mercoledì 17 dicembre 2014

musicoterapia

Andrija Puharich, morto nel 1995, era un medico pioniere in ricerche sull'elettrobiologia e sulle capacità extrasensoriali del cervello. Durante la sua brillante carriera scientifica il Dott. Puharich detenne cinquantasei brevetti americani e stranieri per le sue invenzioni nel campo della medicina elettronica, neurofisiologia e biocibernetica. Fu autore di oltre cinquanta pubblicazioni scientifiche e di diversi libri divulgativi. Durante la sua vita fu membro dell'Accademia delle Scienze di New York, dell'Associazione americana per l'Avanzamento della Scienza, dell'Associazione della Medicina Aerospaziale e l'Associazione americana per la Psicologia Umanistica. La sua mente vivace e anticonformista lo portò a riprendere alcune ricerche di Tesla con le onde non hertizane ELF (frequenze estremamente basse) rilevandone il potenziale nocivo per l'uomo e l'ambiente. Un suo pionieristico lavoro fu il creare una tecnologia, tutt'ora usata, nel far sentire i non udenti attraverso l'elettrostimolazione cranica con segnali elettronici che vanno direttamente al cervello. Tra le molte invenzioni va segnalato il suo brevetto US Patent 4394230, dove descriveva un metodo ed una strumentazione per il frazionamento delle molecole d'acqua. Questo brevetto spiega l'impiego delle frequenze per far risuonare le molecole d'acqua e così liberare i legami tra l'idrogeno e l'ossigeno, creando un ecologico combustibile ad acqua. Oltre che prototipo dello scienziato che si interessa alla free energy, Puharich mostrò una curiosità scomoda ed un'integrità scientifica disposta a giocarsi la carriera piuttosto che genuflettersi alla cieca politica accademica. Già negli anni '60 il dott. Puharich e il dott. John Taylor scoprirono che gli otto cicli per secondo erano anche la banda di frequenza con cui il cervello attivava capacità extrasensoriali quali visione a distanza, telepatia, telecinesi, ecc., capacità latenti presenti in ognuno di noi. Inizialmente lo scienziato americano effettuò numerosi esperimenti con i funghi Amanita Muscaria raccolti nel giardino del suo laboratorio di Glen Cove nel Maine, scoprendo che l'Amanita Muscaria, il fungo usato in diversi riti pagani e dai cristiani delle origini, aumenta le facoltà percettive solo nei soggetti già psichicamente sensitivi, ma era in grado di far risolvere brillantemente dei test anche a persone di intelligenza media dove le possibilità di soluzione casuale, secondo Puharich, erano praticamente inesistenti. In parole povere, durante una moltitudine di esperimenti, si è scoperto che gli 8 hertz sono in grado di penetrare qualsiasi barriera fisica o energetica, svelando una loro natura di “vettore multidimensionale” non soggetta alla materia del nostro spazio-tempo.


 
Per finire, lo stato theta crea una stretta connessione con la fonte creativa dell'universo e dona una potente capacità di lavorare con il subconscio. Ci si puo connettere a questa energia grazie ad uno stato di coscienza "straordinario", che fa, però, parte della nostra comune esperienza: quando ci sentiamo particolarmente creativi, insolitamente intuitivi, eccezionalmente lucidi, profondamente rilassati.
Quando parliamo di Onde Theta intendiamo il sintonizzarsi su una particolare frequenza. Theta è il nome di una delle cinque onde celebrali, e le frequenze di queste onde prodotte dal cervello si chiamano Alpha, Beta, Gamma, Delta e appunto Theta.Le onde cerebrali theta (4-7 cicli al secondo) sono quelle che corrispondono a uno stato di rilassamento profondo o di sonno, o di ipnosi. Questo è stato verificato con esperimenti specifici. Gli scienziati utilizzando macchine ECG, hanno potuto monitorare e osservare che gli operatori entrano in uno stato di onde Theta. Ordinari, o straordinari che siano, tutti gli stadi della nostra coscienza sono dovuti all'incessante attività elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso "onde elettromagnetiche": le onde cerebrali, appunto. La frequenza di tali onde, calcolata in “cicli al secondo”, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attività in cui il cervello è impegnato e può essere misurata con apparecchi elettronici. Gli scienziati suddividono comunemente le onde in "quattro bande", che corrispondono a quattro fasce di frequenza e che riflettono le diverse "attività del cervello". Onde Delta Hanno una frequenza tra 0,5 e 4 Hz e sono associate al più profondo rilassamento psicofisico. Le onde cerebrali a minore frequenza sono quelle proprie della mente inconscia, del sonno senza sogni, dell'abbandono totale. In questo senso vengono prodotte durante i processi inconsci di autogenerazione e di autoguarigione. Onde Theta - La loro frequenza è tra i 4 ed i 7/8 Hz e sono proprie della mente impegnata in attività di immaginazione, visualizzazione, ispirazione creativa. Tendono ad essere prodotte durante la meditazione profonda, il sogno ad occhi aperti, la fase REM del sonno (cioè, quando si sogna). 
