mercoledì 31 maggio 2017

Le schiere serafiche

PER QUANTO ne sappiamo, lo Spirito Infinito, qual è personalizzato nella capitale dell’universo locale, si propone di produrre dei serafini uniformemente perfetti, ma per qualche ragione sconosciuta questi discendenti serafici sono molto differenti. Tale diversità può essere il risultato di un’interposizione sconosciuta della Deità esperienziale in evoluzione; se è così, non possiamo provarlo. Tuttavia osserviamo che, dopo essere stati sottoposti a prove educative e ad una disciplina preparatoria, i serafini sono infallibilmente e distintamente classificati nei sette gruppi seguenti:
(426.2)  1. Serafini Supremi.(426.3) 2. Serafini Superiori.(426.4)  3. Serafini Supervisori.(426.5)  4. Serafini Amministratori.(426.6)  5. Assistenti Planetari.(426.7)  6. Ministri di Transizione.(426.8)  7. Serafini del Futuro.
(426.9)  Dire che un serafino è inferiore ad un angelo di qualunque altro gruppo non sarebbe vero. Nondimeno ogni angelo svolge inizialmente dei servizi limitati al gruppo della sua classificazione originaria e naturale. Il mio associato serafico nella preparazione di questa dichiarazione, Manotia, è un serafino supremo che prima operava soltanto come serafino supremo. Con applicazione e devoto servizio ha portato a termine, uno per uno, tutti e sette i servizi serafici, avendo operato in quasi tutte le vie di servizio aperte ad un serafino, ed ora ha il grado di capo aggiunto dei serafini su Urantia.
(426.10) Gli esseri umani hanno talvolta difficoltà a comprendere che una capacità creata per un ministero di livello superiore non implica necessariamente la capacità di operare su livelli di servizio relativamente inferiori. L’uomo comincia la vita come bambino inerme; perciò ogni realizzazione umana deve includere tutti i requisiti esperienziali indispensabili. I serafini non hanno questa vita preadulta — non hanno infanzia. Essi sono tuttavia delle creature esperienziali, e mediante l’esperienza e per mezzo di un’educazione addizionale possono accrescere il loro patrimonio divino ed innato di capacità con l’acquisizione esperienziale di una qualificazione funzionale in uno o più servizi serafici.
(426.11)  Dopo aver ricevuto un incarico, i serafini sono assegnati alle riserve del loro gruppo naturale. Quelli con status planetario di amministratore servono spesso per lunghi periodi secondo la loro classificazione originaria, ma più elevato è il loro livello di funzione innato, più i ministri angelici cercano persistentemente di essere assegnati agli ordini inferiori del servizio universale. In modo speciale essi desiderano essere assegnati alle riserve degli assistenti planetari, e se ci riescono si arruolano nelle scuole celesti annesse al quartier generale del Principe Planetario di qualche mondo evoluzionario. Qui essi iniziano lo studio delle lingue, della storia e dei costumi locali delle razze dell’umanità. I serafini devono acquisire conoscenza ed esperienza in modo molto simile a quello degli esseri umani. Essi non sono molto lontani da voi in certi attributi della personalità. E tutti loro si sforzano di cominciare dalla base, dal livello di ministero più basso possibile; in tal modo possono sperare di raggiungere il livello più alto possibile di destino esperienziale.



1. I serafini supremi


(427.1) Questi serafini sono il più elevato dei sette ordini rivelati di angeli dell’universo locale. Essi operano in sette gruppi, ciascuno dei quali è strettamente associato ai ministri angelici del Corpo Serafico di Compimento.
(427.2)  1. Ministri del Figlio e dello Spirito. Il primo gruppo dei serafini supremi è assegnato al servizio dei Figli elevati e degli esseri originati dallo Spirito che risiedono ed operano nell’universo locale. Questo gruppo di ministri angelici serve anche il Figlio d’Universo e lo Spirito d’Universo ed è strettamente associato al corpo d’informazioni del Radioso Astro del Mattino, il capo esecutivo nell’universo delle volontà congiunte del Figlio Creatore e dello Spirito Creativo.
(427.3)  Essendo assegnati ai Figli e agli Spiriti elevati, questi serafini sono naturalmente associati agli estesi servizi degli Avonal del Paradiso, la discendenza divina del Figlio Eterno e dello Spirito Infinito. Gli Avonal del Paradiso sono sempre accompagnati in tutte le missioni magistrali e di conferimento da questo elevato e sperimentato ordine di serafini, i quali, in tali occasioni, si dedicano ad organizzare ed amministrare il lavoro speciale connesso con la fine di una dispensazione planetaria e con l’inaugurazione di una nuova era. Ma essi non si occupano del lavoro del giudizio che può essere incidentale ad un tale cambio di dispensazione.
(427.4)  Assistenti di Conferimento. Gli Avonal del Paradiso, ma non i Figli Creatori, quando si trovano in missione di conferimento sono sempre accompagnati da un corpo di 144 assistenti di conferimento. Questi 144 angeli sono i capi di tutti gli altri ministri del Figlio e dello Spirito che possono essere associati ad una missione di conferimento. Possono esservi legioni di angeli agli ordini di un Figlio di Dio incarnato in un conferimento planetario, ma tutti questi serafini saranno organizzati e diretti dai 144 assistenti di conferimento. Anche ordini superiori di angeli, supernafini e seconafini, potrebbero far parte della schiera di assistenti, e sebbene le loro missioni siano distinte da quelle dei serafini, tutte queste attività saranno coordinate dagli assistenti di conferimento.
(427.5)  Questi assistenti di conferimento sono serafini di compimento; essi hanno tutti attraversato i cerchi di Seraphington e raggiunto il Corpo Serafico di Compimento. Essi sono stati inoltre preparati in modo speciale a far fronte alle difficoltà ed a superare le emergenze associate ai conferimenti dei Figli di Dio per l’avanzamento dei figli del tempo. Questi serafini hanno tutti raggiunto il Paradiso e l’abbraccio personale della Seconda Sorgente e Centro, il Figlio Eterno.
(427.6)  I serafini anelano tanto a partecipare alle missioni dei Figli incarnati quanto ad essere assegnati ai mortali dei regni come guardiani del destino. Quest’ultimo incarico è il passaporto serafico più sicuro per il Paradiso, sebbene gli assistenti di conferimento abbiano compiuto il servizio più elevato nell’universo locale tra i serafini di compimento che hanno raggiunto il Paradiso.
(428.1)  2. Consulenti dei Tribunali. Questi sono i consulenti e gli assistenti serafici assegnati a tutti gli ordini giudicanti, dai conciliatori ai tribunali più elevati del regno. Questi tribunali non hanno lo scopo di emettere sentenze punitive, ma piuttosto di giudicare le divergenze d’opinione oneste e di decretare la sopravvivenza eterna dei mortali ascendenti. Il dovere dei consulenti dei tribunali consiste nel badare che tutte le accuse contro delle creature mortali siano formulate con giustizia e giudicate con misericordia. In questo lavoro essi sono strettamente associati agli Alti Commissari, mortali ascendenti fusi con lo Spirito che prestano servizio nell’universo locale.
(428.2)  I consulenti serafici dei tribunali servono molto spesso come difensori dei mortali. Non che ci sia una tendenza ad essere ingiusti verso le umili creature dei regni, ma mentre la giustizia esige il giudizio di ogni errore nell’ascesa verso la perfezione divina, la misericordia richiede che ogni passo falso sia giudicato equamente secondo la natura della creatura ed il proposito divino. Questi angeli sono gli esponenti e l’esemplificazione dell’elemento di misericordia insito nella giustizia divina — di un’equità basata sulla conoscenza dei fatti soggiacenti ai motivi personali e alle tendenze razziali.
(428.3)  Quest’ordine di angeli serve dai consigli dei Principi Planetari fino ai tribunali più elevati dell’universo locale, mentre i loro associati del Corpo Serafico di Compimento operano nei regni superiori di Orvonton, fino ai tribunali stessi degli Antichi dei Giorni su Uversa.
(428.4)  3. Orientatori Universali. Questi sono gli amici sinceri ed i consiglieri di tutte le creature ascendenti diplomate che stanno sostando per l’ultima volta su Salvington, nel loro universo d’origine, quando sono alla vigilia dell’avventura spirituale che si dispiega innanzi a loro nell’immenso superuniverso di Orvonton. In tali momenti molti ascendenti provano un sentimento che i mortali possono comprendere solo comparandolo con l’emozione umana della nostalgia. Alle loro spalle si estendono i regni del compimento, regni divenuti familiari per il lungo servizio e per la realizzazione morontiale; dinanzi a loro sta il mistero stimolante di un universo più grande e più vasto.
(428.5)  Gli orientatori universali hanno il compito di facilitare il passaggio dei pellegrini ascendenti dal livello di servizio universale raggiunto a quello non raggiunto; di aiutare questi pellegrini ad effettuare quegli aggiustamenti caleidoscopici nella comprensione dei significati e dei valori insiti nella realizzazione che un essere spirituale del primo stadio trova, non alla fine e all’apice dell’ascensione morontiale dell’universo locale, ma piuttosto alla base della lunga scala dell’ascensione spirituale che conduce al Padre Universale del Paradiso.
(428.6)  Molti dei diplomati di Seraphington, membri del Corpo Serafico di Compimento che sono associati a questi serafini, s’impegnano in un esteso insegnamento in certe scuole di Salvington dedite alla preparazione delle creature di Nebadon per le relazioni con la successiva era universale.
(428.7)  4. I Consiglieri d’Insegnamento. Questi angeli sono gli assistenti inestimabili del corpo insegnante spirituale dell’universo locale. I consiglieri d’insegnamento sono i segretari di tutti gli ordini d’insegnanti, dai Melchizedek e dai Figli Istruttori Trinitari fino ai mortali morontiali assegnati come aiutanti di quelli della loro specie che stanno appena dietro a loro nella scala della vita ascendente. Voi vedrete per la prima volta questi serafini insegnanti associati su qualcuno dei sette mondi delle dimore che circondano Jerusem.
(428.8)  Questi serafini diventano associati dei capi divisione delle numerose istituzioni educative e preparatorie degli universi locali, e sono assegnati in gran numero alle facoltà dei sette mondi di preparazione dei sistemi locali e delle settanta sfere educative delle costellazioni. Questo ministero si estende verso il basso fino ai singoli mondi. Anche gli insegnanti fedeli e consacrati del tempo sono assistiti, e spesso accompagnati, da questi consiglieri dei serafini supremi.
(429.1)  Il quarto conferimento del Figlio Creatore come creatura avvenne nelle sembianze di un consigliere d’insegnamento dei serafini supremi di Nebadon.
(429.2)  5. Direttori di Assegnazione. Un corpo di 144 serafini supremi è eletto di tanto in tanto dagli angeli che servono sulle sfere evoluzionarie e su quelle architettoniche abitate dalle creature. Questo corpo è il consiglio angelico più elevato su ogni sfera e coordina le fasi autonome di servizio e di assegnazione serafici. Questi angeli presiedono tutte le assemblee serafiche concernenti la linea del dovere o l’appello all’adorazione.
(429.3)  6. Gli Archivisti. Questi sono gli archivisti ufficiali per i serafini supremi. Molti di questi angeli elevati sono nati con le loro doti pienamente sviluppate; altri si sono qualificati per i loro posti di fiducia e di responsabilità con la diligente applicazione allo studio ed il fedele compimento d’incarichi similari mentre erano assegnati ad ordini inferiori o di minore responsabilità.
(429.4)  7. Ministri Non Incaricati. I serafini senza incarico dell’ordine supremo sono in gran numero servitori per scelta personale sulle sfere architettoniche e sui pianeti abitati. Questi ministri soddisfano volontariamente il soprappiù di richieste nel servizio dei serafini supremi, costituendo in tal modo la riserva generale di quest’ordine.



