioni e maggiore sarà l'attaccamento. Gli attaccamenti possono essere visti come corde, che si estendono dal corpo eterico, verso ogni oggetto che si possiede. Quando si ascende, ad un certo punto, tali attaccamenti devono essere liberati, oppure si produrrà una perdita di energia, che non sarà più sufficiente per spingervi a vibrazioni più elevate. La soluzione è di rinunciare all'oggetto e quindi liberarsi dall'attaccamento. Ci sono stati degli iniziati che hanno creduto di poter modificare il loro flusso di energia, senza liberarsi di alcun oggetto. Comunque, nell'esperienza dei nostri canali (insieme con tutti gli affiliati della loro organizzazione, che hanno raggiunto lo stato di Bodhisattva), questo è stato molto difficile da ottenersi. La maggior parte di quelli che hanno conseguito Bodhisattva, nei passati dodici mesi, hanno anche scoperto, ad un certo punto, di doversi liberare degli oggetti del piano fisico, ai quali erano attaccati, per procedere ulteriormente. Per molti, tale rilascio è avvenuto di pari passo con un cambiamento di vita, o con nuove relazioni, oppure spostarsi a vivere in altre regioni del mondo, che meglio supportano la loro evoluzione. L'attaccamento può riguardare il posto in cui si vive. A causa della densità di certe regioni altamente popolate della Terra, si può arrivare ad un punto in cui si deve andare in una regione meno densa. Tale movimento porterà naturalmente a perdere i possedimenti accumulati. Dopo tale rilascio, seguirà un gran senso di liberazione. In alcuni casi, si  è visto che alcuni hanno sentito le loro proprietà come un peso energetico troppo grande da poterlo sopportare, producendo stanchezza e un desiderio di liberarsene. Il nuovo senso di liberazione che ne consegue, è più importante delle proprietà perdute. E' l'arroganza dell'accaparramento che impedisce di liberarsi dai legami che non servono più l'anima o il processo di ascensione. La co-creazione è un atto nel quale le anime proiettano la visione di quello che desiderano, come manifestazione necessaria all'esperienza di vita. Le difficoltà stanno nel determinare quali visioni vengono dall'anima e quali vengono dalle molte altre entità che possono co/dirigere la personalità, l'ego e l'ego negativo. I canali telepatici, agiscono proprio come una radio o la televisione. Le visioni arrivano attraverso molti canali. Si deve imparare a centrare quei canali dove comunica l'anima, escludendo tutti gli altri. L'anima comunica alle vibrazioni più alte possibili. Quando si impara a raggiungere le visioni più elevate, si impara a distinguere tra quelle basate sull'ego e quelle autentiche dello spirito. L'Arroganza dell'Accaparramento è in relazione al Kumara dell'avidità, che porta spesso visioni di fama, ricchezza o amore dipendente, o che farà scegliere attività come il gioco d'azzardo, o investimenti ad alto rischio. Quando si fanno dei patti con il Kumara dell'avidità per la ricchezza, fama e fortuna o amore, si creano contratti di natura karmica che richiederanno una futura vita tridimensionale per sanarsi. Se si sta ascendendo, si deve rilasciare tutto il karma tridimensionale, e tali accordi  preverranno l'ascensione.
Un altro esempio dell'arroganza può essere visto in quelli che credono di meritare di avere meno di quello che necessitano. Tale forma pensiero richiede la povertà per conseguire mete spirituali, che non richiede né povertà né ricchezza, ma un assoluto bilanciamento tra dare e ricevere. Se ci si priva del nutrimento necessario, allora il processo di ascensione può essere limitato o fermato. Appena si trascende la privazione, si imparerà a dare a sé stessi tutto quello di cui si ha bisogno e che determina la sua anima, come requisito necessario per il suo sentiero di ascensione, e che porta ad uno stato di appagamento.
Un'altra forma di privazione sono le "diete", dove gli iniziati si privano del cibo che vorrebbero consumare. Nell'ascensione, si può ingrassare per sostenere il balzo in avanti delle vibrazioni. Tale aumento di peso è correlato direttamente all'HGH (Ormone Umano della Crescita) che nell'ascensione è attivo, e che produce la "fame", che porta un aumento di peso corporeo. La preoccupazione di rimanere snelli può essere un ostacolo. Se un iniziato desidera rimanere magro e morire di fame attraverso le diete, non assorbirà le calorie necessarie per sostenere l'ascensione. Per quelli che mangiano troppo e sono obesi, il processo di ascensione porterà un senso interiore di riempimento, che non richiederà più a lungo di sostenersi più del necessario, quindi ridurranno da soli l'eccesso di peso. L'impronta originale umana è di taglia media, che è più grande di quello che oggi si crede sia "normale". Bisogna imparare ad accettarsi incondizionatamente. Si rilasciano completamente i contratti con il Kumara dell'avidità (o ingordigia), tramite la vibrazione dell’Abbondanza, che è uno stato di essere nel quale dare e ricevere si equilibrano. Questo bilanciamento si rifletterà in tutti i settori della propria vita, anche in quello di mangiare solo il necessario. Il dono che arriva da questo conseguimento è la Magia. La magia è la "manifestazione istantanea" dei propri desideri. Dare e ricevere è come il flusso delle onde. Si deve imparare che, quando si riceve qualcosa (come vestiti, minerali, oppure oggetti), bisogna dare qualcosa in cambio.

