Mi chiamo Simone e ho creato questo spazio per chiunque senta che è arrivato il momento di riprendere in mano il timone della propria vita. Attraverso l'alchimia spirituale, lo shadow work e le leggi universali, esploreremo insieme come trasformare la nostra realtà interiore per comandare quella esteriore. Benvenuti nel mio laboratorio per l'anima.
mercoledì 29 marzo 2023
giovedì 6 gennaio 2022
Patanjali Yoga Sutra
Parte 1 - Samadhi: sulle Contemplazioni e Unione
1.1. Ora verrà esposta la disciplina dell’Unione (Yoga). 1.2. Unione è frenare i naturali flussi di pensiero della mente. 1.3. Così il testimone dimora nella sua propria natura. 1.4. In caso contrario, egli si identifica con i flussi di pensiero. 1.5. I flussi di pensiero sono cinque. Possono essere dolorosi o non dolorosi. 1.6. Essi sono: giusta conoscenza, falso sapere, immaginazione, sonno e memoria. 1.7. La giusta conoscenza è la deduzione, la tradizione e la conoscenza genuina. 1.8. Il falso sapere è illusorio, sono credenze o nozioni erronee. 1.9. Immaginazione è un'attività mentale evocata da parole, priva di fondamento. 1.10. Il sonno profondo è la modificazione della mente fondata sull'assenza di ogni contenuto. 1.11. La memoria non permette alle impressioni mentali di fuggire. 1.12. Questi flussi di pensiero sono controllati con la pratica ed il non-attaccamento. 4 1.13. La pratica è lo sforzo per garantire la stabilità. 1.14. La pratica diventa una realtà acquisita solo dopo un lungo esercizio, ininterrotto e compiuto con devozione reverente. 1.15. La mancanza di desiderio verso il visibile e l'invisibile dà la coscienza del controllo. 1.16. Questo è rappresentato da una indifferenza verso i tre attributi, grazie alla conoscenza del Sé Supremo interiore. 1.17. La meditazione cognitiva è accompagnata dal ragionamento, dalla discriminazione, dalla beatitudine e da un senso di "Io sono", di puro essere. 1.18. C'è un'altra meditazione che si ottiene con la pratica della sospensione mentale consapevole fino a quando non rimangono solo le impressioni sottili. 1.19. Per quegli esseri che sono senza forma e per gli esseri che vengono uniti nella coscienza unificante della natura, il mondo è la causa. 1.20. Per altri, la chiarezza è preceduta dalla fede, dall'energia, dalla memoria e da una contemplazione con mente calma. 1.21. La contemplazione con mente calma è più vicina a coloro il cui desiderio è più ardente. 1.22. Vi è ulteriore distinzione a seconda dell’intensità dei mezzi impiegati. 5 1.23. La realizzazione può essere ottenuta anche mediante l’abbandono a Dio. 1.24. Dio è il Sé Supremo interiore e universale, non toccato dalle afflizioni, dalle azioni, dalle impressioni e dalle loro conseguenze. 1.25. In Dio, il seme dell’onniscienza è insuperabile. 1.26. Non essendo condizionato dal tempo, Dio è il maestro anche degli antichi. 1.27. La voce di Dio è l’Om. 1.28. La ripetizione dell’Om dovrebbe essere fatta con la comprensione del suo significato. 1.29. Dalla ripetizione e dalla meditazione sull'Om si ottiene anche l'introspezione e la scomparsa degli ostacoli. 1.30. Malattia, apatia, dubbio, la mancanza di entusiasmo, la pigrizia, la sensualità, la mente vaga, il non voler capire, l'instabilità - queste distrazioni della mente sono gli ostacoli. 1.31. Dolore, disperazione, nervosismo, e irregolarità del respiro sono co-esistenti con questi ostacoli. 1.32. Per rimuovere questi ostacoli deve essere praticata costantemente una sola verità, un unico principio. 1.33. Coltivando amicizia verso la felicità e la compassione verso la miseria, gioia verso la virtù e l'indifferenza verso il vizio, la mente diviene pura. 6 1.34. In alternativa, la serenità mentale può anche essere ottenuta attraverso il controllo del respiro (prana). 1.35. O con attività dei sensi superiori che causano stabilità mentale. 1.36. Oppure meditando sullo stato di Luce senza dolore. 1.37. Oppure prendendo come oggetto di meditazione un essere che abbia conseguito il distacco dai desideri. 1.38. Oppure meditando sulla conoscenza dei sogni e il sonno. 1.39. Oppure con la meditazione su una qualsiasi cosa a piacere. 1.40. In questo modo si acquisterà padronanza nell’Unione (Yoga), dalla più piccola particella atomica al più grande infinito. 1.41. Quando le agitazioni della mente sono sotto controllo, la mente diventa come un cristallo trasparente, e ha il potere di diventare qualsiasi forma gli si presenta. Conoscitore, atto del conoscere, o di ciò che è conosciuto. 1.42. La condizione argomentativa è una mescolanza confusa della parola, del suo significato proprio, e della conoscenza. 1.43. Quando la memoria viene purificata e la mente risplende come solo oggetto, viene chiamata nonargomentativa. 7 1.44. Le spiegazioni fatte per queste condizioni, chiariscono anche i livelli di condizione più elevati, il meditativo e l'ultra-meditativo, ma in questi stati gli oggetti di meditazione sono di gran lunga più sottili. 1.45. La regione connessa con questi oggetti più sottili termina con la materia pura che non ha alcun schema o segno distintivo. 1.46. Queste contemplazioni frutto della meditazione su un oggetto sono dette con seme, e non danno libertà dal ciclo della rinascita. 1.47. Sul raggiungere la purezza dello stato ultrameditativo si ha il sorgere del puro flusso di coscienza spirituale. 1.48. In ciò si ha la facoltà della saggezza suprema. 1.49. La saggezza ottenuta negli stati superiori di coscienza è diversa da quella ottenuta per deduzione e testimonianza in quanto si riferisce ad una conoscenza diretta, libera dall'utilizzo dei sensi. 1.50. Le percezioni che si conseguono negli stati superiori di coscienza trascendono tutte le percezioni del modello abituale di pensiero. 1.51. Con la soppressione di questo controllo su tutte le altre forme di controllo attraverso la sospensione di tutte le modifiche della mente, la contemplazione senza seme è raggiunta e con essa si è liberi dalla vita e dalla morte.
