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martedì 13 maggio 2014

maometto

Fondatore della religione e dello stato musulmano, nato alla Mecca fra il 570 e il 580 d. C., morto a Medina il lunedi 8 giugno 632.La data della nascita, assai verosimilmente ignota allo stesso M., già sul finire del primo secolo dell'ègira fu collocata dai musulmani nel lunedì 12 del mese di rabī‛ I d'un anno lunare incerto, per simmetria con altre date notevoli della sua vita; e questa ricorrenza si suole celebrare ogni anno con grande pompa, a partire dagl'inizî del sec. XIII d. C.. nei paesi musulmani che non spingono il loro puritanesimo fino a rinnegare questa festa ignota alle prime generazioni islamiche. La data di lunedì 20 aprile 571, favorevolmente accolta anche da modernissimi scrittori musulmani, fu dedotta da S. de Sacy (1803) e dall'egiziano Mahmoud efendi (1858, poi Maḥmūd pascià al-Fálakī) mediante calcoli ingegnosi, ma fondati su basi storiche la cui fallacia è ormai fuori di dubbio.
La vita di M. si divide in due parti nettamente distinte per la diversità della posizione da lui assunta: il periodo meccano, che dalla nascita va sino alla sua ègira (v.), o emigrazione a Medina (autunno 622), e il periodo medinese dall'ègira alla morte. Intorno al primo, che comprende la fase puramente religiosa di M., le notizie sicure sono poche e con gravi lacune; gran parte delle informazioni date dai biografi musulmani a suo riguardo sono frutto di leggende o di congetture e interpretazioni arbitrarie di passi del Corano. Migliore documentazione storica ci viene fornita per il secondo periodo, corrispondente alla fase non piìi soltanto religiosa, ma anche politica, legislativa e militare dell'attività di M. Per ricostruire l'evoluzione del pensiero religioso e civile di M., e talora anche per l'apprezzamento critico di racconti tradizionali circa fatti concreti, è fonte preziosa e autentica il Corano stesso, dopo che Th. Nöldeke nel 1860 riuscì a stabilire con molta approssimazione l'ordine cronologico dei frammenti il cui complesso costituisce quel libro.
 Il periodo meccano. - M. nacque da famiglia, a quanto sembra di non grande importanza, della gente dei Banū Hāsīm, a sua volta frazione dei Coreisciti (Quraish, v.), ossia di quell'insieme di genti, supposte discendenti da un antenato comune, che costituiva la grande maggioranza della popolazione della Mecca e comprendeva tutta la classe ricca e tutti gli ottimati. Figlio postumo di ‛Abd Allāh, ancor fanciulletto perdette la madre Āminah e quindi fu allevato dallo zio paterno Abū Tālib. La sua prima giovinezza, come risulta dal Corano, si svolse nelle strettezze, dalle quali sembra averlo tolto il matrimonio con la ricca ed attempata vedova Khadīgiah, appartenente alla categoria dei grandi commercianti coreisciti, organizzatori di famose carovane dirette alla Palestina e alla Siria o all'Arabia meridionale. L'agiatezza così conseguita ebbe verosimilmente grande influenza sulla formazione, sullo sviluppo e sulla fortuna della sua vocazione religiosa. Rimane e rimarrà sempre un mistero come e quando in lui, professante sino allora il tradizionale culto pagano politeistico dei suoi concittadini, siano sorti la fede monoteistica, l'entusiasmo per essa, il convincimento di ricevere da Dio messaggi per mezzo di un essere sovrannaturale (a Medina da lui identificato con l'angelo Gabriele) trasmettitore fedele delle testuali parole divine, e infine la persuasione che Dio gli faceva obbligo di render noti quei messaggi ai suoi concittadini e di predicare la fede monoteistica in opposizione al paganesimo e con pratiche di culto ben diverse dalle pagane. I suoi primi informatori furono quasi certamente cristiani, appartenenti alla categoria di commercianti non arabi di passaggio per la Mecca, oppure schiavi d'origine abissina o siro-palestinese o mesopotamica; in ogni caso cristiani di fede ardente, ma non molto versati nelle dottrine della loro religione, imbevuti di eresie, in un certo senso giudaizzanti; onde si spiegano certi errori gravissimi di M. in materia biblica e a proposito di elementi dottrinali cristiani e giudaici, benché spesso sia, impossibile decidere con Sicurezza se gli errori e le deformazioni vadano imputati ai primi informatori o a M. medesimo.
Nella concezione di Maometto durante il periodo di vita alla Mecca, come fu messo in luce da Chr. Snouck Hurgronje, non si trattava di fondare una religione nuova. La sua idea era che molti popoli stranieri, fra i quali i cristiani e gli ebrei, e anche alcuni popoli d'Arabia completamente estinti, avessero ricevuto da Dio, a varie riprese in tempi diversi, testi sacri per mezzo di "profeti loro connazionali, incaricati di a battere il politeismo e l'idolatria e di predicare la vera religione e la vera morale, come pure di insegnare le pratiche del culto, nelle quali ha parte essenziale la recitazione salmodiata di testi rivelati nella lingua nazionale. In, altre parole, cristianesimo e giudaismo per M. non erano se non le legittime forme nazionali di una stessa dottrina religiosa rivelata direttamente da Dio ai suoi profeti o inviati. Gli Arabi delle stirpi non estinte non avevano mai avuto siffatte rivelazioni e siffatti testi sacri da recitare liturgicamente in arabo; perciò vivevano nelle tenebre del politeismo. M. è dunque il primo profeta o inviato arabo agli Arabi; la religione ch'egli predica, i testi sacri che gli vengono rivelati non differiscono per la sostanza dalle altre religioni monoteistiche; la testimonianza della. "gente della Scrittura", cioè dei cristiani e degli ebrei, viene invocata nelle parti antiche del Corano a testimonianza della verità delle dottrine predicate da M., il quale non si propone di convertire ebrei e cristiani (già possessori della vera fede e a lui stranieri), ma soltanto gli Arabi pagani. Le idee fondamentali intorno alle quali si aggirava la predicazione di M. alla Mecca erano le seguenti: esistenza di un Dio unico, dal potere illimitato, creatore di quanto esiste fuori di lui; obbligo fatto agli uomini della più completa sottomissione alla divinità; gravissime punizionì inflitte già in questo mondo ai popoli che furono ribelli ai profeti loro connazionali inviati da Dio e perseverarono nell'incredulità; esistenza del paradiso e dell'inferno; futura terribile catastrofe della fine del mondo, susseguita dalla risurrezione dei corpi e dal giudizio universale. Accanto a questi insegnamenti dottrinali, dei quali faceva parte anche la credenza negli angeli, nel diavolo e nei ginn, non mancavano i precetti morali: osservanza della preghiera rituale ogni giorno, elemosine, riprovazione dei ricchi duri di cuore, cura degli orfani, biasimo dell'usura, ecc.