6. L'ARROGANZA DI VEDERE TUTTO


L’Arroganza di vedere tutto è collegata al sesto raggio giallo del sesto chakra che ha a che fare con la paura di vedere troppo e di mettere quindi la maschera o, all’estremo opposto, di osservare tutto incessantemente. Questo fa credere che non ci sia niente aldilà di quello che uno vede, e la consapevolezza di sapere tutto. Con questo credo, non c'è posto per una visione migliore di sé stessi o di chiunque altro, e non c'è modo di correggerla con una visione più ampia di sé stessi. Vedere non deve essere confuso con la chiaroveggenza. La chiaroveggenza è la capacità di tradurre le immagini dell'anima, in una lingua comprensibile per la mente. La chiaroveggenza è fatta di immagini impregnate con emozioni. La visione è unita alla percezione della propria verità. Molte verità fisiche sono velate da forme/pensiero tridimensionali, che rappresentano la realtà comune percepita. La realtà comune è definita dalla creazione/percezione da parte di tutti gli occupanti, delle forme pensiero globali, che queste definiscono la realtà. Tale realtà di consenso è quella che fa credere che l'oceano è blu scuro, e il cielo è azzurro e così via. Altri esempi di realtà di consenso, sono di creazione e distruzione, pace e guerra, amore e odio, e così via. Quando si avanza con l'ascensione e si abbandonano queste credenze, cominciano ad entrare concetti di amore incondizionato e unità di coscienza, come nuove forme/pensiero. Le percezioni comuni di realtà di consenso, sono diventate genetiche. Ecco perché c'è bisogno di alterare la genetica: per costruire nuove forme pensiero basate sull'unità di coscienza. La visione permette di vedere al di là della realtà di consenso del paradigma umano, al di là della forma pensiero di polarità. La visione ha anche a che fare col riconoscere i modelli distruttivi interiori. Quando si crede di "vedere tutto", cessa l'evoluzione. La "visione interiore" è un requisito necessario per tutti quelli che vogliono ascendere. Si deve anche comprendere che tutti i modelli dannosi relativi, fanno parte del proprio codice genetico, e non ci sono modelli ai quali si è particolarmente immuni. E' soltanto attraverso la volontà di guardare onestamente a tutti i modelli interiori, che si potrà integrare pienamente il proprio lato oscuro inconscio. L’arroganza di vedere tutto è legato al Kumara della Sofferenza. La vibrazione dell'Armonia trasmuta questo Kumana. L'Armonia interiore è un modo di essere che installa uno stato di "accettazione" incondizionata, incluso il proprio lato ombra. Si ottiene l'umiltà, che fa riconoscere che ci sono molte cose che non si comprendono, e che ogni parte di sé stessi, vede una parte della verità. L'IO SONO vede una verità più grande del Sè, ed il SuperIo vede più dei molti IO SONO che lo comprendono. Dio/Dea/Tutto Ciò Che E', vede la visione globale.