Nelle attività di veglia le onde theta sono il segno di una conoscenza intuitiva e di una capacità immaginativa radicata nel profondo. Genericamente vengono associate alla creatività e alle attitudini artistiche. Studi scientifici dimostrano che le onde theta possono:
1. alleviare lo stress e promuovere una duratura e sostanziale diminuzione dell'ansia nelle persone che ne sono soggette; 
2. facilitano un profondo relax fisico e chiarezza mentale; 
. aumentano la capacità verbale e la performance I.Q.; 
4. sincronizzano entrambi gli emisferi del cervello; 
5. invocano immagini mentali vivide e spontanee, il pensiero immaginativo e creativo, riducono il dolore, promuovono l'euforia e stimolano il rilascio di endorfine.
Lo stato theta quindi è uno stato della mente dove si può cambiare la realtà all'istante, tutte le persone le possono utilizzare per uscire dalle loro problematiche e guarire se stesse, gli altri e anche il pianeta. Lo stato theta crea una stretta connessione con la fonte creativa dell'universo e dona una potente capacità di lavorare con il subconscio. Ci si puo connettere a questa energia grazie ad uno stato di coscienza "straordinario", che fa, però, parte della nostra comune esperienza: quando ci sentiamo particolarmente creativi, insolitamente intuitivi, eccezionalmente lucidi, profondamente rilassati.
Per entrare in mente analogica bisogna varcare una determinata soglia.
Quella soglia è data dalla frequenza degli 8 hertz. 
Sotto gli 8 Hz entriamo nello stato theta, stato in cui operano tutti i veri sensitivi, fino ad arrivare allo stato delta (1). Il cervello, per operare con le percezioni extrasensoriali, ha bisogno di computare la figura d'onda dell'universo al di sotto delle frequenze degli 8 hertz. Come indurre allora il nostro cervello a surfare tra le onde theta per aumentarne l'attività ESP? Usando impeccabilmente le discipline! Ci è stato detto più volte di come l'ambiente sia importante per rendere più efficaci le discipline. 
Ma spesso passa in secondo piano come sia importante rispettare il corpo e il nostro computer paranormale chiamato cervello.
Un sonno regolare, rispettando le ore notturne come ore dedicate al sonno, proteggersi dall'elettrosmog urbano e dai campi elettromagnetici dannosi alle ghiandole endocrine e nutrirsi di alimenti il più naturali possibili è in sé stesso un'altra disciplina che va praticata 24 ore su 24 (2).
(1) Il maggiore Ed Dames ha affermato che gli osservatori a distanza, impiegati dai servizi segreti, operano in theta. Difatti più la frequenza si abbassa e più l'attività extrasensoriale si fa marcata nel soggetto percepiente.
2) Andrebbero evitati cibi industriali a causa della presenza di alluminio, elemento neurotossico per il cervello e, più in generale, di tutti le bibite ed alimenti confezionati in contenitori d'alluminio. A tale riguardo vi consiglio la lettura di Alluminio - Usi e abusi di Giuseppe Chia, edito dalla Macroedizioni. L'acqua potabile fluorizzata, gomme al fluoro, dentifrici industriali al fluoro, psicofarmaci, i trans-grassi e gli innumerevoli campi elettromagnetici urbani sono un altro problema per tenere in salute il nostro cervello. Riguardo l'elettrosmog, diverse ricerche fatte da antropologi hanno evidenziato come le capacità extrasensoriali siano maggiormente sviluppate negli individui residenti in luoghi incontaminati od a bassissima urbanizzazione. Questo per due motivi principali: 1) lontano dai campi elettromagnetici, dall'elettrosmog urbano e dalla chimica industriale, ingerita sottoforma di cibo ed aria, alla lunga deteriora le caratteristiche elettrochimiche cerebrali; 2) i ritmi caotici urbani portano il cervello a stare vigile più del dovuto "fossilizzandosi" nella decoerenza dello stato beta (stato neurale in antitesi con lo stato theta e la sua elaborazione di informazioni extrasensoriali).