Parte 2 - Sadhana: sulle Discipline Spirituali
2.1. L'austerità, lo studio dei testi sacri, e l’offerta dell'azione a Dio costituisce la disciplina dell'Unione Mistica. 2.2. Questa disciplina è praticata al fine di acquisire fissità della mente sul Signore, libero da tutte le impurità e le agitazioni, o sulla propria Realtà, e per attenuare le afflizioni. 2.3. Le cinque afflizioni sono l'ignoranza, l'egoismo, l’attaccamento, l’avversione, e il desiderio di aggrapparsi alla vita. 2.4. L'ignoranza è il terreno di coltura per tutte le altre, siano esse dormienti o attenuate, in parte superate o pienamente operative. 2.5. L'ignoranza è prendere il non-eterno per eterno, l'impuro per puro, il male per bene e il non-sé per il Sé. 2.6. L'egoismo è l'identificazione di colui che sa con gli strumenti della conoscenza. 2.7. L'attaccamento è quel modello magnetico che attrae verso il piacere e preme una persona verso tale esperienza. 2.8. L'avversione è quel modello magnetico che attrae verso la miseria e preme una persona verso tale esperienza. 2.9. Fluente dalla sua propria energia, con sede sia nei saggi che negli stolti, è il desiderio senza fine per la vita. 9 2.10. Questi modelli se sottili possono essere rimossi attraverso lo sviluppo dei loro contrari. 2.11. Le loro sofferenze attive sono distrutte dalla meditazione. 2.12. Le impressioni delle azioni hanno le loro radici nelle sofferenze e nascono come esperienza nel presente e nelle nascite future. 2.13. Quando la radice esiste, il suo frutto è la nascita, la vita e l'esperienza. 2.14. Si ha il piacere o il dolore come frutto, a seconda che la causa sia virtù o vizio. 2.15. Tutto è sofferenza per il saggio a causa dei dolori del cambiamento, dell’ansia, e degli atti di purificazione. 2.16. Il dolore che non è ancora giunto può essere evitato. 2.17. La causa dell’evitabile è la sovrapposizione del mondo esterno sul mondo invisibile. 2.18. Il mondo esperito è costituito dagli elementi e dai sensi in azione. Ha come natura la cognizione, l’attività ed il riposo, ed ha come scopo l'esperienza e la realizzazione. 2.19. Gli stadi degli attributi che effettuano il mondo esperito sono il definito e l'indefinito, il differenziato e l'indifferenziato. 10 2.20. L'Abitante Interiore è solo pura coscienza, che, sebbene pura, vede attraverso la mente ed è identificata dall’ego essendo solo la mente. 2.21. L'esistenza stessa della cosa vista è in funzione di colui che vede. 2.22. Anche se la Creazione è percepita come non reale per colui che ha raggiunto l'obiettivo, è ancora vero che la Creazione rimane l’esperienza comune per gli altri. 2.23. L'associazione di colui che vede con la Creazione è per il distinto riconoscimento del mondo oggettivo, così come per il riconoscimento della natura specifica di colui che vede. 2.24. La causa di questa associazione è l'ignoranza. 2.25. La Liberazione del veggente è il risultato della dissociazione di colui che vede con la cosa vista, con la scomparsa dell'ignoranza. 2.26. La pratica costante della discriminazione è il mezzo per raggiungere la liberazione. 2.27. La saggezza costante si manifesta in sette tappe. 2.28. Alla distruzione delle impurità attraverso la pratica costante delle varie parti dell'Unione (Yoga), la luce della conoscenza rivela la facoltà di discriminazione. 2.29. Le otto parti dell'Unione (Yoga) sono: autocontrollo (yama), osservanze (niyama), postura (asana), controllo del respiro (pranayama), astrazione 11 (pratyahara), concentrazione (dharana), meditazione (dhyana), realizzazione (samadhi). 2.30. L'autocontrollo nelle azioni (yama) comprende astensione dalla violenza (ahimsa), dalla falsità (satya), dal rubare (asteya), da impegni sessuali (brahmacharya), e dalla accettazione di doni (aparigraha). 2.31. Queste cinque astensioni non sono limitati da rango, luogo, tempo o circostanza e costituiscono il Grande Voto. 2.32. Le osservanze fisse (niyama) sono: pulizia, appagamento, austerità, studio e devozione perseverante a Dio. 2.33. Quando la mente è disturbata da pensieri impropri, si deve meditare sui loro opposti. 2.34. Pensieri ed emozioni impropri come la violenza, che sia fatta, provocata a fare, o addirittura approvata, anzi, ogni pensiero originato da desiderio, rabbia o delusione, che sia moderato, medio o intenso provoca dolore e miseria senza fine. Superare tali distrazioni, meditando sugli opposti. 2.35. Quando uno è fermamente stabile nella nonviolenza, l'ostilità cessa alla sua presenza. 