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mercoledì 3 dicembre 2014

Natale in Polonia

La Polonia, invasa da milioni di turisti e tifosi la scorsa estate in occasione degli Europei di calcio, si prepara al Natale. Classici mercatini di Natale iniziano a essere allestiti nelle città principali della Regione: Cracovia, Varsavia, Danzica, Wroclaw e Torun.  I mercatini di Natale ogni anno attraggono milioni di turisti, ma è il concorso dei presepi a costituire una tradizione tipicamente polacca. Un concorso che si svolge a Cracovia e premierà il vincitore il primo giovedì di dicembre, il 6 dicembre 2012. I presepi in gara, realizzati con legno e carta stagnola, riproducono la città di Cracovia e le guglie barocche degli edifici sacri che assunsero tale aspetto nella seconda metà del XIX secolo. La tradizione del presepe è molto antica in Polonia, originariamente erano i muratori che li costruivano e li vendevano alle ricche famiglie di Cracovia per adornare la casa nel periodo natalizio. Era un modo per superare la stagione invernale, quando il lavoro di costruzione si fermava quasi del tutto. È ilMuseo Storico della città che organizza e ospita il concorso e conserva, nelle sue magnifiche stanze, l'opera del vincitore. Oggi sono 200 i presepi presenti nel museo, che vanta la collezione più vasta al mondo.
Una competizione, quella dei presepi, molto antica. La prima edizione venne organizzata da Jerzy  Dobczynski, amante delle tradizioni popolari, presso il monumento di Adam Mickiewicz nella Piazza del Mercato. Poi si ebbe la seconda edizione e poi la manifestazione fu sospesa durante gli anni dell'occupazione tedesca e ripresa nel 1945. I presepi polacchi sono presepi molto colorati, che riproducono le cupole e le torri dei più famosi monumenti di Cracovia in una kermesse d'architettura gotica, barocca e rococò. La forma del presepe è quella di una cattedrale di tre piani, sta all'artista scegliere il monumento cui ispirarsi. Il piano superiore è occupato dagli angeli che annunciano la nascita di Gesù, quello intermedio dal bue e l'asinello e, infine, quella inferiore da Re Magi e contadini polacchi. Cracovia, patrimonio dell'umanità Unesco dal 1987, è famosa per il suo centro storico, dove si trovano i monumenti ritratti nei presepi: la Basilica di Santa Maria, che si innalza imponente in Piazza del Mercato e con la torre di guardia e del campanario raggiunge gli ottanta metri d'altezza. La cattedrale di Wawel, nella parte della città che si sviluppa sulla collina di Wawel, il santuario nazionale polacco, dove venivano incoronati i sovrani, del XIX secolo. In stile romanico la chiesa di San Andrea del 1098. La chiesa barocca dei Santi Pietro e Paolo, unica nel suo genere e circondata dalle imponenti statue dei dodici apostoli. E altre chiese barocche: di Sant'Anna costruita tra il 1689-1705 da Tylman van Gameren e la Chiesa di Santa Barbara, dagli interni barocchi. Passare dicembre e il Natale in Polonia permette di visitare le città dalle multi etnie e culture e visitare i loro tradizionali mercatini di Natale, assaporare le leccornie polacche, ammirare e regalare gli