Mi chiamo Simone e ho creato questo spazio per chiunque senta che è arrivato il momento di riprendere in mano il timone della propria vita. Attraverso l'alchimia spirituale, lo shadow work e le leggi universali, esploreremo insieme come trasformare la nostra realtà interiore per comandare quella esteriore. Benvenuti nel mio laboratorio per l'anima.
mercoledì 22 ottobre 2014
halloween
Halloween è una festività anglosassone che trae le sue origini da ricorrenze celtiche (All-Hallows-Eve) che ha assunto negli Stati Uniti le forme accentuatamente macabre e spesso violente con cui oggi la conosciamo e che si celebra la notte del 31 ottobre. L'usanza si è poi diffusa anche in altri paesi del mondo e le sue caratteristiche sono molto varie: si passa dalle sfilate in costume ai giochi dei bambini, che girano di casa in casa recitando la formula ricattatoria del dolcetto o scherzetto. Tipica della festa è la simbologia legata al mondo della morte e dell’occulto, così come l'emblema della zucca intagliata, derivato dal personaggio dijack-o'-lantern. La storia di Halloween risale a tempi remoti, ovvero al periodo in cui la Francia, l’Inghilterra, l’Irlanda, la Scozia e l'Italia centro-settentrionale facevano parte della cultura celtica, successivamente l’Europa cadde sotto il potere di Roma. Lo storico Nicholas Rogers, ricercando le origini di Halloween, nota che mentre "alcuni studiosi hanno rintracciato le sue origini nella festa romana dedicata a Pomona - dea dei frutti e dei semi - o nella festa dei morti chiamata Parentalia, Halloween viene più tipicamente collegata alla festa celtica di Samhain (pronunciato [ˈsɑːwɪn] o [ˈsaʊɪn] in inglese), originariamente scritto Samuin (pronunciato [ˈsaṽɨnʲ] in gaelico)". Il nome della festività, mantenuto storicamente daiGaeli e dai Celti nell'arcipelago britannico, deriva dall'antico irlandese e significa approssimativamente "fine dell'estate". La tesi della derivazione di Halloween da Samhain fu sostenuta da due celebri studiosi di fine Ottocento, Rhŷs e Frazer: secondo il calendario celtico in uso 2000 anni fa tra i popoli dell’Inghilterra, dell’Irlanda e della Francia settentrionale, l’anno nuovo iniziava il 1º novembre. Nell’840, la festa di Ognissanti fu ufficialmente istituita il 1º novembre mentre era papa Gregorio IV: probabilmente questa scelta era intesa a creare una continuità col passato, sovrapponendo la nuova festività cristiana a quella più antica; a conferma di ciò, Frazer osservava che, in precedenza, Ognissanti veniva già festeggiato in Inghilterra, il 1º novembre. Questa tesi ha avuto amplissima diffusione. Tuttavia lo storico Hutton l'ha messa in discussione, osservando come Ognissanti venisse celebrato da vari secoli (prima di essere festa di precetto), in date discordanti nei vari paesi: la più diffusa era il 13 maggio, in Irlanda (paese di cultura celtica) era il 20 aprile, mentre il 1º novembre era una data diffusa in Inghilterra e Germania. Secondo l'Oxford Dictionary of English folklore: "Certamente Samhain era un tempo per raduni festivi e nei testi medievali irlandesi e quelli più tardi del folclore irlandese, gallese e scozzese gli incontri soprannaturali avvengono in questo giorno, anche se non c'è evidenza che fosse connesso con la morte in epoca precristiana, o che si tenessero cerimonie religiose pagane." L'associazione centrale col tema della morte sembra affermarsi in un periodo successivo, e appare evidente nella più recente evoluzione anglosassone della festa con le sue maschere macabre. Dopo che il protestantesimo ebbe interrotto la tradizione di Ognissanti, in ambito anglosassone si continuò a celebrare Halloween come festa laica; in particolare negli USA, a partire dalla metà dell'Ottocento, tale festa si diffuse (specialmente a causa dell'immigrazione irlandese) fino a diventare, nel secolo scorso, una delle principali festività statunitensi. Negli ultimi anni la festività di Halloween assunto carattere consumistico, con un oscuramento progressivo dei significati originari. Festeggiamenti che durano interi weekend sono ormai tipici in tutti gli stati di influenza anglofona. Così quindi in Stati Uniti, Irlanda, Australia e Regno Unito, Halloween viene festeggiato come una "festa del costume", dove party in maschera e festeggiamenti tematici superano il tipico valore tradizionale del "dolcetto o scherzetto", per dar vita ad una nuova tradizione di divertimento, tipica di una gioventù cresciuta. La parola Halloween rappresenta una variante scozzese del nome completo All-Hallows-Eve, cioè la notte prima di Ognissanti (in inglese arcaico All Hallows Day, moderno All Saints). Sebbene il sintagma All Hallows si ritrovi in inglese antico (ealra hālgena mæssedæg, giorno di messa di tutti i santi), All-Hallows-Eve non è attestato fino al 1556. Lo sviluppo di oggetti e simboli associati ad Halloween si è andato formando col passare del tempo. Ad esempio l'uso di intagliare zucche con espressioni spaventose o grottesche risale alla tradizione di intagliare rape per farne lanterne con cui ricordare le anime bloccate nel Purgatorio. La rapa è stata usata tradizionalmente ad Halloween in Irlanda e Scozia, ma gli immigrati in Nord America usavano la zucca originaria del posto, che era disponibile in quantità molto elevate ed era molto più grande – facilitando il lavoro di intaglio. La tradizione americana di intagliare zucche risale al 1837 ed era originariamente associata con il tempo del raccolto in generale, venendo associata specificatamente ad Halloween verso la seconda metà del Novecento. Il simbolismo di Halloween deriva da varie fonti, inclusi costumi nazionali, opere letterarie gotiche e horror (come i romanzi Frankenstein, Dracula e Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde) e film classici dell'orrore (come Frankenstein e La mummia). Tra le primissime opere su Halloween si ritrovano quelle del poeta scozzese John Mayne che nel 1780 annotò sia gli scherzi di Halloween in "What fearfu' pranks ensue!", sia quanto di soprannaturale era associato con quella notte in "Bogies" (fantasmi), influenzando la poesia Halloween dello scrittore Robert Burns. Prevalgono anche elementi della stagione autunnale, come le zucche, le bucce del grano e gli spaventapasseri. Le case spesso sono decorate con questi simboli nel periodo di Halloween. Il simbolismo di Halloween include anche temi come la morte, il male, l'occulto o i mostri mitologici. Nero, viola e arancione sono i colori tradizionali di questa festa. Fare dolcetto o scherzetto è un'usanza di Halloween. I bambini vanno travestiti di casa in casa chiedendo dolciumi e caramelle o qualche spicciolo con la domanda "Dolcetto o scherzetto?". La parola "scherzetto" è la traduzione dall'inglese "trick", una sorta di minaccia di fare danni ai padroni di casa o alla loro proprietà se non viene dato alcun dolcetto ("treat"). "Trick or treat" (dolcetto o scherzetto) in realtà significa anche "sacrificio o maledizione". Esiste una filastrocca inglese insegnata ai bambini delle Elementari su questa usanza. La pratica del travestirsi risale al Medioevo e si rifà alla pratica tardo medievale dell'elemosina, quando la gente povera andava porta a porta a Ognissanti (il 1º novembre) e riceveva cibo in cambio di preghiere per i loro morti il giorno della Commemorazione dei defunti (il 2 novembre). Questa usanza nacque in Irlanda e Gran Bretagna, sebbene pratiche simili per le anime dei morti sono state ritrovate anche in Sud Italia. Shakespeare menziona la pratica nella sua commedia I due gentiluomini di Verona (1593), quando Speed accusa il suo maestro di "lagnarsi come un mendicante a Hallowmas [Halloween]." Gli atteggiamenti cristiani verso Halloween sono diversi. Nella Chiesa Anglicana alcune diocesi hanno scelto di enfatizzare le tradizioni cristiane del giorno di Ognissanti, mentre alcuni altri protestanti celebrano la festività come Giorno della Riforma, un giorno per ricordare la Riforma Protestante. Padre Gabriele Amorth, un esorcista nominato a Roma dal Vaticano, ha detto che "Festeggiare la festa di Halloween è rendere un osanna al diavolo. Il quale, se adorato, anche soltanto per una notte, pensa di vantare dei diritti sulla persona.". L'Arcidiocesi di Boston ha organizzato una "Festa Santa" in questo giorno cercando di portare la festa alle sue radici cristiane. Molti artisti, organizzatori e partecipanti hanno detto che Saint Fest è una celebrazione della notte prima di Ognissanti o "All Hallows Eve". La chiesa protestante è contraria ad Halloween, e la considera una festa di carattere neo pagano, la cui origine risale ai popoli celtici. Gli evangelici dicono "in questo giorno si spera che il misterioso, diabolico e occulto conviva con gli umani. Al giorno d’oggi, nel mondo intero, Halloween è la festa più importante dell’anno per i seguaci di Satana. In più il 31 ottobre è l’inizio del nuovo anno secondo il calendario delle streghe." Il World Book Enciclopedia afferma che essa rappresenta l’inizio di tutto ciò che è "cold, dark and dead": freddo, nero e morto. Alcuni cristiani, in modo particolare dei popoli celti, da cui ha origine la leggenda di Halloween, non ascrivono a esso un significato negativo, vedendolo come una festa puramente secolare dedicata al celebrare "fantasmi immaginari" e a ricevere dolci. Per questi cristiani, Halloween non costituisce una minaccia per la vita spirituale dei bambini: gli insegnamenti sulla morte e la mortalità e le credenze degli antenati celti possono essere una lezione di vita valida e una parte dell'eredità dei loro parroci. Nella Chiesa Cattolica degli Stati Uniti c'è chi ritiene che Halloween abbia delle connessioni col Cristianesimo e le celebrazioni di Halloween sono frequenti nelle scuole parrocchiali cattoliche nel Nord America e in Irlanda, ma una sempre maggiore parte della Chiesa Cattolica non approva la festa e sconsiglia di parteciparvi, in quanto avvicina al mondo dell'occulto e al satanismo e distoglie l'attenzione, sminuendola, dalla Festa di tutti i Santi che si celebra il giorno successivo. Per molte chiese cristiane le origini di Halloween sono strettamente connesse alla magia, alla stregoneria e al satanismo, per cui esso porta all'influsso dell'occulto nella vita delle persone. L'enfasi di Halloween è sulla paura, sulla morte, sugli spiriti, la stregoneria, la violenza, i demoni e il male. I bambini ne sono negativamente influenzati. Una risposta da parte di alcuni fondamentalisti e chiese evangeliche conservatrici è stato l'uso di opuscoli, o brevi fumetti per usare la popolarità di Halloween come un'opportunità per evangelizzare. In generale tuttavia il cristianesimo non approva che si festeggi Halloween, in quanto ritiene che il paganesimo, l'occulto, e le altre pratiche e fenomeni culturali connessi siano incompatibili con la fede cristiana. Nel celebrare la commemorazione dei defunti, una tradizione vuole che i primi Cristiani, vagabondassero per i villaggi chiedendo un dolce chiamato “pane d’anima”, più dolci ricevevano e maggiori erano le preghiere rivolte ai defunti del donatore. A Serra San Bruno, in Calabria, è ancora viva la secolare tradizione del "Coccalu di muortu". I ragazzini, dopo aver intagliato e modellato la zucca riuscendo a riprodurre un vero e proprio teschio (in dialetto serrese, appunto, "Coccalu di muortu"), gironzolano per le vie del paese tenendo in mano questa loro tetra creazione e, o bussando agli usci delle case oppure rivolgendosi direttamente alle persone che si incontrano per strada, esordiscono con la frase: "Mi lu pagati lu coccalu?" (tradotto letteralmente "Me lo pagate il teschio?"). Se volessimo dare un senso più logico e sequenzialmente più corretto, l'antica frase potrebbe essere intesa come "Guardi che opera d'arte che ho creato! Le piace? Mi piacerebbe che lei mi gratificasse ancor di più facendomi un'offerta in denaro!". In Friuli era allo stesso modo diffusa la tradizione di intagliare zucche con fattezze di teschio, e la credenza che nella notte dei morti questi potessero uscire dalle tombe, muoversi in processione, irretire i bambini, ed infine che gli animali nelle stalle potessero parlare. Sempre in Friuli era diffusa una tradizione pressoché identica a quella del "dolcetto o scherzetto", anche se applicata nelle festività natalizie o carnevalesche, feste che tuttavia hanno pure origine come riti di passaggio d'anno, similmente ad halloween. In queste occasioni infatti i bambini, eventualmente travestiti da figure spaventose e mostruose, potevano bussare di porta in porta recitando filastrocche il cui significato era quello di chiedere dolci, noci o piccoli regali, in cambio di un augurio rivolto all'interlocutore di accedere al paradiso. In Sardegna è conosciuta come Is Animeddas, Su Candeleri, Su mortu mortu, Sas Animas, Su Peti Cocone, Su Prugadoriu o Is Panixeddas a seconda delle zone ed è una tradizione antichissima e prevede anch'essa di andare per le case a chiedere di fare del bene per le anime dei morti, i bambini che bussano alle porte si presentano come "sos chi toccana" ("quelli che bussano" in lingua logudorese). In Sicilia, nella notte tra l'1 e il 2 novembre, i cari defunti fanno visita ai parenti ancora in vita, portando doni ai bambini. In Puglia, in specifico a Orsara di Puglia, un piccolo paese montano della provincia di Foggia, la notte tra l'1 e il 2 di novembre si celebra l'antichissima notte del "fucacost" (fuoco fianco a fianco): davanti a ogni casa vengono accesi dei falò (in origine di rami secchi di ginestra) che dovrebbero servire a illuminare la strada di casa ai nostri cari defunti (in genere alle anime del purgatorio) che in quella notte tornano a trovarci. Sulla brace di questi falò, poi, viene cucinata della carne che tutti insieme si mangia in strada e si offre ai passanti. Nella giornata dell'1, nella piazza principale, si svolge, inoltre, la tradizionale gara delle zucche decorate (definite le "cocce priatorje" - le teste del purgatorio, nel senso delle anime del purgatorio). Caratteristiche molto simili ad Halloween si riscontrano nell'antica festa di Sant'Andrea celebrata a Martis e in altri comuni dell'Anglona e del Goceano, in Sardegna: la notte del 30 novembre gli adulti vanno per le vie del paese percuotendo fra loro graticole, coltelli e scuri allo scopo di intimorire i ragazzi e i bambini che nel frattempo vagano per le strade con delle zucche vuote intagliate a forma di teschio e illuminate all'interno da una candela. I giovani, quando vanno a bussare nelle case, annunciano la loro presenza battendo coperchi e mestoli e recitando una enigmatica e minacciosa filastrocca in lingua sarda Sant'Andria muzza li mani!!... (Sant'Andrea mozza le mani) ricevendo in cambio, per questa loro esibizione, dolci, mandarini, fichi secchi, bibite e denaro
venerdì 17 ottobre 2014
Venerdì 17
Ai superstiziosi il numero 17 non piace nemmeno singolarmente, figuriamoci quando accanto ad esso compare sul calendario il giorno “venerdì”.
