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lunedì 19 maggio 2014

chi era Giordano Bruno?


Giordano Bruno è stato un filosofoscrittore e frate domenicano italiano.Il suo pensiero, inquadrabile nel naturalismo rinascimentale, fondeva le più diverse tradizioni filosofiche - materialismo antico, averroismo, copernicanesimolullismo, scotismo, neoplatonismo, ermetismo, mnemotecnica, influssi ebraici ecabalistici - ma ruotava tutta intorno a un'unica idea: l'infinito, inteso come l'Universo infinito, creato da un Dio infinito, fatto d'infiniti mondi, da amare infinitamente.
Per Giordano Bruno Dio da un lato è trascendente, per cui è intelletto e ordinatore di tutto ciò che è in natura, ma nello stesso tempo è immanente, per cui Dio e Natura sono un'unica realtà da amare alla follia, in un'inscindibile unità panteistica di pensiero e materia, in cui dall'infinità di Dio si evince l'infinità del cosmo, e quindi la pluralità dei mondi, l'unità della sostanza, l'etica degli eroici furori.
Per queste argomentazioni, giudicate eretiche, fu condannato al rogo dall'Inquisizione della Chiesa cattolica; ma la sua filosofia sopravvisse alla sua morte, portò all'abbattimento delle barriere tolemaiche e aprì la strada alla Rivoluzione scientifica.
È lo stesso Bruno, negli interrogatori cui fu sottoposto durante il tragico processo che segnò gli ultimi anni della sua vita, a dare le informazioni sui suoi primi anni. « Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodici miglia, nato et allevato in quella città », e più precisamente nella contrada di San Giovanni del Cesco, ai piedi del monte Cicala, forse unico figlio del militare, l'alfiere Giovanni, e di Fraulissa Savolina, nell'anno 1548 - «per quanto ho inteso dalli miei»[2] - e fu battezzato col nome di Filippo, in onore dell'erede al trono di Spagna Filippo II.
La sua casa - che non esiste più - era modesta, ma nel suo De immenso ricorda con commossa simpatia l'ambiente che la circondava, l'«amenissimo monte Cicala», le rovine del castello del XII secolo, gli ulivi - forse in parte gli stessi di oggi - e di fronte al Vesuvio che egli, pensando che oltre quella montagna non vi fosse più nulla nel mondo, esplorò ragazzetto: ne trarrà l'insegnamento di non basarsi «esclusivamente sul giudizio dei sensi», come faceva, a suo dire, il grande Aristotele, imparando soprattutto che, al di là di ogni apparente limite, vi è sempre qualche cosa di altro.
Imparò a leggere e a scrivere da un prete nolano, Giandomenico de Iannello e fece gli studi di grammatica nella scuola di un tale Bartolo di Aloia. Proseguì gli studi superiori, dal 1562 al 1565, nell'Università di Napoli, che era allora nel cortile del convento di San Domenico, per apprendere lettere, logica e dialettica da «uno che si chiamava il Sarnese» e lezioni private di logica da un agostiniano, fra Teofilo da Vairano.
Il Sarnese, ossia Giovan Vincenzo de Colle, nato a Sarno, era un aristotelico di scuola averroista e a lui si fa risalire la formazione anti umanistica e anti filologica del Bruno, per il quale solo i concetti contano, nessuna importanza avendo la forma e la lingua nella quale sono espressi. Nel De la causa, Bruno scrive infatti che quantunque Averroè fosse arabo e perciò «ignorante di lingua greca, nella dottrina peripatetica però intese più che qualsivoglia greco che abbiamo letto; e avrebbe più inteso, se non fosse stato così addetto al suo nume Aristotele».
Scarse le notizie sull'agostiniano Teofilo da Vairano, del quale Bruno ebbe sempre ammirazione, tanto da farlo protagonista dei suoi dialoghi cosmologici e da confidare al bibliotecario parigino Guillaume Cotin che Teofilo fu «il principale maestro che abbia avuto in filosofia». Per delineare la prima formazione del Bruno, basta aggiungere che, introducendo la spiegazione del nono sigillo nella sua Explicatio triginta sigillorum del 1583, scrive di essersi dedicato fin da giovanissimo allo studio dell'arte della memoria, influenzato probabilmente dalla lettura del trattato Phoenix seu artificiosa memoria, del1492, di Pietro Tommai, chiamato anche Pietro Ravennate. A «14 anni o 15 incirca», rinuncia al nome di Filippo come imposto dalla regola domenicana, e assume il nome di Giordano, in onore del Beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico, o forse del frate Giordano Crispo, suo insegnante di metafisica, prende quindi l'abito di frate domenicano dal priore del convento di San Domenico Maggiore a Napoli, Ambrogio Pasca: «finito l'anno della probatione, fui ammesso da lui stesso alla professione», in realtà fu novizio il 15 giugno 1565 e professo il 16 giugno 1566, a diciotto anni. Valutando retrospettivamente, la scelta di indossare l'abito domenicano può spiegarsi non già per un interesse alla vita religiosa o agli studi teologici - che mai ebbe, come affermò anche al processo - ma per potersi dedicare ai suoi studi prediletti di filosofia con il vantaggio di godere della condizione di privilegiata sicurezza che l'appartenenza a quell'Ordine potente certamente gli garantiva.
Che egli non fosse entrato fra i domenicani per tutelare l’ortodossia della fede cattolica lo rivelò subito l’episodio – narrato dallo stesso Bruno al processo – nel quale fra’ Giordano, nel convento di San Domenico, buttò via le immagini dei santi in suo possesso, conservando solo il crocefisso e invitando un novizio che leggeva la Historia delle sette allegrezze della Madonna a gettar via quel libro, una modesta operetta devozionale, pubblicata a Firenze nel 1551, perifrasi di versi in latino di Bernardo di Chiaravalle, sostituendolo magari con lo studio della Vita de’ santi Padri di Domenico Cavalca. Episodio che, pur conosciuto dai superiori, non provocò sanzioni nei suoi confronti, ma che dimostra come il giovane Bruno fosse del tutto estraneo alle tematiche devozionali controriformistiche.
Non bisogna pensare che un convento fosse esclusivamente un'oasi di pace e di meditazione di spiriti eletti: soltanto dal 1567 al 1570, nei confronti dei frati di San Domenico Maggiore furono emesse diciotto sentenze di condanna per scandali sessuali, furti e perfino omicidi: non deve pertanto stupire il disprezzo che Bruno ostentò sempre nei confronti dei frati, ai quali rimproverò in particolare la mancanza di cultura; e non solo: egli fece protagonista della sua commedia Candelaio proprio un suo confratello, un fra Bonifacio da Napoli, candelaio, ossia sodomita. Tuttavia, la possibilità di formarsi un'ampia cultura non mancava certo nel convento di san Domenico Maggiore, famoso per la ricchezza della sua biblioteca ma dove, come negli altri conventi, erano vietati i libri di Erasmo da Rotterdam che però Bruno si procurò in parte, leggendoli di nascosto. L'esperienza conventuale di Bruno fu in ogni caso decisiva: vi poté fare i suoi studi, formare la sua cultura leggendo di tutto: di Aristotele e di Tommaso d'Aquino, di san Gerolamo e di san Giovanni Crisostomo, di Marsilio Ficino, di Raimondo Lullo e di Nicola Cusano.Sembra che intorno al 1569 sia andato a Roma e sia stato presentato a papa Pio V e al cardinale Scipione Rebiba, al quale avrebbe insegnato qualche elemento di quell'arte mnemonica che tanta parte avrà nella sua speculazione filosofica. Nel 1570 fu ordinato suddiacono, diacono nel 1571, studente di teologia nel 1572 e sacerdote nel 1573, celebrando la sua prima messa nel convento di San Bartolomeo a Campagna, presso Salerno, a quell'epoca appartenente ai Grimaldi principi di Monaco, e nel 1575 si laureò in teologia con due tesi su Tommaso d'Aquino e su Pietro Lombardo  .Nel 1576 la sua indipendenza di pensiero e la sua insofferenza verso l'osservanza dei dogmi si manifestò inequivocabilmente: Bruno, discutendo di arianesimo con un frate domenicano, Agostino da Montalcino, ospite nel convento napoletano, sostenne che le opinioni di Ario erano meno perniciose di quel che si riteneva, dichiarando che «  Ario diceva che il Verbo non era creatore né creatura, ma medio intra il creatore et la creatura, come il verbo è mezzo intra il dicente et il detto, et però essere detto primogenito avanti tutte le creature, non dal quale ma per il quale è stato creato ogni cosa, non al quale ma per il quale si refferisce et ritorna ogni cosa all'ultimo fine, che è il Padre, essagerandomi sopra questo. Per il che fui tolto in suspetto et processato, tra le altre cose, forsi di questo ancora». Così riferì nel 1592 all'inquisitore veneziano dei suoi dubbi sulla Trinità, ammettendo di aver «dubitato circa il nome di persona del figliolo e del Spirito Santo, non intendendo queste due persone distinte dal Padre» ma considerando, neoplatonicamente, il Figlio l'intelletto e lo Spirito, pitagoricamente, l'amore del Padre o l'anima del mondo, non dunque persone o sostanze distinte, ma manifestazioni divine. Denunciato da fra Agostino al padre provinciale Domenico Vita, questi «fece processo contro di me sopra alcuni articoli, che io non so realmente sopra quali articoli, né di che in particolare; se non che me fu detto che si faceva processo contra di me di eresia per il che, dubitando di non esser messo in prigione, mi partii da Napoli ed andai a Roma». Bruno raggiunse Roma nel 1576, ospite del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, il cui procuratore, Sisto Fabri da Lucca, diverrà pochi anni dopo generale dell'Ordine e nel 1581 censurò i Saggidi Montaigne.