7. L'ARROGANZA DI SAPERE TUTTO




L’arroganza di sapere tutto è collegata al settimo raggio di color viola del settimo chakra. Quelli che soffrono di questa arroganza la esprimono in una delle due polarità: una è di credere che già si conosce tutto, e quindi non c'è spazio per crescere ulteriormente. L'altra è credere che altri conoscono di più di sé stessi, e ci si subordina ad un'altra verità. Bisogna vivere la propria verità, a dispetto delle verità altrui, siano esse di amici, membri familiari o altri. Nel paradigma umano, la verità è stata mischiata nella genetica tra membri familiari. Si può scoprire di voler diventare "dottore", solamente perché questa era la volontà di un genitore, e si è ereditata solo la predisposizione genetica, non la propria volontà, per soddisfare verità altrui. Le comunicazioni tra l'anima e il corpo avvengono solo attraverso la Gioia. L'anima sceglierà sempre una forma che è sintonizzata con gli sforzi che desidera manifestare. Questo è semplicemente perché, se il corpo non è in uno stato di gioia, l'anima non può accedere nel corpo. Così, nel precedente caso del dottore, se guarire gli altri porta gioia, un'anima che desidera dare guarigione sceglierà il corpo del dottore. Se, invece, il dottore odia la professione, il processo di ascensione permetterà al dottore di liberarsi dei suoi accordi per quella occupazione, trasmessa geneticamente, e svolgerà altre occupazioni che gli daranno gioia. Se si è gioiosi, l'anima potrà manifesterà la volontà di Dio sulla Terra. Vivere la propria verità, nel processo di ascensione, significa riconoscere tutte le false verità altrui. Qualche volta, si potrà scoprire, dopo 20 anni di matrimonio, di non amare la propria sposa e la si lascerà, o si scoprirà, dopo tanti anni, che il lavoro non soddisfa, e si abbandonerà. E così tutte le altre cose che non soddisfano più interiormente la propria vita. Abbiamo visto molti iniziati conseguire lo stato di Bodhisattva e lasciare tutto improvvisamente e andare a vivere nelle isole tropicali. Questo è avvenuto perché non sentivano più la gioia. L'Ascensione significa liberarsi di tutti i modelli che ci fanno soffrire e andare verso stati di gioia e di abbondanza. Questa è la verità dell'anima. Lo è sempre stata. L’arroganza di sapere tutto è legata al Kumara della Morte. E' la paura della morte che stimola la ricerca della conoscenza, per trascenderla, per evolvere, o ascendere, o cercare un guru. Affidarsi ad un guru presuppone che il guru abbia una conoscenza superiore. Il guru può cadere nella trappola di pensare di essere superiore e cessare di evolvere. Mentre, invece, i discepoli, si subordinano alle verità del Guru, cessando così, anch'essi, di evolvere. Questo modello porta alla morte, sia del guru che dei discepoli. La verità viene dall'interno di ogni essere, ed è unica. Solamente all'interno di sé stessi si può determinare una verità. L'ascensione porta questa comprensione. Si deve imparare a vivere la propria vita secondo la propria consapevolezza, senza interferenze esterne, secondo i desideri della propria anima, insieme a quelli di Dio/Dea Tutto Ciò Che E. Quindi, non si cercheranno più insegnanti, ma si diventerà maestri di sé stessi.
La vibrazione della Compassione dissolve il Kumara della Morte e si trascende l'arroganza del Sapere. Nella compassione, si cessa di credere alle cose esteriori, ma si crede soltanto in sé stessi. Con la compassione si accoglie tutta la creazione, su tutti i piani di realtà. Tale stato verrà conseguito con la comprensione che è l'anima che crea la vita nella forma fisica, e si deve accettare la sua guida spirituale e le sue conoscenze. Il dono che si ottiene è l'illimitata conoscenza e sovranità. Non ci sarà più bisogno di cercare queste informazioni all'esterno, ma troveranno risposta dalla propria presenza IO SONO e SuperIO. Questi provvederanno, con i loro archivi, a dare le necessarie informazioni.

