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venerdì 11 aprile 2014

Incas






Gli Incas costituivano originariamente una tribù guerriera che abitava le regioni e gli altopiani nel sud della Cordigliera Peruviana.
- Secondo la leggenda, il primo imperatore, Manco Capac, era stato mandato sulla terra dal padre, il diosole, intorno al XII secolo dell’era cristiana e si era stabilito a nord del lago Titicaca (dove sorge Cuzco)
- Circa per 300 anni gli Incas si scontrarono con le tribù più vicine.
 - Il regno degli Incas iniziò sotto Viracocha e proseguì sotto il figlio Pachacuti fino alla conquista dell’intero lago Titicaca.
- Attorno al 1437 i territori degli Incas si allargarono oltre Cuzco conquistando le zone vicine.
- Pachacuti Topa arrivò a sottomettere il potente regno costiero e si spinse verso sud lungo le Ande.
- Nel 1493 l’impero comprendeva l’attuale Colombia.
- Nel 1527 si scatenò una lotta per la successione tra  Huascar e Atahuallpa. Ne uscì vincitore Atahuallpa che fece uccidere il fratello.
- La guerra civile aveva indebolito fortemente l’impero che diventò facile preda per i conquistadores spagnoli sotto il comando di Francisco Pizarro


IL TERRITORIO
Gli Incas vivevano in un territorio, poco più vasto dell’attuale Perù, che è dominato dalle grandi catene montuose delle Ande.
La maggior parte dell’impero era costituito da catene montuose oltre i 3000 metri d’altezza. Al di là delle catene costiere le piogge sono scarsissime ma i venti dell’est soffiano sopra le grandi giungle amazzoniche, essi scaricano le piogge via, via che si alzano verso le vette delle grandi catene montuose.
Il terribile deserto è tagliato da pochi fiumi che alle foci sono popolati da alcuni animali: leoni marini, foche e balene.
Ci sono grandi differenze climatiche tra i freddi altopiani e le calde e umide foreste pluviali del bacino amazzonico e la zona costiera influenzata da una corrente fredda che bagna la costa abbassando la temperatura per molti mesi.
Questo territorio era abitato da due tipi di popolazione: quella che viveva sulla costa e quella che viveva lungo le falde delle vallate e sugli altopiani
Machu Picchu fu una delle più grandi e importanti città incaiche degli altopiani.


LA SOCIETA’ INCAICA
La società incaica era ben ordinata. Ognuno, dal Sapa Inca, al contadino, conosceva la sua posizione sociale, le sue responsabilità e i suoi compiti.
Nel gradino più alto c’era il Sapa Inca  (imperatore)  e la sua Coya   (moglie) cui era affidato il potere.
Sotto di loro vi era il sommo sacerdote e il comandante dell’esercito.
 Di livello altrettanto elevato erano i quattro APO: i governatori dei quattro cantoni.
Tutti questi erano  discendenti dei vecchi Sapa Inca, infatti, le più alte cariche dell’amministrazione spettavano ai membri della famiglia dell’Imperatore.
Questi giudici, generali e altri funzionari formavano i ranghi privilegiati.
Sotto queste classi privilegiate stavano i funzionari amministrativi e altri artigiani: falegnami, spaccapietre…
Però la parte più numerosa della popolazione che formava la base della società incaica, era costituita da semplici famiglie: contadini che lavoravano le terre.


IL SAPA INCA
Il titolo di Sapa Inca  significa “l’unico imperatore“.
Quando il Sapa Inca  saliva al trono doveva sposarsi con sua sorella maggiore, che veniva chiamata
Coya (regina ).
Il loro primo figlio a sua volta sarebbe diventato il futuro Sapa Inca .
Il Sapa Inca poteva avere anche piu’ di una moglie.
L’imperatore era un sovrano assoluto. I consiglieri che sceglieva il Sapa Inca, potevano aiutarlo a risolvere i suoi problemi, ma solo le sue parole erano legge.
Doveva preparare i piani per le guerre intraprese in suo nome.
Nessuna città e nessun  edificio poteva essere costruito senza il permesso del Sapa Inca.
Con visite frequenti gli amministratori e i governatori delle provincie lo informavano di tutto quello che  accadeva nel suo impero. Il Sapa Inca viaggiava molto per visitare il suo popolo.
Ogni Sapa Inca costruì un proprio palazzo nel centro di Cuzco, dal quale governava il suo paese .
L’imperatore era circondato da oggetti belli, fatti apposta  per lui e veniva servito dalle proprie mogli. Quando il Sapa Inca moriva, il suo corpo veniva mummificato, conservato e tenuto nel  palazzo, dove i servi continuavano a occuparsi di lui come avevano fatto quando era vivo.

AGRICOLTURA

Al tempo degli Incas la popolazione residente era più numerosa di oggi quindi la produzione del cibo era un problema importante.
L’attività principale di questo popolo era l’agricoltura: si coltivavano soprattutto le patate e il mais, un vegetale ancora sconosciuto in Europa, che cresceva bene anche sugli altipiani delle Ande.
I prodotti della terra servivano in parte al mantenimento dei membri delle piccole tribù legate da vincoli di parentela. 
Ogni famiglia passava il proprio tempo a lavorare le terre del sole. Questo era il dovere religioso più importante di ogni capo famiglia.
Persino i bambini dovevano lavorare. I ragazzi lavoravano nei campi, facendo scappare uccelli e animali dalle terre coltivate, mentre le bambine lavoravano a casa.
Un ispettore di tanto in tanto visitava le campagne per valutare il quantitativo di grano da versare come tributo allo Stato. Il raccolto del granturco, veniva conservato in piccoli magazzini statali. Se il raccolto andava male, si prelevavano le scorte alimentari dai magazzini in modo che nessuno soffrisse la fame.
Ogni pezzetto di terra veniva coltivato.
Ottenevano raccolti abbondanti concimando la terra con pesci ed escrementi di uccelli

TERRAZZAMENTI

Nelle regioni montuose, gli abitanti dei villaggi non solo coltivavano le valli dei fiumi ma costruivano terrazzamenti irrigati chiamati ANDENES lungo i fianchi delle colline.
Innalzavano muri di pietra attraverso i pendii e colavano di terra la zona tra un muro e l’altro.
Le montagne sembravano gigantesche scalinate, tutte verdi al momento della crescita delle colture.
Le sorgenti di montagna venivano deviate e fatte scorrere lungo le terrazze. Qua e là, attraverso i canali d’acqua, erano poste lastre di pietra di sbarramento, che potevano essere sollevate per irrigare attorno ogni appezzamento di terreno.
L’autorità centrale mandava esperti incaricati dal governo che supervisionavano la selezione e là semina delle messi, e insegnavano ai contadini le tecniche di drenaggio, fertilizzazione e terrazzamento.
Gran parte del raccolto veniva requisita per le esigenze della famiglia imperiale o immagazzinata in vista di distribuzioni pubbliche in caso di emergenza

L’ ALLEVAMENTO
Molto importante era l’allevamento di lama, alpaca e vigogna.
I  LAMA erano utilizzati come bestiame da soma, mentre gli ALPACA venivano addomesticati e allevati principalmente per ricavare la lana.

