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mercoledì 26 luglio 2017

scienza e ragione


Nell’Europa del Seicento la rivoluzione scientifica consentì un grande sviluppo delle conoscenze umane
Nel Settecento si sviluppò un movimento di idee, l’Illuminismo, fondato sul ragionamento, la tolleranza, la libertà di giudizioRivoluzione scientifica e Illuminismo determinarono cambiamenti nel campo civile, economico e sociale Nel Seicento si verificò un grande progresso nelle conoscenze scientifiche, definito nell’insieme dagli storici come "rivoluzione scientifica Il primo degli scienziati seicenteschi fu Galileo Galilei (1564-1642), che elaborò il metodo sperimentale. Con l’uso del cannocchiale riuscì a verificare la validità della teoria eliocentrica di Copernico, secondo la quale la Terra ruota intorno al Sole. Per questo fu costretto dalla Chiesa a rinnegare le sue teorie, che allora sembrarono in contrasto con la Bibbia. Enorme rilievo ebbero gli studi di Isaac Newton (1642-1727) che formulò la legge di gravitazione universale. Ma alla rivoluzione scientifica contribuirono anche numerosi altri grandissimi studiosi, come i francesi Cartesio e Pascal, i tedeschi Keplero e Leibniz, l’italiano Torricelli, l’inglese Boyle. Anche la medicina fece grandi progressi, specialmente nel Settecento, quando l’inglese Edward Jenner scoprì il vaccino contro il vaiolo. La mentalità razionale nata con la rivoluzione scientifica ebbe riflessi importantissimi anche sugli studi relativi al comportamento dell’uomo e alle sue idee. Il movimento culturale che ne segui fu detto Illuminismo perché ispirato dai "lumi della ragione". Scienziati e filosofi dell’epoca contrapposero la ragione, la libertà e la tolleranza all’autoritarismo dei secoli precedenti.  

Le idee illuministiche influirono anche sul pensiero politico. Montesquieu sostenne che all’interno di uno Stato esistono tre diversi poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Per evitare arbìtri e soprusi essi devono restare divisi (principio della separazione dei poteri). Voltaire insistette sulla tolleranza. Rousseau affermò che ogni Stato deve fondarsi su un patto (o contratto) volontario fra i cittadini. Gli stessi devono avere uguali diritti e doveri di fronte alla legge.   Lo spirito illuminista si sviluppò in tutti gli ambiti del sapere e diffuse idee di grandissimo rilievo per la nostra cultura. In campo economico fu sottolineata la necessità di lasciare liberi gli scambi delle merci e, in generale, le attività economiche e produttive. LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICASi usa la parola "rivoluzione" per indicare un avvenimento o un insieme di avvenimenti che segnano un cambiamento totale e duraturo e una decisa rottura col passato. Il più delle volte, questo termine si riferisce a eventi storici che sono la causa di radicali mutamenti di ordine politico-sociale (ad esempio: la Rivoluzione Francese). Si può tuttavia usare anche per fenomeni di altro tipo e in particolare per nuove idee o conoscenze, di particolare rilievo per la storia del sapere umano.In questo senso, col nome di rivoluzione scientifica si indicano una serie di scoperte, ma anche una diversa mentalità verso gli studi e le ricerche. Esse si svilupparono nell’Europa del Seicento grazie all’opera di numerosi studiosi tra i quali l’italiano Galileo Galilei e l’inglese Isaac Newton.
IL PROGRESSO DELLA SCIENZA Alla parola "rivoluzione" se ne è poi affiancata un’altra: "progresso". Progredire significa "camminare avanti", cioè passare da una situazione a un’altra che giudichiamo migliore. In genere si parla di progresso . Nel mondo antico, e soprattutto in quello medioevale, la storia non era vista come un cammino dell’uomo verso forme di società o di cultura più avanzate, ma come un continuo ritorno di fatti e di esperienze già vissuti nel passato. Da questo derivava il grande rispetto che il Medioevo nutriva per i grandi testi dell’antichità e la sua continua ricerca di una spiegazione dei fenomeni naturali nella lettura della Bibbia o di un grande filosofo antico come Aristotele ( IV sec. A.C. ), piuttosto che nell’osservazione della realtà.L’idea che l’uomo, nel corso della storia, possa continuamente sviluppare e migliorare le sue conoscenze trovò la sua base in un atteggiamento dell’Umanesimo e del Rinascimento: l’apertura dell’uomo verso la natura e le sue leggi e la fiducia in se stesso e nella propria capacità di scoprirle.
Newton e la legge della gravitazione universale Isaac Newton (1642-1727) fu matematico e professore all'università di Cambridge.Osservando la rotazione della Luna attorno alla Terra egli scoprì che la Terra attrae la Luna nella sua orbita. Inoltre intuì che questo fenomeno e quello apparentemente tanto diverso della caduta di un corpo sulla terra, sono regolati da una stessa legge fisica. Si tratta della legge di gravitazione universale per cui tutti i corpi hanno la proprietà di attrarsi a vicenda; la forza di attrazione o forza di gravità cresce quanto più crescono le masse dei corpi, mentre diminuisce con l'aumentare della loro distanza. Quindi gli oggetti cadono perché attratti verso la terra dalla forza di gravità, la stessa che tiene la luna nella sua orbita attorno alla terra e i pianeti attorno al sole.La nuova scienza secondo NewtonNel testo seguente Newton sintetizza i fondamentali principi della ricerca scientifica. Egli rifiuta le teorie di quegli scienziati che non usano il metodo sperimentale e si limitano a elaborare ragionamenti come i ragni fabbricano la tela.Allo stesso tempo, però, afferma che la sola osservazione non basta: è invece indispensabile riflettere razionalmente sui fenomeni osservati.GALILEO E IL METODO SPERIMENTALEA Firenze si affermò l’ingegno di Galileo Galilei (1564-1642).Studioso di fisica e di matematica, Galileo introdusse nella ricerca del suo tempo il metodo sperimentale: ogni legge di natura deve essere studiata partendo dall’osservazione diretta dei fenomeni e verificata con opportuni esperimenti.Egli inoltre affermò che la scienza non può limitarsi a semplici descrizioni dei fenomeni, ma deve anche esprimersi con calcoli matematici: "il grande libro della natura", sostenne, "è scritto in lingua matematica".Galileo non fu l’inventore del cannocchiale, già realizzato in precedenza da artigiani olandesi, ma lo perfezionò e per primo lo usò per osservare i movimenti dei corpi celesti. In questo modo riuscì a dimostrare la validità della teoria eliocentrica di Copernico (1473-1543), secondo la quale è la Terra che ruota intorno al Sole e non viceversa.
SCONTRO CON LA CHIESAGalileo divulgò le sue scoperte pubblicandole in diverse opere, ma si scontrò con la dottrina della Chiesa cattolica. La Chiesa, infatti, considerava ancora la Bibbia come la principale fonte della conoscenza scientifica E un brano della Bibbia, dove il condottiero Giosuè esclama "fermati, o Sole", sembrava contraddire Copernico e Galileo. Oggi tutti sappiamo bene che la Bibbia non è un testo scientifico ma religioso, e la Chiesa stessa lo dichiara. Descrizioni di questo tipo non vanno quindi prese alla lettera, ma interpretate. Invece per la cultura del tempo, nella sua ricerca di sicurezze, di superiori autorità alle quali fare riferimento, arrivare a una conclusione del genere era molto difficile.Inoltre, la posizione della Chiesa nei confronti di Galileo fu aggravata dall’atmosfera di durezza e di chiusura "difensiva verso le idee nuove che seguì al Concilio di Trento. Gli studi di Galileo sarebbero stati tollerati purché restassero senza pubblicità e nel massimo riserbo. Galileo, invece, li divulgò.Il grande scienziato venne allora costretto a ritrattare le sue teorie davanti al Tribunale dell’Inquisizione e condannato a vivere appartato nella sua casa di Arcetri, presso Firenze. GALILEO RINNEGA LE SUE TEORIEGalileo era un buon cattolico. Tuttavia lo sua adesione alla teoria eliocentrica lo portò a subire un processo davanti all’Inquisizione. al termine del quale lo scienziato rinnegò le sue teorie. Lo stessa Chiesa cattolica ha riconosciuto in seguito che la condanna dl Galileo fu un errore, anche perché ostacolò lo sviluppo della scienza e creò una frattura tra scienza e religione che si sarebbe potuta evitare.
L’ILLUMINISMOFra il Seicento e il Settecento la rivoluzione scientifica si diffuse. Si cominciò a impiegare il metodo scientifico anche nelle cosiddette "scienze dell’uomo": quelle che vogliono capire e disciplinare il suo comportamento. Si trattava, allora, della filosofia, del diritto, dell’economia.A partire dalla Francia si sviluppò così un nuovo movimento culturale che prese il nome di Illuminismo: esso sosteneva che la luce della ragione doveva illuminare le menti degli uomini e condurli sulla via del progresso e della felicità.Gli illuministi contrapposero alla tradizione e all’autorità i principi della libertà di critica, della tolleranza per le idee degli altri, dell’uguaglianza e della fratellanza tra gli uomini. Essi sostennero con forza l’idea che la storia dell’uomo è un continuo progresso verso forme di vita e di organizzazione sociale più giuste e più felici. Libero uso della ragioneNel seguente celebre scritto il filosofo tedesco Kant (1724-1804) definisce l’Illuminismo come libero uso dello propria ragione da parte dell’uomo.
L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità. se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza È questo il motto dell’Illuminismo.
L’ENCICLOPEDIAGli illuministi francesi si raccolsero intorno al progetto di pubblicare una grande Enciclopedia delle scienze umane. Curatori dell’opera furono Jean Baptiste D’Alembert e Denis Diderot. L"’Enciclopedia" non era solo un’opera di informazione. Gli autori intendevano infatti persuadere il pubblico della validità delle idee illuministe.
Il governo francese cercò di ostacolarli. Ciononostante 1’ "Enciclopedia" venne interamente pubblicata e ottenne un grandissimo successo.Notevole fu la forza dell’Illuminismo nell’influenzare l’opinione pubblica. Anche attraverso i giornali, le riunioni e gli incontri, le idee illuministiche si diffusero e giunsero a influire sulle decisioni dei governi. L’importanza raggiunta dall’Illuminismo fu così grande che il Settecento è stato chiamato "secolo dei lumi"