Il venerdì 17 è considerata una data particolarmente sfortunata, ma non tutti sanno il perché di questa credenza. I pregiudizi che nascono legati ad esso riguardano la cultura popolare e la superstizione individuale o, talvolta, l’influenza collettiva.
C’è chi di venerdì 17 non vorrebbe nemmeno uscire di casa per recarsi al lavoro, ma ovviamente in questo caso si parla di superstizione estrema, che è comunque molto diffusa. Alcuni tentano di scacciare la negatività con amuleti e altri stratagemmi; mentre c’è anche chi a questa data non presta attenzione.
Il venerdì 17 è considerata una data particolarmente sfortunata, ma non tutti sanno il perché di questa credenza. I pregiudizi che nascono legati ad esso riguardano la cultura popolare e la superstizione individuale o, talvolta, l’influenza collettiva.
C’è chi di venerdì 17 non vorrebbe nemmeno uscire di casa per recarsi al lavoro, ma ovviamente in questo caso si parla di superstizione estrema, che è comunque molto diffusa. Alcuni tentano di scacciare la negatività con amuleti e altri stratagemmi; mentre c’è anche chi a questa data non presta attenzione.
Il giorno venerdì 17 è ritenuto sfortunato in Italia e in altri paesi di origine greco-latina. L’origine di questo preconcetto si riconduce all’unione di due elementi estremamente negativi, ovvero il Venerdì Santo, giorno della morte di Gesù, e il numero 17; che come il 13 è considerato sfortunato anche nei paesi anglosassoni. Ma cos’è successo di così negativamente eclatante nel corso dei secoli da far diventare il venerdì 17 una data così temuta? Nell’Antica Grecia i seguaci di Pitagora disprezzavano il numero 17 poiché era tra il 16 e il 18, i numeri che rispecchiavano perfettamente la rappresentazione di quadrilateri 4x4 e 3x6. Altra motivazione, questa volta dal mondo religioso, è che nell’Antico Testamento la data di inizio del diluvio universale è il 17 del secondo mese e secondo la Bibbia lo stesso giorno sarebbe morto Gesù. Nell’Antica Roma sulle tombe era usanza scrivere “VIXI”, ovvero “ho vissuto”, “sono morto”; nel Medioevo, però, a causa dell’analfabetismo molto diffuso l’iscrizione veniva confusa con il numero 17 che invece era XVII. La curiosità è che quella di venerdì 17 è una superstizione sentita fortemente esclusivamente in Italia: addirittura a Napoli il 17 è sinonimo di disgrazia. Nel resto del mondo i numeri negativi sono altri. Nei paesi anglosassoni, infatti, il giorno sfortunato è venerdì 13, mentre in Spagna, Grecia e Sudamerica è il martedì 13.
lunedì 13 ottobre 2014
Sono sempre con voi
Oggi viviamo in un periodo della storia basato in modo particolare sugli atteggiamenti–molte persone vanno dagli psichiatri e pensano di poter correggere le cose superficialmente, con la mente. Con un bell’atteggiamento puoi superare una sconfitta, un dolore, una prova. La verità è che sì, puoi cambiare te stesso, però non é tutta la storia. La parte negativa di quest’atteggiamento è il pensiero che sei tu a dover fare tutto. È vero che dobbiamo fare tanto quanto possiamo, ma c’è anche la grazia di Dio. È molto meglio non dire soltanto: “Io voglio avere e tenere un bell’atteggiamento”, ma: “Io dò questo atteggiamento a Te”. Invece di pregare: “Quando verrai a me, quando verrai Signore”, dici: “Io mi dono a Te, io sono Tuo”. Quello che tu dai, riceverai; quello che tu cerchi, non sempre lo riceverai totalmente e non così velocemente. Quando tu soffri, pensa di donare anche di più a Dio. C’è un bel brano nella Bhagavad Gita dove Dio dice: “Se tu, in tutto ciò che cerchi di fare per conoscerMi, fallisci, allora damMi il tuo fallimento”. Quando lo faremo, vedremo che non esiste realmente un fallimento.
Sono sempre con voi
Gesù ha detto alla fine della sua vita: “Io sono sempre con voi”, e lo è veramente. Quell’ ‘Io’ che Lui ha menzionato in quei tre giorni tra venerdì e domenica è un simbolo. Maria Maddalena Lo ha visto nel giardino e Lui le ha detto: “Non Mi toccare ancora, perchè non sono ancora risorto. Cosa voleva dire? È un simbolo; in tutte le storie divine ci sono sempre dei simboli. Il simbolo in questo caso è che Lui, come pure ogni anima, ha tre livelli da superare per arrivare alla libertà perfetta in Dio. Noi abbiamo tanti veli intorno a noi. Questi veli sono soprattutto a livello materiale.
Dobbiamo togliere questi veli che circondano la nostra mente: i pensieri di “me”, i pensieri delle cose che vogliamo, i desideri, la coscienza di aver fatto male a qualcuno. Tutto questo ci circonda e ci rende come un bozzolo di seta, che tu devi a poco a poco togliere. Ma fare questo da solo è un lavoro veramente impossibile, nessuno potrebbe farlo da solo. Yogananda diceva che solo il 25% del sentiero dipende dal tuo sforzo personale, il 25% è quello che fa il Guru per te, il 50% è la grazia di Dio. Tutti e tre sono essenziali per arrivare a Lui. Tu non puoi fare tanto, ma questo poco che puoi fare é molto per la tua volontà. Non pensare allora che Lui farà tutto. Se osservi l’esempio dei santi, vedrai soprattutto un esempio d’amore eroico e di forza di volontà eroica. Tu devi veramente mettercela tutta, ma persino questo è poco rispetto a quello che devi capire alla fine. Se tu metti tutta la tua volontà per superare una prova, puoi arrivare alla resurrezione – però non una resurrezione come quella di Gesù. Ti senti meglio, ti senti più vicino a Dio, ti senti più gioioso; però c’è qualcos’altro che non può venire. Gesù ha dimostrato questo nella sua resurrezione: era la grazia di Dio che è venuta sulla terra tramite la sua vita, ma specialmente tramite la resurrezione. C’è un bel canto che Yogananda cantava alla Madre Divina, le cui parole sono: “O figlio mio, chiedimi la salvezza ma non chiedere il mio amore, perché se tu mi chiedi l’amore, io devo darti tutto e sarò povera”. Vuole dire, chiedimi il mio amore, perché l’amore di Dio è tutto.
Il mondo astrale
Ci sono diversi livelli di salvezza. Un livello di salvezza viene con la libertà dal bisogno di ritornare nel corpo umano. Si può vivere nel cielo e non dover tornare qui sulla terra. Questo è uno stato beato, e nei cieli più alti c’è una tale bellezza! Sei circondato da angeli, da altre anime libere. Non devi più mischiarti con gente sgradevole, cattiva, egoista. Dopo la morte fisica i devoti vanno in quel regno, ma non tutti sono abbastanza liberi per svilupparsi spiritualmente. Non hanno l’opportunità per avanzare perché è tutto troppo bello e non c’è l’incentivo a crescere. Qui, in questo mondo, tu hai l’incentivo. Tu vedi la vanità e la cattiveria, e tu pensi “Non voglio questo”. Hai un incentivo per cercare una vita migliore. Nel cielo, tu pensi che l’hai già, quindi ti riposi un pò. Però a poco a poco i desideri che hai nel subconscio cominciano a risalire, e pensi “Ah, com’era bello avere una moglie, com’era bello avere dei bambini, com’era bello agire con un corpo che può fare tante cose”. A quel punto senti tristezza, e poi alla fine ritorni di nuovo sulla terra per finire questa storia. Non è che i genitori creano o invitano il neonato. Una madre che conosco, una volta rimproverò il suo piccolo. E lui era così dispiaciuto, che dopo aver pianto un po’, le disse: “E tu non eri neanche la mia prima scelta!” Lei chiese: “Ma chi era la tua prima scelta?” Il bambino rispose: “Una donna nelle Filippine”. Così noi ritorniamo qui, fino al punto dove abbiamo finito questo karma che ci porta giù. La mente umana trova difficile immaginare un’ eternità nel cielo. Prova ad immaginare milioni di anni, tanti miliardi di anni sempre nello stesso giardino, sempre con questo benedetto ego, con questo corpo anche se astrale. Non posso immaginare una definizione migliore per l’inferno. Sarebbe certamente un inferno essere sempre legato, sempre imprigionato in un’ego.
Oltre questo mondo astrale c’è il mondo causale, cioè la causa di tutto, un mondo di idee. Lì, il corpo non ha molta importanza, non c’è più un ego; sei quasi come Dio, con un potere enorme e solo una piccola limitazione di desideri. Gli esseri di quel livello creano altri universi, altrettanto grandi come questo. Sembra una cosa impossibile, ma tu non sei quello che pensi, sei molto di più!
L'esempio di Gesù
Gesù è tornato per farci capire non soltanto che Lui ci ama: vuole anche farci capire che da dove viene Lui, anche noi possiamo arrivare. Tante volte egli ha visto cose che sarebbero avvenute nel futuro, dicendo per esempio: “Quando due o più persone si riuniscono nel mio nome, io sono lì, in mezzo a loro”. Diceva “sono” perché non pensava nel tempo futuro: tutto è presente. Tutto ciò che è passato migliaia di anni fa, tutto ciò che avverrà tra migliaia di anni nel futuro – tutto sta succedendo adesso, nell’Eterno Presente. È per questo che Lui non ha detto: “ci sarò”, ma: “ci sono”. Ogni Domenica, in tutto il mondo, i cristiani celebrano la messa (anche in India, molti celebrano le funzioni cristiane, perché vedono che Dio si è manifestato in tutte le religioni). Ma come può Gesù essere contemporaneamente in ogni chiesa? Egli non parlava del corpo; il corpo era soltanto una sua manifestazione. Lui è già onnipresente. Noi non possiamo immaginare quello stato di esistenza, così diverso da quello che abbiamo; noi non siamo onnipresenti neanche in questo corpo! L’onnipresenza in questo corpo significherebbe essere centrato in ogni atomo del corpo, ti sentiresti in ogni atomo. Questo è uno stato che non possiamo capire. Noi siamo centrati nell’ego, che è minuscolo come un’atomo. Però quando tu puoi uscire dall’ego, realizzi che ogni atomo è il tuo centro. Yogananda ha detto che la visione di Dio è “centro ovunque, e mai circonferenza”. Quello è lo stato che ti attende. Non pensare soltanto che devi mantenere un bell’atteggiamento, così Dio ti benedirà; è importante vedere anche dall’infinito la verità di chi siamo noi: siamo venuti dall’infinito, e lì dobbiamo ritornare.