oggetti tipici dell'artigianato, ceramiche e decorazioni natalizie. Vivere emozioni uniche passeggiando sotto le luci natalizie, tra profumi di salumi, dolci e miele polacco, al ritmo di musiche e canti natalizi. Varsavia, la capitale, i mercatini saranno presenti per circa un mese dal 24 novembre 2012 al 6 gennaio 2013, nella piazza principale del centro storico della città vecchia. Le quasi ottanta bancarelle celebrano la tradizione enogastronomica polacca con dolci, salumi, formaggi, pani regionali, birra calda evin brulé. Tantissimi anche i banchi dedicati all'artigianato, che espongono candele, lampade fatte a mano, gioielli, oggetti in ambra del Baltico, tovaglie, sculture in legno e ceramica, oggetti ornamentali  e tanto altro. Vi consigliamo di visitare i mercatini durante i fine settimana, quando si organizzano manifestazioni folkroristiche con degustazioni di prodotti tipici. A Cracovia è la piazza del mercato, uno dei centri storici della città, ad animarsi nel periodo natalizio dal 30 novembre al 26 dicembre 2012. Il centro di Cracovia diviene magico e se c'è la neve ancora di più. Anche qui potrete trovare prodotti tipici: salsicce polacche, zuppe, dolciumi e dell'artigianato locale: gioielli, vestiti, pantofole, pellicce. Riscaldandovi con un bicchiere di vin brulé potrete passeggiare fra le tradizionali bancarelle, avendo come sottofondo i canti di Natale. Sul mar Baltico, a Danzica, il porto più importante della Polonia, il mercatino di Natale è solo una delle tante attrazioni che compongono La Fiera di Natale di Danzica dal 6 dicembre al 23 dicembre 2012. Gli eventi culturali e d'intrattenimento per adulti e bambini arricchiscono il tradizionale mercatino in piazza Targ Weglowy dove potrete trovare tante idee regalo, tanti addobbi natalizi e anche alberi, giocattoli e oggetti artigianali in ambra. A Wroclaw, Breslavia in italiano, città dall'architettura molteplice: boema, austriaca e prussiana e dallo stile dal gotico al barocco. Il mercato di Natale, in via Swidnicka, che quest'anno si svolge dal 23 novembre al 23 dicembre 2012, è un mercatino internazionale con bancarelle polacche, francesi, tedesche, lituane, lettoniane che espongono tanti dolci, idee regalo, ornamenti, oggetti artigianali e prodotti enogastronomici. È dal XVI secolo che il mercatino di Natale ha luogo a Breslavia e sono le decorazioni e le illuminazioni natalizie a caratterizzarlo. Per i bambini ogni anno viene allestito il bosco delle fiabe dove possono assistere alle fiabe più belle messe in scena o raccontate. Da non perdere! Torun, la città natale di Copernico,il mercatino di Natale si svolge dal 14 al 23 dicembre 2012, a  Nowy Rynek, nel centro storico della città che dal 1997 fa parte del patrimonio dell'umanità Unesco. Se visitate il mercatino non andate via senza assaggiare i  “pierniki”, biscotti speziati, la cui ricetta risale al Quattrocento. I più famosi sono a forma di cuore ricoperti di cioccolato e sono chiamati katarzynki(caterinette), sembra che il pasticcere che li ha creati fosse innamorato di una bella madama di nome Caterina, che conquistò grazie a questi romantici biscotti. 