Sono anni di gravi disordini: a Roma sembra non farsi altro, scriveva il cronista marchigiano Gualtiero Gualtieri, che «rubare e ammazzare: molti gittati in Tevere, né di popolo solamente, ma i monsignori, i figli di magnati, messi al tormento del fuoco, e nipoti di cardinali erano levati dal mondo  i frati lasciate le chiese e i conventi, correvano a questa vita esecranda» e ne incolpava il vecchio e debole papa Gregorio XIII.
Anche Bruno è accusato di aver ammazzato e gettato nel fiume un frate: scrive il bibliotecario Guillaume Cotin, il 7 dicembre1585, che Bruno fuggì da Roma per «un omicidio commesso da un suo frère, per il quale egli è incolpato e in pericolo di vita, sia per le calunnie dei suoi inquisitori che, ignoranti come sono, non concepiscono la sua filosofia e lo accusano di eresia». Oltre all'accusa di omicidio, Bruno ebbe infatti notizia che nel convento napoletano avevano trovato tra i suoi libri opere di san Giovanni Crisostomo e di san Gerolamo annotate da Erasmo e che si stava istruendo contro di lui un processo d'eresia. Nel 1577 è a Savona, poi a Torino, che giudica deliziosa città ma, non trovandovi  impiego, per via fluviale s'indirizza a Venezia, dove alloggia in una locanda nella contrada di Frezzeria, facendovi stampare il suo primo scritto, andato perduto, De' segni de' tempi, «per metter insieme un poco de danari per potermi sostentare; la qual opera feci veder prima al reverendo padre maestro Remigio de Fiorenza», domenicano del convento dei Santi Giovanni e Paolo.
Ma a Venezia era in corso un'epidemia di peste che aveva fatto decine di migliaia di vittime, anche illustri, come Tiziano, così Bruno va a Padova dove, dietro consiglio di alcuni domenicani, riprende il saio, quindi se ne va a Brescia, dove si ferma nel convento domenicano; qui un monaco, «profeta, gran teologo e poliglotta», sospettato di stregoneria per essersi messo a profetizzare, viene da lui guarito, ritornando a essere - scrive ironicamente Bruno - il solito «asino».
Da Bergamo, nell'estate del 1578, decide di andare in Francia: passa per Milano e Torino, ed entra in Savoia, passando l'inverno nel convento domenicano di Chambéry; nel 1579 è a Ginevra, città dove è presente una numerosa colonia di italiani riformati. Bruno depone nuovamente il saio e si veste di cappa, cappello e spada, aderisce al calvinismo e trova lavoro come correttore di bozze, grazie all'interessamento del marchese napoletano Galeazzo Caracciolo il quale, transfuga dall'Italia, nel 1552 vi aveva fondato la comunità evangelica italiana. Il 20 maggio s'iscrive all'Università come «Filippo Bruno nolano, professore di teologia sacra».
In agosto accusa il professore di filosofia Antoine de la Faye di essere un cattivo insegnante e definisce «pedagoghi» i pastori calvinisti. È probabile che Bruno volesse farsi notare, dimostrare l'eccellenza della sua preparazione filosofica e delle sue capacità didattiche per ottenere un incarico d'insegnante, costante ambizione di tutta la sua vita. Anche la sua adesione al calvinismo era mirata a questo scopo; Bruno fu in realtà indifferente a tutte le confessioni religiose: nella misura in cui l'adesione a una religione storica non pregiudicasse le sue convinzioni filosofiche e la libertà di professarle, egli sarebbe stato cattolico in Italia, calvinista in Svizzera, anglicano in Inghilterra e luterano in Germania.
Scomunicato e processato per diffamazione, il 27 agosto è costretto a ritrattare; lascia allora Ginevra e si trasferisce brevemente a Lione per passare a Tolosa, città cattolica, sede di un'importante Università, dove per quasi due anni occupò il posto di lettore, insegnandovi il De anima di Aristotele e componendo un trattato di arte della memoria, rimasto inedito e andato perduto, la Clavis magna, che si rifarebbe all'Ars magna del Lullo. A Tolosa conobbe il filosofo scettico portoghese Francisco Sanches che volle dedicargli il suo libro Quod nihil scitur, chiamandolo «filosofo acutissimo»; ma Bruno non ricambiò la stima, se scrisse di lui di considerare «stupefacente che questo asino si dia il titolo di dottore».
Nel 1581, a causa della guerra di religione fra cattolici e ugonotti, lascia Tolosa per Parigi dove «acquistai nome tale che il re Enrico terzo mi fece chiamar un giorno, ricercandomi se la memoria che avevo et che professava era naturale o pur per arte magica; al qual diedi soddisfazione; et con quello che li dissi et feci provare a lui medesi mo, conobbe che non era per arte magica ma per scientia. E dopo questo feci stampar un libro de memoria, sotto titolo De umbris idearum, il qual dedicai a Sua Maestà; e con questa occasione mi feci lettor straordinario e provvisionato».
.Naturalmente Bruno sa che la sua vita è in gioco e si difende abilmente dalle accuse dell'Inquisizione veneziana: nega quanto può, tace, e mente anche, su alcuni punti delicati della sua dottrina, confidando che gli inquisitori non possano essere a conoscenza di tutto quanto egli abbia fatto e scritto, e giustifica le differenze fra le concezioni da lui espresse e i dogmi cattolici con il fatto che un filosofo, ragionando secondo «il lume naturale», può giungere a conclusioni discordanti con le materie di fede, senza dover per questo essere considerato un eretico. A ogni buon conto, dopo aver chiesto perdono per gli «errori» commessi, si dichiara disposto a ritrattare quanto si trovi in contrasto con la dottrina della Chiesa.
L'Inquisizione romana chiede però la sua estradizione, che viene concessa, dopo qualche esitazione, dal Senato veneziano. Il 27 febbraio 1593 Bruno è rinchiuso nelle carceri romane del Palazzo del Sant'Uffizio. Nuovi testi, per quanto poco affidabili, essendo tutti imputati di vari reati dalla stessa Inquisizione, confermano le accuse e ne aggiungono di nuove.
Giordano Bruno fu forse torturato alla fine di marzo 1597, secondo la decisione della Congregazione presa il 24 marzo, secondo un'ipotesi avanzata da Luigi Firpo e Michele Ciliberto una circostanza negata invece da Andrea Del Col.Giordano Bruno non rinnegò i fondamenti della sua filosofia: ribadì l'infinità dell'universo, la molteplicità dei mondi, la non generazione delle sostanze - «queste non possono essere altro che quel che sono state, né saranno altro che quel che sono, né alla loro grandezza o sostanza s'aggionge mai, o mancarà ponto alcuno, e solamente accade separatione, e congiuntione, o compositione, o divisione, o translatione da questo luogo a quell'altro» - e il moto della Terra. A questo proposito spiega che «il modo e la causa del moto della terra e della immobilità del firmamento sono da me prodotte con le sue ragioni et autorità e non pregiudicano all'autorità della divina scrittura». All'obiezione dell'inquisitore, che gli contesta che nella Bibbia è scritto che la «Terra stat in aeternum» e il sole nasce e tramonta, risponde che vediamo il sole «nascere e tramontare perché la terra se gira circa il proprio centro»; alla contestazione che la sua posizione contrasta con «l'autorità dei Santi Padri», risponde che quelli «sono meno de' filosofi prattichi e meno attenti alle cose della natura».
Sostiene che la terra è dotata di un'anima, che le stelle hanno natura angelica, che l'anima non è forma del corpo; come unica concessione, è disposto ad ammettere l'immortalità dell'anima umana.l 12 gennaio 1599 è invitato ad abiurare otto proposizioni eretiche, nelle quali si comprendevano la sua negazione della creazione divina, dell'immortalità dell'anima, la sua concezione dell'infinità dell'universo e del movimento della Terra, dotata anche di anima, e di concepire gli astri come angeli. La sua disponibilità ad abiurare, a condizione che le proposizioni siano riconosciute eretiche non da sempre, ma soloex nunc, è respinta dalla Congregazione dei cardinali inquisitori, tra i quali il Bellarmino. Una successiva applicazione della tortura, proposta dai consultori della Congregazione il 9 settembre 1599, fu invece respinta da papa Clemente VIII. Nell'interrogatorio del 10 settembre Bruno si dice ancora pronto all'abiura, ma il 16 cambia idea e infine, dopo che il Tribunale ha ricevuto una denuncia anonima che accusa Bruno di aver avuto fama di ateo in Inghilterra e di aver scritto il suo Spaccio della bestia trionfante direttamente contro il papa, il 21 dicembre rifiuta recisamente ogni abiura, non avendo, dichiara, nulla di cui doversi pentire.
L'8 febbraio 1600, dinnanzi ai cardinali inquisitori e dei consultori Benedetto Mandina, Francesco Pietrasanta e Pietro Millini, è costretto ad ascoltare inginocchiato la sentenza di condanna a morte per rogo; si alza e ai giudici indirizza la storica frase: «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla»).
Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio, con la lingua in giova - serrata da una morsa perché non possa parlare - viene condotto in piazza Campo de' Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri saranno gettate nel Tevere.
A distanza di 400 anni, il 18 febbraio 2000 il papa Giovanni Paolo II, tramite una lettera del suo segretario di Stato Sodano inviata ad un convegno che si svolse a Napoli, espresse profondo rammarico per la morte atroce di Giordano Bruno, non riabilitandone la dottrina: la morte di Giordano Bruno "costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico". Tuttavia, "questo triste episodio della storia cristiana moderna" non consente la riabilitazione dell'opera del filosofo nolano arso vivo come eretico, perché "il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana".
L'8 marzo 2012 l'organizzazione "Anonymous" in seguito a un'opera di hackeraggio ai danni del sito del Vaticano chiede le scuse formali da parte della Chiesa per le accuse mosse al filosofo e per la condanna a morte.

giovedì 1 maggio 2014

La Santa Inquisizione.

