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giovedì 13 aprile 2017

Storia di un uomo-Dio

Gesù di Nazareth è un "caso" assolutamente singolare.
Chi è cristiano, cioè "di Cristo", non può non crescere nella sua comprensione. Il compito di capire chi è Cristo è, per i credenti,
doveroso, inesauribile, gratificante.La ricerca deve partire dalla storia perché deve essere condivisibile da chiunque voglia cercare la verità senza pregiudizi, per approdare alla teologia, supponendo in questo caso la fede.
Di Gesù direttamente non abbiamo nulla: né ritratti, né autobiografie.
Tutto ciò che di lui sappiamo è mediato, veicolato, da testimoni che hanno visto, udito, toccato.
Di Gesù si può dunque fare una ricostruzione approssimativa: la verità su di lui, va sempre al di là di ogni nostra volontà di identificazione. Nonostante ciò, però, attraverso i documenti che possediamo su di lui, possiamo fare un identikit abbastanza sicuro di lui.
Partiamo dai Vangeli, e lì ci fermiamo, escludendo volontariamente e gli autori pagani (Tacito, Sallustio, Plinio, Seneca, ecc.) ed ebrei (Giuseppe Flavio), perché riportano testimonianze indirette su Gesù; e i Vangeli apocrifi, perché non sono attendibili.
L'augurio è che tutti alla fine possano arrivare a proclamare con la lingua e testimoniare con la vita che: "Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio" e avere la vita nel suo nome (cfr Gv
20,31).
L'aspetto esteriore
Partiamo per la nostra indagine su Gesù dall'aspetto esteriore, da ciò che era più percepibile (osservabile) da parte di chi lo incontrava per le strade della Palestina. Come andava vestito?
Da quello che i Vangeli ci dicono, andava vestito bene! Il suo abito non è quello di Giovanni il Battista (veste di peli di cammello con una cintura di pelle ai fianchi) ma quello degli ebrei osservanti e dei notabili: portava una tunica abbastanza preziosa, i soldati, infatti, sotto la croce, non se la sentono di dividerla (cfr Gv 19,23-24) e il mantello dei rabbini con le frange (cfr Mt 9,20-22).
Come lo si chiama?
Ci si rivolge a lui col titolo di "Signore e Maestro" (cfr Mt 8,6.8; 15, 22-28; 22,16.24.36), e lui non rifiuta questi titoli onorevoli, anzi ne dichiara la pertinenza: "Voi mi chiamate Signore e Maestro e fate bene, perché lo sono" (Gv 13,13).
Chi frequenta?
La sua signorilità gli consente di essere invitato in case di persone socialmente ragguardevoli (Mt 9,10; Lc 5,29; 7,36-50; 11,37; 14,1; 15,1-2), ma non disdegna di parlare con gli umili e insegnare partendo dalla loro esperienza (cfr. le parabole: pescatori, pastori, casalinghe, ecc.). Sembra che gli sventurati e gli oppressi siano l'oggetto delle sue attenzioni: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11,28).
Dove abita?
In Galilea, a Cafarnao, abitualmente dimora presso S. Pietro (Mc 1,29-35; 2,1-2). A Betania presso i suoi amici: Lazzaro, Marta e Maria (Lc 10,38-42). Anche all'estero, in Fenicia, ha dove abitare (Mc 7,24). Il famoso detto: "Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo" (Mt 8,20), va intesa come espressione rivolta a coloro che vogliono seguire Cristo in uno stato di compromesso col benessere borghese della vita.
Era di buona salute?
Sempre nei Vangeli Gesù ci appare di buona salute. Resistente alla fatica e agli strapazzi. Ama cominciare prestissimo la giornata (Mc 1,35), alle volte veglia per tutta la notte (Lc 6,12), sopporta lo stress (Mc 3,20; 6,31).
Gesù era un formidabile camminatore: ha percorso tutta la Palestina in lungo e in largo varie volte!
Era bello o brutto?
Probabilmente era avvenente. Luca (11,27-28) ci narra che una donna fa gli elogi alla madre che aveva partorito un uomo di tale fascino e Gesù la invita a più pertinente attenzione non tanto alla sua apparenza quanto alla parola di Dio che predica.
Tuttavia c'è un elemento che non sfugge alla considerazione, essendo questo lo specchio dell'anima: l'occhio (Mt 6,22). I Vangeli riportano il guardare di Gesù, come guardare intorno:
periblépesthe guardare in alto: anablépein e guardare dentro: emblépein.
Il guardare intorno indica tanti atteggiamenti di Gesù: affetto verso i discepoli(Mc 3,34), sdegno (Mc 3,5 e 11,11). Il guardare in alto indica l'atteggiamento della preghiera (Mc 6,41 e 7,34). Il guardare dentro invece indica lo scrutare i cuori e i pensieri (Lc 17,18; Mc 10,21) e soprattutto lo sguardo che segna per sempre S. Pietro. (Gv 1,41 e Lc 22,61-62).

La psicologia di Gesù
I Vangeli anche su questo punto ci rivelano, attraverso varie testimonianze, i pensieri, la mentalità, gli affetti, i sentimenti, il temperamento, lo stile espressivo e comportamentale di Gesù di Nazareth.
  • Grande chiarezza di idee: Non usa mai formule dubitative: forse, mi sembra, può darsi.
  • Attenzione alla realtà umana: Gesù è un grande osservatore del quotidiano (cfr Lc 7,32: i bambini che suonano e cantano, il vicino scocciatore, la donna che spazza la casa alla ricerca del denaro perduto, la partoriente che prima grida e poi è nella gioia, i banchieri che offrono un interesse sul capitale loro affidato, i braccianti disoccupati, la casalinga che prepara la farina col lievito per il pane, ecc.)
  • Forte volontà: "Si diresse decisamente verso Gerusalemme" (Lc 9,15). Egli cammina dinanzi ai suoi discepoli, senza titubanza (Mc 10,32).
  • E' libero di fronte ai parenti e oppositori: tanto libero che lo credono pazzo (Mc 3,21). E' libero dinanzi all'autorità: "II Padre mio lavora sempre e anch' io lavoro" (Gv 5,17). Egli riconosce l'autorità costituita, sia religiosa che politica, ma non ha timori reverenziali nei suoi confronti. Basti pensare ai "Guai!" rivolti ai farisei e scribi (Mt 23,32), all'epiteto dato ad Erode: "volpe" (Lc 13,32) e al riconoscimento che i farisei e gli erodiani gli rivolgono: "Maestro sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia gli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio" (Mc 12,14).
  • È libero dagli amici: Il caso più clamoroso è quello di Pietro, lo chiama satana, (Mt 16,21).
  • È libero dai giudizi altrui: Non si preoccupa dei giudizi malevoli (Mt 11,19). Si direbbe che ritiene valido anche per se l'ammonimento che ha rivolto agli altri: "Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi" (Lc 6,26).
  • È sensibile e compassionevole: Sente tristezza e rabbia per la durezza del cuore dei suoi contemporanei (Mc 3,16). Sente compassione per la sventura della vedova di Nain (Lc 7,13), o per i ciechi di Gerico (Mt 20,34), o per la folla affamata (Mc 8,1) e sbandata come pecore senza pastore (Mc 6,34).
  • È amico. Gli Apostoli sono i suoi amici (Gv 15,5). Si preoccupa per loro quando li vede stanchi: '"Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un pò" (Mc 6,31).Ha la predilezione per tre di essi: Pietro, Giacomo e Giovanni e li vuole con se nell'ora della luce (Mc 9,28) e nell'ora delle tenebre (Mc 14,32). Più di tutti ama Giovanni (il discepolo che Gesù amava in assoluto: Gv 13,23; 19,5; 20,2; 21,7.20). E' inoltre amico di Lazzaro e delle sorelle (Gv 11,5).
  • Non si vergogna dei bambini e delle donne. E' nota l'amabilità di Gesù verso i bambini (Mc 10,13-16) ed è manifesta la gentilezza d'animo verso le donne. Salva dalla lapidazione l'adultera (Gv 8, 1-11). Loda la prostituta che gli unge i piedi (Lc 7,36-50). Parla con libertà con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, tanto che i discepoli sono meravigliati che parlasse con una donna (Gv 4,27).
  • Dominio di se. E' tranquillo e impavido nel bel mezzo di una tempesta (Mc 4, 35- 41) e quando lo vogliono scaraventare giù dal precipizio, lui se ne va passando in mezzo alla folla inferocita ( Lc 4, 28-30).
  • Piange e gioisce. Davanti alle lacrime di Maria, sorella di Lazzaro, si turba (Gv 11,33) e davanti al sepolcro dell'amico, piange (Gv 11,35). Contemplando la città santa, Gerusalemme, piange, perché essa non ha riconosciuto il giorno della visita del suo Signore (Lc 10,41-42). Gioisce quando i discepoli tornano pieni di gioia dalla missione (esultò nello spirito) (Lc 10,17-21). Sa stare in compagnia, visto che tanti gaudenti e buontemponi lo invitano a mangiare a casa loro. Se fosse stato un musone non l'avrebbero mai invitato!
  • È un integrato. Gesù è perfettamente integrato nella società del tempo. Osserva il sabato, celebra la Pasqua, paga le tasse (Mt 17,24-25), rispetta ogni ordinamento, anche quello sanitario: "presentatevi ai sacerdoti, perché constatino la guarigione" (cfr Lc 17,14) dice ai lebbrosi guariti, rispetta anche l'ordine politico: "Date a Cesare quello che è di Cesare" (Mt 12,13-17). Sa gestire la vita della comunità grazie al denaro e non solo alla Provvidenza. Infine non ha vergogna di prospettare il "guadagno" (sia pure un guadagno ultraterreno), come incitamento ad agire bene (Mt 5, 2; 6,4; .6.17; Lc 6,23), anche in questo Gesù era un uomo "concreto e pratico" non un distaccato e disinteressato.