2. I serafini superiori


(429.5)  I serafini superiori sono così chiamati non perché sono in qualche senso qualitativamente superiori agli altri ordini di angeli, ma perché sono incaricati delle attività più elevate di un universo locale. Moltissimi membri dei primi due gruppi di questo corpo serafico sono serafini di compimento, angeli che hanno servito in tutte le fasi della preparazione e sono ritornati ad una destinazione glorificata come direttori della loro specie nelle sfere delle loro attività iniziali. Essendo un universo giovane, Nebadon non ha molti angeli di quest’ordine.
(429.6)  I serafini superiori operano nei sette gruppi seguenti:
(429.7)  1. Il Corpo d’Informazione. Questi serafini appartengono al gruppo personale di Gabriele, il Radioso Astro del Mattino. Essi percorrono l’universo locale raccogliendo le informazioni dei regni per la sua guida nei consigli di Nebadon. Sono il corpo d’informazione delle possenti schiere che Gabriele presiede in qualità di vicegerente del Figlio Maestro. Questi serafini non sono direttamente associati né ai sistemi né alle costellazioni e le loro informazioni affluiscono direttamente a Salvington su un circuito continuo, diretto e indi- pendente.
(429.8)  I corpi d’informazione dei vari universi locali possono comunicare fra loro, e lo fanno, ma soltanto all’interno di un dato superuniverso. C’è un differenziale d’energia che separa di fatto gli affari e le attività dei vari supergoverni. Un superuniverso può ordinariamente comunicare con un altro superuniverso solo mediante i mezzi e i dispositivi del punto di smistamento del Paradiso.
(430.1)  2. La Voce della Misericordia. La misericordia è la nota dominante del servizio serafico e del ministero angelico. È opportuno quindi che vi sia un corpo di angeli che, in modo speciale, illustri la misericordia. Questi serafini sono i veri ministri di misericordia degli universi locali. Essi sono gli ispirati capi che favoriscono gli impulsi superiori e le emozioni più sacre degli uomini e degli angeli. I direttori di queste legioni sono attualmente sempre serafini di compimento, che sono anche i guardiani diplomati del destino umano; cioè, ogni coppia angelica ha guidato almeno un’anima di origine animale durante la vita nella carne, ha successivamente attraversato i cerchi di Seraphington ed è stata arruolata nel Corpo Serafico di Compimento.
(430.2)  3. Coordinatori Spirituali. Il terzo gruppo di serafini superiori ha la sua base su Salvington, ma opera nell’universo locale ovunque possa servire utilmente. Sebbene i compiti di questi serafini siano essenzialmente spirituali e quindi al di là della reale comprensione della mente umana, voi cogliereste forse qualcosa del loro ministero ai mortali se spieghiamo che è stato affidato a questi angeli il compito di preparare gli ascendenti che soggiornano su Salvington al loro ultimo transito nell’universo locale — il passaggio dal livello morontiale più elevato allo status di esseri spirituali appena nati. Come i pianificatori mentali sui mondi delle dimore aiutano le creature sopravviventi ad aggiustarsi sui potenziali della mente morontiale ed a servirsene efficacemente, così su Salvington questi serafini istruiscono i diplomati morontiali sulle facoltà appena acquisite della mente spirituale. Ed essi servono i mortali ascendenti in molti altri modi.
(430.3) 4. Insegnanti Assistenti. Gli insegnanti assistenti sono gli aiutanti e gli associati dei loro compagni serafini, i consiglieri d’insegnamento. Essi sono anche individualmente collegati con le vaste istituzioni educative dell’universo locale, specialmente con il settuplo piano d’istruzione operante sui mondi delle dimore dei sistemi locali. Un meraviglioso corpo di quest’ordine di serafini funziona su Urantia allo scopo di sostenere e far progredire la causa della verità e della rettitudine.
(430.4)  5. I Trasportatori. Tutti i gruppi di spiriti tutelari hanno i loro corpi di trasporto, ordini angelici dediti al compito di trasportare le personalità che non sono in grado di viaggiare da se stesse da una sfera all’altra. I serafini superiori del quinto gruppo hanno la loro sede su Salvington e servono come attraversatori dello spazio da e per la capitale dell’universo locale. Come per altre suddivisioni dei serafini superiori, alcuni trasportatori furono creati tali mentre altri si sono elevati partendo dai gruppi inferiori o meno dotati.
(430.5)  La “riserva d’energia” dei serafini è del tutto adeguata alle necessità dell’universo locale ed anche del superuniverso, ma essi non potrebbero mai far fronte alle esigenze d’energia imposte da un viaggio così lungo come quello da Uversa ad Havona. Un tragitto così impegnativo richiede i poteri speciali di un seconafino primario dotato per i trasporti. I trasportatori si caricano d’energia per il volo durante il transito e recuperano il loro potere personale alla fine del viaggio.
(430.6)  Anche su Salvington i mortali ascendenti non posseggono forme personali di transito. Gli ascendenti devono ricorrere al trasporto serafico per avanzare di mondo in mondo fino all’ultimo sonno di riposo sul cerchio più interno di Havona ed al risveglio eterno in Paradiso. Successivamente voi non dipenderete più dagli angeli per il trasporto da universo ad universo.
(430.7)  Il processo d’inserafinamento non è dissimile dall’esperienza della morte o del sonno, eccetto che c’è un elemento automatico di tempo nell’assopimento del transito. Voi siete coscientemente incoscienti durante il riposo serafico. Ma il vostro Aggiustatore di Pensiero è completamente e pienamente cosciente, in effetti straordinariamente efficiente, mentre voi siete incapaci di opporvi, di resistere o di porre altrimenti degli ostacoli al suo lavoro creativo e trasformatore.
(431.1)  Quando sarete inserafinati dormirete per un tempo determinato e vi risveglierete al momento previsto. La lunghezza di un viaggio, quando siete immersi nel sonno di transito, non ha importanza. Voi non siete direttamente consapevoli del trascorrere del tempo. È come se vi addormentaste su un veicolo da trasporto in una città e, dopo aver dormito pacificamente tutta la notte, vi risvegliaste in un’altra metropoli lontana. Avete viaggiato mentre dormivate. Ed è così che prendete il volo attraverso lo spazio, inserafinati, mentre vi riposate — mentre dormite. Il sonno di transito è provocato dal collegamento tra gli Aggiustatori ed i trasportatori serafici.
(431.2)  Gli angeli non possono trasportare corpi combustibili — carne e sangue — quali voi avete attualmente, ma possono trasportare tutti gli altri, dalle forme morontiali inferiori fino a quelle spirituali più elevate. Essi non operano nell’evento della morte naturale. Quando voi terminate la vostra carriera terrena, il vostro corpo rimane su questo pianeta. Il vostro Aggiustatore di Pensiero raggiunge il seno del Padre, e questi angeli non sono direttamente implicati nella ricostituzione successiva della vostra personalità sul mondo delle dimore d’identificazione. Là il vostro nuovo corpo è una forma morontiale, suscettibile di essere inserafinata. Voi “seminate un corpo mortale” nella tomba, e “raccogliete una forma morontiale” sui mondi delle dimore.
(431.3)  6. Gli Archivisti. Queste personalità si occupano in particolare di ricevere, classificare e rispedire le registrazioni di Salvington e dei suoi mondi associati. Essi servono anche come archivisti speciali per gruppi residenti di personalità superiori del superuniverso e come impiegati dei tribunali di Salvington e segretari dei loro dirigenti.
(431.4) I Trasmettitori — ricevitori e diffusori — sono una divisione specializzata degli archivisti serafici, e si occupano della spedizione di registrazioni e della disseminazione d’informazioni essenziali. Il loro lavoro è di ordine elevato, essendo posto in circuiti multipli in modo che 144.000 messaggi possono passare simultaneamente per una stessa linea d’energia. Essi adattano le tecniche ideografiche superiori dei capi archivisti serafici e mediante questi simboli comuni mantengono un contatto reciproco sia con i coordinatori d’informazioni dei supernafini terziari che con i coordinatori glorificati d’informazioni del Corpo Serafico di Compimento.
(431.5)  Gli archivisti serafici dell’ordine superiore effettuano in tal modo uno stretto collegamento con il corpo d’informazioni del loro stesso ordine e con tutti gli archivisti subordinati, mentre le trasmissioni permettono loro di mantenersi in costante comunicazione con gli archivisti superiori del superuniverso e, tramite questo canale, con gli archivisti di Havona ed i custodi della conoscenza in Paradiso. Molti archivisti dell’ordine superiore sono serafini ascesi da incarichi simili in sezioni inferiori dell’universo.
(431.6)  7. Le Riserve. Grandi riserve di tutti i tipi di serafini superiori sono mantenute su Salvington, immediatamente disponibili per essere inviate nei più lontani mondi di Nebadon allorché sono richieste dai direttori di destinazione o dagli amministratori dell’universo. Le riserve di serafini superiori forniscono anche degli aiuti messaggeri su richiesta del capo dei Brillanti Astri della Sera, che è incaricato della custodia e dell’invio di tutte le comunicazioni personali. Un universo locale è largamente fornito di mezzi adeguati d’intercomunicazione, ma c’è sempre un residuo di messaggi che richiedono di essere inviati tramite messaggeri personali.
(432.1)  Le riserve di base per l’intero universo locale sono mantenute sui mondi serafici di Salvington. Questo corpo include tutti i tipi di tutti i gruppi di angeli. 


 

3. I serafini supervisori


(432.2)  Quest’ordine versatile di angeli dell’universo è assegnato al servizio esclusivo delle costellazioni. Questi abili ministri installano i loro quartieri generali sulle capitali delle costellazioni, ma operano in tutto Nebadon nell’interesse dei regni loro assegnati.
(432.3)  1. Assistenti Supervisori. Il primo ordine di serafini supervisori è assegnato al lavoro collettivo dei Padri della Costellazione; questi serafini sono gli aiutanti sempre efficaci degli Altissimi e si occupano principalmente dell’unificazione e della stabilizzazione di un’intera costellazione.
(432.4)  2. Pronosticatori delle Leggi. Il fondamento intellettuale della giustizia è la legge, ed in un universo locale la legge ha origine nelle assemblee legislative delle costellazioni. Questi corpi deliberativi codificano e promulgano formalmente le leggi basilari di Nebadon, leggi destinate a fornire ad un’intera costellazione la massima coordinazione possibile compatibile con la politica stabilita di non violazione del libero arbitrio morale delle creature personali. Il dovere del secondo ordine di serafini supervisori è di presentare ai legislatori della costellazione una previsione di come un decreto proposto inciderebbe sulla vita delle creature dotate di libero arbitrio. Essi sono molto qualificati a svolgere questo servizio in virtù della loro lunga esperienza nei sistemi locali e sui mondi abitati. Questi serafini non cercano di favorire in modo particolare un gruppo od un altro, ma compaiono davanti ai legislatori celesti per parlare in nome di coloro che non possono essere presenti al fine di parlare per se stessi. Anche i mortali possono contribuire all’evoluzione della legge dell’universo, perché non sono necessariamente i desideri transitori e coscienti degli uomini che questi serafini rappresentano fedelmente e pienamente, ma piuttosto le vere interiori aspirazioni dell’uomo, dell’anima morontiale in evoluzione dei mortali materiali dei mondi dello spazio.
(432.5)  3. Architetti Sociali. Dai singoli pianeti fino ai mondi educativi morontiali, questi serafini lavorano a migliorare tutti i contatti sociali sinceri e a favorire l’evoluzione sociale delle creature dell’universo. Questi sono gli angeli che cercano di spogliare di ogni artificiosità le associazioni degli esseri intelligenti, sforzandosi di facilitare l’interassociazione delle creature dotate di volontà sulla base di una vera comprensione di sé e di una sincera stima reciproca.
(432.6)  Gli architetti sociali fanno quanto è di loro competenza ed in loro potere per mettere insieme individui appropriati affinché possano costituire sulla terra gruppi di lavoro efficienti e gradevoli. E talvolta questi gruppi si sono trovati riassociati sui mondi delle dimore per continuare un fruttuoso servizio. Ma non sempre questi serafini raggiungono i loro fini; non sempre riescono a mettere insieme coloro che formerebbero il gruppo più ideale per raggiungere un dato scopo o per assolvere un certo compito. In tali circostanze essi devono utilizzare il meglio del materiale disponibile.
(432.7)  Questi angeli continuano il loro ministero sui mondi delle dimore e sui mondi morontiali superiori. Essi si occupano di ogni iniziativa che ha a che fare con il progresso sui mondi morontiali e che concerne tre o più persone. Due esseri sono considerati operanti come una coppia, complementari o su una base associativa, ma quando tre o più esseri sono raggruppati per un servizio, costituiscono un problema sociale e ricadono perciò sotto la giurisdizione degli architetti sociali. Su Edentia questi efficienti serafini sono organizzati in settanta divisioni, e queste divisioni operano sui settanta mondi di progresso morontiale che circondano la sfera capitale.
(433.1)  4. Sensibilizzatori di Etica. La missione di questi serafini è di mantenere e promuovere nelle creature la crescita dell’apprezzamento della moralità nell’ambito delle relazioni interpersonali, perché questo è il germe ed il segreto della crescita continua e finalizzata della società e del governo, umani o superumani. Questi elevatori dell’apprezzamento etico operano in ogni tempo e luogo in cui si trovano a servire come consiglieri volontari dei governanti planetari e come insegnanti di ricambio sui mondi educativi dei sistemi. Tuttavia, voi sarete posti sotto la loro completa direzione solo dopo aver raggiunto le scuole della fratellanza su Edentia, dove essi stimoleranno il vostro apprezzamento di quelle stesse verità sulla fraternità che anche in seguito approfondirete con tanto fervore mediante l’esperienza effettiva di vivere con gli univitatia nei laboratori sociali di Edentia, i settanta satelliti della capitale di Norlatiadek.
(433.2)  5. I Trasportatori. I serafini supervisori del quinto gruppo operano come trasportatori delle personalità, portando esseri da e verso le capitali delle costellazioni. Questi serafini trasportatori, mentre sono in volo da una sfera all’altra, sono pienamente coscienti della loro velocità, direzione e posizione astronomica. Essi non attraversano lo spazio come fossero proiettili inanimati. Possono passare vicini l’un l’altro durante un volo spaziale senza il minimo pericolo di collisione. Essi sono perfettamente capaci di variare velocità di progressione e di modificare la direzione del volo, ed anche di mutare destinazione se i loro direttori glielo ordinassero ad un qualunque punto d’incrocio nello spazio dei circuiti universali d’informazione.
(433.3)  Queste personalità di transito sono organizzate in modo da poter utilizzare simultaneamente tutte e tre le linee d’energia distribuite nell’universo, ciascuna delle quali ha una propria velocità spaziale di 299.790 chilometri al secondo. Questi trasportatori sono così in grado di sovrapporre la velocità dell’energia alla velocità del potere fino a raggiungere, nel corso dei loro lunghi viaggi, una velocità media compresa tra circa 880.000 e 900.000 chilometri al secondo del vostro tempo. La velocità è influenzata dalla massa e dalla prossimità di materia vicina e dall’intensità e direzione dei vicini circuiti principali di potere universale. Ci sono numerosi tipi di esseri simili ai serafini che sono capaci di attraversare lo spazio e che sono anche capaci di trasportare altri esseri convenientemente preparati.
(433.4)  6. Gli Archivisti. I serafini supervisori del sesto ordine agiscono come archivisti speciali degli affari delle costellazioni. Un corpo numeroso ed efficiente di loro funziona su Edentia, la capitale della costellazione di Norlatiadek, alla quale appartengono il vostro sistema ed il vostro pianeta.
(433.5)  7. Le Riserve. Riserve generali di serafini supervisori sono mantenute sulle capitali delle costellazioni. Questi angeli di riserva non sono in alcun senso inattivi; molti servono come aiuti messaggeri dei governanti delle costellazioni; altri sono assegnati alle riserve dei Vorondadek senza incarico su Salvington; altri ancora possono essere assegnati ai Figli Vorondadek in missione speciale, come l’osservatore Vorondadek, e talvolta Altissimo reggente, di Urantia.