Nell'ambiente famigliare la predicazione di M. trovò consenzienti (p. es. Khadīgiah e il cugino ‛Alī, il futuro quarto califfo), increduli (lo stesso zio paterno Abū Tālib che l'aveva allevato) e qualche accanito oppositore (Abū Lahab); fuori dell'ambiente famigliare attrasse alcune persone della buona borghesia (come Abū Bakr, poi successore di M. nel governo dello stato musulmano), ma soprattutto uomini di bassa condizione e schiavi. Invece gli ottimati, dopo un breve periodo di non sfavorevole attesa, gli si volsero contro, pur senza ricorrere a violenze materiali. La nuova religione appariva sacrilega rispetto al culto avito che si collegava strettamente con la venerazione per il santuario meccano della Ka‛bah (v.), meta di annuo pellegrinaggio da ogni parte dell'Arabia e fonte di notevoli guadagni per la città; poteva essere interpretata come un tentativo coperto di dare a M. una supremazia sui suoi concittadini; urtava i maggiorenti con le sue minacce di castighi divini a coloro che non l'abbracciassero, con l'eguaglianza che nelle pratiche cultuali poneva tra i grandi e gli umili, con le acerbe invettive contro i ricchi avari di elemosine, con l'affermazione della risurrezione dei corpi e del giudizio universale, con il fatto stesso che presunto inviato di Dio per proclamarla fosse semplicemente un uomo, e per giunta un uomo di modesta condizione sociale. Molti consideravano M. come una persona invasata dai ginn ed equiparavano le rivelazioni in prosa rimata ch'egli affermava di ricevere da Dio alle rivelazioni che, secondo credenza assai diffiusa, i ginn facevano agl'indovini per i loro responsi e ai poeti per i loro versi. Richiesto di miracoli tangibili, M. rispondeva che il suo miracolo stava nel ricevere messaggi da Dio; risposta che, fra l'altro, sembrava porre M. molto al di sotto degli altri profeti, dei quali egli stesso narrava le azioni miracolose compiute da Dio per loro mezzo allo scopo di convincere gl'increduli loro connazionali. Scherni, pressioni morali dirette e indirette su lui e sui suoi famigliari e seguaci, forse anche violenze materiali contro alcuni dei proseliti più deboli d'animo o più bassi di condizione sociale, finirono col rendere difficile ed amara la vita della piccola comunità musulmana e col procurarle anche qualche defezione. Il tentativo di predicazione alla città di aṭ-Ṭā'if e poi a beduini ebbe completo insuccesso; sembrava prossimo il fallimento dell'opera iniziata con tanto ardore. M. allora rivolse la sua ultima speranza alla città di Yathrib, quella che, divenuta di lì a breve capitale dello stato fondato da M., fu denominata per antonomasia al-Madīnah (Medina), ossia "la città". Grande centro agricolo che non abbisognava d'un regolare governo unico cittadino, abitata per oltre un terzo da una florida comunità ebraica e per il rimanente da due gruppi arabi in sterile rivalità fra loro ormai da molti anni, priva d'interessi religiosi pagani da proteggere e difendere, insomma in condizioni nettamente diverse da quelle della Mecca, Yathrib offriva al travagliato e giovane islamismo un terreno assai più propizio che non la patria di M., tanto più poi che per linea femminile questi aveva legami di parentela con uno dei due gruppi arabi suddetti. Preparato spiritualmente l'elemento arabo di quella città anche mediante emissarî e senza dubbio offrendosi come elemento pacificatore tra i due gruppi rivali, all'incirca nel giugno 622 M. poté stringere un accordo segreto, sull'altura di al-‛Aqabah presso la Mecca, con delegati arabi di Yathrib, i quali con esso lo riconoscevano loro capo e s'impegnavano a difendere lui, e i musulmani che con lui emigrassero dalla Mecca, con lo stesso zelo con il quale avrebbero difeso loro stessi. Atto che segna un profondo rivolgimento nei propositi di M., poiché prevede una difesa a mano armata e quindi un organismo guerriero prima ignoto all'islamismo, aggiunge la qualità di capo politico al semplice propagandista religioso, che mirava soltanto alla persuasione degli animi, introduce per la prima volta in Arabia l'idea d'un vincolo politico-religioso superiore a quello della tribù, e implica una rottura completa dei rapporti di M. con la tribù sua propria, con i Coreisciti.
Subito dopo questo patto di al-‛Aqabah, M. cominciò a far partire alla spicciolata dalla Mecca la sessantina di famiglie che s'erano convertite all'islamismo, e quando tutte furono emigrate partì di nascosto egli pure col fido Abū Bakr, giungendo a Yathrib (Medina) probabilmente nel settembre 622. L'islamismo era salvo, ma una grande, radicale trasformazione stava per compiersi in esso. Se fosse rimasto alla Mecca, anche col favore cittadino invece che fra ostilità, l'Islām verosimilmente non sarebbe mai stato altro che una religione, anzi una religione puramente araba destinata a non varcare i confini della penisola che gli aveva dato i natali; invece a Medina, sotto l'impero delle circostanze non prevedute da M., si trasformò in un grande sistema abbracciante ogni aspetto della vita individuale e sociale ed assunse quel carattere di universalità la cui conseguenza necessaria era l'aspirazione al dominio spirituale e materiale del mondo. Senza l'ègira, molti secoli di storia dell'Europa meridionale avrebbero assunto un aspetto assai diverso e molti attuali problemi di politica orientale e coloniale, o non si sarebbero presentati o avrebbero altra forma.
Il periodo medinese. - L'opera di conciliazione fra i due gruppi arabi rivali della città e della sua vastissima oasi, di attrazione dell'elemento arabo : medinese all'islamismo, di assicurare amicizia fra i musulmani emigrati dalla Mecca e i loro ospiti, fu svolta abilmente ed ebbe ottimi risultati sin dal primo anno; nel quale, del resto, e nel seguente M. tollerò l'esistenza di piccoli gruppi refrattarî pagani, a patto che non si mostrassero ostili e contribuissero alle spese comuni di quello stato embrionale, di tipo sino allora completamente ignoto in Arabia poiché alla fratellanza e solidarietà di tribù sostituiva la fratellanza e solidarietà derivanti dalla comunione di fede religiosa e dava a tutti un capo unico, che, pur lasciando sussistere in sottordine il vecchio organismo tribale, si sovrapponeva ad esso come moderatore supremo, come giudice, come capo militare, come legislatore e come inviato di Dio. L'editto emanato da M. nella prima metà del suo secondo anno medinese per determinare il regime del suo stato è di straordinario interesse. Le difficoltà vennero soltanto dagli ebrei, non perché a loro riuscisse moralmente intollerabile la sovranità d'un principe arabo, ma per l'insanabile conflitto religioso, da M. non preveduto.
Le idee di M., sopra esposte, circa i rapporti fra la religione da lui predicata e il cristianesimo e il giudaismo, facevano si ch'egli non pensasse menomamente ad una conversione degli ebrei, già possessori della vera religione e dei suoi libri rivelati in lingua ebraica a loro uso nazionale; ma lo portavano anche logicamente ad aspettarsi che gli ebrei l'avrebbero accolto come un fratello di fede, come l'inviato arabo di Dio al popolo arabo. Enorme fu la sua delusione quando, con l'emigrazione a Medina venuto per la prima volta a contatto d'una comunità ebraica, trovò che gli ebrei, per le loro dottrine, non potevano riconoscere un inviato di Dio in chi non apparteneva al popolo eletto, né ammettere come vero l'insegnamento di chi commetteva errori gravissimi in materia biblica, di chi credeva in Gesù Cristo quale profeta miracolosamente nato da Maria Vergine per virtū dello Spirito Santo, di chi presumeva l'equipollenza e l'origine divina di tutte le religioni monoteistiche. Indarno M. tentò nei primi tempi d'istruirsi meglio nelle credenze giudaiche e d'imitare in alcune parti il rituale degli ebrei (digiuno del kippūr, orientamento del viso in direzione di Gerusalemme nella preghiera rituale, ecc.), indarno raccomandò ai suoi, mediante rivelazioni coraniche, d'evitare discussioni con la gente della Scrittura (sacra) e in ogni caso d'affermare che i musulmani credono in ciò che ad essa fu rivelato; il dissidio morale non poté essere composto e, come vedremo, diede presto luogo a gravi provvedimenti di M. e all'emancipazione dell'islamismo dalle due grandi religioni delle quali pur era un rampollo.