lunedì 25 agosto 2014

e se fossimo tutti immortali?



Sempre più di frequente si sente parlare di persone che hanno superato i cento anni d'età, o di coppie che festeggiano i settanta e più anni di matrimonio. L’allungamento della vita dell’uomo è un dato acquisito ed è stato possibile grazie ai progressi della medicina che ha sconfitto numerose malattie infettive e parassitarie, al rispetto rigoroso delle norme igieniche, a una dieta specifica e ben calibrata e ad un adeguato esercizio fisico. Il processo di miglioramento dello stile di vita, in futuro, ridurrà ulteriormente la mortalità facendo di conseguenza aumentare il numero delle persone anziane. Il problema relativo all’invecchiamento della popolazione, secondo alcuni ricercatori, nei prossimi anni, prenderà il posto dell’incremento demografico come fenomeno di maggiore rilievo dal punto di vista socio-economico. Forse per tale motivo, in questi ultimi tempi, le scienze biologiche si stanno occupando seriamente della questione dell’invecchiamento umano. Perché si invecchia? Fino a che età si potrà vivere in futuro? Si potrà raggiungere l’immortalità?
    E’ sotto gli occhi di tutti che la maggior parte degli organismi viventi, uomo compreso, non muore di vecchiaia. Di solito un animale (o una pianta) muore perché non riesce più a procurarsi il cibo di cui necessita, o perché viene mangiato da un altro animale oppure ucciso da un parassita o da qualche causa ambientale, come un incendio o un’inondazione. L’invecchiamento aumenta le probabilità che la morte sopraggiunga per una di queste cause. Tuttavia l’uomo e gli animali da lui protetti, come ad esempio il cane e il gatto, hanno maggiori probabilità di invecchiare rispetto agli animali selvatici, soprattutto se vivono in Paesi altamente industrializzati.
    Si sa da lungo tempo che per ogni specie vi è un’età massima raggiungibile: per i topi, ad esempio, questa età è di 3 anni, per i cani, che vivono mediamente 18 anni, è di 34 e i gatti possono vivere al massimo 31 anni. Per l’uomo, la cui vita media attualmente è di circa 75-78 anni, esiste un limite massimo situato intorno ai 120 anni. Di recente le cronache hanno riportato la notizia della morte, all’età di 122 anni, di una donna francese ma, se confermato, si tratterebbe di un record difficilmente superabile e forse mai raggiunto in precedenza dalla specie umana.
    Se si riuscisse a capire il motivo per il quale gli esseri umani invecchiano, ovvero come mai il deperimento e la morte siano per noi processi inevitabili, forse si riuscirebbe a ritardare o a prevenire tutte quelle forme di tumori, di malattie cardiovascolari e di altre patologie invalidanti che colpiscono gli adulti con una frequenza che aumenta progressivamente con l’età. L’obiettivo della ricerca, tuttavia, non è tanto quello di prolungare la vita oltre il limite attuale, quanto di vivere a lungo in buone condizioni di salute e andare poi incontro ad un rapido tracollo. Quindi, come auspica anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “piuttosto che impegnarsi per tentare di aggiungere anni alla vita, sarebbe meglio lavorare per aggiungere vita agli anni”.   
    Prima di proseguire è bene specificare che il concetto di vita e di morte non è così ovvio come sembra. I batteri, ad esempio, che sono organismi formati da un’unica cellula, si riproducono dividendosi in due. All’atto della riproduzione, quindi, una singola cellula cessa di esistere come individuo, ma nello stesso tempo comincia la vita di altre due cellule (individui) che hanno ereditato dalla madre tutta la sostanza vivente che stava in lei. L’immortalità cellulare sembra tuttavia sia andata perduta nel passaggio da forme di vita unicellulari a forme di vita pluricellulari dove le cellule appaiono specializzate in varie funzioni. Se si isola una qualsiasi di queste cellule e la si lascia duplicare in adatto liquido nutritivo si nota che il numero delle divisioni è limitato poiché non supera mai la cinquantina e che poi le cellule muoiono come se fossero state programmate, dall’inizio, per vivere solo fino a quell’età.
    Le cellule tumorali dell’uomo tuttavia si dividono senza sosta, avendo perso quella specializzazione in varie funzioni che limita la capacità di dividersi. Le più famose cellule tumorali sono quelle denominate He-La dalle iniziali del nome di una donna morta di cancro molti anni fa e che, acquistata l’immortalità, continuano a riprodursi incessantemente in diversi laboratori scientifici. Due ricercatori americani del Cell Science Center (Centro di studi sulla cellula) hanno fuso una cellula normale con una immortale (tumorale) ottenendo un ibrido incapace di dividersi all’infinito. Ciò proverebbe che l’immortalità, da un punto di vista genetico, è un carattere recessivo e pertanto nella cellula normale dovrebbe esistere un controllo positivo che limita attivamente da un discendente all’altro la capacità di dividersi. 
    Sulla base delle ricerche finora compiute, le teorie sull’invecchiamento si possono ridurre a due. Alcuni studiosi ritengono che la senescenza sia la diretta conseguenza di un rigido programma genetico che, dopo un certo numero di anni, prevede il decadimento organico dell’individuo e quindi la morte. Il programma genetico non è altro che l’insieme delle informazioni relative ai caratteri fisici e psichici che distingue ciascuno di noi ed è scritto, in linguaggio chimico, all’interno dei cromosomi, cioè di quelle strutture molecolari molto complesse formate prevalentemente di DNA. Gli sforzi dei biologi sono indirizzati attualmente verso l’individuazione dei motivi per i quali si è evoluto l’invecchiamento per poi eventualmente intervenire sui geni coinvolti nel controllo della durata della vita e ciò al fine di cercare di modificare il programma genetico iniziale perché si protragga la durata della vita stessa.
