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venerdì 18 maggio 2018

Bardo


Dal punto di vista buddhista, l'uomo come individuo non costituisce una vera unità, è un aggregato di stati, di coscienze e di elementi. Ciò che, come "vita", generalmente preesiste alla nascita e si continua dopo la morte non è un "Io" bensì la forza centrale che ha determinato un simile aggregato e che, dopo che questo con la morte si dissolve, andrà a determinarne di nuovi, secondo le cause immanenti destate nella precedente esistenza od in essa esaurite. Tale forza la si potrebbe chiamare l'"Io samsârico" se questa non fosse quasi una contradizione in termini. A tale riguardo, il buddhismo usa il termine santâna, che vuol dire corrente, flusso, concatenazione di stati. Non si tratta nè del principio trascendente shivaico, perchè esso qui è travolto e quasi sommerso dalla Shakti quale "desiderio", quale forza cieca ed irrazionale assetata di vita ed estroversa, e non si tratta nemmeno dell'Io individuale cui l'uomo comune può riferirsi, questo riguardando soltanto una sezione o tratto di tale flusso, condizionato dalla contingente unità di un dato aggregato. Tuttavia questo Io effimero è il riflesso d'una forma eterna che è il suo "Nome" e che gli preesiste sul piano supertemporale. Alla morte, il riflesso viene riassorbito, come nel sonno prolungato la coscienza normale è riassorbita e scompare. Solamente chi è divenuto un "Vivente", chi ha conseguito il Risveglio, assume, morendo, quella forma e realizza il suo Nome; egli viene inscritto nel "Libro dell'Eterno" o, come si diceva nell'antico Egitto, nell'"Albero della Vita".
Con la morte, dunque, l'aggregato si dissolve, l'un essere da luogo a vari esseri ("nutre" vari esseri), a varie coscienze che vanno a seguire ognuna la propria legge. Resta la forza centrale aggregatrice, capace di ripullulare, di rimanifestarsi in questo o quel piano di esistenza condizionata: non necessariamente di nuovo nel piano umano e terrestre. In particolare è possibile che le componenti dissociate d'ordine vitale più in basso si dissolvono in ceppi manifestantisi anche in specie animali - questo essendo il vero senso dell'insegnamento dato nella forma simbolico-popolare di "rinascite animali".
Nel caso di persone datesi alle discipline iniziatiche o che circostanze specialissime abbiano condotto ad analoghe "aperture", le cose vanno in modo diverso perchè in loro non agisce e sopravvive soltanto la forza samsârica da noi detta "aggregatrice" ma è anche presente un vero Io sotto le specie di un principio extrasamsârico che mantiene una sua forma, anche se staccata da tutti quegli elementi psichici e sottili che si riferivano esclusivamente alla condizione umana. A tale Io resta un margine di libertà, una virtuale indeterminazione rispetto alle leggi karmiche.

La parola tibetana bardo si compone di bar, che vuol dire "fra", e do, "due" tanto da significare "fra i due". E' stata prevalentemente tradotta con "stato intermedio", nel senso di stato posto fra l'una "vita" e l'altra. Ma il significato principale ci sembra invece essere "stato fra i due" nel senso di stato incerto, di stato non ancora univocamente determinato, quasi di "bivio". L'insegnamento in parola si basa dunque sull'indeterminazione che gli stati postumi e lo stesso punto della morte offrono a chi, avendo seguito in vita una disciplina spirituale, eviti o superi la crisi-deliquio inerente al cambiamento di stato. Costui può intervenire. Egli può guidare il proprio destino. E se le sue forze non dovessero essere sufficienti per fargli realizzare subitamente la suprema liberazione, gli sono indicati i mezzi per scegliersi una sua nuova manifestazione nel mondo condizionato e per evitare il peggio.
Dai testi vengono soprattutto considerati tre bardo - tre piani di indeterminazione, corrispondenti ad altrettanti bivi o punti di svolta ed a sedi gerarchicamente ordinate: il chikhai-bardo, il chönyid-bardo ed il sidpa-bardo. Sono tre livelli, ad ognuno dei quali si presentano dunque delle porte, in serie. Chi non riesce al livello del primo bardo ha ancora la possibilità di riprendersi al livello del secondo bardo; se anche in questo la prova fallisce si offrono le possibilità del terzo bardo, riguardanti manifestazioni in forme più condizionate. E' possibile che anche al livello del terzo bardo l'azione fallisca; questo è il caso quando i residui samsârici mantengono una forza tale da neutralizzare le iniziative del principio-Io. Allora il processo si svolge come per un pashu, per un essere comune. Non vi è più da parlare d'una vera continuità, la morte non ha ridestato un "Vivente", è semplicemente la forza samsârica aggregante ad agire secondo l'accennato meccanismo di cause ed effetti, nel segno del desiderio, della "sete", fino a generare un nuovo fantasma di vita individuale.
Non vi è differenza fra l'Io ed il Principio, l'uomo nella sua essenza è il Principio, ma non sa di esserlo. E' libero, quando superando l'"ignoranza" realizza tale identità riconoscendo l'illusorietà metafisica di tutto ciò che presenta i tratti d'un "altro". Tale conoscenza consuma ogni vincolo e distrugge ogni spettro oltremondano.

L'animo non deve vacillare; non si deve lasciare che la mente vaghi nemmeno per un istante. Recidere in pari tempo ogni attaccamento, spegnere ogni odio. Più che l'uso di immagini religiose, nel cambiamento di stato sarebbe d'importanza capitale rievocare ciò che nella vita si è realizzato di là dalla vita e tenersi fermi in tale ricordo, avendo nel contempo presente gli insegnamenti circa la fenomenologia dell'oltretomba. Una suprema presenza a se stessi è dunque necessaria in questo punto, il più importante di tutta una vita.

Per prima, si estinguerebbe, la coscienza visiva, poi l'olfattiva, poi la gustativa, poi la tattile, poi l'uditiva.

E' possibile che il passaggio attraverso gli elementi non sia privo di relazione con i cakra più bassi.