Nel campo politico-militare l'opera di M. fu prestissimo diretta a danneggiare i Coreisciti, non con attacchi diretti che allora sarebbero stati impossibili, ma con tentativi di sorprendere e depredare le loro grandi carovane commerciali, che per necessità di cose dovevano transitare entro un raggio di poco più d'un centinaio di chilometri da Medina nel loro cammino da e per la Palestina e Siria. Tentativi fatti con piccoli manipoli di armati e dapprima falliti, ma che tuttavia valsero ad allargare sempre più, mediante accordi locali, l'estensione territoriale dello stato di M. Poco dopo la metà del secondo anno dell'ègira, nel marzo 624, finalmente una grande carovana coreiscita fu sorpresa ai pozzi di Badr, non lungi dalla costa del Mar Rosso, a poco più di 150 km. in linea retta a sud-ovest di Medina; la numerosa scorta armata fu sconfitta da circa trecento musulmani personalmente guidati da M. e un ingente bottino cadde in mano dei vincitori. La vittoria fu celebrata dal Corano come miracolosa e dovuta all'intervento di schiere d'angeli in aiuto dei musulmani pericolanti. Piccolo scontro, con un'ottantina di morti fra ambo le parti (cifra assai grave per le battaglie fra Arabi di quel tempo), ma ch'ebbe incalcolabilí conseguenze di vario genere ed iniziò la serie di rivelazioni coraniche, non più di semplice contenuto religioso e morale, ma costituenti una saltuaria e frammentaria legislazione emanante direttamente da Dio e riguardante materia che per un occidentale sarebbe del tutto profana, come, nel caso appunto di Badr le norme per ripartire il bottino di guerra.
Tralasciando le altre conseguenze, basti qui ricordare che la vittoria, consolidando in modo clamoroso l'islamismo, permise a M. di sbarazzarsi del gruppo della comunità ebraica che risiedeva in città e confiscarne i beni, ma sopra tutto di svincolarsi dai precedenti impegni verso gli ebrei e di trasformare l'islamismo da religione nazionale araba in religione aspirante all'universalità; trasformazione accaduta non per chiaro disegno di M., ma per effetto delle circostanze. Diventata sicura la sua posizione materiale e morale, egli poteva passare apertamente alla rottura con l'elemento giudaico e, in modo dapprima soltanto implicito, con il cristianesimo. Il Vecchio e il Nuovo Testamento continuano a essere ritenuti libri testualmente rivelati da Dio; ma le discordanze affermate dagli ebrei rispetto al Corano sono dichiatate frutto di errori, di alterazioni, di occultamenti colpevoli, di false interpretazioni dei rabbini. Il Corano è rivelazione diretta, non è dubbia, non può essere in errore; essa conferma la religione d'Abramo, vissuto prima della legislazione mosaica e della cristiana, così come quella d'Abramo fu confermata dagli altri profeti successivi, ossia dai personaggi illustri del Vecchio e del Nuovo Testamento, incluso Gesù. Ma il giudaismo e il cristianesimo dell'età di M. sono forme corrotte che bisogna eliminare; la rivelazione fatta a M. viene ad abrogarle. La venuta di M. è già preannunziata nei libri biblici, in passi la cui portata viene disconosciuta, per frode o per ignoranza, dagli ebrei e cristiani contemporanei del profeta arabo; il quale è il "sigillo dei profeti", ossia colui che chiuderà per sempre la serie degli inviati di Dio sulla terra e delle rivelazioni celesti. In altre parole, l'islamismo nelle sue credenze e nei suoi riti è la forma religiosa definitiva per tutta l'umanità. Alla Mecca, islām, ossia incondizionata sottomissione (ai voleri divini), era termine applicabile ad ognuna delle grandi religioni monoteistiche rivelate, e l'epiteto di muslim, colui che si rimette ciecamente a Dio, veniva dato nel Corano a tutti i profeti anteriori, da Adamo a Gesù, e a tutti i nuovi credenti, a tutti i professanti sinceramente il monoteismo rivelato mediante testi sacri. Dopo la rottura predetta con il giudaismo e con il cristianesimo (quest'ultimo ora oggetto di rovente biasimo per il suo considerare Gesù come figlio di Dio), islām passa a designare soltanto la religione predicata da M., in opposizione a quella dei degene. i ebrei e cristiani, e muslim si restringe a designare i seguaci di M., i quali del resto, a causa dell'assoluta identificazione della missione religiosa con la sovranità temporale illimitata in M., non potevano non essere anche suoi sudditi. Insomma a Medina nasce l'islamismo come religione autonoma e diretta a tutta l'umanità.
Contemporaneamente a questa emancipazione dal giudaismo e dal cristianesimo, M., in base a interpretazione arbitraria di testi biblici, fece proclamare dal Corano che il più antico santuario del mondo dedicato al vero Dio era stato la Ka‛bah della Mecca, edificata da Abramo, al quale Dio stesso aveva insegnato i riti del pellegrinaggio annuo. Conseguenza di ciò era il dovere dei musulmani di purificare il santuario e i suoi riti dall'abominazione del paganesimo sottentrato al primitivo culto ortodosso; ma è chiaro che per restituire alla purezza monoteistica i riti della Ka‛bah occorreva liberare la Mecca dal paganesimo. La conquista della città natale appariva ora dunque un dovere imposto da Dio e non uno sfogo di mire ambiziose e di vendetta personale per il passato.
Tutti gli avvenimenti del decennio medinese di M. sono di capitale importanza per l'islamismo posteriore in tutti i suoi aspetti, giacché la condotta di M. nei singoli eventi, anche se dettata da circostanze puramente transitorie o da capriccio, fu assunta dalle generazioni successive come fonte di norme universali e invariabili nel campo religioso, politico, giuridico e civile; solo la condotta talora casuale di M. a Medina e il principio musulmano della sua imitazione consentono a noi d'intendere le apparenti anomalie e contraddizioni che si riscontrano nel completo sistema politico-religioso dell'islamismo.
Nel marzo del 625, terzo anno dell'ègira, un esercito allestito dai Coreisciti avanzò dalla Mecca sino all'oasi medinese ed inflisse un serio scacco alle truppe musulmane sul pendio e alle falde del monte Uḥud, a circa un'ora a nord della città; ma non osò gettarsi su di questa e ritornò sui suoi passi. Rivelazioni coraniche scesero allora a spiegare l'avvenimento, a ridestare piena fede nell'avvenire, a proclamare che i caduti nella guerra contro gl'infedeli, ossia per la causa di Dio, non sono morti, ma vivi e felici in cielo. Quattro o cinque mesi dopo, M. accerchiava uno dei due gruppi ebrei dell'oasi medinese, ne otteneva la resa senza combattimento, lo espelleva confiscandone le armi e gl'immobili e giustificando presso i suoi, con una rivelazione celeste, l'assegnazione di quei beni alla cassa dello stato. Il diritto pubblico posteriore ne dedusse il carattere demaniale delle terre conquistate agl'infedeli senza combattimento né patto. Con crescente audacia M. spinge quindi le sue spedizioni militari o razzie a sempre maggior distanza dalla capitale in direzione di est, di nord e di sud, ampliando ognora più il suo territorio ed arrivando sino in prossimità di quello della Mecca. Alla lor volta i Coreisciti tentano un ultimo sforzo: allestiscono un esercito di circa 10.000 uomini, senza precedenti in quelle parti d'Arabia, e nel marzo-aprile 627, quinto anno dell'eg., assediano Medina; ma un modesto fossato, scavato in fretta per consiglio d'uno schiavo straniero, bastò a trattenere gli assedianti, i quali, dopo una quarantina di giorni, si ritrassero dall'impresa. E il giorno successivo alla loro partenza M., inebbriato dal fallimento dell'impresa coreiscita, si butta all'assedio dell'ultimo gruppo ebraico che ancora rimaneva nell'oasi; ne ottiene la resa a discezione dopo venticinque giorni; fa decapitare tutti gli uomini (da 600 a 900), fa vendere come schiavi le donne e i fanciulli, divide la preda e così offre al futuro diritto musulmano di guerra altre norme, fra le quali la legittimità che il sovrano faccia uccidere, se lo stima opportuno, i prigionieri di guerra non musulmani, maschi e in condizione di portare le armi. Il terrore invase le grandi colonie ebraiche situate in vaste e pingui oasi molto al nord di Medina.