I ricercatori hanno visto che una corretta pratica della meditazione ad occhi chiusi stimola il cervello a lavorare con onde cerebrali di tipo alfa e che la sincronizzazione dei due emisferi cerebrali incomincia a lavorare a partire dagli otto cicli per secondo. Questa sincronizzazione biemisferica espleta una moderata azione antineoplastica ed incrementa lazie al fatto che il cervello si setta sulle frequenze degli 8 Hz del profondo alfa.(Tratto da 432 hertz: La Rivoluzione Musicale di Riccardo Tristano Tuis (Nexus Edizioni, aprile 2010).

domenica 14 dicembre 2014

Il Monachesimo

Il monachesimo è un movimento spirituale che sorge in alcune religioni che, seppure in forme diverse, viene accomunato dalla ricerca di una realtà che trascenda la vita presente, mediante l'ascesi, la preghiera e la contemplazione, vivendo in solitudine o in comunità più o meno ristrette. Grandi movimenti monastici li troviamo nell'induismo, nel buddhismo e nel cristianesimo.
Nel mondo cristiano, il monachesimo ebbe origine tra la fine del III e gli inizi del IV secolo, in un periodo particolare, in cui finiva il mondo cosiddetto antico, e l’impero romano era già diviso fra Occidente ed Oriente. In quell’epoca, la Chiesa possedeva un’organizzazione abbastanza solida, una gerarchia, un culto, una letteratura. Col monachesimo inizia una forma di vita consacrata interamente alla preghiera e alla penitenza, nell’isolamento dal mondo.
Alcuni cristiani, specialmente in Egitto e in Palestina, ma anche inSiria e in Mesopotamia, iniziarono a ritirarsi nel deserto con l’intento di voler riaffermare che "il regno di Dio non è di questo mondo" e rivendicare i più alti valori dello spirito, insieme ad una protesta (più o meno esplicita) contro i pericoli della mondanità. In realtà la sua origine risale ai primi convertiti che, nelle città, vivevano in modo radicale la propria fede alla ricerca di un'unione intima ed esclusiva con Cristo. Il loro ideale era quello di piacere soltanto a Dio e di anticipare in qualche modo sulla terra quella vita trascendente in cui Dio è "tutto in tutti".
L’etimologia del termine “monaco” (dal greco mónachos = unico, solo) ha una lunga storia che inizia con Platone. Ha avuto diverse interpretazioni: Gerolamo la intende con “solitario”; i padri orientali con “persona unificata”; Agostino con persona mirante all’“unanimità” coi fratelli; nel mondo siriaco pensando al monaco come imitatore di Cristo, “l’unigenito”.
La prima espressione di vita monastica è sicuramente quellaeremitica o anacoretica. Gerolamo definisce gli anacoreti quanti abitano da soli nei deserti e prendono il loro nome dal fatto che si sono ritirati lontano dagli uomini. Il termine originario grecoanachoréo (= ritirarsi) significa la fuga nel deserto dei debitori insolventi. Gli anacoreti si caratterizzano per il loro isolamento pressoché totale, l'astinenza sessuale, le penitenze, il lavoro manuale e l'assenza di un superiore. In mancanza di fonti attendibili, non è possibile sapere dettagli sull'istituzione di questo tipo di vita. Solo successivamente farà seguito una vita associata o cenobitica (dal greco koínos bíos = vita comune). Fu Pacomio (292-347) che, dopo un'esperienza personale di vita eremitica, diede forma al cenobitismo impostato sulla convivenza nella totale condivisione dei beni e nella preghiera comune, nell'osservanza della stessa regola, nel lavoro manuale e nell'obbedienza all'abate. La sua prima comunità venne fondata nel 323 a Tabennisi, nell'alto Egitto. La sua Regola, di 194 articoli, venne osservata in poco più di vent'anni da nove conventi maschili e due femminili.