2.36. Quando uno è fermamente stabile nel dire la verità, i frutti dell'azione diventano sottomessi a lui. 2.37. Quando si è fermamente stabile nell'onestà, le ricchezze si presentano da sole. 12 2.38. Quando si è fermamente stabile nella continenza sessuale, si ottiene forza spirituale. 2.39. Quando si è fermamente stabile nella non possessività, si ottiene la conoscenza dei "come" e "perché" dell'esistenza. 2.40. Dalla purezza segue il disincanto sul proprio corpo così come la cessazione del desiderio di contatto fisico con gli altri. 2.41. Come risultato dell’appagamento c'è purezza di mente, concentrazione, controllo dei sensi, e capacità di realizzare il Sé. 2.42. Con l'appagamento si raggiunge la felicità suprema. 2.43. Attraverso la santificazione e la rimozione delle impurità, sorgono poteri speciali del corpo e dei sensi. 2.44. Con lo studio del Sé si ottiene la comunione con il Signore nella forma più contemplata. 2.45. La realizzazione si sperimenta rendendo Dio il motivo di tutte le azioni. 2.46. Le posture (asana) devo essere stabili e comode. 2.47. Rilassandosi senza sforzo, soffermarsi mentalmente sull’infinito con attenzione assoluta. 2.48. Di conseguenza non vi è alcun disturbo dalle dualità. 13 2.49. Quando si ha realizzato questo, il passo successivo è il controllo del respiro cioè delle energie in entrata e in uscita. 2.50. Il respiro può essere esterno, interno o intermedio, regolato da tempo, luogo o numero, e di durata breve o lunga. 2.51. Il controllo del respiro che va oltre la sfera di esterno ed interno è il quarto livello, il vitale. 2.52. In questo modo, ciò che copre la luce viene distrutto. 2.53. Così la mente diventa adatta alla concentrazione. 2.54. Quando la mente mantiene la coscienza, non si confonde con i sensi, né con impressioni sensoriali, allora l’auto-consapevolezza fiorisce. 2.55. In questo modo si ha la completa la padronanza dei sensi.
Parte 3 - Vibhuti: sui Poteri Divini
3.1. La concentrazione (dharana) è la fermezza della mente. 3.2. Il mantenimento ininterrotto di tale capacità mentale è meditazione (dhyana). 3.3. Tale meditazione è realizzazione (samadhi) quando c'è solo coscienza dell'oggetto della meditazione e non della mente. 3.4. Questi tre (dharana, dhyana e samadhi) quando appaiono insieme, sono auto-controllo (samyama). 3.5. Padroneggiando tutto questo arriva la saggezza. 3.6. L'applicazione della padronanza è a vari stadi. 3.7. Questi tre (dharana, dhyana e samadhi) sono più efficaci delle astensioni. 3.8. Anche se sono esterni rispetto alla realizzazione senza seme. 3.9. L'aspetto significativo è l'unione della mente con il momento di assorbimento, quando il pensiero in uscita scompare e l'esperienza di assorbimento appare. 3.10. Dalla sublimazione di questa unione viene il tranquillo scorrere dell’ininterrotta cognizione unitaria. 3.11. La trasformazione contemplativa di questo è calma interiore, testimoniando l'ascesa e la distruzione della distrazione, nonché della concentrazione stessa. 15 3.12. La mente diventa concentrata in un solo punto quando il calo e l'aumento delle onde-pensiero sono esattamente simili. 3.13. In questo stato, si passa al di là dei cambiamenti di caratteristiche intrinseche, delle proprietà e delle modifiche condizionali dell'oggetto o del riconoscimento sensoriale. 3.14. L'oggetto è quello che conserva la caratteristica latente, la caratteristica attiva o la caratteristica non manifesta che stabilisce un'entità come specifica. 3.15. La successione di questi cambiamenti in tale entità è la causa della sua modifica. 3.16. Con l'autocontrollo di queste triplici modifiche (di proprietà, carattere e condizione), sorge la conoscenza del passato e del futuro. 3.17. Il suono di una parola, l'idea dietro la parola e l'oggetto che l'idea indica sono spesso prese come una cosa e possono essere erroneamente scambiate per un'altra. Con l'autocontrollo sulle loro differenze, sorge la comprensione di tutte le lingue di tutte le creature. 3.18. Con l'autocontrollo sulla percezione delle impressioni mentali sorge la conoscenza delle vite precedenti. 3.19. Con l'autocontrollo si può conoscere l'immagine presente nella mente altrui. 3.20. La percezione raggiunta attraverso l'autocontrollo non porta a conoscere i fattori mentali che sostengono 16 l'immagine nella mente degli altri, perché non è oggetto di autocontrollo. 