Alla Mecca comincia grave scoraggiamento, e M. ne approfitta per tentare non il pellegrinaggio, ma una visita pia, la ‛umrah, non legata a un determinato periodo dell'anno e assai meno solenne. L'esistenza di quattro mesi sacri, nei quali l'antico costume arabo vietava i combattimenti, sembrò dargli la possibilità d'attuare l'audace disegno sul finire del sesto anno dell'eg., nel febbraio-marzo 628; ma arrivato con circa millecinquecento dei suoi ai confini del vasto territorio sacro che circondava la Mecca e dentro il quale non era lecito portare armi, si lasciò indurre dai parlamentari coreisciti a rinunziare al suo proposito e a stringere invece una tregua decennale, nella quale si ammetteva che nell'anno seguente e nei successivi del decennio M. ed i suoi avrebbero potuto liberamente fare il pellegrinaggio e rimanere tre giorni alla Mecca. Alcuni passi coranici ci rivelano l'indignazione di molti compagni di M. per questo patto (detto di al-Ḥudáibiyah dal nome della località), da essi giudicato umiliante, ma che in realtà fu atto di buona politica e fornì poi varie norme importanti al diritto pubblico musulmano. D'altra parte M. fece cessare rapidamente il malumore dei suoi, non soltanto con rivelazioni coraniche, ma anche procedendo senza ritardo alla conquista delle oasi ebraiche di Khaibar, Fadak, Taimā' e wādī al-Qurà (attuale w. al-Ḥamḍ), che vennero ad arricchire i singoli e l'erario. Per ragioni economiche M. lasciò il possesso delle terre ai vinti, diede loro libertà di culto, ma impose il pagamento in perpetuo della metà del raccolto annuo alla cassa dello stato musulmano. La condotta di M. verso queste oasi ebraiche divenne base delle norme di diritto islamico riguardo alla proprietà fondraria nei paesi conquistati fuori d'Arabia e alla condizione giuridica dei sudditi ebrei e cristiani dello stato musulmano.
Nell'anno successivo, settimo dell'eg., 629 d. C., Maometto compì con circa 2000 musulmani la semplice ‛umrah alla Ka‛bah, e quei tre giorni di dimora alla Mecca segnarono un ulteriore sgretolamento dell'opposizione meccana e del suo paganesimo; poco dopo passarono all'islamismo ‛Amr ibn al-‛Āṣ, il futuro conquistatore dell'Egitto, e Khālid ibn al-Walīd, il futuro conquistatore della Siria e della Palestina. Nello stesso 629 (ma entrato ormai l'8 eg.) M. inviò una spedizione militare in pieno territorio bizantino, a oriente della parte meridionale del Mar Morto; spedizione fallita di fronte alle truppe guidate da un comandante greco, ma prova di quanto ormai si spingessero lontano le ambizioni conquistatrici di M. Il quale frattanto mal pazientava gli obblighi del trattato di al-Ḥudāibiyah, che gli precludeva per un decennio il dominio della sua città natale. Un pretesto, che sollevò gli scrupoli d'alcuni fra i suoi compagni, fu da lui trovato per dichiarare rotta la tregua a causa dei Coreisciti e marciare con rapida decisione contro la Mecca; la quale non oppose quasi resistenza, cosicché l'antico perseguitato vi entrò trionfalmente nel ramaḍān 8 eg., primi di gennaio 630. Purificata la città da tutte le apparenze esteriori di paganesimo, concessa un'amnistia quasi generale, vietato ogni bottino, soppresso il reggimento oligarchico secolare, M. tornò alla capitale, Medina, ove affluivano in gran copia ambascerie inviate da tribù lontane a fare atto di omaggio e sudditanza al trionfatore. Né in quell'anno, né nel successivo 9 eg. (marzo 631), M. prese parte al pellegrinaggio; non voleva contatti con infedeli in quella cerimonia. Ma appunto nel marzo 631 egli fece proclamare che quella sarebbe stata l'ultima volta che politeisti avrebbero potuto accedere al territorio meccano ed al pellegrinaggio; essi sono sozzura, dichiara ora il Corano, e patti nuovi non si potranno più stringere con loro. È dunque la guerra aperta contro i pagani perché tali, e non soltanto, come in passato, perché aggressori e fedifraghi. È la teoria della guerra santa spinta alle sue ultime conseguenze.
Sicuro di non aver più contatti impuri, nell'ultimo mese del successivo anno 10 eg., marzo 632, M. alfine compì i riti complicati del pellegrinaggio islamizzato. Sull'altura di ‛Arafah, incorporata ai luoghi del pellegrinaggio. benché lontana una cinquantina di chilometri verso oriente, egli tenne all'immensa folla convenuta il celebre "discorso del commiato", che celebrava il definitivo compimento della sua missione; concetto confermato anche da contemporanei versetti del Corano. Subito dopo la grande cerimonia tornò a Medina, ove s'accingeva ad allestire una spedizione militare contro la parte sud-est della Palestina soggetta all'impero bizantino, quando cadde ammalato; dopo varie alternative spirò l'8 giugno 632, correndo l'undecimo anno arabo lunare dell'ègira. Non lasciò figli maschi; delle quattro figlie superstiti ebbe nei secoli successivi grande celebrità Fātimah (v.), moglie di ‛Alī e morta poco dopo il padre. Delle mogli superstiti merita particolare menzione la più giovane, ‛Ā'ishah (v.), figlia di Abū Bakr, la quale morì nel 58 eg., 678 d. C., ed ebbe una parte attivissima e virile nelle lotte civili scoppiate alla fine del califfato di ‛Othmān.