 

4. I serafini amministratori


(434.1)  I serafini del quarto ordine sono assegnati alle funzioni amministrative dei sistemi locali. Essi sono nativi delle capitali dei sistemi, ma stazionano in gran numero sui mondi delle dimore, sulle sfere morontiali e sui pianeti abitati. I serafini del quarto ordine sono per natura dotati di straordinarie capacità amministrative. Essi sono gli abili assistenti dei direttori delle divisioni minori del governo universale di un Figlio Creatore e si occupano principalmente degli affari dei sistemi locali e dei mondi che li compongono. Essi sono organizzati per servire nel modo seguente:
(434.2) 1. Assistenti Amministrativi. Questi abili serafini sono gli assistenti diretti di un Sovrano del Sistema, un Figlio Lanonandek primario. Essi sono d’inestimabile aiuto nell’esecuzione dei complessi dettagli del lavoro esecutivo della capitale di un sistema. Servono inoltre come agenti personali dei dirigenti del sistema, andando e venendo in gran numero dai vari mondi di transizione ai pianeti abitati, eseguendo molti incarichi per il benessere del sistema e nell’interesse fisico e biologico dei suoi mondi abitati.
(434.3)  Questi stessi amministratori serafici sono assegnati anche ai governi dei governanti dei mondi, i Principi Planetari. La maggior parte dei pianeti di un dato universo è sotto la giurisdizione di un Figlio Lanonandek secondario, ma su certi mondi, come Urantia, c’è stato un fallimento del piano divino. In caso di defezione di un Principe Planetario, questi serafini sono assegnati agli amministratori fiduciari Melchizedek ed ai loro successori nell’autorità planetaria. L’attuale governante in funzione di Urantia è assistito da un corpo di mille serafini di questo versatile ordine.
(434.4) 2. Guide di Giustizia. Questi sono gli angeli che presentano il sommario delle testimonianze concernenti il benessere eterno degli uomini e degli angeli quando tali questioni pervengono in giudizio nei tribunali di un sistema o di un pianeta. Essi preparano le comparse di tutte le udienze preliminari implicanti la sopravvivenza dei mortali, comparse che sono successivamente portate con i fascicoli di tali casi davanti ai tribunali superiori dell’universo e del superuniverso. La difesa di tutti i casi di dubbia sopravvivenza è preparata da questi serafini, che hanno una perfetta comprensione di tutti i dettagli di ogni aspetto di ciascun capo d’accusa formulato dagli amministratori della giustizia dell’universo.
(434.5)  Questi angeli non hanno la missione di vincere o di ritardare la giustizia, ma piuttosto di assicurare che a tutte le creature sia applicata una giustizia infallibile con generosa misericordia ed in equità. Questi serafini operano spesso sui mondi locali, comparendo di solito davanti alle terne arbitrali delle commissioni di conciliazione — i tribunali per i malintesi minori. Molti di quelli che hanno servito un tempo come guide di giustizia nei regni inferiori appaiono più tardi come Voci della Misericordia nelle sfere superiori e su Salvington.
(434.6)  Nella ribellione di Lucifero in Satania pochissime guide di giustizia andarono perdute, ma più di un quarto degli altri serafini amministratori e degli ordini inferiori di ministri serafici furono sviati ed ingannati dai sofismi di una libertà personale sfrenata.
(434.7)  3. Interpreti della Cittadinanza Cosmica. Quando i mortali ascendenti hanno completato la preparazione sui mondi delle dimore, il primo apprendistato di studenti nella carriera universale, è loro permesso gioire delle soddisfazioni transitorie di una relativa maturità — la cittadinanza della capitale del sistema. Benché il raggiungimento di ogni meta ascendente sia una reale conquista, in senso più ampio tali mete sono semplicemente delle pietre miliari sul lungo sentiero che porta al Paradiso. Ma per quanto relativi possano essere questi successi, a nessuna creatura evoluzionaria è mai negata la piena, seppure provvisoria, soddisfazione del raggiungimento di una meta. Di tanto in tanto c’è una pausa nell’ascensione al Paradiso, un breve attimo di tregua durante il quale gli orizzonti dell’universo sono immobili, lo status delle creature è stazionario e la personalità assapora la dolcezza del raggiungimento della meta.
(435.1)  Il primo di questi periodi nella carriera di un ascendente mortale avviene sulla capitale di un sistema locale. Durante questa pausa come cittadini di Jerusem voi tenterete di esprimere nella vita di creatura le cose che avete acquisito durante le otto precedenti esperienze di vita — comprendenti Urantia ed i sette mondi delle dimore.
(435.2)  Gli interpreti serafici della cittadinanza cosmica guidano i nuovi cittadini delle capitali del sistema e stimolano il loro apprezzamento per le responsabilità di un governo d’universo. Questi serafini sono anche strettamente associati ai Figli Materiali nell’amministrazione dei sistemi, mentre costoro illustrano la responsabilità e la moralità della cittadinanza cosmica ai mortali materiali sui mondi abitati.
(435.3)  4. Stimolatori della Moralità. Sui mondi delle dimore voi cominciate ad imparare l’autogoverno a beneficio di tutti gli interessati. La vostra mente apprende la cooperazione, apprende il modo di fare dei progetti con altri esseri più saggi. Sulle capitali dei sistemi gli insegnanti serafici stimoleranno ancora di più il vostro apprezzamento per la moralità cosmica — per le interazioni tra libertà e lealtà.
(435.4)  Che cos’è la lealtà? È il frutto di un apprezzamento intelligente della fratellanza universale. Non si può prendere tanto e non dare nulla. Via via che salite la scala della personalità, voi imparate prima ad essere leali, poi ad amare, poi ad essere filiali, e poi potete essere liberi. Ma finché non sarete dei finalitari, finché non avrete raggiunto le perfezione della lealtà, non potrete realizzare da voi stessi la finalità della libertà.
(435.5)  Questi serafini insegnano la fruttuosità della pazienza; insegnano che la stagnazione è morte certa, ma che la crescita troppo rapida è ugualmente suicida; che come una goccia d’acqua scende da un livello più alto verso uno più basso e, continuando a scorrere, scende sempre più in basso attraverso una successione di piccole cascate, così avviene verso l’alto per il progresso nei mondi morontiali e spirituali — e altrettanto lentamente e per stadi altrettanto graduali.
(435.6)  Ai mondi abitati gli stimolatori della moralità descrivono la vita mortale come una catena ininterrotta di molti anelli. Il vostro breve soggiorno su Urantia, su questa sfera d’infanzia umana, è solo un singolo anello, il primissimo di una lunga catena che si estende attraverso gli universi e lungo le ere eterne. Non è tanto importante quello che apprendete in questa prima vita; è l’esperienza di vivere questa vita che è importante. Anche il lavoro di questo mondo, per quanto elevato sia, non è affatto così importante quanto il modo in cui effettuate questo lavoro. Non c’è alcuna ricompensa materiale per una vita retta, ma c’è una profonda soddisfazione — una coscienza di compimento — e ciò trascende ogni possibile ricompensa materiale.
(435.7)  Le chiavi del regno dei cieli sono: sincerità, maggior sincerità e ancora più sincerità. Tutti gli uomini posseggono queste chiavi. Gli uomini se ne servono — si elevano in status spirituale — per mezzo di decisioni, altre decisioni ed ancor più decisioni. La scelta morale più elevata è la scelta del valore più alto possibile, e sempre — in ogni sfera, in tutte le sfere — questa è la scelta di fare la volontà di Dio. Se un uomo fa questa scelta è grande, anche se è il cittadino più umile di Jerusem o anche l’ultimo dei mortali di Urantia.
(436.1) 5. I Trasportatori. Questi sono i serafini trasportatori che operano nei sistemi locali. In Satania, il vostro sistema, essi trasportano passeggeri da o per Jerusem e servono anche come trasportatori interplanetari. Raramente passa un giorno in cui un serafino trasportatore di Satania non depositi sulle rive di Urantia qualche studente visitatore o qualche altro viaggiatore di natura spirituale o semispirituale. Questi stessi attraversatori dello spazio vi porteranno un giorno da uno dei vari mondi del gruppo che forma la capitale del sistema all’altro, e quando la vostra assegnazione a Jerusem sarà terminata, essi vi porteranno fino ad Edentia. Ma in nessuna circostanza vi riporteranno sul mondo di vostra origine umana. Un mortale non ritorna mai sul suo pianeta natale durante la dispensazione della sua esistenza temporale, e se dovesse tornarvi durante una successiva dispensazione, sarebbe accompagnato da un serafino trasportatore del gruppo della capitale dell’universo.
(436.2)  6. Gli Archivisti. Questi serafini sono i custodi dei triplici archivi dei sistemi locali. Il tempio degli archivi sulla capitale di un sistema è una struttura straordinaria, per un terzo materiale, costituita di metalli e di cristalli luminosi; per un terzo morontiale, fabbricata con una combinazione d’energia materiale e spirituale, ma al di là del campo visivo umano; e per un terzo spirituale. Gli archivisti di quest’ordine dirigono e mantengono questo triplice sistema di archivi. Gli ascendenti mortali consulteranno prima gli archivi materiali, i Figli Materiali e gli esseri superiori di transizione consultano quelli delle sale morontiali, mentre i serafini e le personalità spirituali superiori del regno esaminano i documenti della sezione spirituale.
(436.3)  7. Le Riserve. I serafini amministratori del corpo di riserva di Jerusem trascorrono molto del loro tempo d’attesa a visitare, come compagni spirituali, i mortali ascendenti appena arrivati dai vari mondi del sistema — i diplomati accreditati dei mondi delle dimore. Uno dei piaceri del vostro soggiorno su Jerusem durante i periodi di vacanza sarà di andare a trovare questi serafini del corpo di riserva in attesa, che hanno tanto viaggiato ed accumulato tante esperienze, e parlare con loro.
(436.4)  Sono proprio le relazioni amichevoli come queste che rendono la capitale di un sistema così cara ai mortali ascendenti. Su Jerusem voi troverete la prima mescolanza di Figli Materiali, di angeli e di pellegrini ascendenti. Qui fraternizzano esseri che sono totalmente spirituali e semispirituali con individui che sono appena emersi dall’esistenza materiale. Qui le forme mortali sono talmente modificate e la capacità umana di reazione alla luce talmente ampliata che tutti sono in grado di godere di un reciproco riconoscimento e di un’affettuosa comprensione della loro personalità.


 

5. Gli assistenti planetari


(436.5) Questi serafini mantengono dei quartieri generali sulle capitali dei sistemi e, benché strettamente associati ai cittadini adamici che vi risiedono, sono principalmente assegnati al servizio degli Adami Planetari, gli elevatori biologici o fisici delle razze materiali sui mondi evoluzionari. Il lavoro di ministero degli angeli diventa d’interesse crescente via via che si avvicina ai mondi abitati, ai problemi reali affrontati dagli uomini e dalle donne del tempo che si stanno preparando al tentativo di raggiungere la meta dell’eternità.
(437.1)  Su Urantia gli assistenti planetari furono in maggior parte ritirati dopo il fallimento del regime adamico, e la supervisione serafica del vostro mondo fu assegnata in più larga misura agli amministratori, ai ministri di transizione e ai guardiani del destino. Ma questi aiuti serafici dei vostri Figli Materiali che hanno fallito servono ancora Urantia nei seguenti gruppi:
(437.2)  1. Le Voci del Giardino. Quando il corso planetario dell’evoluzione umana raggiunge il suo livello biologico più alto, appaiono sempre i Figli e le Figlie Materiali, gli Adami e le Eve, per accrescere ulteriormente l’evoluzione delle razze con l’effettivo apporto del loro plasma vitale superiore. Il quartier generale planetario di tali Adami ed Eve è generalmente denominato il Giardino di Eden, ed i loro serafini personali sono spesso conosciuti come le “Voci del Giardino”. Questi serafini sono d’inestimabile utilità per gli Adami Planetari in tutti i loro progetti per l’elevazione fisica ed intellettuale delle razze evoluzionarie. Dopo il fallimento adamico su Urantia alcuni di questi serafini furono lasciati sul pianeta ed assegnati ai successori in autorità di Adamo.
(437.3)  2. Gli Spiriti della Fratellanza. Dovrebbe essere evidente che, quando un Adamo ed un’Eva arrivano su un mondo evoluzionario, il compito di realizzare l’armonia razziale e la cooperazione sociale tra le sue diverse razze è di considerevoli proporzioni. È raro che queste razze di differenti colori e di nature diverse accettino di buon grado il piano della fratellanza umana. Questi uomini primitivi arrivano a comprendere la saggezza dell’interassociazione pacifica solo come risultato di una maturata esperienza umana ed attraverso il fedele ministero degli spiriti serafici della fratellanza. Senza l’opera di questi serafini gli sforzi dei Figli Materiali per armonizzare e far progredire le razze di un mondo in evoluzione sarebbero notevolmente ritardati. E se il vostro Adamo si fosse attenuto al piano originale per l’avanzamento di Urantia, questi spiriti della fratellanza avrebbero prodotto incredibili trasformazioni nella razza umana. Tenuto conto del fallimento di Adamo, è un fatto veramente rilevante che questi ordini serafici siano stati capaci di promuovere e portare alla realizzazione il grado di fratellanza che avete attualmente su Urantia.
(437.4) 3. Le Anime della Pace. I primi millenni che gli uomini evoluzionari spendono nello sforzo di elevarsi sono caratterizzati da molte lotte. La pace non è la condizione naturale dei regni materiali. I mondi comprendono inizialmente il senso di “pace in terra e buona volontà tra gli uomini” grazie al ministero delle anime serafiche della pace. Benché questi angeli siano stati molto ostacolati nei loro sforzi iniziali su Urantia, Vevona, il capo delle anime della pace al tempo di Adamo, fu lasciato su Urantia ed è attualmente assegnato al personale del governatore generale residente. E fu questo stesso Vevona che, quando nacque Micael, annunciò ai mondi come leader della schiera angelica: “Gloria a Dio in Havona e pace e buona volontà tra gli uomini sulla terra.”
(437.5)  Nelle epoche più avanzate di evoluzione planetaria questi serafini sono di valido aiuto nel sostituire l’idea di espiazione con il concetto dell’armonizzazione divina come filosofia della sopravvivenza umana.
(437.6)  4. Gli Spiriti della Fiducia. Il sospetto è la reazione innata degli uomini primitivi. Le lotte per la sopravvivenza delle ere primitive non ingenerano per loro natura fiducia. La fiducia è una nuova acquisizione umana dovuta al ministero di questi serafini planetari del regime adamico. La loro missione è d’inculcare la fiducia nella mente degli uomini in evoluzione. Gli Dei sono molto fiduciosi; il Padre Universale desidera affidare liberamente se stesso — come Aggiustatore — all’associazione con l’uomo.
(438.1)  Questo intero gruppo di serafini fu trasferito al nuovo regime dopo il fallimento di Adamo, e da allora essi hanno proseguito la loro opera su Urantia. E non sono stati del tutto privi di successo, poiché si sta ora sviluppando una civiltà che incorpora molti dei loro ideali di affidabilità e di fiducia.
(438.2) Nelle ere planetarie più avanzate questi serafini elevano nell’uomo l’apprezzamento della verità che “l’incertezza è il segreto della continuità della soddisfazione”. Essi aiutano i filosofi mortali a comprendere che, quando l’ignoranza è essenziale al successo, sarebbe un errore colossale per la creatura conoscere il futuro. Essi accrescono il gusto dell’uomo per il piacere dell’incertezza, per il senso dell’avventura ed il fascino di un futuro non definito e sconosciuto.
(438.3) 5. I Trasportatori. I trasportatori planetari servono i singoli mondi. La maggior parte degli esseri inserafinati portati su questo pianeta sono di passaggio; essi fanno solo una sosta; sono in custodia dei loro stessi trasportatori serafici speciali. Ma c’è un gran numero di questi serafini che sono stazionati su Urantia. Questi sono le personalità trasportatrici che operano partendo dai pianeti locali, per esempio da Urantia a Jerusem.
(438.4)  La vostra idea convenzionale sugli angeli si è formata nel modo seguente: nei momenti che precedono immediatamente la morte fisica si verifica talvolta nella mente umana un fenomeno riflettivo, e questa coscienza indistinta sembra visualizzare qualcosa della forma dell’angelo accompagnatore, e ciò è immediatamente tradotto nella mente di quell’individuo nei termini del concetto usuale di angelo.
(438.5)  L’idea errata che gli angeli posseggano ali non è interamente dovuta alle antiche nozioni che essi dovessero avere delle ali per volare nell’aria. A degli esseri umani è stato talvolta permesso di osservare dei serafini che si stavano preparando per un servizio di trasporto, e le tradizioni di queste esperienze hanno largamente determinato il concetto urantiano di angelo. Osservando un serafino trasportatore che si prepara a ricevere un passeggero per un transito interplanetario, si può vedere quello che assomiglia ad un duplice dispositivo di ali che si estendono dalla testa ai piedi dell’angelo. In realtà queste ali sono isolatori d’energia — scudi antifrizione.
(438.6)  Quando degli esseri celesti stanno per essere inserafinati per un trasferimento da un mondo ad un altro, sono portati nel quartier generale della sfera e, dopo la debita registrazione, sono indotti nel sonno di transito. Nel frattempo il serafino trasportatore si mette in posizione orizzontale immediatamente sopra il polo d’energia universale del pianeta. Mentre gli scudi d’energia sono completamente aperti, la personalità addormentata viene abilmente depositata dagli assistenti serafici di servizio direttamente sopra l’angelo trasportatore. Poi le coppie superiore ed inferiore di scudi vengono accuratamente chiuse e regolate.
(438.7)  E subito, sotto l’influenza dei trasformatori e dei trasmettitori, comincia una strana metamorfosi mentre il serafino si prepara a lanciarsi nelle correnti d’energia dei circuiti universali. All’apparenza esterna il serafino diviene appuntito alle due estremità ed è avvolto in una singolare luce color ambra al punto che molto presto è impossibile distinguere la personalità inserafinata. Quando tutto è pronto per la partenza, il capo dei trasporti ispeziona con cura il veicolo vivente, procede al controllo di routine per accertare se l’angelo sia o meno convenientemente inserito in circuito, e poi annuncia che il viaggiatore è correttamente inserafinato, che le energie sono regolate, che l’angelo è isolato e che tutto è pronto per il lampo di partenza. I controllori meccanici, in numero di due, prendono allora posizione. In questo momento il serafino trasportatore è divenuto una sagoma quasi trasparente, vibrante, a forma di siluro, di una luminosità scintillante. Ora lo spedizioniere dei trasporti del regno convoca le batterie ausiliarie dei trasmettitori d’energia viventi, solitamente in numero di mille. Mentre annuncia la destinazione del trasporto, egli si protende e tocca il punto più vicino del veicolo serafico, il quale saetta in avanti con la velocità di un fulmine, lasciando una scia di luminosità celeste che si estende per tutto il rivestimento atmosferico del pianeta. In meno di dieci minuti il meraviglioso spettacolo scomparirà anche dal campo visivo più potente dei serafini.
(439.1)  Mentre i rapporti spaziali planetari sono ricevuti a mezzogiorno sul meridiano del quartier generale spirituale designato, i trasportatori sono spediti da questo stesso luogo a mezzanotte. Quello è il momento più favorevole per la partenza ed è l’ora standard salvo diversa indicazione.
(439.2)  6. Gli Archivisti. Questi sono i custodi degli affari più importanti del pianeta connessi con la sua funzione come parte del sistema ed in quanto collegato con il governo dell’universo ed interessato ad esso. Essi registrano gli affari planetari, ma non si occupano di questioni relative alla vita e all’esistenza degli individui.
(439.3)  7. Le Riserve. Il corpo di riserva dei serafini planetari di Satania è mantenuto su Jerusem in stretta associazione con le riserve dei Figli Materiali. Queste abbondanti riserve bastano largamente per ogni fase delle molteplici attività di quest’ordine serafico. Questi angeli sono anche i portatori di messaggi personali dei sistemi locali. Essi servono i mortali di transizione, gli angeli ed i Figli Materiali, così come altri esseri domiciliati sulle capitali dei sistemi. Benché Urantia sia attualmente esclusa dai circuiti spirituali di Satania e di Norlatiadek, voi siete peraltro in intimo contatto con gli affari interplanetari, perché questi messaggeri provenienti da Jerusem vengono frequentemente su questo mondo come su tutte le altre sfere del sistema.