Anche Antonio il Grande (250-355), dopo un periodo di anacoretismo divenne "padre" di alcuni piccoli monasteri che facevano capo a lui.Basilio di Cesarea (330-379), grazie alle esperienze monastiche che lo avevano preceduto, iniziò ad apportare modifiche e correzioni alle forme cenobitiche già in atto. Egli impostò la convivenza comunitario su un tipo di rapporto amicale, convinto che soltanto la vita  cenobitica garantisse l'esercizio della carità. La coabitazione costituisce infatti un campo di prova, un continuo esercizio , un'ininterrotta meditazione dei precetti del Signore. Basilio limitò il numero dei monaci che vivevano assieme e inserì i monasteri all'interno della realtà sociale ed ecclesiale, aggregando ospizi, scuole, orfanotrofi. Ridimensionò l'impegno dei lavori manuali, dando maggior rilievo alla preghiera e allo studio. Infine, Gerolamo(347-419) riuscì ad esportare nell'Occidente queste forme di vita ascetica sorte nel mondo orientale. Il monachesimo degli inizi e quindi quello dei Padri del deserto ha un formidabile legame con la Sacra Scrittura. Questo appare evidente in alcune scelte precise, che richiamano il percorso compiuto dal popolo di Dio, soprattutto nell'Antico Testamento:
1)       il deserto, come luogo della prova, della tentazione, dell’abbandono in Dio, della lotta contro i demoni, della precarietà e transitorietà di ogni cosa (vedi più avanti);
2)      il richiamo ad Abramo e al suo abbandono della patria;
3)      i luoghi santi come il Sinai e il Carmelo;
4)      la verginità come risposta all’invito di Cristo a seguirlo in una vita sempre più perfetta (che ha più legame col Nuovo Testamento).
Il percorso spirituale compiuto dal monachesimo è stato in primo luogo quello di rettificare le posizioni dell’inizio che portarono ad alcune degenerazioni: scarso senso ecclesiale, disordini morali, errori teologici, forme di fanatismo. Il cammino spirituale era visto come un passaggio dalla tristezza alla gioia. Sulla base delle prime esperienze compiute dai Padri del deserto venne formandosi un patrimonio comune di dottrina e di idealità. Possiamo individuare alcune tappe dell’ideale ascetico, secondo i seguenti temi:
1)       pénthos: il tema della compunzione;
2)      apótaxis: la rinuncia;
3)      anachóresis: l’allontanamento nella solitudine;
4)      áskesis: l’ascesi;
5)      agôn: il combattimento spirituale;
6)      apátheia: il dominio di sé;
7)      diákrisis: il discernimento degli spiriti;
8)      parrhesía: il riacquisto dello spirito colloquiale con Dio;
9)      theopoíesis: la deificazione.
I temi spirituali non consentono tuttavia di derivare una teologia dei Padri del deserto. Secondo M. Vannini, nel testo citato, l'esperienza specifica dei Padri presuppone un certo pelagianesimo, almeno in quanto pone l'accento sulla necessità dell'impegno personale, e anche sulle autonome capacità dell'uomo e sul suo sforzo, per conseguire la salvezza. «Sta qui la durezza ascetica dei monaci egiziani, sempre alle prese con l'insuperabile distanza che separa l'uomo da Dio: una distanza che nessuna pratica ascetica, per quanto rigorosa fino all'impossibile, può riuscire a colmare. Senza volere minimamente pretendere di formulare un giudizio, è chiaro che si giustificano le polemiche di Agostino (e poi di Lutero) contro il pelagianesimo di tipo monastico se solo si guarda a quella sorta di bilancio del dare e dell'avere nei confronti di Dio che, a volte, appare negli apoftegmi dei Padri. Nei suoi aspetti migliori, però, il rigoroso ascetismo monastico è funzionale soltanto alla distruzione dell'uomo carnale, dell'uomo vecchio, dell'uomo esteriore e alla nascita dell'uomo spirituale, dell'uomo nuovo, dell'uomo interiore. In questo caso l'ascetismo non comporta nessuna pretesa di merito, nessun giudizio sugli altri che asceti non sono, ma sostiene il netto primato della carità, che è il vero segno di perfezione, e che è poi quel che distingue la virtù dei pagani dalla grazia dei cristiani. L'ascetismo realizza la distruzione totale dell'elemento psicologico determinato e fa emergere il vero io, l'universale dell'uomo, che perde il suo egoismo, la sua volontà, e diventa tutt'uno con la volontà divina, unito a Dio nello spirito» (cfr. alle pagg. 17-18).