Nei pascoli si ammassavano greggi di ALPACA, (che sono un tipo di lama come i vigogna), la cui lana forniva indumenti per quasi tutta la popolazioni.
La VIGOGNA SELVATICA veniva cacciata soltanto per ordine del Sapa Inca, che era l’imperatore.
La fine lana dei VIGOGNA era riservata agli indumenti d’Inca e dei funzionari più importanti.

PESCA
Le popolazioni incaiche si nutrivano di pesce che i pescatori pescavano su delle zattere. Catturavano il pesce con degli ami ma anche con delle reti chiamati scorticarie.




NAVIGAZIONE

Da molte città costiere salpavano grandi zattere in legno di balsa (legno sottile). Ognuna era dotata di una grande vela bianca di stoffa e ai lati di due file di rematori. Grandi quantitativi di merce di scambio venivano trasportati in questi vascelli lungo la costa.

ARTIGIANATO
Gli artigiani inca producevano ceramiche, tessuti, ornamenti di metallo, utensili in bronzo e armi con belle decorazioni.
I vasai facevano orci e vasi secondo disegni tradizionali e gli orafi lavoravano in oro ed argento oggetti favolosi per adornare palazzi e templi.
Alle persone anziane erano affidati lavori leggeri come la raccolta di legna da ardere e l’istruzione dei bambini.

ATTIVITA’ FAMILIARI


Tutti i membri della famiglia lavoravano. Tutti aiutavano nei lavori dei campi all’epoca della semina e del raccolto.
Ma c’erano anche molti altri lavori.
La madre faceva abiti per tutta la famiglia con la lana di alpaca, che lei e le figlie avevano filato e tinto.
Gli uomini intrecciavano l’erba per le calzature o ritagliavano la pelle di lama per fare robusti sandali.
Le donne intrecciavano i canestri usati per trasportare carichi sul dorso.
La maggior parte dei tegami e degli utensili di legno erano  fatti in casa.
Nella casa andina non c’erano nè letti nè sedie.
La famiglia dormiva su stuoie e si sedeva sui calcagni per lavorare e mangiare.
 Il pasto principale della giornata veniva consumato la sera. In genere si trattava di uno stufato fatto con patate, granoturco, fagioli e altre verdure, aromatizzato con spezie piccanti. Si arrostivano anche le pannocchie di granoturco.
In occasioni speciali si mangiava la carne dei porcellini d’India.
La maggior parte delle famiglie viveva sulle terre che coltivava.
Le case erano fatte di blocchi di pietra irregolari e le fessure del muro erano chiuse con argilla.
Dato che nessuno rubava il cibo o le cose altrui, non c’erano le porte come le intendiamo noi. Per isolarsi dal vento bastava una pelle di animali o una tenda di stoffa.
FILATURA E TESSITURA
Sono stati trovati solo pochissimi resti di tessuti incaici; la maggior parte sono marciti con il passare dei secoli nel clima umido degli altipiani. Tuttavia dai frammenti che rimangono si può dedurre che gli Incas erano abili tessitori.
Fin dalla tenera età tutte le fanciulle imparavano a filare e a tessere e anche a raccogliere piante da cui estraevano le materie coloranti per tingere la lana di alpaca. La lana veniva tinta prima della filatura, poi tessuta in pezze di stoffa calda e soffice e infine cucita per farne abiti. La stoffa era generalmente in tinta unita, a volte con una riga o con semplici motivi geometrici intessuti.
La stoffa per gli abiti della famiglia del Sapa Inca era molto più elaborata. Veniva tessuta da tessitori di professione e dalle Vergini del Sole, che erano le sarte dell’Imperatore e che avevano anche il compito di vegliare il Tempio del Sole.
Per questi si usava la lana serica della vigogna che veniva tinta in colori vivaci. I disegni erano complicati, geometrici, spesso ripetuti su tutto il pezzo di stoffa.


ABITI E ORNAMENTI
La stoffa e la decorazione degli abiti che venivano indossati dal popolo incaico cambiavano a seconda del loro rango, ma il tipo di abbigliamento era sempre lo stesso.
Gli uomini portavano una tunica che arrivava circa ai ginocchi, sulle spalle spesso c'era un grande mantello aperto sul davanti.
Ai piedi venivano messi dei sandali di cuoio o calzature d'erba.
Le donne mettevano vestiti lunghi, che arrivavano circa fino alla caviglia, certe volte indossavano una cintura molto larga e una mantellina di lana fina.
Sui cappelli mettevano un pezzo di tessuto ripiegato, che scendeva fino sulla schiena.
Nelle regioni montuose tutti gli abiti erano fatti di lana, ma nelle zone costiere si portavano vestiti più leggeri, di cotone.

LIVELLO CULTURALE DEL POPOLO INCA
Gli Incas erano un popolo di indios di lingua “quechua” che aveva costituito un vasto impero sulle Ande.
La civiltà Inca non conobbe l’uso della scrittura né quello della ruota.
Nonostante l’arretratezza tecnologica gli Inca costruirono imponenti edifici in pietra:
templi, palazzi, fortezze (ad esempio il complesso di Machu Picchu o il Tempio del Sole a Cuzco), ponti sospesi di corda (alcuni oltre i cento metri di lunghezza), canali di irrigazione e acquedotti.