Elemento comune a tutti i Paesi dell'Europa orientale sono le calende, rito di allontanamento dell'inverno e delle ambigue presenze degli spiriti. In Romania, nazione sulla strutturazione del cui folklore hanno inciso da una parte la civiltà romana, dall' altra, in tempi successivi, la complessa cultura slava, i questuanti girano per le strade cantando la calinda, composizione lirica comprendente, oltre agli auguri, aneddoti e riferimenti epici ricavati dalla letteratura popolare religiosa apocrifa. Protagonisti delle calinde sono i ragazzi, che nel periodo tra Natale e l'Epifania letteralmente invadono le strade, bussando ad ogni porta lungo il cammino e propinando a quanti capitano sotto mano ogni sorta di scherzi. Un tempo associato alla questua, si svolgeva anche un caratteristico ballo. Altrove, le processioni di questuanti portano delle alte lanterne di legno e carta colorata. Oltre alle calende sono tante le espressioni della preoccupazione popolare di purificare annualmente la comunità, affinché il ciclo della vita riprenda. Una curiosa usanza è quella diffusa in Ungheria che riguarda la cosiddetta sedia di Lucrezia. Si tratta appunto di un sedile, che viene costruito nei mesi precedenti con grande attenzione e dovizia di particolari (per la sua fabbricazione sono necessarie tredici qualità di legno ed a volte riporta anche qualche decoro ed iscrizione). Esso viene arso, nei giorni che seguono il Natale, per preservare da pericoli e malanni. Sempre legato al fuoco, è un altro rito natalizio ungherese: il rogo di Cibele, grande falò alimentato, una volta acceso, dal lancio di ruote di  un carro  sopra di  cui sono poste delle candele accese ad onorare la dea pagana della fertilità. Dalle intenzioni chiaramente propiziatorie è invece la festa rumena dell'aratro, durante la quale si assiste allo svolgimento di una ricca coreografia che simula scene di vita agreste, con un accompagnamento musicale affidato a strumenti tradizionali. Molte sono anche le pratiche di divinazione. Ad esempio, nella civiltà contadina si affidavano le sorti del nuovo anno mettendo vicino al camino dodici chicchi di grano (rappresentanti i dodici mesi). All' occhio attento degli anziani non sfuggivano suggerimenti ed indizi sull' andamento della vita agricola. Osservando gli scoppiettii dei semi, la direzione che prendevano saltando e il colore che assumevano bruciando, si era in grado di trarre auspici. Una credenza, popolare in Bulgaria, vuole che per i tre giorni che precedono il Natale ci si astenga dal far bucato; occorre infatti fare attenzione a non inquinare le acque dei fiumi in cui Maria lava il corredo del suo Bambino. A Capodanno, in ambienti tradizionali, la più giovane delle fanciulle deve setacciare per tre volte la farina che viene poi impastata dalla madre o dalla nonna con acqua silenziosa (perché attinta alla fonte senza proferir parola ed è proibito berne anche un solo goccio) e fiorita (perché aggiunta di intrugli di erbe magiche, raccolte durante il plenilunio). Con quella stessa acqua e quella stessa farina, ormai caricate di poteri magici, si prepara inoltre del lievito da conservare tutto l'anno, come avviene pure per l'acqua raccolta nel giorno precedente l'Epifania, considerata un potente mezzo difensivo. Il nucleo delle attuali tradizioni cristiane risiede spesso in antiche cerimonie offertorie: un esempio è l'offerta per gli orsi e per i lupi, presente da sempre nelle campagne bulgare, che ora, cristianizzata, cade il primo gennaio e viene così a coincidere con l'inizio dell' anno civile. Diverso rispetto agli altri costumi natalizi è il presepe, conosciuto in molte regioni orientali, ma che ha una sua specifica storia nella cattolicissima Polonia. Era il XVIII secolo quando, a Cracovia, cominciò a diffondersi presso i muratori e gli artigiani della città l'abitudine di costruire, per arrotondare le entrate nel tempo rimasto libero dal lavoro, piccole capanne con la Sacra Famiglia da mettere sotto l'albero. Col tempo, crebbe intorno a loro l'interesse e si specializzarono fino a creare miniature via via sempre più elaborate. I materiali utilizzati erano - e sono tutt' oggi - molto poveri, ma l'abilità dei presepisti li trasforma in vere opere d'arte. Listelli di legno, cartone, cartapesta, stagnola, e soprattutto gli incarti colorati di cioccolatini e caramelle: questi gli elementi a disposizione per creare ricche ed ornate dimore, e mille soggetti. Fino al primo conflitto mondiale, nella piazza centrale di Cracovia, gruppi di artisti esponevano le proprie opere e le conducevano in giro per la città, bussando agli usci delle case, cantando ed improvvisando degli spettacoli con i vari personaggi manovrati come burattini, all'interno della struttura presepistica pensata come una sorta di teatrino.