    La teoria evoluzionistica insegna che gli organismi più idonei a sopravvivere e a riprodursi sono quelli che poi esercitano la maggiore influenza sul corredo cromosomico delle generazioni future perché trasmettono nella prole le varianti genetiche favorevoli. In maniera analoga, la selezione naturale tende a eliminare i caratteri che esercitano un effetto letale prima che l’individuo che li custodisce raggiunga la maturità sessuale. Un tempo si pensava che la senescenza si fosse affermata perché l’eliminazione degli individui più vecchi aumentava il successo biologico dei più giovani, mettendo loro a disposizione le risorse alimentari non più utilizzabili. Oggi si ritiene invece che i geni (tratti di cromosomi) responsabili dell'invecchiamento svolgessero, nell’organismo giovane, un’attività a favore e solo dopo la fase riproduttiva iniziassero un’attività svantaggiosa, quando ormai la selezione non era più in grado di eliminarli. La conferma di questa ipotesi si avrebbe nell’attività dell’ipofisi, una ghiandola endocrina che fra le varie mansioni regola anche il funzionamento delle ovaie ma che, nello stesso tempo, sembra contribuire al loro invecchiamento. La natura non si preoccupa del singolo organismo ma dell’insieme degli organismi di quel tipo, cioè della specie e quindi protegge l’individuo fino al raggiungimento della maturità sessuale, poi lo abbandona al suo destino, perché da quel momento in poi non sarebbe più utile alla continuazione della specie. La natura fa un po’ quello che fanno gli scienziati quando lanciano un missile verso un determinato pianeta del sistema solare con il compito di scattare alcune foto della sua superficie e quindi, compiuta la missione, si disinteressano del suo futuro.    
    Secondo altri ricercatori l’invecchiamento sarebbe dovuto al danno subito da qualche enzima di fondamentale importanza o dallo stesso DNA il quale, a sua volta, debilitato, produrrebbe molecole imperfette in grado di alterare il metabolismo delle cellule e il loro normale funzionamento. Responsabili del danneggiamento delle molecole fondamentali della cellula sarebbero i cosiddetti radicali liberi i quali sono molecole che hanno perso alcuni atomi e quindi presentano alcuni elettroni spaiati molto attivi che tendono a sottrarre atomi dalle molecole circostanti, danneggiandole. I radicali liberi si possono formare, all’interno delle cellule, per l’azione di radiazioni particolarmente intense come raggi X e raggi ultravioletti alle quali tutti noi, in modo più o meno intenso, siamo quotidianamente esposti, ma anche per effetto di alcune sostanze che volontariamente o involontariamente ingeriamo.
    E’ vero che il corpo umano possiede le difese adeguate per prevenire e correggere i danni causati da agenti nocivi ma non sempre questi meccanismi di difesa sono in grado di funzionare nel migliore dei modi. L’uomo, tuttavia, di recente, ha scoperto che esistono delle sostanze capaci di bloccare i danni prodotti dalle molecole contaminate che si accumulano nel corpo degli organismi. Queste sostanze sono state sperimentate su alcuni insetti e sembra che funzionino, ma è poco probabile che qualcuno pensi di sperimentarle anche sull’uomo: d’altronde ci potrebbero essere altri metodi per favorire la rimozione delle molecole difettose e prolungare la vita umana.
    In effetti in questi ultimi tempi sono state sintetizzate alcune proteine sulla base delle istruzioni contenute in alcuni geni prelevati da cellule immortali che iniettati in cellule normali, le rendono capaci di dividersi all’infinito. Le proteine in oggetto sono già state chiamate “proteine dell’immortalità”. A questo punto sorge un problema di carattere generale: se davvero fosse possibile prolungare la vita dell’uomo, sarebbe opportuno farlo?
    Se la vita umana fosse più lunga aumenterebbe anche l’incremento demografico e per farlo calare si dovrebbe intervenire ulteriormente sul tasso di natalità. Così facendo, però, aumenterebbe in percentuale e in assoluto il numero dei vecchi i quali continuerebbero a guidare per periodi sempre più lunghi le sorti del pianeta, mentre diminuirebbe quello dei giovani i quali, di contro, dovrebbero aspettare tempi sempre più lunghi per entrare nel mondo del lavoro. Ciò porterebbe ad una serie di danni gravissimi per la comunità. I giovani rappresentano, infatti, energia fresca, idee nuove, il coraggio di cambiare, la ricerca di soluzioni alternative ad annosi problemi, mentre una società tenuta sotto il controllo di gente vecchia e longeva rischia di indebolirsi, di fossilizzarsi.
    Tutti noi vorremmo vivere il più a lungo possibile, tuttavia la morte del singolo individuo è indispensabile per la salute e la prosperità della specie intera. La morte degli esseri viventi lascia libertà allo spazio vitale e mette a disposizione materia per la costruzione di nuove forme di vita più adatte all’ambiente in continua evoluzione. Il vantaggio che la singola persona potrebbe trarre da una vita più lunga verrebbe pagato con il declino dell’umanità nel suo complesso.

domenica 20 luglio 2014

che cos'è l'energia orgonica?