martedì 22 aprile 2014

Filosofia Zen




Rimane aperta la grande questione se lo zen è una religione o una filosofia.
La più bella immagine è quella che paragona lo zen ad una farfalla, posatasi sul ramo del buddismo. Questa farfalla in realtà non dipende dal buddismo, ma vive di vita propria. In fondo è la stessa farfalla che, posatasi sul ramo dell’islamismo ha dato vita al sufismo, su quello dell’ebraismo è diventata chassidismo e, sul ramo del cristianesimo, mistica cristiana.
Lo zen non è una religione proprio perché non si serve di dottrine, né di libri sacri, gli strumenti normali di cui si servono le religioni. Proprio perché si tratta solo di strumenti – e troppo spesso succede che i mezzi vengano confusi con il fine – se le scritture e le dottrine diventano il dito che indica la luna, colui che vuole raggiungere il fine dello zen concentra tutti i suoi sforzi sulla luna stessa, e non più sul dito.
La religione, la devozione è considerata dallo zen come “una zattera – disse in una parabola il Budda – che aiuta ad attraversare il fiume della vita. Ma è stolto chi si porta sulle spalle la zattera, una volta raggiunta la terraferma”. Non c’è bisogno di mezzi, poiché è indispensabile solo mirare ad un’introspezione diretta del cuore dell’uomo, e tutto ciò che sta tra l’uomo e la sua esperienza immediata è una barriera da eliminare.
Daltronde lo zen non è solo filosofia, giacché non è più solo buddismo ma si è trasformato in qualche cosa di diverso. E spesso anche la filosofia dimentica che, nel momento stesso in cui scrive, spiega e codifica se stessa, essa già perde molto del valore che le è proprio per definizione; poiché non è, in genere, capace di tradurre in realtà i suoi concetti.
Lo zen, al contrario, è una filosofia viva, è un atteggiamento verso la vita e, nello stesso tempo, una via verso l’autorealizzazione.
Non può essere racchiuso in una definizione, così come un fiume non può essere racchiuso in un bicchiere. Come un fiume è la vita stessa, e la sua verità va cercata e trovata – e può essere trovata – solo nel fluire della vita quotidiana, di noi stessi e di ogni altro essere che, con noi, scorre nel grande fiume della vita. Lo zen spesso è difficile da capire perché è troppo ovvio: “non sapendo quanto sia vicina la verità, gli uomini la cercano lontano, come chi nuota nell’acqua – dice un detto zen – e avendo sete chiede da bere”.Non sono un monaco Zen, né lo diventerò mai. Tuttavia, il modo in cui i monaci Zen conducono la loro esistenza costituisce per me un’importante fonte di ispirazione: la semplicità delle loro vite, la concentrazione e la consapevolezza di ogni singolo gesto, la calma e la pace che infondono, tutto questo esercita su di me una forte influenza.Probabilmente neppure tu aspiri a diventare un monaco Zen, eppure puoi provare a vivere la tua esistenza in modo più simile a loro, seguendo alcune semplice regole.Ti starai chiedendo “Ma perché mai dovrei vivere in modo più simile ad un monaco Zen?”. La risposta la trovi intorno a te: chi di noi non ha bisogno nella propria vita di un po’ più di tranquillità, concentrazione, serenità e consapevolezza? 

“Sorridi, respira e agisci con calma” Thich Nhat Hanh

Non sono certo un maestro Zen, ma mi sono reso conto che alcuni princìpi propri dello Zen possono essere applicati con effetti benefici ad ogni esistenza, indipendentemente dal credo religioso o dallo standard di vita di ciascuno di noi.

“Lo Zen non è una forma di esaltazione, ma è la concentrazione nelle nostre attività quotidiane”. Shunryu Suzuki

Fai una cosa per volta

Questa regola è uno dei princìpi cardini della mia filosofia di vita, così come è parte della vita di un monaco Zen. No al multi-tasking, fai una cosa per volta. Si tratta di una regola semplice, banale, ma che quasi mai mettiamo in pratica, specializzati come siamo nell’adoperarci contemporanemente in molteplici attività allo stesso tempo. Chi di noi non ha mai mangiato un panino di fronte al computer mentre era al telefono e intanto cercava di captare la conversazione di due colleghi vicini? 