 
La brigata era accompagnata dalla musica e non mancavano mai un contrabbasso, un violino ed una fisarmonica a ravvivare l'esibizione. Questa consuetudine, bruscamente interrotta con la Grande Guerra, ha conosciuto poi un nuovo impulso ed un insospettato successo con un concorso che dal 1937 vede impegnati i presepisti (szopkarze) nell'intento di dosare in giusta misura creativitàinnovativa e rispetto per una tradizione ormai talmente radicata da aver formulato precisi modelli estetici. Il concorso, in questo caso assolutamente laicizzato, porta in sé gli indizi delle gare rituali che spesso vedono la comunità dividersi e lottare assai duramente in occasione delle feste periodiche. Il momento più importante e più atteso delle feste dicembrine è la sera della Vigilia del 25, chiamata familiarmente "la stella": i bambini spiano dalle finestre il sorgere della prima stella del!a notte, e corrono a tavola. In Polonia la cena, rigorosamente "di magro", ha inizio con un rito diffuso anche nelle famiglie meno osservanti: prima di sedersi, in piedi intorno alla tavola  imbandita a festa, si spezza e ci si scambia tra i commensali l'0platek, un' ostia rettangolare benedetta, che reca stampate immagini sacre. La tavola è coperta da una tovaglia bianca sotto la quale viene sparsa della paglia in ricordo del Bambin Gesù ed è decorata con frutta, rami di abete e candele augurali. Sotto la tavola natalizia ungherese, una cesta contiene dei semi nascosti nel fieno che attendono la benedizione del Bambino. Di quelle sementi, una manciata se ne brucia; ciò che rimane si sparge invece sui campi ad auspicare un buon raccolto. La cena è ovunque molto abbondante: la carpa, pesce tipico del Natale dell' area orientale, viene servita come antipasto, in gelatina, decorata con verdure e uova sode, oppure durante e a fine pasto, farcita o fritta in pastella. Altra pietanza tradizionale e comune a tutti questi Paesi sono le aringhe affumicate o in salamoia, conservate in piccole botti in legno, poi tenute in ammollo e servite con tanta cipolla tagliata sottilmente, pezzetti di mela e panna acida. Tra i primi piatti, se il menu ungherese propone una zuppa con verdure e spezzatino di montone, crauti ed un formaggio fresco, equivalente della  ricotta, condito con capperi, cipolle ed abbondante paprika, in Polonia si consuma il barszcz, dal caratteristico colore rossastro, brodo caldo preparato in vigilia con sole verdure, ma che generalmente prevede anche carne di manzo e di maiale. Tra i dolci, spiritosa è la torta bulgara dentro la quale è nascosto un bigliettino scherzoso. Molto famosa, invece, la specialità ungherese dobos, laboriosissima, come pure il rétés, la pasta per fare lo strudel (di cui, oltretutto, gli Ungheresi rivendicano la paternità) qui acconciata a mo' di tortelli e farcita con marmellate e frutta. Sembra che, per capire la qualità del rétés, la cui lavorazione richiede tempi lunghi e tanta pazienza, si debbono poter leggere, attraverso la pasta, le parole ingiallite di una vecchia lettera d'amore. I ditini al papavero si ritrovano in molte regioni danubiane, seppure in diverse varianti e con denominazioni differenti. L'impiego della pasta accompagnata da un condimento dolce ricorre in più luoghi, a Natale come ai Santi, sempre, però in giorni di vigilia.