L'Orgonomia è la scienza che studia l'energia cosmica primordiale, pre-atomica, presente ovunque nell'universo: l'energia da cui deriva tutto ciò che vive. Il suo scopritore è stato il dott. Wilhelm Reich e il termine da lui coniato deriva dai termini orgasmo e organismo. Infatti, sono stati i suoi studi sulla funzione dell'orgasmo a portarlo alla scoperta dell'energia orgonica. Col termine energia intendo denominare quell’energia primordiale alla quale ognuno può dare il nome che vuole sulla base del proprio credo, possiamo chiamarla forza cosmica o Dio o in qualsiasi altro modo, intendiamo, comunque, quell’energia da cui tutto è scaturito.   Noi di solito parliamo delle forme che l’energia assume e l’eneergia assume le varie forme condensandosi, andando cioè dal più sottile al più denso, dal più rarefatto al più consistente. Quella che chiamiamo condensazione di energia, poi va a generare quello che denominiamo realtà fisica, il regno minerale, vegetale e animale compresa, quindi, la nostra struttura fisica. Abbiamo visto come i nostri corpi, andando dal corpo fisico fino al settimo corpo sottile, siano sempre più rarefatti, sempre più, appunto, sottili. Quello che è il frutto della condensazione dell’energia, possiamo chiamarlo RIVELAZIONE, cioè, l’energia, per farsi conoscere, si è messa dei veli, condensandosi, per rendersi visibile. La luce stessa è già una condensazione dell’energia primordiale. La luce non si può manifestare se non nella materia densa, ha bisogno di riflettersi su qualcosa per rendersi visibile. Quando vediamo qualcosa uscire dalle nostre mani diciamo che è l’energia, certo, ma è una forma che l’energia assume. L’energia assume, appunto, tante forme, dalle più sottili alle più dense e queste sono quelle che riusciamo a percepire. Riusciamo a percepire energie tanto più sottili quanto più affiniamo la nostra sensibilità, ma non solo la sensibilità dei nostri sensi. Il percorso della rivelazione dell’energia è dal sottile al denso, il vapore acqueo per condensazione, attraverso il raffreddamento, diventa prima acqua e poi ghiaccio, una materia sempre più consistente. Il percorso inverso dal denso al sottile ci porta a quella che è la fonte dell’energia, all’energia primordiale.
L'energia orgonica invece  è l'energia vitale cosmica, la forza creativa fondamentale. Essa si differenzia da tutte le altre energie conosciute, che derivano dalla materia e che sono pertanto definite energie secondarie: elettrica, magnetica, nucleare, ecc. La scienza classica conosce solo queste ultime forme di energia e considera l'atomo come il costituente base della natura, mentre l'Orgonomia lo considera già come il prodotto di una specifica funzione dell'energia primordiale e cioè della Superimposizione, dove due o più correnti di energia si uniscono (come esempio si consideri la figura di una galassia a spirale a due o più bracci) e da cui si genera materia. Questa lettura inserisce l'unione sessuale di due organismi, l'atto che genera la vita, nel più ampio contesto di funzioni cosmiche.
Una seconda funzione basilare dell'energia orgonica è la Pulsazione. Osservabile facilmente nell'organismo vivente (pulsazione cardiaca, respirazione, ecc.), è presente anche a tutti i livelli della natura: cosmico e atmosferico. La Terra stessa pulsa.
Specifica dell'organismo vivente è invece la terza funzione dell'energia orgonica: laConvulsione Orgastica. L'energia accumulata in eccesso dall'organismo, attraverso l'assunzione di alimenti, di liquidi, attraverso la respirazione e l'assorbimento diretto dell'energia cosmica e non completamente utilizzata per il suo normale funzionamento, si concentra nei genitali. Quando la tensione accumulata supera una certa soglia, i genitali si caricano energeticamente, e questo viene percepito come eccitazione sessuale (in termini orgonomici, l'organismo ha raggiunto il punto di luminazione).
Fin dalle prime ricerche Reich sostenne sempre che la maggior parte delle nevrosimostrassero una particolare struttura stratificata e sviluppò in seguito l'idea che questi "strati" potessero avere una vera e propria connotazione fisica e ostacolassero il naturale fluire dell'orgone (energia) nell'organismo, alterando così il meccanismo naturale di carica/tensione e scarica/distensione. Le stratificazioni non necessariamente ostacolerebbero le funzioni genitali, ma porterebbero progressivamente all'impotenza sessuale, con la conseguente incapacità di liberare completamente l'energia in eccesso e di raggiungere una distensione completa, pur mantenendo la capacità di ottenere l'orgasmo fisico.
Secondo Reich la funzione erettile sarebbe la controparte meccanica dell'accumulo di energia orgonica, da cui la distinzione tra "orgasmo genitale" (l'eiaculazione) e "orgasmo sessuale" (la scarica di energia in eccesso). L'erezione sarebbe dovuta alla tensione meccanica prodotta dal naturale accumulo di orgone nell'organismo, per poi passare alla fase di massima tensione che si ha durante l'amplesso: la pratica dell'amplesso porterebbe l'organismo alla massima carica possibile fino al raggiungimento dell'acme sessuale, infine con l'orgasmo avverrebbe la scarica seguita dalla distensione.
La funzione dell'orgasmo, la prima e più importante scoperta di Reich, è quella appunto di scaricare completamente l'energia in eccesso e ciò avviene attraverso la convulsione orgastica. Solo attraverso questo atto si realizza la pulsazione unitaria dell'organismo e la naturale regolazione di tutte le funzioni bio-psico-emozionali.
La repressione della scarica orgastica produrrebbe l'accumulo (ovvero la mancata scarica) di una certa quantità di orgone. La parziale quantità di orgone così sfogata ricomparirebbe quindi distorta e sotto forma di pulsione secondaria ovvero una pulsione di carattere patologico. Questa a sua volta genererebbe un meccanismo causa-effetto stratificato, in cui ogni pulsione secondaria genererebbe a sua volta un'altra stratificazione per reprimerla, la quale avrebbe generato a sua volta una pulsione secondaria differente, e ogni pulsione secondaria ne avrebbe generato a sua volta di ulteriori. Una stratificazione sarebbe quindi divenuta la causa di ulteriori stratificazioni, l'insieme delle quali venne denominato "corazza caratteriale" o più semplicemente "corazza".
La "corazza caratteriale" (orgone stagnante non scaricato)   andrebbe abbinata alla"corazza muscolare" (tensioni muscolari fisiche): Reich sosteneva di poter comprendere dove si trovassero le tensioni muscolari dalla postura assunta dal paziente nelle sue azioni più semplici, e di potere così individuare almeno in parte la catena di pulsioni secondarie che costituivano la corazza per poi tentare di lavorarci sopra.
      I terapeuti non si distinguono per le tecniche che usano ma per l’atteggiamento spirituale, per la capacità o meno di attuare il percorso inverso, di averlo capito, di averlo vissuto in sé e di poter aiutare il paziente a percorrerlo. Sappiamo di manifestazioni di maestri o santi che riescono a trasformare in vari modi il loro corpo fino a trasfigurarsi o ad ascendere al cielo o a spostarsi da un luogo all’altro in un istante o a farsi vedere in più luoghi contemporaneamente, addirittura a risorgere, hanno capito il meccanismo della rarefazione e condensazione e sanno usarlo nel loro elemento, nella loro materia fisica, rendendola più rarefatta o più sottile o più densa a seconda di quello che vogliono manifestare. In quest’ottica si inserisce il percorso spirituale del terapeuta e la guarigione avviene non più soltanto a livello del corpo, che è quell’elemento che ci rende manifesto il disagio, ma non è lì il disagio, va cercato da altre parti. Questo è il tipo di intervento che porta a risolvere la causa della malattia. L’invito che mi sento di rivolgervi e rivolgermi spesso è: “mettete ordine nella vostra vita, fate il vostro percorso spirituale”. Qui non si propone un percorso spirituale particolare, ognuno può avere i proprio, anche perché, comunque, i percorsi spirituali si possono differenziare nelle modalità, ma, se sono dei veri percorsi spirituali, non si differenziano nella sostanza e da questo punto di vista vanno bene tutti. Il vero terapeuta non si accontenta di risolvere un sintomo, di fare bella figura, ma vuole andare oltre e capire, cioè, il messaggio della malattia, capire il significato di quello che sta accadendo al suo paziente e aiutarlo a capire. Per fare questo dobbiamo aver vissuto tutto ciò dentro di noi e avere capito i meccanismi che ci hanno portato ad ammalarci e come si fa a fare un percorso inverso, realizzare questa grande trasformazione, questa azione che possiamo fare sulla materia densa per renderla sottile. Quello che si manifesta sui nostri corpi sottili raramente riusciamo a percepirlo, però, è qualcosa che esiste, allora il terapeuta, allenato a far questo, riesce a vedere e sentire nell’aura del proprio paziente che qualcosa comincia ad addensarsi, il paziente non lo percepisce, ma questo qualcosa è lì ed è un pericolo incombente, a questo punto può succedere che il paziente cambi qualcosa nei propri atteggiamenti e questa sostanza che si sta addensando naturalmente si rende nuovamente fluida, oppure l’intervento del terapeuta, insieme al paziente, può rimuovere questo addensamento di energia che non è altro che una reazione di difesa a qualcosa che ci sta creando disagio.