LE CITTA’ INCAICHE
Le città incaiche erano molto diverse dalle nostre che comprendono negozi uffici e abitazioni.
Nelle città incaiche vivevano pochissime persone; la gente in gran parte viveva nei villaggi circostanti.
La città era quasi esclusivamente solo centro di governo. Qui erano conservati i dati riguardanti i piccoli paesi circostanti.
I funzionari locali si recavano in centro per riferire le notizie sulla situazione dei villaggi. La città, in caso di problemi, poteva richiedere aiuto alle popolazioni circostanti. In caso di carestia, le scorte venivano registrate dai “ Quipucamayoc”, i contabili incaici.
In ogni città il Sapa Inca aveva a disposizione un palazzo che veniva utilizzato dal governatore.
Sulle strade principali della città vi si trovavano le stazioni dei “Chasquis” i quali consegnavano messaggi provenienti da tutti i posti dell’impero.
C’erano anche i magazzini per i tributi, che venivano accumulati sotto forma di prodotti della terra.
C’erano quartieri artigianali dove orefici, carpentieri,  tessitori e altri vari esperti artigiani producevano oggetti speciali per l’imperatore e per i templi.
Un edificio importante era il Tempio del Sole; questo infatti veniva onorato come dio. Accanto al tempio vi era l’ “Acllahuasi”, dove vivevano le vergini del sole.



LA RELIGIONE
La religione incaica era il frutto della fusione di tre matrici culturali diverse:
la civiltà di TIAHUANACO, quella propriamente Inca e quelle delle tribù costiere mochica e chimù.
C’erano tre divinità supreme: una era il dio-bambino Viracocha “ schiuma del mare”, inconoscibile, creatore sovrano di tutti gli esseri viventi, del sole della luna e delle stelle; un altro dio era Pachacamac, dio della luna in tutto simile all’uomo; il terzo Inti, il sole creatore degli Incas, sposo di Mama  Quilla (mamma luna) e padre, oltre che di Manco Capac (l’uomo potente), anche di mama Oello (mamma Uovo), sua sorella e moglie.
La leggenda narra che Manco Capac e mama Oello erano partiti dal lago Titicaca con una bacchetta d’oro consegnata loro dal padre Inti e avevano fissato il punto in cui si sarebbero stabiliti, e lì sorse Cuzco. Gli inca-sovrani erano perciò ritenuti discendenti del Sole e divinità a loro volta.
Ma il Pantheon comprendeva anche molte altre divinità particolari, di tipo ANIMISTA, che ricordano da vicino l’antica religione latina in quanto attribuiva un dio (huaca) a ogni villaggio clan e famiglia. Cerimonie e rituali erano numerosi e molto elaborati, connessi primariamente con i cicli agricoli e la cura della salute; nel corso del loro svolgimento venivano sacrificati animali vivi (i sacrifici umani erano meno frequenti). 
Le feste più grandi cadevano ai due solstizi: le Intip Rayami, in onore di Inti, si protraevano per otto giorni.
Del ricco insieme di usanze, narrazioni e musiche inca, sopravvivono oggi solo scarsi frammenti.
Gli Incas celebravano la “Festa del Nuovo Anno”. Si riunivano nella campagne e abbandonavano le città. Il resto della popolazione si riuniva nella piazza vicina al tempio. All’interno del sacro edificio l’Inca (l’imperatore) si toglieva la corona (una semplice fascia frontale decorata con un simbolo sacro) e pregava il Sole per tutta la notte.
Poi quando i raggi del sole nascente inondavano il tempio, egli usciva sulla piazza incontro a un candido lama. Parlava all’animale e gli affidava un messaggio per gli dei. Poi il lama veniva condotto a morire sulla montagna perché por
tasse il suo messaggio al sole. Allora la gente danzava e bevevano chicha (birra di granoturco).   
LA FINE DELL’IMPERO INCAICO
Nel 1530 un soldato Spagnolo fu incaricato di formare un esercito di soldati per effettuare una spedizione nel sud America per impadronirsi della presunta enorme quantità d’oro.
Questo soldato portava il nome di Francisco Pizarro.
Dopo due tentativi non riusciti, Pizarro sbarcò sulla costa Peruviana. Trovò il paese distrutto da una guerra civile tra Huascar, il legittimo erede e il fratellastro Atahuallpa, che tentava di prendere il posto di Sapa Inca. I soldati di Atahuallpa avevano appena catturato e imprigionato Huascar.
In un primo momento gli Incas furono incuriositi dall’arrivo degli Spagnoli e di paura non ne avevano. Huascar e i suoi  seguaci li accolsero benevolmente pensando fossero persone venute dal cielo per punire Atahuallpa. Lui stesso accolse Pizarro e i suoi uomini  a Cajamarca sicuro di non avere nulla da temere vista la maggioranza di uomini a sua disposizione. Ma Atahuallpa venne catturato da Pizarro  e gli Incas furono spaventati dai cannoni e dai cavalli e non riuscirono a resistere all’attacco a sorpresa degli Spagnoli.
Da quel momento cominciò il declino del impero incaico. Pizarro tolse molta parte del potere agli Incas i coloni spagnoli conquistarono tutte le terre incaiche.

aztechi


L'osservazione del cielo e il computo del tempo avevano un'importanza fondamentale nella religione e nella vita quotidiana della civiltà Azteca. Lo studio dei movimenti degli astri rientrava nei compiti dei ministri di culti astrali, sacerdoti che avevano conoscenze precise sulla durata dell'anno, sulla determinazione del solstizio, sulle fasi e le eclissi di Luna, sulla rivoluzione del pianeta Venere e sui periodi delle diverse costellazioni, Pleiadi e Orsa Maggiore in particolare. Gli Aztechi usavano due distinti calendari, uno da 365 giorni e l'altro da 260.