martedì 2 dicembre 2014

Bona-Sforza D'Aragona



Bona Sforza d'Aragona (Vigevano, 2 febbraio 1494 –Bari, 19 novembre 1557) fu regina consorte di Polonia,granduchessa consorte di Lituania dal 1518 e duchessa sovrana di Bari, dal 1524. Figlia del duca di Milano Gian Galeazzo e di Isabella d'Aragona, fu la seconda moglie del re Sigismondo I(1518) e diventò così regina consorte di Polonia e granduchessa di Lituania. Bona era nipote di Bianca Maria Sforza, che nel 1493 aveva sposato l’imperatore Massimiliano I. Alla morte della madre Isabella nel 1524, Bona le succedette nei titoli di duchessa di Bari e principessa di Rossano, e divenne pure pretendente a nome della famiglia Brienne al Regno di Gerusalemme. Bona non aveva ancora compiuto un anno quando rimase orfana del giovane padre, forse avvelenato dallo zio Ludovico il Moro, il quale, già suo reggente durante la minore età, prese il potere assumendo il titolo di duca di Milano. Sua moglie Beatrice d'Esteassunse il titolo di duchessa di Milano trasferendo alla vedova Isabella d'Aragona il suo titolo di duchessa di Bari. Isabella, insieme con i quattro figli, si allontanò dalla corte milanese nel 1500, quando comprese che i suoi tentativi di far riconoscere i diritti del figlio Francesco Maria Sforza erano vani. A Napoli Bona ricevette un'educazione accurata e versatile, com'era d'uso presso le corti rinascimentali. Il suo precettore principale fu un'umanista e poeta,Crisostomo Colonna, membro dell'Accademia Pontaniana, che nel campo letterario s'ispirava alle opere del Petrarca. Ma la formazione della sua personalità fu curata soprattutto dalla madre, che si preoccupò anche di procurare un matrimonio vantaggioso per la figlia e utile per gli interessi della dinastia: nel 1518, a ventiquattro anni, testimone la cugina Vittoria Colonna, Bona sposava a Napoli il re di Polonia Sigismondo I, da tre anni vedovo cinquantunenne di Barbara Zápolya. Raggiunta la Polonia, Bona fu incoronata a Cracovia, dove risiedeva la corte nella quale diffuse la cultura rinascimentale italiana. In politica estera perseguì una politica di prestigio: nel 1525 la Polonia riuscì a fare della Prussia una sua tributaria, nel 1533 stipulò un trattato di pace con la Turchia, intrattenne relazioni amichevoli con la Lituania, che nel 1569 si unificherà con la Polonia, e con la Francia, in funzione anti imperiale, per premunirsi da eventuali politiche espansioniste degli Asburgo e, nello stesso tempo, nel 1543 fece sposare il figlio Sigismondo Augusto con la principessa Elisabetta d'Asburgo. Intrattenne anche relazioni amichevoli con la Spagna, a motivo dei suoi interessi nel Ducato di Bari. All'interno Bona tese a rafforzare il potere reale, organizzando alla corte un proprio partito nonché accumulando una notevole quantità di latifondi. Combatté il potere dei nobili allo scopo di fare della Polonia un moderno Stato assolutista, sull'esempio della Francia, della Spagna e dell'Inghilterra: poiché ai nobili era affidato il compito di eleggere il nuovo re, nel 1530, quando era ancora vivo il padre Sigismondo, fece incoronare l'unico figlio Sigismondo Augusto, appena decenne, senza richiedere l'approvazione della nobiltà, in modo da farle intendere che la successione al trono doveva seguire la linea dinastica. I nobili ottennero solo la promessa che nel futuro nessuna incoronazione avrebbe avuto luogo durante la vita del re e senza approvazione della Dieta dei nobili, il Sejm Walny. Ottenute le necessarie dispense papali e con il consenso di Sigismondo, fu lei a scegliere i vescovi, tratti dalla nobiltà, purché servissero con fedeltà il sovrano. Era un modo per assicurarsi i servigi di vescovi meno fedeli alle direttive di Roma e più devoti alla causa dello Stato polacco, oltre che un sistema per sottrarre potere alla nobiltà, che cercò di dividere contrapponendo alla piccola nobiltà che controllava la Dieta la grande aristocrazia del Senato. In Polonia la popolazione non seguiva un'unica confessione religiosa: oltre a una maggioranza cattolica, vi erano ortodossi, cristiani armeni e musulmani a Oriente, luterani a Nord, ebrei, e piccoli gruppi di calvinisti e di anti trinitari, questi ultimi giunti soprattutto dall'Italia per sfuggire alle persecuzioni. Formalmente, Bona era cattolica ma non è certo se fosse realmente devota a questa confessione come a qualunque altra: al suo confessore, il francescano Francesco Lismanini, fece dono dei Sermoni di Bernardino Ochino, il generale dei cappuccini fuggito dall'Italia prima in Svizzera e poi in Germania, e il Lismanini, precettore del figlio Sigismondo Augusto, insegnava le Istituzioni di Calvino e finì per aderire apertamente al calvinismo. Il medico di Bona Sforza era poi quel Giorgio Biandrata che al tempo era, almeno apparentemente, cattolico, ma divenne un aperto anti