 Mentre le invasioni barbariche rendevano drammatiche le condizioni di vita delle popolazioni dell'Impero Romano d'Occidente, andarono costituendosi e prendendo vigore diverse istituzioni ecclesiastiche e religiose, che presto si sarebbero rivelate forze costruttive di una nuova civiltà. Tra esse il monachesimo, nei secoli che vanno dal IV all'VIII, è forse la più importante. Il monachesimo europeo proviene dal Medio Oriente; infatti l’ascetismo religioso e la vita monastica non sono peculiari del cristianesimo, ma rappresentano forme in cui l’anima ha cercato in ogni tempo di tradurre la propria sete del divino. Nel IV secolo, in Egitto, in Palestina e in Siria, sulla scia di Antonio il Grande e di altri Padri del deserto, si fecero sempre più numerosi coloro che abbandonavano completamente il mondo per vivere nella solitudine (eremos, da cui il termine di eremita, per indicare gli asceti viventi nel deserto) oppure per associarsi insieme in conventi o cenobi (dal termine greco coinobios, indicante vita in comune), onde ricercare una comunione più intensa con Dio ed innalzarsi verso la santità. In ambito cristiano, Antonio è considerato l'iniziatore della via eremitica e Pacomiodi quella cenobitica. La produzione letteraria del mondo monastico cristiano d'Oriente, in ambienti pervasi da una così fervida tensione religiosa, fu caratterizzata dall'ascetismo e da una spiritualità origeniana. Il monachesimo viene preceduto dall'anacoretismo: i fedeli più intransigenti, spinti da una forte vocazione si separavano dal resto delle comunità per meglio avvicinarsi a Dio, seguendo lo stile di vita di Cristo. Gli anacoreti o eremiti sono coloro che rinunciano completamente al mondo, scegliendo una vita fatta di silenzio e di preghiera, per tendere alla perfezione attraverso la penitenza. Esempi di vita eremitica sono, nell'Antico Testamento, Elia, nel Nuovo, san Giovanni Battista. Lo stesso Gesù condusse vita eremitica nel deserto per quaranta giorni prima di iniziare la sua predicazione. Il monachesimo degli albori si fonda sulla libertà individuale del monaco che liberamente sceglie la vita solitaria. Ma ben presto si diffuse il sistema delle regole. La regola era posta dal maestro e aveva lo scopo di organizzare la vita comunitaria. Tra le regole più famose si ricorda quella di san Benedetto da Norcia, esemplificata nel motto: Ora et labora (prega e lavora).I monaci nell'Europa Orientale si davano con fervore, che talora rasentava la frenesia, ad intense pratiche ascetiche (dal greco aschesis=esercizio), le quali univano alla preghiera ed alla meditazione ogni sorta di mortificazioni della carne, talora durissime o stravaganti addirittura, come l'astensione dal cibo, dal sonno o dal lavarsi per periodi più o meno lunghi, oppure l'infliggersi flagellazioni e torture. Tra questi, particolari furono gli stiliti e i dendriti che trascorrevano la loro vita rispettivamente su una colonna e su un albero.Il monachesimo rappresentò in sostanza una grande rivolta dello spirito autenticamente cristiano contro il pericolo di mondanizzazione della Chiesa. Come tale, esso costituì per secoli la grande riserva di forze spirituali della Chiesa ed ebbe importanza storica decisiva nello sviluppo della civiltà cristiana nel mondo mediterraneo. Dopo il IV secolo il monachesimo cominciò a diffondersi in Occidente: Girolamo a Roma,Agostino in Africa, Severino nel Norico, Paolino a Nola, Martino e Giovanni Cassiano nella Gallia si fecero promotori dell’ideale monastico (sull'esempio di quello orientale) e monasteri famosi sorsero nel V secolo a Tours e ad Arles ad opera dei vescovi Cesario e Aureliano(autori di importanti Regole). Cassiodoro, il ministro di Teodorico, fallita la sua politica di fusione tra Romani e Goti, abbandonò la corte gotica, si rifugiò nei suoi possedimenti nella natia Calabria e verso il 554 fondò un monastero a Vivarium, in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita. A dare al monachesimo del cristianesimo cattolico la sua particolare fisionomia operosa, in confronto a quello del cristianesimo ortodosso più portata alla contemplazione e all'ascetico, fu però un giovane, discendente da una famiglia della piccola nobiltà provinciale dell’Umbria: Benedetto da Norcia (480-543). Ritiratosi a vita eremitica a Subiaco, Benedetto aveva veduto crescere attorno a sé un gruppo di seguaci, insieme ai quali, trasferitosi successivamente nelle vicinanze di Cassino, aveva fondato il monastero di Montecassino, il più importante centro monastico dell’Occidente. All’incirca negli stessi anni in cui i giuristi bizantini, per ordine di Giustiniano, lavoravano alla sistemazione del diritto civile romano nel Corpus iuris civilis, san Benedetto gettava le fondamenta della nuova società monastica, con la compilazione della sua Regola. La regola benedettina è informata tutta allo spirito pratico dell’antica Roma, fondendolo armonicamente con la spiritualità cristiana. Per Benedetto i monaci non debbono essere soltanto dei contemplanti: il loro motto dovrà essere ora et labora. La regola fu scritta originariamente per il solo monastero di Montecassino, ma