L 'originalità della sua dottrina e dei suoi atti.
  • Una dottrina nuova. "Nessuno ha mai parlato come parla quest'uomo!" (Gv 7,46) affermano le guardie del Sinedrio mandate ad arrestare Gesù. Già all'inizio del suo ministero pubblico gli ascoltatori percepiscono di essere di fronte a qualcosa di inaspettato, di inedito, di sconvolgente; e ne sono intimiditi. Marco ci riferisce che a Cafarnao: "Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: 'Che è mai questo? Una dottrina nuova, insegnata con potenza" (Mc1,27). Gesù dunque insegna con un fare diverso da quello abituale degli scribi. Non rimane asettico all'insegnamento, anzi associa ad esso, per confermare la veridicità di quello che dice, il suo potere taumaturgico. Inoltre non si ferma all'esegesi del testo, alla sua spiegazione, egli afferma che ciò che spiega è realtà avverata, compiuta in lui: " Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc 4,21) dice nella sinagoga di Nazareth.
  • Anticonformista -indipendente. È l'atteggiamento di Gesù nei confronti della mentalità corrente nei confronti di determinati personaggi del tempo come ad esempio: pubblicani: ricchi, collaborazionisti con i romani invasori, apertamente ladri; e nei confronti delle prostitute. Non ha mai giustificato ne il male ne il peccato, ma ha sempre avuto un comportamento benigno nei confronti delle persone pentite per il loro genere di vita moralmente scorretta, fino ad affermare che: " i pubblicani e le prostitute (pentiti) vi passano avanti nel regno di Dio" (cfr Mt 21,31-32).
  • Primato dell'interiorità. Gesù rifiuta ogni legalismo e ritualismo esasperato, sproporzionato e oppressivo, e afferma invece il primato dell'intenzionalità e della purezza interiore. Rifiuta ad esempio la distinzione fra alimenti mondi e immondi (Mt 10,10-20), suscitando lo scandalo dei farisei. Non ciò che entra nell'uomo lo contamina, ma ciò che esce dal cuore (Mc 7,18-23).
  • La povertà spirituale. Gesù considera la ricchezza un rischio e la povertà spirituale un privilegio (cfr Mt 5,3; 10,23-26 e Lc 6,20-25).
  • Condanna il divorzio. Il divorzio era praticato pacificamente nella società greca e romana e accettata dall'ambiente ebraico. Gesù è contrario e dichiara adultero chi ripudia il proprio coniuge legittimo (Mc 10, 11-12) e chi sposa un ripudiato (Mt 5,32). Forse mai, come in questo caso, Gesù va contro corrente, tanto che i discepoli, quasi con ironia, affermano che non conviene sposarsi (Mt 19,10).
  • La verginità per il regno. La proposta che il Signore fa è contro corrente, ed egli stesso lo afferma: " Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso" (Mt 10,10-12). Mai si era udita una opinione così contrastante con il sentire comune, così urtante e provocatoria, se non altro che Gesù propone una realtà alla portata di tutti e non solo delle sette, come quella degli Esseni, che sicuramente conosceva.
  • La fonte dell'originalità. Da dove il Signore attingeva la luce e la forza per questo modo di pensare così originale e qualche volta provocatorio? Quale fonte nascosta feconda il pensiero e il comportamento di questo insolito "maestro d'Israele"? Siamo giunti alle soglie del suo più geloso segreto: il cuore e il senso della vita interiore di Gesù è il suo fortissimo "senso del Padre"
  • La paternità di Dio nell'antico testamento. Nell'antico testamento il pensare a Dio come Padre non era una novità (cfr Os Il,1-4). La paternità di Dio era però vista come provvidenza, cura ( Si 86,6; 103,13), nei confronti dell'intero popolo di Israele (cfr Ger 31,9), o del re, che personificava l'intero Israele (cfr Si 89,27).
  • Il senso del Padre in Gesù. Nessuno però in Israele ha mai fatto della paternità di Dio un'esperienza così personale paragonabile a quella di Gesù. Fin dall'infanzia lui sente che deva dedicarsi alle cose del Padre suo (cfr Lc 2,49: è la sua prima frase riportata dai vangeli). L'ultima frase è: "Padre nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46); tra la prima e l'ultima frase, Gesù o parla col Padre o parla del Padre. La fonte di questo suo comportamento è l'intrattenersi col Padre, cioè la preghiera: lunga, silenziosa, continua.
  • La preghiera di Gesù. Gesù prega nel momento del battesimo (cfr Lc 3,21), prima di intervenire a favore degli sventurati che ricorrono a lui (cfr Mc 7,34; 9,29; Gv 11,41; Mt 14,19), prima di scegliere gli apostoli (Lc 6,12-15), durante la trasfigurazione (Lc 9,29), a conclusione dell'ultima cena (Gv 17,1-26); prima della passione (Mt 26, 36-42 e paralleli) .
  • Il contenuto della preghiera. Cosa diceva Gesù al Padre? Non lo sappiamo. Sappiamo però quale era l'essenza della sua orazione: l’adorazione e la lode (Mt 11,25). Il ringraziamento (Gv 11,41). La supplica per la gloria divina: "Padre glorifica il tuo nome" (Gv 12/28). La supplica a favore degli amici: "custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato" (Gv 17,11). La supplica a favore dei suoi nemici: "Padre perdonali perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34). Ciò che nella sua preghiera non c'è, è il pentimento e la domanda di perdono per se. O il senso della paura dinanzi al Santo per eccellenza, come l'ebbe il profeta Isaia (cfr Is 6,5). La comunione con Dio è per lui luce e sicurezza, per cui parla liberamente, e senza paura di sbagliare, perché lui sa che il Padre è con lui(cfr Gv 16,32) e il suo cibo è fare la sua volontà ( cfr Gv 4,34), anche quando questa comporta sofferenza (Mt 26,39). La frase che meglio sintetizza la preghiera del Signore è: "Si, Padre" (Mt 11,26). San Paolo dice la stessa cosa, quando afferma che in Gesù non ci fu "si e no". In lui ci fu solo il si!" (cfr 2Cor 1,29).
  • La sintesi della sua dottrina. Possiamo sintetizzare la dottrina di Gesù sul Padre con queste parole: "Il Padre vi ama" (Gv 16,27). Per amore crea e tiene in vita l'universo "Il Padre mio opera sempre" (Gv 5,17), e Giovanni afferma che "Dio, è amore" (4,8). Inoltre, essendo noi suoi figli, siamo chiamati ad assomigliare a lui: "Siate misericordiosi come il Padre vostro" (Lc 6,36) e "Siate perfetti come il Padre vostro" (Mt 5,48). Nel rispondere all'amore di Dio col nostro amore, sta l'essenza della religione: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti" (Mt 22,35-40). L’amore è la sintesi di tutta la religione.
  • La fine del nazionalismo religioso. In questo senso non c'è più confine di nazionalità. La fede è data a tutti i popoli e non solo agli Ebrei, questi dunque non possono avere la pretesa di monopolizzarla (Lc 4,25-28).
  • Originalità assoluta. Nessun uomo, nessuno tra i grandi maestri dell'umanità, nessuno tra i fondatori di religioni, è mai stato sfiorato da un pensiero paragonabile a quello che abbiamo cercato di esporre. Ma quello che lascia più sconcertati è l'identificazione col Padre: "lo e il Padre siamo uno" (Gv 10,30), e: "Chi vede me, vede il Padre" ( Gv 14,9), e "lo sono nel Padre e il Padre è in me" (Gv 14,11). Inoltre, egli dice di noi che il Padre è nostro e noi siamo tutti fratelli, ma per lui, il Padre è: "il Padre mio" (cfr Gv 20,7).
  • Conclusione. Abbiamo cercato di delineare un identikit di Gesù di Nazareth, basando la nostra analisi sulle fonti attendibili in nostro possesso: i Vangeli. La sua umanità è un poco emersa dalle nebbie indistinte nelle quali, qualche volta è immersa. Adesso l'indagine dovrà proseguire affidandoci non più soltanto alle sole nostre forze e alla sola onestà intellettuale. Abbiamo bisogno di una illuminazione dall'alto, aprendoci alla fede, per riuscire, alla fine del nostro discorso, non solo a riconoscere che lui è " il Cristo, il Figlio di Dio" (Mt 16,6), ma che lui " è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione" (Rm 4,25) affinché potessimo gridare: "tu sei il mio Signore e il mio Dio" (Gv 20,28), nelle tue mani affido, fiduciosamente, la mia vita. Amen".
Il Figlio del Dio vivente
E' giunto il momento di chiederci chi sia davvero Gesù di Nazareth. Ed è giunto il momento di chiedercelo come credenti. Non possiamo infatti accantonare la fede o continuare a discutere come se non fossimo stati battezzati.
Il battesimo infatti agisce sempre con la grazia dello Spirito Santo che vive in noi. Le nostre lezioni dunque non ci daranno la fede (la fede infatti si propone, non la si impone), ma aiuteranno il fedele ad approfondire la fede stessa.
Chi è Gesù di Nazareth?
Bisogna leggere necessariamente il brano del Vangelo di Matteo 6,13-17: "Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente".
Qui Gesù stesso propone il "problema Cristo". Ed è interessato a un duplice tipo di investigazione:

a) La gente chi dice che io sia? Quali sono le opinioni del mondo su di me?
b) Voi chi dite che io sia ? Voi cosa avete da dire su di me a voi stessi e al mondo ?
a) La gente chi dice che io sia? Quali sono le opinioni del mondo su di me?
    • Per molti Gesù è un mito, come ad esempio Babbo Natale e la Befana.
    • Per altri è un uomo leggendario che non è mai esistito e che è stato rivestito dei caratteri della divinità, come Ercole.
    • Per altri ancora, Gesù è un'idea divina, una fede, uno slancio dello spirito che si è concretizzato in una comunità, ma senza nessun fondamento storico. E' in altre parole una proiezione dei bisogni frustrati dell'uomo: il miracolismo, la risurrezione, la vita eterna, il bisogno di pace e di giustizia, ecc. Il classico "Principe Azzurro" delle ragazze che non trovano marito e se lo sognano a tal punto che lo materializzano.
    • Altri affermano che Gesù è un uomo storicamente esistito, affascinante nella sua persona e nel suo pensiero, un trascinatore di folle. In altre parole un genio dell'umanità: per alcuni un genio religioso, per altri un genio politico per altri ancora un genio filosofico.
    • Altri pensatori, infine, affermano che Gesù un uomo storico di cui però non ci è dato conoscere nulla di certo.
Questi dunque i giudizi della gente. A questi giudizi possiamo osservare che la gente non parla mai male di lui. L'opinione pubblica non gli è sfavorevole. Più che screditarlo, la gente tende a classificarlo, ad etichettarlo: come un mito, come un'idea, come un genio, come un filosofo, come un liberatore, come un uomo esistito di cui però non si sa nulla di certo (come Pitagora o Socrate) .
b) Voi chi dite che io sia?
Alla pluralità delle opinioni della gente si oppone l'unità e l'unicità della risposta della Chiesa. Essa tutta insieme sostiene che si può dare un'unica risposta: quella di Pietro "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio, il Vivente".
E dopo duemila anni, anche noi oggi diamo la stessa e unica risposta. La Chiesa non ha riconosciuta e non riconoscerà mai come sua, un' altra risposta! Qualsiasi risposta diversa da quella data da Pietro, per rivelazione del Padre, sarebbe un compromesso. A tal proposito S. Giovanni nella sua 2
a lettera al versetto 10 afferma: "Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo!" .
E S. Ignazio di Antiochia continua a mettere in guardia i fedeli della Chiesa di Smirne contro l'eresia del tempo: la negazione della divinità del Cristo: "Vi metto in guardia dalle bestie in forma d'uomo, che non solo voi non dovete accogliere, ma, se è possibile, neppure incontrare. Solo dovete pregare per loro perché si convertano, il che è molto difficile " (IV, 1).
Qual è il contenuto dell'affermazione di Pietro? L' affermazione di Pietro contiene tre elementi essenziali per la comprensione della cristologia:

  • la messianicità
  • la risurrezione da morte
  • la divinità.
La messianicità
Chi era il Messia per gli Ebrei?
Era la figura che doveva riunire in se tutte le speranze d'Israele.
Quali speranze?
La restaurazione del Regno Davidico, la purificazione del culto di Dio, la conoscenza della volontà di Iahvè, la fine del dolore della loro storia: schiavitù, deportazioni, esilii, persecuzioni, occupazioni della loro patria.
Gli Ebrei aspettavano uno o più Messia?
Dalle testimonianze del tempo sappiamo che ne aspettavano almeno tre: uno regale, uno sacerdotale e uno profetico (cfr Dt 18,15 e Gv 1,21).
Gesù col suo ingresso trionfale a Gerusalemme pare voler affermare, ormai apertamente, che egli riassumeva ormai in se le tre figure del Messia.
Entra a Gerusalemme acclamato come re davidico. Lì compie atti profetici: la cacciata dei venditori dal tempio, la maledizione del fico. Si manifesta sommo sacerdote, come Melchisedek, consacrando il pane e il vino.
Dinanzi a questi avvenimenti la Chiesa primitiva, che sa interpretare queste realtà alla luce dello Spirito Santo che l'assiste, riconosce in Gesù di Nazareth il Cristo, l'Unto, il Consacrato, il Messia, l'Inviato.
Non se lo inventa, lo riconosce.
Intuisce cioè la vera essenza di Gesù e quindi, per bocca di Pietro, lo proclama per quello che egli è: il Cristo!
La risurrezione
Confessando Gesù come il Figlio del Vivente, S. Pietro afferma implicitamente che è vivo, in quanto figlio di Colui che possiede la vita : "Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni" afferma il giorno di Pentecoste (At 3,14-15). Se è risorto è vivo. Vivo nel suo essere corporeo, in se stesso e non solo nel suo messaggio, nel suo esempio, nel suo influsso ideale sulla storia dell'umanità, nei poveri, nei piccoli, nei fratelli e nella comunità. Queste sono immanenze di Cristo, vere e mirabili, ma sempre subordinate alla verità primordiale: Lui è vivo nella sua personale identità. Senza questa certezza non sarebbe presente in niente e in nessuno!
Dunque, o questa è una verità (e alcuni per questo hanno dato il sangue), o è una follia! Non c'è alternativa, ne compromesso. Con i non credenti possiamo discutere su tante cose, ma su questo non si può discutere. O è così o non è così! Se Cristo è vivo allora cambiano tante cose. La prima cosa che cambia è la sorte dell'uomo: la morte non ha più l'ultima parola su di lui. La risurrezione di Cristo allora rivoluziona tutto e rende vero quello che Gesù ha affermato.
La divinità
"Tu sei il Figlio di Dio" .Per un ebreo totalmente, rigidamente e ferocemente monoteista questa affermazione fatta per cause naturali era impensabile e improponibile.
Era storicamente impensabile che un uomo nell' ambiente ebraico di 2000 anni fa potesse essere divinizzato. Eppure la Chiesa apostolica, formata da Ebrei, è arrivata a questa sconvolgente persuasione, costretta, come Tommaso, dall’evidenza della luce della risurrezione: "Tu sei il mio Signore e il mio Dio" (Gv 20, 28
). Alla luce della Pasqua, la Chiesa apostolica capisce quello che Gesù, lungo i tre anni di missione, aveva cercato di farle capire, con la predicazione, con l'esempio, coi miracoli, con la preghiera, col perdono dei peccati, col proporsi uno con la natura divina del Padre: che Lui è Dio.