6. I ministri di transizione


(439.4)  Come suggerisce il loro nome, i serafini del ministero di transizione servono ovunque possono contribuire alla transizione delle creature dallo stato materiale a quello spirituale. Questi angeli servono dai mondi abitati fino alle capitali dei sistemi, ma quelli di Satania rivolgono attualmente i loro sforzi maggiori all’educazione dei mortali sopravviventi sui sette mondi delle dimore. Questo ministero è diversificato secondo i sette ordini di assegnazione seguenti:
(439.5) 1. Evàngeli Serafici.(439.6)  2. Interpreti Razziali.(439.7)  3. Organizzatori Mentali.(439.8)  4. Consiglieri Morontiali.(439.9)  5. Tecnici.(439.10)  6. Archivisti-Istruttori.(439.11)  7. Riserve Tutelari.
(439.12)  Apprenderete di più su questi ministri serafici per gli ascendenti di transizione in connessione con le narrazioni che trattano dei mondi delle dimore e della vita morontiale.


 

7. I serafini del futuro


(440.1) Questi angeli non esercitano il loro ministero in modo esteso salvo che nei regni più antichi e sui pianeti più evoluti di Nebadon. Un gran numero di loro è tenuto di riserva sui mondi serafici vicini a Salvington, dove sono impegnati in attività attinenti all’era di luce e vita che apparirà un giorno in Nebadon. Questi serafini operano in connessione con la carriera ascendente dei mortali, ma assistono quasi esclusivamente i mortali sopravviventi di qualcuno degli ordini d’ascensione modificati.
(440.2)  Poiché attualmente questi angeli non s’interessano direttamente di Urantia o degli Urantiani, è sembrato preferibile tralasciare la descrizione delle loro affascinanti attività.


 

8. Il destino dei serafini


(440.3) I serafini hanno origine negli universi locali ed in questi stessi regni in cui sono nati alcuni completano il loro destino di servizio. Con l’aiuto ed il consiglio degli arcangeli anziani alcuni serafini possono essere elevati alle funzioni eccelse di Brillanti Astri della Sera, mentre altri raggiungono lo status ed il servizio di coordinati non rivelati degli Astri della Sera. Possono essere tentate ancora altre avventure del destino in un universo locale, ma Seraphington rimane sempre la meta eterna di tutti gli angeli. Seraphington è la soglia angelica per il Paradiso e per il raggiungimento della Deità, la sfera di transizione dal ministero del tempo al servizio sublime dell’eternità.
(440.4)  I serafini possono raggiungere il Paradiso in decine — in centinaia — di modi, ma i più importanti tra quelli trattati in queste esposizioni sono i seguenti:
(440.5) 1. Acquisire l’ammissione alla dimora serafica in Paradiso a titolo personale raggiungendo la perfezione di un servizio specializzato come artigiano celeste, Consigliere Tecnico o Archivista Celeste. Divenire un Compagno Paradisiaco e, dopo aver così raggiunto il centro di tutte le cose, divenire forse in seguito un ministro e consulente eterno degli ordini serafici e di altri.
(440.6)  2. Essere convocati a Seraphington. In certe condizioni i serafini sono comandati nelle sfere superiori; in altre circostanze gli angeli raggiungono talvolta il Paradiso in un tempo molto più breve dei mortali. Ma per quanto qualificata possa essere una coppia di serafini, essi non possono prendere l’iniziativa di partire né per Seraphington né per altrove. Solo i guardiani del destino che hanno avuto successo possono essere sicuri di raggiungere il Paradiso per una via progressiva d’ascensione evoluzionaria. Tutti gli altri devono attendere pazientemente l’arrivo dei messaggeri paradisiaci dei supernafini terziari che si presentano con le convocazioni che ordinano loro di comparire nell’alto.
(440.7)  3. Raggiungere il Paradiso per mezzo della tecnica evoluzionaria umana. La scelta suprema dei serafini nella carriera del tempo è il posto di angelo guardiano, che permette loro di raggiungere la carriera della finalità ed essere qualificati per l’assegnazione alle sfere eterne del servizio serafico. Tali guide personali dei figli del tempo sono chiamate guardiani del destino, a significare che proteggono le creature mortali nel sentiero del destino divino, e che così facendo determinano il loro stesso alto destino.
(440.8)  I guardiani del destino sono scelti tra i ranghi delle personalità angeliche più sperimentate di tutti gli ordini di serafini che si sono qualificati per questo servizio. A tutti i mortali sopravviventi destinati a fondersi con l’Aggiustatore sono assegnati dei guardiani temporanei, e questi associati possono divenire di assegnazione permanente quando i sopravviventi mortali raggiungono lo sviluppo intellettuale e spirituale richiesto. Prima di lasciare i mondi delle dimore gli ascendenti mortali hanno tutti degli associati serafici permanenti. Questo gruppo di spiriti tutelari è trattato in connessione con le narrazioni concernenti Urantia.
(441.1)  Non è possibile per gli angeli raggiungere Dio partendo dal livello d’origine umano, perché essi sono creati “un po’ superiori a voi”. Ma è stato saggiamente disposto che, sebbene non sia loro possibile partire dal punto più basso, dalle basse terre spirituali dell’esistenza umana, essi possono scendere presso coloro che partono dal fondo e pilotare queste creature, passo dopo passo, mondo dopo mondo, fino ai portali di Havona. Quando gli ascendenti mortali lasciano Uversa per iniziare i cerchi di Havona, i guardiani che sono stati assegnati loro dopo la vita nella carne danno ai loro associati pellegrini un temporaneo addio e si recano su Seraphington, la destinazione angelica del grande universo. Qui questi guardiani tenteranno la conquista dei sette cerchi di luce serafica e senza dubbio vi riusciranno.
(441.2) Molti serafini assegnati come guardiani del destino durante la vita materiale, ma non tutti, accompagnano i loro associati mortali attraverso i cerchi di Havona, e certi altri serafini passano per i circuiti dell’universo centrale in un modo del tutto differente dall’ascensione dei mortali. Ma qualunque sia la via dell’ascensione, tutti i serafini evoluzionari attraversano Seraphington, e la maggior parte di loro passa per questa esperienza anziché per i circuiti di Havona.
(441.3)  Seraphington è la sfera di destino degli angeli, ed il raggiungimento di questo mondo è del tutto differente dalle esperienze dei pellegrini mortali su Ascendigton. Gli angeli non sono assolutamente sicuri del loro futuro eterno prima di aver raggiunto Seraphington. Non si è mai saputo che un angelo che ha raggiunto Seraphington abbia deviato; il peccato non troverà mai risposta nel cuore di un serafino di compimento.
(441.4)  I diplomati di Seraphington sono variamente assegnati: i guardiani del destino con esperienza dei cerchi di Havona entrano solitamente nel Corpo dei Finalitari Mortali. Altri guardiani, dopo aver superato le prove di separazione di Havona, raggiungono frequentemente i loro associati mortali in Paradiso, e alcuni divengono gli associati eterni dei finalitari mortali, mentre altri entrano nei vari corpi di finalitari non mortali, e molti vengono arruolati nel Corpo di Compimento Serafico.


 

9. Il Corpo di Compimento Serafico


(441.5)  Dopo aver raggiunto il Padre degli spiriti ed essere stati ammessi al servizio serafico di compimento, gli angeli sono talvolta assegnati al ministero dei mondi stabilizzati in luce e vita. Essi ottengono l’assegnazione agli eccelsi esseri trinitizzati degli universi ed ai servizi elevati del Paradiso e di Havona. Questi serafini degli universi locali hanno compensato con l’esperienza la differenza di potenziale divino che li separava precedentemente dagli spiriti tutelari dell’universo centrale e dei superuniversi. Gli angeli del Corpo di Compimento Serafico servono come associati dei seconafini superuniversali e come assistenti dei supernafini degli ordini elevati del Paradiso-Havona. Per questi angeli la carriera del tempo è terminata; d’ora in poi e per sempre essi sono i servitori di Dio, gli associati delle personalità divine ed i pari dei finalitari del Paradiso.
(441.6) Un gran numero di serafini di compimento ritorna ai propri universi natali per completarvi il ministero di dotazione divina mediante il ministero della perfezione esperienziale. Nebadon è, in senso comparativo, uno degli universi più giovani e non ha quindi tanti di questi diplomati tornati da Seraphington quanti se ne troverebbero in un regno più antico. Nondimeno il nostro universo locale è adeguatamente dotato di serafini di compimento, perché è significativo che i regni evoluzionari rivelino un crescente bisogno dei loro servizi via via che si avvicinano allo status di luce e vita. I serafini di compimento servono ora più estesamente con gli ordini supremi dei serafini, ma alcuni servono con ciascuno degli altri ordini angelici. Anche il vostro mondo beneficia dell’esteso ministero di dodici gruppi specializzati del Corpo di Compimento Serafico. Questi serafini maestri con funzione di supervisione planetaria accompagnano sui mondi abitati ogni Principe Planetario appena incaricato.
(442.1)  Molte affascinanti vie di ministero sono aperte ai serafini di compimento, ma come nei tempi preparadisiaci tutti loro anelavano ad essere incaricati come guardiani del destino, così nell’esperienza postparadisiaca essi desiderano maggiormente servire come accompagnatori di conferimento dei Figli del Paradiso incarnati. Essi sono ancora supremamente dediti al piano universale che avvia le creature mortali dei mondi evoluzionari nel lungo e seducente viaggio verso la meta di divinità e di eternità del Paradiso. Durante l’intera avventura mortale per trovare Dio e raggiungere la perfezione divina, questi ministri spirituali di compimento serafico, assieme ai fedeli spiriti tutelari del tempo, sono sempre e per sempre i vostri veri amici ed i vostri fidati aiutanti.

fonte:  Il Libro di Urantia

domenica 28 maggio 2017

FILOSOFI






Giordano Bruno ebbe la nascita a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era un  militare di professione e la madre Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’ Università.

