domenica 26 marzo 2017

incontrare una fata



Un piccolo rito che vi aiuterà ad interaggire col mondo fatato, su internet se ne trovano tanti ma questo mi sembrava il più sensato con questo non voglio dire che non bisogna prendere tutto alla leggera le fate sono esseri liberi bisogna essere cauti e gentili in presenza di una creatura del regno fatato.

Se nel corso del rito senti di non riuscire a gestire tutto il potere è meglio chiudere tutto. Nel caso in cui accidentalmente si contatti un entità non propriamente benevola o dispettosa conviene concludere immediatamente la visita e questo può essere fatto sia usando le buone maniere ma se è necessario anche senza essere troppo cortesi.

Seguite alla lettere questi 12 passaggi per assicurarvi la riuscita dell'invocazione:

1) Concentrati sull'oscurità che si crea automaticamente chiudendo gli occhi.
2) Vedrai nell’oscurità, pian piano apparire come una sfera verde (questa è la luce del regno fatato)

3) Lasciati avvolgere da questa sfera magica, e abbandonati alla bellezza e alla magia che ti trasmette.

4) Assapora Questa magia per qualche minuto

5) Lascia che il potere delle fate ti rigeneri, ti purifichi e ti dia ciò di cui hai bisogno,lascia che la magia delle fate "lavori" in te.
6) Avvolta in quella nebbiolina verde carica di magia, invoca la fata; non domandare una visita (mai dare ordini a una fata!!) invitala gentilmente e con cortesia.
7) Accogli sempre con cortesia il tuo visitatore. Chiedi il suo nome e nel caso in cui non dovessi ricevere risposta, poni fine alla visita (in fondo quando incontri una persona nella vita di tutti i giorni e questa non ti dice il suo nome quando glielo chiedi è perchè ti nasconde qualcosa, giusto?)
8) Non fare mai promesse serie con le fate, loro prendono le promesse troppo seriamente, inoltre hanno un concetto completamente diverso di ciò che è giusto o sbagliato, bene o male per l'uomo.
9) Chiedile in modo chiaro e dettagliato ciò di cui hai bisogno

10) Ringrazia per la visita e per l’eventuale aiuto ricevuto. Non dimenticare di dire alla fata che lascerai fuori dalla finestra o dalla porta un dono per lei durante la notte(tra i doni più apprezzati ci sono: latte, miele, dolci, una pietra preziosa). A questo punto sarà la fata a decidere se diventare tua amica e soprattutto a decidere se lo sarà per un breve, un lungo periodo di tempo o addirittura per tutta la vita. Potrai usare questo rituale per incontrarla tutte le volte che vorrai.

11) Se nel corso del rito ti sei addormentata, lascia lo stesso un dono per la fata perchè tutto può essere accaduto a livello inconscio.
12) Al termine del rito ricordati di prendere contatto con la realtà perchè potresti essere in stati alterati di coscienza. Passa un pò di tempo a prendere contatto con il tuo corpo e se necessario fai un pò di esercizio fisico. Fai questo passo anche se ti senti super sveglia/o, al termine del rito. Le Fate, a qualunque classe appartengano e in qualunque dimensione vivano, sono indissolubilmente legate alla Natura e ai suoi Elementi, per cui tutto ciò che nuoce alla Natura in tutte le sue forme, nuoce anche agli Esseri Fatati.
In generale possiamo affermare che alcuni abitanti del Regno Feerico, più evoluti, sovraintendono al lavorìo costante di quegli “Spiriti” che operano in seno alla Natura (e, più in generale, in seno alla Materia), affinché avvengano quelle trasmutazioni che la rigenerano incessantemente.
Inoltre, spesso le creature del Regno Feerico, pur dimorando in una dimensione parallela a quella umana, proteggono e custodiscono certi siti terreni particolari, ovvero boschi, sorgenti, grotte, alberi secolari, rivestendo il ruolo di vere e proprie sovraintendenti ai beni Naturali di Madre Terra.
Pertanto, il più ovvio portale verso il mondo delle Fate è tutto attorno a noi, nella Natura. Ci sono erbe e piante che possono essere definite sacre alle Fate perché condividono una particolare affinità con i Regni Fatati, ma è importante ricordare che tutta la Natura è a loro sacra.
Le loro vite sono inseparabilmente, potentemente e poeticamente connesse con Madre Natura. La comprensione di questo profondo legame è il loro dono più prezioso per l’umanità.
Per le Fate gli arbusti assumono spesso un significato simbolico, e per questo motivo alcune di loro proteggono sia la singola pianta che l’intera foresta, anche a costo della loro stessa vita.
L’albero rappresenta per una fata o una ninfa una delle fonti da cui trarre preziose energie che consentiranno, a loro volta, sia lo sviluppo di alcuni poteri, che il continuo rinnovamento delle proprie forze. Si può ben comprendere a questo punto il forte legame che intercorre tra la Fata e gli alberi: essi possiedono una immensa energia vitale che solo le Fate sanno comprendere pienamente.

venerdì 24 marzo 2017

cos'è la dmt?