Il morente percepirebbe esteriormente una luce prima biancastra, simile al chiarore lunare, poi rossiccia. Interiormente verrebbe sperimentata invece una specie di "fumo" (che oscura la mente). E' questo il punto della crisi. La supera chi, grazie alla disciplina yoghica a cui si era già dedicato, in quel punto riesce a mantenere "libero da formazioni mentali lo spirito"; allora "le esperienze di questo processo, appena si producono, si sciolgono nello stato naturale di calma". Costui può dunque giungere senza discontinuità al punto culminante, che è quello del folgorare della luce trascendente messa a nudo dal dissolversi della concrezione fisica individuale a distacco completo (ciò avverrebbe tre giorni e mezzo o quattro giorni dopo la morte). Negli altri, interverrebbe invece una parentesi di deliquio, di incoscienza, dalla quale ci si riprenderebbe soltanto dopo questo periodo; periodo, che è anche quello in cui le componenti e le "coscienze" secondarie dell'essere umano si rendono gradatamente autonome e seguono una loro via, finendo spesso in quella zona di "influenze erranti", serbatoio di forze sub-personali, inferiori o residuali, che sono essenzialmente esse a dar luogo alla fenomenologia "spiritista" e medianica. Per un certo periodo può sussistere anche una forma relativamente unitaria che è una specie di doppio, di immagine spenta ed automatica del defunto; è come un secondo cadavere - cadavere psichico - che egli ha lasciato dietro di sè.
Dopo il tramortimento, la coscienza si ridesterebbe in uno stato di lucidità sovrannaturale ed avrebbe l'esperienza decisiva, quella del manifestarsi della luce assoluta primordiale come una folgorazione. E' la prova. L'Io dovrebbe vincere ogni terrore ed essere capace d'identificarsi con questa luce, di riconoscersi in essa perchè può dirsi che metafisicamente essa è la sua stessa natura. Essere capaci di ciò, significa conseguire in un attimo la Grande Liberazione, realizzare l'incondizionato. Ogni karma, ogni residuo è distrutto. Dovrebbe essere come l'incontro "di un'antica conoscenza". L'effetto viene riferito all'unirsi di una sola cosa - "come l'acqua di un fiume si congiunge con quella del mare" - di ciò che s'era acquisito e di ciò che non s'era acquisito, l'acquisito essendo la conoscenza, la luce che si era già raggiunta in vita, il non-acquisito la totalità di essa, che ora si manifesta.

Ma questa prova può anche non venir superata, si può essere terrorizzati, si può non avere l'intrepidezza, lo slancio quasi sacrificale, la lucidità necessaria per l'identificazione fulminea e per la completa, istantanea arsione del velo dell'avidyâ, dell'ignoranza trascendentale. Allora, con questa prova, si è mancata la prima , più alta possibilità oltremondana, si scende di un gradino, si passa dal chikhai-bardo al chöniyd-bardo, si passa a piani nei quali al morto si presentano analoghe alternative, con la differenza che ora non si tratta più di esperienze libere dalla forma. Si dirompe invece un mondo fantasmagorico di visioni e di apparizioni avente un carattere simile al sogno. Esso sarebbe generato da una fantasia passata allo stato libero, non più soggetta al controllo dei sensi, che pertanto acquista, potenziati, i caratteri di quella che abbiamo chiamato l'immaginazione magica. Con una veemenza elementare essa è portata a generare simili visioni per proiezione ed esteriorizzazione di contenuti della coscienza e della subcoscienza, e d i forze già chiuse nella parte occulta, sotterranea dell'essere umano. Questo è il piano, anche, di una possibile liberazione per coloro che non concepirono l'incondizionato nella sua nuda purezza metafisica bensì sotto la specie di una qualche figura divina, di un simbolo, di un'immagine culturale. Qui ciò che decide è la capacità di superare il miraggio e di giungere ad uno stato di identificazione con un simile mondo fantasmagorico. E' una prova che ha due gradi.
In principio cessa dunque di apparire nella sua natura libera da forma e folgorante e si sensibilizza sotto le specie di varie figure divine maestose e splendenti che si presentano in serie, in sette giorni - il giorno avendo evidentemente un significato simbolico, un giorno potrebbe comprendere intere epoche dei mortali qualora una correlazione temporale potesse venir stabilita. Non superata l'una apparizione, nel giorno successivo si presenta l'altra. Superare significa identificarsi. Qualunque cosa appaia, essa va conosciuta come un riflesso.
E' importante il riconoscimento che dal momento che le proiezioni utilizzano immagini latenti della coscienza profonda del trapassato, sarà naturale il presentarsi di figure e di scenari corrispondenti a quelli della sua fede e della sua tradizione. Nel secondo bardo il buddhista, il cristiano, il maomettano, lo sciamano, etc. vedranno ognuno gli iddii, i paradisi e gli inferni della rispettiva credenza e così cadono vittime dell'illusione, perchè il compito è appunto superare la particolarità e l'esteriorità di queste forme proiettate, nello stato di assoluta auto identità dell'essere reintegrato. A tale riguardo si parla senz'altro nei "sette gradi dell'imboscata". L'imboscata è costituita appunto dall'apparenza oggettiva di tutte queste divinità, generata soltanto dall'impotenza e dalla limitazione interna, dall'ignoranza" del morto non completamente superata ed agente, qui, in modo magico. Vengono indicati i "residui" che, dinanzi a ciascuna di quelle figure divine, in ognuno dei "giorni" fanno nascere la paura ed allontanano da esse - ossia da se stessi.