Prova ad agire diversamente. Fai una cosa per volta, abbandona il multi-tasking. Se stai lavando i piatti, semplicemente lava i piatti. Se stai mangiando, mangia e basta. Se stai facendo il bagno, concentrati solo su quello. Non cercare di fare altro mentre svolgi ciascuna singola attività. Come recita un proverbio Zen: “Quando cammini, cammina. Quando mangi, mangia”

Falla lentamente e con concentrazione

Anche se sai svolgere un’attività per volta, forse spesso lo fai con troppa fretta, di corsa. Invece, prova a prenderti il tuo tempo, e agisci lentamente. Compi le tue azioni in modo deliberato, concentrato, consapevole, non di fretta o a caso. Acquisire questa abitudine richiede pratica, ma aiuta a focalizzarti sull’obiettivo e sulla realizzazione della singola attività.

Portala a compimento

Concentrati in modo esclusivo sull’attività che stai svolgendo, si tratti anche della più banale, come fare le parole crociate. Non passare all’attività successiva fino a quando non hai completato quella precedente. Se ti prepari un sandwich, non iniziare a mangiarlo fin quando non hai riposto ciò che hai utilizzato per prepararlo, lavato le posate e i piatti e pulito il lavandino. Ora che hai concluso tutto il resto, addenta pure il tuo sandwich, puoi concentrarti solo sul tuo panino e sarà ancora più gustoso.

Fai di meno

Un monaco Zen non conduce un’esistenza pigra. Si sveglia presto ed ha una giornata piena di lavoro. Tuttavia, ciò non significa che egli abbia un elenco infinito di attività da portare a termine. Al contrario, ogni giorno si occupa solo di alcune cose, non di più. Se fai di meno, puoi svolgere ciascun compito con più tranquillità, con più concentrazione e riuscendo a portarlo a termine. 

Se riempi le tue giornate di una serie eccessiva di singole attività, non farai altro che correre dall’una all’altra senza mai fermarti a pensare a cosa stai davvero facendo in quel momento. Farai ogni cosa in fretta, con meno concentrazione e con molta superficialità.

Programma degli intervalli tra ogni attività

Questo suggerimento è connesso alla regola “Fai di meno”ed è in stretta relazione con il modo in cui programmi la tua giornata: collocando degli intervalli tra le diverse attività che ti sei prefisso di svolgere, ti sarà più agevole portarle a termine. 

Nella tua lista di impegni non prevedere attività dai ritmi serrati e rigidi – lascia sempre degli spazi vuoti. Ciò ti consentirà di avere un programma più rilassato e di lasciarti del tempo nel caso in cui un impegno ti occupi più del previsto.

Crea dei rituali

I monaci Zen seguono dei precisi rituali per numerose attività che svolgono quotidianamente, dalla consumazione di un pasto alla meditazione. Il rituale attribuisce un senso di sacralità e di intima rilevanza a ciò che eseguiamo, significa che intendiamo svolgere quella attività in modo corretto e puntuale, senza superficialità. 

Non c’è necessita di imparare specifici rituali Zen, puoi creare da solo quelli che preferisci e che più ti aiutano a riconoscere importanza a ciò che stai compiendo – inventati un rituale per salutare il nuovo giorno, per mangiare, per cucinare, per iniziare il lavoro o l’allenamento, per andare a dormire. Provaci, potrà essere anche divertente.

Stabilisci dei momenti precisi per alcune attività


Ci sono alcuni momenti nella giornata di un monaco Zen dedicate ad attività specifiche. Degli orari precisi per lavarsi, per lavorare, per pulire, per mangiare. Se riconosciamo che alcune attività sono per noi così importanti da dover essere svolte con regolarità, allora la soluzione migliore è quella di dedicarvi degli orari prestabiliti nel corso della giornata. Ciò ci garantirà che quelle attività verranno realizzate. Vuoi iniziare a meditare? Determina un orario della giornata in cui farlo, magari al mattino, e agisci in coerenza con quanto stabilito.

Dedica del tempo alla meditazione

Nella vita di un monaco Zen, la meditazione è una delle attività più importanti della giornata. La meditazione ti consente di imparare ad essere presente nel momento, qui ed ora. Prova a dedicare alcuni minuti della giornata alla meditazione, provando semplicemente a stare seduto in silenzio concentrandoti sul respiro. Fanne una pratica quotidiana, ti aiuterà.