La figura di Maometto. - La naturale venerazione per il loro profeta e un passo coranico ove è detto che i credenti hanno in lui il migliore dei modelli hanno portato i musulmani a ritenere l'imitazione di Maometto, anche nei più semplici e volgari atti della vita, come il sommo ideale della vita religiosa, morale e civile; solo pochissime cose, come la poligamia oltrepassante il numero di quattro mogli contemporaneamente, sono considerate quale sua prerogativa. Da ciò l'enorme importanza dei ḥadīth (v.), o tradizioni canoniche intorno ai detti e fatti di M. Alla naturale venerazione si aggiunse l'aureola miracolosa, benché il Corano, ossia la parola di Dio, avesse proclamato che M. era un uomo come gli altri e che il solo suo miracolo consisteva nel fatto di ricevere da Dio messaggi o rivelazioni testuali. Sulla base di elementi folkloristici, di leggende talmudiche e rabbiniche di racconti degli apocrifi cristiani circolanti in Oriente, d'arbitrarie interpretazioni di passi coranici, e poi anche di concetti derivanti dal parsismo e da dottrine gnostiche e neoplatoniche, a partire già dalla metà del primo secolo dell'ègira le successive generazioni musulmane andarono elaborando la leggenda miracolosa di Maometto, in parte anche per fare di lui un contrapposto alla figura di Gesù presso i cristiani. Scrittori del sec. XIII fanno salire a più di tremila i suoi miracoli e li classificano in varie categorie secondo l'oggetto su cui si esercitarono. Notevoli per la loro popolarità e per il posto loro dato in catechismi moderni sono i varî portenti che preannunziarono la sua nascita, i miracoli della sua infanzia (calcati soprattutto sugli apocrifi cristiani), il viaggio notturno a Gerusalemme sulla cavalcatura portentosa al-Burāq e la successiva salita in cielo nel periodo meccano, e la scissione della luna operata da Dio in seguito a preghiera di M. per convertire alcuni infedeli. Il viaggio notturno a Gerusalemme sull'al-Burāq serve ora di base ai musulmani per le loro pretese sul luogo ove gli ebrei si recano la sera di venerdì e il sabato per piangere sugli avanzi del tempio di Salomone; pretese che hanno dato luogo a incidenti gravissimi, dei quali ebbe a occuparsi anche la Società delle nazioni negli anni 1928-30. I ṣūfi o mistici attribuiscono la paternità delle loro dottrine esoteriche agl'insegnamenti segreti che M. avrebbe impartito a pochissimi compagni di scelta; molti affermano la preesistenza di M. in cielo ad Adamo e taluno trasforma M. addirittura in una specie di Logos.
Nel Medioevo Bizantini e Latini si sono sbizzarriti a loro volta intorno a M., considerato come turpe eretico o scismatico, e lo hanno fatto segno a molte leggende in parte comiche e in parte ingiuriose, che tendono a mostrarlo un impostore cosciente della sua impostura e un uomo rotto a ogni licenza. Così il supposto incontro del giovane M. con il monaco Bahirā o Sergio in Siria, narrato dai musulmani per fare che quest'ultimo preannunzi la futura missione divina di M., serve ai cristiani per fare di M. il semplice portavoce o il complice d'un eretico; i fenomeni nervosi che, almeno nei primi tempi, accompagnavano il ricevimento delle rivelazioni secondo il racconto dei musulmani, sono adoperati dai Bizantini per fare di M. un epilettico.
La critica moderna non può mettere in dubbio l'assoluta sincerità iniziale di M. e il suo primitivo disinteresse. Qualche dubbio può sorgere per alcuni atti del periodo medinese, nel quale rivelazioni coraniche scendono a giustificare azioni scorrette, a secondare sue passioni, a far cessare le querimonie di sue mogli gelose; ma bisogna tener presenti le condizioni spirituali e intellettuali sue e del suo ambiente e le illusioni di cui M. stesso poteva esser vittima a questo riguardo; al qual proposito giova ricordare che tal genere di rivelazioni sembra essere stato trovato sempre cosa naturale dai suoi compagni di profonda fede religiosa. Fu uomo mutevole: per lo più disposto alla serenità e alla mitezza, ma in poche circostanze crudele e vendicativo; impulsivo in certi casi, freddo calcolatore e politico in altri; monogamo e di correttissima condotta fin che visse la prima moglie Khadīgiah, manifestò poi a Medina una fortissima sensualità, contenuta del resto nelle larghissime forme legali concesse dai costumi arabi e dall'islamismo. Nella fase definitiva della sua vita, la medinese, sotto l'influenza dell'avvenuta commistione completa del sacro e del profano, della vita religiosa e dell'attività politica e militare, fu di necessità portato a un abbassamento dell'ideale morale, a una rinunzia a tendenze ascetiche, a transazioni e accomodamenti voluti dalle esigenze della vita politica e pratica quotidiana. Non ebbe vedute molto lontane, non piani a lunga scadenza; ma fu di straordinaria abilità nello sfruttare le circostanze impreviste che sembravano venire a sconvolgere i suoi disegni. Le straordinarie e rapide sue metamorfosi nel decennio della sua vita medinese sono indice d'una pieghevolezza e di un'adattabilità di spirito veramente eccezionali. Senza alterigia, affabile con i compagni, pronto ad accoglierne pareri e critiche, esercitò tuttavia su di loro un fascino del quale non si conoscono altri esempî in Arabia.

domenica 6 aprile 2014

islamismo

ISLAM
Il nome di Allāh in lingua araba
E' l'ultima grande religione monoteistica, dopo l'ebraismo e il cristianesimo, ma è la seconda religione mondiale come numero di fedeli: 1 miliardo e 400 milioni (in Italia 1,5 milioni). A dir il vero, il monoteismo islamico si avvicina più a quello ebraico (con la loro concezione del dio unico) che non a quello cristiano (con la sua concezione del dio uno e trino). Tanto è vero che la trinità cristiana viene considerata dai musulmani come una forma di politeismo o di triteismo. Normalmente però gli studiosi annoverano nel campo del monoteismo tutte e tre le religioni.
L'islam è una religione relativamente semplice (monista), che non fa distinzione tra culto e vita civile: la politica non è separata dalla religione, né la moschea dalla piazza del mercato. Islam significa "sottomesso a dio" e musulmano (da "muslim", credente) significa "colui che compie la volontà di dio".
I pilastri della fede
La dogmatica musulmana si basa su due importanti formule sintetiche, valide per tutto il mondo islamico. Ogni credente è obbligato a ripeterle con frequenza e a tramandarle alle future generazioni. La prima è chiamata "imàn" (formula della salvaguardia) e recita così: "Credo fermamente in Dio uno e unico, e nei suoi angeli, e nei suoi libri rivelati ai profeti, e negli inviati di Dio (profeti), e nel giorno del Giudizio, e nella vita dopo la morte". La seconda delle grandi formule è l'"islam" (abbandono in Dio) ed ha valore anche morale e pratico: "Confesso che non c'è Dio all'infuori di Allah e Maometto è il suo profeta, professo la chiamata alla preghiera, l'obbligo dell'elemosina, del digiuno di Ramadan e del pellegrinaggio a La Mecca".
1) I punti salienti della professione di fede sono dunque i seguenti: 
  1. unità e unicità di dio (la prima contro il politeismo pagano, la seconda contro il monoteismo ebraico-cristiano). Il dio musulmano è creatore dell'universo dal nulla, predestina gli uomini al bene e al male, ed è irrapresentabile perché assolutamente misterioso. Gli si attribuiscono 99 nomi positivi (onnipotente, sapiente, fedele, ecc.), ma il centesimo, il suo vero nome, resta sconosciuto e viene appunto sostituito dall'appellativo Allah, che letteralmente significa "il dio". Allah è un dio esclusivo e vendicativo, ma di fronte al pentimento perdona qualunque peccato; 
  2. superiorità assoluta di Maometto, che ha ricevuto la rivelazione direttamente in lingua araba, su tutti i profeti (l'Islam crede anche in alcune figure mitiche e storiche in cui crede lo stesso ebraismo, considerate come profeti: ad es. Adamo, Noè, Abramo, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Davide, Salomone, Giobbe, Elia, Giovanni Battista, Gesù). Ebrei e cristiani vengono considerati come credenti che non hanno saputo praticare i comandamenti di Dio, e la cui religione ha bisogno della completezza dell'islam; 
  3. l'anima è immortale, dà la vita al corpo ed è considerata come una sorta di soffio da parte dell'angelo custode, tuttavia essa rimane invisibile e imperscrutabile fino al giorno del giudizio universale, e i morti risorgeranno e saranno giudicati nel giorno del Giudizio, per l'inferno o il paradiso eterni (quest'ultimo viene immaginato come un luogo di piaceri fisici ed estetici: giardini deliziosi, profumi soavi, freschi ruscelli, cibi prelibati, bevande gustose, ricche vesti, bellissime vergini sempre a disposizione). Coloro che pur avendo peccato avranno osservato la dottrina, rimarranno all'inferno sino a quando non saranno liberati da Maometto. Viceversa, coloro che combattono e muoiono per l'islam vengono accolti subito in paradiso, prima del Giudizio universale; 
  4. accettano le sacre scritture, come il Pentateuco di Mosè, i Salmi di Davide, il Vangelo di Gesù, ma la fede è solo nei confronti del Corano di Maometto.