Non superando la prova costituita dal mondo divino calmo e radioso, il panorama, quasi per una mutazione caleidoscopica, si trasforma. Come se la stessa paura si proiettasse ed oggettivasse nelle figure divine, alle divinità calme e luminose subentrano divinità terrifiche, irate, distruttive, scatenate - in realtà sono le stesse di prima, con tratti mutati, in loro altri aspetti. Si ripresenta la prova dell'identificazione che, naturalmente, qui è più difficile superare. A tanto, occorrerebbe aver praticato in vita, su una linea più o meno dionisiaca, proprio il culto di divinità del genere; solo allora si potranno "svestire" tali divinità ed in esse si potrà realizzare l'integrazione di stati spirituali già conosciuti nelle culminazioni di pratiche e riti terreni. Altrimenti si darà involontariamente indietro, si "fuggirà".
A questo livello, ed ancor più al livello successivo, a quello del sidpa-bardo, la maggiore difficoltà sarebbe dovuta al fatto che le forze e le tendenze sopravviventi alla dissoluzione dell'aggregato umano e, per così dire, portate appresso, agiscono in modo automatico, quasi "fatale". A partire da questa fase, viene detto che gli impulsi atti a sviare essendo assai potenti, questo è il momento in cui è quanto mai necessario ricordarsi gli insegnamenti contenuti nel Bardo Thödol. Il superamento della prova al secondo livello porterebbe al "trasferimento" in uno dei "portatori del vajra", l'assegnazione ad uno dei regni delle forme pure che attraverso la figurazione dei cosidetti Dhyâni-Buddha, hanno relazione con gli stati spirituali realizzati nell'una o nell'altra fase del dhyâna yoghico. Si tratta delle regioni gerarchicamente più alte del mondo manifestato, chiamate in tibetano og-min (in sanscrito: anishta-loka), ossia "non più caduta" = sedi da cui non si cade più. Per queste sedi varrebbe la legge, che "coloro che hanno lo stesso grado di conoscenza e di sviluppo spirituale si vedranno reciprocamente" (Tibetan Yoga, p. 240) mentre gradi diversi renderebbero gli uni invisibili agli altri.
L'ordine delle apparizioni va dunque dall'assoluto al relativo dall'immediato al mediato, dall'informale al formale. E' soltanto l'atteggiamento dell'Io a produrre le trasformazioni ed i trapassi dei contenuti dell'esperienza. Le divinità irate e scatenate non riflettono ed oggettivizzano che la stessa paura dell'anima nella sua incapacità d'identificarsi con quelle radiose e maestose. A meno che con un'azione energica od in base alle inclinazioni acquisite od alimentate in vita seguendo culti di divinità scatenate dionisiache e distruttrici si sia da tanto da assumere la persona degli dei della nuova esperienza, il terrore, che essi riflettono, genererà nuovo terrore, si sarà spinti ad una fuga, con il che anche le possibilità del secondo bivio o bardo si esauriscono.
Subentra il terzo bardo, il sidpa-bardo, cioè quello delle "alternative riguardanti una nascita". Ormai l'indeterminazione non riguarda più che il passare ad una data "nascita" samsârica anzichè ad un'altra. In chi non abbia superato nemmeno la prova del secondo bardo la bilancia si è inclinata dalla parte delle forme più condizionate: l'ente samsârico fatto di desiderio, assetato di vita, si è dimostrato più forte del principio shivaico. Questo terzo bardo è caratterizzato in primo luogo da un potenziamento della fenomenologia terrifica propria della fase precedente. Ora sono addirittura tormente, nembi, tenebre angosciose, fiamme come di intere giungle incendiate, fragori come di crolli di montagne, folgori, onde tempestose, furie e demoni in atto di perseguitare e di colpire, ma anche gelide solitudini, deserti senza fine, etc. - tutti miraggi, riflessi, spettri, proiezioni allucinatorie create dai moti stessi dello spirito o dal giuoco delle forze karmiche che hanno preso la mano e che per tal via cercano di condurre il principio cosciente, ingannato e terrorizzato da tale fantasmagoria da incubo, nella direzione di una data sede. Il processo si svolgerebbe così che una data matrice si presenta come un rifugio in questa vicenda angosciosa, per cui lo spirito insciente ed incapace di auto dominio viene giocato e vi finisce dentro senza rendersene conto. Si parla di tre precipizi invisibili che si spalancano dinanzi a chi fugge, l'uno bianco, l'altro rosso, il terzo nero, corrispondenti a tre specie di "nascite", ossia a tre forme di manifestazione inferiore samsârica.
La seconda caratteristica di questo terzo bardo sarebbe l'affacciarsi della sensazione di esser morto, unitamente al desiderio veemente di nuova vita - per via del ripullulare del germe, la forma cui si è uniti sarebbe ora un "corpo del desiderio" - ed alla percezione di oggetti e di esseri dell'uno o dell'altro piano di esistenza. Il desiderio e le reazioni di fronte alla fantasmagoria terrificante sono i fattori da dominare in quest'ultima serie di esperienze ultraterrene. Qui mente e memoria divengono particolarmente chiari - anche in coloro nei quali erano offuscate ed ottuse - ed il "corpo del desiderio" ha la qualità di un corpo magico nel senso che esso può raggiungere ciò che brama o concepisce. Per azione dell'elemento samsârico possono però presentarsi prospettive ingannatrici, si può, cioè, reputare buono e desiderabile quel che non lo è, e viceversa. Il testo esorta a ricordarsi anche dell'"opposizione", ossia della presenza di forze ostili all'illuminazione, di forze che si potrebbero chiamare di contro-iniziazione, agenti alla radice stessa dell'elemento samsârico, come una specie di demonìa.
Bisogna realizzare che tutte le apparizioni sono soltanto allucinazioni, che, la natura del proprio essere qui essendo il "vuoto", non vi è nulla da temere, non vi è cosa su cui tutte le entità minacciose e le forze scatenate possano far presa. Va pensato che esse tutte sono forme irreali, simili a sogni, ad echi, a miraggi, come le apparizioni create da una qualche magia.

Nei riguardi dell'entrata in una matrice umana, l'insegnamento tibetano ha vedute che quasi vanno incontro a quelle della psicoanalisi freudiana. L'ente del desiderio assetato di nuova vita vedrebbe esseri maschili e femminili in atto di congiungersi. A seconda del sesso che nella precedente esistenza ebbe l'essere da esso creato, sorge, in un tale ente, desiderio per colei che sarà la madre (se fu maschio) ed odio e gelosia per colui che sarà il padre, o viceversa, nel caso dell'altro sesso. Attraverso questi movimenti attrattivi e repulsivi avverrebbe l'incorporazione in un nuovo germe, propriamente con l'identificarsi con l'uomo nell'atto in cui egli possiede e feconda la donna, o viceversa. Si tratta perciò di paralizzare tali moti dell'ente di desiderio. "Mantenendo la mente concentrata in un sol punto", si deve stare in guardia per arrestare ogni sentimento di desiderio o di avversione destato dalla visione sovrasensibile di una coppia, or ora detta. Un altro metodo ha invece la stessa struttura delle contemplazioni precedenti le pratiche sessuali tantriche. Si impedisce il movimento verso una coppia in amplesso col visualizzare l'uomo come la divinità maschile e la donna come la sua Shakti, come la Grande Madre. Ancora un altro metodo consiste in una visualizzazione esorcizzante che ricorda alcune pratiche meditative gesuite. Nello sperimentare lo scatenarsi delle furie, degli elementi, dei demoni si dovrebbe subito visualizzare una delle divinità magiche del proprio culto come un essere perfetto, possente, terrifico per le forze nemiche, tale da dissolvere in un attimo tutti questi spettri.
Sapendo che sedi buone possono apparire indesiderabili e sedi cattive desiderabili, si tratta di paralizzare qualsiasi inclinazione o repulsione, per non lasciarsi prendere al giuoco.
Queste possibilità di padroneggiamento del destino nell'oltretomba implicano la presenza, negli stessi stati dell'aldilà, delle qualità yogiche della neutralità e del distacco, della fredda e sovrana qualità magica.
Il terzo bardo, terza ed ultima zona d'indeterminazione postuma, rende possibile, se non la liberazione, una certa libertà nel mondo condizionato. Dal grado del "ricordo" che malgrado tutto si è mantenuto dipende una scelta tale da permettere di continuare o completare la "Grande Opera" in una nuova esistenza, come un individuo che si trova già ad avere predisposizioni privilegiate nei termini di quella che abbiamo chiamato la "dignità naturale", con il senso più o meno vivo di un suo background prenatale.
Va considerato a parte il caso di coloro che assumono un corpo e riappaiono nel mondo degli uomini volontariamente, non per aver mancato le occasioni dei tre bardo. Si pensa che a queste "discese" si associ quasi sempre una data missione, visibile od invisibile, Nel caso-limite si ha l'assunzione di un nirmâna-kâya come mâyâvîrûpa o corpo magico.