Simboli cristiani
Ci sono all’inizio e alla fine della vita di Gesù due simboli molto importanti. Il primo fu la stella. L’ultimo era la crocifissione e la resurrezione. I re Magi, che erano in realtà maestri, erano capaci di vedere che Gesù era nato in questo corpo; la coscienza cristica infinita era incarnata sulla terra. Quando tu vedi l’occhio spirituale, al suo centro vedi una stella che simboleggia la coscienza cosmica di Dio. Vedendo quella stella su una persona significa che quella stella era nata in lui. Quindi Gesù è venuto come incarnazione di Dio – non come un santo, ma molto di più. Dio, tramite la coscienza di Gesù, si è incarnato sulla terra. Gesù non era l’unico; Dio fa questo con ogni maestro che è liberato e torna sulla terra con questa libertà. Sarebbe un peccato se noi non potessimo arrivare lì. Nell’Apocalisse, Gesù ha detto: “Io sto fuori dalla porta e busso. Chi mi apre la porta e mi lascia entrare, mi siederò e mangerò con lui”. C’è una verità nascosta in queste parole, che la gente non era pronta ancora per capire. Noi dobbiamo fare quello che ha fatto Lui, diventare quello che Lui è stato e che è adesso. Egli vuole soprattutto questo da noi, e non lo avremo soltanto con metodi psicologici per cambiarci. Non è possibile. Con quel tipo di lavoro psicologico puoi correggere qualche problema nella vita, forse un dolore che ti ha causato qualcuno, o che tu hai causato a qualcun’altro. Puoi lasciare una stanza di questa casa e pensarti libero, però è solo una stanza: sei ancora imprigionato nella casa dell’ego, quindi non sei libero. Questa libertà non può venire per metodi psicologici: può soltanto venire per la grazia del Guru e di Dio.
La resurrezione di Cristo nei nostri cuori
Per questo è venuto Gesù, per questo sono venuti i grandi Maestri, per questo è venuto Yogananda – per darci la forza di ascendere. Quando preghi, non pregare “aiutami”; è molto meglio dire: “io vengo da Te, io voglio Te, io mi dono a Te”. Pensa in un modo generoso, non in un modo egoista. La resurrezione è un bel simbolo su tanti livelli della verità. Più vivi quella realtà in ogni momento della vita, più vedrai che Lui veramente risorge nel tuo cuore, e tu risorgi sempre di più in Lui.
Estratto da un discorso tenuto da Swami Kriyananda ad Ananda Italia
venerdì 10 ottobre 2014
sorridere fa bene all'anima?
Cosa fa sorridere la mia anima… Bene… Non so se qualcosa al di fuori della mia anima e’ necessaria per farla sorridere.Sorride da dentro il suo stesso Se’, sai?Quindi non e’ come qualcosa da fuori e’ necessario per come dire…dargli impulso quindi sorride…penso che si possa dire che sorride sempre, sai sorride sempre non c’e’ bisogno di farlo vedere sul viso che sorride sempre, ma sorride sempre il che vuol dire che e’ lo stato naturale di gioia dentro il nostro proprio essere e sento che questo e’ lo stato naturale di tutti gli esseri dentro, se non sono turbati dalla loro mente se non danno attenzione alla mente alla loro vita quotidiana, o al senso di identita’ personale troveranno che sono felici dentro se stessi, stanno – se vuoi usare la parola – sorridendo Penso che e’ una bellissima parola “sorridere dentro te stesso” semplicemente accade cosi’.
E non e’ che lo forzerei perche’ non succede cosi’ che uno abbia sempre questo commento da fare, ma allo stesso tempo incoraggerei le persone a guardare in quella direzione perche’ non e’ che sia qualcosa lontana da noi stessi, infatti questa e’ solo immaginazione infatti e’ cosi’, ma se non fosse appropriato dirlo… sai? non so… tutto dipende da una certa apertura alcune persone si trovano ad un bivio nella loro vita ed e’ un momento significativo per loro cosi’, vorrei anche dire, non prendete le cose in modo troppo personale, se puoi ascoltare un simile consiglio, vedi?
Perche’ ogni volta quando c’e’ un certo senso di “persona” e un forte pensare a te stesso come una persona, allora proprio li’ c’e’ sempre qualche problema che arriva, perche’ non sento che dobbiamo prendere la vita cosi’ personale Penso che questo e’ l’errore che facciamo e a causa di un’idea mal formulata di chi siamo, consideriamo anche la vita quasi come una minaccia diventa cosi’ perche’ le persone, cominciano a sentire che la vita e’ cosi’ ingiusta, puo’ essere che la sentano cosi’, o che e’ cosi’ impegnativa e non sappiamo come possiamo rispondere da un luogo di Verita’ ed essere veramente felici.
E’ quasi che alcune circostanze o situazioni emergono e non sappiamo come essere felici in esse. E dico non e’ necessariamente vero e in ogni caso a proposito della felicita’. Non intendo quella felicita’ che e’ una felicita’ superficiale, non un far finta di essere felici c’e’ invece una felicita’ che e’ cosi’ ampia, per cui sulla superificie potrebbe sembrare che sei molto pensieroso o qualcosa del genere, ma alla base di questo, ci puo’ essere un bellissimo spazio, che chiamo gioia o pace, uno stato d’amore allo stesso tempo.
A volte sentiamo che non possiamo essere in questi due stati allo stesso tempo: o sei infelice o sei felice.
E non e’ cosi’ lo stato naturale e’ quello di essere gioiosi non necessariamente gioiosi per una ragione particolare, ma e’ semplicemente la gioia dell’Essere che e’ il nostro stato naturale quindi, sento ancora, ritornando al punto che ho indicato: molto spesso penso che le persone mettono troppa energia nel percepire la vita personalmente e inoltre anche in modo problematico, c’e’ qualche problema e “perche’ mi sta succedendo questa cosa” e rimangono troppo incastrati in quel tipo di traffico quindi se potessi e ci fosse apertura potrei ritrovarmi a dire “Guarda, non prendere la vita cosi’ seriamente” sta anche passando… Ogni cosa passa questa sarebbe probabilmente una delle cose che direi. Non identificarti cosi’ fortemente con nessuna cosa, perche’ e’ semplicemente la vita, va semplicemente avanti, sai?
E non e’ cosi’ lo stato naturale e’ quello di essere gioiosi non necessariamente gioiosi per una ragione particolare, ma e’ semplicemente la gioia dell’Essere che e’ il nostro stato naturale quindi, sento ancora, ritornando al punto che ho indicato: molto spesso penso che le persone mettono troppa energia nel percepire la vita personalmente e inoltre anche in modo problematico, c’e’ qualche problema e “perche’ mi sta succedendo questa cosa” e rimangono troppo incastrati in quel tipo di traffico quindi se potessi e ci fosse apertura potrei ritrovarmi a dire “Guarda, non prendere la vita cosi’ seriamente” sta anche passando… Ogni cosa passa questa sarebbe probabilmente una delle cose che direi. Non identificarti cosi’ fortemente con nessuna cosa, perche’ e’ semplicemente la vita, va semplicemente avanti, sai?
Ancora, potrebbe non essere facile, perche’ comunque tendiamo a prendere la vita in modo personale e diventiamo molto seri e quindi se qualcuno ti dice “Ascolta, rilassati un po’ ” sai…” tirati indietro un attimo e impara ad osservare “un po’ di piu’ quello che sta succedendo”. “Piuttosto che essere cosi’ veloce ad identificarti” , allora alcune persone sapranno ascoltare questa cosa e sapranno usarla e vedere la bellezza in quel prendersi dello spazio, il che vuol dire diventare un po’ piu’ distaccati e vedere che a volte le cose non vanno realmente cosi’ male come sembra inizialmente quindi se sei in grado di osservare, potresti arrivare a vedere che… alcune reazioni possono avvenire, ma che non ti identifichi con esse cosi’ fortemente e quindi uno spazio piu’ chiaro emerge, cosi’ Sento che c’e’ anche spazio per il dolore se qualcuno e’ in lutto. Sento che c’e’ totalmente anche lo spazio per il dolore, non vorrei andare e intromettermi e persino dire qualcosa, per cercare di tirare le persone fuori dal dolore. Penso che il dolore e’ un’esperienza e un sentimento molto credibile quindi se qualcuno e’ in lutto, penso che c’e’ spazio… voglio dire, non sento che c’e'… che dobbiamo essere sempre felici in questo senso – che sai, se qualcuno e’ triste non c’e’ spazio per questo – Penso che c’e’ un tremendo spazio per questo, perche’ a volte questa esperienza di tristezza puo’ per qualcuno essere l’opportunita’ per affrontare delle cose dentro se stesso che fino ad adesso non sono state viste, quindi ci deve essere spazio per tutto questo. Quindi vorrei solo – non so se la parola e’ “consolare” qualcuno -
Se sentissi che in qualche modo stanno scivolando via da un luogo, che dovrei intuire nel mio stesso Cuore, che stanno scivolando via e che davvero hanno bisogno, sai, di un certo contatto che puo’ davvero aiutare a riportarli in un luogo piu’ stabile, a un certo equilibrio perche’ non fa bene a nessuno lasciarsi andare in profondo dolore e perdersi in esso e cosi via, questo non va bene. Mi piacerebbe vedere che ci sono alcuni esseri che comprendono pienamente nel Cuore cio’ che viene indicato e ritornano alla vita in questa comprensione e continuano a condividere con altri, essere da quel luogo di visione e da quella bellissima scoperta, perche’ sento che questa e’ una condivisione autentica per l’essere umano, sai?
Essere liberi dall’ipnosi del condizionamento, e’ il piu’ grande sorriso che sentirai nella tua vita perche’ fino a che ci aggrappiamo alle idee di chi siamo che non sono vere, allora non puoi realmente sorridere con il tuo Cuore, voglio dire, potrai farti una risata, potrai fare uno scherzo o qualcosa cosi’, ma non credo che tu stia facendo questa domanda su un sorridere momentaneo, perche’ anche la persona piu’ triste del mondo, deve sorridere di tanto in tanto, ma credo che tu stia chiedendo – e rispondo alla tua domanda – come qualcosa di molto profondo, che davvero possa portare un sorriso che inizia nel Cuore e brilla, proprio come, una gioia indiscutibile, dal tuo Cuore. Dovrei dire che questo e’ qualcuno che ha trovato se stesso, qualcuno che ha realizzato la Verita’ di cio’ che siamo, piuttosto che cio’ che siamo stati condizionati a credere di essere e questo e’ totalmente, totalmente possibile la mia espressione, potresti dire, è solo per questo, perchè vediamo il risultato del non riconoscere questo che ci induce a fare cosi’ tante cose folli in questo mondo, a far male a noi stessi e ad altri esseri quindi qualcuno che realizzi e riconosca di nuovo, la loro vera natura questo e’…ufff!
Sorridi, sorridere in ogni essere e’ davvero contagioso trovare qualcuno che è felice in questo modo, che e’ felice, ma non per uno scherzo..- Capisci? Qualcuno che e’ semplicemente felice! Perche’? “Perche’ sei felice?” Non lo so! Non so neanche dire perche’ sono felice! Questo e’ il miglior tipo di felicita’! Quando non puoi neanche dire il perche’ tu sia felice! Se puoi dire perche’ sei felice, allora la tua felicità finirà presto, ma quando non sai perchè sei felice Non puoi fare a meno di essere felice, provi persino ad essere triste e non ce la fai! Perchè la tua luce è così…accesa! Questa è la felicita’ per me. E quella felicità, è ciò che amo vedere negli esseri umani e non solo negli esseri umani, mi piace vedere un cane felice! Voglio vedere un cane felice! Persino i cani sorridono quando sono felici, lo sai? Vedo persino gli uccelli felici! Li vedo felici, vedo come si comportano, non so per cosa sono felici, ma sono felici in qualche modo, perchè non posso spiegarlo in nessun altro modo se non nel dire: perchè sono la vita! Io sono vita! Non sto neanche vivendo la vita, sono la vita! Siamo la vita! E in questa gioia…- Non voglio dire alla gente “Siate felici”, non voglio darti problemi! Dicendoti “sii felice” voglio solo dirti tu sei Amore sei ok!