La N,N-dimetiltriptammina (N,N-DMT o DMT) è una triptammina psichedelica endogena, presente in molte piante e nel fluido cerebrospinale degli esseri umani, sintetizzata per la prima volta nel 1931 dal chimico Richard Manske.
La DMT è presente in alcune varietà di mimosa, acacia, Anadenanthera, Virola, Desmodium, graminacee del genere Phalaris e molte altre piante e funghi. L'estrazione è possibile con alcuni solventi quali alcool, gasolio, esano oppure per distillazione. Nel bacino amazzonico alcuni popoli tribali hanno una tradizione di uso di piante contenenti DMT (utilizzando la linfa degli alberi Virola, parente della noce moscata, o i semi macinati e tostati di Anadenanthera peregrina, un enorme albero della famiglia delle Leguminose).
Strutturalmente la DMT è analoga al neurotrasmettitore serotonina, all'ormone melatonina e ad altre triptammine psicoattive come psilocibina, psilocina e bufotenina, avendo rispettivamente formula chimica 4-fosforilossi-N,N-dimetil-triptammina (4-PO-DMT), 4-idrossi-N,N-dimetiltriptammina (4-HO-DMT) e 5-idrossi-N,N-dimetiltriptammina (5-HO-DMT) ed ha un effetto quasi del tutto simile a queste, anche se differente per intensità.
Secondo Rick Strassman, medico specializzato in psichiatria che condusse numerose ricerche sulla DMT, la ghiandola pineale situata nell'encefalo è in grado di produrre più o meno blande quantità di DMT, specialmente intorno alle ore 3, 4 del mattino, durante la fase REM dei sogni.  Il DMT o dimetiltriptamina è un allucinogeno naturale la cui struttura chimica assomiglia a quella della psilocibina e della serotonina; esso è ubiquitariamente presente nel regno vegetale ed animale.
Come altri allucinogeni i sui effetti sono principalmente dovuti all’azione sui recettori serotoninergici 5-HT2a.
Questo allucinogeno è tuttora in uso nelle popolazioni indigene del bacino del Rio delle Amazzoni e viene assunto, a scopi rituali e religiosi, attraverso una bevanda chiamata “ayahuasca”, traducibile come vino dell’anima”; per quanto poco conosciuto in occidente la sua popolarità ed utilizzo ricreazionale è in aumento.
L’allucinogeno è normalmente assunto con una bevanda (un infuso) preparata utilizzando le foglie di Psychotria viridis assieme con gli steli della vite Banisteriopsis caapi (McKenna, 2004).
L’associazione è dovuta la fatto che se assunto oralmente, e da solo, il DMT verrebbe reso inattivo perché metabolizzato dalle MAO (monoamino ossidasi) a livello epatico ed intestinale; la presenza al contrario di alcune alcaloidi contenuti nel Banisteriopsis caapi (beta-carboline, soprattutto armina, tetraidroarmalina e armalina) inibiscono le MAO e quindi consentono che il DMT possa raggiungere intatto il Sistema Nervoso Centrale e determinare i sui effetti.
Gli effetti della bevanda hanno inizio entro 1 ora e si mantengono per circa 4 ore.
Se invece il DMT viene fumato i suoi effetti compaiono immediatamente, con un picco entro pochi minuti e con una risoluzione entro 30 minuti.
Data la brevità dei suoi effetti, a differenza delle 8-12 ore dell’LSD, in gergo il DMT fumato viene chiamato “il viaggio del pranzo degli uomini d’affari” (businessman’s lunch trip)
Lo studio riportato riferisce, in 121 soggetti australiani, la modalità di consumo, gli effetti soggettivi, gli atteggiamenti verso questo allucinogeno, attraverso le risposte ottenute con un questionario online.
L’uso del DMT in Australia potrebbe essere di particolare interesse data l’esistenza dell’allucinogeno in diverse specie native di acacia come anche per la presenza di una cultura musicale elettronica detta “bush doof” che con tale sostanza è spesso associata.
Tutti i soggetti avevano sperimentato l’allucinogeno almeno 1 volta nella loro vita.
Il fumo è la via di somministrazione (98,3%) più comune, assieme ad una percentuale relativamente più esigua che riferiva di aver bevuto la ayahuasca (30,6%).
Le ragioni della loro prima assunzione DMT erano: l’interesse generale per gli allucinogeni (46,6%) la curiosità per gli effetti specifici del DMT (41,7%), mentre quasi un terzo (31,1%), indicava possibili benefici psicoterapeutici della sostanza.
Un aumento della conoscenza psicospirituale è stato l’effetto positivo più comunemente riportato sia se il DMT era fumato (75,5%) o assunto con la ayahuasca (46,7%);
tale risposta è coerente con altri studi l'esame l'uso rituale di ayahuasca in un contesto religioso.
Anche se studi precedenti sull’uso DMT hanno esaminato esclusivamente quello attraverso la ayahuasca, il presente studio dimostra come il fumo sia la modalità prevalente tra gli utilizzatori a fini ricreativi.
L’effetto negativo più citato era relativo proprio alla differente via di assunzione utilizzata; con l’ayahuasca più spesso si presentano nausea e vomito (tra gli utilizzatori tradizionali “la purga” è intesa nel suo significato catartico e rigenerativo) mentre la tosse ed un sapore tipo plastica. Non ultimo, l’esperienza può condurre, come per altri tipi di allucinogeni, a “viaggi” cattivi con elevato negativo impatto psicologico.
La maggioranza degli intervistati considera il DMT relativamente sicuro.

I problemi sociali della religione

LA RELIGIONE raggiunge il suo massimo ministero sociale quando ha la minima connessione con le istituzioni secolari della società. Nelle epoche passate, poiché le riforme sociali erano limitate in larga misura al campo morale, la religione non doveva adattare il suo atteggiamento agli estesi cambiamenti nei sistemi economico e politico. Il problema principale della religione era di tentare di sostituire il male con il bene all’interno dell’ordine sociale esistente della cultura politica ed economica. La religione ha così teso indirettamente a perpetuare l’ordine stabilito della società, a favorire il mantenimento del tipo di civiltà esistente.  Ma la religione non dovrebbe occuparsi direttamente della creazione di nuovi ordini sociali o della conservazione dei vecchi. La vera religione si oppone alla violenza come tecnica di evoluzione sociale, ma non si oppone agli sforzi intelligenti della società per adattare le sue usanze ed aggiustare le sue istituzioni a nuove condizioni economiche e a nuove esigenze culturali.  La religione approvò le occasionali riforme sociali dei secoli passati, ma nel ventesimo secolo essa è necessariamente chiamata ad affrontare l’adattamento ad una ricostruzione sociale estesa e continua. Le condizioni di vita cambiano così rapidamente che le modificazioni istituzionali devono essere grandemente accelerate, e la religione deve conseguentemente accelerare il suo adattamento a quest’ordine sociale nuovo ed in continuo cambiamento.

1. La religione e la ricostruzione sociale

 Le invenzioni meccaniche e la diffusione della conoscenza stanno modificando la civiltà; certi aggiustamenti economici e cambiamenti sociali s’impongono se si vuole evitare un disastro culturale. Questo nuovo ordine sociale che si avvicina si stabilizzerà in maniera soddisfacente solo per un millennio. La razza umana deve rassegnarsi ad una serie di cambiamenti, di aggiustamenti e di riaggiustamenti. L’umanità è in cammino verso un nuovo destino planetario non rivelato. La religione deve diventare una forte influenza per la stabilità morale ed il progresso spirituale, operando dinamicamente in mezzo a queste condizioni in continuo cambiamento e a questi aggiustamenti economici incessanti.  La società di Urantia non può assolutamente sperare di rimanere ferma come nelle ere passate. La nave sociale è salpata dalle baie riparate della tradizione stabilita ed ha cominciato la sua crociera nei mari aperti del destino evoluzionario. E l’anima dell’uomo, come mai prima nella storia del mondo, ha bisogno di scrutare attentamente le sue carte di moralità e di osservare accuratamente la bussola della guida religiosa. La missione suprema della religione come influenza sociale è quella di stabilizzare gli ideali dell’umanità durante questi periodi pericolosi di transizione da una fase di civiltà ad un’altra, da un livello di cultura ad un altro.
La religione non ha nuovi doveri da compiere, ma è chiamata urgentemente ad operare da saggia guida e da esperta consigliera in tutte queste nuove situazioni umane in rapido mutamento. La società sta diventando più meccanica, più compatta, più complessa e più pericolosamente interdipendente. La religione deve operare per impedire che queste nuove e strette interassociazioni divengano reciprocamente degenerative o anche distruttive. La religione deve agire da sale cosmico che impedisce ai fermenti del progresso di distruggere il sapore culturale della civiltà. Queste nuove relazioni sociali e questi nuovi mutamenti economici possono portare ad una fratellanza duratura solo mediante il ministero della religione.
Un umanitarismo ateo è, umanamente parlando, un nobile gesto, ma la vera religione è la sola forza che può accrescere in modo duraturo la risposta di un gruppo sociale ai bisogni e alle sofferenze di altri gruppi. Nel passato la religione istituzionale poteva rimanere passiva mentre le classi superiori della società facevano orecchie da mercante alle sofferenze e all’oppressione delle classi inferiori indifese, ma in tempi moderni questi ordini sociali inferiori non sono più così miseramente ignoranti né così politicamente impotenti. La religione non deve farsi coinvolgere organicamente nel lavoro laico di ricostruzione sociale e di riorganizzazione economica, ma deve attivamente restare al passo con tutti questi progressi della civiltà facendo precise e vigorose riaffermazioni dei suoi comandamenti morali e dei suoi precetti spirituali, la sua filosofia progressiva di vita umana e di sopravvivenza trascendente. Lo spirito della religione è eterno, ma la forma della sua espressione deve essere rimessa a punto ogni volta che il dizionario del linguaggio umano viene riveduto.