venne presto adottata come regola per eccellenza del monachesimo cattolico. Mentre il mondo occidentale è sconvolto dalle invasioni barbariche, i monasteri benedettini creano un nuovo tipo di società basata, anziché sul concetto romano della proprietà privata, su quello cristiano della solidarietà collettiva. I monaci coltivano le terre circostanti al monastero, o almeno le fanno coltivare dai propri coloni, difendendole dall’abbandono e dall’inselvaticamento. Attorno a loro, si raggruppano in cerca di protezione famiglie coloniche, che trovano rifugio all’ombra del monastero. Il monastero diventa così il centro di un piccolo mondo economico auto-sufficiente; anche i prodotti artigianali o industriali necessari alla sua esistenza vengono prodotti al suo interno da monaci o da servi ministeriales dipendenti dal convento. Il sovrappiù della produzione viene posto in vendita; così, non di rado, attorno al convento sorge anche un centro di scambi commerciali, un mercato, una fiera. Proprio nel corso dell’VIII secolo si ebbe nell’economia dell’Italia longobarda un'accentuata tendenza alla formazione di estese proprietà fondiarie, concentrate nelle mani dei grandi signori laici o delle chiese. Parte cospicua di questa concentrazione della proprietà andò a vantaggio dei grandi monasteri benedettini, accrescendone l’importanza. In linea di principio, almeno, i beni degli enti religiosi erano inalienabili e gli abati dei monasteri spesso amministratori capaci. Ciò condusse alla diffusione di nuovi sistemi di conduzione dei fondi, che molto giovarono alla graduale ricostruzione della ricchezza fondiaria. Tra questi da citare i contratti di livello (così detto dal libellum - libretto - sul quale stavano scritti i patti del contratto), per cui un fondo veniva ceduto in uso ad un coltivatore, in cambio di un canone, per lo più in natura, o quelli di enfiteusi, per cui un fondo era ceduto per lunghissimo tempo ad un minimo canone annuale, a patto che il coltivatore vi introducesse delle migliorie. Così allo spopolamento dei secoli precedenti cominciò a subentrare una maggiore densità di coltivatori nelle campagne, unita ad una rinascita delle colture specializzate, come quella della vite e dell’olivo, in luogo del pascolo e della cerealicoltura estensiva. In mezzo ad un’età di sovrani analfabeti e di regresso della civiltà, nei monasteri benedettini gli amanuensi negli scriptoria, continuano a copiare le opere degli scrittori antichi cristiani e pagani. Nei monasteri convivono quindi pacificamente insieme romani e barbari, affratellati dalla comune fede e dalla comune obbedienza alla Regola. I monasteri benedettini costituiscono, per tutto il Medioevo, importanti centri di diffusione culturale. Accanto a quello sempre più importante di Montecassino, sorsero numerosi monasteri, fra cui emergono per importanza quelli di Nonantola nell'Emilia, di Farfa nella Sabina, di San Vincenzo al Volturno nell’Italia meridionale, nel 726 della Novalesa in Val di Susa(Piemonte). Questi cenobi accolsero tra le loro mura tanto latini che barbari, favorendo la fusione dei due popoli, mantennero in vita le tradizioni culturali dell’antichità e del cristianesimo, favorendo la diffusione della civiltà romana tra i Longobardi. Un grande centro di civiltà monastica sorse inoltre nell’Irlanda e da lì si allargò nell’Inghilterra, con i cenobi di Armagh, di Iona, di York. I monaci irlandesi si diressero poi verso la Germania, le Gallie e l’Italia, convertendo pagani ed ariani e fondando sempre nuovi monasteri. Tra questi ultimi da citare quello di Bobbio, fondato in Italia da San Colombano, e quello di San Gallo, costruito dai suoi compagni nella Germania. Anche i monaci irlandesi coltivarono attivamente studi letterari o religiosi, come testimonia la copia dei manoscritti di autori classici o cristiani lasciata dai loro amanuensi e la fantasiosa ricchezza delle miniature che li adornano. I monaci irlandesi contribuirono alla formazione della cultura europea dell’età carolingia. Il fenomeno del monachesimo è rilevante nell'esperienza del Buddhismo: il monaco-mendicante finisce in alcuni casi per essere considerato l'unico vero discepolo del Buddha. Il Buddhismo tibetano pone nelle mani dei monaci e dei lama anche il potere temporale. Nell'Oriente asiatico, vi è un vasto ed articolato fenomeno che comprende numerose religioni (induismo, giainismo, buddhismo, taoismo) e numerose nazioni (Giappone, Cina, Indonesia,Myanmar, India, Tibet, etc.) Nell'Induismo il fenomeno è legato sia a determinati stadi della vita, quali il sannyāsa, durante il quale si pratica la rinuncia e la povertà, sia alla scelta di praticare la rinuncia per dedicare l'intera vita alla spiritualità: è il caso dei sadhu. Tali pratiche, testimoniate nei Veda, risalirebbero al 2000 a.C. Nel giainismo l'esperienza monastica assume particolare importanza. Nel 79 d.C. uno scisma produsse le due scuole principali, attive ancora adesso: a partire da quella data si distingue tra monaci digambar "vestiti di cielo", che rinunciano a qualsiasi possesso, compreso cibo e vestiti e shvetambar "vestiti di bianco".