martedì 2 dicembre 2014

Bona-Sforza D'Aragona



Bona Sforza d'Aragona (Vigevano, 2 febbraio 1494 –Bari, 19 novembre 1557) fu regina consorte di Polonia,granduchessa consorte di Lituania dal 1518 e duchessa sovrana di Bari, dal 1524. Figlia del duca di Milano Gian Galeazzo e di Isabella d'Aragona, fu la seconda moglie del re Sigismondo I(1518) e diventò così regina consorte di Polonia e granduchessa di Lituania. Bona era nipote di Bianca Maria Sforza, che nel 1493 aveva sposato l’imperatore Massimiliano I. Alla morte della madre Isabella nel 1524, Bona le succedette nei titoli di duchessa di Bari e principessa di Rossano, e divenne pure pretendente a nome della famiglia Brienne al Regno di Gerusalemme. Bona non aveva ancora compiuto un anno quando rimase orfana del giovane padre, forse avvelenato dallo zio Ludovico il Moro, il quale, già suo reggente durante la minore età, prese il potere assumendo il titolo di duca di Milano. Sua moglie Beatrice d'Esteassunse il titolo di duchessa di Milano trasferendo alla vedova Isabella d'Aragona il suo titolo di duchessa di Bari. Isabella, insieme con i quattro figli, si allontanò dalla corte milanese nel 1500, quando comprese che i suoi tentativi di far riconoscere i diritti del figlio Francesco Maria Sforza erano vani. A Napoli Bona ricevette un'educazione accurata e versatile, com'era d'uso presso le corti rinascimentali. Il suo precettore principale fu un'umanista e poeta,Crisostomo Colonna, membro dell'Accademia Pontaniana, che nel campo letterario s'ispirava alle opere del Petrarca. Ma la formazione della sua personalità fu curata soprattutto dalla madre, che si preoccupò anche di procurare un matrimonio vantaggioso per la figlia e utile per gli interessi della dinastia: nel 1518, a ventiquattro anni, testimone la cugina Vittoria Colonna, Bona sposava a Napoli il re di Polonia Sigismondo I, da tre anni vedovo cinquantunenne di Barbara Zápolya. Raggiunta la Polonia, Bona fu incoronata a Cracovia, dove risiedeva la corte nella quale diffuse la cultura rinascimentale italiana. In politica estera perseguì una politica di prestigio: nel 1525 la Polonia riuscì a fare della Prussia una sua tributaria, nel 1533 stipulò un trattato di pace con la Turchia, intrattenne relazioni amichevoli con la Lituania, che nel 1569 si unificherà con la Polonia, e con la Francia, in funzione anti imperiale, per premunirsi da eventuali politiche espansioniste degli Asburgo e, nello stesso tempo, nel 1543 fece sposare il figlio Sigismondo Augusto con la principessa Elisabetta d'Asburgo. Intrattenne anche relazioni amichevoli con la Spagna, a motivo dei suoi interessi nel Ducato di Bari. All'interno Bona tese a rafforzare il potere reale, organizzando alla corte un proprio partito nonché accumulando una notevole quantità di latifondi. Combatté il potere dei nobili allo scopo di fare della Polonia un moderno Stato assolutista, sull'esempio della Francia, della Spagna e dell'Inghilterra: poiché ai nobili era affidato il compito di eleggere il nuovo re, nel 1530, quando era ancora vivo il padre Sigismondo, fece incoronare l'unico figlio Sigismondo Augusto, appena decenne, senza richiedere l'approvazione della nobiltà, in modo da farle intendere che la successione al trono doveva seguire la linea dinastica. I nobili ottennero solo la promessa che nel futuro nessuna incoronazione avrebbe avuto luogo durante la vita del re e senza approvazione della Dieta dei nobili, il Sejm Walny. Ottenute le necessarie dispense papali e con il consenso di Sigismondo, fu lei a scegliere i vescovi, tratti dalla nobiltà, purché servissero con fedeltà il sovrano. Era un modo per assicurarsi i servigi di vescovi meno fedeli alle direttive di Roma e più devoti alla causa dello Stato polacco, oltre che un sistema per sottrarre potere alla nobiltà, che cercò di dividere contrapponendo alla piccola nobiltà che controllava la Dieta la grande aristocrazia del Senato. In Polonia la popolazione non seguiva un'unica confessione religiosa: oltre a una maggioranza cattolica, vi erano ortodossi, cristiani armeni e musulmani a Oriente, luterani a Nord, ebrei, e piccoli gruppi di calvinisti e di anti trinitari, questi ultimi giunti soprattutto dall'Italia per sfuggire alle persecuzioni. Formalmente, Bona era cattolica ma non è certo se fosse realmente devota a questa confessione come a qualunque altra: al suo confessore, il francescano Francesco Lismanini, fece dono dei Sermoni di Bernardino Ochino, il generale dei cappuccini fuggito dall'Italia prima in Svizzera e poi in Germania, e il Lismanini, precettore del figlio Sigismondo Augusto, insegnava le Istituzioni di Calvino e finì per aderire apertamente al calvinismo. Il medico di Bona Sforza era poi quel Giorgio Biandrata che al tempo era, almeno apparentemente, cattolico, ma divenne un aperto anti trinitario. Dopo la morte di Elisabetta, avvenuta nel 1545, nel 1547 il figlio Sigismondo sposò, a insaputa sua e della Dieta polacca, Barbara Radziwiłł, appartenente a una famiglia della nobiltà lituana, la quale evidentemente non aveva alcun peso politico nel panorama europeo. Un matrimonio che, visto sotto l'aspetto degli interessi dinastici e nazionali, sembrava dimostrare l'immaturità politica del giovane re. Bona stava invece progettando il suo matrimonio con Anna d'Este, figlia del duca Ercole e soprattutto di Renata, strettamente imparentata con la famiglia reale francese per essere figlia di Luigi XII, un matrimonio che avrebbe potuto favorire i suoi sforzi di insediare sul trono di Ungheria la figlia Isabella e che avrebbe rafforzato i suoi interessi in Italia.
  È però possibile che Sigismondo avesse intenzionalmente evitato un matrimonio d'interesse, in coerenza con i propri principi morali: si sa che nella sua biblioteca vi erano libri di Calvino e di Erasmo da Rotterdam. Di quest'ultimo possedeva in particolare la Institutio principis christiani nella quale, tra l'altro, l'umanista olandese condannava i matrimoni stipulati dai regnanti per perseguire i propri interessi politici: «I principi dovrebbero rifuggire dalle alleanze straniere e soprattutto dal contrarre matrimoni fuori dai loro confini. Che senso può avere un accordo per il quale un matrimonio cambia a un tratto un irlandese in un sovrano delle Indie o fa di un siriano un re d'Italia? Oltre tutto, i matrimoni regali non garantiscono la pace. L'Inghilterra aveva concluso un'alleanza matrimoniale con la Scozia e tuttavia Giacomo V invase l'Inghilterra». Nemmeno la Dieta dei nobili approvò il matrimonio, e cercò di far recedere Sigismondo dal passo compiuto, attraverso il ripudio o, in alternativa, abdicando, oppure ancora privando la moglie dei suoi diritti di regina. Tutto fu inutile, e Barbara Radziwiłł fu incoronata, senza che Bona Sforza assistesse alla cerimonia. Tuttavia Barbara si ammalò molto presto, senza speranza di guarigione e a quel punto Bona volle riconciliarsi con la nuora: in una sua lettera, dichiarò «di riconoscere e onorare la Vostra Altezza Serenissima come propria figlia e beneamata nuora [...] prega e spera che il Signore Iddio vi guarisca presto». La guarigione non ci fu e Barbara Radziwiłł morì a Cracovia a soli trentanni l'8 maggio 1551, non prima di aver disposto di essere sepolta in patria, a Vilnius. Sigismondo si risposò due anni dopo con Caterina d'Austria, sorella della sua prima moglie Elisabetta, ma anche questa volta non riuscì ad avere figli, portando così la casata degli Jagelloni all'estinzione. La morte prematura di Barbara riversò dei sospetti su Bona: in molti casi, non riuscire a stabilire la reale causa di una morte portava a credere all'intervento di pozioni somministrate nel cibo e nelle bevande e la fama di «avvelenatori» che nel Cinquecento circondava i principi italiani ingrandiva le congetture. Inoltre, l'attività di governo da lei esercitata destava lo scontento dello stato nobiliare, il quale vi intravedeva una minaccia al proprio potere, tanto più inammissibile e umiliante, trattandosi di una donna che oltretutto appariva autoritaria e collerica. Dopo trenta anni di regno, nel 1556 la stessa Bona decise di lasciare la Polonia. A quel punto il figlio Sigismondo, sentendo la propria inadeguatezza, cercò di trattenerla ma la decisione era presa: dopo il matrimonio della figlia Sofia, Bona tornò in Italia e si stabilì a Bari. L'ultimo periodo polacco di Bona Sforza fu contrassegnato dalla sua aspirazione - poi delusa - ad essere nominata Viceré di Napoli dagli Asburgo: tale ambizione è oggi documentata dall'epistolario scambiato tra lei ed il suo agente diplomatico Pompeo Lanza, che fino a tutto il 1554 la rappresentò, insieme all'Orator Pappacoda, a Bruxelles presso Carlo V e successivamente fino al 1556 a Londra presso Maria Tudor, la cosiddetta Sanguinaria.
 Il suo vecchio ducato era stato impoverito dalle guerre condotte dagli spagnoli contro la Francia: a questo Filippo II non aveva esitato di impadronirsi dei suoi beni. Fu per questo motivo - e per la tradizionale leggenda dei veleni che sarebbero circolati nelle corti italiane - che alla sua morte, nel 1557, nacque la diceria dell'avvelenamento perpetrato dal suo segretario Gian Lorenzo Pappacoda, che avrebbe agito nell'interesse del re spagnolo Filippo. La sua bara, portata nella Basilica di San Nicola, rimase incustodita per molte ore, fu incendiata dalle candele e i suoi resti carbonizzati furono sepolti in una cappella senza particolari decorazioni. Più tardi i figli Sigismondo e Anna provvidero a far costruire un sepolcro sontuoso, situato dietro l'altare maggiore della Basilica, che tuttora è una delle maggiori attrazioni per i visitatori di Bari. 