Ognuno di essi era presieduto da due giudici investiti di pari potere, ma che agivano disgiuntamente.
Si trattava di solito di domenicani o francescani designati dai superiori dei loro rispettivi ordini.
Per svolgere le loro funzioni, questi inquisitori-giudici avevano a disposizione numerosi testi pontifici, manuali e trattati, come ad esempio la "Pratica Inquisitionis" dell'inquisitore Bernardo Gui (1324) e il "Malleus Maleficarum" ("Il Maglio delle Streghe"), opera dei  domenicani Heinrich Kramer e Johann Sprenger (1486). Tale sistema processuale, nel quale le funzioni istruttorie e decisionali erano affidate ad un giudice monocratico, perdurerà per tutto il Medioevo, e mai, contrariamente a quanto spesso si ritiene, verranno svolte da un tribunale, inteso come organo collegiale.
L'Inquisitor, era un giudice straordinario che giudicava in materia di "depravazione eretica" per espresso incarico conferitogli dal Pontefice.
Alla fine del 1233, nella parte meridionale della Francia (Avignone, Toulouse, Carcassone...), dove esistevano forti contingenti di Valdesi e di Catari, vennero istituiti i primi tribunali.
Tra i più famosi inquisitori che li impersonarono, emergono per ferocia ed efferatezza Guglielmo di Valenza, Pietro di Marseillan, Ferrier, soprannominato "Martello degli eretici", il domenicano Guglielmo Arnaud, il francescano Raimond Escriban, Bernardo di Caux, Giovanni di Saint Pierre, Roberto il Bougre e Bernardo Gui, del quale ci resta il già citato "Manuale dell'inquisitore".L'inquisizione conosce il suo apogeo nel XIII secolo.
La procedura inquisitoriale iniziava al momento dell'arrivo degli Inquisitori in una località. Venivano emanati due editti, uno di "fede", che invitava tutti i fedeli a denunciare gli eretici, ed uno di "grazia", che concedeva un arco di tempo (un mese) affinché essi si presentassero spontaneamente. Scaduto questo termine, si accettavano denunce da parte di chiunque, compresi i criminali comuni.
Di solito veniva considerata sufficiente l'accusa formulata da due informatori. La citazione dei sospetti si faceva attraverso il parroco del loro luogo di residenza. Il rifiuto a comparire comportava la scomunica temporanea che diveniva definitiva dopo un anno.
A questo punto l'inquisitore sottoponeva l'imputato, previo giuramento di dire la verità, ad interrogatorio.
Per indurlo a confessare, gli inquisitori usavano diversi mezzi: ripetuti interrogatori, il carcere "duro", la privazione del mangiare e del bere, il ricorso alla delazione di terzi e, naturalmente, alla tortura, che chiamata in modo eufemistico "domanda", venne ufficialmente riconosciuta e applicata, per disposizione di Innocenzo IV, a partire dal 1252.
A chi confessava ed era disposto a fare atto di abiura sottomettendosi, invece del perdono, così ampiamente predicato dalla Chiesa, venivano inflitte pene quali multe, flagellazioni, imprigionamenti e obbligo di indossare un "segno di infamia" che condannasse all'ostracismo sociale. Chi invece difendeva la propria libertà di credo, rifiutando di ammettere una colpa inesistente, veniva condannato alla pena capitale, naturalmente accompagnata dalla confisca totale dei beni.
Terminato il processo, nel corso di un'assemblea solenne pubblica e ufficiale, chiamata «Sermo generalis» o, in Spagna «Auto da Fé», previa consultazione di una giuria composta da religiosi secolari e regolari e da giureconsulti laici, veniva emessa la sentenza.



Nel caso delle condanne a morte, il Clero pronunciava la sentenza ma, sulla falsariga di Ponzio Pilato, ne delegava l'esecuzione alle autorità civili, onde evitare di sporcarsi le mani di sangue, esimendosi, però, dal considerare che 
« assassino non è soltanto il boia, ma altresì colui che ne arma la mano ».
Nel 1256, il pontefice Alessandro IV accordò infine agli inquisitori il diritto di scomunicarsi a vicenda.... è il parossismo della loro potenza.
Dalla fine del XIII secolo, l'inquisizione, vuoi per aver raggiunto i suoi scopi con la distruzione dell'eresia, vuoi per essere divenuta troppo potente e spietata, si incamminò verso un rapido declino.
Nel 1312, il papa Clemente V, per arginare lo strapotere degli inquisitori e del loro enorme prestigio divenuto troppo pericoloso per la stessa Chiesa, dispose che da tale momento i vescovi avrebbero dovuto collaborare con loro nel compimento di tutti gli atti processuali più importanti e nei casi di ricorso alla tortura. Ciò segnò la fine del loro potere. Per quanto riguarda all’Inquisizione spagnola, "tra il 1540 e il 1700, su un totale di 44.674 casi, il numero degli accusati effettivamente mandati sul rogo corrisponde all’1,8%, al quale va aggiunto l’1,7% di condannati a morte in contumacia... Dei primi mille imputati che comparvero dinanzi all’Inquisizione di Aquileia-Concordia (Veneto) dal 1551 al 1647, non più di 5 furono condannati al rogo. Su 13.255 processi celebrati dall’Inquisizione portoghese tra il 1540 e il 1629, le condanne a morte rappresentano il 5,7%" (Borromeo). In base a tali dati sarebbe una leggenda nera attribuire molti milioni di vittime all'Inquisizione. A questo proposito, partendo dalla giusta considerazione di Lutero che "È contro la volontà dello Spirito che gli eretici siano bruciati" (tesi condannata da Leone X nel 1520), si osserva che «se in passato taluni hanno esagerato il numero delle vittime dell’Inquisizione, e seppure si ammetta che essa fu "meno crudele" dei poteri laici, una cosa è certa: il Tribunale, in nome di Dio e per volontà papale, ha processato, torturato e mandato al rogo migliaia di "eretici". Dov’era, allora, la "difesa della vita"? E dove il carisma – rivendicato dai successori di Pietro, e da nessun altro al mondo – di essere "infallibili", quando parlano ex cathedra, anche in materia di costumi? Ma far appiccare il rogo (fosse puro uno solo), e benedire questa eretica ortoprassi contro l’uomo, non significa bruciare le fondamenta dell’etica e nel contempo, in realtà, anche il rivendicato carisma?» (David Gabrielli in "Santa Inquisizione alla sbarra")
«... Dobbiamo pensare alla natura del credere, che è atto sostanzialmente libero. La proposta di Cristo fatta alla coscienza diventa con l’Inquisizione intimazione ecclesiastica. E non si può sostenere che il concetto di libertà di coscienza non fosse ancora formulato, nel Cinquecento, come lo sarebbe stato nei secoli successivi. Non ne esisteva forse la formulazione intellettuale, ma la libertà di coscienza ha animato da sempre il cristianesimo. Altrimenti, non sarebbero comprensibili i martiri dei primi secoli, che morivano in forza di una fede vissuta nell’intimo della coscienza in opposizione alla legge dello Stato». (Prof. De Maio, docente di Storia del Rinascimento e di Storia moderna presso l'Università di Napoli). Ciò detto, i dati che vengono di seguito proposti, pur non avendo la pretesa dell'esaustività e della precisione, appaiono per la loro "moderatezza" degni di attenzione. In particolare per la Spagna si ricordano i 38 roghi del 1501 a Toledo, i 13 di Valladolid, le 30 streghe del 1507 a Calahorra... Si potrebbe continuare, ma ciò richiederebbe troppo spazio. Valga,  per questo paese, il seguente prospetto sintetico.