3.21. Applicando l'autocontrollo alla forma del corpo in modo da interrompere il potere di ricezione, si spezza il contatto tra l'occhio di un osservatore e la luce prodotta dal corpo, e pertanto il corpo diventa invisibile. 3.22. Questo principio spiega anche la scomparsa del suono. 3.23. L'azione è di due tipi, dormiente e fruttuosa. Con l'autocontrollo su tale azione, si presagisce il momento della morte. 3.24. Eseguendo l'autocontrollo sulla amicizia, sorge la forza di concedere la gioia. 3.25. Con l’autocontrollo su qualsiasi tipo di forza, come quella dell'elefante, si ottiene quella stessa forza. 3.26. Con l’autocontrollo su ciò che è sottile, nascosto o distante lo yogi ne acquisisce una completa conoscenza. 3.27. Con l'autocontrollo sul Sole sorge la conoscenza delle specificità dello spazio. 3.28. Con l'autocontrollo sulla Luna sorge la conoscenza dei cieli. 3.29. Con autocontrollo sulla Stella Polare sorge la conoscenza delle orbite. 17 3.30. Dall'autocontrollo sull'ombelico sorge la conoscenza della costituzione del corpo. 3.31. Con l'autocontrollo sulla cavità della gola si soggioga la fame e la sete. 3.32. Con l'autocontrollo sul centro nervoso all'interno del torace si acquisisce immobilità assoluta. 3.33. Con l'autocontrollo sulla luce della corona dei capo si visualizzano gli esseri perfetti. 3.34. Vi è la conoscenza di ogni cosa dall’intuizione. 3.35. Praticando l’autocontrollo sul cuore, si ottiene la consapevolezza della natura della mente. 3.36. L'esperienza sorge a causa dell’incapacità di discernere gli attributi della vitalità dal Sé interiore, anche se sono effettivamente distinti tra loro. L'autocontrollo porta la vera conoscenza del Sé interiore. 3.37. Questa spontanea illuminazione è causa della percezione intuitiva dell'udito, tatto, vista, gusto e olfatto. 3.38. Per la mente rivolta verso l'esterno, gli organi sensoriali sono perfezioni, ma sono ostacoli alla realizzazione. 3.39. Quando i legami della mente causati dalle azioni sono stati allentati, si può entrare nel corpo di un altro essere dalla conoscenza di come funzionano le correnti di energia. 18 3.40. Con auto-controllo delle correnti di energia che utilizzano il soffio vitale, si può levitare, camminare sulle acque, paludi, spine, o simili. 3.41. Con auto-controllo sul mantenimento del respiro, si può irradiare luce. 3.42. Con l'autocontrollo sulla relazione tra l'organo dell'udito e l'etere, si guadagna un udito soprannaturale. 3.43. Con l'autocontrollo sulla relazione tra corpo e l'etere, e mantenendo al tempo stesso il pensiero della leggerezza del cotone, si è in grado di attraversare lo spazio. 3.44. Con l'autocontrollo sulla mente quando è separata dal corpo, lo stato conosciuto come il Grande Transcorporale (mahavideha), tutte le coperture vengono rimosse dalla Luce. 3.45. La padronanza sugli elementi sorge quando le loro forme grossolane e sottili, così come le loro caratteristiche essenziali, e le caratteristiche intrinseche e le esperienze che producono, sono esaminate nell’autocontrollo. 3.46. In tal modo si può diventare piccolo come un atomo, oltre ad avere molte altre abilità, come ad esempio la perfezione del corpo, e la non-resistenza al dovere. 3.47. La perfezione del corpo consiste nella bellezza, grazia, forza e nella compattezza adamantina. 19 3.48. Con auto-controllo sui cambiamenti che gli organi di senso sopportano quando si contattano gli oggetti, e sul potere del senso di identità, e sull'influenza degli attributi, e sull'esperienza che tutti questi producono, si ottiene la padronanza sui sensi. 3.49. Da questo proviene la prontezza di mente, l'indipendenza della percezione, e la padronanza sulla materia primordiale. 3.50. Per chi riconosce il rapporto distintivo tra vitalità e Abitante interiore sorge l’onnipotenza e l’onniscienza. 3.51. Anche per la distruzione del seme della schiavitù dalla mancanza di desiderio arriva l'assoluta indipendenza o liberazione. 3.52. Quando si è invitato da esseri invisibili non si deve essere né lusingato né soddisfatto, perché c'è ancora una possibilità di ignoranza che può sorgere. 3.53. Con l’autocontrollo sui singoli momenti e la loro successione vi è sapienza che proviene dalla consapevolezza. 3.54. Da qui nasce la capacità di distinguere tra oggetti simili che non possono essere distinti per classe, caratteristica o posizione. 3.55. L'intuizione, che è l'intera conoscenza discriminante, si riferisce a tutti gli oggetti in ogni momento, ed è senza successione. 3.56. La Liberazione si ottiene quando c'è eguale purezza tra la vitalità e il Sé interiore.