Sai… Dico che non voglio ricordare al mondo che soffre e che è infelice voglio ricordare al mondo che è bello e libero, perchè le persone se lo dimenticano che la vita… non siamo qui solo per fare sforzi, sai? O per far festa, non sono qui per far festa Non sono interessato a far festa, sono andato ad abbastanza feste, non e’ far festa. Non voglio neanche dire che sono qui per celebrare la vita, sono semplicemente qui ed è abbastanza il mio “qui” è abbastanza! Ma sono felice dentro il mio Cuore e ogni cosa dentro di me, ogni cellula del mio corpo, danza nel vedere questa gioia in altri esseri, vedi? Quindi non so dove andare. Non so dove andare con questa gioia. Non so in quale luogo io possa essere senza questa gioia. E’ qualcosa dentro, non so che cosa mi obbliga, o obbliga questo corpo a provare in qualche modo a ricordare – perche’ non posso creare, vedi – posso solo ricordarti che questa gioia è dentro di te e qualche volta dobbiamo lavorarci un po’, qualche volta devi ricordare a qualcuno “ascolta lascia andare questa cosa!”
A volte ti devo persino dare una spinta! Vedi? Dico: “Che cosa stai facendo? Sei pazzo?” “Lascia stare questa cosa!” “Lo sai che ti stai solo incasinando!” Solo per far splendere di nuovo la tua luce e così, non vedo nessun’ altra cosa, perchè puoi trovare piacere, ma la felicità sembra rara, eppure dico che il nostro Essere è felice per natura, lo so! Non sto neanche…non è una mia credenza. Non credo a queste cose lo so, io sono questo! E se lo sono, non sono più speciale di nessun altro essere umano e quindi devi esserlo anche tu e questa non è una supposizione, questa è un’affermazione che tu sei questo! Ma so che non è abbastanza semplice dire queste cose, sai… la tua vita deve essere l’evidenza che ciò che dici è vero. Non vado in giro a cercare di essere felice, non devo cercare di essere felice è che ho fallito miseramente ad essere infelice. Non riesco ad essere infelice, capisci? Questa è l’unica cosa che posso dire ho fallito o non ho fallito perchè non ci ho neanche provato, perche’ dovrei cercare di essere infelice? Ma e’ semplicemente così, sai? Ed è così. E’ così!
Quindi per riassumere, vorrei solo dire di “essere” e di scoprire il proprio Se’, sai? Perche’ se non lo fai, allora qualsiasi cosa accade, come la troviamo in questo mondo, è momentanea, ma quando sei nuovamente… Direi che quando la tua mente e il tuo cuore si connettono, allora si accendono le luci, penso che questa sia la luce di cui stai parlando e se tu vedi… a volte la vediamo nei volti dei bambini, ma è solo una scintilla, persino loro non possono tenerla, avviene realmente solo con il tornare a casa. Direi così e non voglio avere la sensazione che è troppo da mettere di fronte ad un essere umano, perchè allora sarebbe un insulto agli esseri umani ci vuole un po’ di lavoro? Sì all’inizio ci vuole un po’ di lavoro, non perchè questa cosa è un lavoro, la cosa in sè non è un lavoro, ma è così perchè abbiamo prestato troppa attenzione alle cose sbagliate, vedi allora ci vuole un po’ di lavoro, giusto perchè tu volga la tua attenzione un po’ all’origine, ma non appena incominciamo a scoprire di nuovo la nostra gioia originaria, non abbiamo bisogno di alcun incoraggiamento quello è già un incoraggiamento, lo sai che hai una carta vincente e vuoi semplicemente stare lì la vita ti tira, ti abbraccia e ti tira dentro, ma se non sai di questo prima, come io non ne ero consapevole prima e quindi la mia vita era solo gioie momentanee, piaceri momentanei, tristezze momentanee e così via ma quello che ho ricevuto, quello che chiamo “un bacio da dentro me stesso” che mi ha completamente devastato nel modo più bello, capisci?
Voglio dire…Io… non ho più potuto continuare con la mia vita nel modo in cui era prima , ha semplicemente cominciato a cambiare ed è il miglior cambiamento e cambia ancora… sulla superficie sta cambiando ancora, ma qualcosa dentro non sta cambiando, c’è questa dualità, nella vita qualcosa cambia e qualcosa non cambia se ho trovato quello che non cambia e quindi ciò che cambia, posso godermelo adesso prima ero più spaventato da ciò che cambia, adesso non ho più paura di ciò che cambia, perchè ho trovato ciò che non cambia, vedi? Questo non è un sorriso che avviene semplicemente sulle tue labbra o con la bocca è fatto con tutto il tuo essere e la gioia, è quel sorriso e il satsang è uno dei pochi momenti veramente autentici per me, lo so, in un certo senso sei seduto di fronte a tutte queste persone che cosa c’è di così autentico in questo… beh..sì…sembra un po’ formale, se potessimo farlo in un altro modo, sarebbe in un altro modo, ma il fatto è che questo è ciò che facciamo, esploriamo l’argomento di chi siamo, basato sul saldo riconoscimento che vale la pena fare questa scoperta, e quindi c’è una gioia in questo, quando osserviamo, perchè per la maggior parte sembra che lo abbiamo dimenticato, a volte emergono delle paura e le persone dicono “Oh mio DIo!”
Perchè abbiamo investito così tanto per diventare qualcosa che non siamo e quindi quando è tempo di tornare a ciò che siamo, abbiamo paura di lasciare andare quel qualcosa che non siamo ma questa è la vita, un po’ di dolore deve esserci, ma solo quel tanto che è necessario per farti tornare alla tua verità, senza dolore quindi questa è la mia prospettiva, voglio dire qualcosa… che qualsiasi cosa accasa, va tutto bene, qualsiasi cosa accada, l’ultima parola è “E’ tutto ok” dentro al Cuore, qualcosa si prende cura di te, qualsiasi cosa accada so che, anche se si tratta di perdere le persone che ti sono vicine – io ho perso mio figlio, mia sorella, mio fratello e così via – e amici con cui cresci arrivi ad un’età in cui vedi che ci sono sempre più persone intorno a te che se ne stanno andando, persone con cui hai condiviso in modo intimo e senti dolore per questo e inoltre a volte ci sono cose che succedono dentro al corpo vai dal dottore e sai, in ogni momento ti potrebbero dire “Hai il cancro alla prostata” o qualcosa così e tu sei come… qualcosa dentro è pronto a questo e allora… allora cominci a vedere che tutto è momentaneo tutto questo, ci metti così tanta energia, ma non puoi trattenerlo, perche’ persino il corpo di cui hai bisogno per goderti tutto questo, non puoi tenerlo e c’è un tempo quando arrivi a un certo livello di visione dentro te stesso, che tutto passa e cresci molto in fretta, sai… cresci molto in fretta, fino al punto in cui, come ho detto in satsang che “Non ho un futuro e quindi sono tremendamente felice”
Non sono per niente preoccupato come se la mia felicità fosse la settimana prossima o qualcosa deve accadere, sono solo qui adesso e c’è una pienezza e una ricchezza in questo perchè conosco la realtà che il domani potrebbe non venire in termini di… basiamo la nostra vita su tante proiezioni e la gente dice “Oh sai l’anno prossimo faro’ questo” e per me è un “Wow, davvero?” Non so cosa sia questa cosa so solo che l’anno prossimo non esiste per me, l’anno scorso non esiste per me, anche ieri, devo provare ad afferrare la mia memoria su cosa e’ stato ieri, non ha alcuna vita reale in se stesso, ho trovato qualcosa che non ha “ieri” e non ha “domani” in se stesso, non ha neanche un “oggi” e questa è stata la più bella scoperta ma non posso parlarne adesso, posso, ma non ne vale la pena. C’è un momento quando ci sono persone che semplicemente capiscono, non so, hanno un modo di comprendere queste cose e dicono “Hey, sono con te su questa cosa” “Sono con te” Ma sarà così: qualsiasi cosa accade, qualsiasi cosa accada, specialmente se tu riesci a prestare attenzione che tutto viene e va, tutto viene e va, tutto viene e va persino questo corpo è venuto e se ne andrà ma qualcosa osserverà anche l’andarsene di questo corpo
mercoledì 8 ottobre 2014
riflessioni sulla spiritualità
Negli ultimi quaranta anni, l’occidente è stato travolto da un’ondata di informazioni spirituali che ha inondato i quotidiani, la televisione e i periodici a maggiore tiratura. Classi di meditazioni sono offerte alle Nazioni Unite, Hillary Clinton usa tecniche di visualizzazione e rilassamento, lo yoga viene insegnato in molte delle più grandi aziende mondiali e la vita spirituale di celebrità come Richard Gere, John Travolta e Tom Cruise è data in pasto a un pubblico di fan spiritualmente affamati o di voraci cercatori di pettegolezzi. La spiritualità non solo ha acquistato molta popolarità, ma è diventata un grande affare. La New Age è un’industria multimiliardaria, e alcuni degli insegnanti spirituali e dei guru più famosi si sono arricchiti considerevolmente grazie al commercio della Verità. Tuttavia, restano le domande essenziali: che cos’è la spiritualità? Lo spirito umano si sta davvero evolvendo? Nella cultura spirituale dell’occidente sta succedendo qualcosa di realmente nuovo o la nostra attrazione per i seminari New Age, lo yoga e la meditazione non sono altro che masturbazioni spirituali? Come possiamo utilizzare il caos e le opportunità che abbiamo di fronte per dare un aiuto significativo all’umanità? Stando ai media, la spiritualità può essere di tutto: una lezione di yoga in palestra, una lettura astrologica improvvisata o la camminata sul fuoco durante un seminario di fine settimana. I seguaci della New Age ci sollecitano ad accettare tranquillamente un cammino personale e su misura verso il benessere, chiamandolo “verità” e incoronando come “spirituale” tutto ciò che contiene il colore viola, include la parola “meditazione” o ha il ginseng nell’elenco degli ingredienti. Giardini di pietra Zen sono in vendita negli aeroporti o a Discovery Channel, mentre è possibile comprare per un quarto di dollaro i mala, le collane della preghiera un tempo considerate sacre, nei grandi magazzini. Se non fossero pieni di vuoto, gli antichi Maestri Zen si starebbero certamente rivoltando dentro le loro urne cinerarie! La realtà è che, in aggiunta a tutto ciò che essa già rappresenta, la spiritualità è diventata un capriccio. È un vocabolo familiare, un bene comprato e venduto a caro prezzo, un’identità, un club cui appartenere, una fuga immaginaria. Le autorità spirituali fungono da mamma e papà, sono delle icone, dei saggi favolosi, degli amanti proiettati, dei confessori e delle guide che renderanno la nostra vita migliore e più piacevole. Il Dalai Lama viene definito “carino” e “pacifico” –come fosse una stella del cinema – mentre attori come Richard Gere e Steven Segal sono talvolta riveriti come dei modelli esemplari di figure spirituali o addirittura dei tulku. Mettere l’etichetta di “spirituale” a ogni fenomeno o individuo che sia anche solo leggermente straordinario migliora le entrate e aumenta l’autostima, il potere e lo status di persona legata al guru più alla moda o alla tecnica più seguita. Ma ciò crea confusione inutile al ricercatore neofita e sincero, che spesso all’inizio non riesce a distinguere tra un autentico tulku tibetano o un cristallo terapeuta. Inoltre, buffonate del genere spesso allontanano i profani già scettici e critici, che vedono uomini e donne intelligenti (oltre che dotati di grandi ego) arricchirsi cooptando fantasie di salvezza ultraterrena da parte di individui più deboli; in tal modo, concludono che tutto il mondo della spiritualità manca di intelligenza e spirito critico. Laddove la spiritualità autentica trascende di gran lunga categorie così superficiali, in una cultura moderna priva delle basi per distinguere le sottili differenze tra le varie esperienze e guide spirituali, è spesso difficile comprendere il valore effettivo della “merce” spirituale in vendita.