Esecuzioni e penitenze imposte dall'Inquisizione in Spagna, dal 1481 al 1820
Data 

Bruciati vivi 

Bruciati in effigie
Sottoposti a penitenza 
Dal 1481 al 1517 (*)16376 9901 178382 
Dal 1517 al 15516254 4722 50736 
Dal 1556 al 15973990 1845 18450 
Dal 1597 al 16211840 692 10716 
Dal 1621 al 16652852 1428 14080 
Dal 1665 al 17001632 540 6512 
Dal 1700 al 17461600 760 9120 
Dal 1746 al 175910 170 
Dal 1759 al 178856 
Dal 1788 al 180842 
(*) L'inquisizione è particolarmente terribile sotto Torquemada; alla sua morte, 8800 persone erano state bruciate sul rogo, 6500 in effigie, 90.000 condannate a penitenze diverse e un milione cacciate dal paese.
I dati che precedono non comprendono le esecuzioni operate dall'Inquisizione in Francia, in Germania e in Italia nella lotta contro i catari (letteralmente sterminati), i valdesi, i protestanti e le persone accusate di stregoneria.
Si ricordano per la Francia gli eretici di Carcassonne del 1209 con 400 condanne, i 183 roghi del 1239 a Montpellier, i 200 catari bruciati nel 1244 a Montségur, i 200 catari bruciati in quello stesso anno a Mont Aime. In Inghilterra furono uccise circa 20.000 streghe, totale delle streghe uccise, da parte cattolica e protestante, è stato valutato fra le 200.000 e le 500.000. Per la Germania si ricordano a Norimberga i 15 bruciati nel 1378-79, gli 80 del 1397 a Garten, le 6 donne al rogo del 1399. A Roma il sacro tribunale condanna a morte 97 rei tra il 1542 e il 1761 (Il Mattino di Padova, le Persecuzioni, 20.7.1999)
2000 sono i processati in Sicilia tra il 1537 e il 1618, di cui 29 condannati a morte.[ibidem12.000 sono i  processati dall'Inquisizione a Venezia, Aquileia e Napoli in 250 anni. [ibidemNelle altre nazioni il sanguinoso catalogo non è molto differente. Alcuni dati (per dire poco, raccapriccianti) potranno ricavarsi dal prospetto proposto da Pierino Marazzani. Lasciamo allo studioso il compito di svolgere una obiettiva e seria indagine storica, al fine di verificarne il fondamento e l'attendibilità.
Per dovere di obiettività è opportuno sottolineare che la crudeltà non risiedeva tutta sul versante cattolico. Anche i protestanti, qualcuno ha detto, non hanno le carte in regola per scagliare la prima pietra.
Mons. Piercarlo Landucci in un articolo intitolato Il vero Giordano Bruno (Palestra del clero, 1° aprile 1974, 435ss) ricorda che il Sirleto fu bruciato sul rogo a Ginevra per aver scritto il trattato Restitutio Christianismi, Jacques Gruet ebbe la stessa sorte per aver offeso Calvino, e Raoul Monnet per aver pubblicato disegni ingiuriosi contro la Bibbia. Calvino poi esortava il governo inglese a «sterminare con la spada i nemici del protestantesimo».
Tutta la cristianità cadde vittima di una orribile distorsione del senso della giustizia e della carità.
L’istanza della revisione si verificò, per motivi polemici e anticlericali, nella cultura laica e poi in quella cattolica.
Il rigetto dei metodi inquisitoriali e della tortura si affermò presso i filosofi e i teoreti della tolleranza e della umanizzazione dei metodi della giustizia nei secoli XVII e XVIII.
Le loro opere (Locke, Filangieri, Beccaria, Montesquieu, ben 6 Enciclopedie, ecc.) furono messe all’Indice.
La Chiesa assediata, scomunicava e veniva laicamente scomunicata" (Rosario Esposito, in "Inquisizione non più una palla al piede").


    I Sistemi di tortura della Chiesa.

"Io voglio scrivere su tutti i muri ovunque siano muri [...] Io chiamo il cristianesimo unica grande maledizione, unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta [...] Io lo chiamo unico imperituro marchio d'abbominio dell'umanità...".
FONTE: F.W. Nietzsche, L'Anticristo, TEN, 2a ediz., 1992, pag. 92-93.



Ecco alcuni strumenti e sistemi di tortura che la Chiesa ha utilizzato per commettere i suoi efferati "crimini contro l'umanità" durante la Santa Inquisizione. Crimini rimasti impuniti!

Il Topo
Tortura applicata a streghe ed eretici. Un topo vivo veniva inserito nella vagina o nell'ano con la testa rivolta verso gli organi interni della vittima e spesso, l'apertura veniva cucita. La bestiola, cercando affannosamente una via d'uscita, graffiava e rodeva le carni e gli organi dei suppliziati. Chissà come i disgraziati riuscissero a sopportare il terrore provocato alla sola vista del topo che da li a poco sarebbe entrato nel suo corpo.

Dissanguamento
Era una credenza comune che il potere di una strega potesse essere annullato dal dissanguamento o dalla purificazione tramite fuoco del suo sangue. Le streghe condannate erano "segnate sopra il soffio" (sfregiate sopra il naso e la bocca) e lasciate a dissanguare fino alla morte.

Il Rogo
Una delle forme più antiche di punizione delle streghe era la morte per mezzo di roghi, un destino riservato anche agli eretici. Il rogo spesso era una grande manifestazione pubblica. L'esecuzione avveniva solitamente dopo breve tempo dall'emissione della sentenza. In Scozia, il rogo di una strega era preceduto da giorni di digiuno e di solenni prediche. La strega prima veniva strangolata e poi il suo corpo (In stato di semi-incoscienza) era scaricato in un barile di catrame prima di venire legato a un palo e messo a fuoco. Se la strega, nonostante tutto, riusciva a liberarsi e a tirarsi fuori dalle fiamme, la gente la respingeva dentro.

Le Turcas
Questo mezzo era usato per lacerare e strappare le unghie. Dopo lo strappo, degli aghi venivano solitamente inseriti nelle estremità delle falangi.


La Fanciulla di Ferro o Vergine di Norimberga 
L'idea di meccanizzare la tortura è nata in Germania; è li che ha avuto origine "la Vergine di Norimberga". Fu così battezzata perchè, vista dall'esterno, le sue sembianze erano quelle di una ragazza bavarese, e inoltre perchè il suo prototipo venne costruito ed impiantato nei sotterranei del tribunale segreto di quella città. Era una specie di contenitore di metallo con porte pieghevoli; il condannato veniva rinchiuso all'interno, dove affilatissimi aculei trafiggevano il corpo dello sventurato in tutta la sua lunghezza. La disposizione di questi ultimi era così ben congegnata che, pur penetrando in varie parti del corpo, non trafiggevano organi vitali, quindi la vittima era destinata ad una lunga ed atroce agonia.

Pulizia Dell'Anima
Era spesso creduto, nei paesi cattolici, che l'anima di una strega o di un eretico fosse corrotta, sporca e covo di quanto di contrario ci fosse al mondo. Per pulirla prima del giudizio, qualche volta le vittime erano forzate a ingerire acqua calda, carbone, perfino sapone. La famosa frase "sciacquare la bocca con il sapone"' che si usa oggi, risale proprio a questa tortura.

Il Triangolo
Altro terribile strumento di tortura analogo alla "pera" e all'"impalamento". L'accusato veniva spogliato e issato su un palo alla cui estremità era fissato un grosso oggetto piramidale di ferro. La presunta strega veniva fatta sedere in modo che la punta entrasse nel retto o nella vagina. Alla fine alla poveretta venivano fissati dei pesi alle mani e ai piedi...

Immersione Dello Sgabello
Questa era una punizione che più spesso era usata nei confronti delle donne. Volgarmente sgradevole, e spesso fatale, la donna veniva legata a un sedile che impediva ogni movimento delle braccia. Questo sedile veniva poi immerso in uno stagno o in un luogo paludoso. Varie donne anziane che subirono questa tortura morirono per lo shock provocato dall'acqua gelida.


Impalamento 
Questo strumento, riservato per lo più ai sospetti di stregoneria o agli eretici, era realizzato in tre diverse versioni. La prima consisteva in un blocco di legno a forma di piramide, mentre la seconda, meno letale, aveva l'aspetto di un cavalletto a costa tagliente.
In ambedue i casi, l'indiziata veniva posta a cavalcioni di tale strumento sino a far penetrare la punta, nel primo caso, o lo spigolo nel secondo, direttamente nelle carni, squassando in modo spesso permanente, gli organi genitali. Quasi sempre poi venivano aggiunti dei pesi alle caviglie e sistemati scrupolosamente dei braceri o delle fiaccole accese sotto ai piedi. La terza versione è una delle più rivoltanti e vergognose torture concepite dalla mente umana. Veniva attuata per mezzo di un palo aguzzo inserito nel retto della presunta strega, forzato a passare lungo il corpo per fuoriuscire dalla testa o dalla gola. Il palo era poi invertito e piantato nel terreno, così, queste miserabili vittime, quando non avevano la fortuna di morire subito, soffrivano per alcuni giorni prima di spirare. Tutto ciò veniva fatto ed esposto pubblicamente.


La Strappata
Una delle più comuni e anche una delle tecniche più facili. L'accusato veniva legato a una fune e issato su una sorta di carrucola. L'esecutore faceva il resto tirando e lasciando di colpo la corda e slogando, così, le articolazioni.

Lo Squassamento
Era una forma di tortura usata insieme alla 'strappata'. L'accusato qui veniva sempre issato sulla carrucola, ma con dei pesi legati al suo corpo che andavano dai 25 ai 250 chili. Le conseguenze erano gravissime.

La Culla Della Strega
Questa era una tortura a cui venivano sottoposte solamente le streghe. La strega veniva chiusa in un sacco poi legato a un ramo e veniva fatta continuamente oscillare. Apparentemente non sembra una tortura ma il dondolìo causava profondo disorientamento e aiutava a indurre a confessare. Vari soggetti hanno anche sofferto durante questa tortura di profonde allucinazioni. Ciò sicuramente ha contribuito a colorire le loro confessioni.


Mastectomia 
Alcune torture erano elaborate non solo per infliggere dolore fisico ma anche per sconvolgere la mente delle vittime. La mastectomia era una di queste: la carne delle donne era lacerata per mezzo di tenaglie, a volte arroventate. Uno dei più famosi casi che si conosca in cui fu usata questa tortura era quello di Anna Pappenheimer. Dopo essere già stata torturata con lo strappado, fu spogliata, i suoi seni furono strappati e, davanti ai suoi occhi, furono spinti a forza nelle bocche dei suoi figli adulti... Questa vergogna era più di una tortura fisica; l'esecuzione faceva una parodia sul ruolo di madre e nutrice della donna, imponendole un'estrema umiliazione.