martedì 15 luglio 2014

Religione e scienza sono compatibili?

Tutto ciò che la razza umana ha fatto e pensato ha a che fare con la soddisfazione dei bisogni percepiti e l'attenuazione del dolore. Occorre costantemente tenerlo a mente se si vuole comprendere i movimenti spirituali e il loro sviluppo. Sentimento e desiderio sono le forze motrici dietro a ogni impresa e creazione umana, per quanto esaltata possa manifestarsi la forma di quest'ultima. Allora quali sono i sentimenti e bisogni che hanno portato gli uomini al pensiero e credo religioso nel senso più ampio della parola? Una breve riflessione sarà sufficiente a dimostrarci che le emozioni più diverse sono alla base della nascita del pensiero e dell'esperienza religiosi. Con l'uomo primitivo è soprattutto la paura che evoca concetti di tipo religioso - paura della fame, bestie feroci, malattia, morte. Dato che in questa fase dell'esistenza la comprensione di relazioni causali è tipicamente poco sviluppata, la mente umana crea per se stessa esseri più o meno analoghi dalla cui volontà e azioni questi paurosi accadimenti dipendono. L'obiettivo dell'uno è garantirsi il favore di questi esseri compiendo azioni e offrendo sacrifici che, secondo la tradizione tramandata di generazione in generazione, li rende propizi o ben disposti verso un mortale. 

Ora parliamo della religione della paura. Questa, anche se non creata, si trova ad un livello elevato reso stabile dalla formazione di una speciale casta sacerdotale che si definisce mediatore tra la gente e gli esseri che teme, e su queste basi erige una egemonia. In molti casi il leader o il sovrano, la cui posizione dipenda da altri fattori, o una classe privilegiata, unisce funzioni sacerdotali alla sua autorità temporale, al fine di rendere quest'ultima più sicura; oppure i capi politici e la casta sacerdotale fanno causa comune per i loro interessi.

I sentimenti sociali sono un'altra fonte di cristallizzazione della religione. Padri, madri e leader di grandi comunità sono mortali e inclini agli errori. Il desiderio di orientamento, amore, e sostegno, spinge gli uomini a dare forma alla concezione sociale e morale di Dio. Questo è il Dio della Provvidenza che protegge, dispone, premia e punisce, il Dio che, a seconda dell'ampiezza di vedute del credente, ama e nutre la vita della tribù o della razza umana, o addirittura la vita in quanto tale, il consolatore nel dolore e nel desiderio insoddisfatto, che protegge le anime dei morti. Questa è la concezione sociale o morale di Dio. 

Le scritture del popolo ebraico illustrano in modo eccellente lo sviluppo dalla religione della paura a quella morale, mantenuta poi nel Nuovo Testamento. Le dottrine di tutti i popoli civilizzati, specialmente quelli orientali, sono principalmente morali. Lo sviluppo dalla religione della paura a quella morale costituisce un grande passo nella vita di una nazione. Il fatto che le religioni primitive siano basate interamente sulla paura e che quelle dei popoli civilizzati unicamente sulla moralità, è un pregiudizio contro cui dobbiamo stare in guardia. La verità è che sono tutte tipologie intermedie, con la riserva che ai livelli più elevati della vita sociale la religione morale predomina.

Comune a tutte queste tipologie è il carattere antropomorfo della loro concezione di Dio. Solo gli individui con doti eccezionali e le comunità di animo eccezionalmente elevato, come regola generale, arrivano al senso reale che sta al di là di di questa definizione. Ma c'è un terzo stato di esperienza religiosa che appartiene a tutti loro, anche se raramente si trova in una forma pura, e che chiamerò sentimento religioso cosmico. E' molto difficile spiegare questo sentimento a chiunque ne sia totalmente privo, tanto più che non vi è alcuna concezione antropomorfa di Dio a corrispondergli. 