venerdì 12 dicembre 2014

angeli

La Tradizione più nota dei Nomi Angelici proviene dalla Cabala (o anche CabalahKabalaKabbalaQabalah), termine che significa conoscenza, ricezione, rivelazione. Più precisamente, il termine QBLH, Qabalah, deriva da QBL, Quibel "ricevere", cioè ciò che viene tramandato per trasmissione orale e che diventa "tradizione". Indica una raccolta di testi mistici, frutto della cultura ebraica, per lo più segreti e in parte trasmessi oralmente, da una generazione all’altra di maestri e di studiosi: può essere definita come la dottrina esoterica ebraica.
Risalire alle origini della Cabala non è impresa facile: secondo Ginsburg essa era all’inizio la scienza degli angeli che essi comunicarono all’uomo dopo la caduta di Adamo, per fornirgli gli archetipi e i mezzi per riconquistare il giardino perduto.
Eliphas Levi cita il libro apocrifo di Enoch in cui si narra che alcuni angeli caddero dal cielo per amare le figlie della terra ed unirsi a loro:
Essi presero delle spose alle quali si congiunsero, e insegnarono loro la magia, gli incantesimi e le divisioni delle radici e degli alberi.
In seguito i più saggi e i più dotti fra i loro discendenti avrebbero raccolto l’essenza di questa dottrina per fissarli in libri sacri: tutto questo per rappresentare la Cabala come una scienza divina, e l’uomo come un angelo decaduto che deve riscattarsi e riscoprire la scienza perduta.
A proposito della caduta dell’uomo, The Golden Dawn, sistema esoterico-filosofico di chiara derivazione dalla Cabala, riporta:
E Tetragrammaton pose i Kerubim a Oriente del Giardino dell’Eden, e una Spada Fiammeggiante che ruotava da ogni parte per custodire la via dell’Albero della Vita, poiché Egli ha creato la Natura affinché l’uomo scacciato dall’Eden non precipiti nel Vuoto. Egli ha legato l’uomo con le stelle, come una catena. Egli lo attrae con i frammenti dispersi del Corpo Divino negli uccelli, nelle bestie e nei fiori. Ed Egli piange su di lui nel Vento e nel Mare e negli Uccelli. E quando i tempi saranno finiti, Egli richiamerà i Kerubim dall’Oriente del Giardino, e tutto verrà consumato e diverrà infinito e santo. L’Albero della Vita costituisce la sintesi dei più noti e importanti insegnamenti della Cabala. E’ un diagramma, astratto e simbolico, costituito da dieci entità, chiamate Sefirot. Le Sefirot corrispondono ad importanti concetti metafisici, a veri e propri livelli all’Interno della Divinità. Inoltre, esse sono anche associate alle situazioni pratiche ed emotive attraversate da ognuno di noi, nella vita quotidiana.

L’Albero della Vita è il programma secondo il quale si è svolta la creazione dei mondi; è il cammino di discesa lungo la quale le anime e le creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Esso è anche il sentiero di risalita, attraverso cui l’intero creato può ritornare al traguardo cui tutto anela.
L’Albero della Vita è la "scala di Giacobbe" (Genesi 28), la cui base è appoggiata sulla terra e la cui cima tocca il cielo. Lungo di essa gli angeli, cioè le molteplici forme di consapevolezza che animano la creazione, salgono e scendono in continuazione. Lungo di essa sale e scende anche la consapevolezza degli esseri umani.
Dopo aver perso lo stato paradisiaco del Giardino dell’Eden, l’umanità non ha più accesso diretto all’Albero della Vita. Come dice la Bibbia, la via che conduce all’Albero è guardata da una coppia di Cherubini, due angeli armati di una spada fiammeggiante. Ciò però non significa che la via sia del tutto inaccessibile. Secondo la tradizione orale, i due Cherubini possiedono l’uno un volto maschile e l’altro un volto femminile. Essi rappresentano le due polarità fondamentali dell’esistenza, così come si esprimono sui piani più elevati della consapevolezza.