La professione di fede, oltre ad aprire tutte le preghiere, rappresenta anche il simbolo dell'islam, in quanto chiarisce bene la differenza di questa religione da ogni altra, cui generalmente viene vietato il proselitismo. Ebrei e cristiani possono conservare la loro fede, ma a condizione di pagare un'imposta personale specifica e di non praticare appunto il proselitismo. Se un'ebrea o una cristiana sposa un musulmano, può conservare la propria fede, ma i figli andranno educati all'islam. Viceversa, un non-musulmano non può sposare una musulmana, se prima non si converte: il suo matrimonio verrà considerato nullo. Addirittura chi abiura l'islam in taluni paesi può avere delle conseguenze sul piano civile. Generalmente nei paesi islamici non è riconosciuto al musulmano il diritto di cambiare religione o di professare l'ateismo, ma va esaminato caso per caso, anche perché la laicizzazione si va diffondendo anche in questi paesi.
2) Le cinque preghiere quotidiane, che il fedele, col capo coperto, deve compiere sempre rivolto verso La Mecca (in moschea vi è una nicchia apposita, ma in casi di necessità ci si può avvalere di una piccola bussola). Esse avvengono all'alba, a mezzogiorno, di pomeriggio, al tramonto e alla sera: le ore sono state fissate qualche tempo dopo la morte di Maometto; la più importante è quella di mezzogiorno, specie al venerdì, che è il giorno festivo (nel quale però non viene imposto il divieto di lavorare). La preghiera del venerdì in moschea è obbligatoria per ogni fedele di sesso maschile. Le preghiere devono essere precedute da un'abluzione rituale obbligatoria: con acqua pulita, non necessariamente corrente, ci si lava la faccia, le braccia fino al gomito e i piedi fino alle caviglie. Se la "contaminazione" è grave (p.es. nel rapporto sessuale), occorre un bagno completo, solo dopo il quale è permesso recitare la preghiera e toccare il Corano. In mancanza di acqua si può usare sabbia o polvere, usando una diversa procedura.
Le preghiere si concluderanno con il sermone dell'imam, cui però è facoltativo assistere. L'officiante non è un sacerdote, in quanto, per diventarlo, basta conoscere in modo approfondito i testi sacri ed essere eletto dalla comunità. Dall'alto del minareto della moschea il muezzin, che può avvalersi di amplificatori, chiama i fedeli alla preghiera, ma si può pregare anche in casa propria o sul luogo del lavoro, ovunque ci si trovi. Uomini e donne si radunano separatamente in file, mettendosi uno accanto all'altro: il ricco accanto al povero. Le preghiere, recitate con molta calma, sono brevi e tutte tratte dal Corano e dagli Hadith, racconti di vita e detti di Maometto scritti da suoi seguaci. All'inizio si prega in piedi, poi vi sono piccole e grandi prostrazioni, sopra un tappeto o una stuoia, con la fronte poggiata per terra.
3) L'elemosina legale (zakat), che consiste in una esazione statale delle imposte (in genere il 2,5% del reddito annuale netto), per opere di beneficenza o di pubblico interesse, per le spese comunitarie e il mantenimento del clero, per i debitori insolventi o per i neo-convertiti, nonché per la diffusione dell'islam o per la sua difesa. Ma è anche possibile fare delle offerte volontarie per le casse delle moschee. L'elemosina legale non è ritenuta solo la base della giustizia sociale, insieme al divieto dell'usura, ma anche un mezzo di espiazione dei peccati, per cui il suo valore è legale e morale. Il Corano non si preoccupa della quantità ma della qualità del dono (che va fatto secondo coscienza e senza umiliare il ricevente, tant'è che nella tradizione dei mistici sufi spesso viene considerata inaccettabile l'elemosina di coloro la cui ricchezza o il cui potere si presume siano stati ottenuti in maniera illecita). L'importo della zakat è fisso se l'imposta si riferisce a terra e bestiame, variabile se si riferisce ai commerci.
4) Il digiuno, che implica l'astinenza da qualunque cibo e bevanda, dal fumo, dai profumi e dai rapporti sessuali, durante il Ramadan, nono mese del calendario islamico, che già era considerato sacro presso gli antichi arabi. A causa del calendario lunare, il Ramadan cade in stagioni diverse e per quella estiva il digiuno è particolarmente gravoso. Solo dopo 33 anni ricade nella stessa data. Maometto aveva cominciato con l'imporre il digiuno ebraico del kippur, che va dal tramonto di un giorno al tramonto del giorno successivo. Ma a causa della rottura con gli ebrei di Medina, lo sostituì con questo digiuno mensile, limitato alle ore di luce solare.
Naturalmente durante il Ramadan il ritmo della vita rallenta, fin quasi alla paralisi di ogni attività lavorativa (benché la maggior parte delle vittorie e delle conquiste nella storia dell'Islam siano state fatte proprio nel mese di Ramadan!); poi al tramonto un colpo di cannone, in ogni città, permette di nuovo che strade e piazze si rianimino. Questo tempo è sacro perché è riservato alla riflessione personale, è il periodo in cui più facilmente si esprime la solidarietà della comunità, la riconciliazione fra parenti e amici, il perdono delle offese, ecc. La frequenza alle moschee aumenta; anzi, per il carattere collettivo che ha assunto fin dagli inizi, il precetto viene seguito anche dai fedeli meno praticanti. Alla fine del mese si commemora, durante "La notte della potenza", la cosiddetta discesa del Corano dal cielo (che sarebbe appunto avvenuta in questo mese) e l'inizio del ministero di Maometto: è questa la festa più popolare dell'islam. Il digiuno serve anche a ripristinare l'equilibrio dell'anima col corpo (non però la soggezione di questo a quella) ed è per Maometto il dovere cultuale prediletto da dio. I viaggiatori, i malati, gli anziani, le gestanti, le nutrici e ogni persona costretta a un lavoro pesante sono esonerati, ma solo temporaneamente, oppure devono provvedere con una corrispondente espiazione (p.es. aiutando i poveri).
5) Il pellegrinaggio, almeno una volta nella vita, alla Mecca, per sottolineare i principi di sottomissione a dio, uguaglianza tra gli uomini, unità musulmana e purificazione-sacrificio. Qui infatti si trovano i luoghi più sacri dei musulmani, interdetti agli infedeli. Maometto vi iniziò il ministero e Abramo vi ricostruì la Kaaba (edificata da Adamo), aiutato dal figlio Ismaele, in segno della loro sottomissione a dio: così dice il Corano. La Kaaba è un edificio a forma di cubo, nove metri per dodici, che si eleva nel cortile della Grande Moschea. Nell'angolo sud-est, all'esterno, vi è incastrata la famosa Pietra Nera, un meteorite che prima di Maometto veniva identificato con il dio locale Hubal e che fu ridotto in frammenti nel 683 d.C., durante l'assedio del califfo Yezid. I frammenti sono tenuti insieme da una cornice rotonda, d'argento. La Kaaba contiene un'unica stanza senza finestre, cui si accede per una porta, alcuni metri sotto il livello del suolo. Vi si fanno vedere l'impronta del piede di Abramo su una sacra pietra, insieme con la tomba di Agar e del figlio Ismaele. L'edificio è coperto da pesanti drappeggi di broccato nero ricamato in oro con i testi del Corano. Il grande pellegrinaggio alla Mecca si fa nell'ultimo mese del calendario (per gli altri mesi si parla di "piccolo pellegrinaggio"). Durante la permanenza in questa città, i fedeli non possono radersi, tagliarsi i capelli e le unghie, né avere rapporti sessuali, litigare o far del male a qualcuno.