Svalutare il linguaggio della spiritualità
Non è necessario essere un linguista per rendersi conto di quanto il vocabolario delle tradizioni sacre sia stato screditato. Una volta che termini come “illuminazione” o “risveglio” sono entrati a far parte del linguaggio comune occidentale, hanno perso inevitabilmente la sacralità del loro significato essenziale. La cultura spirituale popolare non solo finge di comprendere il linguaggio dell’“illuminazione”, della “liberazione” o del “risveglio”, ma presume che i suoi membri concordino sul significato di parole un tempo riservate alle più preziose e sottili realizzazioni del genere umano. Sono parole che i praticanti delle principali tradizioni non osavano sussurrare (e tanto meno presumevano di capire) senza decenni di pratica e studio intensi. In una cultura in cui la parola “illuminazione” esce dalle nostre labbra tanto facilmente quanto “caffelatte”, è ovvio che il termine abbia perso significato. Alla fine, ciò che la parola “illuminazione” indica non perde né acquista valore; quello che va perduto è il senso di preziosità e fragilità connesse a quelle che restano le possibilità più sacre della coscienza umana. Se solo potessimo dire, onestamente e senza vergogna: “Pratico la spiritualità come un hobby” o “Desidero una pratica spirituale che mi doni una certa pace mentale, ma senza discipline né impegni” o “Vorrei che la spiritualità sia la mia amante, ma che il comfort e la sicurezza siano mia moglie” o “Voglio essere considerato un uomo o una donna spirituale, perché ciò mi renderà più attraente”; se potessimo semplicemente ammettere: “Sono un seguace della New Age”, “Sono un buddista alla moda”, “Sono un finto hindu”, “Sono un aspirante guru” o “Sono un mistico in erba”; se usassimo definizioni più semplici e dirette, come: “Sono un serio aspirante spirituale”, “Sono un ricercatore dall’interesse moderato” o “Sono un turista spirituale part-time, casuale”… Ma la nostra tendenza egoica, inconscia e automatica, è elevare le nostre attività ordinarie a qualcosa di spiritualmente significativo. Tuttavia, se ci accontentiamo di falsi, contribuiamo a svalutare il prezzo dei diamanti spirituali; ci basta fare sfoggio di gioielli da bigiotteria. Non è che desideriamo consciamente investire in un bene fraudolento; piuttosto, questa identificazione egoica è quello che si ottiene quando si cerca di vivere una vita spiritualmente significativa all’interno di una cultura occidentale capitalista e psicologicamente ferita. Se non riusciamo a distinguere chiaramente ciò che vogliamo e per cui siamo disposti a pagare – cosa nella quale la cultura spirituale occidentale nel suo insieme finora ha decisamente fallito –, il risultato è un mix confuso di termini antichi e ruoli contemporanei, la svalutazione della funzione del maestro (o del guru) spirituale autentico e il discredito generale della spiritualità contemporanea. Fare queste nette distinzioni, anche se poco lusinghiere per l’ego, ci permette di riconoscere senza vergogna dove siamo in questo momento. E non c’è bisogno di ricordare come, secondo Ram Dass, “l’essere qui e ora” sia l’unica possibilità per una trasformazione autentica.
La ricerca di esperienze mistiche
Anche di fronte al fatto, evidente e incontrovertibile, che per la grande maggioranza delle persone la psichedelia e i seminari di un week-end operano ben poche trasformazioni durature (se mai ne operano qualcuna), tutti noi desideriamo ancora qualcosa di forte. Vogliamo l’esperienza, e crediamo ancora che essa voglia dire qualcosa. Forse ora cerchiamo l’Ayahuasca invece dell’LSD, lo pseudo-tantra invece dell’amore libero, le erbe cinesi invece del valium, ma nell’insieme pensiamo ancora che se riusciamo a raggiungere il giusto stato di alterazione, in qualche modo riusciremo a conservarlo, oppure ad avere quella rivelazione finale che ci permetterà di trasformare permanentemente tutte le nostre abitudini negative in quelle di un bodhisattva. Tuttavia, anche se critico la ricerca di forti esperienze spirituali, riconosco che esistono molte persone che traggono enorme beneficio da esperienze mistiche, che queste ultime provengano dal sesso, dalla droga, dalla meditazione, dallo yoga o dalla musica.Le esperienze mistiche hanno il loro posto nello sviluppo spirituale, soprattutto in una cultura scettica di tutto ciò che si trova al di fuori del nostro condizionamento cognitivo. Ma, nella maggior parte dei casi, i nostri trionfi spirituali ricadono nella categoria: “Una volta ho avuto un’esperienza”. Quando le esperienze mistiche diventano la nostra ossessione e cambiamo seminari, insegnanti e tradizioni spirituali alla ricerca della prossima esperienza forte, abbiamo compiuto una lunga deviazione dai bisogni della nostra cultura. Viviamo in una cultura ossessionata dalla chiarezza, ma che svaluta le sottigliezze; infatuata dell’eccesso, ma che disprezza la semplicità; che onora l’egoismo e non apprezza l’altruismo. La nostra cultura ha un grande bisogno di individui che, contrariamente a ogni aspettativa, vogliano ardentemente rianimare il suolo dell’occidente con l’energia della Verità; individui che desiderino vivere semplicemente, facendo i necessari sacrifici e andando contro la tendenza comune del materialismo spirituale. È mia convinzione (o un mio desiderio) che stiamo lentamente arrivando alla comprensione del fatto che non esistono scorciatoie alla maturità spirituale. Lo sviluppo spirituale autentico accade dopo anni di disciplina esteriore e interiore, di implacabile onestà con se stessi e di auto-osservazione. Accade permettendosi di sperimentare le gioie e i dolori della vita, in modo tale che alla fine comincerà a emergere una compassione genuina verso gli altri.
Il mito della New Age
Grazie a Dio – o alla Dea, o a Gaia, o al nome più politicamente corretto utilizzato oggi – stiamo mettendo da parte il mito della New Age, secondo cui siamo una esclusiva progenie di esseri umani selezionati per vivere in questa epoca unica, ricevendo attenzioni e benedizioni speciali. È tempo di superare il narcisismo occidentale secondo cui siamo in qualche modo più speciali di tutti gli altri esseri umani esistiti sul pianeta negli ultimi sei miliardi di anni. Quando a un seminario sento per l’ennesima volta un gruppo proclamare con innocente meraviglia che ci troviamo in una configurazione “unica e speciale”, devo soffocare l’istinto di vomitare. Sono sempre esistiti profeti e profezie, e chiunque abbia sofferto in questa vita (o in un’altra) desidera fortemente sentirsi speciale e quindi specialmente amato. Postulato numero uno di Psicologia Sociale: si prenda un insieme di esseri umani maltrattati dalle famiglie, dai governi e dalle scuole, troppo distaccati dal corpo e dal cuore per poter donare loro amore autentico, e il risultato sarà un gruppo di uomini che proclamerà di essere speciale, eccezionale ed eterno. Ecco l’Età dell’Acquario.Se proprio dovessimo distinguere il nostro tempo dalle epoche precedenti, forse faremmo meglio sottolineare il fatto che non siamo mai stati così vicini all’auto-distruzione. Ironicamente, è proprio perché le cose sono messe tanto male che è possibile l’affiorare di un bisogno collettivo di auto-coscienza. Molti di noi si sono resi conto che siamo motivati più dall’auto-conservazione che dall’altruismo, più dalla paura che dall’amore. Man mano che la minaccia dell’estinzione umana si fa più consistente e le forze dell’avidità, dell’egoismo e dell’ambizione sono più diffuse, emerge un desiderio collettivo di comprendere la follia della situazione presente. Nel contesto della spiritualità occidentale, la spinta complessiva verso la trasformazione appare comprensibilmente più potente nei paesi dove la sofferenza è maggiore. Anche se il desiderio di liberazione nasce dalla volontà di superare il dolore, un’autentica pratica spirituale può trasformare e includere anche delle motivazioni nevrotiche. Se c’è qualcosa di vero nella New Age, penso che abbia a che fare con il bisogno (sempre più pressante) di una soluzione al nostro dolore che sia migliore di una relazione virtuale o delle diete dimagranti; inoltre, godiamo (almeno in alcune occasioni) di un certo margine di libertà, per cui possiamo praticare la nostra ricerca senza venire etichettati come perfide streghe o hippy idealisti.
La sindrome del “tagliare la legna, portare l’acqua dal pozzo”
Sempre più persone, nel mondo occidentale, ritengono che la vita spirituale debba consistere di cose ordinarie. Vivere in una caverna, per un occidentale, è poco pratico; né possiamo risolvere i problemi dell’infanzia o i disturbi sessuali seduti in una grotta nell’emisfero orientale, cercando di trascendere la vita. Come hanno suggerito Jack Kornfeld e altre guide spirituali del nostro tempo, è inutile essere rapiti dall’estasi se non siamo capaci di lavare decentemente il bucato. Ma, per molti di noi, quest’ultimo è il compito più difficile. Comunque, conformemente alla tendenza della psicologia occidentale verso una mentalità da fast food, abbiamo cominciato a utilizzare adattamenti moderni di insegnamenti antichi, come “tagliare la legna, portare l’acqua dal pozzo” (un insegnamento che ci spinge a scoprire la pratica spirituale nella vita di ogni giorno) come alibi per indulgere negli eccessi che preferiamo, senza impegnarci in una vita di seria disciplina spirituale. Pertanto, ogni volta che facciamo il bucato ci convinciamo che stiamo “praticando”; ogni volta che facciamo l’amore che stiamo facendo del tantra; ogni volta che portiamo il bambino a scuola o alla lezione di yoga, che siamo dei genitori consapevoli. Anche se i maggiori insegnanti del nostro tempo incoraggiano i loro studenti a esercitare la pratica spirituale nel contesto della vita quotidiana – come in effetti dovrebbe essere – questo non vuol dire che ogni cosa, in quest’ultima, sia particolarmente spirituale. Leggere qualcosa sulla consapevolezza, in ufficio, non ci assicura un buon karma solo perché ci siamo fatti vivi al posto di lavoro. La disciplina spirituale riguarda lo stato d’animo, l’attenzione e la presenza che portiamo in ogni attività, ma spesso siamo capaci di mantenere questa concentrazione solo grazie a una disciplina interiore di molti anni. Quando insistiamo a definire tutto ciò che facciamo come “spirituale”, solo perché un insegnante famoso ci ha detto che Dio è nelle piccole cose, siamo ricaduti nella trappola familiare dell’auto-inganno e della letargia spirituale. Percorrere la via di mezzo vuol dire prendere la nostra vita per quello che è e considerare i suoi eventi come le circostanze della nostra pratica spirituale. La via di mezzo non è la via facile; per gli occidentali attratti dagli estremi, potrebbe essere la più difficile in assoluto. La via di mezzo non è né la castità né la sessualizzazione di tutti e tutto; non si tratta né di una dieta fissa di hamburger e Coca-Cola né di un austero regime macrobiotico; non è né lo stacanovismo delle varie “dotcom” né la fuga dal sistema “perché non ne facciamo parte”. Piuttosto, è il camminare sul filo del rasoio costituito dal mantenere la consapevolezza e l’integrità in una cultura che ci invita a fuggire in una realtà fantastica paradisiaca o infernale.
La questione dell’insegnante spirituale
L’argomento dell’insegnante spirituale, o guru, è ricco di insidie e di tesori allo stesso tempo; qui lo affronterò solo da un punto di vista generale. Per approfondire l’argomento, si veda il mio articolo Questioning Authority, in “Parabola”, autunno 2000 e il mio libro Do You Need a Guru? (“Hai bisogno di un guru?”). Molte persone, in occidente, continuano ad avere una comprensione immatura sia del ruolo dell’insegnante spirituale, o guru, sia di se stesse come studenti o discepoli. Poiché siamo cresciuti in una cultura dove la maggior parte, se non la totalità, dei nostri modelli (i genitori, gli insegnanti, i governanti) sono dominati dall’ignoranza e dall’egoismo, non meraviglia la scarsa fiducia che nutriamo verso le nostre autorità spirituali (né meraviglia il fatto che spesso queste ultime si dimostrano indegne di fiducia, nonostante le migliori intenzioni). Negli ultimi quaranta anni, abbiamo oscillato tra la prostrazione cieca ai piedi di guru orientali e di maestri Zen, e l’ostinata, totale autonomia da tutti i sistemi tradizionali e le autorità spirituali come fonti di guida. A un estremo, abbiamo uomini e donne asiatici vestiti di tuniche, turbanti e sari, ignari di psicologia occidentale al punto di sfruttare in modo imperdonabile (finanziariamente, sessualmente, psicologicamente e psichicamente), consapevolmente o meno, la nostra debolezza culturale. Molti di noi, nel nostro disperato bisogno di amore, accettazione ed emancipazione (e in mancanza di elementi per distinguere un insegnante autentico da uno fraudolento), hanno spesso scelto falsi maestri cui si sono relazionati attraverso una serie di proiezioni psicologiche che hanno eliminato le peggiori qualità di questi ultimi. Poi li incolpiamo per essere ciò che li abbiamo aiutati a diventare. All’altro estremo, siamo così illusi sul nostro potere, tanto ostinati nel voler restare indipendenti in ogni campo e così scettici e timorosi di venire sfruttati un’altra volta da una figura materna o paterna proiettata, da avere completamente eliminato il valore dell’autorità spirituale dalla nostra vita. Pubblichiamo libri sul cammino diretto verso Dio, senza intermediari, o sulla superiorità del guru, del sé e del bambino interiori, in tal modo rassicurandoci sul fatto che possiamo trovare la via verso il cuore dell’universo senza alcun aiuto umano esterno. Le probabilità del nostro successo sono praticamente uguali a quelle di una segretaria di Wall Street che voglia scalare l’Everest in minigonna e tacchi a spillo, senza una guida. È possibile che ci riesca, ma è molto più verosimile che venga uccisa da una frana e che nessuno senta mai più parlare di lei, o che ritorni a valle dopo il primo chilometro, lamentandosi perché tutte le guide erano troppo patriarcali, oltre che emotivamente e fisicamente violente (a ogni modo, lei si sentiva più adatta allo sci di fondo). Molti di noi hanno bisogno di un insegnante, però non sappiamo come sceglierlo o come relazionarci a lui/lei in modo maturo, una volta trovatolo/la. Una risposta a questo problema è stata la stesura di un rigido codice etico-morale per gli insegnanti spirituali. Se il ruolo di maestro dell’anima contemplasse un insegnamento ordinario e lineare, non sarebbe una cattiva idea. Ma se pretendiamo che gli individui che dovranno istruirci sui misteri dell’universo debbano agire secondo una morale convenzionale, è come se li stessimo ammanettando, limitandone l’ampiezza dell’insegnamento, oltre che del nostro apprendimento. Un approccio più maturo al problema è, secondo me, trovare la nostra via per diventare studenti e discepoli adulti; ovvero, sviluppare l’auto-coscienza e l’equilibrio psicologico essenziali per rivolgerci agli insegnanti con le giuste motivazioni. Dobbiamo avere aspettative realistiche e comprendere come la nostra inadeguatezza di studenti abbia una parte significativa nel creare le difficoltà che incontriamo nella relazione insegnante-studente. In tal modo, possiamo apprezzare l’aiuto degli insegnanti nel donare profondità alla nostra anima e chiarezza alla nostra visione, senza idealizzarli né sentirci vittime ogni volta che essi non soddisfano i nostri bisogni spirituali.