L'individuo percepisce l'inconsistenza dei desideri e obiettivi umani, e il sublime, e l'ordine meraviglioso che si rivelano nella natura e nel mondo del pensiero. Egli considera l'esistenza individuale come una sorta di prigione e vuole sperimentare l'universo come un significativo unico insieme. L'origine del sentimento religioso cosmico appare già negli stadi iniziali dello sviluppo - ad es., in molti dei Salmi di Davide e in alcuni dei Profeti. Il Buddismo, come abbiamo appreso particolarmente dai meravigliosi scritti di Schopenhauer, ne contiene una componente molto forte. 

I geni religiosi di ogni epoca si sono distinti per questo tipo di sentimento religioso, che non conosce dogmi né Dio concepito a immagine umana; così che non possa esistere alcuna Chiesa i cui insegnamenti centrali siano basati su di esso. Quindi è precisamente tra gli eretici di ogni tempo che troviamo uomini pervasi dal più elevato tipo di sentimento religioso, che in molti casi venivano considerati dai loro contemporanei come atei, e in alcuni come santi. Visti sotto questa luce, uomini come Democrito, Francesco d'Assisi, e Spinoza sono l'un l'altro affini.

Come può il sentimento religioso essere comunicato da una persona all'altra, se non fornisce un concetto definito di Dio e una forma di teologia? Secondo il mio punto di vista, la funzione principale dell'arte e della scienza è quella di risvegliare questo sentimento e tenerlo vivo in coloro che sono in grado di farlo. Arriviamo così a concepire una relazione tra scienza e religione molto diversa da quella solita. Guardando la questione storicamente, si è inclini a vedere scienza e religione come antagonisti irriconciliabili, e per un'ovvia ragione. L'uomo che è estremamente convinto dell'operazione universale della legge di causalità non può per un attimo contemplare l'idea di un essere che interferisca sul corso degli eventi – questo avviene se prende l'ipotesi di causalità davvero seriamente. Egli non è di alcuna utilità per la religione della paura, e di ben poca per quella sociale e morale. Un Dio che premia e punisce è per lui inconcepibile per la semplice ragione che le azioni di un uomo sono determinate dalla necessità, esterna ed interna, sicché agli occhi di Dio egli non può essere responsabile, non più di quanto un oggetto inanimato lo sia dei movimenti che si trova a compiere. Dunque la scienza è stata accusata di minare la moralità, ma l'accusa è ingiusta. Il comportamento etico di un uomo dovrebbe essere effettivamente basato sulla comprensione, sull'educazione e sui legami sociali; non è necessaria alcuna base religiosa. L'uomo si troverebbe in una posizione ben infelice se dovesse esser vincolato dalla paura, dalla punizione, e dalla speranza di una ricompensa dopo la sua morte.

E' perciò facile vedere perché le Chiese abbiano sempre combattuto la scienza e perseguitato i suoi devoti. Dall'altro lato, io sostengo che il sentimento cosmico religioso sia il più forte e nobile incitamento alla ricerca scientifica. Solo coloro che comprendono gli immensi sforzi e, soprattutto, la devozione che il pionieristico lavoro della scienza teorica richiede, possono arrivare a capire la forza dell'emozione che soltanto da tale attività, così remota dalle immediate realtà della vita, può derivare. Quale profonda convinzione della razionalità dell'universo e quale desiderio di conoscere, ma altro non erano che un debole riflesso della grande mente rivelata in questo mondo, e Keplero e Newton si saranno trovati a doverle mantenere vive per riuscire a passare anni di lavoro solitario a districare i princìpi delle meccaniche celesti!

Coloro la cui conoscenza della ricerca scientifica derivi prevalentemente da risultati pratici, sviluppano facilmente un concetto completamente falso della mentalità degli uomini che, circondati da un mondo scettico, hanno mostrato la via a quelli con opinioni a loro simili, sparsi sulla terra e nei secoli. Solo chi ha votato la sua vita a fini simili può avere una realizzazione vivida di cosa ha ispirato questi uomini e dato loro la forza di rimanere fedeli al loro proposito a dispetto degli innumerevoli fallimenti. E' il sentimento cosmico religioso che dona all'uomo una forza di questo tipo. Un contemporaneo ha detto, non ingiustamente, che in questa nostra era materialista i seri lavoratori scientifici sono le uniche persone profondamente religiose.

Difficilmente potrete trovare una tra le varie profonde menti scientifiche senza un proprio senso religioso peculiare. Ma è una religione diversa da quella dell'uomo sprovveduto. Per quest'ultimo Dio è un essere della cui attenzione ognuno spera di beneficiare e la cui punizione si teme; una sublimazione di un sentimento simile a quello di un figlio per il padre, un essere col quale si intrattiene una relazione personale fino ad un certo punto, per quanto profondo possa essere il livello di devozione.

Ma lo scienziato è posseduto da un senso di causalità universale. Nel futuro, per lui, qualsiasi inezia è tanto necessaria e determinata quanto nel passato. Non c'è nulla di divino riguardo alla moralità, è una questione puramente umana. Il suo sentimento religioso prende la forma di un'estatica eccitazione per l'armonia della legge naturale, che rivela un'intelligenza di tale superiorità che, paragonata ad essa, tutto il pensiero e l'agire sistematico degli esseri umani appare un riflesso del tutto insignificante. Questo sentimento è il principio guida della sua vita e del suo lavoro, fin quando egli riuscirà a resistere alle catene del desiderio egoista. Il porsi al di sopra di simili questioni ha caratterizzato i geni religiosi di tutte le epoche. 


Fonte: Albert Einstein, "Il mondo come lo vedo io", Secaucus, New Jersy: The Citadel Press, 1999


 L'analisi dell'ipotesi del disegno intelligente ci suggerisce alcune considerazioni sul travagliato rapporto tra scienza e religione. 
    Poiche' la religione e la filosofia naturale precedono la scienza, almeno nella sua accezione moderna, post-rinascimentale, le radici del rapporto tra fede e scienza devono essere ricercate molto all'indietro nel tempo; ed e' importante capirle perche' vengono oggi frequentemente fraintese, grazie al fatto che l'evoluzione concettuale di questo rapporto e' spesso interessatamente ignorata. Tutti sanno che molti grandi scienziati furono uomini di fede, basti ricordare che Einstein non esitava a citare Dio nella sua critica della meccanica quantistica; per capire queste posizioni bisogna pero' ricostruire ed interpretare correttamente la storia delle teorie filosofiche che ipotizzano un rapporto tra fede e scienza, ed il pensiero di questi scienziati. 
  