2. La debolezza della religione istituzionale

 La religione istituzionale non può offrire l’ispirazione ed essere di guida in questa ricostruzione sociale ed in questa riorganizzazione economica imminenti su scala mondiale, perché è disgraziatamente divenuta una parte più o meno organica dell’ordine sociale e del sistema economico che sono destinati ad essere ricostruiti. Solo la vera religione dell’esperienza spirituale personale può operare utilmente e creativamente nella crisi attuale della civiltà. La religione istituzionale è ora trattenuta nello stallo di un circolo vizioso. Essa non può ricostruire la società senza prima ricostruire se stessa; ed essendo una parte così integrante dell’ordine stabilito, non può ricostruire se stessa fino a che la società non sia stata radicalmente ricostruita.Le persone religiose devono operare nella società, nell’industria e nella politica come individui, non come gruppi, partiti o istituzioni. Un gruppo religioso che presume di agire come tale al di fuori delle sue attività religiose diventa immediatamente un partito politico, un’organizzazione economica o un’istituzione sociale. Il collettivismo religioso deve limitare i suoi sforzi al sostegno delle cause religiose.Le persone religiose non hanno maggior valore nei compiti di ricostruzione sociale di quelle non religiose, salvo nella misura in cui la loro religione ha conferito loro una maggiore percezione cosmica e le ha dotate di quella saggezza sociale superiore che è nata dal desiderio sincero di amare Dio supremamente e di amare ogni uomo come un fratello nel regno dei cieli. L’ordine sociale ideale è quello in cui ogni uomo ama il suo prossimo come ama se stesso.La Chiesa istituzionalizzata può sembrare che abbia servito la società nel passato glorificando l’ordine politico ed economico stabilito, ma essa deve cessare rapidamente una tale azione se vuole sopravvivere. Il suo solo atteggiamento appropriato consiste nell’insegnamento della non violenza, la dottrina dell’evoluzione pacifica, in luogo della rivoluzione violenta — pace sulla terra e buona volontà tra tutti gli uomini.La religione moderna trova difficoltà ad adattare il suo atteggiamento ai rapidi cambiamenti sociali solo perché ha consentito a se stessa di diventare così completamente tradizionalizzata, dogmatizzata ed istituzionalizzata. La religione dell’esperienza vivente non trova alcuna difficoltà a tenere testa a tutti questi sviluppi sociali e cambiamenti economici, tra i quali essa opera sempre come stabilizzatrice morale, guida sociale e pilota spirituale. La vera religione trasporta da un’era all’altra la cultura di valore e quella saggezza che è nata dall’esperienza di conoscere Dio e di sforzarsi di essere simili a lui.

3. La religione e le persone religiose

Il Cristianesimo primitivo era completamente libero da ogni implicazione civile, impegno sociale ed alleanza economica. Solo più tardi il Cristianesimo istituzionalizzato divenne una parte organica della struttura politica e sociale della civiltà occidentale.
Il regno dei cieli non è né un ordine sociale né un ordine economico; esso è una fraternità esclusivamente spirituale d’individui che conoscono Dio. È tuttavia vero che una tale fraternità è in se stessa un nuovo e sorprendente fenomeno sociale accompagnato da stupefacenti ripercussioni politiche ed economiche.
La persona religiosa non è né indifferente alla sofferenza sociale, né incurante dell’ingiustizia civile, né isolata dal pensiero economico, né insensibile alla tirannia politica. La religione influenza direttamente la ricostruzione sociale perché spiritualizza e idealizza il singolo cittadino. Indirettamente la civiltà culturale è influenzata dal comportamento di questi singoli credenti via via che essi divengono membri attivi ed influenti dei vari gruppi sociali, morali, economici e politici. Il raggiungimento di un’elevata civiltà culturale richiede in primo luogo il tipo ideale di cittadino, e poi dei meccanismi sociali ideali e adeguati con cui una tale cittadinanza possa controllare le istituzioni economiche e politiche di questa società umana evoluta.
La Chiesa, per un eccesso di falso sentimento, ha portato a lungo il suo ministero ai derelitti e ai disgraziati, e questa è stata una cosa buona, ma questo stesso sentimento ha portato all’insensata perpetuazione delle linee razzialmente degenerate che hanno enormemente ritardato il progresso della civiltà.
Molti singoli ricostruttori sociali, pur ripudiando con veemenza la religione istituzionalizzata sono, dopotutto, degli zelanti religiosi nella propagazione delle loro riforme sociali. Ed è così che la motivazione religiosa, personale e più o meno sconosciuta, sta svolgendo un ruolo importante nell’attuale programma di ricostruzione sociale.
La grande debolezza di tutto questo tipo di attività religiosa sconosciuta ed inconscia è che essa non è in grado di beneficiare di un’aperta critica religiosa e di raggiungere in tal modo livelli proficui di autocorrezione. È un fatto che la religione non cresce se non è disciplinata da una critica costruttiva, ampliata dalla filosofia, purificata dalla scienza e nutrita da una leale comunione.
C’è sempre il grande pericolo che la religione sia deformata e pervertita nel perseguimento di scopi sbagliati, come quando in tempo di guerra ogni nazione contendente prostituisce la sua religione nella propaganda militare. Lo zelo senza amore è sempre dannoso alla religione, mentre la persecuzione devia le attività religiose verso il conseguimento di una spinta sociologica o teologica.
La religione può essere mantenuta libera da dannose alleanze secolari soltanto con:
1. Una filosofia criticamente correttiva.
2. L’indipendenza da ogni alleanza sociale, economica e politica.
3. Comunità creative, confortanti e che sviluppano l’amore.
4. Un accrescimento progressivo dell’intuizione spirituale e dell’apprezzamento dei valori cosmici.
5. La prevenzione del fanatismo mediante la compensazione di un atteggiamento mentale scientifico.
Le persone religiose, in quanto gruppo, non devono mai occuparsi d’altro che di religione, benché ciascuna di tali persone, come singolo cittadino, possa diventare il capo eminente di un movimento di ricostruzione sociale, economica o politica.
Il compito della religione è di creare, sostenere ed ispirare una tale lealtà cosmica nel singolo cittadino in modo da orientarlo al raggiungimento del successo nella promozione di tutti questi difficili, ma desiderabili, servizi sociali.