Sorridi e servi il prossimo

I monaci Zen spendono parte della loro giornata per dedicarsi al servizio del prossimo, si tratti di altri monaci all’interno del monastero o di persone esterne. Ciò insegna loro l’umiltà, assicura che le loro esistenze non siano chiuse, egoiste, ma dedicate al prossimo. Prova a fare lo stesso ogni giorno non solo con chi ti è vicino, ma anche nei confronti di chi conosci meno. Ugualmente, regalare un sorriso ed essere gentile verso il prossimo può essere assai efficace per migliorare l’esistenza di chi ti circonda.

Rifletti su ciò che è davvero necessario

Ben poco nella vita di un monaco Zen è necessario. Non possiede un armadio pieno di abiti e scarpe all’ultima moda. Non possiede gli ultimi ritrovati tecnologici, non ha l’auto, l’Ipod o il televisore al plasma. Possiede degli abiti semplici ed umili, un tetto sopra la testa, utensili di base, e si ciba delle pietanze meno elaborate (riso, verdure e poco altro). 

Ora, non ti sto certo suggerendo di vivere come un monaco Zen. Tuttavia quanto detto potrebbe consentirci di riflettere sul fatto che molto di quello che possediamo non è in realta necessario, è superfluo. Ciò può aiutarci a meglio identificare cosa per noi è davvero necessario, quello di cui abbiamo davvero bisogno.

Vivi in semplicità

Il corollario del suggerimento precedente sta nel fatto che se qualcosa non è veramente necessaria, probabilmente puoi farne a meno, puoi stare benissimo senza. Dunque, vivere in semplicità significa liberarti di tutto ciò che per te non è davvero necessario ed essenziale, per fare spazio a ciò che davvero conta per te. 

Ora, il concetto di necessario ed essenziale differisce da individuo ad individuo. Per me l’essenziale e necessario sono la mia famiglia, i miei amici, scrivere, leggere, fare sport e viaggiare. Per altri può essere lo yoga o la fotografia o il volontariato, dipende dalle diverse inclinazioni. Non c’è regola al riguardo – l’unico suggerimento è capire cosa è davvero importante e necessario nella tua vita per eliminare tutto quanto non è essenziale. Avrai più tempo per ciò che per te conta davvero


                                     Pensieri Zen.

Il Maestro apre la porta , ma sei tu che devi entrare.

Se leggo ricordo,
se vedo capisco,
se provo imparo

Bada a quello che dici, e qualunque cosa tu dica, mettila in pratica.

Quando si presenta un’occasione non lasciartela scappare,
ma prima di agire pensaci due volte.

Non rimpiangere il passato. Guarda al futuro.

Anche da solo in una stanza buia
comportati come se avessi di fronte un nobile ospite.

Abbi l’atteggiamento intrepido di un eroe e il cuore tenero di un bambino.

Una persona può sembrare sciocca e tuttavia non esserlo.
Può darsi che stia solo proteggendo con cura il suo discernimento.

Le virtù sono i frutti dell’autodisciplina
e non cadono dal cielo da sole come la pioggia o la neve.

La modestia è il fondamento di tutte le virtù.
Lascia che i tuoi vicini ti scoprano prima che tu ti sia rivelato.

Esprimi i tuoi sentimenti, ma non diventare più espansivo
di quanto la tua vera natura ti detti.

Quando assisti alla buona azione di un altro, esortati a seguire il suo esempio.
 Nell’aver notizia dell’errore di un altro, raccomandati di non imitarlo.

Critica te stesso, non criticare mai gli altri.
Non discutere di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato.

Non cercare di seguire le orme dei saggi.
Cerca ciò che essi cercavano

Vivi con un fine e lascia i risultati alla grande legge dell’universo.
Trascorri ogni giorno in serena contemplazione.

Un sasso rotola dalla collina senza conoscere la sua traiettoria.

Quando si è in un pasticcio tanto vale goderne il sapore.

I tuoi unici limiti sono quelli che crei nella mente
 o che ti lasci imporre dagli altri.

Mantenere il centro.
Essere d'esempio

Se il tuo lume brilla più degli altri siine felice,
ma non spegnere mai il lume degli altri per far brillare il tuo.


 

Liberarsi dal Peso del Passato e dall'Ansia del Futuro: Il Potere di Adesso (Freeing Yourself from Past and Future: The Power of Now)

   Liberarsi dal Peso del Passato e dall'Ansia del Futuro: Il Potere di Adesso (Freeing Yourself from Past and Future: The Power of Now)...