    Nell'eta' classica la visione predominante della relazione tra religione e filosofia naturale e' in qualche modo derivata dalla filosofia naturale di Platone e la definiremo Platonica, anche se in maggiore o minore misura e' condivisa da molti autori; l'adattamento del platonismo alla religione cristiana e' di Plotino. In sostanza e con una certa approssimazione, l'ipotesi di Platone e' la seguente: le regolarita' della natura sono dovute al fatto che l'esistente e' una copia imperfetta di una Idea trascendente. Il filosofo della natura anziche' indagare l'esistente (o attraverso l'indagine dell'esistente) deve ricostruire l'Idea, vero e proprio progetto e modello dell'esistente. 
    L'investigazione della natura e' resa difficile da due ostacoli: in primo luogo l'esistente e' una copia imperfetta dell'Idea; in secondo luogo i nostri sensi e i nostri strumenti di misura sono imperfetti e ci restituiscono una immagine deformata dell'esistente. Pertanto, dice Platone, lo strumento principale di investigazione deve essere la nostra ragione che puo' immaginare e ricostruire le Idee. Due fondamenti di questa visione del mondo, impliciti in Platone ed espliciti negli scritti molti pensatori successivi, sono i seguenti: 1) l'uomo ha in se' una scintilla della luce divina e la sua ragione e' piu' vicina al progetto di quanto i suoi sensi siano vicini all'esistente; 2) in caso di contrasto tra l'esperienza dell'esistente e il ragionamento sull'Idea il secondo deve prevalere sulla prima. 
    L'epistemologia Platonica fu smussata e ammorbidita da molti filosofi successivi; ad esempio Aristotele chiedeva alla filosofia naturale coerenza logica e riscontro empirico e per questo era piu' attento del suo maestro ai risultati dell'investigazione dell'esistente. Nonostante (o forse grazie a) queste correzioni, il modello Platonico rimase in auge fino alla rivoluzione scientifica del Rinascimento e non fu abbandonato completamente neppure dopo: infatti in modo parziale ed incompletamente consapevole si riaffaccio' ancora, ad esempio, nella visione romantica della scienza. Non e' questa la sede per discutere ulteriormente questo punto, che richiederebbe ben altro spazio, ma il lettore interessato puo' trovare ulteriori informazioni e riferimenti in vari testi, tra i quali un mio recente saggio sulla "scienza" Freudiana ("Logica e fatti nelle teorie Freudiane", Antigone edizioni, 2007). 
  
    Con la rivoluzione scientifica del Rinascimento divenne chiaro che la filosofia naturale di epoca classica, soprattutto Aristotelica, era gravemente in contrasto con l'osservazione empirica della realta', e che era possibile formulare modelli ed ipotesi alternative altrettanto razionali. Veniva scalzato quindi il presupposto che la briciola divina contenuta nella ragione umana fornisse un accesso privilegiato al progetto dell'universo. I principali fallimenti delle ipotesi Aristoteliche si registrarono inizialmente nel campo della cosmologia, con la teoria di Copernico (Commentariolus, 1514; De revolutionibus orbium coelestium, 1543), e dell'anatomia, con le dissezioni di molti anatomici, tra i quali spicca il nome di Andrea Vesalio (De humani corporis fabrica, 1543). Il caso della cosmologia copernicana e' forse il piu' evidente: Copernico spiegava le stesse osservazioni sul moto degli astri che erano state spiegate da Tolomeo e da Aristotele con una teoria diversa ma altrettanto coerente: ne' la coerenza logica, ne' l'oservazione empirica erano all'epoca discriminanti. Quando Galileo accerto', con le sue osservazioni, che le lune di Giove obbedivano alle leggi di Copernico anziche' a quelle di Tolomeo, egli fece di piu' che risolvere un problema scientifico: dimostro' che l'esperimento decide tra due ipotesi teoriche egualmente plausibili e subordino' quindi la ragione all'osservazione. Cadevano cosi' i presupposti metodologici della scienza Platonica. 
    La caduta del paradigma Platonico, ormai assorbito all'interno della dottrina cattolica grazie alle rielaborazioni di innumerevoli filosofi e sugellato dalla grande autorita' morale e intellettuale di San Tommaso d'Aquino, richiedeva l'elaborazione di un nuovo paradigma. Anche questa impresa ha molti padri, ma se la si vuole riferire ad un rappresentante principale la si deve a mio parere chiamare Cartesiana. Infatti, se prima di Cartesio la religione garantiva la conformita' dell'esistente al progetto divino ed incoraggiava lo scienziato ad usare la sua ragione per intuire quest'ultimo, con Cartesio si afferma un diverso ruolo del Creatore. Il Dio di Cartesio continua ad il garante della coerenza del mondo, ma l'uomo cartesiano non ha piu', attraverso la sua ragione, un accesso privilegiato al progetto dell'esistente. La scienza e' ormai sperimentale, e in caso di contrasto tra un dato ed una ipotesi e' l'ipotesi a soccombere. Cartesio accetta che il progetto divino sia imperscrutabile e che la realta' debba essere indagata con l'osservazione e l'esperimento; ma aggiunge una garanzia epistemica che i greci non avevano postulato: che il risultato dell'osservazione e dell'esperimento non sara' fallace perche' Dio non permette che l'universo si manifesti in modo incoerente. In ultima analisi, e semplificando alquanto, Tommaso aveva invocato Dio come garante della ragione e Cartesio lo invoca come garante dell'osservazione. 
    L'ipotesi Cartesiana ebbe grande successo e ampia diffusione; abbiamo visto ad esempio nelle pagine di questo sito web dedicate all'omeopatia che Hahnemann invocava la coerenza logica e morale del Creatore a sostegno dell'ipotesi che tutte le malattie si curassero con il metodo omeopatico e che esistesse sempre un rimedio per qualunque malattia. Di fatto, la posizione di Cartesio e' inattaccabile perche' collega Dio (che non conosciamo) alla natura (che vorremmo conoscere) e non vi puo' essere contraddizione tra questi due enti; la contraddizione infatti e' tra le nostre ipotesi e le nostre osservazioni. Per contro la posizione Platonica aveva fallito perche' aveva collegato Dio alla ragione umana e questa si era rivelata perdente nel confronto con l'osservazione empirica. Dopo Cartesio, il vescovo Berkeley (1685-1753) radicalizzo' questa posizione, chiamando Iddio a garantire non soltanto la coerenza ma l'esistenza stessa del creato: se esistere e' essere percepiti, cio' che non e' percepito dall'uomo deve la sua esistenza all'essere percepito da Dio. 
    Una applicazione semplificata dell'epistemologia Cartesiana alla scienza e' dovuta a vari scienziati, tra i quali il chimico G.E. Stahl, che videro Dio soprattutto nel ruolo di Creatore: l'universo esiste secondo le sue leggi, che lo scienziato indaga, e non richiede l'intervento di Dio; ma Dio ne e' stato in origine il Creatore e il Legislatore. Questa ipotesi fu presentata con la fortunata metafora dell'orologio, che funziona anche in assenza dell'orologiaio al quale deve la sua esistenza, e ne esegue il progetto. 
  