Annodamento
Questa era una tortura specifica per le donne. Si attorcigliavano strettamente i capelli delle streghe a un bastone. Quando l'inquisitore non riusciva ad ottenere una testimonianza si serviva di questa tortura; robusti uomini ruotavano l'attrezzo in modo veloce provocando un enorme dolore e in alcuni casi arrivando a togliere lo scalpo e lasciando il cranio scoperto.

La Garrotta
Non è altro che un palo con un anello in ferro collegato. Alla vittima, seduta o in piedi, veniva fissato questo collare che veniva stretto poi per mezzo di viti o di una fune. Spesso si rompevano le ossa della colonna vertebrale.

Il Forno
Questa barbara sentenza era eseguita in Nord Europa e assomiglia ai forni crematori dei nazisti. La differenza era che nei campi di concentramento le vittime erano uccise prima di essere cremate (Ma non sempre).


Il Supplizio Del Trono
Questo attrezzo consisteva in una specie di seggiola gogna, sarcasticamente definita "trono". L'imputata veniva posta in posizione capovolta, con i piedi bloccati nei ceppi di legno. Era questa una delle torture preferite da quei giudici che intendevano attenersi alla legge. Difatti la legislazione che regolamentava l'uso della tortura, prevedeva che si potesse effettuare una sola seduta, durante l'interrogatorio della sospetta. Malgrado ciò, la maggioranza degli inquisitori ovviava a questa normativa, definendo le successive applicazioni di tortura, come semplici continuazioni della prima. L'uso di questo strumento invece, permetteva di dichiarare una sola effettiva seduta, sorvolando sul fatto che questa fosse magari durata dieci giorni. Il "trono", non lasciando segni permanenti sul corpo della vittima, si prestava particolarmente ad un uso prolungato. E' da notare che, talvolta, unicamente a questo supplizio, venivano effettuate, sulla presunta strega, anche le torture dell'acqua o dei ferri roventi.


La Pressa
Anche conosciuta come pena forte et dura, era una sentenza di morte. Adottata come misura giudiziaria durante il quattordicesimo secolo, raggiunse il suo apice durante il regno di Enrico IV. In Bretagna venne abolita nel 1772.

La Cremagliera
Era un modo semplice e popolare per estorcere confessioni. La vittima veniva legata su una tavola, caviglie e polsi. Rulli erano passati sopra la tavola (E in modo preciso sul corpo) fino a slogare tutte le articolazioni.

La Pera
La Pera era un terribile strumento che veniva impiegato il più delle volte per via orale. La pera era usata anche nel retto e nella vagina. Questo strumento era aperto con un giro di vite da un minimo, a un massimo dei suoi segmenti. L'interno della cavità in questione era orrendamente mutilato e spesso mortalmente. I rebbi costruiti alla fine dei segmenti servivano meglio per strappare e lacerare la gola o gli intestini. Quando applicato alla vagina i chiodi dilaniavano la cervice della povera donna. Questa era una pena riservata a quelle donne che intrattenevano rapporti sessuali col Maligno o i suoi familiari.


Sedia Delle Streghe 
La sedia inquisitoria, comunemente detta sedia delle streghe, era un rimedio molto apprezzato per l'ostinato silenzio di talune indiziate di stregoneria. Tale attrezzo, pur universalmente diffuso, fu particolarmente sfruttato dagli inquisitori austriaci. La sedia era di varie dimensioni, diverse forge e fantasiose varianti; tutte comunque chiodate, fornite di manette o blocchi per immobilizzare la vittima ed, in svariati casi, aveva il pianale di seduta in ferro, così da poterlo arroventare. Vengono riportate notizie di processi dai quale risulta come l'uso di questo strumento potesse venir prolungato, sino a trasformarsi in vera e propria pena capitale.

La Ruota
In Francia e Germania la ruota era popolare come pena capitale. Era simile alla crocifissione. Alle presunte streghe ed eretici venivano spezzati gli arti e il corpo veniva sistemato tra i raggi della ruota che veniva poi fissata su un palo. L'agonia era lunghissima e poteva anche durare dei giorni.

Tormentum Insominae
Consisteva nel privare le streghe del sonno. La vittima, legata, era costretta a immersioni nei fossati anche durante tutta la notte per evitare che si addormentasse.

Ordalia Del Fuoco
Prima di iniziare l'ordalìa del fuoco tutte le persone coinvolte dovevano prendere parte a un rito religioso. Questo rito durava tre giorni e gli accusati dovevano sopportare benedizioni, esorcismi, preghiere, digiuni e dovevano prendere i sacramenti. Dopodiché si veniva sottoposti all'ordalìa: gli accusati dovevano trasportare un pezzo di ferro rovente per una certa distanza. Il peso di questo peso era variabile: si andava da un minimo di circa mezzo chilo per reati minori, fino a un chilo e mezzo. Un altro tipo di ordalìa del fuoco consisteva nel camminare bendati e nudi sopra i carboni ardenti. Le ferite venivano coperte e dopo tre giorni una giuria controllava se l'accusato era colpevole o innocente. Se le ferite non erano rimarginate l'accusato era colpevole, altrimenti era considerato innocente. Si poteva aver salva la vita, però, corrompendo i clerici che dovevano officiare la prova: si poteva fare in modo che ferro e carboni avessero una temperatura sufficientemente tollerabile.

Ordalia Dell'Acqua
In questo tipo di ordalìa l'acqua simboleggia il diluvio dell'Antico Testamento. Come il diluvio spazzò via i peccati anche l'acqua 'pulirà' la strega. Dopo tre giorni di penitenze l'accusata doveva immergere le mani in acqua bollente, alla profondità dei polsi. Spesso erano costrette a immergerle fino ai gomiti. Si aspettava poi tre giorni per valutare le colpe dell'accusata (Come per l'ordalìa del fuoco). Veniva messa in pratica anche un'ordalìa dell'acqua fredda. Alla strega venivano legate le mani con i piedi con una fune, in modo tale che la posizione non fosse certo propizia per rimanere a galla. Dopodiché veniva immersa in acqua; se galleggiava era sicuramente una strega in quanto l'acqua 'rifiutava' una creatura demoniaca, se andava a fondo era innocente ma difficilmente sarebbe stata salvata in tempo.

 



Il Malleus Malleficarum.



Per secoli, la Chiesa conservò un atteggiamento piuttosto confuso nei riguardi della stregoneria.
La maggior parte dei sacerdoti, soprattutto nelle zone rurali, era poco istruita e assai simile ai parrocchiani, dei quali condivideva la fede indiscussa nella realtà della stregoneria, nella possibilità che un'anziana donna del villaggio esercitasse poteri occulti, mandasse in rovina un raccolto, causasse malattie al bestiame e, addirittura, che fosse responsabile di tutte le morii apparentemente senza spiegazione. Che osservassero o no il voto di celibato, non dovevano sapere granché in tema di ginecologia e molti provavano repulsione per quelle che dovevano sembrar loro le impure complicanze del corpo femminile. Per il suo modo di affrontare quei problemi, per la fiducia e la sicurezza che ispirava alle altre donne, l'anziana del villaggio, quasi quotidianamente, metteva il prete di fronte alla prova pratica ed evidente della sua inadeguatezza e inferiorità. Per quei sacerdoti, quindi, la stregoneria era una realtà inconfutabile, una realtà che favoriva rivalità e risentimento.
Per tutto il XV secolo, però, il dogma ufficiale della Chiesa negò la realtà della stregoneria. I raccolti danneggiati, le epidemie di bestiame, le morti inspiegabili potevano essere attribuiti all'opera del diavolo o a cause naturali, ma non a una donna del villaggio. Per quanto riguardava la Chiesa, la stregoneria era una menzogna divulgata dal diavolo. Il peccato, perciò, consisteva non nella stregoneria, ma nel credere a essa e nelle pratiche legate a tale credenza, poiché era a causa di questa che la strega ha abbandonato il cristianesimo, ha rinnegato il battesimo, ha adorato Satana come suo Dio, si è concessa a lui anima e corpo e vive unicamente per essere il suo strumento nel compiere il male [...] che egli può attuare soltanto tramite un agente umano (Lea, H.Ch., A History of the Inquisition of the Middle Ages).
Era dal IX secolo che la Chiesa dichiarava frutto di fantasia i racconti di streghe che volavano durante ì Sabba; tuttavia, chiunque ci credesse, era accusato di allontanarsi dalla fede e, quindi, considerato "infedele e pagano". Questo atteggiamento sarebbe più tardi diventato un articolo della legge canonica: sì riteneva che chi credeva nella stregoneria avesse perso la fede e ceduto a un inganno e dunque doveva essere considerato eretico.
Intorno alla metà del XV secolo la posizione della Chiesa cominciò a cambiare. Nel 1458 un inquisitore, certo Nicholas Jaquerius, sostenne che "la setta delle Streghe" dell'epoca non aveva niente a che vedere con gli eretici citati nei relativi articoli della legge canonica; perché il potere che aveva era concreto, e non doveva essere semplicemente archiviato come una fantasia. Nel 1484 la Chiesa fece un globale, spropositato voltafaccia: una Bolla papale capovolse la posizione precedente e riconobbe ufficialmente la stregoneria come entità reale. Nella Bolla, il pontefice dichiarava:
[...] Recentemente, è infatti arrivato alle nostre orecchie, non senza procurarci grande pena, che in certe regioni della Germania settentrionale, come pure nelle province, città e territori di Magonza, Colonia, Treviri, Salisburgo e Brema, numerose persone dell'uno e dell'altro sesso, incuranti della loro salvezza e deviando dalla fede cattolica, si sono abbandonati a demoni, succubi e incubi, e facendo ricorso ad incantesimi, sortilegi, congiure, altre infami attività superstiziose e pratiche magiche, hanno sgozzato bambini ancora nel grembo della madre, vitellini e bestiame, hanno fatto seccare i raccolti, reso uomini impotenti e donne sterili, di modo che i mariti non potessero andare con le mogli e le mogli non potessero ricevere i loro mariti 