Il destino della letteratura spirituale
Se posso insistere nella mia sfuriata ancora un poco, vorrei aggiungere che il mondo della letteratura spirituale, secondo me, sta sprofondando nell’inferno. In ogni sua forma: riviste, libri ecc. Non perché non esista una letteratura spirituale di primo ordine: quest’ultima viene scritta tutti i giorni, ed è caratterizzata da grande fervore e integrità. Ancora una volta, accade che la migliore letteratura non regga la competizione con le alternative false e più appariscenti. La buona letteratura spesso non arriva nelle librerie di larga diffusione; quando ciò avviene, raramente è messa in bella vista. E così non vende. Gli autori di questo tipo di letteratura non sono quasi mai interessati all’auto-promozione, né gli editori possono permettersi di pubblicizzare libri che parlano di una realtà difficile da accettare. I libri che ci fanno sentire meglio sono, semplicemente, più benvenuti. Una volta, scrissi una lettera alla direttrice di uno dei più brillanti giornali New Age dell’occidente, suggerendo che la rivista aveva sfacciatamente compromesso l’integrità dei suoi fini capitolando all’ignoranza spirituale del mercato moderno; nel far ciò, mi addentrai nei particolari più truculenti. La direttrice mi telefonò personalmente per dirmi che la mia lettera era la più significativa che avessero ricevuto da molti anni in qua, ma… Il “ma” era che la direzione (ovvero, le persone il cui stipendio dipendeva dalla vendibilità del loro prodotto) non l’avrebbe pubblicata. La direttrice si scusò, da parte della sua coscienza. Questo accadde un’altra volta con un’altra rivista spirituale, il cui direttore mi disse che la mia lettera era troppo provocatoria, poi con un’altra rivista ancora ecc. Sembra che, da qualche parte, sia stata dichiarata una moratoria a tutte le pubblicazioni che non rafforzino l’ego o non siano sdolcinate. Non possiamo tralasciare il fatto che i libri spirituali più venduti sono scritti da fondamentalisti cristiani o da venditori professionisti come James Redfield, Jack Canfield e Deepak Chopra, ovvero da persone che hanno un desiderio genuino di fornire un prodotto valido, ma che sono anche – per loro stessa ammissione – uomini d’affari ambiziosi e di successo. Gli scrittori più potenti, o quelli con maggiore desiderio di gloria e ricchezze, vincono. Così funziona il gioco. Dopo aver frequentato per anni la New Age Book Fair e la BookExpo America – una tra le maggiori fiere del libro al mondo – e aver chiesto agli editori cosa cercassero nei libri spirituali, le mie speranze sono molto più esigue. Una volta ogni tanto, libri come When Things Fall Apart di Pema Chodron si insinuano nelle fessure e diventano best seller. Ma, in generale, la tendenza è verso libri brevi che abbiano poche parole su ogni pagina, con ghiottonerie di saggezza che promettano una felicità senza fine. “La gente non vuole più scendere in profondità”, mi ha detto un direttore di una delle più importanti case editrici del Paese. “E soprattutto”, aggiungono editori e direttori, “per favore, non menzionare la parola ‘guru’: spaventa la gente”. Il mio prossimo libro non avrà successo.
Siamo arrivati da qualche parte?
Penso che finalmente siamo arrivati al punto in cui possiamo comprendere che gran parte di ciò che abbiamo fatto non ha funzionato. Molti di coloro che hanno cominciato negli anni ’60, mettendosi con tutto il cuore alla ricerca dell’illuminazione, della rinuncia e della beatitudine infinita, oggi hanno attraversato almeno un decennio di terapia, sono diventati più umili dopo essersi sposati e aver fatto dei figli (spesso, anche dopo aver divorziato) e forse sono un po’ più saggi. I fanatici dei seminari, dopo aver imparato a trascendere la mente e a distaccarsi dalle nevrosi a ogni fine settimana, adesso (dopo venti anni) si rendono conto che un weekend da 300 euro, anche se forse dona un assaggio dell’illuminazione, non è duraturo. Questo disincanto è una buona cosa. La via del disincanto è una delle più potenti e istruttive che possiamo percorrere. È la via della compassione attraverso l’umiltà. Ram Dass ha detto che, quando comprendiamo davvero che la sofferenza è una grazia divina, ci sembra di essere ingannati. Il grande mistico persiano Hafiz ha scritto che la sofferenza e la disperazione fermentano l’anima come pochi ingredienti umani o divini riescono a fare. Solo quando finalmente ammettiamo il nostro fallimento – cioè la nostra disperazione, secondo il linguaggio dei buddisti – diventa possibile qualcosa di autentico e reale. Quando ci permettiamo di diventare profondamente disillusi dai nostro progressi spirituali (o dalla loro assenza), senza tuttavia rinunciare alla nostra passione per Dio, la Verità o la Vita, forse stiamo arrivando da qualche parte. Le sacre scritture sanscrite ci offrono l’insegnamento del neti neti: “Né questo né quello”. Peliamo strato a strato ciò che è irreale, continuando a scendere sempre più in profondità. Se cominciamo a essere sufficientemente severi con noi stessi per cominciare a vedere ciò che abbiamo sempre rifiutato di considerare; per riconoscere un’altra menzogna che abbiamo creato nella nostra vita; per restare testimoni della natura ingannevole dell’ego e sostenere la nostra bontà essenziale: allora, avremo la forza di morire con dignità a ciò che è irreale, lasciando che il reale si manifesti. Questa è una possibilità straordinaria per l’evoluzione umana.
E ora?
Anche se posso sembrare cinica riguardo il mondo della spiritualità contemporanea, la possibilità che la nostra cultura possa evolvere, dal punto di vista spirituale, dall’infanzia e dall’adolescenza verso la maturità, è qualcosa che mi appassiona totalmente. Se, come praticanti e ricercatori spirituali, creiamo una caricatura sufficientemente potente di noi stessi nella Disneyland spirituale di nostra invenzione, a un certo punto scoppieremo a ridere e cominceremo a porci in una prospettiva più giusta e rispettosa tanto dei nostri difetti quanto della nostra bellezza. L’universo ci offre una miniera d’oro di risorse interiori ed esteriori: è sufficiente imparare a estrarle. Siamo fortunati a vivere nel mondo occidentale in un’epoca in cui possiamo affermare ciò che ci piace, che sappiamo e che vogliamo scoprire senza venire bruciati sul rogo; in cui basta un volo in aereo per raggiungere alcuni dei più grandi insegnanti (se non addirittura un click su Internet); in cui abbiamo accesso a testi sacri un tempo custoditi dentro templi e piramidi, a disposizione solo di coloro che avevano rinunciato a ogni bene terreno in cambio di un pezzettino dei loro insegnamenti. Tutto è, letteralmente, a portata di mano; l’unico problema è trovare il coraggio, la forza e l’intelligenza per utilizzare una situazione tanto preziosa quanto precaria. Nessuno può mettersi una mano sulla coscienza e assicurarci che tutto andrà bene; chiunque lo faccia, sta mentendo. Il destino della spiritualità occidentale contemporanea dipende totalmente dalla nostra integrità e responsabilità, in ogni momento e nei semi che piantiamo attraverso l’integrità e l’intelligenza (o attraverso la loro mancanza) della nostra partecipazione al processo. A prescindere dalla direzione presa da ciascuno di noi, tra le tantissime possibili nel mondo spirituale, è vero che stiamo facendo del nostro meglio e che abbiamo davanti a noi una lunga strada. È davvero una strada senza fine, soprattutto se consideriamo che indietro nella polvere dela cultura spirituale in occidente è appena agli inizi. Così, mentre i mountain-biker della New Age procedono sbandando attraverso i fasti e le luci delle mode spirituali, molti di noi restano lla loro scia, chiedendosi dove porta tutto ciò, se mai porta da qualche parte.
da innernet.it
Svalutare il linguaggio della spiritualità
Non è necessario essere un linguista per rendersi conto di quanto il vocabolario delle tradizioni sacre sia stato screditato. Una volta che termini come “illuminazione” o “risveglio” sono entrati a far parte del linguaggio comune occidentale, hanno perso inevitabilmente la sacralità del loro significato essenziale. La cultura spirituale popolare non solo finge di comprendere il linguaggio dell’“illuminazione”, della “liberazione” o del “risveglio”, ma presume che i suoi membri concordino sul significato di parole un tempo riservate alle più preziose e sottili realizzazioni del genere umano. Sono parole che i praticanti delle principali tradizioni non osavano sussurrare (e tanto meno presumevano di capire) senza decenni di pratica e studio intensi. In una cultura in cui la parola “illuminazione” esce dalle nostre labbra tanto facilmente quanto “caffelatte”, è ovvio che il termine abbia perso significato. Alla fine, ciò che la parola “illuminazione” indica non perde né acquista valore; quello che va perduto è il senso di preziosità e fragilità connesse a quelle che restano le possibilità più sacre della coscienza umana. Se solo potessimo dire, onestamente e senza vergogna: “Pratico la spiritualità come un hobby” o “Desidero una pratica spirituale che mi doni una certa pace mentale, ma senza discipline né impegni” o “Vorrei che la spiritualità sia la mia amante, ma che il comfort e la sicurezza siano mia moglie” o “Voglio essere considerato un uomo o una donna spirituale, perché ciò mi renderà più attraente”; se potessimo semplicemente ammettere: “Sono un seguace della New Age”, “Sono un buddista alla moda”, “Sono un finto hindu”, “Sono un aspirante guru” o “Sono un mistico in erba”; se usassimo definizioni più semplici e dirette, come: “Sono un serio aspirante spirituale”, “Sono un ricercatore dall’interesse moderato” o “Sono un turista spirituale part-time, casuale”… Ma la nostra tendenza egoica, inconscia e automatica, è elevare le nostre attività ordinarie a qualcosa di spiritualmente significativo. Tuttavia, se ci accontentiamo di falsi, contribuiamo a svalutare il prezzo dei diamanti spirituali; ci basta fare sfoggio di gioielli da bigiotteria. Non è che desideriamo consciamente investire in un bene fraudolento; piuttosto, questa identificazione egoica è quello che si ottiene quando si cerca di vivere una vita spiritualmente significativa all’interno di una cultura occidentale capitalista e psicologicamente ferita. Se non riusciamo a distinguere chiaramente ciò che vogliamo e per cui siamo disposti a pagare – cosa nella quale la cultura spirituale occidentale nel suo insieme finora ha decisamente fallito –, il risultato è un mix confuso di termini antichi e ruoli contemporanei, la svalutazione della funzione del maestro (o del guru) spirituale autentico e il discredito generale della spiritualità contemporanea. Fare queste nette distinzioni, anche se poco lusinghiere per l’ego, ci permette di riconoscere senza vergogna dove siamo in questo momento. E non c’è bisogno di ricordare come, secondo Ram Dass, “l’essere qui e ora” sia l’unica possibilità per una trasformazione autentica.