4. Le difficoltà della transizione

Una religione autentica rende la persona religiosa socialmente fragrante e crea discernimento nella comunità umana. Ma la formalizzazione dei gruppi religiosi distrugge molte volte i valori stessi per la promozione dei quali i gruppi erano stati organizzati. L’amicizia umana e la religione divina sono vicendevolmente utili e significativamente illuminanti se la crescita di ciascuna è equilibrata ed armonizzata. La religione introduce significati nuovi in tutte le associazioni di gruppo — famiglie, scuole e circoli. Essa assegna nuovi valori al gioco ed esalta tutto il vero umorismo.
Il governo sociale viene trasformato dall’intuizione spirituale; la religione impedisce a tutti i movimenti collettivi di perdere di vista i loro veri obbiettivi. Insieme ai figli, la religione è il grande elemento unificatore della vita familiare, purché essa sia una fede vivente e crescente. Non può esservi vita di famiglia senza figli; essa può essere vissuta senza religione, ma una tale mancanza moltiplica enormemente le difficoltà di questa intima associazione umana. Durante i primi decenni del ventesimo secolo la vita di famiglia, dopo l’esperienza religiosa personale, è quella che ha sofferto maggiormente della decadenza conseguente alla transizione dalle vecchie devozioni religiose ai nuovi significati e valori emergenti.
La vera religione è un modo significativo di vivere dinamicamente di fronte alle realtà ordinarie della vita quotidiana. Ma se la religione deve stimolare lo sviluppo individuale del carattere ed accrescere l’integrazione della personalità, non deve essere standardizzata. Se deve stimolare la valutazione dell’esperienza e servire da valido richiamo, non deve essere stereotipata. Se la religione deve promuovere devozioni supreme, non deve essere formalizzata.
Indipendentemente dagli sconvolgimenti che possono accompagnare la crescita sociale ed economica della civiltà, la religione è autentica e valida se favorisce nell’individuo un’esperienza nella quale prevale la sovranità della verità, della bellezza e della bontà, perché questo è il vero concetto spirituale della realtà suprema. E per mezzo dell’amore e dell’adorazione essa diventa significativa in quanto comunione con l’uomo e filiazione con Dio.
Dopotutto è ciò che si crede piuttosto che ciò che si conosce che determina la condotta e domina le prestazioni personali. La conoscenza puramente pratica esercita assai poca influenza sull’uomo medio se non è attivata emotivamente. Ma l’attivazione della religione è superemozionale; essa unifica l’intera esperienza umana su livelli trascendenti grazie al contatto con le energie spirituali nella vita mortale, e alla loro liberazione.
Durante i tempi psicologicamente instabili del ventesimo secolo, tra gli sconvolgimenti economici, le tendenze morali controcorrente e le tumultuose correnti sociologiche delle cicloniche transizioni di un’era scientifica, migliaia e migliaia di uomini e di donne sono divenuti umanamente disorientati; sono ansiosi, agitati, timorosi, incerti ed instabili. Come mai prima nella storia del mondo essi hanno bisogno della consolazione e della stabilizzazione di una sana religione. A fronte di realizzazioni scientifiche e di sviluppi meccanici senza precedenti c’è una stagnazione spirituale ed un caos filosofico.
Non c’è alcun pericolo nel fatto che la religione divenga sempre più una questione privata — un’esperienza personale — purché non perda la sua motivazione per un servizio sociale disinteressato ed amorevole. La religione ha subìto molte influenze secondarie: mescolanze improvvise di culture, fusioni di credenze, diminuzione di autorità ecclesiastica, mutamento di vita familiare, così come l’urbanizzazione e la meccanizzazione.
Il più grande pericolo spirituale per l’uomo consiste nel progresso parziale, nella situazione spiacevole di una crescita incompleta: abbandonare le religioni evoluzionarie della paura senza comprendere immediatamente la religione rivelatrice dell’amore. La scienza moderna, in particolare la psicologia, ha indebolito solo quelle religioni che si fondano essenzialmente sulla paura, sulla superstizione e sull’emozione.
Una transizione è sempre accompagnata da confusione, e non ci sarà tranquillità nel mondo religioso fino a che la grande battaglia tra le tre filosofie contendenti della religione non sarà finita:
1. La credenza spiritistica (in una Deità provvidenziale) di molte religioni.
2. La credenza umanistica ed idealistica di molte filosofie.
3. Le concezioni meccanicistiche e naturalistiche di molte scienze.
E questi tre approcci parziali alla realtà del cosmo devono alla fine essere armonizzati dalla presentazione rivelatrice della religione, della filosofia e della cosmologia che descrive l’esistenza trina dello spirito, della mente e dell’energia provenienti dalla Trinità del Paradiso e che raggiungono l’unificazione nel tempo-spazio nella Deità del Supremo.

5. Gli aspetti sociali della religione

Anche se la religione è esclusivamente un’esperienza spirituale personale — conoscere Dio come un Padre — il corollario di questa esperienza — conoscere l’uomo come un fratello — comporta l’adattamento del sé ad altri sé, e ciò implica l’aspetto sociale o collettivo della vita religiosa. La religione è prima un aggiustamento interiore o personale, e poi diviene una questione di servizio sociale o di aggiustamento collettivo. Il fatto del carattere gregario dell’uomo determina necessariamente la nascita di gruppi religiosi. La sorte di questi gruppi religiosi dipende molto da una guida intelligente. Nella società primitiva il gruppo religioso non è sempre molto differente dai gruppi economici o politici. La religione è sempre stata una conservatrice della morale ed una stabilizzatrice della società. E questo è ancora vero, nonostante l’insegnamento contrario di molti socialisti ed umanisti moderni.Tenete sempre presente che la vera religione consiste nel conoscere Dio come vostro Padre e l’uomo come vostro fratello. La religione non è una credenza servile in minacce di punizione o in promesse magiche di future ricompense mistiche.La religione di Gesù è l’influenza più dinamica che abbia mai stimolato la razza umana. Gesù ha frantumato le tradizioni, distrutto i dogmi e chiamato l’umanità alla realizzazione dei suoi ideali più elevati nel tempo e nell’eternità — l’essere perfetta come il Padre che è nei cieli è perfetto. La religione ha poche possibilità di svolgere il proprio ruolo fino a che il gruppo religioso non si separa da tutti gli altri gruppi — non forma l’associazione sociale dei membri spirituali del regno dei cieli. La dottrina della depravazione totale dell’uomo ha distrutto gran parte del potenziale della religione per produrre ripercussioni sociali di natura elevatrice e di valore ispirante. Gesù cercò di ripristinare la dignità dell’uomo dichiarando che tutti gli uomini sono figli di Dio. Ogni credenza religiosa che spiritualizza efficacemente il credente avrà certamente potenti ripercussioni nella vita sociale di tale credente. L’esperienza religiosa produce infallibilmente i “frutti dello spirito” nella vita quotidiana del mortale guidato dallo spirito.
Come gli uomini condividono certamente le loro credenze religiose, così essi creano un gruppo religioso di qualche sorta che alla fine crea scopi comuni. Un giorno le persone religiose si assoceranno e collaboreranno effettivamente sulla base dell’unità degli ideali e degli scopi piuttosto che tentare di fare ciò sulla base di opinioni psicologiche e di credenze teologiche. Gli scopi piuttosto che i credo dovrebbero unire le persone religiose. Poiché la vera religione è una questione di esperienza spirituale personale, è inevitabile che ogni singolo credente debba avere la propria interpretazione personale della realizzazione di questa esperienza spirituale. Il termine “fede” dovrebbe rappresentare la relazione dell’individuo con Dio piuttosto che la formulazione dottrinale di quello che un gruppo di mortali è riuscito a concordare come comportamento religioso comune. “Avete fede? Allora abbiatela per voi stessi.”
Che la fede s’interessi soltanto di cogliere i valori ideali è evidenziato dalla definizione del Nuovo Testamento che dichiara che la fede è la sostanza delle cose sperate e la dimostrazione delle cose non viste.
L’uomo primitivo faceva pochi sforzi per esprimere con parole le sue convinzioni religiose. La sua religione era espressa con la danza più che con il pensiero. Gli uomini moderni hanno ideato molte credenze ed hanno creato molte norme di fede religiosa. Le future persone religiose devono vivere esteriormente la loro religione, devono dedicare se stessi al servizio generoso della fratellanza dell’uomo. È giunta l’ora che l’uomo abbia un’esperienza religiosa così personale e così sublime da poter essere realizzata ed espressa solo con “sentimenti che siano troppo profondi per essere espressi con delle parole”.
Gesù non chiedeva ai suoi discepoli di riunirsi periodicamente per recitare un insieme di parole indicative delle loro credenze comuni. Egli ordinò soltanto che si riunissero per fare qualcosa effettivamente — consumare insieme la cena del ricordo della sua vita di conferimento su Urantia.
Quale errore commettono i Cristiani quando, presentando il Cristo come l’ideale supremo di guida spirituale, osano esigere che gli uomini e le donne coscienti di Dio respingano la guida storica degli uomini conoscenti Dio e che hanno contribuito ad illuminare la loro nazione o razza particolare durante le ere passate.