Sette anni dopo, nel 1491, dall'università di Colonia fu diramato un documento con la notifica che qualunque affermazione contro la realtà della stregoneria, "sarebbe incorsa nella colpa di ostacolare l'Inquisizione".
Con maggiore tortuosità retorica, quella stessa concezione veniva resa, poco tempo dopo, inappellabile dall'inquisitore della città di Como, il quale sosteneva:
Numerose persone sono state arse per aver preso parte al Sabba, la qual cosa non si sarebbe potuta fare senza l'assenso del papa, nel che consiste la bastevole prova che l'eresia era reale, perché la Chiesa punisce soltanto le colpe evidenti (Lea, H.Ch., A History of the Inquisition of the Middle Ages).
Secondo uno storico moderno:
Insoddisfatti delle semplici accuse di stregoneria, e del fatto che a essa si facesse risalire qualsiasi pratica di magia, i giudici volevano ora rappresentare lo stregone come appartenente a una cospirazione demoniaca contro la religione e i suoi fedeli. Lo stregone, dedito a mirate e singole azioni di malvagità rivolte nemici particolari, cedeva il passo a una confraternita di streghe impegnata nella distruzione della cristianità (Kieckhefer, Magic of the Middle Ages).
In passato credere nella stregoneria era un eresia; ora improvvisamente, diventava un'eresia non crederci.
Si era instaurato un meccanismo automatico attraverso il quale per chiunque la Chiesa avesse riconosciuto come nemico non ci sarebbe più stata via di scampo. Si creò un clima generalizzato di sospetto. E potevano essere cercati dei capri espiatori anche per rispondere dei disastri naturali, esonerando in tal modo sia Dio che il diavolo. Data l'accesa misoginia degli inquisitori, quei presunti responsabili erano quasi sempre donne.
Nella Bolla del 1484, che dava ufficialità alla stregoneria papa Innocenzo VIII faceva due nomi:
E anche se i nostri diletti figli, Heinrich Kramer e Johann Sprenger [...] sono stati delegati come inquisitori con lettera apostolica [...] decretiamo che ai suddetti inquisitori venga data potestà di giusta riprensione, incarcerazione e punizione di chiunque, senza permesso e senza limitazione (Bolla di Innocenzo VIII.
Heinrich Kramer era un domenicano che, intorno al 1474era già stato nominato inquisitore per il Tirolo e per la città di Salisburgo, dove fu direttore spirituale della chiesa domenicana. Nel 1500 sarebbe stato nominato nunzio apostolico e inquisitore per la Boemia e laMoravia. Il suo collega, Johann Sprenger, anche lui domenicano, era il priore del convento dell'ordine, a Colonia. Nel 1480 divenne preside della facoltà di teologia, un anno più tardi fu nominato inquisitore delle province di Colonia, Magonza e Treviri e, nel 1488fu messo a capo dell'intera regione.Intorno al 1486, due anni dopo essere stati citati dal papa, Heinrich Kramer e Johann Sprenger pubblicarono un libro che rappresenta certamente una delle opere più miserabili - nel senso più profondamente morale del termine - e indegne dell'intera storia della civiltà occidentale. Il suo titolo era Malleus Maleficarum (Il maglio delle streghe), in riferimento alla pesante mazza che sarebbe stata usata per schiacciarle e, davvero, con le sue cinquecento e più pagine, il libro rappresenta, anche nell'edizione moderna, un pesantissimo maglio. Nel 1520, appena trentaquattro anni dopo la sua uscita, era ormai talmente popolare, da avere raggiunto la tredicesima edizione; anzi, le ristampe si sono susseguite fino ai giorni nostri e, cosa davvero aberrante, ci sono ancora persone che lo prendono sul serio. Nel 1986 è stato nuovamente tradotto in inglese ed esaltato con un entusiastico panegirico da Montague Summers, un eccentrico aspirante esorcista, autonominatosi esperto di vampiri e di lupi mannari. Secondo Summers, il Malleus è "uno dei più importanti e ponderosi libri del mondo". Nel caso tale lode possa apparire tiepida e modesta, Summers aggiunge:
È un'opera che cattura irresistibilmente l'attenzione di tutti coloro che pensano, vedono, o stanno cercando dì vedere, la realtà ultima che sta alla base degli eventi della materia, del tempo e dello spazio.


Non esitando a entrare nei sinistri e spesso pornografici particolari, il Malleus si incarica di descrivere tutte le supposte manifestazioni di stregoneria, nella pretesa di rappresentare un esaustivo manuale fai-da-te non solo per gli inquisitoli, ma anche per giudici, magistrati e autorità secolari di ogni livello, e, per estensione, per qualunque cittadino abbastanza anormale da trovare una ragione o una "sragione" sufficiente a fargli sospettare la presenza di stregoneria attorno a sé. Ma, in verità, il libro sembra piuttosto rappresentare un compendio di psicopatologia sessuale e l'illuminante descrizione di una sfrenata fantasia deviante. Con un'ossessività che salterebbe immediatamente agli occhi di qualunque psicologo moderno, il testo si concentra o, meglio, si fissa in modo maniacale sulla copulazione con il diavolo, su congiungimenti carnali con incubi e succubi, e su varie altre forme di esperienze erotiche e di attività (o di passività) sessuale, che un'immaginazione malata attribuisce alle forze demoniache. Inoltre, offre tecniche di diagnosi e prognosi delinea procedure terapeutiche e punizioni riabilitatone, fornisce formule e ricette per gli esorcismi, e tutto ciò con classico spirito e ambizione enciclopedici. Effettivamente, per gli inquisitori, e non solo per loro, divenne una specie di surrogato della Bibbia. Come dice Montague Summers - una volta tanto, a ragione - nella sua mal riposta apologia, il Malleus
si trovava sul banco di ogni giudice e sullo scrittoio di ogni magistrato: era l'autorità ultima, irrefutabile, indiscutibile. Veniva riconosciuto non solo dall'assemblea legislativa cattolica ma anche da quella protestante.
Il Malleus inizia affermando esplicitamente:

La credenza che le streghe esistano è una parte talmente essenziale della fede cattolica, che sostenere ostinatamente l'opinione opposta sa manifestamente di eresia.
Si tratta evidentemente di un'eco della Bolla papale del 1484, che rovesciava la precedente opinione della Chiesa riconoscendo ufficialmente l'esistenza della stregoneria.
Avendo esposto le sue premesse di base, il Malleus procede nella sua esposizione:
Questo è ciò che proponiamo: i diavoli, con le loro arti, causano alcuni effetti per mezzo della stregoneria, eppure è vero che senza l'assistenza di un qualche mediatore, non possono fare niente [...] non sosteniamo che possono causare danni senza l'assistenza di un mediatore, ma che per suo tramite possono portare infermità, e qualunque altra pena, e che tutto ciò è reale.
In altre parole, le forze demoniache sono prive di poteri autonomi e possono fare il male solo tramite un agente umano. Di conseguenza, sono gli esseri umani i veri colpevoli delle sventure che prima venivano attribuite o all'imperscrutabile volontà divina, o all'attività della natura, o alla malvagità del demonio; tutte cose al di fuori della portata dell'Inquisizione. Ma ormai, per qualsiasi infortunio nell'ordinato funzionamento dell'esistenza, ci sarebbe stato un colpevole da punire.
Secondo l'ardita logica del Malleus, le streghe al massimo del loro potere possono provocare tempeste di pioggia o di grandine, invocare i fulmini e farli cadere su uomini e animali, causare la peste e uccidere neonati per offrirli in sacrificio alle forze diaboliche. Quando nessuno le vede, possono far cadere i bambini nei corsi d'acqua e farli affogare; possono far impazzire un cavallo mentre ha in groppa il cavaliere, suscitare negli uomini un amore forsennato o un odio furibondo; possono uccidere persone e animali con uno sguardo, il famoso "malocchio"; possono rivelare il futuro e volare "con il corpo o con la mente".
Il Malleus ammette che alcuni inquisitoli si dimostrano eccessivamente prudenti nel punire, per la paura di aggressioni o vendette del demonio contro di loro. Perciò fa un tentativo, in verità debolissimo, per essere rassicurante, affermando che le streghe
non possono causare ingiuria agli inquisitori o ad altri funzionari perché essi sono i dispensatori della pubblica giustizia. Si potrebbero addurre molti esempi come prova, ma il tempo a disposizione non lo permette.
Il tempo era davvero poco: gli autori del Malleus dovevano ancora scrivere cinquecento pagine per sviluppare le loro tesi. Perciò si limitarono a offrire un altro briciolo di rassicurazione:
Ci sono tre classi di uomini benedetti da Dio, a cui quella razza detestabile non può fare del male con la propria arte diabolica. La prima è quella di coloro che amministrano la giustizia contro i mediatori del demonio, e per l'autorità del proprio ufficio li perseguono. La seconda è quella di coloro i quali, secondo i riti tradizionali e santi della Chiesa, fanno legittimo uso del potere e della virtù che la Chiesa tramite il suo esorcismo concede con l'aspersione dell'acqua santa, con l'offerta del sale consacrato, con l'accensione delle candele benedette [...] la terza classe è quella degli uomini che, in modi diversi e innumerevoli, sono benedetti dai santi angeli.
In altre parole, anche la Chiesa si serve di superstizioni, di pratiche e di rituali magici, ma essi sono sostanzialmente rispettabili proprio perché nella Chiesa hanno la loro derivazione. Nei "santi angeli" la Chiesa riconosce i propri misteriosi e incorporei alleati, che sono immensamente più potenti dei misteriosi e incorporei alleati della strega:
Perché gli esorcismi della Chiesa hanno lo scopo preciso, essendo rimedi assolutamente efficaci, di difendere se stessi dalla malvagità delle streghe.
Il Malleus è pragmaticamente, anzi, psicoticamente, misogino. Per quanto coraggiosi potessero mostrarsi nella lotta contro i poteri invisibili, gli autori avevano un terrore delle donne che rasentava la follia; le consideravano intrinsecamente deboli e, per definizione "peccatrici". La donna "è un animale imperfetto, che inganna per natura";"incline a vacillare in materia di fede religiosa", "istintivamente bugiarda", "bella a guardarsi, contaminante a toccarsi e mortale a possedersi"; è biasimevole in tutto, perché "ogni stregoneria deriva dal desiderio carnale, che nella femmina è insaziabile".
Se tutte le donne avvenenti suscitavano un particolare sospetto, lo stesso avveniva per le levatrici, per la loro intima conoscenza ed esperienza di quelli che gli inquisitori consideravano i misteri femminili. Era credenza comune che i bambini nati morti fossero in realtà stati uccisi dalla levatrice come sacrificio al demonio. Anche quelli deformi, sfigurati, malati, o anche solo irrequieti, erano frutto dell'azione magica della levatrice. Grazie alla fiducia che ispirava nelle altre donne, e per la concorrenza che faceva all'autorità del prete, la levatrice era un bersaglio ideale; era proprio su di lei che l'inquisitore poteva fare pratica, poteva affilare e perfezionare impunemente le proprie inclinazioni depravate.
Il Malleus è spietatamente inflessibile con le ragazze sedotte e abbandonate;
Quando una giovane è stata corrotta, ed è stata disdegnata dal suo amante dopo che ha copulato con lui senza pudore nella speranza e con la promessa di matrimonio, e si è ritrovata delusa in tutte le sue speranze e sprezzata da tutti, si rivolge all'aiuto e alla protezione dei diavoli.
Naturalmente, il seduttore non è stigmatizzato in alcun modo e, anzi, fa intendere il Malleus, è una vittima potenziale della stregoneria.
Il libro non esita a interpretare come stregoneria qualunque tipo di comportamento che gli autori non riescano a spiegarsi: gli effetti di una droga, come la cornuta o i "funghi magici", o la masturbazione, o una sensuale esposizione di nudità.