trinitario. Dopo la morte di Elisabetta, avvenuta nel 1545, nel 1547 il figlio Sigismondo sposò, a insaputa sua e della Dieta polacca, Barbara Radziwiłł, appartenente a una famiglia della nobiltà lituana, la quale evidentemente non aveva alcun peso politico nel panorama europeo. Un matrimonio che, visto sotto l'aspetto degli interessi dinastici e nazionali, sembrava dimostrare l'immaturità politica del giovane re. Bona stava invece progettando il suo matrimonio con Anna d'Este, figlia del duca Ercole e soprattutto di Renata, strettamente imparentata con la famiglia reale francese per essere figlia di Luigi XII, un matrimonio che avrebbe potuto favorire i suoi sforzi di insediare sul trono di Ungheria la figlia Isabella e che avrebbe rafforzato i suoi interessi in Italia.
  È però possibile che Sigismondo avesse intenzionalmente evitato un matrimonio d'interesse, in coerenza con i propri principi morali: si sa che nella sua biblioteca vi erano libri di Calvino e di Erasmo da Rotterdam. Di quest'ultimo possedeva in particolare la Institutio principis christiani nella quale, tra l'altro, l'umanista olandese condannava i matrimoni stipulati dai regnanti per perseguire i propri interessi politici: «I principi dovrebbero rifuggire dalle alleanze straniere e soprattutto dal contrarre matrimoni fuori dai loro confini. Che senso può avere un accordo per il quale un matrimonio cambia a un tratto un irlandese in un sovrano delle Indie o fa di un siriano un re d'Italia? Oltre tutto, i matrimoni regali non garantiscono la pace. L'Inghilterra aveva concluso un'alleanza matrimoniale con la Scozia e tuttavia Giacomo V invase l'Inghilterra». Nemmeno la Dieta dei nobili approvò il matrimonio, e cercò di far recedere Sigismondo dal passo compiuto, attraverso il ripudio o, in alternativa, abdicando, oppure ancora privando la moglie dei suoi diritti di regina. Tutto fu inutile, e Barbara Radziwiłł fu incoronata, senza che Bona Sforza assistesse alla cerimonia. Tuttavia Barbara si ammalò molto presto, senza speranza di guarigione e a quel punto Bona volle riconciliarsi con la nuora: in una sua lettera, dichiarò «di riconoscere e onorare la Vostra Altezza Serenissima come propria figlia e beneamata nuora [...] prega e spera che il Signore Iddio vi guarisca presto». La guarigione non ci fu e Barbara Radziwiłł morì a Cracovia a soli trentanni l'8 maggio 1551, non prima di aver disposto di essere sepolta in patria, a Vilnius. Sigismondo si risposò due anni dopo con Caterina d'Austria, sorella della sua prima moglie Elisabetta, ma anche questa volta non riuscì ad avere figli, portando così la casata degli Jagelloni all'estinzione. La morte prematura di Barbara riversò dei sospetti su Bona: in molti casi, non riuscire a stabilire la reale causa di una morte portava a credere all'intervento di pozioni somministrate nel cibo e nelle bevande e la fama di «avvelenatori» che nel Cinquecento circondava i principi italiani ingrandiva le congetture. Inoltre, l'attività di governo da lei esercitata destava lo scontento dello stato nobiliare, il quale vi intravedeva una minaccia al proprio potere, tanto più inammissibile e umiliante, trattandosi di una donna che oltretutto appariva autoritaria e collerica. Dopo trenta anni di regno, nel 1556 la stessa Bona decise di lasciare la Polonia. A quel punto il figlio Sigismondo, sentendo la propria inadeguatezza, cercò di trattenerla ma la decisione era presa: dopo il matrimonio della figlia Sofia, Bona tornò in Italia e si stabilì a Bari. L'ultimo periodo polacco di Bona Sforza fu contrassegnato dalla sua aspirazione - poi delusa - ad essere nominata Viceré di Napoli dagli Asburgo: tale ambizione è oggi documentata dall'epistolario scambiato tra lei ed il suo agente diplomatico Pompeo Lanza, che fino a tutto il 1554 la rappresentò, insieme all'Orator Pappacoda, a Bruxelles presso Carlo V e successivamente fino al 1556 a Londra presso Maria Tudor, la cosiddetta Sanguinaria.
 Il suo vecchio ducato era stato impoverito dalle guerre condotte dagli spagnoli contro la Francia: a questo Filippo II non aveva esitato di impadronirsi dei suoi beni. Fu per questo motivo - e per la tradizionale leggenda dei veleni che sarebbero circolati nelle corti italiane - che alla sua morte, nel 1557, nacque la diceria dell'avvelenamento perpetrato dal suo segretario Gian Lorenzo Pappacoda, che avrebbe agito nell'interesse del re spagnolo Filippo. La sua bara, portata nella Basilica di San Nicola, rimase incustodita per molte ore, fu incendiata dalle candele e i suoi resti carbonizzati furono sepolti in una cappella senza particolari decorazioni. Più tardi i figli Sigismondo e Anna provvidero a far costruire un sepolcro sontuoso, situato dietro l'altare maggiore della Basilica, che tuttora è una delle maggiori attrazioni per i visitatori di Bari. 