Parte 4 - Kaivalya: sulle Realizzazioni
4.1. I poteri psichici sorgono alla nascita, dalle droghe, dalla ripetizione di parole sacre, da atti purificatori o dalla meditazione. 4.2. La trasformazione in un altro stato avviene tramite flusso diretto della natura creativa. 4.3. La natura creativa non è mossa all'azione da una qualsiasi causa accidentale, ma per la rimozione degli ostacoli, come nel caso di un contadino che rimuove dai sassi il suo campo per fare in modo che l’acqua scorra liberamente. 4.4. Le menti che sono state create (dallo yogi) sorgono solo dall'egoismo. 4.5. Essendoci differenza di interessi, una mente è il direttore di molte menti. 4.6. Di queste, solo la mente nata dalla meditazione è libera dai desideri, dalle impressioni mentali. 4.7. Le azioni (karma) dello yogi non sono né buone né cattive, mentre quella di tutti gli altri uomini sono di tre tipi: pure, impure e miste. 4.8. Da esse si procede allo sviluppo delle tendenze che determinano la fruizione delle azioni. 4.9. A causa delle caratteristiche magnetiche di abituali schemi mentali e della memoria, il rapporto di causa ed effetto si aggrappa anche se ci può essere un cambiamento di realizzazione per classe, spazio e tempo. 21 4.10. Il desiderio di vivere è eterno, e le impressioni mentali inducendo un senso di identità sono eterne. 4.11. Essendo tenuti insieme da causa ed effetto, substrato e oggetto le tendenze stesse scompaiono alla dissoluzione di queste basi. 4.12. Il passato e il futuro esistono nell'oggetto stesso come forma ed espressione, la differenza sta nelle condizioni di proprietà. 4.13. Che siano manifesti o non manifesti essi sono della natura degli attributi o qualità (guna: satva, rajas, tamas). 4.14. Le cose assumono la realtà per l'unità mantenuta in quella modifica. 4.15. Anche se l'oggetto esterno è lo stesso, vi è una differenza di cognizione che riguarda l'oggetto a causa della differenza di mentalità. 4.16. E se non vi fosse cognizione di un oggetto noto solo a una singola mente, potrebbe allora esso esistere? Un oggetto non dipende da un'unica mente. 4.17. Un oggetto è noto oppure è ignoto a seconda che la mente sia "colorata" da esso, oppure no. 4.18. Le mutazioni di consapevolezza sono sempre note a causa della immutabilità del loro Signore, l'Abitante interiore, il Purusa, o pura consapevolezza che non muta. 4.19. Né la mente brilla di luce propria, in quanto può essere conosciuta. 22 4.20. Non è possibile per la mente essere simultaneamente sia il percepito che colui che percepisce. 4.21. Nel caso della conoscenza di una mente da parte di un'altra, dovremmo anche assumere cognizione della cognizione, e ci sarebbe confusione di ricordi. 4.22. La consapevolezza appare alla mente stessa come intelligenza, quando assume quella forma in cui non passa da uno stato all'altro. 4.23. Viene detto che la mente percepisce quando riflette sia l'abitante (il conoscitore) che gli oggetti della percezione (il conosciuto). 4.24. Benché variegata da innumerevoli tendenze e desideri, la mente non agisce per sé, ma per gli altri, perché la mente è di sostanza composta. 4.25. Per uno che vede la distinzione, non vi è alcuna altra confusione della mente con il Sé. 4.26. Poi la consapevolezza comincia a discriminare, e gravita verso la liberazione. 4.27. Le distrazioni derivano da schemi abituali di pensiero quando la pratica è intermittente. 4.28. La rimozione degli schemi abituali di pensiero è simile a quella delle afflizioni già descritte. 4.29 Per chi rimane senza distrazioni anche nei più alti stati di illuminazione sorge la realizzazione della mente equanime conosciuta come “La nube della virtù” 23 (Dharma Megha). Questo è il risultato del discernimento discriminante. 4.30. Da ciò segue la libertà dalla causa ed effetto e dalle afflizioni. 4.31. L'infinità di conoscenze a disposizione di una tale mente libera da tutti gli oscuramenti e proprietà fa sembrare piccolo l'universo della percezione sensoriale. 4.32. Poi la sequenza dei cambiamenti nei tre attributi (guna) volge al termine, per aver adempiuto la loro funzione. 4.33. La sequenza di mutazione avviene in ogni secondo, ma è comprensibile solo alla fine di una serie. 4.34. Quando gli attributi cessano l'associazione di mutazione con consapevolezza, segue il rifondersi dei tre guna nella Natura, e il Sé interiore risplende come pura coscienza. Questo è Kaivalya, la libertà assoluta.
venerdì 18 maggio 2018
Bardo
Nel caso di persone datesi alle discipline iniziatiche o che circostanze specialissime abbiano condotto ad analoghe "aperture", le cose vanno in modo diverso perchè in loro non agisce e sopravvive soltanto la forza samsârica da noi detta "aggregatrice" ma è anche presente un vero Io sotto le specie di un principio extrasamsârico che mantiene una sua forma, anche se staccata da tutti quegli elementi psichici e sottili che si riferivano esclusivamente alla condizione umana. A tale Io resta un margine di libertà, una virtuale indeterminazione rispetto alle leggi karmiche.
La parola tibetana bardo si compone di bar, che vuol dire "fra", e do, "due" tanto da significare "fra i due". E' stata prevalentemente tradotta con "stato intermedio", nel senso di stato posto fra l'una "vita" e l'altra. Ma il significato principale ci sembra invece essere "stato fra i due" nel senso di stato incerto, di stato non ancora univocamente determinato, quasi di "bivio". L'insegnamento in parola si basa dunque sull'indeterminazione che gli stati postumi e lo stesso punto della morte offrono a chi, avendo seguito in vita una disciplina spirituale, eviti o superi la crisi-deliquio inerente al cambiamento di stato. Costui può intervenire. Egli può guidare il proprio destino. E se le sue forze non dovessero essere sufficienti per fargli realizzare subitamente la suprema liberazione, gli sono indicati i mezzi per scegliersi una sua nuova manifestazione nel mondo condizionato e per evitare il peggio.