Chi esercitava l'uso divinatorio del calendario era chiamatotonalpouhque.
Il calendario di 365 giorni era chiamato Xihuitl, corrispondeva all'anno solare ed era composto da 18 "mesi" di 20 giorni ciascuno, cui venivano aggiunti 5 giorni intercalari, reputati infausti: ognuno dei 365 giorni della somma risultante era contraddistinto da un numero (da 1 a 20) e dal nome del mese. In nahuatl, la lingua degli Aztechi, le più ricorrenti designazioni dei mesi (che potevano avere più di un nome) erano le seguenti: 
1) Atlcahualo...... "si ferma l'acqua"
2) Tlacaxipehualiztli.... "scorticamento di uomini"
3) Tozoztontli...... "piccola veglia"
4) Huey tozoztli.... "grande veglia"
5) Toxcatl....... "cosa secca"
6) Etzalcualiztli.... "pasto di etzalli"(pietanza di mais e fagioli freschi)
7) Tecuilhuitontli.... "piccola festa dei signori"
8) Huey tecuilhuitl.... "gran festa dei signori"
9) Miccailhuitontli.... "piccola festa dei morti"
10) Huey miccailhuitl.... "grande festa dei morti"
11) Ochpaniztli...... "spazzamento"
12) Pachtontli.... .."piccolo pachtli (Tillandsia usneoides, parassita arboreo)"
13) Hueypachtli......"grande pachtli"
14) Quecholli....... "becco a spatola rosa" (Ajaja ajaja Lin.)
15) Panquetzaliztli.... "levata delle bandiere"
16) Atemoztli........ "caduta dell'acqua"
17) Tititl........ "contrazione"
18) Izcalli....... "rinascita"
I 5 giorni aggiuntivi erano detti Nemontemi, cioè "completare invano". 
Su questo calendario si basavano le principali cerimonie religiose legate alle attività di sussistenza e alle stagioni, e venivano celebrate per lo più al termine di ogni "mese" di 20 giorni. I nomi di alcuni dei "mesi" aztechi rivelano la chiara ispirazione ecologico-stagionale della loro denominazione, alludendo all'inizio o alla fine della stagione piovosa - atemoztli e atlcahualo -, alle caratteristiche generali del clima - toxcatl - o ai prodotti stagionali - etzalcualiztli.
Questo anno di 365 giorni viene spesso chiamato "vago", in quanto risulta più breve dell'esatta durata dell'anno astronomico; tuttavia, i popoli mesoamericani non pare abbiano mai adottato l'uso di compensare lo sfasamento intercalando un giorno ogni quattro anni; di conseguenza, il calendario basato sull'anno vago accu mulava 25 giorni di ritardo ogni 100 anni astronomici. Bisogna però considerare che l'occasionale intercalazione di un giorno extra sarebbe stata in profondo contrasto con gli stessi principi ispiratori del complesso intreccio dei cicli calendarici mesoamericani, le cui fi nalità primarie non erano certo di pura misurazione del tempo astronomico.
L'altro calendario era chiamato tonalpohualli, di somma importanza divinatoria e rituale, era composto da 260 giorni, ciascuno in dicato dalla combinazione di un numero da 1 a 13 con uno di 20 simboli o "nomi" calendarici. Per i popoli del Messico centrale, fra cui gli Aztechi, questi simboli erano, nell'ordine:

Cipactli... "alligatore"
Ehecatl... "vento"
Calli... "casa"
Cuetzpallin... "lucertola"
Coatl... "serpente"
Miquiztli... "morte"
Mazatl... "cervo"
Tochtli ... "coniglio"
Atl... "acqua"
Itzcuintli... "ca ne"
Ozomatli ..."scimmia"
Malinalli... "erba ritorta"
Acatl... "canna"
Ocelotl... "giaguaro"
Cuauhtli... "aquila"
Cozcacuauhtli... "avvoltoio"
Ollin... "movimento"
Tecpatl... "selce"
Quiahuitl ... "pioggia"
Xochitl... "fiore".

Al giorno "1 alligatore" seguivano così quelli "2 vento", "3 casa", "4 lucertola", ecc., fino a "13 canna", dopodiché la serie dei numeri ricominciava dal 14º segno, con "1 giaguaro", e così via di seguito; perché si ripresentasse la data "1 alligatore" doveva trascorrere una sequenza completa di 13 x 20 = 260 combinazioni differenti.
A ognuno dei 20 simboli e dei 13 numeri venivano (e vengono tuttora) assegnate valenze specifiche e distinte, in base alle forze e agli esseri extraumani loro associati. I sacerdoti specializzati esercitavano il proprio sapere appunto nel determinare le risultanti dell'intreccio, onde permettere di orientare l'azione umana nel modo più propizio e di intraprendere le necessarie iniziative rituali. In particolare, si credeva che la connotazione calendarica di certi periodi (come la "tredicina", l'anno vago, il ciclo di 52 anni, ecc.) s'imprimesse sulle restanti unità (i giorni) che li componevano. 
Il ciclo di 260 giorni era così suddiviso in 20 "tredicine": il segno di volta in volta corrispondente al primo dei 13 nu merali estendeva il proprio influsso sui restanti 12 giorni della serie, che pure avevano cia scuno una specifica valenza. 
Ci sono pervenuti due "libri" calendarici preispanici, dettitonalamatl "libri dei giorni", le cui pagine contengono la sequenza delle 20 "tredicine". Nelle pagine di questi libri, oltre agli dèi che sovrintendevano al complesso di ogni tre dicina, venivano anche indicati - accanto alle singole date rituali - i 13 dèi (affiancati da al trettanti volatili) che corrispondevano ad ognuno dei numeri, chiamati tonalteuctin"signori del giorno". Ma non basta: a questi si affiancavano, in una ininterrotta sequenza parallela, altri nove dèi (in parte coincidenti con quelli diurni) chiamati yohualteuctin "signori della notte". Probabilmente, i 13 dèi diurni stavano a indicare gli influssi derivanti dai 13 livelli celesti, mentre i 9 dèi notturni rappresentavano i 9 livelli in cui erano suddivisi gli inferi.
Ma i diversi giorni della "tredicina", pur subendo l'influsso del primo segno, potevano poi avere valenze del tutto opposte, in base ad associazioni di carattere simbolico-mitologico : ad esempio chi fosse nato nel giorno "2 coniglio", nome calendarico della divinità del pulque (bevanda alcoolica ricava ta dalla fermentazione del succo zuccherino dell'agave), avrebbe avuto un infelice destino di ubriacone, benché la tredicina "1 cervo", cui questa data apparteneva, avesse tutt'altro orientamento, nel complesso prospero. La centralità del calendario si rifletteva pienamente nel sistema onomastico degli an tichi mesoamericani, in base al quale le persone, le divinità e le stesse componenti della natura venivano designate mediante il segno del giorno della loro nascita. Le caratteristiche temperamen tali, fisiche e lo stesso destino dipendevano dal tipo di dotazione spirituale che ognuno ri ceveva dagli dèi, identificata con una delle diverse "anime" che formavano l'individuo.
Questa "anima" veniva chiamata tonalli, termine che significava anche "'irradiazione solare', 'giorno', 'segno del giorno', 'destino della persona'". Per esempio, il sovrano della città tolteca di Tollan(X-XVI secolo), il suo nome era Ce Acatl topiltzin Quetzalcoatl, ovvero "1 canna nostro principe serpente piumato" e combinava il nome del dio del vento, creatore degli uomini, delle arti e del calendario, con la data ca lendarica ad esso corrispondente.
Si pensava che il tonallivenisse immessa nell'individuo subito dopo la nascita, e questo veniva sottoposto a una sorta di battesimo; qualora le valenze calendariche del giorno in cui un neonato era venuto al mondo fossero risultate particolarmente infauste, era possibile cercare di scongiurarne i perniciosi effetti posticipando il rito a una data più propizia.
Anche i principali aspetti della realtà materiale con cui l'uomo entrava quotidianamente in relazione erano chiamati con nomi esoterici tratti dal calendario ritua le : ad esempio il mais era (ed è ancora) chiamato chicome coatl, cioè "7 serpente".
I due calendari erano uniti in un periodo di 52 anni; questo era anche il periodo in capo al quale il giorno iniziale (o quello finale) del llo xihuitl, cioè l'anno "solare" - che poi dava il nome a tutto il periodo- si ripresentava con la stessa denominazione rituale: infatti, poiché il minimo comune divisore dei due cicli di 365 e 260 giorni è 5, ne deriva che l'anno "solare" poteva avere inizio solo in corrispondenza di quattro dei 20 sim boli calendarici (20 / 5 = 4), corrispondenti con il 3°, l'8° il 13° e il 18° della serie, che gli studiosi chiamano "portatori d'anno"; questi simboli erano "canna", "sel ce", "casa" e "coniglio". Questi si susseguivano con numeri crescenti, fino a completare quat tro volte la serie di 13 (4 x 13 = 52) : se ad esempio prendiamo come punto di partenza l'anno "1 selce", la sequenza proseguiva con "2 casa", "3 coniglio", "4 canna", "5 selce", ecc., fino al 52° "13 canna", dopodiché ci si ritrovava nuovamente con un anno "1 selce". Questo modo di designare gli anni ha un largo impiego nei monumenti e nei documenti pittografici che commemorano eventi rituali o vicende storiche. Il periodo di 52 anni era chiamato in nahuatl xiuhmolpilli"legatura degli anni" e ave va grande importanza religiosa, infatti al suo scadere si celebravano cerimonie volte a scon giurare il pericolo che il mondo avesse fine. Gli Aztechi credevano infatti che tutte e quat tro le ere (o "soli") precedenti l'attuale fossero state distrutte in corrispondenza della fine di uno di questi cicli, da cataclismi prodotti dalle diverse divinità che vi avevano regnato.