Bibliografia:
Julius Evola, Lo yoga della potenza - Edizioni Mediterranee

lunedì 31 agosto 2015

IL LIBRO DI DZYAN, LA STORIA PROIBITA DELL’UMANITÀ

Esistono, nel mondo, dei libri maledetti che una sorta di “Santa Alleanza contro il sapere” ha combattuto aspramente dai tempi più remoti fino ai nostri giorni. Yves Naud


Il libro di Dzyan è uno dei più antichi libri dell’Umanità ,viene menzionato in antiche tradizioni,nessuno lo aveva mai visto, possediamo la sola testimonianza di Helena Blavatsky; la quale, a sua volta, sosteneva di essere stata nel Tibet, A Lhasa, dove avrebbe avuto la possibilità di prenderne visione e stenderne un compendio in versi;
La teosofa russa sosteneva che esso era scritto in una lingua pre-ariana ora completamente dimenticata, il “senzar”; e che esso sarebbe stato dettato dagli Atlantidi, ossia i membri della quarta razza “creata” sul nostro pianeta dagli dèi “costruttori” provenienti dallo spazio, e poi distrutta da una immensa catastrofe e sommersa dalle acque di un Diluvio (mentre la razza attuale, alla quale noi apparteniamo, sarebbe la quinta della serie).La fondatrice della Società Teosofica, Helena Petrovna Blavatsky, ebbe la possibilità di visionarlo nel 1868 in un monastero del Tibet. L’unica versione nota in occidente del “Libro di Dzyan” è quella che Helena Petrovna Blavatsky ha tradotto in versi, intitolandola “Le Stanze dal Libro di Dzyan” (di fatto, sovente i non specialisti confondono i due titoli e le due opere) ed esponendola nel suo volume “La dottrina segreta”; che, assieme ad “Iside svelata”, è generalmente considerata l’opera più importante della mistica russa e fondatrice della Società Teosofica. Si pensa che la copia originale del “Libro di Dzyan”, di cui esistono forse anche dei codici posteriori, non consisterebbe in un libro vero e proprio, come noi lo intendiamo, fatto cioè di pagine riempite da caratteri destinati alla lettura; bensì sarebbe una sorta di oggetto “magico” il cui contenuto verrebbe compreso intuitivamente, per via telepatica, da coloro i quali vi poggiano sopra la mano sinistra, ma solo a determinate condizioni: in particolare, quella di possedere una mente ed un cuore sgombri da secondi fini o desideri impuri. Tale, infatti, è la descrizione che la teosofa russa fa di questo libro “maledetto”. Secondo il “Libro di Dzyan”, i primi uomini della Terra erano discendenti dai Celesti o Pitris, venuti dalla Luna. Il testo descrive l’evoluzione dell’uomo dalla prima razza fino alla quinta – la nostra – che si ferma alla morte di Krishna cinquemila anni fa. Scritto in una lingua assolutamente sconosciuta, il “senzar”, si dice che sia stato dettato agli Atlantidi da esseri divini. Il “Libro di Dzyan” parla delle dinastie atlantidi divine e ricorda i “re del Sole” che occupavano “troni celesti”. Quest’epopea religiosa non potrebbe essere il ricordo distorto di extraterrestri, di Venusiani che si posarono sulla Luna e poi sulla Terra? I “re del sole” sono forse uomini dello spazio venuti a “colonizzare” la Terra su macchine spaziali? Come è stato scoperto il “Libro di Dzyan”? Quali segreti nasconde? Presenta davvero dei pericoli per la nostra civiltà, come pretendono alcuni ricercatori? È alla fine del XVIII secolo che il mondo occidentale sente parlare per la prima volta del “Libro di Dzyan”. In quell’occasione, l’astronomo Bailly afferma che il manoscritto viene dalle Indie, ma che in effetti è stato scritto… sul pianeta Venere! Nel XIX secolo, un altro Francese, Louis Jacolliot, si interessa del “Libro di Dzyan” che egli chiama “Le Stanze di Dzyan”. Ma la sventura sembra accanirsi contro tutti cloro che pretendono di possedere il manoscritto. Per qualche anno i ricercatori – cedendo alla superstizione – rinunciano allo studio del manoscritto. Ma la questione torna alla ribalta con l’entrare in scena della famosa teosofa Elena Blavatsky. La Blavatsky fin dalla tenera eta,manifesta dei notevoli poteri psichici e medianici,tanto che la famiglia stessa,spaventata da queste sue particolari doti,cerca di farla sposare pensando che il matrimonio potesse assopire quella sua condizione cosi imbarazante.Ma Elena fugge e raggiunge il porto di Odessa, dove si imbarca per Costantinopoli., Da lì passa in Egitto. Al Cairo Elena vive con un mago di origine copta che le manifesta l’esistenza di un libro maledetto, dai poteri nefasti.» Si trattava, naturalmente, del “Libro di Dzyan”, del quale Helena Blavatskij si mise alla ricerca e che finì per trovare, forse con l’aiuto di quei “Maestri occulti” tibetani dei quali ella ha parlato frequentemente, e sulla cui realtà e natura si dividono, su fronti opposti, coloro che la considerano una ciarlatana, e sia pure dotata di facoltà insolite e di una certa genialità istrionesca, e coloro che la considerano una autentica iniziata. Tra questi ultimi, Paola Giovetti ricorda la testimonianza del colonnello Henry Steel Olcott, secondo il quale la donna scriveva le sue opere in un evidente stato di “trance” ipnotica; e aggiunge che ella sembrava “copiare” da un manoscritto visibile a lei soltanto; tanto più che, spesso, i brani da lei citati a memoria figuravano su libri estremamente rari, ad esempio reperibili solo presso la Biblioteca Vaticana o il British Museum. La descrizione del libro che ne viene fatta lo rappresenta con I suoi grandissimi fogli di colore nero e densi di simbolismi a caratteri d’oro zecchino; è un libro colossale, pesantissimo, chiuso alla maniera tibetana tra due spesse tavole, ma sono tavole di oro purissimo e magistralmente cesellate. Le “Stanze di Dzyan” è un Libro Sacro magnetico nel senso che, appoggiando il palmo della mano sinistra sui suoi simboli profondi e avendo l’animo e la mente completamente scevri da qualsiasi impurità, si vedono passare avvenimenti, si odono voci, si percepiscono segreti svelati.
Evoluzione cosmica e Antropogenesi