lunedì 21 aprile 2014

Babilonesi


babilonesi sono gli abitanti dell'antica città di Babilonia in Mesopotamia e appartengono alla popolazione di origine semitica degli amorrei che verso la fine del III millennio a.C. si stanzia in Mesopotamia, nella regione meridionale fra i fiumi Tigri ed Eufrate. Nel 1730 a.C. i babilonesi raggiungono il loro periodo di massimo splendore. Sotto la guida del re Hammurabi i babilonesi estendono il proprio dominio a tutta la bassa Mesopotamia e sulla città di Mari, un importante snodo di comunicazione della Mesopotamia centrale. Con Hammurabi nasce il primo impero babilonese. Il re babilonese conquista le città sumere e vi insedia al governo i propri seguaci. Durante i 40 anni del regno di Hammurabi la civiltà babilonese sviluppa una avanzata organizzazione statale. Tra i documenti storici più importanti giunti ai nostri giorni occupa un posto di grande rilievo il Codice di Hammurabi, il primo codice giuridico della storia. Al termine del regno di Hammurabi l'impero babilonese entra in una fase di decadenza a causa delle continue invasioni dei popoli provenienti dall'esterno. I babilonesi devono affrontare l'invasione del popolo indoeuropeo degli ittiti che si stanzia nell'Asia minore e nel 1530 a.C. sono travolti dall'invasione della popolazione indoeuropea dei cassiti che conquistano ed occupano anche la città di Babilonia. I babilonesi ritrovano una nuova fase di rinascita nel 626 a.C. quando si ribellano alla dominazione degli assiri. Sotto il regno di re Nabucodonosor II la città di Babilonia torna ad essere la capitale del secondo l'impero babilonese (o impero assiro-babilonese) che estende il proprio dominio sui territori occupati in precedenza dagli assiri. Il nuovo impero babilonese ha tuttavia vita molto breve, nel 538 a.C i persiani del re Ciro di Persia espugnano Babilonia e conquistano definitivamente i territori della Mesopotamia cancellando per sempre la cultura babilonese.
La civiltà babilonese inizia nel II millennio a.C. nella città di Babilonia di origine sumera. La successiva dominazione degli amorrei dà vita alla prima dinastia babilonese della storia. Babilonia (Babele) diventa la capitale del regno di Sumuabun (prima dinastia babilonese).

Primo impero babilonese

I babilonesi raggiungono la loro prima golden age nel XVIII secolo a.C. sotto la guida del re Hammurabi. L'esercito di Babilonia sottomette tutte le altre città della bassa Mesopotamia, conquistando così il controllo dell'intera regione. Con Hammurabi si parla anche di primo impero babilonese. Il re passa alla storia anche per essere il primo a redigere un codice legislativo scritto: " Il codice di Hammurabi ". L'ascesa di Hammurabi impone alla città il culto del dio Marduk, nume tutelare della famiglia del re e da questo momento in poi anche della città e dei territori sottoposti alla sua egemonia.

La decadenza babilonese

L'invasione ittita della Mesopotamia causa il crollo dell'impero babilonese che passa sotto il controllo dei cassiti dal XVIII secolo al XII secolo a.C. - La conquista del potere da parte degli elamiti di Nabucodonosor I offre alla città un breve momento di rinascita e di indipendenza, interrotto bruscamente dall'invasione assira. Nonostante si siano verificate diverse ribellioni alla dominazione straniera, la città di Babilonia è sempre assediata e riconquistata dagli assiri. Nel 689 a.C. il re assiro Sennacherib rade al suolo completamente la città, i suoi templi, le mura e palazzi. L'ultimo re assiro a riportare l'ordine nella città di Babilonia è il re Assurbanipal (Kandalanu).

Secondo impero babilonese

La morte dell'ultimo grande re assiro Assurbanipal causa un rapido indebolimento dello Stato assiro. Il re babilonese Nabopolàssar ne approfitta per liberarsi dalle influenze straniere e riportare all'indipendenza Babilonia, fondando le basi della rinascita del secondo impero babilonese. Nel 612 a.C. la capitale assira di Ninive viene conquistata dai babilonesi, Babilonia diventa la nuova capitale dell'area mesopotamica. Al trono di Babilonia succede il figlio Nabucodonosor II che porta a compimento la politica di espansione del padre, Nabopolàssar, portando avanti la guerra contro gli egiziani e conquistando altri territori limitrofi. Delle conquiste militari di Nabucodonosor II si ricorda in particolar modo la conquista di Gerusalemme e la deportazione del popolo ebraico a Babilonia. Pur non riuscendo mai a conquistare interamente anche il regno di Egitto, Nabucodonosor II infligge agli egiziani gravi perdite in battaglia costringendoli a un ruolo di seconda potenza dell'area. La dominazione babilonese e i ricchi bottini di guerra consentono a Nabucodonosor di finanziare la rinascita della città, facendola diventare una delle più belle città del mondo antico. Sono ricostruiti i templi distrutti dagli assiri e ripristinato l'antico culto del dio Marduk. Delle opere pubbliche e monumentali edificate sotto il suo regno si ricordano i giardini imperiali, l'Etemenanki, la Porta di Ishtar.

La fine dell'era babilonese

Alla morte di Nabucodonosor II l'impero babilonese si avvia a una rapida decadenza, diventando ben presto la preda di nuovi conquistatori. La seconda era babilonese (assiro-babilonese o neobabilonese) termina definitivamente nel 539 a.C. quando Babilonia è conquistata dall'esercito persiano e relegata al ruolo di provincia del grande impero di Persia.




venerdì 11 aprile 2014

Incas






Gli Incas costituivano originariamente una tribù guerriera che abitava le regioni e gli altopiani nel sud della Cordigliera Peruviana.
- Secondo la leggenda, il primo imperatore, Manco Capac, era stato mandato sulla terra dal padre, il diosole, intorno al XII secolo dell’era cristiana e si era stabilito a nord del lago Titicaca (dove sorge Cuzco)
- Circa per 300 anni gli Incas si scontrarono con le tribù più vicine.
 - Il regno degli Incas iniziò sotto Viracocha e proseguì sotto il figlio Pachacuti fino alla conquista dell’intero lago Titicaca.
- Attorno al 1437 i territori degli Incas si allargarono oltre Cuzco conquistando le zone vicine.
- Pachacuti Topa arrivò a sottomettere il potente regno costiero e si spinse verso sud lungo le Ande.
- Nel 1493 l’impero comprendeva l’attuale Colombia.
- Nel 1527 si scatenò una lotta per la successione tra  Huascar e Atahuallpa. Ne uscì vincitore Atahuallpa che fece uccidere il fratello.
- La guerra civile aveva indebolito fortemente l’impero che diventò facile preda per i conquistadores spagnoli sotto il comando di Francisco Pizarro


IL TERRITORIO
Gli Incas vivevano in un territorio, poco più vasto dell’attuale Perù, che è dominato dalle grandi catene montuose delle Ande.
La maggior parte dell’impero era costituito da catene montuose oltre i 3000 metri d’altezza. Al di là delle catene costiere le piogge sono scarsissime ma i venti dell’est soffiano sopra le grandi giungle amazzoniche, essi scaricano le piogge via, via che si alzano verso le vette delle grandi catene montuose.
Il terribile deserto è tagliato da pochi fiumi che alle foci sono popolati da alcuni animali: leoni marini, foche e balene.
Ci sono grandi differenze climatiche tra i freddi altopiani e le calde e umide foreste pluviali del bacino amazzonico e la zona costiera influenzata da una corrente fredda che bagna la costa abbassando la temperatura per molti mesi.
Questo territorio era abitato da due tipi di popolazione: quella che viveva sulla costa e quella che viveva lungo le falde delle vallate e sugli altopiani
Machu Picchu fu una delle più grandi e importanti città incaiche degli altopiani.


LA SOCIETA’ INCAICA
La società incaica era ben ordinata. Ognuno, dal Sapa Inca, al contadino, conosceva la sua posizione sociale, le sue responsabilità e i suoi compiti.
Nel gradino più alto c’era il Sapa Inca  (imperatore)  e la sua Coya   (moglie) cui era affidato il potere.
Sotto di loro vi era il sommo sacerdote e il comandante dell’esercito.
 Di livello altrettanto elevato erano i quattro APO: i governatori dei quattro cantoni.
Tutti questi erano  discendenti dei vecchi Sapa Inca, infatti, le più alte cariche dell’amministrazione spettavano ai membri della famiglia dell’Imperatore.
Questi giudici, generali e altri funzionari formavano i ranghi privilegiati.
Sotto queste classi privilegiate stavano i funzionari amministrativi e altri artigiani: falegnami, spaccapietre…
Però la parte più numerosa della popolazione che formava la base della società incaica, era costituita da semplici famiglie: contadini che lavoravano le terre.