> Pertanto, scaduto il cinquantaduesimo anno, la notte in cui le Pleiadi transitavano per il meridiano, gli Aztechi intraprendevano in massa elaborate attività rituali : distruggevano il vasellame e i metates (macine per il mais), spegnevano tutti i fuo chi, pubblici e domestici, rinchiudevano le donne incinte nei granai (per paura che si tra sformassero in creature mostruose, dette tzitzimime, e divorassero gli uomini), tenevano svegli i bambini (che altrimenti si temeva si sarebbero trasformati in topi) e, al momento della massima elevazione delle Pleiadi, i sacerdoti convenuti sulla montagnola di Hui xachtlan, a sud di Tenochtitlan, accendevano il fuoco sul petto di un prigioniero di guerra parti colarmente valoroso, cui subito dopo strappavano il cuore; su questo fuoco venivano ac cese delle torce, che numerosi messaggeri portavano di corsa al tempio principale di Te nochtitlan e a tutti i principali centri della regione, fino a oltre 20 leghe di distanza; in tal modo in ogni tempio, in ogni comunità e in ogni casa si accendevano grandi falò. Al momento in cui gli spettatori, rimasti in trepida attesa sul tetto delle loro case, scorgevano il primo fuoco che si sprigionava dalla collina di Huixachtlan, esplodevano in grandi manifestazioni di gioia, autosacrificandosi e gettando il proprio sangue in direzio ne del fuoco appena acceso, onde contribuire così al mantenimento del flusso di energie che sosteneva il divenire cosmico.
Esisteva u periodo ancora più lungo per gli Aztechi, chiamatohuehuetiliztli, formato da due serie di 52 anni (= 104); questa unità di tempo, detta "vecchiaia", aveva un importante significato astronomico e divinatorio, poiché comprendeva esattamente i multipli dell'an- no tropico di 365 giorni (x 104), del calendario rituale di 260 giorni (x 146) e della rivolu- zione sinodica di Venere, che ha una durata media di 584 giorni (x 65): in capo ai 37.960 giorni di questo mega-periodo, l'inizio di tutti e tre i cicli appena menzionati tornava ad avere la stessa denominazione rituale.
IL calendario si mostra così come un elaboratissimo sistema per conferire senso alla realtà e al succedersi degli eventi di cui l'uomo era testimone : immaginando che ogni evento dipendesse e scaturisse da gli influssi di forze ed esseri extraumani, i sacerdoti mesoamericani non solo as soggettavano l'esistenza a un rigido determinismo, ma per mezzo del sapere divinatorio si attribuivano un poderoso strumentario conoscitivo.
In base a questa concezione, il vincolo tra spazio e tempo era indissolubile e la stessa creazione del mondo era fatta coincidere con l'origine del calendario rituale : un mito co smogonico azteco del XVI secolo riferisce come, contemporaneamente alla coppia umana primordiale, gli dèi crearono i giorni e diedero agli uomini gli strumenti con cui praticare la divinazione. In effetti, il fluire del tempo veniva concepito come una successione di divinità, che viaggiavano secondo turni rigorosi (l'ordine calendarico) allo scopo di diffondersi sulla superficie terrestre, invadere e trasformare ogni cosa, imprimendovi ciascuna la propria impronta, il proprio carattere e il proprio potere. Il cammino delle divinità passava attraverso l'interno dei pilastri (o alberi cosmici) che dai quattro estremi cardinali separavano i tre piani del cosmo, cioè cieli, superficie terrestre e mondo infero, ognuno dei quali era a sua volta suddiviso in più livelli, ovvero 13 per i cieli e 9 per gli inferi.
Le rappresentazioni grafiche che questi ci hanno lasciato della propria idea del cosmo sono tutte su base bidimensionale, e lo spazio è sempre ripartito in 4 quadranti, delimitati da punti intercardinali che coincido no con le posizioni del sorgere e del tramontare del sole in corrispondenza dei solstizi.
Alla proiezione, in piano, della parabola del sole tra questi quattro estremi, pare ispirarsi il simbolo del calendario rituale az teco Ollin "movimento", che campeggia al centro della celebre "Piedra del sol". Tutti i principali cicli del computo calendarico vigente nell'Altopiano centrale sono rappresentati nella straordinaria sintesi grafica della Pietra del Sole: il gior- no (per mezzo del sole che sorge), le "tredi cine" (raffigurate dai simboli del loro primo giorno), il tonalpohualli (corrispondente al complesso delle bande puntiformi), l'anno "vago" (simboleggiato dai quattro punti solstiziali corrispondenti ai petali sottili), le "tredicine" e loxiuhmolpilli (raffigu- rati dai quattro simboli "portatori d'anno"). Compaiono inoltre le rappresentazioni delle "cinque età" o dei "cinque Soli" : al centro c'è il "Sole del terremoto" che rappresenta il mondo attuale di naui-ollin (quattro movimento) che dovrebbe essere distrutto da un enorme terremoto. Il secondo cerchio mostra i quattro soli( o ere ) precedenti, ossia: il "Sole del giaguaro", il primo Sole di naui-ocelotl (quattro giaguaro) che sarebbe terminato con un gigantesco massacro compiuto dalle "fiere con il mantello punteggiato di stelle"; il "Sole del vento", il Sole di naui-eecatl (quattro vento) che era finita con lo scatenarsi di un vento impetuoso, che tutto scacciò via; il "Sole della pioggia", il terzo Sole di naui-quiauitl, (quattro pioggia) dove il mondo sarebbe stato sommerso da una pioggia di fuoco; infine il Sole dell'acqua, naui-atl (quattro acqua) terminato con un diluvio