Il testo è diviso in due parti: la prima, Evoluzione cosmica, consta di 7 Stanze (capitoli) e 53 capoversi; la seconda, Antropogenesi, comprende 12 Stanze e 49 capoversi. La grande studiosa russa Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891),ha lasciato ottimi libri di commento sulle “Stanze di Dzyan” (La dottrina segreta), ma sono commenti e direttive prettamente esoterici; non è dato sapere del resto, se la Blavatsky, durante il suo ipotetico ingresso nel Tibet nascosto, abbia potuto prendere visione del Libro Sacro oppure ne abbia potuto assaporare il contenuto soltanto da una copia (non integrale) durante il suo soggiorno in India. Analizziamo alcuni passi riguardanti l’Antropogenesi interpretandoli in modo concreto, senza i soliti misticismi; così operando otterremmo una visione davvero sorprendente su meravigliose e remote descrizioni concernenti la non più misteriosa comparsa dell’uomo sulla Terra. La discesa di Esseri dallo spazio cosmico, la loro divinizzazione, i loro terrificanti combattimenti con Esseri mostruosi che popolavano questo pianeta e, cosa estremamente valida e importante, i loro vari tentativi di creare una Razza a loro immagine e somiglianza, abbastanza funzionante sul pianeta Terra: Una Razza scaturita da vari esperimenti basati sull’ingegneria genetica. Questa è l’Antropologia spaziale o Antropologia cosmica; una scienza d’avanguardia che è un atto di coraggiosa rottura con gli studi e le teorie sino ad ora formulati sul mistero dell’origine dell’uomo. Antropologia cosmica significa immagazzinare, registrare ed elaborare un’infinità di elementi, un turbine di avvenimenti in un vortice di concrete possibilità; significa mettere ordine tra le righe di antichissimi testi e saper ben leggere tra le righe, cogliere significati occulti di fatti storici o religiosi per ottenere così una chiara visualizzazione mentale sul passato remoto dell’Uomo.  Queste doverose, brevi premesse, prima di cominciare lo studio di alcune descrizioni contenute nell’Antropogenesi delle “Stanze di Dzyan”: diremo ancora che il termine “Dzyan” deriva certamente da “Dhyâni”, Dei planetari. Formatori e costruttori che, assieme ai “Lhâ”, Dei celesti con poteri sovrumani e ai “Lhâmayn”, Dei risplendenti inferiori, misero ordine sul pianeta Terra e cominciarono a costruire le razze umane, alcune distrutte perché mal riuscite, fino a giungere alla Quinta Schiatta, che tuttora alberga sulla Terra.
La prima razza
“Allora i costruttori, indossate le loro prime vestimenta, discendono sulla terra radiosa e regnano sugli uomini che sono loro stessi” (Stanza VII-7). Soffermandoci sul termine ‘allora’, viene spontaneo osservare che trattasi di un’azione consequenziale, cioè il succo, il riepilogo, seguito da una decisione, di una lunghissima preparazione al disegno programmato da una civiltà planetaria, di colonizzare il pianeta Terra. L’interpretazione di questa frase suona così: “Dopo la suprema decisione, i cosmonauti, che avevano il compito di formare una Razza umana, atterrarono sul pianeta Terra in pieno giorno e da quel momento essi sono capi e re della futura Razza terrestre da loro formata e costruita.” I “Costruttori” erano scesi sulla Terra dopo che il Pianeta aveva subito sconvolgimenti catastrofici e dopo la comparsa di Razze mostruose sulla sua superficie. “La ruota girò per trenta crore ancora… dopo trenta crore si rivolse… essa creò dal proprio grembo. Sviluppò uomini acquatici terribili e malvagi… I Dhyâni vennero e guardarono. I Dhyâni vennero dal lucente padre-madre, dalle regioni bianco latte, dalle dimore dei mortali immortali… essi furono malcontenti… non Rûpa adatti per i nostri fratelli del quinto. Non dimore per le vite… e le fiamme vennero. I fuochi con le scintille… I Lhâ dall’alto ed i Lhâmayn dal basso vennero. Essi uccisero le forme che avevano due e quattro facce. Combatterono contro uomini-capra e contro uomini dal capo di cane e contro gli uomini dal corpo di pesce” (Stanza II-6). I primi esseri che furono creati o che già abitavano la terra,qui il testo non è chiaro,erano quindi,delle creature acquatiche”definite terribili”, i Dyhâni capirono che l’anima non si poteva incarnare in quel corpo grezzo,e vedendo che erano dannosi decisero di distruggere la loro creazione.Poi notiamo che in quel tempo vi erano contemporaneamente più razze sulla terra,gli uomini-capra,gli uomini dalla testa di cane e gli uomini dal corpo di pesce (rettiliani?),questi altri esseri non si capisce se siano stati creati dagli stessi oppure da altre razze di creatori,e quali siano i fini di questi ultimi,non è dato saperlo. la descrizione che la Terra si ribaltò è quanto mai veritiera. Il papiro Haris (1.300 a.C.) fa riferimento ad una “catastrofe di fuoco e di acqua che provocò il rivoltarsi della Terra”; il papiro Ipuwer (1.250 a.C.) precisa che “il mondo prese a girare a rovescio come se fosse una ruota del vasaio e la Terra si è capovolta”; il papiro Hermitage (1.700 a.C.) afferma che “il mondo si è capovolto” e per finire l’antichissimo testo indù “Visuddhi Magga” sostiene che la terra venne “scrollata”, si capovolse e un ciclo del mondo ne rimase distrutto. Dopo la prima e la seconda Razza, rispettivamente Esseri formati da un connubio tra appartenenti a un pianeta giallo e altri di un pineta bianco nonché i prodotti “per germinazione ed espansione, il Sacro Testo passa a descrivere la formazione della Terza e Quarta Razza.
La Terza Razza
“Il bianco cigno della volta stellata adombrò la grande goccia. L’uovo della Razza futura, l’uomo-cigno della Terza che venne più tardi. Prima maschio-femmina, poi uomo e donna…” (Stanza VI-22). La bianca costellazione del Cigno dunque, adombrava la Terra (Grande goccia), allorché fu costruita la Terza Razza che venne appunto chiamata Razza-Cigno; una Razza diretta discendente dall’Essere androgino. Infatti viene specificato che mentre prima esisteva l’Essere Maschio-Femmina (cioè bisessuale), dopo l’intervento si ebbe lo stesso Essere che era diventato due, cioè Uomo e Donna.