6. La religione istituzionale

Il settarismo è una malattia della religione istituzionale ed il dogmatismo è una schiavitù della natura spirituale. È molto meglio avere una religione senza una Chiesa che una Chiesa senza religione. Il disordine religioso del ventesimo secolo non è in se stesso e per se stesso indice di decadenza spirituale. La confusione precede sia la crescita sia la distruzione.
C’è uno scopo reale nella socializzazione della religione. Le attività religiose di gruppo hanno per scopo di mettere in scena le devozioni della religione; di magnificare le attrattive della verità, della bellezza e della bontà; di favorire il richiamo dei valori supremi; di accrescere il servizio di una fraternità disinteressata; di glorificare i potenziali della vita di famiglia; di promuovere l’istruzione religiosa; di fornire saggi consigli e direttive spirituali e d’incoraggiare il culto collettivo. Tutte le religioni viventi incoraggiano l’amicizia umana, preservano la moralità, promuovono il benessere della loro regione e facilitano la diffusione del vangelo essenziale dei loro rispettivi messaggi di salvezza eterna.
Ma via via che la religione diviene istituzionalizzata, il suo potere di fare del bene diminuisce, mentre le possibilità di fare del male si accrescono considerevolmente. I pericoli della religione formalizzata sono: fissazione delle credenze e cristallizzazione dei sentimenti; accumulazione degli interessi acquisiti con accrescimento della secolarizzazione; tendenza a standardizzare e a fossilizzare la verità; deviazione della religione dal servizio di Dio al servizio della Chiesa; inclinazione dei capi a diventare amministratori invece che ministri; tendenza a formare delle sette e delle divisioni in concorrenza; istituzione di un’autorità ecclesiastica oppressiva; creazione dell’atteggiamento aristocratico di “popolo eletto”; insorgenza d’idee false ed esagerate sulla sacralità; abitudinarietà della religione e pietrificazione del culto; tendenza a venerare il passato ignorando i bisogni del presente; incapacità di dare delle interpretazioni moderne della religione; mescolanza con funzioni di istituzioni secolari. Essa crea inoltre la dannosa discriminazione delle caste religiose; diventa un giudice intollerante dell’ortodossia; non riesce a tenere avvinto l’interesse della gioventù avventurosa e perde gradualmente il messaggio salvifico del vangelo della salvezza eterna.
La religione formale frena gli uomini nelle loro attività spirituali personali invece di liberarli per il servizio più elevato di costruttori del regno.

7. Il contributo della religione

Sebbene le Chiese e tutti gli altri gruppi religiosi debbano tenersi fuori di ogni attività secolare, allo stesso tempo la religione non deve fare niente per ostacolare o ritardare la coordinazione sociale delle istituzioni umane. La vita deve continuare a crescere in significati; l’uomo deve proseguire la sua riforma della filosofia e la sua chiarificazione della religione.
La scienza politica deve effettuare la ricostruzione dell’economia e dell’industria mediante le tecniche che apprende dalle scienze sociali e con la percezione ed i motivi forniti dalla vita religiosa. In ogni ricostruzione sociale la religione apporta una devozione stabilizzante ad un oggetto trascendente, ad uno scopo consolidante situato al di là e al di sopra dell’obbiettivo temporale immediato. In mezzo alle confusioni di un ambiente in rapido cambiamento l’uomo mortale ha bisogno del sostegno di una vasta prospettiva cosmica.
La religione ispira l’uomo a vivere coraggiosamente e gioiosamente sulla faccia della terra; essa unisce la pazienza alla passione, l’intuizione allo zelo, la simpatia al potere e gli ideali all’energia.
Un uomo non può mai decidere saggiamente su questioni temporali né trascendere l’egoismo degli interessi personali se non medita in presenza della sovranità di Dio e non tiene conto delle realtà dei significati divini e dei valori spirituali.
L’interdipendenza economica e la fraternità sociale condurranno alla fine alla fratellanza. L’uomo è per natura un sognatore, ma la scienza lo sta attualmente rinsavendo, cosicché la religione può attivarlo con molto minor pericolo di provocare delle reazioni fanatiche. Le necessità economiche legano l’uomo alla realtà, e l’esperienza religiosa personale porta questo stesso uomo faccia a faccia con le realtà eterne di una cittadinanza cosmica in continua espansione ed in costante progresso


fonte: http://www.urantia.org/it/il-libro-di-urantia/fascicolo-99-i-problemi-sociali-della-religione

sabato 11 marzo 2017

proveniamo da altre dimensioni?