Appena entrati in città, tutti i pellegrini, con indosso una divisa di stoffa bianca, composta di due panni non cuciti (simbolo di umiltà, purificazione e uguaglianza sociale), devono compiere le abluzioni previste. Il primo rito è quello di girare attorno alla Kaaba per sette volte: a ogni giro ci si ferma per baciare la Pietra nera. Se c'è troppa folla la si tocca con la mano o con il bastone. Poi si percorrono di corsa, per altre sette volte, i cinquecento metri che separano due collinette, in ricordo della triste situazione di Agar e di suo figlio Ismaele, che, secondo le tradizioni islamica, ebraica e cristiana, furono salvati da una sorgente d'acqua fatta zampillare dall'arcangelo Gabriele nel deserto. Tale pozzo, cui si può attingere l'acqua, considerata santa, dista solo alcuni chilometri dalla Mecca. Dopo questo rito i fedeli raggiungono il monte Arafat dove stanno eretti in meditazione da mezzogiorno al tramonto: qui, secondo la tradizione, Adamo ed Eva si sarebbero ritrovati dopo la cacciata dal paradiso, e qui Maometto avrebbe pronunciato l'ultimo discorso. Ritornando poi alla Mecca, i pellegrini si fermano durante la notte nella località di al-Muzdalifah, ove ognuno raccoglie dei sassi che il giorno dopo scaglierà ritualmente contro tre pilastri di pietra nel vicino villaggio di Minà, a ricordo del momento in cui Abramo resistette alla tentazione di disobbedire a dio, che gli aveva chiesto di sacrificare il figlio (Ismaele, per i musulmani), al fine di dimostrare la propria fede. Siccome il bambino fu riscattato con una vittima sacrificale (un animale), i musulmani offrono in sacrificio pecore o cammelli (la cui carne viene poi distribuita ai poveri). La festa del sacrificio pone fine al pellegrinaggio. Oggi questo precetto può anche essere sostituito con un'elemosina straordinaria o con l'invio di un altro fedele sostenuto finanziariamente.
Non pochi tuttavia concludono il pellegrinaggio alla Mecca con la visita alla tomba di Maometto a Medina e con un pellegrinaggio a Gerusalemme. Non dobbiamo infatti dimenticare che per i musulmani le città sante sono tre: La Mecca, Medina (in Arabia Saudita) e Gerusalemme. Proprio qui, sul colle ove Abramo -così vuole la leggenda islamica- stava per sacrificare Isacco, è stato costruito uno dei monumenti più antichi dell'architettura musulmana: la moschea del califfo Omar, che con la sua cupola dorata domina il panorama della città. Ma per i musulmani Gerusalemme è importante anche perché Maometto, prima di rompere con gli ebrei di Medina, aveva insegnato a pregare rivolti in quella direzione. Infine a Gerusalemme, secondo la tradizione, Maometto sarebbe asceso in cielo e nel giorno del giudizio l'angelo Israfil suonerà la tromba.
Alcuni gruppi islamici aggiungono a questi pilastri quello della Jihad o "guerra santa", che significa "cacciare via gli invasori". In origine (ma a volte purtroppo è ancora così: si pensi p.es. all'Iran di Khomeini) il termine designava lo sforzo che deve fare ciascun musulmano per lottare, all'interno, contro la decadenza dei costumi tradizionali, e all'esterno, contro l'infedele (pagano, giudeo o cristiano), allo scopo di far trionfare l'islam. Inutile sottolineare quanto mai sia reale, in questi casi, il rischio di assumere posizioni estremiste e fanatiche. Per ragioni di opportunità, la jihad può avere la precedenza su ogni osservanza rituale: p.es., quando Egitto e Siria entrarono in guerra contro Israele nel ramadan del 1973, i leaders politici e religiosi esonerarono i soldati dall'obbligo del digiuno. Naturalmente lo storico dovrà sempre distinguere la jihad offensiva da quella difensiva.
Altri riti
Maometto si limitò a prescrivere un certo numero di doveri e pratiche rituali estremamente semplici, ma nell'islam non vi sono sacramenti, né riti equivalenti, per importanza, ai cinque pilastri della fede, e neppure vi sono dogmi formulati dopo la stesura del Corano.
Quando un bambino nasce il padre gli recita all'orecchio destro una preghiera lunga tratta dal Corano e una preghiera molto breve all'orecchio sinistro. La circoncisione si fa dopo 7 giorni, ma ci sono famiglie che la trascurano: il che non è considerato peccato, se il fedele, prima o poi, decide di sottoporsi all'intervento. Questo rito era già praticato (vedi p.es. l'ebraismo) nell'ambiente ove agiva Maometto. L'asportazione della clitoride e l'infibulazione non sono previste nel Corano, però l'islam dell'Africa si è adattato alle tradizioni locali ben radicate.
Genitori e parenti, e più tardi maestri e professori educano la gioventù alla fede islamica.
Il matrimonio può essere celebrato in moschea o in casa: è sufficiente che i genitori dello sposo ottengano l'assenso della sposa e l'imam li unisce subito in matrimonio, alla presenza di due testimoni maschili.
Non avendo intermediari tra lui e dio, il musulmano confessa direttamente i suoi peccati ad Allah. Oltre a ciò deve riparare i danni causati dal suo peccato. Il perdono lo lascia interamente a dio.
Perché muoia in pace, il musulmano ha bisogno che qualcuno gli reciti un versetto del Corano e gli faccia mormorare la professione di fede. Poi dovrà seppellirlo con la testa rivolta alla Mecca.
I ministri del culto
La figura religiosa più importante è l'imam, che è una guida spirituale (al tempo di Maometto era il capo-carovaniere). In moschea l'imam volta le spalle alla prima fila di fedeli e pronuncia le parole, esegue i gesti rituali che tutte le file ripetono subito dopo. L'imam è designato e pagato dalla comunità, ma la celebrazione del servizio divino può essere affidata anche a un credente della comunità considerato idoneo per la sua esperienza. Questo perché non esiste una casta sacerdotale, né una vera gerarchia ecclesiastica.
La civiltà islamica è ricca soprattutto di ulemas o dottori della legge, grandi conoscitori del Corano, della lingua araba, del diritto islamico e delle fonti della religione. Imam e ulemas possono sposarsi. Sul piano giuridico esiste anche il cadi, che giudica in caso di contestazione.
Altre figure religiose sono il marabutto, che può essere un santo venerato dopo la morte o il fondatore di una confraternita o un predicatore dell'islam. Dopo la morte di Maometto e per qualche secolo si imposero come guide politico-spirituali i califfi ("sostituto del profeta"). Anche lo sceicco è stato una guida di questo genere: a Istanbul c'era il sultano, soppiantato definitivamente dal potere di Ataturk nel 1924.
