comprendere il potere.
Quando, tanti anni fa, intervenni nella discussione sul pensiero debole, Enrico Filippini scrisse su la Repubblica che dovevo essere un frequentatore dei palazzi Fiat e dei circoli Agnelli. Era una misera circostanza di fatto e l’affermazione di Filippini era falsa, ma falsa soltanto di fatto. A Torino, iscritto d’ufficio nel neoilluminismo, anche se non vi avevo mai contribuito attivamente, autore di un libro che non piaceva a Bobbio, sempre osteggiato dagli spiritualisti locali, che cosa potevo essere se non un intellettuale funzionale (come si diceva allora) alla Fiat, oggettivamente (un’altra parola sempre di moda) al suo servizio? Se le cose di fatto non stavano così era colpa mia, ché non capivo che cosa mi accadeva né sapevo trarre partito da ciò che facevo. Ricordo spesso questa piccola cosa, quando mi capita di scrivere o di parlare della filosofia italiana di quegli anni, non perché essa sia importante, ma perché è un piccolo indizio di un’atmosfera e di una mentalità: si...