Dai testi vengono soprattutto considerati tre bardo - tre piani di indeterminazione, corrispondenti ad altrettanti bivi o punti di svolta ed a sedi gerarchicamente ordinate: il chikhai-bardo, il chönyid-bardo ed il sidpa-bardo. Sono tre livelli, ad ognuno dei quali si presentano dunque delle porte, in serie. Chi non riesce al livello del primo bardo ha ancora la possibilità di riprendersi al livello del secondo bardo; se anche in questo la prova fallisce si offrono le possibilità del terzo bardo, riguardanti manifestazioni in forme più condizionate. E' possibile che anche al livello del terzo bardo l'azione fallisca; questo è il caso quando i residui samsârici mantengono una forza tale da neutralizzare le iniziative del principio-Io. Allora il processo si svolge come per un pashu, per un essere comune. Non vi è più da parlare d'una vera continuità, la morte non ha ridestato un "Vivente", è semplicemente la forza samsârica aggregante ad agire secondo l'accennato meccanismo di cause ed effetti, nel segno del desiderio, della "sete", fino a generare un nuovo fantasma di vita individuale.
Non vi è differenza fra l'Io ed il Principio, l'uomo nella sua essenza è il Principio, ma non sa di esserlo. E' libero, quando superando l'"ignoranza" realizza tale identità riconoscendo l'illusorietà metafisica di tutto ciò che presenta i tratti d'un "altro". Tale conoscenza consuma ogni vincolo e distrugge ogni spettro oltremondano.
L'animo non deve vacillare; non si deve lasciare che la mente vaghi nemmeno per un istante. Recidere in pari tempo ogni attaccamento, spegnere ogni odio. Più che l'uso di immagini religiose, nel cambiamento di stato sarebbe d'importanza capitale rievocare ciò che nella vita si è realizzato di là dalla vita e tenersi fermi in tale ricordo, avendo nel contempo presente gli insegnamenti circa la fenomenologia dell'oltretomba. Una suprema presenza a se stessi è dunque necessaria in questo punto, il più importante di tutta una vita.
Per prima, si estinguerebbe, la coscienza visiva, poi l'olfattiva, poi la gustativa, poi la tattile, poi l'uditiva.
Il morente percepirebbe esteriormente una luce prima biancastra, simile al chiarore lunare, poi rossiccia. Interiormente verrebbe sperimentata invece una specie di "fumo" (che oscura la mente). E' questo il punto della crisi. La supera chi, grazie alla disciplina yoghica a cui si era già dedicato, in quel punto riesce a mantenere "libero da formazioni mentali lo spirito"; allora "le esperienze di questo processo, appena si producono, si sciolgono nello stato naturale di calma". Costui può dunque giungere senza discontinuità al punto culminante, che è quello del folgorare della luce trascendente messa a nudo dal dissolversi della concrezione fisica individuale a distacco completo (ciò avverrebbe tre giorni e mezzo o quattro giorni dopo la morte). Negli altri, interverrebbe invece una parentesi di deliquio, di incoscienza, dalla quale ci si riprenderebbe soltanto dopo questo periodo; periodo, che è anche quello in cui le componenti e le "coscienze" secondarie dell'essere umano si rendono gradatamente autonome e seguono una loro via, finendo spesso in quella zona di "influenze erranti", serbatoio di forze sub-personali, inferiori o residuali, che sono essenzialmente esse a dar luogo alla fenomenologia "spiritista" e medianica. Per un certo periodo può sussistere anche una forma relativamente unitaria che è una specie di doppio, di immagine spenta ed automatica del defunto; è come un secondo cadavere - cadavere psichico - che egli ha lasciato dietro di sè.
Dopo il tramortimento, la coscienza si ridesterebbe in uno stato di lucidità sovrannaturale ed avrebbe l'esperienza decisiva, quella del manifestarsi della luce assoluta primordiale come una folgorazione. E' la prova. L'Io dovrebbe vincere ogni terrore ed essere capace d'identificarsi con questa luce, di riconoscersi in essa perchè può dirsi che metafisicamente essa è la sua stessa natura. Essere capaci di ciò, significa conseguire in un attimo la Grande Liberazione, realizzare l'incondizionato. Ogni karma, ogni residuo è distrutto. Dovrebbe essere come l'incontro "di un'antica conoscenza". L'effetto viene riferito all'unirsi di una sola cosa - "come l'acqua di un fiume si congiunge con quella del mare" - di ciò che s'era acquisito e di ciò che non s'era acquisito, l'acquisito essendo la conoscenza, la luce che si era già raggiunta in vita, il non-acquisito la totalità di essa, che ora si manifesta.
Ma questa prova può anche non venir superata, si può essere terrorizzati, si può non avere l'intrepidezza, lo slancio quasi sacrificale, la lucidità necessaria per l'identificazione fulminea e per la completa, istantanea arsione del velo dell'avidyâ, dell'ignoranza trascendentale. Allora, con questa prova, si è mancata la prima , più alta possibilità oltremondana, si scende di un gradino, si passa dal chikhai-bardo al chöniyd-bardo, si passa a piani nei quali al morto si presentano analoghe alternative, con la differenza che ora non si tratta più di esperienze libere dalla forma. Si dirompe invece un mondo fantasmagorico di visioni e di apparizioni avente un carattere simile al sogno. Esso sarebbe generato da una fantasia passata allo stato libero, non più soggetta al controllo dei sensi, che pertanto acquista, potenziati, i caratteri di quella che abbiamo chiamato l'immaginazione magica. Con una veemenza elementare essa è portata a generare simili visioni per proiezione ed esteriorizzazione di contenuti della coscienza e della subcoscienza, e d i forze già chiuse nella parte occulta, sotterranea dell'essere umano. Questo è il piano, anche, di una possibile liberazione per coloro che non concepirono l'incondizionato nella sua nuda purezza metafisica bensì sotto la specie di una qualche figura divina, di un simbolo, di un'immagine culturale. Qui ciò che decide è la capacità di superare il miraggio e di giungere ad uno stato di identificazione con un simile mondo fantasmagorico. E' una prova che ha due gradi.