lunedì 14 aprile 2014

mitologia polacca

La tradizione culturale della Polonia è ricca di miti e di leggende che costituiscono parte integrante dell'identità nazionale.

Le leggende polacche sono state tramandate da generazione in generazione, inizialmente in forma orale e successivamente in forma scritta. Dai territori della Polonia e dai confini vicini sono arrivati ai giorni nostri miti e leggende che raccontano di eroi e prodi cavaglieri, re e regine, draghi e aquile reali, e che ancora oggi sono legati a dei luoghi particolari del paese, luogo di visita e attrazione.
Nel folklore polacco troviamo il coraggioso re Boleslaw e i suoi cavalieri, un personaggio che ricorda il Re Artù inglese e che il popolo celebra come unificatore del Regno polacco. I cittadini Cracovia narrano invece delle gesta di Krakus e del leggendario Drago di Cracovia, a cui fanno risalire le fondamenta della città.
In Polonia troviamo anche un personaggio simile a Robin Hood, che qui prende il nome di Janosik, un leggendario ladro di origine slovacca, tuttavia, che, come il suo simile inglese, rubava ai ricchi per dare ai poveri (la stessa leggendaria figura appare anche nella tradizione della Slovacchia e dell'Ungheria). Per i più romantici, la tradizione racconta anche della dama del castello, Lady Dorota e del suo amore per il violinasto prussiano Boris. E c'è anche l'eroina di fede cristiana, Jadwiga (sposa del re Jagiello) e del suo grembiule di rose.
Una delle leggende più interessanti, ancora molto sentita in Polonia, è senza dubbio quella di Rusalka, uno spirito-ninfa femminile associato alla seduzione erotica, all'acqua, alla forza della natura e spesso definito inquieto e vendicativo. Si dice infatti che in primavera Rusalka (visibile nelle notti di luna piena) risieda negli alberi delle foreste, mentre in autunno si sposti a vivere nei laghi e nei torrenti della Polonia, in particolare nelle regioni della Pomerania Occidentale e di Lebus (Lubuskie).
Mostri, draghi e ninfee spiritose sono sempre ricordati con reale inquetudine in Polonia, un Paese dove la tradizione fokloristica è sempre stata piuttosto viva e sentita, come si nota anche dal mito dell'Aquila bianca, simbolo della nazione polacca. Le leggende della Poloniasono così particolari e forse poco conosciute che le vogliamo raccontare ad una ad una. Non perdetele, vi sarà utile sapere a cosa sono legati i luoghi che visiterete e magari farà comodo conoscere cosa c'è sotto quegli strani fenomeni di cui potrete fare esperienza in Polonia...
Le genti slave che arrivarono in Europa nel VII° secolo dopo Cristo non avevano una rigida divisione tra i sessi, e non esisteva una subalternità socialmente codificata della donna nei confronti del’uomo. Anche ilpantheon paleoslavo annoverava molte divinità femminili legate al culto della terra e della fecondità. Divinità non secondarie per genti dedite all’agricoltura più che alla guerra. Secondo alcuni storici la “libertà” sociale della donna nei popoli slavi dell’alto Medioevo si deve alla profonda influenza esercitata dalle genti scizie e sarmate. Addirittura per questi popoli si ipotizza la presenza di donne guerriere da cui discenderebbe il mito delle Amazzoni. Erodoto, nel suo celebre Storie, già nel V° secolo avanti Cristo, evocava con dovizia di particolari quelle donne guerriere che, collocate sulla piana del Don, si univano ai giovani sciti prendendoli come amanti giusto il tempo della fecondazione.

Il mito delle Amazzoni
Il mito delle Amazzoni sarà un grande topos letterario dell’alto medioevo. Con ogni probabilità è giunto in Europa insieme ai sarmati, popolazione seminomade di cavalieri che, spinti in Pannonia dalle migrazioni dei goti, si fusero con le popolazioni slave presenti nella bassa Moravia, ove poi si sviluppoò il primo grande regno slavo della storia. Per inciso: una certa mitografia fa risalire ai sarmati l’origine dei polacchi, e certo influenze ve ne furono, ma storicamente ha la stessa validità dei galli progenitori dei francesi. Il mito delle amazzoni lo ritroveremo nel VIII° secolo dopo Cristo nell’Historia Longobardorum di Paolo Diacono e ancora nel X° secolo il viaggiatore arabo tortosano Ibn Ya’qub parla di donne guerriere nelle sterminate pianure della Rus’.

La libertà sessuale delle donne slave
L’elemento mitologico trova riscontri nelle cronache dell’alto Medioevo: Cosma di Praga, padre della storiografia boema, nel XII° secolo narra di donne ceche che “desideravano ardentemente possedere armi ed eleggevano capitani all’interno del gruppo. Stavano in guerra né più né meno dei maschi e come questi cacciavano nelle foreste. Né facevano differenze tra abiti maschili e femminili”. In tempi successivi riscontriamo come le donne fossero ammesse nella successione nobiliare in Polonia. La libertà sessuale era assai ampia. Sempre Ibn Ya’kub racconta del privilegio delle donne serbe nello scegliersi lo sposo e, più spesso ancora, di disporre di sè prima del matrimonio: “Quando una giovane si innamora di un uomo va alla casa di lui per soddisfare il proprio desiderio. E se un ragazzo trova una fanciulla vergine la abbandona poiché se di buono vi fosse stato in lei qualcun’altro prima l’avrebbe voluta”.

Il cavaliere francese de Beauplan, ingegnere al servizio del re di Polonia per ben diciassette anni, scrive che in Ucraina “si vedono ragazze andar a far l’amore ai ragazzi che piaccion loro, e mai che falliscano un colpo”. Sempre in Serbia la donna poteva, con il consenso maritale, uscire temporaneamente dal vincolo matrimoniale per farsi fecondare da un estraneo, qualora il marito non avesse potuto farlo.
Si tratta di pochi esempi che testimoniano di come la condizione femminile presso gli slavi fosse assai diversa da quella che ci costumava nel resto d’Europa. Una “libertà” della donna che la lenta ma progressiva cristianizzazione ha fortemente ridimensionato ma di cui sopravvive tutt’oggi qualcosa. Basti pensare alle donne ucraine, che emigrano per lavoro lasciando a casa il marito e i figli. Una scelta che testimonia la profonda potestà femminile sulla famiglia.