Spesso le streghe sono state viste sdraiate sulla schiena nei prati o nei boschi, nude sino all'ombelico, ed era evidente dalla disposizione degli arti e degli organi relativi alle parti veneree e all'orgasmo, come anche dal movimento delle gambe e delle cosce, che stavano copulando con i demoni noti come Incubi, anche se questi erano invisibili agli astanti.
Il libro offre anche una spiegazione razionale, che deve aver lenito l'orgoglio ferito di molti mariti traditi:
È pur certo che possa essersi verificato quanto segue. Vari mariti hanno effettivamente visto un Incubo accoppiarsi con la propria moglie, anche se in un primo momento hanno ritenuto che non si trattasse di un diavolo ma di un uomo. E quando hanno afferrato un'arma, per cercare di trapassarlo da parte a parte, il diavolo è improvvisamente scomparso, rendendosi invisibile.
Il Malleus cita altre presunte manifestazioni e pratiche stregonesche. Menziona l'uccisione di bambini, con conseguente cottura e consumo delle loro carni. Descrive i vari modi in cui le streghe si legavano alle forze demoniache. Discute della pratica di infilare spilli in immagini di cera. Più volte, con fissazione ossessiva, torna su argomenti sessuali. Non di rado le ossessioni sessuali si trasformano in fantasie farneticanti; per esempio, si racconta di
streghe che [...] raccolgono organi maschili in gran numero, fino a venti o trenta membri insieme, e li mettono nel nido di un uccello, o li chiudono in una scatola, dove si muovono come vivi, e vengono nutriti a orzo e grano.
Immagini come queste vengono attribuite a un'illusione demoniaca, causata "dalla confusione procurata all'organo della vista mediante la trasformazione dell'immaginazione mentale in facoltà visiva", tuttavia, non possiamo fare a meno di chiederci se gli autori dell'opera, anche solo per concepirle, non abbiano fatto uso essi stessi di sostanze allucinogene, oppure se non disponessero di una fantasia persino più tormentata e anomala di quella di Hieronymus Bosch.
Il Malleus è particolarmente ossessionato dai rapporti sessuali con le entità demoniache immateriali: incubi, quelle maschili, e succubi, quelle femminili. Il frutto di queste copule con demoni incorporei erano le polluzioni notturne; di conseguenza, gli autori si preoccupavano molto dello sperma. Usando dettagli clinici, esaminano il problema dell'effettiva materialità dell'atto sessuale dei demoni, cioè se esso "sia sempre accompagnato dall'emissione di sperma". In caso affermativo, si interrogano sulla provenienza dello sperma, se sia di sostanza demoniaca o se sia stato rubato a una creatura mortale. Si passa poi a un attento esame qualitativo: con quale criterio vengono scelti gli uomini a cui trafugare il seme? Lo sperma emesso in una polluzione "innocente" può essere raccolto dai demoni e, per così dire, riciclato? Nessuna possibilità è lasciata senza approfondimento.
Per gli autori del Malleus, la pratica sessuale con entità incorporee era una trasgressione terribilmente grave ed empia, perché rappresentava una blasfema parodia del concepimento di Gesù nel seno di una Vergine, a opera dello Spirito Santo. Quattro secoli dopo, il romanziere Joris-Karl Huysmans sarebbe ritornato sull'oscuro, innominabile e, alla fin fine, imperdonabile "peccato contro lo Spirito Santo'. Quel peccato, per il quale si diceva che non ci fosse possibilità di perdono, e la cui natura era sempre stata scrupolosamente tenuta segreta dalla Chiesa, Huysmans volle identificarlo con la parodia sacrilega della nascita del Bambino dalla Vergine, implicita nell'accoppiamento con un'entità immateriale. Quasi certamente aveva ragione, ma quel terribile segreto poteva, in fondo, non essere tale. Nel Dottor Faust di Marlowe, per esempio, scritto quando il Malleus, pubblicato per la prima volta solo un secolo prima, era ancora largamente in uso, Faust si serve di fattori demoniaci per evocare l'ombra di Elena di Troia, qualificata come succubo. Ed è solo dopo essersi congiunto sessualmente con lei che il suo fato si compie ed egli è irrevocabilmente dannato.
L'Inquisizione, armata del Malleus Maleficarum, instaurò un regno di terrore in tutta l'Europa. Nelle inchieste e negli interrogatori, la regola che veniva applicata alle prove era semplicissima: qualunque fatto su cui giurassero due o tre testimoni veniva accettato come vero e anche come definitivamente provato. Si faceva largo uso di domande trabocchetto, escogitate allo scopo di raggirare sia il sospettato che il testimone. Per esempio, la domanda poteva essere
se credeva o no che esistesse la stregoneria, e che si potessero scatenare tempeste o affatturare uomini e animali. È da notare che, inizialmente, la maggior parte delle streghe affermava di no.
Se la persona imputata negava di crederci, la domanda successiva arrivava con la violenza di una trappola che scatta: «Allora, le streghe bruciate sono state condannate ingiustamente? E il malcapitato, o la malcapitata, era costretto a dare una risposta». E neanche importava quale fosse, perché la colpevolezza era certa, dal momento che non credere nella stregoneria era già di per sé un'eresia.
Quando una strega veniva arrestata, si prendevano complicate precauzioni per neutralizzare i suoi poteri: per negarle il contatto con la terra, e attraverso di essa con le regioni infernali, veniva trasportata tenendola sollevata su un'asse di legno oppure in un cesto; quando si trovava davanti al giudice doveva rimanere voltata di spalle: in tal modo le era impossibile qualunque tentativo di ammaliarlo con lo sguardo; e sia i giudici che il personale coinvolti nel processo, "non dovevano lasciarsi toccare da lei e, particolarmente, dovevano fare in modo di non venire in contatto con le sue braccia o le sue mani nude". Ai giudici veniva anche consigliato di portare al collo, appesi a un laccio o a una catenella, erbe benedette e sale consacrato durante la domenica delle Palme, sigillati in una speciale cera, anch'essa benedetta. Nonostante le ripetute rassicurazioni di immunità, era sempre meglio non correre rischi.
Il processo veniva portato avanti con una conoscenza piuttosto sofisticata della psicologia. Le tecniche impiegate riflettevano la notevole esperienza acquisita nell'ottenere e nell'estorcere informazioni. Gli inquisitori sapevano che la mente dell'indagato spesso era il suo peggior nemico, che la paura nasce nella solitudine e nell'isolamento, e che spesso può produrre risultati soddisfacenti quanto la violenza fisica. Così, la paura della tortura, per citare l'esempio più ovvio, veniva provocata e alimentata fino a che non si trasformava in uno stato talmente parossistico di panico da vanificare la necessità della tortura stessa. Se l'accusato non confessava subito, gli veniva detto che sarebbe seguito un interrogatorio sotto tortura, però solo dopo un certo periodo di tempo. Il Malleus consiglia
che l'accusato sia denudato o, se è femmina, che venga prima condotta nelle celle penali e lì denudata da donne oneste e di buona reputazione.
Successivamente, i giudici potevano "interrogarla con moderazione, senza spargimento di sangue", ma solo
dopo avere tenuto l'accusata in uno stato di attesa, rinviando continuamente il giorno dell'interrogatorio, e usando spesso la persuasione verbale.
L'inquisitore era incoraggiato a utilizzare una strategia che è oggi ben nota, quella di un poliziotto "inflessibile" e di uno "malleabile"
che ordini agli incaricati di legarla con corde a una macchina di tortura; e che essi obbediscano prontamente ma non con gioia, anzi mostrando di essere turbati dal loro compito. Che venga poi liberata di nuovo, portata da un'altra parte, e che si provi ancora a persuaderla; e nel persuaderla, le si dica che può evitare la pena di morte.
Il Malleus consiglia una palese doppiezza: a un'accusata si poteva anche promettere la vita, ma la vita sarebbe stata in carcere, a pane e acqua.
E che non le si dica, quando le si promette la vita, che così sarà messa in prigione; ma venga condotta a credere che le sarà imposta qualche altra penitenza, come l'esilio.
Comunque, per ottenere quelle dubbie concessioni, doveva denunciare e rivelare l'identità di altre streghe. Del resto, si affretta a chiarire ilMalleus, la promessa di avere salva la vita non doveva essere davvero mantenuta: non c'era alcun obbligo di rispettare la parola data a una strega. Molti inquisitoli infatti
pensano che, dopo essere stata messa in carcere, la promessa di risparmiarle la vita dovrebbe essere mantenuta per un po', ma dopo un certo periodo la donna dovrebbe essere bruciata.
O, in alternativa,
il giudice può promettere, senza rischi, la vita all'accusata, ma in modo tale da liberarsi dell'incombenza di pronunciare la sentenza di morte, deputandola a un altro giudice al posto suo.
Quando una strega veniva riportata in cella dopo una seduta di tortura, il giudice doveva assicurarsi che
nel tempo di pausa ci [fossero] sempre delle guardie con lei, in modo da non lasciarla mai sola, per paura che il diavolo la [spingesse] a suicidarsi.
In altre parole, anche un suicidio o un tentato suicidio, causato dallo strazio o dal terrore, veniva interpretato come un'ispirazione del demonio, e perciò come un'ulteriore prova di colpevolezza. In tal modo, gli inquisitori discolpavano se stessi. Quando qualche sventurata donna tentava di suicidarsi infilandosi nella testa gli spilloni con cui fermava sui capelli la cuffia, dicevano: "L'abbiamo trovata in questo stato, come se avesse voluto infilarli nelle nostre teste". Anche quei folli atti di disperazione venivano attribuiti a intenzioni malevole e aberranti, al fine di produrre prove di colpevolezza.
I suicidi e i tentati suicidi erano ovviamente piuttosto comuni. Il Malleus riferisce di streghe che "dopo avere confessato i loro crimini sotto tortura, [hanno cercato] di impiccarsi", oppure che "approfittando della disattenzione delle guardie, si sono impiccate con i lacci delle scarpe o con gli abiti".
Se, nonostante la tortura, la strega si rifiutava ancora di confessare, il Malleus consigliava stratagemmi mi più cervellotici. L'accusata, per esempio, poteva essere portata in una casa, i cui proprietari dovevano "fare finta di partire per un lungo viaggio e di lasciarla sola". E poi
Si faccia in modo che qualcuno di sua conoscenza [...] vada a trovarla e le prometta che sarà messa in completa libertà se gli insegnerà come si effettuano certe magie. E il giudice ponga mente che in questo modo molte hanno confessato e sono state condannate.
Come ultima risorsa, il Malleus consiglia il più sfacciato e incredibilmente spudorato imbroglio:
E che, infine, il giudice entri e prometta che avrà misericordia, con la segreta, intima intenzione che ciò che intende è che sarà misericordioso verso se stesso e verso lo Stato; perché tutto quello che viene fatto per lo Stato è un atto di misericordia.
Ai giorni nostri, abbiamo tutti esperienza di come un qualche "timore" collettivo possa crescere progressivamente, come per contagio psicologico, e assumere proporzioni di vera e propria isteria di massa. Durante gli anni cinquanta, negli Stati Uniti, ci fu l'ossessiva crociata del senatore Joseph McCarthy per scovare presunti comunisti. Nel dramma Il crogiolo il commediografo Arthur Miller attaccò la campagna di McCarthy usando, per analogia, la metafora dei processi di stregoneria svoltisi a Salem nel XVII secolo. Grazie all'opera di Miller l'espressione "caccia alle streghe" è diventata un diffuso modo di dire moderno, per indicare qualunque tentativo di snidare presunti nemici instillando e diffondendo la paura collettiva. Ancora più di recente, abbiamo conosciuto altre forme di panico di massa. In seguito alle tensioni con la Libia, sotto la presidenza di Ronald Reagan, parecchi turisti americani hanno modificato i loro progetti di vacanza per evitare, terrorizzati, i voli internazionali. Si è verificato il caso, in Gran Bretagna, di intere comunità di cittadini sospettate di avere compiuto violenza sui minori durante riti satanici, con il risultato che decine e decine di genitori sono stati allontanati dai figli con la forza. Considerati questi esempi, è facile capire come la paura della stregoneria potesse avere raggiunto le proporzioni di una vera e propria epidemia di panico, quando si consideri che era stata diffusa dalla suprema autorità religiosa del tempo; anzi, come fosse potuta diventare, a tutti gli effetti, l'equivalente psicologico della peste. Secondo uno storico:
La paura delle streghe era sostanzialmente una malattia dell'immaginazione, creata ed eccitata dalla persecuzione contro la stregoneria. Dovunque un inquisitore o un magistrato civile si recasse a cancellarla con il fuoco, intorno a lui spuntava una messe di streghe.
Parlando della Chiesa, lo stesso storico osserva:
Qualunque inquisitore decidesse di combattere la stregoneria, diventava, con la propria azione, un missionario che ne diffondeva ancora di più il seme.


La delirante persecuzione contro le streghe cominciò sotto gli auspici dell'Inquisizione, quando la Chiesa esercitava ancora una supremazia indiscussa sulla vita religiosa dell'Europa. L'Inquisizione era talmente

concentrata sulla stregoneria, che ben presto si sarebbe lasciata cogliere del tutto alla sprovvista dall'avvento di una minaccia assai più seria, che avrebbe assunto l'identità di un monaco apostata di nome Martin Lutero. È comunque giusto ricordare che, trent'anni dopo la pubblicazione del Malleus Maleficarum, l'insensata caccia alle streghe avrebbe conquistato anche le giovani Chiese protestanti.
Nella seconda metà del XVI secolo, dunque, sia i cattolici sia i protestanti mandarono al rogo non due o tre, ma centinaia di donne accusate di stregoneria: e questo delirio incendiario sarebbe proseguito per più di un secolo, raggiungendo il suo culmine nella sanguinosa guerra dei Trent'anni, svoltasi fra il 1618 e il 1648. Fra il 1587 e il 1593 l'arcivescovo di Treviri fece giustiziare trecentosessantotto streghe, il che equivale alla media di una e mezzo alla settimana. Nel 1585 due villaggi tedeschi subirono una tale decimazione che in entrambi rimase viva una sola donna. Lungo un arco di tre mesi, cinquecento presunte streghe furono condannate al rogo dal vescovo di Ginevra. Fra il 1623 e il 1633 il principe e arcivescovo di Bamberga ne fece morire tra le fiamme più di seicento. Nei primi anni del XVII secolo novecento persone furono bruciate dal principe e vescovo di Würzburg, tra cui il suo stesso nipote, diciannove sacerdoti, e alcuni bambini accusati di avere avuto rapporti sessuali con il demonio. In Inghilterra, nel periodo del "protettorato", anche Cromwell si servì di un "generale-scova-streghe", il famigerato Matthew Hopkins. Alla fine del Seicento l'isterismo si era propagato anche al di là dell'Atlantico, alle colonie puritane del New England, dando luogo ai tristemente famosi processi di Salem, quelli che avrebbero fornito lo scenario alla commedia di Arthur Miller.
Tuttavia, i peggiori eccessi protestanti non riuscirono mai a uguagliare quelli della Chiesa di Roma, in seno alla quale l'Inquisizione si espresse al massimo delle proprie potenzialità, vantandosi apertamente di avere bruciato, con un calcolo approssimato per difetto, trentamila streghe lungo un arco di centocinquant'anni. La Chiesa aveva sempre manifestato una tutt'altro che piccola tendenza alla misoginia e l'operazione contro la stregoneria le fornì un mandato su larga scala per una crociata contro le donne e tutto ciò che era femminile.

Liberarsi dal Peso del Passato e dall'Ansia del Futuro: Il Potere di Adesso (Freeing Yourself from Past and Future: The Power of Now)

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