Ma ecco una descrizione più dettagliata:
“Gli animali si separarono per primi; essi cominciarono a far Razza. L’uomo duplice si separò pure. Egli disse: ‘Facciamo come loro, uniamoci e formiamo delle creature’. E così fecero… e generarono dei mostri. Una Razza di mostri deformi coperti di pelo rosso, che camminavano a quattro zampe. Una Razza muta perché l’onta non fosse narrata” (Stanza VIII, 31-32). Questo secondo intervento dei “Formatori” e dei “Costruttori” fu quindi dapprima sperimentato sugli animali e poi sull’Essere androgino, che era sì intelligente ma, come vedremo, non poteva dirsi ‘ragionevole’. Anche questo Essere, divenuto due, cominciò ad accoppiarsi come del resto facevano da tempo gli animali e diede origine a una Razza di Mostri, che camminavano a quattro zampe ed erano coperti di pelo rosso. “Una razza muta, perché l’onta non fosse narrata”! I creatori comincirono ad apporre ulteriori modifiche manipolando il DNA,e crearono la terza e quarta razza,chiamata l’uomo-cigno. Quando si usa il termine “androgino”,non possiamo dire con certezza indicasse proprio la A-sessualità dell’essere stesso,o una questione puramente simbolica,per esprimere il concetto di un uomo non ancora immerso nella dualità. Questi cominciarono ad accoppiarsi e a procreare.Alcuni di loro si accopparono con animali o altri esseri presenti nel pianeta?,dando vita a esseri mostruosi e pelosi. Secondo i nostri studi,questi esseri mostruosi dal pelo rosso,sono ancora esistenti nel nostro pianeta,o almeno dei discendenti di questa razza,sono conosciuti con il nome di bigfoot, che vivono all’interno della terra,ma in un altra dimensione, ogni tanto vengono avvistati in superficie, in quanto tramite tunnel sotterranei,riescono a risalire in superficie.Le migliaia di avvistamenti di questi esseri non possono essere frutto di fantasia,ma sicuramente sono dei superstiti di quei tempi lontani. Questo antico reperto risale all’epoca antidiluviana,venne ritrovato da Padre Carlo Crespi,un prete salesiano nativo di Milano,nella regione amazzonica ecuadoriana chiamata Morona Santiago dove esiste una caverna molto profonda, detta in spagnolo Cueva de los Tayo.Il posto dove si trovavano quest antichi reperti, gli fu indicato dagli autoctoni Jibaro. Nel corso di decenni,raccolse centinaia di favolosi pezzi archeologici risalenti ad un epoca sconosciuta, molti di essi d’oro o laminati d’oro, spesso intagliati magistralmente con arcaici geroglifici che, a tutt’oggi, nessuno ha saputo decifrare.
Tenendo presente il testo del libro di dzyan,questo antico reperto mostra chiaramente un uomo della terza-quarta razza,sicuramente un atlantideo,il quale porta la testa decapitata, di un essere dai tratti simili alla descrizione dei mostri pelosi.
Notiamo nel reperto,la testa della creatura essere più grande del guerriero,dimostrando le fatezze enormi di queste creature. Sotto un reperto delle pietre di ica,ritrovate dal dottor Javier Cabrera Darquea,nelle zone circostanti le colline delle Haciendes, di Ocucaje e di Callago in Perù.La datazione delle pietre è stata fatta risalire ad un epoca antidiluviana. Le pietre riportano delle particolari incisioni,dalle ricerche dello stesso Cabrera,risulta che raccontino alcuni episodi di cui chi ha inciso le pietre,voleva fare arrivare fino ai nostri tempi. Su questa pietra nell’immagine sottostante,si possono notare alcuni uomini che cavalcono un dinosauro,in effetti si narra che gli atlantidei avessero delle grande capacità psichiche,con le quali riuscivano a dominare animali possenti come i dinosauri,che come è chiaro ai molti ricercatori,convivevano con questa razza di uomini,all’epoca di atlantide,poi dopo la grande catastrofe,si estinsero durante il conseguente periodo di glaciacizione della terra.Sicuramente alcuni di questi esemplari vivono ancora al centro della terra. Nella pietra osserviamo che gli uomini indossano gli stessi indumenti simili al guerriero atlantideo,dell’immagine sopra,lo stesso copricapo,sono gli stessi uomini della quarta razza.
Noi pensiamo che anche altre creature siano sopravissute e arrivate sino ai giorni nostri,e che queste ogni tanto vengano avvistate in diverse zone del pianeta.
La quarta razza
Dopo l’esperimento della Terza razza, ecco che le “Stanze di Dzyan” passano alla descrizione della formazione della Quarta: “Vedendo la qual cosa i Lhâ, che non avevano costruito uomini, piansero dicendo: ‘Gli Amanâsa hanno disonorato le nostre future dimore…insegniamo loro meglio perché di peggio non avvenga…’; Così fecero. Allora tutti gli uomini divennero dotati di manas… La quarta razza sviluppò la parola” (Stanza IX, 33-34-35-36). Questa volta non i Dyhâni ma i Lhâ, Dei celesti con poteri sovrumani, restarono delusi dalla riuscita di questo terzo esperimento che aveva generato degli Esseri “Amanâsa”, cioè senza “Manas”, senza mente. E allora corsero ai ripari: aggiunsero qualcosa per cui la Terza Razza svliuppò la parola e divenne così la Quarta razza che, se pur non proprio gradevole dal punto di vista estetico, divenne intelligente. Ma ecco che l’intelligenza sviluppò evidentemente anche la malignità e la cattiveria per cui ricominciarono i guai: “La Terza e la Quarta divennero gonfie di orgoglio: ‘Noi siamo i re, noi siamo gli dei’. Essi presero mogli belle a vedere. Mogli dai senza-mente, da quelli dal capo schiacciato: essi generarono dei mostri, demoni malvagi maschi e femmine, anche Khado, con piccole menti…” (Stanza X, 40-41). Si deve quindi dedurre che la Terza Razza, mal riuscita, non fu annientata ma fu rifinita e modificata; tuttavia molti esemplari dovettero rimanere, specialmente donne, per cui da questi