In principio cessa dunque di apparire nella sua natura libera da forma e folgorante e si sensibilizza sotto le specie di varie figure divine maestose e splendenti che si presentano in serie, in sette giorni - il giorno avendo evidentemente un significato simbolico, un giorno potrebbe comprendere intere epoche dei mortali qualora una correlazione temporale potesse venir stabilita. Non superata l'una apparizione, nel giorno successivo si presenta l'altra. Superare significa identificarsi. Qualunque cosa appaia, essa va conosciuta come un riflesso.
E' importante il riconoscimento che dal momento che le proiezioni utilizzano immagini latenti della coscienza profonda del trapassato, sarà naturale il presentarsi di figure e di scenari corrispondenti a quelli della sua fede e della sua tradizione. Nel secondo bardo il buddhista, il cristiano, il maomettano, lo sciamano, etc. vedranno ognuno gli iddii, i paradisi e gli inferni della rispettiva credenza e così cadono vittime dell'illusione, perchè il compito è appunto superare la particolarità e l'esteriorità di queste forme proiettate, nello stato di assoluta auto identità dell'essere reintegrato. A tale riguardo si parla senz'altro nei "sette gradi dell'imboscata". L'imboscata è costituita appunto dall'apparenza oggettiva di tutte queste divinità, generata soltanto dall'impotenza e dalla limitazione interna, dall'ignoranza" del morto non completamente superata ed agente, qui, in modo magico. Vengono indicati i "residui" che, dinanzi a ciascuna di quelle figure divine, in ognuno dei "giorni" fanno nascere la paura ed allontanano da esse - ossia da se stessi.
Non superando la prova costituita dal mondo divino calmo e radioso, il panorama, quasi per una mutazione caleidoscopica, si trasforma. Come se la stessa paura si proiettasse ed oggettivasse nelle figure divine, alle divinità calme e luminose subentrano divinità terrifiche, irate, distruttive, scatenate - in realtà sono le stesse di prima, con tratti mutati, in loro altri aspetti. Si ripresenta la prova dell'identificazione che, naturalmente, qui è più difficile superare. A tanto, occorrerebbe aver praticato in vita, su una linea più o meno dionisiaca, proprio il culto di divinità del genere; solo allora si potranno "svestire" tali divinità ed in esse si potrà realizzare l'integrazione di stati spirituali già conosciuti nelle culminazioni di pratiche e riti terreni. Altrimenti si darà involontariamente indietro, si "fuggirà".
A questo livello, ed ancor più al livello successivo, a quello del sidpa-bardo, la maggiore difficoltà sarebbe dovuta al fatto che le forze e le tendenze sopravviventi alla dissoluzione dell'aggregato umano e, per così dire, portate appresso, agiscono in modo automatico, quasi "fatale". A partire da questa fase, viene detto che gli impulsi atti a sviare essendo assai potenti, questo è il momento in cui è quanto mai necessario ricordarsi gli insegnamenti contenuti nel Bardo Thödol. Il superamento della prova al secondo livello porterebbe al "trasferimento" in uno dei "portatori del vajra", l'assegnazione ad uno dei regni delle forme pure che attraverso la figurazione dei cosidetti Dhyâni-Buddha, hanno relazione con gli stati spirituali realizzati nell'una o nell'altra fase del dhyâna yoghico. Si tratta delle regioni gerarchicamente più alte del mondo manifestato, chiamate in tibetano og-min (in sanscrito: anishta-loka), ossia "non più caduta" = sedi da cui non si cade più. Per queste sedi varrebbe la legge, che "coloro che hanno lo stesso grado di conoscenza e di sviluppo spirituale si vedranno reciprocamente" (Tibetan Yoga, p. 240) mentre gradi diversi renderebbero gli uni invisibili agli altri.
L'ordine delle apparizioni va dunque dall'assoluto al relativo dall'immediato al mediato, dall'informale al formale. E' soltanto l'atteggiamento dell'Io a produrre le trasformazioni ed i trapassi dei contenuti dell'esperienza. Le divinità irate e scatenate non riflettono ed oggettivizzano che la stessa paura dell'anima nella sua incapacità d'identificarsi con quelle radiose e maestose. A meno che con un'azione energica od in base alle inclinazioni acquisite od alimentate in vita seguendo culti di divinità scatenate dionisiache e distruttrici si sia da tanto da assumere la persona degli dei della nuova esperienza, il terrore, che essi riflettono, genererà nuovo terrore, si sarà spinti ad una fuga, con il che anche le possibilità del secondo bivio o bardo si esauriscono.