IL SAPA INCA
Il titolo di Sapa Inca  significa “l’unico imperatore“.
Quando il Sapa Inca  saliva al trono doveva sposarsi con sua sorella maggiore, che veniva chiamata
Coya (regina ).
Il loro primo figlio a sua volta sarebbe diventato il futuro Sapa Inca .
Il Sapa Inca poteva avere anche piu’ di una moglie.
L’imperatore era un sovrano assoluto. I consiglieri che sceglieva il Sapa Inca, potevano aiutarlo a risolvere i suoi problemi, ma solo le sue parole erano legge.
Doveva preparare i piani per le guerre intraprese in suo nome.
Nessuna città e nessun  edificio poteva essere costruito senza il permesso del Sapa Inca.
Con visite frequenti gli amministratori e i governatori delle provincie lo informavano di tutto quello che  accadeva nel suo impero. Il Sapa Inca viaggiava molto per visitare il suo popolo.
Ogni Sapa Inca costruì un proprio palazzo nel centro di Cuzco, dal quale governava il suo paese .
L’imperatore era circondato da oggetti belli, fatti apposta  per lui e veniva servito dalle proprie mogli. Quando il Sapa Inca moriva, il suo corpo veniva mummificato, conservato e tenuto nel  palazzo, dove i servi continuavano a occuparsi di lui come avevano fatto quando era vivo.

AGRICOLTURA

Al tempo degli Incas la popolazione residente era più numerosa di oggi quindi la produzione del cibo era un problema importante.
L’attività principale di questo popolo era l’agricoltura: si coltivavano soprattutto le patate e il mais, un vegetale ancora sconosciuto in Europa, che cresceva bene anche sugli altipiani delle Ande.
I prodotti della terra servivano in parte al mantenimento dei membri delle piccole tribù legate da vincoli di parentela. 
Ogni famiglia passava il proprio tempo a lavorare le terre del sole. Questo era il dovere religioso più importante di ogni capo famiglia.
Persino i bambini dovevano lavorare. I ragazzi lavoravano nei campi, facendo scappare uccelli e animali dalle terre coltivate, mentre le bambine lavoravano a casa.
Un ispettore di tanto in tanto visitava le campagne per valutare il quantitativo di grano da versare come tributo allo Stato. Il raccolto del granturco, veniva conservato in piccoli magazzini statali. Se il raccolto andava male, si prelevavano le scorte alimentari dai magazzini in modo che nessuno soffrisse la fame.
Ogni pezzetto di terra veniva coltivato.
Ottenevano raccolti abbondanti concimando la terra con pesci ed escrementi di uccelli

TERRAZZAMENTI

Nelle regioni montuose, gli abitanti dei villaggi non solo coltivavano le valli dei fiumi ma costruivano terrazzamenti irrigati chiamati ANDENES lungo i fianchi delle colline.
Innalzavano muri di pietra attraverso i pendii e colavano di terra la zona tra un muro e l’altro.
Le montagne sembravano gigantesche scalinate, tutte verdi al momento della crescita delle colture.
Le sorgenti di montagna venivano deviate e fatte scorrere lungo le terrazze. Qua e là, attraverso i canali d’acqua, erano poste lastre di pietra di sbarramento, che potevano essere sollevate per irrigare attorno ogni appezzamento di terreno.
L’autorità centrale mandava esperti incaricati dal governo che supervisionavano la selezione e là semina delle messi, e insegnavano ai contadini le tecniche di drenaggio, fertilizzazione e terrazzamento.
Gran parte del raccolto veniva requisita per le esigenze della famiglia imperiale o immagazzinata in vista di distribuzioni pubbliche in caso di emergenza

L’ ALLEVAMENTO
Molto importante era l’allevamento di lama, alpaca e vigogna.
I  LAMA erano utilizzati come bestiame da soma, mentre gli ALPACA venivano addomesticati e allevati principalmente per ricavare la lana.

Nei pascoli si ammassavano greggi di ALPACA, (che sono un tipo di lama come i vigogna), la cui lana forniva indumenti per quasi tutta la popolazioni.
La VIGOGNA SELVATICA veniva cacciata soltanto per ordine del Sapa Inca, che era l’imperatore.
La fine lana dei VIGOGNA era riservata agli indumenti d’Inca e dei funzionari più importanti.

PESCA
Le popolazioni incaiche si nutrivano di pesce che i pescatori pescavano su delle zattere. Catturavano il pesce con degli ami ma anche con delle reti chiamati scorticarie.




NAVIGAZIONE

Da molte città costiere salpavano grandi zattere in legno di balsa (legno sottile). Ognuna era dotata di una grande vela bianca di stoffa e ai lati di due file di rematori. Grandi quantitativi di merce di scambio venivano trasportati in questi vascelli lungo la costa.

ARTIGIANATO
Gli artigiani inca producevano ceramiche, tessuti, ornamenti di metallo, utensili in bronzo e armi con belle decorazioni.
I vasai facevano orci e vasi secondo disegni tradizionali e gli orafi lavoravano in oro ed argento oggetti favolosi per adornare palazzi e templi.
Alle persone anziane erano affidati lavori leggeri come la raccolta di legna da ardere e l’istruzione dei bambini.

ATTIVITA’ FAMILIARI


Tutti i membri della famiglia lavoravano. Tutti aiutavano nei lavori dei campi all’epoca della semina e del raccolto.
Ma c’erano anche molti altri lavori.
La madre faceva abiti per tutta la famiglia con la lana di alpaca, che lei e le figlie avevano filato e tinto.
Gli uomini intrecciavano l’erba per le calzature o ritagliavano la pelle di lama per fare robusti sandali.
Le donne intrecciavano i canestri usati per trasportare carichi sul dorso.
La maggior parte dei tegami e degli utensili di legno erano  fatti in casa.
Nella casa andina non c’erano nè letti nè sedie.
La famiglia dormiva su stuoie e si sedeva sui calcagni per lavorare e mangiare.
 Il pasto principale della giornata veniva consumato la sera. In genere si trattava di uno stufato fatto con patate, granoturco, fagioli e altre verdure, aromatizzato con spezie piccanti. Si arrostivano anche le pannocchie di granoturco.
In occasioni speciali si mangiava la carne dei porcellini d’India.
La maggior parte delle famiglie viveva sulle terre che coltivava.
Le case erano fatte di blocchi di pietra irregolari e le fessure del muro erano chiuse con argilla.
Dato che nessuno rubava il cibo o le cose altrui, non c’erano le porte come le intendiamo noi. Per isolarsi dal vento bastava una pelle di animali o una tenda di stoffa.
FILATURA E TESSITURA
Sono stati trovati solo pochissimi resti di tessuti incaici; la maggior parte sono marciti con il passare dei secoli nel clima umido degli altipiani. Tuttavia dai frammenti che rimangono si può dedurre che gli Incas erano abili tessitori.
Fin dalla tenera età tutte le fanciulle imparavano a filare e a tessere e anche a raccogliere piante da cui estraevano le materie coloranti per tingere la lana di alpaca. La lana veniva tinta prima della filatura, poi tessuta in pezze di stoffa calda e soffice e infine cucita per farne abiti. La stoffa era generalmente in tinta unita, a volte con una riga o con semplici motivi geometrici intessuti.
La stoffa per gli abiti della famiglia del Sapa Inca era molto più elaborata. Veniva tessuta da tessitori di professione e dalle Vergini del Sole, che erano le sarte dell’Imperatore e che avevano anche il compito di vegliare il Tempio del Sole.
Per questi si usava la lana serica della vigogna che veniva tinta in colori vivaci. I disegni erano complicati, geometrici, spesso ripetuti su tutto il pezzo di stoffa.