Il suo torto fu di aver aderito alla visione copernicana, contrapponendo ad un universo chiuso e finito, infiniti universi. Il 1584 è l’anno in cui scrive "De l’infinito universo et mondi",
nel quale tratta il problema dell’essere dal punto di vista COSMOLOGICO: "l’essere è lo spazio infinito con i mondi innumerevoli" e dal punto di vista sotto l’aspetto METAFISICO: "l’essere č l’infinito stesso".
ASPETTO COSMOLOGICO
Aveva ragione Giordano Bruno? Il nostro potrebbe essere solo uno degli infiniti universi? Ebbene dopo 400 anni gli astronomi cominciano a chiedersi cosa c’era prima del Big Bang. Il nostro universo potrebbe essere emerso da un punto di un altro universo, dove la gravità è così intensa da piegare lo spazio attorno a sé e dove l’universo nascente appare come un buco nero, al cui interno però si sviluppa un altro spazio.
La scienza sta cercando di capire che cosa ci fosse prima di quell’esplosione, prima cioè della nascita stessa dell’universo. Tutto lascia intravedere la possibilità che, prima del nostro, ci siano stati molti altri Big Bang, e molti altri universi. Secondo alcuni studiosi di meccanica quantistica, la nostra stessa realtà si sdoppia ogniqualvolta una particella ha la possibilità di comportarsi in modi diversi e di conseguenza di dare vita a due universi paralleli.
Sembra insomma che dopo esserci abituati all’idea che, né la Terra, né il Sole, né la nostra galassia sono al centro del creato, dovremo presto accettare anche quella di non appartenere all’unico universo esistente.
Le costanti naturali fissate all’epoca del Big Bang, come la carica dell’elettrone o la velocità della luce, sembrano straordinariamente calibrate per favorire la nascita di un universo in cui possa emergere la coscienza.
Se la gravità fosse stata leggermente più forte, le stelle avrebbero bruciato il loro combustibile nucleare in meno di un anno. Se invece la forza che tiene insieme i nuclei degli atomi fosse stata appena più debole, gli astri non si sarebbero mai formati.
Insomma la vita sulla Terra è il risultato di circostanze così specifiche e restrittive da essere un evento di per sé altamente improbabile.
Ciò porta a pensare ed ammettere, quasi per esigenza logica, che si formino di continuo interi universi, ognuno con caratteristiche diverse. Alla fine, il nostro firmamento sarebbe uno tra i tanti "universi innumerevoli", ipotesi che tanto successo sta riscuotendo tra i cosmologi.
ASPETTO METAFISICO
Giordano Bruno va oltre la fisica e afferma l’ unità infinita dell’essere superiore ed inferiore. L’anima, le forme, la materia, sono - "prope nihil" - quasi nulla poiché non sono qualificazioni che hanno senso nella dimensione dell’ unità infinita. L’universo č il modo di manifestarsi dell’uno che non può  non manifestarsi, così che dal punto di vista metafisico abbiamo la sparizione della differenza. Il destino celeste non č quello dell’assoluta permanenza, della felicità e del premio, dell’esistenza liberata dal dolore, ma č un modo di parlare, una consolazione dell’esistenza, una "species phantastica". L’eguaglianza metafisica del cielo e della terra abolisce il sentimento della speranza cristiana, come sentimento sensato. La concezione dell’infinito corrisponde al problema esistenziale di vivere in una dimensione senza centro e senza sponde e, al limite, senza significato.
ANNIVERSARIO
Nel 2000, anno del Giubileo e 400° anniversario della morte del grande scienziato, gli astronomi si preparano a recarsi a Roma nella piazza Campo dei Fiori, non con l’intento di riabilitare Giordano Bruno ma semmai di riabilitare la Chiesa, se deciderà di chiedere perdono al mondo intero per aver condannato e bruciato vivo il filosofo e l’astronomo. Agli scienziati il compito primario di ricordare ed esaltare la grandezza di un uomo vissuto troppo presto per essere compreso dai suoi contemporanei.
Immanuel Kant, quarto di dieci figli, di cui sei morti in giovane età, nacque il 22 aprile 1724 a Konigsberg, capoluogo della Prussia orientale nonché fiorente centro portuale.
Le condizioni economiche della famiglia, che poggiavano essenzialmente sul lavoro paterno (il padre era sellaio), permisero solo al figlio più promettente di continuare gli studi, ed è per questo che Immanuel fu il solo di tutti i suoi fratelli a poter andare all’ università, scatenando non poche invidie tra i membri della sua stessa famiglia .Filosofia, matematica e fisica, furono i corsi prescelti da Kant per la sua formazione universitaria. Dopo gli studi Kant si mantenne inizialmente facendo il precettore.
Nel 1755 ottenne il primo incarico accademico, insegnando filosofia, matematica, fisica e geografia, e nel 1770 ottenne  la cattedra di professore ordinario di logica e di metafisica all' università di Konigsberg. Immanuel Kant morì  nella stessa città natale di Konigsberg il 27 febbraio 1804. 
PENSIERO
Il pensiero filosofico di Kant č incentrato attorno all’indagine della conoscenza pura, secondo lui raggiungibile attraverso l’adozione del giudizio sintetico a priori, che a differenza del giudizio analitico a priori del razionalismo e di quello sintetico a posteriori dell’empirismo, si costituiva dalla sintesi di un contenuto a posteriori, ossia le impressioni sensibili che formano la materia, e da un elemento a priori, cioè la forma propriamente detta non ricavabile dall’esperienza. Questo giudizio che aveva caratteristiche di universalità e necessità (poiché operato secondo le leggi proprie dello spirito umano), rappresentò per il mondo filosofico una vera “rivoluzione copernicana”.
Come Copernico, che nel campo astronomico capovolse la concezione dei Tolomeo ponendo non più la Terra (geocentrismo) al centro del nostro sistema, ma il Sole (eliocentrismo), allo stesso modo Immanuel Kant compì una rivoluzione nel modo di intendere la filosofia: il soggetto (paragonabile al sole copernicano), non gravitava più passivamente intorno all’oggetto (la terra), e non dipendeva più  da un mondo giù costituito secondo propri principi e leggi, ma con la sua attività a priori illuminava l’oggetto ordinando i dati sensibili.
Una volta definito questo concetto, la riflessione di Kant si concentrò sull’analisi critica di tutta l’ attività dell’uomo, elaborando quella trilogia unitaria che costituisce il cuore della filosofia kantiana: La Critica della ragion Pura, la critica della ragion Pratica e la Critica del Giudizio, 3 passaggi fondamentali che indagavano rispettivamente il modi di apprendere dell’uomo (conoscenza® critica della ragion pura), il suo modo di volere( azione® critica della ragion pratica), ed infine il suo modo di sentire (sentimento® critica del giudizio).
CRITICA DELLA RAGION PURA ® comprende tre gradi di conoscenza:
estetica trascendentale ® riguarda l’”intuizione” sensibile; Si cerca attraverso il giudizio sintetico a priori, di ridare oggettività a spazio e tempo, nell’incontro/scontro tra le forme pure dell’”Io” con la realtà sensibile. Ribadendo le definizioni essenziali che determinavano il giudizio sintetico a priori, Kant spiega la distinzione tra senso interno e senso esterno in cui l’uomo si imbatte quando vuole conoscere un oggetto nella realtà sensibile. “Io” -affermava Kant- “conosco un oggetto nelle sue dimensioni spaziali (altezza, lunghezza), come sensi esterni perché oggettivi nella conoscenza generale; ne conosco poi il senso interno cioè il tempo come parametro soggettivo, perché sono io medesimo a decidere cosa viene prima e cosa dopo”.
Analitica trascendentale ® Studia le attività dell’intelletto e le sue categorie. In questa parte Kant si propone di risolvere l’ attività dell’intelletto attraverso le 12 categorie o forme pure che lo costituiscono. Queste 12 categorie, detti anche “concetti puri” quando l’ “io” si scontra con il fascio caotico di sensazioni della realtà  esterna, entrano in gioco, ordinando la realtà stessa secondo gli schemi dell’ “Io” che deve necessariamente rimanere sempre uguale a se stesso. (a percezione trascendentale).
Dialettica trascendentale ®  Studia la ragione propriamente detta e le idee che si costruisce. Kant in questa fase risponde ad una domanda: “E’ possibile avere una metafisica come scienza?” Kant dice di no, perché mancano le condizioni necessarie. Egli asserisce che l’io dopo essere entrato in contatto con il mondo finito, con la sua ragione propriamente detta tenta di andare al di là, e di scoprire quindi l’infinito, e per farlo si crea delle idee regolatrici a cui aggrapparsi, e sono Dio, l’Anima, Il Mondo. Idee che sono solo esigenze della ragione e non realtà costitutive in quanto non sono FORME PURE DELL’IO  e anche se lo fossero mancherebbero del dato sensibile. Non possono pertanto realizzare la “sintesi a priori”. “Sintesi” perché il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto ad esso e a “a priori” perché essendo universali e necessari non possono derivare dall’esperienza. La seconda critica è  la CRITICA DELLA RAGION PRATICA che affronta il problema morale, ossia l’ “Io” che cerca una morale universale. Per trovarla l’ “io” ha due possibilità, o seguire gli istinti pulsionali garantendo una propria gratificazione personale, oppure seguire “l’imperativo categorico o super io”  che detta i criteri con cui agire in base ad una morale universale. Questo imperativo è solo un ordine che esclude qualsiasi gratificazione personale, perché l’ “io” agendo secondo morale agisce per il bene collettivo; è un “dovere per dovere”. L’Imperativo categorico ha tre leggi:
agisci in modo che la massima delle tue azioni sia una legge universale.
Agisci per te e per il tuo prossimo come fosse un fine e non un mezzo (non sottomettere nessuno).
Esiste poi un altro imperativo, quello ipotetico, che ha per presupposto un fine pratico: ” Se voglio la promozione devo studiare”.
Infine vi č la CRITICA DEL GIUDIZIO dove si affronta il problema estetico nel rapporto tra l’ “io” e la realtà che lo circonda, che si deve fondare a questo livello essenzialmente sulla fruizione della bellezza. Si media in pratica la libertà  dell’io con un fine estetico, con un giudizio estetico che esprime il sentimento di piacere per il bello che l’uomo prova quando contempla un oggetto senza scopo conoscitivo. In questa fruizione occorre distinguere tra il “bello” che si riferisce ad un oggetto di forma limitata che produce un senso di esaltazione della vita, e il “sublime”, si riferisce ad oggetto di forma illimitata per grandezza ( sublime matematico: esempio distesa del mare) o per potenza (sublime dinamico: esempio mare in tempesta). Il giudizio si distingue poi tra giudizio determinate, giudizio riflettente, e giudizio teleologico.
Giudizio determinante: proprio dell’ attività teoretica, č quello che l’uomo determina partendo dal concetto puro e universale fornito dall’intelletto, e applicando questo universale ai dati sensibili dell’intuizione.
Giudizio riflettente: è quello che si formula su un oggetto giù conosciuto, ossia giù  determinato con il giudizio determinante, per accordarlo con l’universale del sentimento che esige finalità e armonia.
Giudizio teleologico: Si guarda all’oggetto come frutto di una visione finalistica della natura, suggerita dal sentimento di armonia e finalità che è forma a priori.
LA PEDAGOGIA
L'educazione č considerata come un'esigenza primaria dell’uomo. L'uomo infatti è quello che è proprio grazie all'educazione. Questo cammino verso la realizzazione piena dell' umanità  prosegue di generazione in generazione. Attraverso l'educazione si può arrivare a sviluppare le potenzialità umane e le conoscenze. Secondo Kant nella natura dell’uomo risiede un’ animalità istintuale che deve essere disciplinata dall’esterno per poi essere sottomessa alla ragione. Gli istinti devono essere sottomessi dalla disciplina, che ha così un compito negativo; mentre l’istruzione deve servire per insegnare a pensare e raggiungere i propri scopi ed in quest'ottica assume un compito positivo. Accortezza e moralità si possono sviluppare grazie alla formazione pratica.

Autorità e libertà

Il processo educativo si fonda sulla libertà, che però non può essere lasciata a se stessa nella dimensione istintuale. Per questo è indispensabile che alla dimensione naturale subentri la guida esterna dell’educatore. Quest'ultimo potrà insegnare al giovane la disciplina, in modo che pian piano il giovane possa arrivare a sviluppare una disciplina morale interiore autonoma. L’influsso del pensiero di Rousseau spinge Kant a voler lasciare il massimo della libertà possibile per il giovane, essendo consapevole che l'autonomia futura del giovane dipenderà dall'imposizione dell'obbedienza. Questo rapporto tra libertà da un lato ed obbedienza dall'altro può portare a due diversi tipi di sottomissione, positiva o negativa. Il diverso grado di sottomissione dipende infatti dal fatto se deriva da una obbedienza meccanica di un individuo incapace di giudizio o dall’inibizione della riflessione e della libertà di giudizio da parte di chi ne è capace.

Educazione e società

Kant ritiene che un nuovo piano educativo potrebbe essere ostacolato da un lato da chi detiene il potere e considera i sudditi come strumenti per i propri fini, dall'altro dai genitori che si preoccupano solo che i loro figli abbiano successo. Quindi l'educazione dovrebbe essere un compito affidato soltanto ad esperti che siano in grado di dar luogo a progressi educativi corretti. L'azione educativa deve quindi provenire dagli sforzi congiunti di persone illuminate e competenti, che siano interessate al bene universale e al miglioramento dello stato futuro dell’ umanità. Il cambiamento del sistema educativo può determinare una rivoluzione di impostazione, rivolta in primo luogo a formare maestri in grado di operare in modo libero e creativo.

I luoghi dell'educazione: tra pubblico e privato

Per Kant la scuola pubblica detiene il compito principale dell’istruzione, mentre la disciplina e la formazione morale devono essere affrontati in ambito privato e domestico. L'educazione domestica però ha un limite: spesso è  svolta da persone che a loro volta non sono state bene educate e tendono a contrastare il compito affidato al precettore. Per questo Kant ritiene che l'ideale sarebbe poter contare su una scuola pubblica in grado di assolvere anche i compiti educativi di formazione morale.