La frequenza con cui si parla della visita di astronavi extraterrestri sul nostro pianeta e di incontri, più o meno ravvicinati, con creature aliene, nasce da un interesse assolutamente legittimo e non ha, in sé, proprio nulla di fatuo o di ozioso, come piace pensare ai corrucciati e seriosi parrucconi della cultura accademica.
Ciò detto, bisogna però subito aggiungere che si tratta di una forma di pura evasione intellettuale, se non si possiede la piena ed intera consapevolezza che ciascuno di noi è un alieno, nel senso che ciascuno di noi è originario, letteralmente, di un’altra dimensione. Benché abitanti della Terra, noi non siamo figli di questa dimensione spazio-temporale, ma siamo figli dell’infinito.
Siamo giunti qui da altre dimensioni e da altri mondi, chiamati da una forza misteriosa, e a quella chiamata abbiamo risposto: «Sì», in un tempo e in un luogo dei quali non abbiamo conservato il ricordo, se non in forma estremamente confusa e indistinta, almeno stando a quanto ci dice il nostro Logos razionale (ma non così la pensano, ad esempio, i sogni che vengono a visitarci, la notte, in una sfera felice, sottratta alla tirannia di quest’ultimo).
Il fatto che, crescendo, la stragrande maggioranza degli esseri umani si dimentichino della propria origine ultradimensionale, ha come curiosa conseguenza che quei pochi che ne serbano memoria, finiscono per essere considerati un po’ “strani”, e, magari, anche per considerarsi “strani” essi medesimi.
Non stiamo parlando di teorie relativamente grossolane, come quella di Erich Von Däniken, secondo le quali noi siamo il frutto di un incrocio, o piuttosto di una serie di ibridazioni, fra gli ominidi cari all’evoluzionismo darwiniano e qualche evoluta razza proveniente da lontani corpi celesti.
No; non vogliamo alludere a una nostra provenienza aliena nel senso materiale del termine; non vogliamo dire che i nostri progenitori siano giunti sulla Terra a bordo di astronavi e cose del genere (per quanto, la cosa potrebbe anche essere vera, né l’idea dovrebbe destare particolare scandalo; non più di quella di Darwin, comunque, che ci vorrebbe discesi dagli alberi).
Vogliamo dire, più semplicemente, che, in senso tecnico, nessuno di noi è veramente un terrestre, se per terrestre si intende una creatura materiale interamente legata ai propri processi fisiologici e al proprio ambiente fisico: insomma una creatura che esaurisce tutto il proprio campo esistenziale in un orizzonte puramente circoscritto e immanente.
La nostra parte spirituale, di cui il corpo è solo un supporto temporaneo (e, a nostro parere, illusorio, così come ogni altro ente materiale), viene da molto, molto lontano; non dalle stelle in senso astronomico, ma certamente dal Cielo in senso figurato. L’Essere luminoso, supremamente cosciente, infinitamente beato, ci ha tratti dal non-essere e ci ha chiamati a collaborare per tessere il meraviglioso arazzo dell’universo.
Un importante corollario della nostra non casualità è che, se non siamo giunti qui in seguito a un capriccio del destino, non sarebbe logico né sensato immaginare che per caso le nostre vite, talvolta, si sfiorino con quelle di altre creature; ma è molto più realistico pensare che ogni incontro che facciamo nella vita sia il risultato di un disegno vastissimo e armonioso, incommensurabilmente saggio e paziente, il cui scopo è aiutarci a fare ritorno, nel modo migliore e più felice possibile, alla luminosa sorgente dell’Essere.
Nulla incontriamo per caso: né i luoghi, né le situazioni, né le piante e gli animali o, tanto meno, gli altri esseri umani.
Questo, però, non significa affatto che tutto sia stato già predisposto e che a noi non resti altro che recitare la parte che altri ci hanno costruita. Infatti, c’è un momento, ed uno solo, nel quale noi siamo veramente pronti per gli incontri che facciamo, ed esso dipende proprio da noi e dal nostro livello di maturazione spirituale. Se quel momento non è ancora giunto, noi non siamo neppure in grado di riconoscere gli incontri della nostra vita; tanto meno saremmo in grado di trarne il benché minimo vantaggio.
Se un uomo delle caverne si trovasse fra le mani un calcolatore elettronico, non solo non saprebbe che farsene, ma nemmeno capirebbe che genere di oggetto sia: ne sarebbe così lontano che, probabilmente, rinuncerebbe a qualsiasi congettura. Infatti, quando il divario tra la realtà e la nostra capacità di percepirla è troppo grande, quello che inevitabilmente si verifica è un vero e proprio “black out”. E così facciamo noi quando incontriamo persone o situazioni importantissimi per la nostra crescita spirituale, ma che si trovano troppo al di sopra del nostro livello attuale: non li notiamo nemmeno.
Se una persona comune incontrasse un Maestro, ad esempio, è cosa assolutamente certa che non lo riconoscerebbe, a meno che egli stesso non decidesse di rivelarsi; cosa piuttosto improbabile. Potrebbe darsi che un barbiere, ad esempio, serva per anni un certo cliente e gli tagli i capelli e la barba come a qualunque altro cliente; e tuttavia ignori di aver avuto il privilegio di trovarsi in presenza di un Maestro, ossia di una creatura umana che ha raggiunto un altissimo livello di consapevolezza spirituale.
Certo, potrebbe forse notare (ma non è detto) una certa qual luce misteriosa nel suo sguardo e, soprattutto, potrebbe percepire delle onde di energia positiva irradiare dalla sua persona; ma di qui a sospettare la verità, ce ne corre.
 Di sicuro egli non immaginerebbe che il suo cliente è una creatura capace di lasciare il proprio corpo fisico e quello eterico, di viaggiare con il corpo astrale fin nei più lontani pianeti, di vedere nel segreto delle anime e di collegarsi, entrando in meditazione o in preghiera, con la ineffabile sorgente dell’Essere, per riceverne ogni sorta di beneficio.
I pittori del Rinascimento solevano raffigurare i santi con l’aureola sul capo; ma, naturalmente, si tratta di una rappresentazione convenzionale. Di fatto, la santità non possiede dei segni di riconoscimento fisici che chiunque possa percepire di primo acchito; solo le persone che già sono dotate di una cospicua elevatezza spirituale possono, forse, intuirla a prima vista.
Dunque: ci si incontra, ci si sfiora, si passa oltre.
Raramente ci si riconosce, cioè si riconosce che la persona che stiamo incrociando in quel momento non è un viandante indifferente, che per puro caso sta incrociando i propri passi con i nostri, ma proprio quella persona che stavamo aspettando e che stavamo cercando. Ma quando il riconoscimento ha luogo, allora si accende un momento prezioso, emozionante, che riscatta mesi e anni di grigiore e di apatia. È come se un colpo di frusta ci rimettesse in piedi, scuotendoci dal nostro sonnecchiare, dal nostro vegetare: il sangue scorre più rapido nelle vene, pensieri entusiasmanti si affollano alla mente…
Lo ripetiamo: nessun incontro avviene a caso; ma capirlo e agire di conseguenza, ciò dipende dal nostro livello di consapevolezza.
Potremmo passare accanto a un tesoro, senza neanche vederlo; ma, quando siamo pronti, il significato di quell’incontro non ci sfuggirà. E i legami che possono nascere da tali incontri consapevoli, caratterizzati dalla reciproca attesa e dal reciproco riconoscimento, hanno veramente il profumo dell’infinito e la fragranza ineffabile dell’altrove e dell’eterno… se di eterno è lecito parlare nel contesto di questa dimensione spazio-temporale.
Crediamo che un elemento essenziale, decisivo, perché possano verificarsi degli incontri di questo genere - e non solo con le persone, ma anche con le situazioni o con qualsiasi altro ente - sia l’aver conservato in sé un po’ di quella freschezza, di quella spontaneità, di quella fiduciosa apertura verso il mondo che sono (o forse, ahimè, dovremmo dire: che erano) tipiche dei bambini.
Senza l’incanto del mondo, senza una certa quale ingenuità di fronte alla vita (e usiamo la parola nel suo significato più bello e positivo) passeremmo loro accanto senza degnarli di uno sguardo, con la più totale inconsapevolezza.
Le condizioni della società contemporanea, in particolare, sono tali da rendere ancor più difficili sia la consapevolezza, sia il riconoscimento degli incontri positivi (quelli negativi, infatti, non richiedono alcuna particolare capacità di percezione; sebbene anch’essi, come gli altri, discendono da una fondamentale ignoranza della propria verità interiore). La fretta convulsa, l’utilitarismo smaccato, l’alienazione causata da uno stile di vita consumista e delirante, la deresponsabilizzazione dell’individuo rispetto ai grandi apparati sociali e la continua derisione dell’ingenuità, in nome di una furbizia maligna e sommamente egoistica: tutto questo si oppone al riconoscimento delle realtà spirituali, in se stessi e negli altri.
Dovremmo ritrovare un po’ di quella freschezza, di quella spontaneità, di quella apertura esistenziale che avevamo da bambini e che l’intera società ancora possedeva, in qualche misura, fino alla svolta degli anni Settanta del secolo scorso (riferendoci, ovviamente, al contesto sociale e culturale dell’Occidente).
Parliamo di quando il consumismo, la tecnica, il pragmatismo e l’efficientismo esasperati, il produttivismo eretto a valore supremo, non avevano ancora distrutto interamente l’incanto del mondo negli adulti e, con esso, quella benevola ingenuità, quella accogliente capacità di stupirsi e di gioire anche per le piccole cose.
Parliamo di quando una scatola di soldatini o una bambola erano, per i bambini, la fonte di una gioia immensa e durevole.
Parliamo di quando una corsa in bicicletta o quattro chiacchiere tra coetanei erano tutto quanto un adolescente o un giovane desiderassero, al di fuori degli impegni dello studio e della collaborazione familiare per i lavoretti domestici.
Parliamo di quando una famigliola era felice di fare qualche giorno di vacanza al mare, nella spiaggia più vicina, in un albergo senza pretese, senza ascensore, senza condizionatore d’aria e senza la televisione o il frigo-bar in camera: per poi tornarsene a casa contenta e riposata, pur senza aver fatto le ore piccole in qualche rinomata discoteca e senza aver visto le scogliere coralline e i tramonti tropicali delle Seychelles.
E parliamo, soprattutto, della capacità di essere se stessi, di sentirsi bene nella propria pelle, di non inseguire il miraggio schizofrenico dell’apparire ad ogni costo.
I nostri figli non sarebbero più disposti ad andare a scuola con un maglione qualsiasi o con i libri legati da una cinghia, come facevamo noi; ma quello che è stato guadagnato in termini di benessere, peraltro solo apparente, e di discutibile prestigio sociale, è stato irrimediabilmente perduto in termini di essenzialità e, quindi, di spiritualità.
E solo una ricca e fresca vita spirituale può consentirci di riconoscere gli appuntamenti che la vita predispone per noi, nella sua infinita saggezza, nonché di trarne il massimo bene possibile, vale a dire la spinta perché possiamo procedere nel cammino della consapevolezza.
Incontrare una persona che ci aiuti in tale cammino è una cosa divina: una cosa che dovrebbe farci fremere di emozione e di gratitudine, se solo non fossimo così intorpiditi e abbrutiti da un modo di porci di fronte alla vita contraddistinto da una totale inconsapevolezza.
Qualcuno potrebbe domandare, a questo punto, come si possano coniugare l’ingenuità e la consapevolezza: domanda che già di per se stessa tradisce l’ottenebramento spirituale, tipico di una visione della realtà profondamente inconsapevole.
Infatti, sarebbe come domandare come si possano coniugare l’innocenza e la grazia (intesa, quest’ultima, nel senso di dono soprannaturale). La grazia è figlia dell’innocenza, così come la consapevolezza è figlia dell’ingenuità: dove per ingenuità - lo ripetiamo - si intende qualche cosa di bello, di fresco, di pulito, uno stupore e una gratitudine di fronte al mondo, una disponibilità all’apertura e alla rivelazione.
Ritrovare quel tipo di ingenuità, vuol dire sintonizzarsi sulla giusta lunghezza d’onda per riconoscere gli incontri preziosi che ci sfiorano nella vita, forse ogni giorno e ogni ora.


Fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=30727


domenica 5 marzo 2017

Piangere fa bene?



Per
pianto si intende comunemente l'atto di produrre e rilasciare lacrime in risposta ad un'emozione, sia essa negativa (dolore), che positiva (gioia).
Queste due componenti, lacrimazione ed emozione, possono anche non essere compresenti. Nei neonati, per esempio, data l'immaturità del dotto lacrimale, si può verificare un pianto senza lacrime. Altre situazioni, invece, determinano spremitura della ghiandola lacrimale in assenza di un'emozione correlata, come il contatto dell'occhio con sostanze irritanti (solfuri organici contenuti nella cipolla) o l'innervazione della ghiandola lacrimale da parte di neuroni secretagoghi diretti primitivamente alle ghiandole salivari (definita "pianto del coccodrillo").
Infine, il cosiddetto "piangere dal ridere" descrive una situazione dove non è tanto l'emozione gioiosa a determinare lacrimazione, quanto il complesso delle attivazioni muscolari determinato dal riso.

Il piangere è stato definito come "un complesso fenomeno secretomotore caratterizzato dall'effusione di lacrime da parte dell'apparato lacrimale, senza alcuna irritazione per le strutture oculari", in cui un collegamento neuronale tra la ghiandola lacrimale e le aree del cervello è coinvolto in un'emozione dapprima controllata. Si ritiene che nessun altro essere vivente oltre l'uomo possa produrre lacrime come risposta ai diversi stati emozionali, benché ciò non sia del tutto corretto per diversi scienziati.
Le lacrime prodotte durante pianti emozionali presentano una composizione chimica diversa dagli altri tipi di lacrime: contengono infatti un quantitativo significativamente più alto di ormoni prolattina, ormoni adrenocorticotropo, leu-encefalina, potassio e manganese.
Stando ad uno studio su oltre 300 individui adulti, in media gli uomini piangono una volta ogni mese, mentre le donne piangono almeno cinque volte al mese, prima e durante il ciclo mestruale, quando il pianto può incrementare anche di cinque volte, spesso senza evidenti ragioni. In molte culture è più socialmente accettabile per donne e bambini piangere che per gli uomini. È noto che le donne, soprattutto nel periodo premestruale, piangono molto più frequentemente degli uomini, e che gli adulti piangono meno dei bambini. Tuttavia le cause del pianto non sono molto differenti. Come i bambini anche noi adulti piangiamo quando siamo sferzati da un dolore fisico o psicologico; piangiamo, per un'importante perdita o per una grave frustrazione; piangiamo quando l'ansia, la stanchezza o lo stress sono eccessivi e insopportabili; piangiamo per liberare il nostro animo dalle preoccupazioni e dagli affanni. Sono dolci e ben accette le lacrime di commozione quando assistiamo a uno spettacolo televisivo o teatrale commovente e struggente. Allo stesso modo è sicuramente piacevole il pianto quando la nostra emotività è sollecitata da un'intensa gioia provata.
Sulla funzione ed origine delle lacrime emozionali non si è ancora trovata una risposta definitiva: le diverse teorie proposte spaziano dalle ipotesi più semplici, come una risposta al dolore provato, a quelle più complesse, compresa la comunicazione non verbale atta a "farsi comprendere" dagli altri.
Per Ippocrate e la medicina medievale, l'origine delle lacrime era da attribuirsi allo stato umorale del corpo, mentre il pianto era percepito come una purificazione del cervello dagli eccessi umorali. William James interpreta le emozioni come riflessi a priori del pensiero razionale, argomentando che lo stato fisiologico, come è lo stress, sia una precondizione necessaria per raggiungere la piena conoscenza delle emozioni come l'ira.
William H. Frey II, biochimico all'Università del Minnesota, ha dichiarato che le persone si sentono "meglio" dopo aver pianto, a causa dell'eliminazione di ormoni associati allo stress, e più specificamente degli ormoni adrenocorticotropo. Questo, unito all'incremento delle secrezioni delle mucose mentre si piange, potrebbe condurre alla teoria che il pianto sia un meccanismo sviluppato nell'uomo per disporre di questo "ormone antistress" come valvola di sfogo quando il livello di stress accumulato è troppo elevato.
Recenti teorie psicologiche evidenziano la relazione tra il pianto e la percezione della debolezza. Da questa prospettiva, la marcata esperienza di debolezza può spiegare in generale perché la gente piange.