Subentra il terzo bardo, il sidpa-bardo, cioè quello delle "alternative riguardanti una nascita". Ormai l'indeterminazione non riguarda più che il passare ad una data "nascita" samsârica anzichè ad un'altra. In chi non abbia superato nemmeno la prova del secondo bardo la bilancia si è inclinata dalla parte delle forme più condizionate: l'ente samsârico fatto di desiderio, assetato di vita, si è dimostrato più forte del principio shivaico. Questo terzo bardo è caratterizzato in primo luogo da un potenziamento della fenomenologia terrifica propria della fase precedente. Ora sono addirittura tormente, nembi, tenebre angosciose, fiamme come di intere giungle incendiate, fragori come di crolli di montagne, folgori, onde tempestose, furie e demoni in atto di perseguitare e di colpire, ma anche gelide solitudini, deserti senza fine, etc. - tutti miraggi, riflessi, spettri, proiezioni allucinatorie create dai moti stessi dello spirito o dal giuoco delle forze karmiche che hanno preso la mano e che per tal via cercano di condurre il principio cosciente, ingannato e terrorizzato da tale fantasmagoria da incubo, nella direzione di una data sede. Il processo si svolgerebbe così che una data matrice si presenta come un rifugio in questa vicenda angosciosa, per cui lo spirito insciente ed incapace di auto dominio viene giocato e vi finisce dentro senza rendersene conto. Si parla di tre precipizi invisibili che si spalancano dinanzi a chi fugge, l'uno bianco, l'altro rosso, il terzo nero, corrispondenti a tre specie di "nascite", ossia a tre forme di manifestazione inferiore samsârica.
La seconda caratteristica di questo terzo bardo sarebbe l'affacciarsi della sensazione di esser morto, unitamente al desiderio veemente di nuova vita - per via del ripullulare del germe, la forma cui si è uniti sarebbe ora un "corpo del desiderio" - ed alla percezione di oggetti e di esseri dell'uno o dell'altro piano di esistenza. Il desiderio e le reazioni di fronte alla fantasmagoria terrificante sono i fattori da dominare in quest'ultima serie di esperienze ultraterrene. Qui mente e memoria divengono particolarmente chiari - anche in coloro nei quali erano offuscate ed ottuse - ed il "corpo del desiderio" ha la qualità di un corpo magico nel senso che esso può raggiungere ciò che brama o concepisce. Per azione dell'elemento samsârico possono però presentarsi prospettive ingannatrici, si può, cioè, reputare buono e desiderabile quel che non lo è, e viceversa. Il testo esorta a ricordarsi anche dell'"opposizione", ossia della presenza di forze ostili all'illuminazione, di forze che si potrebbero chiamare di contro-iniziazione, agenti alla radice stessa dell'elemento samsârico, come una specie di demonìa.
Bisogna realizzare che tutte le apparizioni sono soltanto allucinazioni, che, la natura del proprio essere qui essendo il "vuoto", non vi è nulla da temere, non vi è cosa su cui tutte le entità minacciose e le forze scatenate possano far presa. Va pensato che esse tutte sono forme irreali, simili a sogni, ad echi, a miraggi, come le apparizioni create da una qualche magia.
Nei riguardi dell'entrata in una matrice umana, l'insegnamento tibetano ha vedute che quasi vanno incontro a quelle della psicoanalisi freudiana. L'ente del desiderio assetato di nuova vita vedrebbe esseri maschili e femminili in atto di congiungersi. A seconda del sesso che nella precedente esistenza ebbe l'essere da esso creato, sorge, in un tale ente, desiderio per colei che sarà la madre (se fu maschio) ed odio e gelosia per colui che sarà il padre, o viceversa, nel caso dell'altro sesso. Attraverso questi movimenti attrattivi e repulsivi avverrebbe l'incorporazione in un nuovo germe, propriamente con l'identificarsi con l'uomo nell'atto in cui egli possiede e feconda la donna, o viceversa. Si tratta perciò di paralizzare tali moti dell'ente di desiderio. "Mantenendo la mente concentrata in un sol punto", si deve stare in guardia per arrestare ogni sentimento di desiderio o di avversione destato dalla visione sovrasensibile di una coppia, or ora detta. Un altro metodo ha invece la stessa struttura delle contemplazioni precedenti le pratiche sessuali tantriche. Si impedisce il movimento verso una coppia in amplesso col visualizzare l'uomo come la divinità maschile e la donna come la sua Shakti, come la Grande Madre. Ancora un altro metodo consiste in una visualizzazione esorcizzante che ricorda alcune pratiche meditative gesuite. Nello sperimentare lo scatenarsi delle furie, degli elementi, dei demoni si dovrebbe subito visualizzare una delle divinità magiche del proprio culto come un essere perfetto, possente, terrifico per le forze nemiche, tale da dissolvere in un attimo tutti questi spettri.
Sapendo che sedi buone possono apparire indesiderabili e sedi cattive desiderabili, si tratta di paralizzare qualsiasi inclinazione o repulsione, per non lasciarsi prendere al giuoco.
Queste possibilità di padroneggiamento del destino nell'oltretomba implicano la presenza, negli stessi stati dell'aldilà, delle qualità yogiche della neutralità e del distacco, della fredda e sovrana qualità magica.
Il terzo bardo, terza ed ultima zona d'indeterminazione postuma, rende possibile, se non la liberazione, una certa libertà nel mondo condizionato. Dal grado del "ricordo" che malgrado tutto si è mantenuto dipende una scelta tale da permettere di continuare o completare la "Grande Opera" in una nuova esistenza, come un individuo che si trova già ad avere predisposizioni privilegiate nei termini di quella che abbiamo chiamato la "dignità naturale", con il senso più o meno vivo di un suo background prenatale.
Va considerato a parte il caso di coloro che assumono un corpo e riappaiono nel mondo degli uomini volontariamente, non per aver mancato le occasioni dei tre bardo. Si pensa che a queste "discese" si associ quasi sempre una data missione, visibile od invisibile, Nel caso-limite si ha l'assunzione di un nirmâna-kâya come mâyâvîrûpa o corpo magico.
Julius Evola, Lo yoga della potenza - Edizioni Mediterranee
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