L’educazione fisica o naturale: il corpo libero e allenato

La seconda sezione della Pedagogia di Kant č dedicata all’educazione fisica: una educazione naturale che trascende la dimensione corporea. Seguendo il pensiero di Locke e Rousseau, Kant riprende anche il tema dell’educazione corporea in senso stretto. Lo sviluppo intellettuale infatti prevede anche uno sviluppo delle disposizioni naturali. Viene quindi data importanza anche alla libertà di movimento e ad un moderato indurimento fisico. Kant approva il rifiuto dell’abitudine, però sottolinea l’importanza dell’esercizio fisico tramite giochi e attività finalizzate a criteri di utilità. All'inizio quindi l’educazione corporea risulterà negativa, ma poi potrà diventare positiva, cioè  non togliere impedimenti, ma aggiungere attività.

L’educazione naturale dell'anima: dal gioco al lavoro

L’educazione naturale non riguarda solo la cura del corpo, ma anche quella dell'anima. L’educazione naturale dell’anima si distingue dall’educazione morale perché forma la natura interna dell’uomo, che riguarda le facoltà  intellettuali e la ragione. Questa educazione può svolgersi in forma libera, attraverso il gioco, oppure in forma scolastica, attraverso l'obbligo. L’educazione che viene svolta soltanto attraverso il gioco produce effetti negativi, perché sviluppa l’ozio. Per questo l'educazione scolastica è  indispensabile, in quanto deve insegnare ad alternare ore di attività  obbligatoria ad ore di attività ricreativa e formare la disposizione al lavoro adulto.
Schopenhauer
La sua famiglia era di origine olandese, il padre ricco commerciante di Danzica (ove Arthur nacque il 22 febbraio 1788).
Morto il padre per suicidio  ereditò una fortuna cospicua, che gli permise di vivere di rendita, studiando: prima al ginnasio (di Gotha, e poi di Weimar), poi all' università di Gottinga (1809/11), dove conobbe G.E.Schulze, che lo introdusse a Kante a Platone, e Berlino (1811/13), dove seguì Schleiermacher, Fichte e il filologo F.A.Wolf.
Per la guerra, raggiunse a Weimar la madre, che (romanziera) vi teneva un salotto letterario, cui veniva anche Goethe, e si laureò a Jena nello stesso 1813.
Ruppe ben presto con la madre, Johanna Henriette, che aveva accolto in casa un amante, nel 1814.
Si trasferì così a Dresda e qui pubblicò Die Welt als Wille und Vorstellung, suo capolavoro, scritto nel 1818 e pubblicato nel 1819.
Poi si trasferì a Francoforte, dove rimase fino alla morte, sopraggiunta nel 1860. Di tale periodo sono La volontà della natura (1836), I due problemi fondamentali dell’etica (1841) e il brillante e popolare Parerga et paralipomena (1851). Tali opere gli guadagnarono riconoscimenti pubblici e maggior successo delle opere precedenti.

La critica all'idealismo
Schopenhauer critica in generale "i tre grandi ciarlatani" idealisti, e in particolare Hegel, "sicario della verità", la cui filosofia č mercenaria, al servizio dello Stato:
"Hegel, insediato dall'alto, dalle forze al potere, fu un ciarlatano di mente ottusa, insipido, nauseabondo, illetterato, che raggiunse il colmo dell'audacia scodellando i più pazzi e mistificanti non sensi"
il suo pensiero è "una buffonata filosofica".
i riferimenti del suo pensiero
Furono Kant, da cui prese la distinzione tra fenomeno e noumeno, interpretandola però in modo difforme dallo stesso Kant, attribuendo al fenomeno una valenza di illusorietà a quello sconosciuta (dato che al contrario per il filosofo di Koenigsberg proprio del fenomeno e anzi solo del fenomeno si può dare conoscenza rigorosamente scientifica e valida), Platone (da cui trasse la concezione delle idee, anche qui però intese in modo originale, "forme eterne sottratte alla caducità dolorosa del nostro mondo" (Abbagnano) come strato ontologico intermedio tra il centro della realtà, che č cieca Volontà e l'apparenza fenomenica più superficiale), e la filosofia indiana, da cui appunto trae la decisiva convinzione del carattere ingannevole del mondo sensibile, che altri filosofi occidentali avevano sì in precedenza definito imperfetto, e al limite prossimo al nulla (Parmenide, Platone, Plotino), ma mai giudicato deformante inganno.

1a) il mondo come rappresentazione
Noi non conosciamo le cose in sé stesse ("vediamo non il sole né la terra"), ma in quanto sono rapportate al soggetto, dipendenti dal soggetto, "interne" ad esso (conosciamo "l'occhio che vede il sole, la mano che sente il contatto con la terra"), e il soggetto filtra la realtà con le tre categorie (una sorta di a-priori, che il soggetto pone mediante l'intelletto, analogamente a Kant, con la differenza che per Sch. le categorie hanno una matrice fisiologica, piuttosto che trascendentale)

(spazio e tempo (che rendono molteplice l'oggetto)
la causalità (che lo rende un "cosmo conoscitivo"), poste come per Kant, dall'intelletto la causalità a sua volta, in quanto principio di ragion sufficiente, assume quattro forme, ossia
 causa fiendi (cioè del divenire; regola i rapporti causali);
causa cognoscendi (regola i rapporti tra i giudizi);
causa essendi (regola i rapporti tra le parti del tempo e dello spazio);
causa agendi (regola i rapporti tra le azioni); 

Essa č perciò fenomeno, nel senso di apparenza, in parentela stretta col sogno, analogamente a Pindaro , Sofocle, Shakespeare , Calderon, o, con espressione di derivazione indiana, "velo di Maya".

" è Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi ne che esista, ne che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente ma c'è il modo per giungere alla realtà in sé stessa:

1b) e come volontà
esistenza della Volontà
Ne posso essere certo in quanto
a)ho accesso diretto alla mia volontà, che sperimento essere la mia più intima essenza, facente tutt'uno con il moto del mio corpo .

b)Per analogia estendo questo a tutto il reale:

osservando nei fenomeni naturali "l'impeto violento e irresistibile con cui le acque si precipitano negli abissi, ... l'ansia con cui il ferro vola verso la calamita, la violenza con cui i poli elettrici tendono a riunirsi ...riconosciamo quell'identica essenza che in noi persegue i suoi fini al lume della conoscenza, ma che qui non ha che impulsi ciechi, sordi, unilaterali e invariabili" .

La Volontà è inconscia.
 "Essendo al di là del fenomeno, la Volontà presenta caratteri contrapposti a quelli del mondo della rappresentazione, in quanto si sottrae alle forme proprie di quest'ultimo: lo spazio, il tempo e la causalità. Innanzitutto la Volontà primordiale č inconscia, poiché la consapevolezza e l'intelletto costituiscono soltanto delle sue possibili manifestazioni secondarie. Di conseguenza, il termine Volontà, preso in senso metafisico-schopenhaueriano, non si identifica con quello di volontŕ cosciente, ma con il concetto più generale di energia o di impulso (e in questo senso si comprende perché Schopenhauer attribuisca la volontà anche alla materia inorganica e ai vegetali)."
...unica...
In secondo luogo, la Volontà risulta unica, poiché  .esistendo al di fuori dello spazio e del tempo, che dividono gli enti, si sottrae costituzionalmente a ciò che egli chiama "principio di individuazione". Infatti la Volontà non č qui più di quanto non sia la, più oggi di quanto non sia stata ieri o sarà domani. Essa, dice Schopenhauer, "è in una quercia come in un milione di querce".
...eterna...
Essendo oltre la forma del tempo, la Volontŕ č anche eterna e indistruttibile, ossia un Principio senza inizio ne fine. Per questo, Schopenhauer scrive che "alla Volontà è assicurata la vita" e paragona il perdurare dell'universo nel tempo ad un "meriggio eterno senza tramonto refrigerante", oppure all'"arcobaleno sulla cascata", non toccato dal fluire delle acque .
...assurda e cieca.
Essendo al di la della categoria di causa, e quindi di ciò  che Schopenhauer denomina "principio di ragione", la Volontà si configura anche come una Forza libera e cieca, ossia come un'Energia in causata, senza un perché  e senza uno scopo. Infatti noi possiamo cercare la "ragione" di questa o quella manifestazione fenomenica della Volontà, ma non della Volontà in se stessa, esattamente come possiamo chiedere ad un uomo perché voglia questo o quello, ma non perché voglia in generale. Tant'è che a quest'ultima domanda l'individuo non potrebbe rispondere che "voglio perché voglio", ossia, traducendo la frase in termini filosofici, " perché c'è in me una volontà irresistibile che mi spinge a volere". Infatti, la Volontà primordiale non ha una meta oltre se stessa: la vita vuole la vita, la volontà vuole la volontà, ed ogni motivazione o scopo cade entro l'orizzonte del vivere e del volere .
consegnenze etiche
Vi è in Schopenhauer un rifiuto di ogni ottimismo:
cosmico (quello delle religioni, con la loro idea di Provvidenza)
"Ogni volere scaturisce da bisogno, ossia da mancanza, ossia da sofferenza. A questa dà fine l'appagamento; tuttavia per un desiderio che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti; inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all'infinito; l'appagamento è breve e misurato con mano avara. Anzi, la stessa soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio appagato dà tosto luogo a un desiderio nuovo: quello è un errore riconosciuto, questo un errore non ancora conosciuto. Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole... bensì rassomiglia soltanto all'elemosina, la quale gettata al mendico prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento" .
La realtà è una '"arena di esseri tormentati e angosciati, i quali esistono solo a patto di divorarsi l'un l altro, dove perciò ogni animale carnivoro è il sepolcro vivente di mille altri e la propria autoconservazione č una catena di morti strazianti"
"Se si conducesse il più ostinato ottimista attraverso gli ospedali, i lazzaretti, le camere di martirio chirurgiche, attraverso le prigioni, le stanze di tortura, i recinti degli schiavi, i campi di battaglia e i tribunali, aprendogli poi tutti i sinistri covi della miseria, dove ci si appiatta per nascondersi agli sguardi della fredda curiosità, e da ultimo facendogli ficcar l'occhio nella torre della fame di Ugolino, certamente finirebbe anch'egli con l'intendere di qual sorte sia questo meilleur des mondes possibles. Donde ha preso Dante la materia del suo Inferno, se non da questo mondo reale? E nondimeno n'è venuto un inferno bell'e buono. Quando invece gli toccò di descrivere il cielo e le sue gioie, si trovò davanti a una difficoltà  insuperabile: appunto perchę il nostro mondo non offre materiale per un'impresa siffatta" .

Schopenhauer rifiuta il suicidio come via alla liberazione per questo motivo :
 1) perché "il suicidio, lungi dall'essere negazione della volontà, è invece un atto di forte affermazione della volontà stessa" in quanto il suicida "vuole la vita ed è solo malcontento delle condizioni che gli sono toccate" , per cui anziché negare veramente la volontà egli nega piuttosto la vita.

Essa ha come momenti principali
a)l'arte: "mentre la conoscenza, e quindi la scienza, è  continuamente irretita nelle forme dello spazio e del tempo, ed asservita ai bisogni della volontà, l'arte, secondo Schopenhauer, è conoscenza libera e disinteressata, che si rivolge alle idee, ossia alle forme pure o ai modelli eterni delle cose."
"Mentre per l'uomo comune, il proprio patrimonio conoscitivo è la lanterna che illumina la strada, per l'uomo geniale è il sole che rivela il mondo".
b) la compassione, che rompe la catena di egoismi che mette ogni individuo contro l'altro, causando inutile e assurda sofferenza.
“L’amore autentico è sempre compassione; e ogni amore che non sia compassione è egoismo”
c) l'ascesi
essa nasce dall'"orrore" dell'uomo "per l'essere di cui č manifestazione il suo proprio fenomeno, per la volontà di vivere, per il nocciolo e l'essenza di un mondo riconosciuto pieno di dolore", è l'esperienza per la quale l'individuo, cessando di volere la vita ed il volere stesso, si propone di estirpare il proprio desiderio di esistere, di godere e di volere: "Con la parola ascesi s’intende il deliberato infrangimento della volontà, mediante l'astensione dal piacevole e la ricerca dello spiacevole, l'espiazione e la macerazione spontaneamente scelta, per la continuata mortificazione della volontà". Comporta la perfetta castità, la rinuncia ai piaceri, l' umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio e l' auto macerazione

Fino ad arrivare alla noluntas

"il deliberato infrangimento della volontà,... per la continuata mortificazione della volontà"
"Quel che rimane dopo la soppressione completa della volontà - dice Schopenhauer - è certamente il nulla per tutti coloro che sono ancora pieni della volontà. Ma per gli altri, in cui la volontà si è distolta da se stessa e rinnegata, questo nostro universo tanto reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee è, esso, il nulla" .
 Nietzsche ha la nascita a Roecken, un paese nelle vicinanze di Lipsia. Presto rimasto orfano di padre, si trasferisce con la famiglia a Naumburg dove comincia gli studi.
Opere principali: La nascita della tragedia in Grecia (1872); Umano, troppo umano (1878); Così parlò Zarathustra (1883); Aldilà del bene e del male (1886); Sulla genealogia della morale (1887); Il crepuscolo degli idoli (1888); L'Anticristo (1888); Ecce homo (1888).
Nietzsche considera tutto la filosofia occidentale come un sistema per trovare il rimedio alle paure degli uomini, alla paura della morte, del vuoto, del nulla, del caos. Ma la vita, per Nietzsche, è caos, è paura, č morte, č vuoto, ma non solo, č anche pienezza di sé e della propria volontà, volontà di potenza.
Ciò che la filosofia occidentale vuole negare, a partire da Socrate, è proprio questo caos, questa indeterminatezza vitale, e così facendo va contro la natura dell'uomo, lo irrigidisce entro schemi artificiosi privandolo della possibilità  di essere realmente ciò che è, ovvero slancio vitale e irrazionale.

In sostanza per Nietzsche, ogni forma di verità definitiva risente di una rigidità  e di una incompletezza tale che non potrà mai coincidere con la realtà di una esistenza costantemente mutevole. La realtà è caos e contraddizione, e in ciò  è talmente complessa che ogni tentativo di imporle un ordine fallisce, diventa menzogna consolatoria.
Ecco allora che tutta la filosofia occidentale, ogni menzogna religiosa e filosofica, ogni sistema morale e metafisico, non sono altro che rimedi, apparati di pensiero che vogliono rendere la vita più sopportabile ma che non rispecchiano la complessità della realtà.
Il rimedio proposto dai vari edifici filosofici e religiosi finiscono per illudere l'uomo che non esiste caos e indeterminatezza: in realtà il rimedio al male č peggiore del male stesso in quanto illude e confina gli uomini in un mondo che risulta artificiale e illusorio, contro natura.
Il senso del divenire
Nietzsche fa suo l'assunto per cui il divenire è la verità del mondo: le cose hanno un carattere diveniente, mutabile, storico, temporale, contingente, ovvero ogni cosa non può e non potrà mai essere eterna e immutabile.
L'uomo nuovo, l'oltre-uomo, è colui che accetta il divenire nella sua assurdità, nel suo paradosso di irrazionalità e di imprevedibilità, senza ricorrere all'apporto comodo e rassicurante delle certezze e dei rimedi approntati dalla cultura occidentale (cristianesimo e metafisiche consolatorie, morali e falsi ideali).
Nietzsche afferma che l'oltre-uomo deve vivere il ritorno allo spirito della tragedia greca presocratica: nella tragedia greca l'uomo accettava fino in fondo il divenire e l'irrazionale, senza pessimismo e aldilà di ogni rimedio razionale.