maya

Le prime informazioni di qualsiasi iscrizione Maya riguardano il tempo. Il tempo e i numeri erano per i Maya soltanto un mezzo. Sembravano impegnati non soltanto a scrivere la storia della natura o la propria storia ma a farle convergere.
questo popolo utilizzava molti calendari, ma i principali erano tre, cioè lo Haab, il Tzolkin e il così chiamato "Codice di Dresda". Altri calendari ancora, di durata molto lunga, servivano a collegare i primi tre.
Chi esercitava l'uso divinatorio del calendario era chiamato ah kin, custode dei giorni.
L'Haab era composto da 18 "mesi" di 20 giorni ciascuno, cui venivano aggiunti 5 giorni intercalari, chiamati uayet, reputati infausti : si credeva infatti che in questi giorni i morti si risvegliassero dal sonno eterno per vendicarsi dei torti subiti. Ognuno dei 365 giorni della somma risultante era contraddistinto da un numero (da 1 a 20) e dal nome del mese, esattamente come nel nostro calendario (1 gennaio, 2 gen naio...ecc.). I mesi maya, erano così denominati:
1) Pop.... 2) Uo.... 3) Zip.... 4) Zotz.... 5) Zec.... 6) Xul.... 7) Yaxkin.... 8) Mol.... 9) Ch'en.... 10) Yax.... 11) Zac.... 12) Ceh.... 13) Mac.... 14) Kankin.... 15) Muan.... 16) Pax.... 17) Kayab.... 18) Cumku
Su questo calenario si basavano le principali cerimonie religiose legate alle attività di sussistenza e alle stagioni, e venivano celebrate per lo più al termine di ogni "mese" di 20 giorni.
Questo anno di 365 giorni viene spesso chiamato "vago", in quanto risulta più breve dell'esatta durata dell'anno astronomico; tuttavia, i popoli mesoamericani non pare abbiano mai adottato l'uso di compensare lo sfasamento intercalando un giorno ogni quattro anni; di conseguenza, il calendario basato sull'anno vago accu mulava 25 giorni di ritardo ogni 100 anni astronomici. Bisogna però considerare che l'occasionale intercalazione di un giorno extra sarebbe stata in profondo contrasto con gli stessi principi ispiratori del complesso intreccio dei cicli calendarici mesoamericani, le cui fi nalità primarie non erano certo di pura misurazione del tempo astronomico. 
L'altro calendario era chiamato tzolkin, di somma importanza divinatoria e rituale, era composto da 260 giorni, ciascuno in dicato dalla combinazione di un numero da 1 a 13 con uno di 20 simboli o "nomi" calendarici. A ognuno di questi e dei 13 numeri venivano (e vengono tuttora) assegnate valenze specifiche e distinte, in base alle forze e agli esseri extraumani loro associati. I sacerdoti specializzati esercitavano il proprio sapere appunto nel determinare le risultanti dell'intreccio, onde permettere di orientare l'azione umana nel modo più propizio e di intraprendere le necessarie iniziative rituali. In particolare, si credeva che la connotazione calendarica di certi periodi (come la "tredicina", l'anno vago, il ciclo di 52 anni, ecc.) s'imprimesse sulle restanti unità (i giorni) che li componevano. Il ciclo di 260 giorni era così suddiviso in 20 "tredicine": il segno di volta in volta corrispondente al primo dei 13 nu merali estendeva il proprio influsso sui restanti 12 giorni della serie, che pure avevano cia scuno una specifica valenza. Per i Maya ogni giorno è una coppia di dèi, perché ogni giorno ha una combinazione numero + nome: come 1 Ik, 5 Imix, 13 Ahau - il numero è un dio e il nome un altro. I Maya giunsero ad antropomorfizzare i numeri, raffigurandoli nei bassorilievi e nei codici come delle divinità chine sotto il peso del proprio fardello temporale: la loro conce zione del tempo appare così discontinua, composta da una successione regolare di fasi dina miche, corrispondenti all'azione di trasporto del carico, intervallate da fasi statiche, corrispondenti alla pau sa di riposo dei portatori divini. Ma i diversi giorni della "tredicina", pur subendo l'influsso del primo segno, potevano poi avere valenze del tutto opposte, in base ad associazioni di carattere simbolico-mitologico. La centralità del calendario si rifletteva pienamente nel sistema onomastico degli an tichi mesoamericani, in base al quale le persone, le divinità e le stesse componenti della natura venivano designate mediante il segno del giorno della loro nascita. Le caratteristiche temperamen tali, fisiche e lo stesso destino dipendevano dal tipo di dotazione spirituale che ognuno ri ceveva dagli dèi, identificata con una delle diverse "anime" che formavano l'individuo. Anche i principali aspetti della realtà materiale con cui l'uomo entrava quotidianamente in relazione erano chiamati con nomi esoterici tratti dal calendario ritua le. I due calendari erano uniti in un periodo di 52 anni; questo era anche il periodo in capo al quale il giorno iniziale (o quello finale) del l'haab, cioè l'anno "solare" - che poi dava il nome a tutto il periodo- si ripresentava con la stessa denominazione rituale: infatti, poiché il minimo comune divisore dei due cicli di 365 e 260 giorni è 5, ne deriva che l'anno "solare" poteva avere inizio solo in corrispondenza di quattro dei 20 sim boli calendarici (20 / 5 = 4), corrispondenti con il 3°, l'8° il 13° e il 18° della serie, che gli studiosi chiamano "portatori d'anno", e non furono sempre gli stessi. Questi portatori d'anno si susseguivano con numeri crescenti, fino a completare quat tro volte la serie di 13 (4 x 13 = 52) : questo modo di designare gli anni ha un largo impiego nei monumenti e nei documenti pittografici che commemorano eventi rituali o vicende storiche. Il periodo di 52 anni aveva grande importanza religiosa, e al suo scadere si celebravano cerimonie volte a scon giurare il pericolo che il mondo avesse fine. I maya furono molto importanti per la creazione di un