    L'ipotesi Cartesiana e', come abbiamo detto, logicamente inattaccabile, ma e' stata ritenuta sostanzialmente inutile da molti filosofi e scienziati moderni che hanno elaborato una epistemologia atea: le leggi della natura non richiedono nessun garante, tanto piu' che la garanzia Cartesiana e' soltanto teorica e non conoscibile. Un punto a favore di questa critica e' l'esistenza di eventi (apparentemente) casuali, sui quali evidentemente il Creatore non offre garanzie. All'epoca di Cartesio, e ancora molti anni dopo, si riteneva che l'universo fosse rigorosamente deterministico e che quindi la sua regolarita' fosse un dato incontrovertibile; la scoperta della natura probabilistica di alcuni eventi non contraddice l'ipotesi di Cartesio (Dio potrebbe essere autore di leggi probabilistiche anziche' deterministiche) ma la rende meno appetibile. 
    Quanto detto ci porta a riconoscere tre diverse teorie sulla relazione tra fede e scienza: quella Platonica per cui la ragione prevale sull'esperimento, cristianizzata grazie alla subordinazione della retta ragione alla fede; quella Cartesiana che permette il prevalere dell'esperimento sulla ragione svincolando quest'ultima dalla fede, invocata ora solo come garante della coerenza dell'universo e delle sue leggi; e quella atea che non solo fa prevalere l'esperimento sulla ragione ma nega qualunque ruolo alla fede e rinuncia a qualunque garanzia trascendente. 
    Nessuno scienziato e' oggi uomo di fede nel senso Platonico, semplicemente perche' l'accezione Platonica del rapporto tra fede e filosofia della natura e' totalmente incompatibile con la metodologia della scienza post-Rinascimentale. Alcuni scienziati sono uomini di fede nel senso Cartesiano, mentre altri sono atei e non v'e' nessun contrasto tra queste due visioni della scienza perche' non comportano discrepanze metodologiche; ovvero la fede dello scienziato Cartesiano e' essenzialmente esterna alla sua pratica scientifica. 
    Siamo in grado ora di fare una osservazione sulla teoria del disegno intelligente o su altre possibili ipotesi che cercano di collegare fede e scienza. Il Disegno Intelligente e' una ipotesi Platonica, quindi metodologicamente inaccettabile: infatti cerca di trarre conclusioni positive con un ragionamento basato sulla presunta insufficienza dei dati sperimentali. Il teorico del disegno intelligente sostiene che l'esistente e' troppo complesso e organizzato per essere frutto del caso e pertanto implica un progetto trascendente: cio' che si presume non spiegabile (la complessita') anziche' essere un limite della nostra capacita' di comprendere diventa una dimostrazione dell'Idea Platonica. Ma argomentare qualcosa di positivo basandolo sull'insufficienza (presunta) di cio' che abbiamo capito e' un passo piu' lungo della gamba: cio' che non sappiamo non e' un fondamento su cui costruire. L'ipotesi del disegno intelligente utilizza implicitamente i postulati del Platonismo cristianizzato: ipotizza un progetto trascendente, e poiche' questo non si rivela nell'osservazione se non in forma negativa, di complessita' non spiegata, afferma che e' lecito intuirlo e postularlo col ragionamento. Il teorico del disegno intelligente vorrebbe essere scienziato e uomo di fede ma fallisce in entrambi i ruoli perche' sovrainterpreta i suoi dati e perche' la sua pretesa di "mettersi nei panni di Dio" e ricostruirne le intenzioni e' blasfema. 
    Le alte gerarchie della Chiesa Cattolica attuale sembrano prediligere una visione Platonica del rapporto tra fede e scienza non soltanto nel loro appoggio all'ipotesi del disegno intelligente: si vorrebbe, col tramite dell'etica cristiana, indicare la direzione della ricerca medica e i risultati da ricercare in molti campi che vanno dallo studio delle cellule staminali embrionali alla diagnostica e terapia prenatale o alla nosologia delle perversioni sessuali. Molto chiaramente, le alte gerarchie ecclesiastiche hanno in mente nelle sue grandi linee il progetto trascendente dell'universo e si sentono in dovere di indicare quali linee di ricerca siano con esso eticamente coerenti e quali siano invece empie. Se questo atteggiamento e' in fondo coerente con il ruolo morale della religione, e quindi non criticabile, sono pero' criticabili i sotterfugi logici di cui si serve quando chiama in sua difesa la testimonianza di famosi scienziati cattolici. Infatti, come abbiamo visto, nessuno scienziato che possa dirsi tale e' cattolico o religioso secondo l'accezione Platonica del termine, che e' pero' la sola a giustificare le pretese di egemonia e morale del cattolicesimo oltranzista. 
  
    Sul versante opposto, la scienza ha oggi qualcosa da dire sulla religione? Io credo che qui sia il nocciolo del contrasto tra scienza e religione, perche' alcune scoperte scientifiche mettono gravemente in crisi alcuni fondamenti della dottrina Cattolica. A costo di essere banale, provero' ad elencarne alcuni. La cosmologia e la biologia descritte nel Pentateuco sono cosi' ovviamente inammissibili dal punto di vista scientifico che neppure la Chiesa assegna loro piu' che un valore simbolico o allegorico; ma naturalmente non era cosi' all'epoca di Galileo (costretto all'abiura formale delle sue posizioni) e di Giordano Bruno (che fini' sul rogo). L'immortalita' dell'anima e' un problema piu' scottante: la medicina ha descritto (e talvolta curato) molte malattie neurologiche che compromettono funzioni tradizionalmente assegnate all'anima; e la neurofisiologia ha assegnato queste funzioni ad aree specifiche del cervello. Ad esempio le quattro virtu' cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) sono connesse a funzioni cognitive superiori, assegnabili alle aree associative della corteccia cerebrale e sono certamente alterate dalle malattie neurodegenerative quali il morbo di Alzheimer o la demenza aterosclerotica; questo rende molto difficile credere ad un'anima immortale, svincolata dal supporto materiale del cervello. 
    C'e' inoltre una generica ingenuita' nelle religioni rivelate, che si basano su libri profetici di presunta ispirazione divina, quali la Bibbia o il Vangelo, perche' tutte le scienze, dalla storiografia all'astronomia, dimostrano che il profeta non ha rivelato che nozioni comuni della sua epoca. Provate a leggere la Bibbia: ci troverete la storia delle vicende politiche e militari relative ad un certo periodo della storia una tribu' seminomade che abitava una piccola regione del vicino oriente. Non vi si parla della storia di altri popoli e di altre regioni, note forse al Creatore ma certamente non al profeta. Se questo non basta a dimostrare che il Libro non sia l'oggetto di una rivelazione trascendente, dimostra pero' che la rivelazione e' "locale" e quindi relativa. La Chiesa si pretende portatrice di una morale assoluta, di origine trascendente e nota per rivelazione divina; ma tutta la nostra conoscenza ci dimostra invece che la rivelazione nota e' relativa e incompleta. A riprova di questo considerate come la morale Cristiana si sia evoluta nella storia: oggi le crociate o l'inquisizione sono empie e inammissibili ma prima erano pietose e necessarie. 
 


l Potere dell'Intenzione: Scrivere il proprio Destino (The Power of Intention: Writing Your Own Destiny)

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