accoppiamenti si generò una Razza cattiva con la comparsa di Khado, ovvero Esseri inferiori con piccole menti. Ricapitolando: dalla Terza Razza modificata (cioè dotata di mente) si ebbero due specie: una originata da accoppiamenti di appartenenti dalla Terza modificata e una originata da accoppiamenti della Terza modificata con donne della Terza non rifinita. Avvenne quindi che la Quarta Razza, invece di progredire, ottenne dei processi involutivi fisici e mentali rispetto alla dotazione del “Manas” difatti il senso della ragione, a poco a poco, fu adoperato sempre più per scopi anormali e malefici: “Eressero templi al corpo umano. Essi adorarono il maschio e la femmina. Allora il terzo occhio cessò di funzionare…” (Stanza X, 42). Il senso della ragione quindi, era servito esclusivamente ad erigere Templi al porto umano, ad abbrutirsi in una errata Religione e ad atrofizzarsi nel ‘culto di se stessi’: fu una Razza forte ma tuttavia malvagia, che dimenticò ben presto i propri Costruttori.
Fu questa la famosa Razza dei Giganti:
“Essi fabbricarono immense città. Fabbricarono con terre e metalli rari dei fuochi vomitati, della pietra bianca delle montagne e della pietra nera. Essi scolpirono le proprie immagini, della propria grandezza e somiglianza e le adorarono. Essi fabbricarono grandi immagini, grandi nove yati, statura del loro corpo…” (Stanza XI, 43-44). Questa è la razza che si riferisce agli atlantidi,essi erano stati generati dalla terza razza,che venne a sua volta modificata,con interventi genetici per raffinare il corpo. Questa razza aveva intelletto e grandi qualità spirituali,gli atlantidi nella Grecia antica, venivano raffigurati con i ciclopi,esseri giganti che disponevano di un occhio solo al centro della fronte,questo rappresentava simbolicamente la ghiandola pineale aperta,quindi il terzo occhio o occhio divino.Si narra anche che avevano la possibilità di vedere la propria anima all’interno del loro corpo,e che questa veniva percepita all’esterno come un bagliore. Dopo l’epoca d’oro, questa civiltà si corruppe,o venne infiltrata,e frange legate al potere materiale presero il sopravvento,creando guerre e non dando ascolto alla saggezza,che i divini creatori avevano impartito. Avvenne la prima grande catastrofe,in cui venne usata un arma devastante,destinata prima ad un uso diverso,ora veniva usata per la morte.Questa arma sfuggi al controllo e distrusse quasi la terra. La seconda catastrofe avvene per una caduta di un asteroide,o l’inversione dei poli magnetici,che distrusse atlantide inabissando poseidonia,la capitale,e provoco immense fratture terrestri,che poi diedero vita agli attuali continenti. la catastrofe che distrusse atlantide “L’acqua minacciava la Quarta. Le prime grandi acque venero. Esse inghiottirono le sette grandi isole. Tutti i santi salvati, gli empi distrutti. Con questi, molti degli animali colossali prodotti dal sudore della terra…” (Stanza XI, 45-46). Si fa quindi espresso riferimento ad una catastrofe avvenuta sul pianeta Terra nella notte dei Tempi, per cui potrebbe essere sia il ben noto Diluvio universale, sia la scomparsa del continente di Atlantide, sia la caduta di un immenso meteorite e sia l’esplosione e la disintegrazione di un intero pianeta del sistema solare (il pianeta mellon). Qui ora vogliamo sottolineare un passo molto importante del libro: Presero delle mogli piacevoli a vedersi. Donne prese tra coloro che erano sprovvisti di mente, dalle teste strette, e nacquero dei mostri, cattivi demoni, maschi e femmine, e anche dei Khado, con piccole menti.
dal libro della Genesi:
“Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla faccia della terra e furono loro nate delle figlie, avvenne che i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte. Il SIGNORE disse: «Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo poiché, nel suo traviamento, egli non è che carne; i suoi giorni dureranno quindi centoventi anni». In quel tempo c’erano sulla terra i giganti, e ci furono anche in seguito, quando i figli di Dio si unirono alle figlie degli uomini, ed ebbero da loro dei figli. Questi sono gli uomini potenti che, fin dai tempi antichi, sono stati famosi. Il SIGNORE vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo. Il SIGNORE si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo. E il SIGNORE disse: «Io sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato: dall’uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli; perché mi pento di averli fatti». Ma Noè trovò grazia agli occhi del SIGNORE.”
Genesi 6:1-8
dal libro di Enoc
“Dopo che i figli degli uomini si furono moltiplicati, nacquero loro in quei giorni belle e amabili figlie. Ma quando gli angeli, i figli del cielo,le videro furono presi dal desiderio per esse e parlarono fra loro: «Orsù scegliamoci delle mogli tra le figlie degli uomini e generiamoci dei figli»”
Enoc cap. 6
“ Costoro si presero moglie, ciascuno di loro se ne scelse una e cominciarono a frequentarle e a contaminarsi con esse, le ammaestrarono nelle arti magiche nelle formule di scongiuro, nel taglio di piante e radici e rivelarono le piante dotate di proprietà medicinali. Ma esse rimasero incinte e generarono giganti alti tremila cubiti che consumarono il prodotto degli uomini. Ma quando gli uomini non poterono più rifornirli di nulla, i giganti si rivoltarono contro di loro e li divorarono….”.
Enoc cap. 7: 1-4
dalla Terza Razza modificata (cioè dotata di mente) si ebbero due specie: una originata da accoppiamenti di appartenenti dalla Terza modificata e una originata da accoppiamenti della Terza modificata con donne della Terza non rifinita.