complesso calendario dei cicli di Venere chiamato Codice di Dresda . Il calendario venusiano Maya era talmente preciso da avere un errore di sole due ore in cinque secoli. Il pianeta lungo la sua orbita scompare per circa otto giorni di fronte al sole. Una volta svanito nel cielo occidentale nel crepuscolo serale esso ricompare circa otto giorni dopo nel cielo mattutino prima del levare del sole. Dopo circa nove mesi ( 263 giorni ) di vagabondaggio nel cielo si riavvicina al sole e scompare nella luce solare. Venere è assente per circa 50 giorni mentre passa dietro al sole , poi ridiventa visibile per altri nove mesi nei quali la sua luminosità cresce fino a raggiungere il suo massimo splendore verso la fine del ciclo. Venere completa il suo ciclo in circa 584 giorni , proprio ciò che anche i Maya avevano registrato. Il ciclo completo di 584 giorni divenne un numero magico per questa popolazione mesoamericana . Bisogna anche ricordarsi che al tempo dei Maya non esisteva la teoria eliocentrica grazie alla quale noi oggi possiamo affermare che il pianeta Venere compie un'orbita intorno al sole in 225 giorni; ma essi si basavano su ciò che poteva dedurre uno spettatore sulla Terra e non sul Sole. La cosa ancora più interessante e misteriosa di questo popolo è che nei bassopiani Maya, il cielo è coperto da nubi per una consistente parte dell'anno. Venere era collegata strettamente alla guerra : la pianificazione di molte iniziative belliche sembra che avvenisse in corrispon denza con le principali fasi del ciclo di Venere. Lo stesso orientamento di non pochi edifici sacri maya si basa sull'allineamento con i punti dell'orizzonte corrispondenti agli estremi del moto apparente di Venere. Oltre che dagli edifici e dalla loro disposizione spaziale, l'enorme rilevanza di Venere è attestata dal notevole spazio che le è dedicato in molti dei codici pittografici, da cui si può rilevare la minuziosa registrazione dei movimenti del pianeta.  Importanti per i Maya anche i movimenti periodici di Marte, di cui registrarono con particolare attenzione le fasi di "moto retrogrado", nelle quali il pianeta, sopravanza to dalla Terra nella rivoluzione intorno al sole, pare retrocedere nella sua parabola lungo l'eclittica. Ancora una volta fu loro possibile stabilire delle connessioni aritmetiche con gli altri cicli calendarici, in quanto i 780 giorni che intercorrono fra le metà di due periodi re trogradi marziani equivalgono esattamente a tre serie di 260 giorni. Anche la Luna fu considerata dai Maya, che riuscirono a elaborare un sistema di notazioni lunari che alternava periodi di 29 e di 30 giorni e permetteva, con alcuni accorgimenti ulteriori, di ottenere nel lungo periodo un'ottima approssimazione alla durata media della lunazione. Nelle innumerevoli iscrizioni ca lendariche contenute nei monumenti e negli oggetti maya del periodo classico, i glifi posti alla fine (appartenenti alla cosiddetta "serie supplementare") servono a segnalare l'età in giorni della luna e il corrispondente dio "signore della notte". Inoltre le eclissi furono calcolate al verificarsi della luna piena (e si avrà allora un'eclissi lunare) o della luna nuova (con un'e- clissi solare) in concomitanza con il passaggio dell'orbita lunare per il piano dell'eclittica. Benché non tutte le eclissi effettivamente prodottesi sul nostro pianeta fossero visibili dall'area Maya, gli osservatori indigeni nondimeno sco prirono che i passaggi nodali hanno luogo con una ciclicità media di poco superiore a 173 giorni (173,31 per l'esattezza) : otto pagine del già menzionato Codice di Dresda contengo no una tabella con le previsioni delle possibili eclissi per un periodo di 33 anni. Ancora una volta, la durata del ciclo in questione venne ricondotta al calendario rituale, in base al fatto che tre di questi periodi di 173,3 giorni equivalgono a due volte 260 giorni (3 x 173,3 = 2 x 260 = 520 gg.). Il Sole (insieme a Venere) venne considerato nella architettura cittadina : gli edifici delle città Maya appaiono quasi tutti raggruppati lungo l'asse nord sud con una leggera deviazione in senso orario rispetto al perfetto nord. La maggior parte delle strutture lungo l'asse è rivolta all'interno verso il centro della città . Nei muri di pietra che compongono l'architettura di queste città è inserita una registrazione del tempo , un calendario particolare. La spiegazione alla deviazione di 14° dall'asse nord sud è molto semplice : infatti tale asse indica il punto in cui il Sole si levava o tramontava in un multiplo di venti giorni ( 2 volte 20 giorni ) contati a partire dal giorno in cui l'astro passava sopra lo zenit. Probabilmente esso era fondato sulla divisione in unità ventesimali del moto annuale del sole sull'orizzonte. Osservando attentamente la disposizioni di altri edifici al di fuori della città si può notare che alcuni portali di palazzi e alcune linee di prolungamento tra gli edifici puntano verso altre posizioni chiave del moto del Sole sull'orizzonte. Probabilmente questo calendario fu costituito quando le città di maggiore importanza non furono più quelle settentrionali ma quelle delle pianure più a sud le quali si trovano in una "magica" latitudine in cui l'anno può essere suddiviso esattamente in multipli di 20. Ma gli assi e le piante delle città maya non contengono soltanto il tempo solare standard, fissato nei muri delle case, ma sono stati inseriti accuratamente nelle architetture delle piramidi e dei templi, deliberatamente deviati perché si trovassero fissi su punti chiave dell'orizzonte, in cui Venere appare o scompare. I Maya si accorsero che il grande numero dei loro calendari, e la loro