ABITI E ORNAMENTI
La stoffa e la decorazione degli abiti che venivano indossati dal popolo incaico cambiavano a seconda del loro rango, ma il tipo di abbigliamento era sempre lo stesso.
Gli uomini portavano una tunica che arrivava circa ai ginocchi, sulle spalle spesso c'era un grande mantello aperto sul davanti.
Ai piedi venivano messi dei sandali di cuoio o calzature d'erba.
Le donne mettevano vestiti lunghi, che arrivavano circa fino alla caviglia, certe volte indossavano una cintura molto larga e una mantellina di lana fina.
Sui cappelli mettevano un pezzo di tessuto ripiegato, che scendeva fino sulla schiena.
Nelle regioni montuose tutti gli abiti erano fatti di lana, ma nelle zone costiere si portavano vestiti più leggeri, di cotone.

LIVELLO CULTURALE DEL POPOLO INCA
Gli Incas erano un popolo di indios di lingua “quechua” che aveva costituito un vasto impero sulle Ande.
La civiltà Inca non conobbe l’uso della scrittura né quello della ruota.
Nonostante l’arretratezza tecnologica gli Inca costruirono imponenti edifici in pietra:
templi, palazzi, fortezze (ad esempio il complesso di Machu Picchu o il Tempio del Sole a Cuzco), ponti sospesi di corda (alcuni oltre i cento metri di lunghezza), canali di irrigazione e acquedotti.

LE CITTA’ INCAICHE
Le città incaiche erano molto diverse dalle nostre che comprendono negozi uffici e abitazioni.
Nelle città incaiche vivevano pochissime persone; la gente in gran parte viveva nei villaggi circostanti.
La città era quasi esclusivamente solo centro di governo. Qui erano conservati i dati riguardanti i piccoli paesi circostanti.
I funzionari locali si recavano in centro per riferire le notizie sulla situazione dei villaggi. La città, in caso di problemi, poteva richiedere aiuto alle popolazioni circostanti. In caso di carestia, le scorte venivano registrate dai “ Quipucamayoc”, i contabili incaici.
In ogni città il Sapa Inca aveva a disposizione un palazzo che veniva utilizzato dal governatore.
Sulle strade principali della città vi si trovavano le stazioni dei “Chasquis” i quali consegnavano messaggi provenienti da tutti i posti dell’impero.
C’erano anche i magazzini per i tributi, che venivano accumulati sotto forma di prodotti della terra.
C’erano quartieri artigianali dove orefici, carpentieri,  tessitori e altri vari esperti artigiani producevano oggetti speciali per l’imperatore e per i templi.
Un edificio importante era il Tempio del Sole; questo infatti veniva onorato come dio. Accanto al tempio vi era l’ “Acllahuasi”, dove vivevano le vergini del sole.



LA RELIGIONE
La religione incaica era il frutto della fusione di tre matrici culturali diverse:
la civiltà di TIAHUANACO, quella propriamente Inca e quelle delle tribù costiere mochica e chimù.
C’erano tre divinità supreme: una era il dio-bambino Viracocha “ schiuma del mare”, inconoscibile, creatore sovrano di tutti gli esseri viventi, del sole della luna e delle stelle; un altro dio era Pachacamac, dio della luna in tutto simile all’uomo; il terzo Inti, il sole creatore degli Incas, sposo di Mama  Quilla (mamma luna) e padre, oltre che di Manco Capac (l’uomo potente), anche di mama Oello (mamma Uovo), sua sorella e moglie.
La leggenda narra che Manco Capac e mama Oello erano partiti dal lago Titicaca con una bacchetta d’oro consegnata loro dal padre Inti e avevano fissato il punto in cui si sarebbero stabiliti, e lì sorse Cuzco. Gli inca-sovrani erano perciò ritenuti discendenti del Sole e divinità a loro volta.
Ma il Pantheon comprendeva anche molte altre divinità particolari, di tipo ANIMISTA, che ricordano da vicino l’antica religione latina in quanto attribuiva un dio (huaca) a ogni villaggio clan e famiglia. Cerimonie e rituali erano numerosi e molto elaborati, connessi primariamente con i cicli agricoli e la cura della salute; nel corso del loro svolgimento venivano sacrificati animali vivi (i sacrifici umani erano meno frequenti). 
Le feste più grandi cadevano ai due solstizi: le Intip Rayami, in onore di Inti, si protraevano per otto giorni.
Del ricco insieme di usanze, narrazioni e musiche inca, sopravvivono oggi solo scarsi frammenti.
Gli Incas celebravano la “Festa del Nuovo Anno”. Si riunivano nella campagne e abbandonavano le città. Il resto della popolazione si riuniva nella piazza vicina al tempio. All’interno del sacro edificio l’Inca (l’imperatore) si toglieva la corona (una semplice fascia frontale decorata con un simbolo sacro) e pregava il Sole per tutta la notte.
Poi quando i raggi del sole nascente inondavano il tempio, egli usciva sulla piazza incontro a un candido lama. Parlava all’animale e gli affidava un messaggio per gli dei. Poi il lama veniva condotto a morire sulla montagna perché por
tasse il suo messaggio al sole. Allora la gente danzava e bevevano chicha (birra di granoturco).   
LA FINE DELL’IMPERO INCAICO
Nel 1530 un soldato Spagnolo fu incaricato di formare un esercito di soldati per effettuare una spedizione nel sud America per impadronirsi della presunta enorme quantità d’oro.
Questo soldato portava il nome di Francisco Pizarro.
Dopo due tentativi non riusciti, Pizarro sbarcò sulla costa Peruviana. Trovò il paese distrutto da una guerra civile tra Huascar, il legittimo erede e il fratellastro Atahuallpa, che tentava di prendere il posto di Sapa Inca. I soldati di Atahuallpa avevano appena catturato e imprigionato Huascar.
In un primo momento gli Incas furono incuriositi dall’arrivo degli Spagnoli e di paura non ne avevano. Huascar e i suoi  seguaci li accolsero benevolmente pensando fossero persone venute dal cielo per punire Atahuallpa. Lui stesso accolse Pizarro e i suoi uomini  a Cajamarca sicuro di non avere nulla da temere vista la maggioranza di uomini a sua disposizione. Ma Atahuallpa venne catturato da Pizarro  e gli Incas furono spaventati dai cannoni e dai cavalli e non riuscirono a resistere all’attacco a sorpresa degli Spagnoli.
Da quel momento cominciò il declino del impero incaico. Pizarro tolse molta parte del potere agli Incas i coloni spagnoli conquistarono tutte le terre incaiche.

Liberarsi dal Peso del Passato e dall'Ansia del Futuro: Il Potere di Adesso (Freeing Yourself from Past and Future: The Power of Now)

   Liberarsi dal Peso del Passato e dall'Ansia del Futuro: Il Potere di Adesso (Freeing Yourself from Past and Future: The Power of Now)...