La ricerca di esperienze mistiche
Anche di fronte al fatto, evidente e incontrovertibile, che per la grande maggioranza delle persone la psichedelia e i seminari di un week-end operano ben poche trasformazioni durature (se mai ne operano qualcuna), tutti noi desideriamo ancora qualcosa di forte. Vogliamo l’esperienza, e crediamo ancora che essa voglia dire qualcosa. Forse ora cerchiamo l’Ayahuasca invece dell’LSD, lo pseudo-tantra invece dell’amore libero, le erbe cinesi invece del valium, ma nell’insieme pensiamo ancora che se riusciamo a raggiungere il giusto stato di alterazione, in qualche modo riusciremo a conservarlo, oppure ad avere quella rivelazione finale che ci permetterà di trasformare permanentemente tutte le nostre abitudini negative in quelle di un bodhisattva. Tuttavia, anche se critico la ricerca di forti esperienze spirituali, riconosco che esistono molte persone che traggono enorme beneficio da esperienze mistiche, che queste ultime provengano dal sesso, dalla droga, dalla meditazione, dallo yoga o dalla musica.Le esperienze mistiche hanno il loro posto nello sviluppo spirituale, soprattutto in una cultura scettica di tutto ciò che si trova al di fuori del nostro condizionamento cognitivo. Ma, nella maggior parte dei casi, i nostri trionfi spirituali ricadono nella categoria: “Una volta ho avuto un’esperienza”. Quando le esperienze mistiche diventano la nostra ossessione e cambiamo seminari, insegnanti e tradizioni spirituali alla ricerca della prossima esperienza forte, abbiamo compiuto una lunga deviazione dai bisogni della nostra cultura. Viviamo in una cultura ossessionata dalla chiarezza, ma che svaluta le sottigliezze; infatuata dell’eccesso, ma che disprezza la semplicità; che onora l’egoismo e non apprezza l’altruismo. La nostra cultura ha un grande bisogno di individui che, contrariamente a ogni aspettativa, vogliano ardentemente rianimare il suolo dell’occidente con l’energia della Verità; individui che desiderino vivere semplicemente, facendo i necessari sacrifici e andando contro la tendenza comune del materialismo spirituale. È mia convinzione (o un mio desiderio) che stiamo lentamente arrivando alla comprensione del fatto che non esistono scorciatoie alla maturità spirituale. Lo sviluppo spirituale autentico accade dopo anni di disciplina esteriore e interiore, di implacabile onestà con se stessi e di auto-osservazione. Accade permettendosi di sperimentare le gioie e i dolori della vita, in modo tale che alla fine comincerà a emergere una compassione genuina verso gli altri.
Il mito della New Age
Grazie a Dio – o alla Dea, o a Gaia, o al nome più politicamente corretto utilizzato oggi – stiamo mettendo da parte il mito della New Age, secondo cui siamo una esclusiva progenie di esseri umani selezionati per vivere in questa epoca unica, ricevendo attenzioni e benedizioni speciali. È tempo di superare il narcisismo occidentale secondo cui siamo in qualche modo più speciali di tutti gli altri esseri umani esistiti sul pianeta negli ultimi sei miliardi di anni. Quando a un seminario sento per l’ennesima volta un gruppo proclamare con innocente meraviglia che ci troviamo in una configurazione “unica e speciale”, devo soffocare l’istinto di vomitare. Sono sempre esistiti profeti e profezie, e chiunque abbia sofferto in questa vita (o in un’altra) desidera fortemente sentirsi speciale e quindi specialmente amato. Postulato numero uno di Psicologia Sociale: si prenda un insieme di esseri umani maltrattati dalle famiglie, dai governi e dalle scuole, troppo distaccati dal corpo e dal cuore per poter donare loro amore autentico, e il risultato sarà un gruppo di uomini che proclamerà di essere speciale, eccezionale ed eterno. Ecco l’Età dell’Acquario.Se proprio dovessimo distinguere il nostro tempo dalle epoche precedenti, forse faremmo meglio sottolineare il fatto che non siamo mai stati così vicini all’auto-distruzione. Ironicamente, è proprio perché le cose sono messe tanto male che è possibile l’affiorare di un bisogno collettivo di auto-coscienza. Molti di noi si sono resi conto che siamo motivati più dall’auto-conservazione che dall’altruismo, più dalla paura che dall’amore. Man mano che la minaccia dell’estinzione umana si fa più consistente e le forze dell’avidità, dell’egoismo e dell’ambizione sono più diffuse, emerge un desiderio collettivo di comprendere la follia della situazione presente. Nel contesto della spiritualità occidentale, la spinta complessiva verso la trasformazione appare comprensibilmente più potente nei paesi dove la sofferenza è maggiore. Anche se il desiderio di liberazione nasce dalla volontà di superare il dolore, un’autentica pratica spirituale può trasformare e includere anche delle motivazioni nevrotiche. Se c’è qualcosa di vero nella New Age, penso che abbia a che fare con il bisogno (sempre più pressante) di una soluzione al nostro dolore che sia migliore di una relazione virtuale o delle diete dimagranti; inoltre, godiamo (almeno in alcune occasioni) di un certo margine di libertà, per cui possiamo praticare la nostra ricerca senza venire etichettati come perfide streghe o hippy idealisti.
La sindrome del “tagliare la legna, portare l’acqua dal pozzo”
Sempre più persone, nel mondo occidentale, ritengono che la vita spirituale debba consistere di cose ordinarie. Vivere in una caverna, per un occidentale, è poco pratico; né possiamo risolvere i problemi dell’infanzia o i disturbi sessuali seduti in una grotta nell’emisfero orientale, cercando di trascendere la vita. Come hanno suggerito Jack Kornfeld e altre guide spirituali del nostro tempo, è inutile essere rapiti dall’estasi se non siamo capaci di lavare decentemente il bucato. Ma, per molti di noi, quest’ultimo è il compito più difficile. Comunque, conformemente alla tendenza della psicologia occidentale verso una mentalità da fast food, abbiamo cominciato a utilizzare adattamenti moderni di insegnamenti antichi, come “tagliare la legna, portare l’acqua dal pozzo” (un insegnamento che ci spinge a scoprire la pratica spirituale nella vita di ogni giorno) come alibi per indulgere negli eccessi che preferiamo, senza impegnarci in una vita di seria disciplina spirituale. Pertanto, ogni volta che facciamo il bucato ci convinciamo che stiamo “praticando”; ogni volta che facciamo l’amore che stiamo facendo del tantra; ogni volta che portiamo il bambino a scuola o alla lezione di yoga, che siamo dei genitori consapevoli. Anche se i maggiori insegnanti del nostro tempo incoraggiano i loro studenti a esercitare la pratica spirituale nel contesto della vita quotidiana – come in effetti dovrebbe essere – questo non vuol dire che ogni cosa, in quest’ultima, sia particolarmente spirituale. Leggere qualcosa sulla consapevolezza, in ufficio, non ci assicura un buon karma solo perché ci siamo fatti vivi al posto di lavoro. La disciplina spirituale riguarda lo stato d’animo, l’attenzione e la presenza che portiamo in ogni attività, ma spesso siamo capaci di mantenere questa concentrazione solo grazie a una disciplina interiore di molti anni. Quando insistiamo a definire tutto ciò che facciamo come “spirituale”, solo perché un insegnante famoso ci ha detto che Dio è nelle piccole cose, siamo ricaduti nella trappola familiare dell’auto-inganno e della letargia spirituale. Percorrere la via di mezzo vuol dire prendere la nostra vita per quello che è e considerare i suoi eventi come le circostanze della nostra pratica spirituale. La via di mezzo non è la via facile; per gli occidentali attratti dagli estremi, potrebbe essere la più difficile in assoluto. La via di mezzo non è né la castità né la sessualizzazione di tutti e tutto; non si tratta né di una dieta fissa di hamburger e Coca-Cola né di un austero regime macrobiotico; non è né lo stacanovismo delle varie “dotcom” né la fuga dal sistema “perché non ne facciamo parte”. Piuttosto, è il camminare sul filo del rasoio costituito dal mantenere la consapevolezza e l’integrità in una cultura che ci invita a fuggire in una realtà fantastica paradisiaca o infernale.
La questione dell’insegnante spirituale
L’argomento dell’insegnante spirituale, o guru, è ricco di insidie e di tesori allo stesso tempo; qui lo affronterò solo da un punto di vista generale. Per approfondire l’argomento, si veda il mio articolo Questioning Authority, in “Parabola”, autunno 2000 e il mio libro Do You Need a Guru? (“Hai bisogno di un guru?”). Molte persone, in occidente, continuano ad avere una comprensione immatura sia del ruolo dell’insegnante spirituale, o guru, sia di se stesse come studenti o discepoli. Poiché siamo cresciuti in una cultura dove la maggior parte, se non la totalità, dei nostri modelli (i genitori, gli insegnanti, i governanti) sono dominati dall’ignoranza e dall’egoismo, non meraviglia la scarsa fiducia che nutriamo verso le nostre autorità spirituali (né meraviglia il fatto che spesso queste ultime si dimostrano indegne di fiducia, nonostante le migliori intenzioni). Negli ultimi quaranta anni, abbiamo oscillato tra la prostrazione cieca ai piedi di guru orientali e di maestri Zen, e l’ostinata, totale autonomia da tutti i sistemi tradizionali e le autorità spirituali come fonti di guida. A un estremo, abbiamo uomini e donne asiatici vestiti di tuniche, turbanti e sari, ignari di psicologia occidentale al punto di sfruttare in modo imperdonabile (finanziariamente, sessualmente, psicologicamente e psichicamente), consapevolmente o meno, la nostra debolezza culturale. Molti di noi, nel nostro disperato bisogno di amore, accettazione ed emancipazione (e in mancanza di elementi per distinguere un insegnante autentico da uno fraudolento), hanno spesso scelto falsi maestri cui si sono relazionati attraverso una serie di proiezioni psicologiche che hanno eliminato le peggiori qualità di questi ultimi. Poi li incolpiamo per essere ciò che li abbiamo aiutati a diventare. All’altro estremo, siamo così illusi sul nostro potere, tanto ostinati nel voler restare indipendenti in ogni campo e così scettici e timorosi di venire sfruttati un’altra volta da una figura materna o paterna proiettata, da avere completamente eliminato il valore dell’autorità spirituale dalla nostra vita. Pubblichiamo libri sul cammino diretto verso Dio, senza intermediari, o sulla superiorità del guru, del sé e del bambino interiori, in tal modo rassicurandoci sul fatto che possiamo trovare la via verso il cuore dell’universo senza alcun aiuto umano esterno. Le probabilità del nostro successo sono praticamente uguali a quelle di una segretaria di Wall Street che voglia scalare l’Everest in minigonna e tacchi a spillo, senza una guida. È possibile che ci riesca, ma è molto più verosimile che venga uccisa da una frana e che nessuno senta mai più parlare di lei, o che ritorni a valle dopo il primo chilometro, lamentandosi perché tutte le guide erano troppo patriarcali, oltre che emotivamente e fisicamente violente (a ogni modo, lei si sentiva più adatta allo sci di fondo). Molti di noi hanno bisogno di un insegnante, però non sappiamo come sceglierlo o come relazionarci a lui/lei in modo maturo, una volta trovatolo/la. Una risposta a questo problema è stata la stesura di un rigido codice etico-morale per gli insegnanti spirituali. Se il ruolo di maestro dell’anima contemplasse un insegnamento ordinario e lineare, non sarebbe una cattiva idea. Ma se pretendiamo che gli individui che dovranno istruirci sui misteri dell’universo debbano agire secondo una morale convenzionale, è come se li stessimo ammanettando, limitandone l’ampiezza dell’insegnamento, oltre che del nostro apprendimento. Un approccio più maturo al problema è, secondo me, trovare la nostra via per diventare studenti e discepoli adulti; ovvero, sviluppare l’auto-coscienza e l’equilibrio psicologico essenziali per rivolgerci agli insegnanti con le giuste motivazioni. Dobbiamo avere aspettative realistiche e comprendere come la nostra inadeguatezza di studenti abbia una parte significativa nel creare le difficoltà che incontriamo nella relazione insegnante-studente. In tal modo, possiamo apprezzare l’aiuto degli insegnanti nel donare profondità alla nostra anima e chiarezza alla nostra visione, senza idealizzarli né sentirci vittime ogni volta che essi non soddisfano i nostri bisogni spirituali.