La condizione della donna
L'islam ha sicuramente migliorato la condizione che la donna viveva nel diritto patriarcale degli arabi: Maometto chiese alle donne di assumere un attivo ruolo sociale, uscendo dalla segregazione e dall'isolamento. Tuttavia forte resta ancora il paternalismo nei confronti della donna: p.es. se è una donna ad essere sotto processo, la sua testimonianza vale sì quanto quella di un uomo, ma se è chiamata a testimoniare in un processo contro terzi si preferisce che la sua testimonianza venga confermata da quella di un’altra donna. 
Viene comunque condannata l'eccessiva severità del marito nei confronti della moglie e vengono tutelati il diritto di quest'ultima alla dote e all'eredità, benché proprio la legge sull'eredità conceda alla donna la metà di quel che concede all'uomo dello stesso grado di parentela. In particolare, la parte di eredità che spetta alla figlia femmina rappresenta un suo bene personale che lei può decidere di spendere se e quando vuole: né il marito, se c’è, né il fratello possono intaccarla senza il permesso di lei; e, se sposata, non è assolutamente tenuta a utilizzarla in famiglia, ma può serbarla come una sua ricchezza personale.
L’eredità del figlio maschio rappresenta, invece, un bene della famiglia che deve essere utilizzato per il mantenimento della propria moglie, dei figli e delle sorelle fino a quando non siano sposate (nonostante esse abbiano la loro parte di eredità).
L'islam ha limitato la precedente poligamia a un massimo di 4 mogli, ma il Corano esclude che in una situazione del genere l'uomo possa essere del tutto imparziale, e comunque esso pone come condizione che l'uomo riesca a mantenerle con decoro. I teologi giustificano l'usanza dicendo che al tempo di Maometto gli uomini venivano decimati dalle guerre. Nei paesi più civilizzati questo diritto viene esercitato solo in maniera ristretta (meno del 5%). Alcuni paesi, come ad es. la Tunisia, hanno deciso d'imporre la monogamia. Già nel 1915, in Turchia, il sultano permetteva alle donne di richiedere, in certi casi, lo scioglimento giudiziario del matrimonio. Anche l'India ha subìto forti modificazioni nel diritto matrimoniale islamico sulla base della legge civile inglese. Il primo movimento femminista islamico è sorto in Egitto negli anni '20, con l'obiettivo di portare le donne all'istruzione e alle professioni riservate agli uomini. 
La donna musulmana può, sul piano giuridico, scegliere il marito musulmano che vuole, ovvero ha il diritto al consenso nel matrimonio. La donna può ottenere il divorzio anche se non ha i soldi per restituire al marito la dote ricevuta: basta che vada dal giudice e gli sottoponga il caso. Il giudice la libera gratuitamente dal vincolo, se la ragione è dalla sua parte. Il divorzio le viene concesso anche se il marito subisce una pesante condanna carceraria, o se rimane a lungo fuori casa per ragioni di lavoro. E comunque non c'è bisogno di ricorrere al giudice se il coniuge che chiede il divorzio rispetta la legge. In caso di divorzio -che sia l'uomo a chiederlo o la donna- a quest'ultima per legge vengono assicurate tutte le proprietà, tutti i doni che ha ricevuto e un quarto delle proprietà del marito.
Il velo non è prescritto dal Corano, ma molti leaders religiosi se ne sono serviti per tenere la donna sottomessa. L'islam non ha mai conosciuto roghi e caccia alle streghe, benché pratichi la lapidazione nei casi di adulterio. Tuttavia permangono ancora grosse difficoltà per la donna che vuole recarsi in pellegrinaggio alla Mecca; nelle stesse moschee viene arbitrariamente esclusa da alcune preghiere. La condizione della donna musulmana, nel medioevo, non aveva nulla da invidiare a quella della sua "collega" euroccidentale, ma questa, a differenza dell'altra, si è evoluta, col passare dei secoli, molto di più.
Alla donna mestruata è vietato pregare, digiunare, recitare il Corano, frequentare moschee. Quando il ciclo finisce deve recuperare il digiuno.
Le è sempre vietato mostrare in pubblico il proprio corpo, ad eccezione di mani, piedi e viso. All'uomo invece è vietato mostrare in pubblico quella parte del corpo che va dall'ombelico alle ginocchia (la cosiddetta "aura").
Da notare che l'uomo musulmano, a differenza della donna, può sposare una donna cristiana o ebrea. In verità può farlo anche la donna, a condizione che l'uomo prometta di convertirsi all'islam.
Le regole dietetiche
Il credente musulmano può mangiare carne solo se gli animali consentiti sono stati sgozzati quando ancora erano vivi e a condizione che il sangue fuoriesca completamente. La selvaggina può essere cucinata solo se l'impatto con l'arma ha provocato il suo dissanguamento: se l'animale non sanguina la carne è proibita. Tuttavia il sangue proibito è quello che si spande, non quello che resta nella carne: ecco perché, ad es., fegato e milza sono permessi. Chi uccide l'animale permesso (ad es. bue, montone o pecora) deve appartenere a una delle tre religioni monoteiste.
Gli animali di cui è vietata la carne sono tutti i pesci senza scaglie (a parte questo, gli animali marini morti non sono vietati), vietatissimo il maiale (carne e sangue), le bestie feroci, i rapaci (tutti gli uccelli che assalgono con artigli), i cani, gli asini domestici, i muli, i rettili, il topo, la rana e la formica. Si può invece mangiare la carne di lucertola, cavalletta, struzzo e cavallo. E' vietata la carne di animali che si nutrono di rifiuti, a meno che non vengano alimentati con cibo sano per un certo tempo. Vietati anche tutti gli animali parzialmente divorati da un animale selvaggio.
Vietate anche le bevande inebrianti, ma questa regola è poco rispettata: sia perché esiste un consumo clandestino, sia perché sono nati liquori "legali" dalla fermentazione dei datteri e di altri frutti. Vietate comunque tutte le sostanze tossiche che facciano perdere lucidità.
Le punizioni del Corano
Sono cinque i paesi arabi (Arabia Saudita, Qatar, Oman, Libia e Yemen del nord) che adottano ufficialmente il Corano come fonte della loro legislazione, anche se la Libia non taglia la mano ai ladri. La punizione fisica più impressionante è la lapidazione, comminata soprattutto nei casi di adulterio. In Arabia Saudita la trasmettono anche per televisione. Si usano anche la decapitazione e l'impiccagione.
Il calendario
L'era islamica viene calcolata dall'anno dell'Egira, che avvenne nel 622 d.C. Chi fissò questa data, per il nuovo calendario, fu il califfo Omar. Nell'Arabia pre-islamica si aggiungeva di tanto in tanto un anno affinché le stagioni potessero sempre corrispondere ai rispettivi mesi. Con Maometto invece il conto legato al mese lunare è diventato più rigido. Secondo il precetto del Corano, la misura del tempo viene calcolata sulle fasi lunari, per cui l'anno islamico consta di 354 giorni, divisi in 12 mesi lunari, che sono alternativamente di 30 e 29 giorni. (Sono previsti anche gli anni bisestili). Ma ogni 33 anni si ha la differenza di un anno fra le date musulmane e quelle gregoriane. Per stabilire un'accurata corrispondenza fra le due date occorrono calcoli un po' complicati (ad es. il 1° muharram 1402 corrispondeva al 30 ottobre 1981). Il giorno musulmano, per le ore della preghiera, comincia non dopo la mezzanotte ma all'alba.

Liberarsi dal Peso del Passato e dall'Ansia del Futuro: Il Potere di Adesso (Freeing Yourself from Past and Future: The Power of Now)

   Liberarsi dal Peso del Passato e dall'Ansia del Futuro: Il Potere di Adesso (Freeing Yourself from Past and Future: The Power of Now)...