Alcuni esempi di pianto tratti dall’esperienza clinica



Pianto di resistenza
E’ quello che impedisce l’accesso alle associazioni libere, occupa gran parte della seduta e strozza letteralmente la voce. Porterò ad esempio una giovane verosimilmente sottoposta ad agiti incestuosi fino alla fine dell’infanzia, tanto che già nei primi incontri aveva potuto far riferimento indiretto a tale materiale.
In questo caso di grave inibizione e tendenza alla difesa ossessiva, con disturbo dell’identità psicosessuale, mantenere il controllo è sintoma , ma anche difesa estrema da un ‘impulsività sentita come incontenibile e pericolosa; il pianto è una vergogna, di fatto l’unica espressione del comportamento che sfugga al controllo della ragazza. Quando meno lo vorrebbe, quando il desiderio di aggredire la soverchia, scoppia a piangere e, pur riconoscendo che i motivi sono insufficienti per giustificare una reazione tanto vistosa, non riesce a controllare la copiosa fuoriuscita di lacrime. Durante le prime sedute controlla i singulti con grande sforzo muscolare e inspirazioni forzate, ma le lacrime non possono essere trattenute e sgorgano in silenzio dagli occhi, inondando il cuscino. Un pianto coartato, di svasamento della tensione .
Se riuscisse a mollare la morsa del controllo ne sarebbe sollevata e, infatti, quell’unico cedimento è già un balsamo.
Pianto di fine analisi o di perdita del sintoma
Alle ultime sedute della sua analisi personale una giovane constata che passa le giornate a piangere. Lacrime copiose sgorgano anche senza singhiozzi: non si sente triste, ha davanti diverse prospettive che la interessano, è adeguatamente appagata da una relazione sentimentale e la monotonia del lavoro non le è più pesante, anzi riesce a trovare adattamenti gradevoli. Però pensa a sua sorella, che è maggiore, sta bene, ha raggiunto un discreto adattamento sociale e piange: pensa che il rapporto simbiotico che intratteneva prima è definitivamente sciolto; ripercorre e riconosce la coazione a scelte di sacrificio e di iperresponsabilizzazione che tale legame le imponeva inconsciamente; è consapevole delle condotte mortifere alle quali era ricorsa come unica via d’uscita dal giogo…ma piange!! L’emancipazione da una relazione che, seppure nevrotica, l’ha accompagnata per tutta la vita, la lascia in uno stato di smarrimento angoscioso e userà le ultime sedute per elaborare questa perdita.
Ricordando un incubo in infantile riportato all’inizio del lavoro, Atlante che lasciava cadere la terra, commenta: “Ho buttato via il pianeta e ora che faccio?”
Il pianto alla fine dell’analisi addolcisce il confronto con la solitudine certa e irreversibile determinata dalla perdita del pacchetto sintomatico che, pur avendoci fatto soffrire per tutto quel pezzo di vita precedente, ci ha anche permesso di sopravvivere… averlo smantellato e perduto è anche un dolore, da metabolizzare.
Angoscia senza pianto
Un analizzato che aveva attraversato diverse fasi autodistruttive fra le quali l’anoressia e la tossicodipendenza da eroina, si era trovato a misurarsi con un’altra polarità mortifera: il fantasma del gemello psichico. L’elaborazione di questo punto dell’analisi che era, in termini di sovradeterminazioni, il più recente attualizzarsi della fissazione fusionale, era accompagnata da intensa angoscia e si esprimeva nel transfert con la produzione di materiale onirico a contenuto omosessuale quale espressione del desiderio di ricostruzione dell’unità simbiotica.
L’angoscia era intensa e caratterizzava il quadro clinico riconducibile, in quel momento del lavoro, a una forma depressiva nella quale i pensieri di catastrofe erano espressi attraverso immagini cruente, di ferite aperte sanguinanti, o di timore di un agito violento autolesionistico. Il distacco dalla fissazione è doloroso: la fissazione è una difesa, abbandonarla fa sanguinare. La fissazione fusionale non conosce il pianto, attività che comporta la presenza di aria (quindi del post-natale), conosce però il sanguinamento che accompagna il travaglio di parto, il lento distaccarsi dei villi coriali e, probabilmente, anche i momenti finali della gravidanza durante i quali la placenta va involvendosi e coopera con questo fenomeno all’induzione del travaglio stesso. Involversi vuol dire che non è irrorata bene, e che si formano lacune emorragiche che andranno, poi, in necrosi.
Il rivissuto sull’analista permise infine l’accesso al pianto che emerse copioso, svincolato da contenuti specifici: potremmo dire un pianto endogeno che portò con sé l’abbassamento dell’angoscia, l’identificazione a immagini più salubri e in definitiva un discreto benessere.
Pianto endemico
Ancora oggi nelle culture che discendono dai Greci (Italia meridionale, penisola Balcanica meridionale e isole del Mediterraneo sud-orientale), il rituale funerario è accompagnato dalle “Piangenti”, coro di donne che si riunisce spontaneamente al triste evento e piange d’ufficio, ripetendo frasi di compianto che non mancano di ricordare la persona del defunto. Il cosiddetto “pianto greco” è la traccia di numerose sovradeterminazioni: del coro della tragedia greca classica, che aveva la funzione di esprimere i sentimenti suscitati dalle vicende del dramma; del coro, più antico, che accompagnava i riti funebri di personaggi eroici, cantandone le gesta; infine, del coro dei riti dionisiaci che le Menadi intonavano durante il baccanale culminante nel sacrificio del capro (animale totemico rappresentante Dioniso stesso).
Il “pianto greco” ha istituito da millenni una specie di regolamentazione delle espressioni di dolore come sostiene Ismail Kadarè 
1 , teso a formulare in maniera ordinata il dolore scomposto e spontaneo dei congiunti e proteggere il rito funebre. A tal proposito, per fare un esempio, si vedano in India i suicidi delle vedove sulle pire del compagno.
In altri termini il pianto greco rinforzerebbe il Super-Io a scopi catartico-salvifici nel fronteggiare tensioni potenzialmente distruttive.
Queste considerazioni sulla funzione normalizzatrice del pianto attraverso l’inserimento nei riti catartici delle cerimonie funebri ci riporta alla sua funzione, precedentemente definita, tendente all’eliminazione dell’eccesso di tensione e delle sensazioni di dispiacere: dunque, il pianto come regolamentatore del dolore, nel lutto come in ogni altra variazione omeostatica.

Il sentiero interiore: il viaggio dell’anima verso la propria verità

  Il sentiero interiore: il viaggio dell’anima verso la propria verità C’è un momento, nella vita di ogni essere umano, in cui il rumore del...