La donna disprezzata e vendicativa. Il mito delle rusalki
Naturalmente, non erano tutte rose e fiori nemmeno nell’alto Medioevo. Un mito più di tutti restituisce la volubilità della condizione femminile: quelle delle rusalki.
Le giovani che, disperate, si sono gettate nell’onda rapida dei fiumi, si mutano rusalki, piccole onde che un giorno potrano vendicarsi dell’amante infedele attirandolo nei gorghi. E’ il tema di un celebre scena drammatica di Puskin: “Da que momento in cui, fuori di me, ragazza disperata e disprezzata, mi gettai nelle acque del profondo Dniper mi trovai rusalka fredda e possente, ogni giorno penso alle vendetta, ed ora, a quanto pare, è giunta la mia ora”.
La parola rusalki (rusałki, rusálke, rusalije, pусалки) è un termine generico per indicare le divinità, gli spiriti e i demoni femminili associati ai fiumi e ai laghi nella mitologia slava. Le varie tradizioni slave connotano differentemente le ruslaki, variandone caratteristiche fisiche e funzioni. In Russia sono note come beregine(da bereg, che significa sponda, riva). Nei Balcani vengono chiamate samovile dai bulgari e vile da serbi e croati. Il loro aspetto era attraente, giovane ed erotico: lunghi capelli intrecciati e occhi verdi, nude o vestite solo di fiori, il loro scopo era attrarre l’uomo infedele nelle spire dell’acqua. In taluni casi erano rappresentate come donne metà pesci, come le sirene della mitologia classica. Per inciso, il simbolo della città di Varsavia, legato al mito fondativo, è appunto una sirena. In generale venivano associate all’acqua e alla primavera, e potevano influire sulla fecondità delle donne, sui raccolti, sulla pesca, curare malattie, ma anche causare la morte.
Le rusalki erano dunque figure pericolose: la notte uscivano dall’acqua sedendosi sui rami dei platani e chiamando gli uomini di passaggio. Se questi erano infedeli, venivano travolti dalle acque e uccisi. La donna tradita, divenuta rusalka, poteva liberarsi dalla sua condizione demonica quando l’amante infedele veniva infine punito.
La rusalka oggi
Alle rusalke sono ancora oggi dedicate feste. In Ucraina vengono ricordate con una festa all’inizio della primavera, connessa alla fecondità. E’ interessante notare come il mito delle rusalki racchiuda una serie di significati, in parte sopravvissuti nel folclore e nella mentalità slava, che fanno della donna un essere magico, legato alla ri-generazione della natura, ma al contempo demoniaco. Un essere capace di vendicarsi se viene tradito il patto amoroso. Un essere che può dare la morte pur legandosi alla vita, che agisce dominata dall’odio perché ha conosciuto l’amore.
Forse non è temerario affermare che questo mito sopravviva – per estremo – nelle lotte di movimenti come le Femen (che nude, appunto, attraggono con l’inganno erotico ma il cui scopo è una rivendicazione sociale) o nelle ormai note Pussy Riot, in cui l’elemento erotico presente fin nel nome si lega a un ben più radicale messaggio politico. Il patto che è stato rotto è appunto quello sociale, il riconoscimento della sostanziale uguaglianza tra i sessi. Uscendo dai casi di cronaca, invero un po’ estremi, esiste nella donna slava un richiamo all’autonomia (mai realmente negata) che si scontra con il paternalismo di società mascoline e muscolari.
Massimiliano Di Pasquale, nel suo Ucraina terra di confine, racconta di Asgarda, un gruppo di centocinquanta ragazze che si proclamano discendenti delle Amazzoni. Kateryna Tarnovska, leader del movimento, dichiara che lo scopo è emancipare l’Ucraina dal retaggio totalitario, liberando i sogni e desideri delle donne. Donne che vivono secondo una regola comune, e le cui figlie vengono “educate” dal gruppo una volta raggiunta l’età di tre anni. L’acqua è l’elemento sacrale. Asgarda, nome dell’associazione, fa riferimento alla mitologia nordica. Un pasticcio culturale? Non proprio se ricordiamo che il primo regno russo, quello kieviano, è stato fondato da guerrieri vichinghi. Tutto si tiene, nel passato nel presente delle donne slave.


Sincronicità: Quando l'Universo ci parla attraverso i Segni (Synchronicity: When the Universe Speaks to Us Through Signs)

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