L'uomo greco presocratico non era stato ancora corrotto dall'idea socratica che il bene va raggiunto per mezzo della ragione: questa idea apollinea, questo artificio della morale (
il bene come disciplina dello spirito) non permette all'uomo di manifestare la sua natura, la sua volontà di potenza (l'uomo greco presocratico trovava dignità nella tragedia, sentiva la vita e non né provava paura).

Lo spirito della tragedia greca era in sostanza lo spirito dionisiaco, l'impulso vitale, l'irrazionale, la volontà di guardare in faccia l'imprevedibile e non fuggire di fronte ad esso.

La morale è dominio dei deboli sui forti

Ogni morale che pretende di essere vera e assoluta in realtà nasconde una falsità: i sentimenti morali nascono in forza di una dimenticanza, l'uomo ha scordato che originariamente la morale era l'insieme delle norme fondate sulla sola utilità comune. La morale si è poi affinata nei secoli trovando il proprio fondamento su altri motivi (sulla paura, per ossequio, per debolezza), dimenticando le sue origini strettamente utilitaristiche.

Ecco allora che "
Non esistono fenomeni morali, esiste solo un'interpretazione morale dei fenomeni." La morale non proviene da verità assolute al di sopra degli uomini, non proviene da Dio, la morale è opera dell'uomo, che di volta in volta, all'interno delle singole società, decide a quale verità sacrificarsi.

La morale rappresenta una scissione dell'uomo: egli finisce per credere e all' occorrenza morire in nome di idee che non gli appartengono e sono fuori di sé, egli contempla le diverse qualità morali dall'esterno, come entità  indipendenti, e finisce per vivere assoggettandosi a dei fantasmi.

La morale entra quindi in conflitto con la piena realizzazione di sé propria dell'oltre-uomo, ne impedisce la libera volontà di potenza, lo spirito creatore. Ogni morale è una forma di risentimento dei deboli verso i più forti, dove i deboli sono coloro che semplificano e costringono la realtà in gabbie ideologiche, coloro che si abbandonano al rimedio religioso del mondo oltre la vita, spegnendo in sé ogni pulsione vitale in nome della paura stessa di vivere.

Debole č quindi ogni individuo che si abbandona al rimedio, forte ogni individuo che ha il coraggio di dire no al rimedio e sì all'accettazione dell'imprevisto, dell'irrazionale, del divenire stesso.
Deboli sono coloro che si nascondono dietro una morale o dietro un idolo (ideale), forti coloro che agiscono in nome della propria forza, del proprio coraggio di fronte al divenire.

L'eterno ritorno

Questo frammento postumo di Nietzsche chiarifica l'essenza dell'eterno ritorno.
Mentre la filosofia razionale e la scienza vogliono ingabbiare tutti i diversi aspetti della realtà caotica in un progetto di leggi, Nietzsche afferma che l'oltre-uomo, liberato dalle gabbie del rimedio razionale, deve accostarsi alla vita come se ogni attimo, ogni secondo, ogni minuto, dovesse ritornare e ritornare, in eterno, in modo da godere dell'infinita gioia di ogni istante imprevedibile.

In sostanza la vita non ha alcun fine, non vi è alcuno scopo o alcun senso, non esiste Dio, il rimedio filosofico e religioso ha fallito: l'oltre-uomo accetta questa mancanza di senso, questa irrazionalità senza alcuna logica, vive e vuole vivere come se tutto dovesse ritornare e ripetersi per ciò che è, un flusso di realtà incontrollabile.
Ma come può Nietzsche affermare l'eterno ritorno dell'uguale se si professa nemico di ogni immutabile? Il tempo non soggiace al volere del divenire: se il divenire può specchiarsi nel presente e nel futuro, il passato, ciò che è stato, appare come eterno e immutabile, non modificabile. Ecco che l'oltre-uomo deve volere l'eterno ritorno, ovvero deve fare in modo che il passato ritorni nella sua vita per rientrare nel flusso del divenire. L'oltre-uomo, munito della sua arma più potente, la volontà di potenza, deve creare da sé l'eterno ritorno delle cose.

La volontà di potenza, il pensiero aristocratico

L'oltre-uomo ha il compito e il dovere di liberarsi dalle gabbie dei vecchi valori e fondare un nuova morale: è la volontà di potenza, ovvero la volontà di creare e rinnovare in continuazione i valori da seguire concedendosi ad una pulsione creatrice infinita, secondo la logica dell'eterno ritorno (vedi capitolo precedente).
L'uomo nuovo, intellettualmente elitario per necessità, si erge al di sopra del gregge delle menti mediocri e desidera nient'altro che il pieno manifestarsi delle proprie qualità superiori. L'oltre-uomo non può essere democratico, l'oltre-uomo è aristocratico, appartiene ad una élite, non è certo il comune aristocratico del diritto nobiliare; nobile e aristocratico, per Nietzsche sono da intendere come nobiltà di spirito e di intelletto.
L'uomo deve poi vivere per la terra. Come già si è detto, l'uomo debole si assoggetta ad una morale fuori di sé, una morale ultraterrena, non umana; l'oltre-uomo, colui che è forte, sa che deve legare il suo destino alla terra perché nulla che non sia umano, nulla che non parta dall'uomo e sia fatto per l'uomo, è vero.
La volontà di potenza è vincere le resistenze della morale comune, il rifiuto conseguente di assoggettarsi agli idoli, un'affermazione di sé e della propria superiorità.

La critica al Cristianesimo
Il superuomo, come si scrive in Zarathustra, può ben annunciare la morte di Dio: Dio è morto perché in lui venivano rappresentati i valori che andavano contro la vita degli uomini e non per la vita degli uomini.
Per Nietzsche non è tanto Cristo a proporre una religione nefasta, anzi, Cristo fu in qualche modo un oltre-uomo, un fondatore di nuove leggi, un creatore; è la degenerazione del pensiero di Cristo ad opera di Paolo di Tarso, il suo strutturarsi in sistema, che rendono il cristianesimo la menzogna delle menzogne (In sostanza ciò Nietzsche vede di buono in Cristo è la sua volontà di potenza, ovvero la forza di interrompere una tradizione in nome di una novità che si preannuncia vitale, deplora invece l'irrigidimento in dogma del suo insegnamento).
Il Cristianesimo rende l'uomo schiavo di una verità ultraterrena inesistente o quantomeno inutile a fini pratici, il Cristianesimo sminuisce l'uomo, gli toglie dignità, lo deresponsabilizza. Solo l'uomo è il centro di tutto (non per nulla Nietzsche predilige tra tutte le epoche il Rinascimento italiano, e, tra i classici, il laico Epicuro), il Cristianesimo propugna un'inutile compassione nei confronti dell'uomo: "ma perché provare compassione per l'uomo, l'uomo non è forse degno della sua importanza? Non riescono forse gli uomini a rendersi felici da sé e a vivere pienamente la propria esistenza?".

Nella religione l'uomo debole trova più che altro un insano sfogo alle proprie pulsioni, pulsioni che si indirizzano così verso l'autopunizione e il sacrificio, verso la compassione immotivata, pulsioni trattenute dentro di sé e non lasciate libere di fluire.

Il Cristianesimo è una derivazione della metafisica platonica del mondo oltre il mondo, un altro rimedio, uno sminuirsi della vita di fronte ad altri mondi illusori ma ritenuti perfettissimi.
Nel Cristianesimo vi è tutto ciò che va contro la vita in quanto teorizzazione dell'appiattimento delle menti funzionale al controllo delle masse, nel Cristianesimo vi è la teorizzazione di uno stato di paura in modo da impedire all'uomo l'esercizio della conoscenza (
si veda l'episodio biblico di Adamo ed Eva, la mela e l'albero della conoscenza).


Lucio Anneo Seneca, nato a Cordova in Spagna nel 4 d.C., visse a Roma aderendo da giovane al pitagorismo, da cui fu poi distolto dal padre - celebre retore - e in seguito abbracciando lo stoicismo, da cui mai si separò. Si dedicò dapprima con successo alla vita forense, ma nel 41 d.C. fu esiliato in Corsica dall'imperatore Claudio per un sospetto adulterio. Vi rimase otto anni, dedicandosi agli studi filosofici e componendo una serie di scritti consolatori, nonché alcuni dialoghi. Rientrato a Roma nel 49 d.C., diventò precettore di Nerone, che però mostrò sempre maggiore predilezione per le arti che per la filosofia. In seguito all'ascesa al potere del suo discepolo, nel 54 d.C., Seneca scrive il De clementia, nel quale egli si candida come consigliere del principe; vi sostiene la tesi che la clemenza é tanto più ammirevole , quanto maggiore é il potere di chi la manifesta. L’intera produzione di tragedie di Seneca è del resto – secondo Alfonso Traina – direzionata a impartire consigli a Nerone. La clemenza é agli antipodi dell'ira - la malattia del tiranno - , di cui Seneca descrive le cause e suggerisce la terapia in un altro scritto (in tre libri), il De ira : se vogliamo avere la meglio sull'ira, non deve essere lei ad avere la meglio su di noi. Cominceremo a vincere solo quando la nasconderemo e le impediremo di prorompere all'esterno ; infatti - dice Seneca - se le consentiamo di fuoriuscire, essa ci domina: dobbiamo dunque nasconderla nel più profondo remoto del nostro petto, essa va trascinata perché non ci trascini.
 Seneca non condanna il suicidio: quando non si può più applicare la virtù, quando l’uomo non é più libero esso é concesso come extrema ratio: "non sempre bisogna cercare di tenere la vita, perché vivere non é un bene, ma é un bene vivere bene. Così il saggio vivrà quanto deve, non quanto può; esaminerà  dove gli converrà vivere, con quali persone, in quali condizioni, con quali occupazioni. Una teoria sul suicidio, evidentemente, presuppone una teoria sul valore della vita, perché quello é negazione o almeno rinuncia di questa. Che cosa é la vita per un uomo saggio? Vive colui che é di utilità a molti , vive colui che può usare se stesso : per essere di utilità a qualcuno in modo consapevole, bisogna poter disporre di se, della parte migliore di se, cioè  della propria ragione.
Per Seneca  la filosofia diventa in primo luogo una barriera di protezione contro un mondo minaccioso. Il punto di partenza consiste nel riconoscere che contro la sorte é impossibile lottare e che l'errore fondamentale é di attribuire valore a ciò che dipende da essa. Se – stoicamente – il destino č signore delle cose, allora non ha senso opporvisi: siamo come cani legati ad un carro, e la cosa più saggia che possiamo fare č accettare liberamente di farci tirare da esso; proprio degli stolti è invece opporsi, con la conseguenza che si è ugualmente trascinati ma ci si fa male.
 Secondo il filosofo il dominio dei valori si trova  spostato dall'esterno all'interno, nella ragione, da cui dipende la valutazione delle cose. L' interiorità, a cui fa appello Seneca, é il luogo in cui si combatte contro gli assalti di tutto ciò che é esterno per la salvaguardia della propria libertà: ed é per questo che il pensatore spagnolo ci invita  alla sera, quando la nostra giornata volge al termine, a fare  una ricognizione fra i sentieri del proprio animo per sincerarsi che quella trascorsa sia stata una giornata bene impiegata. La virtù  non é preclusa a nessuno e per questo aspetto anche gli schiavi sono uomini, ma Seneca non ne trae la conclusione che uno schiavo virtuoso dovrebbe anche essere liberato dalla schiavitù sul piano giuridico, poiché questa condizione giuridica riguarda solo il corpo dello schiavo, che, consegnato dalla sorte a un padrone, non può mutare il suo stato perché con la sorte non si interferisce: anche il padrone è schiavo del fato. La vera schiavitù per Seneca é quella volontaria, l'assoggettamento al vizio. Sulla tematica della schiavitù  Seneca si sofferma diffusamente nell’epistola 47 a Lucilio: pur non arrivando a propugnare l’abbattimento della schiavitù, egli sostiene quel principio di uguaglianza fra gli uomini che spesso i filosofi avevano affermato solo teoricamente, in un’epoca in cui non di rado i rapporti con gli schiavi vengono irrigiditi e inaspriti, più volte rammenta che lo schiavo ha piena dignità umana e che a lui è schiusa come ad ogni altro uomo la via del bene.
 Chiunque, indipendentemente dalla propria condizione sociale, può raggiungere la virtù: Se  è vero che la via della virtù non è preclusa a nessuno, è altrettanto vero che solo il saggio stoico può percorrere realmente tale via fino in fondo: è questa a tesi che affiora nel De costantia sapientis; ma il vero saggio stoico è più un ideale a cui mirare che non un uomo esistente: è talmente raro – dice Seneca– da essere paragonabile alla fenice, che nasce una volta ogni cinquecento anni. Discorso analogo a quello sulla schiavitù può valere per quelli che gli stoici avevano chiamato "indifferenti": per esempio, nei confronti delle ricchezze, Seneca sottolinea la netta differenza nel disprezzare le ricchezze avendole o non avendole. Il modello militare di virtù e l'etica agonistica dello sforzo contro gli ostacoli, proprie dello stoicismo con una più forte impronta cinica, si confermano particolarmente consoni al ceto aristocratico di Roma . "Senza un avversario la virtù marcisce", dice Seneca. Paradossalmente proprio la tirannide diventa occasione per ritrovare la vera libertà, che ha il suo modello nell'autosufficienza del sapiente. La costruzione e l'affermazione di sé, attraverso il combattimento, é dunque una vicenda interna all'anima. Il ritiro in se stessi , nel seno protettivo della filosofia, é anche fuga dalla folla e da forme ostentate e volgari di filosofia, come quella dei cinici, stravaganti anche nell'aspetto e nel comportamento esteriori. Seneca non esita invece ad avvicinarsi al precetto epicureo del vivere nascostamente: questo recupero positivo di Epicuro da parte di un filosofo non epicureo é abbastanza eccezionale nell'antichità: Cicerone si era così rivelato un eclettico aperto ad ogni filosofia, ma nei riguardi dell’epicureismo aveva palesato un atteggiamento di netta chiusura. Seneca invece nota con occhio critico come epicurei e stoici non siano così diversi, tant’è che l’obiettivo ultimo che si propongono è di ordine etio. La stessa forma epistolare a cui Seneca ricorre é un richiamo al modo di filosofare epicureo (nonché platonico). Le prime 30 lettere indirizzate a Lucilio si concludono tutte con una massima tratta dagli scritti di Epicuro e offerta alla meditazione: una massima utile, infatti, anche se enunciata da Epicuro, é proprietà comune. Seneca, che pure si professa stoico, rivendica quindi la libertà di filosofare in nome proprio di fronte a una presunta ortodossia di scuola. I filosofi del passato, egli sostiene, "non sono i nostri padroni , ma le nostre guide", giacché "chi accetta passivamente il pensiero di un altro non trova, anzi non cerca neppure qualcosa di nuovo". La metafora a cui ricorre Seneca per tratteggiare il proprio eclettismo, contrario ad ogni dogmatismo, č quella dell’ape, la quale, errando qua e la, sceglie i fiori adatti al miele, evitando quelli inadatti; dobbiamo ingerire il pensiero altrui come il cibo che, una volta assunto, viene digerito, rielaborato e fatto nostro: "e se anche nella tua opera trasparirŕ l’autore che ammiri, e che è impresso profondamente nel tuo animo, vorrei che la somiglianza fosse quella di un figlio, non quella di un ritratto: il ritratto č una cosa morta". Per questo motivo č di fondamentale importanza dedicarsi attivamente alla lettura dei libri – spiega Seneca nell’Epistola 2 -, scegliendone pochi ma buoni: sbaglia infatti chi passa in continuazione da un libro all’altro, senza fermarsi mai, poiché "nusquam est qui ubique est" ("non è da nessuna parte chi č dappertutto"): come chi viaggia di continuo ha ospiti ma non veri amici e come chi ingerisci troppi cibi non si nutre ma si intossica, così  chi salta continuamente da un libro all’altro nuoce a se stesso: "nihil tam utile est, ut in transitu prosit". L’uomo è per Seneca – sulla scia di Aristotele – un animale congenitamente socievole ("hominem sociale animal communi bono genitum videri volumus", De clementia, I, 3, 2): siamo tutti membra di uno stesso corpo, tutti per natura vincolati da un rapporto di reciproco sostegno, così come le pietre che costituiscono una volta (Epistole a Lucilio, 95), pronta a cadere se esse non si sorreggessero a vicenda. Buona parte dell’opera di Seneca č poi dedicata alla fugacitŕ del tempo: così si aprono l’epistolario a Lucilio e il De brevitate vitae; l’idea centrale di Seneca è che "non disponiamo di poco tempo, ma molto ne perdiamo" (De brevitate vitae, 1). La vita ci sfugge di continuo, ma il tempo di cui disponiamo è sufficiente per compiere le più grandi imprese, per conseguire la virtù (vero obiettivo della vita umana): come ricchezze immense, se finite nelle mani di un incapace, vengono rapidamente dilapidate, cos'è un piccolo gruzzoletto, se capita nelle mani giuste, viene investito e aumenta; così per la vita, che è breve ma può essere ben sfruttata; questo punto è da Seneca compendiato nella scintillante sententia "vita longa est, si uti scias" ("la vita č lunga, se sai farne uso") Il guaio č che molti uomini si perdono in futili attività, sprecando in tal modo il loro tempo; ed è a tal proposito che Seneca fa  un affresco di quelli che lui chiama gli "occupati", e che noi potremmo definire "i perdigiorno", coloro cioè che, immersi in attività del tutto inutili, non si accorgono che la loro vita sta scorrendo via. "La vita non è breve, ma tale la rendiamo noi", sprecando il nostro tempo in futili attività, senza accorgerci che "mentre si attende di vivere, la vita passa", ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. E il miglior modo per impiegare la propria vita è per Seneca la filosofia, pur senza distaccarsi dalla politica, secondo gli insegnamenti stoici: così, nel De tranquillitate animi il filosofo spagnolo polemizza con lo stoico Attenodoro, il quale sosteneva che per esercitare la filosofia fosse necessario allontanarsi dalla politica. Nel De otio, tuttavia, Seneca ritorna sui propri passi, esaltando a gran voce la vita contemplativa, invitando chi si è accorto che nella politica č impossibile esercitare la virtù e la filosofia a distaccarsene (dando quindi ragione ad Attenodoro), proprio come era accaduto a Seneca stesso nei suoi travagliati rapporti con Nerone. Ma l’adesione allo stoicismo pone a Seneca anche altre problematiche di gran rilievo: forse la più importante è come sia possibile, in un modo retto dalla ratio cosmica , che gli uomini giusti si trovino a patire grandi torti e ingiustizie, mentre spesso gli ingiusti trionfino. Perché il male si abbatte sui buoni? Se davvero il mondo fosse governato dalla provvidenza cosmica – come prevede lo stoicismo -, i buoni non dovrebbero essere premiati anziché puniti? A questa difficile questione Seneca prova a rispondere nel De providentia, spiegando come quelli che a noi paiono mali siano in realtà  delle prove che ci vengono poste per saggiare la nostra virtù: "perché, allora tante malattie, tanti lutti, tanti guai capitano proprio ai migliori? Per la stessa ragione per cui in guerra le imprese più rischiose sono assegnate ai più forti". Ricorrendo ad un’altra metafora, Seneca spiega che la divinità  si comporta come un maestro coi suoi scolari, pretendendo "di più da coloro sui quali conta di più". Il pensiero di Seneca, per via del suo stile scintillante disententiae e per il suo procedere costellato di metafore e rapide contrapposizioni, verrà  condannato da Quintiliano, ma, nonostante la sua pur autorevole condanna, godrà  di un’immensa fortuna nel pensiero successivo.