difficile organizzazione interna, potevano divenire un problema nel momento in cui si volesse sapere l'anno in cui era avvenuto un certo fatto del passato : gli anni, nonostante avessero i 4 "indicatori", era no tutti uguali, diventando indistinguibili gli uni dagli altri. Perciò, al fine di identificare in modo inequivoco le date, nella Mesoamerica meridio nale venne precocemente elaborato, con ulteriori perfezionamen ti da parte dei Maya, un efficace sistema di notazione di tipo lineare, detto oggi "compu- to lungo", indipendente dai due cicli di 365 e 260 giorni, che permetteva di registrare in modo continuativo l'accumularsi dei giorni trascorsi da un punto di partenza convenzio nalmente stabilito. Questo "punto zero" della registrazione del tempo corrispondeva al nostro 11 o 13 agosto 3113 a.C. Era perciò situato in un passato assai anteriore all'invenzione del calendario ed era stato determinato a posteriori, cui non erano probabilmente estranee implicazioni di carattere astro nomico. Questo sistema ebbe la sua massima auge presso i centri Maya dell'epoca classica (III-X secoli d.C.), i cui monumenti sono costellati di iscrizioni con date del computo lungo, ma non si diffuse mai fino ai popoli dell'Altopiano centrale, tra cui gli Aztechi. Il tempo veniva veniva registrato per mezzo di tre simboli, che contrassegnavano rispettivamente l'unità (un punto), il cinque (una linea) e il completamento della serie di venti (una conchiglia); quest'ultimo segno, che permetteva di modificare il valore degli altri due a seconda dell'ordine in cui erano dispo sti, è stato equiparato al nostro "zero" (pur non avendo il significato di "nulla") e rendeva possibile l'impiego della notazione posizionale (dal basso in alto). In altre parole, un punto in prima posizione aveva valore uno, in seconda aveva valore venti, e così via per multipli di venti. Una curiosa eccezione riguardava il valore dato alla terza posizione, che non equi valeva a venti volte la quantità precedente, cioè 20 x 20 = 400, ma aveva valore 360 (= 18 x 20); ciò era probabilmente dovuto al desiderio di armonizzare il più possibile il computo lungo con la durata dell'anno solare. Nelle iscrizioni maya vengono così annotati i singoli giorni, kin, le "ventine" uinal, gli insiemi di 360 giorni tun, da non confondere con lo haab, di 365, e i multipli vigesimali di questi ultimi, dettikatun (360 x 20 = 7.200 gg.) e bak tun (7.200 x 20 = 144.000 gg.). Particolare importanza era attribuita a quest'ultima quantità, al completamento della quale avevano luogo importanti celebrazioni rituali. Da ultimo, le iscrizioni registravano anche il nome del giorno in base al ciclo rituale di 260 giorni e al l'anno solare, aggiungendovi spesso l'età della luna e il dio "signore della notte".  Per quanto riguarda il computo lungo, do po 13 baktun un'era cosmica era destinata a finire e un'altra sarebbe cominciata; il completa mento dell'era attuale, iniziata nel 3113 a.C., era previsto avvenisse quando si fosse raggiunta la data 13.0.0.0.0 4 Ahau 3 Kankin, corrispondente al 21 o 23 dicembre del 2012. Questa chiusura non implicava però che i Maya non proiettassero assai oltre questa quantità (sia all'indietro, sia in avanti) la loro misurazione lineare del tempo; vi sono infatti iscrizioni di contenuto mitologico che registrano date lontane milioni di anni: la massi- ma unità di misura conosciuta, il kinchiltun, comprende 1.152.000.000 giorni. IL calendario si mostra così come un elaboratissimo sistema per conferire senso alla realtà e al succedersi degli eventi di cui l'uomo era testimone : immaginando che ogni evento dipendesse e scaturisse da gli influssi di forze ed esseri extraumani, i sacerdoti mesoamericani non solo as soggettavano l'esistenza a un rigido determinismo, ma per mezzo del sapere divinatorio si attribuivano un poderoso strumentario conoscitivo. In base a questa concezione, il vincolo tra spazio e tempo era indissolubile e la stessa creazione del mondo era fatta coincidere con l'origine del calendario rituale : si narra, in un testo di epoca tardo-coloniale, come la nascita dello uinal - la serie dei 20 simboli calendarici - avesse preceduto e scandito quella di tutte le componenti dell'Universo. In effetti, il fluire del tempo veniva concepito come una successione di divinità, che viaggiavano secondo turni rigorosi (l'ordine calendarico) allo scopo di diffondersi sulla superficie terrestre, invadere e trasformare ogni cosa, imprimendovi ciascuna la propria impronta, il proprio carattere e il proprio potere. Il cammino delle divinità passava attraverso l'interno dei pilastri (o alberi cosmici) che dai quattro estremi cardinali separavano i tre piani del cosmo, cioè cieli, superficie terrestre e mondo infero, ognuno dei quali era a sua volta suddiviso in più livelli, ovvero 13 per i cieli e 9 per gli inferi. Le rappresentazioni grafiche che questi ci hanno lasciato della propria idea del cosmo sono tutte su base bidimensionale, e lo spazio è sempre ripartito in 4 quadranti, delimitati da punti intercardinali che coincido no con le posizioni del sorgere e del tramontare del sole in corrispondenza dei solstizi. Alla proiezione, in piano, della parabola del sole tra questi quattro estremi, pare ispirarsi il glifo maya Kin, consistente in un fiore a quattro petali di Plumeria e che riassume in sé i significati di "sole", "giorno" e "tempo".

Sincronicità: Quando l'Universo ci parla attraverso i Segni (Synchronicity: When the Universe Speaks to Us Through Signs)

  Sincronicità: Quando l'Universo ci parla attraverso i Segni (Synchronicity: When the Universe Speaks to Us Through Signs) [Italiano] ...