Il destino della letteratura spirituale
Se posso insistere nella mia sfuriata ancora un poco, vorrei aggiungere che il mondo della letteratura spirituale, secondo me, sta sprofondando nell’inferno. In ogni sua forma: riviste, libri ecc. Non perché non esista una letteratura spirituale di primo ordine: quest’ultima viene scritta tutti i giorni, ed è caratterizzata da grande fervore e integrità. Ancora una volta, accade che la migliore letteratura non regga la competizione con le alternative false e più appariscenti. La buona letteratura spesso non arriva nelle librerie di larga diffusione; quando ciò avviene, raramente è messa in bella vista. E così non vende. Gli autori di questo tipo di letteratura non sono quasi mai interessati all’auto-promozione, né gli editori possono permettersi di pubblicizzare libri che parlano di una realtà difficile da accettare. I libri che ci fanno sentire meglio sono, semplicemente, più benvenuti. Una volta, scrissi una lettera alla direttrice di uno dei più brillanti giornali New Age dell’occidente, suggerendo che la rivista aveva sfacciatamente compromesso l’integrità dei suoi fini capitolando all’ignoranza spirituale del mercato moderno; nel far ciò, mi addentrai nei particolari più truculenti. La direttrice mi telefonò personalmente per dirmi che la mia lettera era la più significativa che avessero ricevuto da molti anni in qua, ma… Il “ma” era che la direzione (ovvero, le persone il cui stipendio dipendeva dalla vendibilità del loro prodotto) non l’avrebbe pubblicata. La direttrice si scusò, da parte della sua coscienza. Questo accadde un’altra volta con un’altra rivista spirituale, il cui direttore mi disse che la mia lettera era troppo provocatoria, poi con un’altra rivista ancora ecc. Sembra che, da qualche parte, sia stata dichiarata una moratoria a tutte le pubblicazioni che non rafforzino l’ego o non siano sdolcinate. Non possiamo tralasciare il fatto che i libri spirituali più venduti sono scritti da fondamentalisti cristiani o da venditori professionisti come James Redfield, Jack Canfield e Deepak Chopra, ovvero da persone che hanno un desiderio genuino di fornire un prodotto valido, ma che sono anche – per loro stessa ammissione – uomini d’affari ambiziosi e di successo. Gli scrittori più potenti, o quelli con maggiore desiderio di gloria e ricchezze, vincono. Così funziona il gioco. Dopo aver frequentato per anni la New Age Book Fair e la BookExpo America – una tra le maggiori fiere del libro al mondo – e aver chiesto agli editori cosa cercassero nei libri spirituali, le mie speranze sono molto più esigue. Una volta ogni tanto, libri come When Things Fall Apart di Pema Chodron si insinuano nelle fessure e diventano best seller. Ma, in generale, la tendenza è verso libri brevi che abbiano poche parole su ogni pagina, con ghiottonerie di saggezza che promettano una felicità senza fine. “La gente non vuole più scendere in profondità”, mi ha detto un direttore di una delle più importanti case editrici del Paese. “E soprattutto”, aggiungono editori e direttori, “per favore, non menzionare la parola ‘guru’: spaventa la gente”. Il mio prossimo libro non avrà successo.
Siamo arrivati da qualche parte?
Penso che finalmente siamo arrivati al punto in cui possiamo comprendere che gran parte di ciò che abbiamo fatto non ha funzionato. Molti di coloro che hanno cominciato negli anni ’60, mettendosi con tutto il cuore alla ricerca dell’illuminazione, della rinuncia e della beatitudine infinita, oggi hanno attraversato almeno un decennio di terapia, sono diventati più umili dopo essersi sposati e aver fatto dei figli (spesso, anche dopo aver divorziato) e forse sono un po’ più saggi. I fanatici dei seminari, dopo aver imparato a trascendere la mente e a distaccarsi dalle nevrosi a ogni fine settimana, adesso (dopo venti anni) si rendono conto che un weekend da 300 euro, anche se forse dona un assaggio dell’illuminazione, non è duraturo. Questo disincanto è una buona cosa. La via del disincanto è una delle più potenti e istruttive che possiamo percorrere. È la via della compassione attraverso l’umiltà. Ram Dass ha detto che, quando comprendiamo davvero che la sofferenza è una grazia divina, ci sembra di essere ingannati. Il grande mistico persiano Hafiz ha scritto che la sofferenza e la disperazione fermentano l’anima come pochi ingredienti umani o divini riescono a fare. Solo quando finalmente ammettiamo il nostro fallimento – cioè la nostra disperazione, secondo il linguaggio dei buddisti – diventa possibile qualcosa di autentico e reale. Quando ci permettiamo di diventare profondamente disillusi dai nostro progressi spirituali (o dalla loro assenza), senza tuttavia rinunciare alla nostra passione per Dio, la Verità o la Vita, forse stiamo arrivando da qualche parte. Le sacre scritture sanscrite ci offrono l’insegnamento del neti neti: “Né questo né quello”. Peliamo strato a strato ciò che è irreale, continuando a scendere sempre più in profondità. Se cominciamo a essere sufficientemente severi con noi stessi per cominciare a vedere ciò che abbiamo sempre rifiutato di considerare; per riconoscere un’altra menzogna che abbiamo creato nella nostra vita; per restare testimoni della natura ingannevole dell’ego e sostenere la nostra bontà essenziale: allora, avremo la forza di morire con dignità a ciò che è irreale, lasciando che il reale si manifesti. Questa è una possibilità straordinaria per l’evoluzione umana.
E ora?
Anche se posso sembrare cinica riguardo il mondo della spiritualità contemporanea, la possibilità che la nostra cultura possa evolvere, dal punto di vista spirituale, dall’infanzia e dall’adolescenza verso la maturità, è qualcosa che mi appassiona totalmente. Se, come praticanti e ricercatori spirituali, creiamo una caricatura sufficientemente potente di noi stessi nella Disneyland spirituale di nostra invenzione, a un certo punto scoppieremo a ridere e cominceremo a porci in una prospettiva più giusta e rispettosa tanto dei nostri difetti quanto della nostra bellezza. L’universo ci offre una miniera d’oro di risorse interiori ed esteriori: è sufficiente imparare a estrarle. Siamo fortunati a vivere nel mondo occidentale in un’epoca in cui possiamo affermare ciò che ci piace, che sappiamo e che vogliamo scoprire senza venire bruciati sul rogo; in cui basta un volo in aereo per raggiungere alcuni dei più grandi insegnanti (se non addirittura un click su Internet); in cui abbiamo accesso a testi sacri un tempo custoditi dentro templi e piramidi, a disposizione solo di coloro che avevano rinunciato a ogni bene terreno in cambio di un pezzettino dei loro insegnamenti. Tutto è, letteralmente, a portata di mano; l’unico problema è trovare il coraggio, la forza e l’intelligenza per utilizzare una situazione tanto preziosa quanto precaria. Nessuno può mettersi una mano sulla coscienza e assicurarci che tutto andrà bene; chiunque lo faccia, sta mentendo. Il destino della spiritualità occidentale contemporanea dipende totalmente dalla nostra integrità e responsabilità, in ogni momento e nei semi che piantiamo attraverso l’integrità e l’intelligenza (o attraverso la loro mancanza) della nostra partecipazione al processo. A prescindere dalla direzione presa da ciascuno di noi, tra le tantissime possibili nel mondo spirituale, è vero che stiamo facendo del nostro meglio e che abbiamo davanti a noi una lunga strada. È davvero una strada senza fine, soprattutto se consideriamo che indietro nella polvere dela cultura spirituale in occidente è appena agli inizi. Così, mentre i mountain-biker della New Age procedono sbandando attraverso i fasti e le luci delle mode spirituali, molti di noi restano lla loro scia, chiedendosi dove porta tutto ciò, se mai porta da qualche parte.
da innernet.it
venerdì 3 ottobre 2014
numero del destino
"Qual'è il mio numero personale del destino ? Come faccio a trovare il mio numero del destino ? Quale il calcolo esatto per trovarlo e cosa è ?". Se non sapete come fare per conoscere il vostro numero del destino e leggere le caratteristiche, vi basta seguire questa guida sulla numerologia per calcolare il numero del destino facilmente, gratis ed online di una persona. Com'è chi possiede il numero del destino 1, 2 o 11 ? Quali caratteristiche ha in numerologia il numero del destino 5, 7 o 22 ?. Vediamo subito di capire come trovare innanzitutto il numero base e poi passeremo alla lettura del suo significato. Ricordo che il numero del destino (detto anche numero del sentiero di vita o della missione di vita) è un numero che ci lega al Karma e cioè alle vite passate. Secondo la numerologia il numero del destino che rappresentiamo in questa vita è quindi una conseguenza delle azioni fatte in vite passate. Quindi il concetto si rifà alla reincarnazione dell'anima dopo la morte.
Il calcolo è davvero molto semplice. Non dovete fare altro che sommare le cifre che compongono la vostra data di nascita e ridurre il tutto ad una tra le seguenti cifre : 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 11, 22, 33. Per comprendere il tutto facciamo un esempio :
Siete nati il 14/04/1976 ? Allora sommate tutte le cifre in questo modo : 1+4+0+4+1+9+7+6ottenendo il risultato di 32. Siccome il numero 32 non è compreso tra quelli elencati su allora dobbiamo continuare a sommare e quindi 3+2 = 5. Questo è il numero del destino per chi è nato il 14/04/1976. A questo punto potete leggere l'interpretazione esatta relativa al numero leggendo qui sotto :
Numero del destino 1 - significato : è il numero che identifica una persona indipendente, capace di crearsi una propria strada e che mal sopporta gli ordini e le costrizioni. Deve assolutamente evitare di fare lavori in collaborazione con altri perchè possiede l'appiglio del leader, può essere quindi un capo ma non un dipendente. Dotato di molta creatività e di fiducia in se stesso deve però essere capace di dominare il suo istinto di comando.
Numero del destino 2 - significato : il vostro sentiero di vita vi porta a collaborare con gli altri e a donarvi al prossimo. Siete persone molto sensibili e cercate l'armonia nei rapporti sia lavorativi che affettivi. Un vostro difetto sta proprio nel donarvi eccessivamente agli altri rischiando di annullarvi e di diventare schiavi. Sappiate donare il giusto.
Numero del destino 3 - significato : generalmente questo numero rappresenta una persona molto vivace, simpatica, allegra, molto intelligente e che ha una gran voglia di comunicare. Ideali quindi i lavori dove può esprimersi con la scrittura o la parola e dove può mettere in campo la sua creatività. Tende ad essere forse a volte menzognero e superficiale. Inizia un percorso e non lo termina quasi mai. Rapporti d'amore più intellettuali che fisici.
Numero del destino 4 - significato : il vostro compito è quello di crearvi una vita stabile e lotterete per questo. Vi muoverete in funzione di una ricerca della stabilità affettiva ed economica con perseveranza e calma. Dovete però farvi avanti nella vita con onestà, utilizzando mezzi non truffaldini.
Numero del destino 5 - significato : curiosi, dinami e molto indipendenti dovete essere in grado di coltivare la modestia. Potrete avere molti cambiamenti nel corso della vita anche dovuti alla vostra necessità di essere liberi.
Numero del destino 6 - significato : il vostro compito nella vita è quello di riflettere meglio in situazioni che vedono in bilico relazioni affettive e di lavoro. Amate ricercare la sicurezza in famiglia e siete degli ottimi intenditori di arte. Avete infatti il gusto della bellezza ed il senso della gentilezza. Siete persone molto buone.
Numero del destino 7 - significato : il vostro io è portato alla conoscenza ed acquista doti di saggezza sin da subito, sin da quando si è ancora giovani. Siete persone molto logiche ed intelligenti e vi muovete con tatto nella vita ma mi raccomando a non essere troppo serie.
Numero del destino 8 - significato : siete assetati di potere e la vostra vita sarà improntata all'ambizione, al desiderio di raggiungere vette grandiose. Sarete molto combattivi e difficilmente vi tireranno giù ma cercate di badare più allo spirito in alcune situazioni di vita che al materiale.
Numero del destino 9 - significato : qui siamo di fronte ad una persona con un innato senso di giustizia e che tenderà a prendere le redini di cause collettive importanti. Godrà di una vita molto appassionante e piena di eventi e cercherà di aiutare il prossimo.
Numero del destino 11 - significato : la persona dotata di questo numero è molto intelligente. Ha una intelligenza ed un potere tale da essere un tipo trascendentale e guarda sempre al futuro. Può però peccare nel disperdere le sue energie in troppi progetti. Il suo intuito è davvero eccezionale.
Numero del destino 22 - significato : è possibile che diventiate, nel corso di questa esistenza, delle persone molto importanti e che possono assumere ruoli di capi di governo o comunque ruoli fondamentali per dirigere una comunità. Potete realizzare missioni davvero molto grandi anche se dovete limitare le vostre esigenze.
Numero del destino 33 - significato : persona dotata di poteri extrasensoriali, molto magnetica ed affascinante. Sa ammaliare le persone che si rivolgono da essa senza che essa stessa faccia nulla. Una persona che può nascondere segreti o svolgere lavori in tutta segretezza. Grandi capacità medianiche al limite dello sciamanesimo. Attenzione a non prendervi gioco di chi cerca il vostro aiuto.
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