" De providentia " (62 d.C.?): vi si espone la tesi (opposta a quella epicurea), che tende a giustificare la constatazione di una sorte che sembra spesso premiare i malvagi e punire gli onesti: ma è solo la volontà divina che vuole mettere alla prova i buoni ed attestarne la virtù. Il sapiens stoico realizza la sua natura razionale nel riconoscere il posto che il logos gli ha assegnato nell'ordine cosmico, accettandolo serenamente.
" De brevitate vitae ": vi sono trattati i temi del tempo, della sua fugacità e dell'apparente brevità  della vita: la condizione umana ci sembra tale solo perché noi non sappiamo afferrare l'essenza della vita, e la disperdiamo in occupazioni futili.
" De ira libri III " (41 d.C.?): sono una sorta di fenomenologia delle passioni umane, poiché analizzano i meccanismi di origine e i modi per inibirle e controllarle: si tu vis vincere iram, non potest te illa , questo è il tema portante. Se per i Peripatetici era giusto che si potesse sfogare l'ira in manifestazioni esterne, per Seneca è l'esatto contrario: l'ira va trattenuta, va vinta, affinché non sia essa a vincerci. Bisogna trascinarla dentro, affinché non sia lei a trascinarci; è opportuno tenere nascoste le sue manifestazioni ( obruamus signa illius ).
" De clementia " : l'opera è stata composta all'incirca tra il 55 e il 56 e rappresenta la più  chiara espressione della concezione senecana del potere. Il testo è  opportunamente dedicato all'imperatore Nerone come traccia di un ideale programma politico ispirato ad equità e moderazione. Seneca non mette in discussione la legittimità costituzionale del principato, ne le forme ormai palesemente monarchiche che esso ha assunto: il potere unico era il più conforme alla concezione stoica di un ordine cosmico retto dal logos, dalla ragione universale, il più idoneo a rappresentare l'ideale di un universo cosmopolita, a fungere da vincolo e simbolo unificante dei tanti popoli che formano l'impero. Il problema, piuttosto, è di avere un buon sovrano: l'unico freno del sovrano, essendo il potere assoluto, sarà la sua stessa coscienza, che lo dovrà  trattenere dal governare in modo tirannico. L'ideale senecano di clemenza č una misurata commistione di indulgenza e moderazione.
" De otio " (62 d.C. ?): in quest'opera vi è un ribaltamento delle posizioni senecane: il vero filosofo stoico deve stare lontano dalla politica e dedicarsi interamente alla vita contemplativa. Chi opera politicamente si accorge di non potere esercitare la virtus, come si era accorto Attenodoro, e come ora si accorge Seneca, in seguito alla rottura dei rapporti con Nerone.
Quindi abbiamo: 124 " Epistulae morales ad Lucilium " (20 libri, composte negli ultimi anni di vita): S. vi riassume la sua filosofia e la sua esperienza, la sua saggezza e il suo dolore.

VITA E PENSIERO DI SOCRATE

Il filosofo Socrate (Atene 469 - 399 a.C.), si dedicò  fin da giovanissimo alla filosofia, entrando in contatto con Anassagora e i maggiori sofisti. Visse nel periodo del lungo conflitto tra Atene e Sparta, che si concluse con la vittoria di quest'ultima. Più volte Socrate prese parte agli scontri militari, distinguendosi per valore e abnegazione e mostrando quella grande forza di carattere che lo caratterizzerà in seguito anche nella vita civile. La sua adesione all'ordinamento democratico di Atene non fu infatti incondizionata: da un lato avanzò critiche in nome della ragione e della giustizia, dall'altra riteneva che non tutti i cittadini fossero idonei a partecipare alle decisioni pubbliche, ma solo quelli che disponevano di un'adeguata preparazione.
Pure sotto il regime oligarchico dei Trenta Tiranni egli si oppose all'opinione della maggioranza o del potere ogni volta che lo ritenne giusto, anche a rischio di gravi conseguenze (come quando si oppose a Crizia, disobbedendo all'ordine di uccidere un avversario politico del regime).
Per lui la ricerca filosofica era una pratica di vita a cui bisognava dedicarsi con coerenza totale e senza cedere a compromessi. Ma non tenne cattedra.
Non si dichiarò, come i Sofisti, maestro di sapere. Trascorreva le sue giornate conversando dappertutto e con tutti, su qualsiasi argomento. Se la sua straordinaria personalità non mancò di lasciare il segno su tutti i suoi interlocutori, anticonformismo e autonomia dei giudizi morali lo misero in cattiva luce di fronte all'opinione democratica più conservatrice, che considerava il suo insegnamento nocivo per la difesa dei valori tradizionali della polis. Dopo la disfatta dei Trenta, nel 399, venne processato per empietà  e corruzione dei giovani. Č probabile che gli accusatori mirassero soltanto al suo esilio, ma egli, come sempre, rifiutò i compromessi e, rinunciando all' opportunità della fuga, bevve la cicuta dopo l'estremo saluto ai suoi allievi più fedeli.


PENSIERO
IL filosofo non lasciò cose scritte, perché pensava, dice Platone, che i discorsi scritti sono come le figure dipinte: se le si interroga non rispondono. Invece filosofare č colloquio vivo, perenne tensione verso la verità, che non può essere fissata una volta per tutte nella parola scritta. Quel che sappiamo di lui e del suo insegnamento lo dobbiamo soprattutto a Platone, che ne fece il protagonista della maggior parte dei suoi dialoghi, e che, specialmente nei primi di essi (i cosiddetti dialoghi socratici), ritrasse nella maniera più fedele il suo pensiero. Altre testimonianze ci vengono da Senofonte, Aristofane e Aristotele.
Lui, al pari dei sofisti, č incurante delle ricerche scientifiche sulla natura: anche a lui non interessa che l'uomo e il suo mondo. Come loro, egli č critico implacabile di qualsiasi specie di conformismo sociale e morale, accettato passivamente e acriticamente. Però mentre la sofistica si limita a una critica delle norme sociali o statali in quanto le ritiene puramente "convenzionali", Socrate mira a ricostruire la morale sulla base dell' autorità interna della coscienza, guidata dalla ragione e dalla riflessione costante dell'uomo su se stesso e sul suo fare.
 Le parole  dell'oracolo di Delfi, conosci te stesso, diventano per Socrate l'indicazione della ricerca filosofica. Socrate stesso si ritiene ignorante e non si fa perciò portatore di un qualche sapere compiuto sull'uomo: egli si pone il compito di liberare gli altri da questa fatale illusione di sapere per porre la condizione essenziale alla costruzione di una vera conoscenza. Il metodo della ricerca socratica non può dunque essere che il dialogo. Tutti discutono con sicurezza di virtů, di giustizia, di coraggio, di bellezza, ma enumerandone i casi particolari collettivamente condivisi. Socrate invece vuole conoscere, non quali siano le cose belle, giuste, ma che cosa sia il bello, il giusto ecc., che č comune a tutte le cose che diciamo belle e giuste. La domanda socratica sul che cosa mira infatti alla definizione dell'essenza, all'universalità del concetto. Č per questo che Aristotele attribuisce a Socrate la scoperta del ragionamento induttivo (inteso qui come un processo che da un certo numero di casi particolari risale all'universale).
Se il dialogo si conclude in genere senza la proposta di una precisa definizione, l'interlocutore di Socrate ne esce sempre turbato e in preda al dubbio, ovvero disposto ad ammettere la propria ignoranza e ad impegnarsi nella ricerca del sapere. Suscitando con l'ironia la messa in discussione di se stessi, Socrate, con l'arte della maieutica (del far partorire) aiuta l'interlocutore a esprimere da sé quel tanto di verità che la sua anima possiede: č nel travaglio interno della propria anima che ciascuno deve cercare, e cercare per sempre, la verità che guida la nostra vita. Se il sapere filosofico s'identifica con la conoscenza che l'uomo ha di se stesso, esso è tutt'uno con il sapere pratico, ovvero, la coscienza morale. Solo la conoscenza consente all'uomo di realizzare la sua umanità sottraendosi agli impulsi e alle passioni e diventando padrone di sé (in questo consiste la libertà umana). La virtů è conoscenza, il male è frutto dell'ignoranza. La conoscenza del bene è tutt'uno con la sua pratica: solo nella realizzazione razionale della virtů l'uomo è felice. Insieme al concetto di anima, intesa come interiorità spirituale individuale, l'altro fondamentale contributo di Socrate all'etica č la tesi dell'importanza della cura di sé, come scopo autentico della vita umana.


Il sentiero interiore: il viaggio dell’anima verso la propria verità

  Il sentiero interiore: il viaggio dell’anima verso la propria verità C’è un momento, nella vita di ogni essere umano, in cui il rumore del...