I testi sono simili,raccontano la stessa storia,è presumibilmente alcuni uomini della terza razza modificata (perfezzionata geneticamente affinché si incarnasse l’anima),si cominciarono ad accoppiare generando figli,questo erano i figli di Dio,altri invece si accoppiarono con delle donne non perfezzionate (in cui non si incarnava l’anima?),o un altra specie?da qui nacquero dei figli malvagi “cattivi demoni”,chiamati nella bibbia anche nephelim,questi i figli degli uomini.
Quindi questi figli di Dio non erano angeli caduti o alieni come molti asseriscono,ma erano i discendenti della terza razza,che per un motivo che non sappiamo,cominciarono ad accoppiarsi con delle donne che vengono descritte con la testa stretta,e prive di mente,che a sua volta generarono una nuova specie di mostri.
Dal ceppo della terza razza modificata,si generarono due specie diverse,chiamati i figli di Dio e i figli degli uomini,questo concetto è bene espresso nello gnosticismo,e in molte altre antiche tradizioni esoteriche e religiose,in cui il mondo è diviso in figli della luce,esseri spirituali,e i figli dell’oscurita,esseri puramente materiali.
Noi presumiamo che la diversità non consiste nella razza specifica,ma nell’avere o no l’anima. Restano ancora delle domande su chi fossero queste altre donne con la testa stretta,o se erano un altra specie?
Se erano un altra specie furono creati dagli stessi creatori,con gli stessi fini?
E questi figli degli uomini,o nephelim sono ancora tra noi?
La quinta razza
“Pochi furono i superstiti. Alcuni fra i gialli, alcuni fra i bruni e i neri, alcuni fra i rossi rimasero. Quelli del colore della Luna erano partiti per sempre”.
“La Quinta prodotta dal gregge santo, restò; essa fu governata dai primi Re Divini. I Serpenti che ridiscesero, che fecero pace con la Quinta, la istruirono e guidarono”.
(Stanza XII, 48-49).
La Quinta Razza, quella presente sulla Terra, sembra non abbia ricevuto alcun intervento di ingegneria genetica; è rimasta quella uscita malconcia , ma salva, da una catastrofe procurata. Una Razza che si avvaleva di alleanze e patti con gli Dei, visti i precedenti e fallimentari tentativi;
una Razza presumibilmente mista ad incroci con le stesse Divinità per cui potrebbero essere sorte due Stirpi: una direttamente apparentata con gli Esseri superiori ed una prettamente terrestre. Dimostrare questa ipotesi è difficile o quanto meno richiederebbe fiumi d’inchiostro (…).
conclusione
Sulla terra migliaia di anni fa,una razza di “costruttori” entità angeliche ultradimensionali,venne su questo pianeta per dare il via all’esperiemnto dell’uomo.
Serviva un pianeta dove dare vita a un corpo fisico di tipo umano,simile alle fattezze degli stessi costruttori,in cui si potesse incarnare l’anima.
Nel libro si fa riferimento a più razze di costruttori,e tra questi una superiore a tutte le altre.
Apportarono più volte perfezzionamenti al corpo fisico,e si denota chiaramente,che questi esseri controllano da lontano ma con costanza,l’evoluzione spirituale dell’umanità.
Dopo vari tentativi ed errori,riuscirono a creare un corpo fisico in cui la scintilla divina,l’anima,si potesse incarnare,per fare le esperienze nel mondo materiale fisico,come volontà della grande energia creatrice,da cui si diramano tutte le anime.
Questo uomo venne creato prendendo come base un mammifero acquatico,di cui non si capisce se creato dagli stessi in un tempo precedente,o gia esistente sul pianeta.
Su questo pianeta hanno convissuto contemporaneamente più razze e più specie,come del resto affermano anche le pietre di ica,e altri antichi reperti,in cui viene descritto che convivevano sulla terra più specie sia umane che di tipo rettiloide.
Non sappiamo però chi ha creato le une e chi le altre,o se sono gli stessi,e per quali fini,sappiamo però da molti resoconti storici, vi sono state delle guerre combattute,sia tra gli atlantidei stessi,divisi in fazioni,sia atlantidei con altre specie sulla terra,sia guerre tra entità dimensionali. Noi sappiamo che molte di queste specie sono sopravissute fino ai giorni nostri,e vivono all’interno della terra in una dimensione diversa dalla nostra,(la terra cava),dove si sarebbero rifuggiati,prima della grande catastrofe, anche gli atlantidei rimasti fedeli alla luce,formando il regno di agartha,insieme al consiglio dei 10 saggi,ch egovernava atlantide,formato da esseri di altre dimensioni,sicuramente i costruttori,tra di essi vi è il re del mondo,melchisedec. Essi sono i guardiani dell’evoluzione umana,e attendono la fine del ciclo previsto per risalire in superficie e ripristinare il regno della luce. Secondo le nostre ricerche,ci sarà una sesta razza sulla terra,ma questa volta non sarà modificata geneticamente,ma i maestri delle stelle,ritornando riattiveranno alcune funzioni dell’uomo,funzioni psichiche e spirituali,che sono state bloccate o ridotte a suo tempo,perchè ancora non era pronto. L’umanità quindi si appresta a finire un ciclo durato migliaia di anni,un grande cilco cosmico,e sarà ora pronta a definire un nuovo percorso,caratterizzato non più dalla dualità,ma di pace e di amore,in cui gli tuti gli esseri ritorneranno all’uno originario. Naturalmente solo i destinati potranno accedere a questo nuovo orizzonte,chi non avrà una certa struttura spirituale,sarà annientato con lo stesso mondo disumano che ha alimentato e sostenuto. Sono questi i figli degli uomini,i figli dell’oscurità,che periranno insieme ai loro padroni,coloro che credono di avere il potere su questo pianeta.  Abbiamo cercato con questo articolo,di riassumere il più possibile,le nostre ricerche e i nostri studi,non entrando nel dettaglio di argomenti che risulterebbero infiniti,affinche sia semplice capire argomenti di tale complessita,ma di grande valore storico per l’umanità. Cercando di fornire dei dati e basi,su cui partire per effetuare una propria ricerca personale.

Liberarsi dal Peso del Passato e dall'Ansia del Futuro: Il Potere di Adesso (Freeing Yourself from Past and Future: The Power of Now)

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