Con il graduale ravvicinamento e riunificazione di tali principi, questi angeli cessano di essere i "Guardiani della soglia", il cui compito consiste nell’allontanare tutti coloro che non hanno il diritto di entrare, e diventano invece i pilastri che sostengono la porta che ci riconduce al Giardino dell’Eden. La loro stessa presenza serve da indicazione e da punto di riferimento per quanti stanno cercando di ritornare a Casa.
Non si tratta però di un lavoro facile. I due Cherubini hanno in mano una spada fiammeggiante a doppio taglio. Tra le molte altre cose, essa simboleggia la distruzione dei due Templi di Gerusalemme. Subito dopo la distruzione del secondo Tempio, lo Zohar (Libro dello Splendore) fu rivelato al mondo, e con esso venne data la descrizione dell’Albero della Vita.
Le spade dei Cherubini si trasformano in due coppie di ali incrociate in alto, e insieme definiscono l’arco posto al di sopra del portale d’entrata al giardino dell’Eden: la Cinquantesima Porta della Conoscenza, "la Porta del Signore, attraverso la quale vengono i giusti". Essi diventano così i Cherubini che sovrastavano l’Arca dell’Alleanza, l’uno con un volto maschile, l’altro con un volto femminile. Da un lato la Cabala si rifà alla tradizione, l’antica saggezza ricevuta dal passato e custodita con cura. Dall’altro, a coloro che si dimostrano veramente ricettivi, la saggezza appare spontaneamente, senza avvisaglie, cogliendo quasi di sorpresa.
La tradizione mistica ebraica combina entrambi questi elementi. Il suo vocabolario abbonda di quelle che loZohar, il testo canonico della Cabala, chiama “parole neo-antiche”. Molte delle sue espressioni derivano dalle fonti tradizionali, la Bibbia e la letteratura rabbinica, ma si sviluppano in maniera imprevista. Per esempio, “il mondo che verrà”, una frase tradizionale spesso intesa come riferimento ad una lontana età messianica, si trasforma in “il mondo che costantemente viene”, che costantemente scorre, una dimensione senza tempo della realtà immediatamente accessibile a coloro che sono ricettivi.
Il concetto rabbinico della Shekinah, l’immanenza divina, sboccia nella parte femminile di Dio, bilanciando così la concezione patriarcale che domina la Bibbia e il Talmud. La Cabala conserva la disciplina tradizionale dellaTorah e delle mitzwot (precetti), ma ora le mitzwot hanno un impatto cosmico: “Il segreto per adempiere alle mitzwot è di emendare tutti i mondi ed estrarre l’emanazione dall’alto”. Secondo la Cabala, ogni azione umana sulla terra influisce sul regno divino, favorendo o, al contrario, ostacolando l’unione della Shekinah con il suo compagno: il Santo, sia egli benedetto. Dio non è un essere statico, bensì un dinamico divenire. Senza partecipazione umana Dio resta incompleto, non si realizza. Sta a noi rendere attuabile il potenziale divino nel mondo. Dio ha bisogno di noi.
La Cabala deve la sua fortuna a questa stimolante miscela di tradizione e creatività, fedeltà al passato e coraggiosa innovazione. I cabalisti furono esperti nel mantenere l’equilibrio tra cieco fondamentalismo e anarchia mistica, sebbene un certo numero di essi perse quest’equilibrio e cadde in un estremo o nell’altro. E’ sorprendente come, nonostante le loro idee sconcertanti e le loro immagini talvolta sconvolgenti, i cabalisti sollevarono un’opposizione relativamente limitata, se comparata a quella suscitata da alcuni famosi sufi islamici e mistici cattolici, come Hallaj e Meister Eckhart. Senza dubbio ciò si dovette in parte al metodo esoterico di trasmissione della Cabala. Da principio le dottrine segrete erano trasmesse oralmente da maestro a discepolo e limitate ad alcune cerchie ristrette. Ma anche scritto, il messaggio era spesso ermetico e si concludeva talvolta con frasi come: “Questo è sufficiente per uno che è illuminato”, oppure “Colui che è illuminato comprenderà”, o ancora “Non posso ampliare questo perché così mi è stato ordinato”.
I cabalisti facevano la straordinaria affermazione che le loro dottrine mistiche avevano origine nel Giardino dell’Eden. Questo vuole suggerire che la Cabala è depositaria della nostra natura originale: la libera consapevolezza di Adamo ed Eva. Noi abbiamo perduto questa natura, la più antica tradizione, come inevitabile conseguenza del fatto di aver assaggiato il frutto della conoscenza, il prezzo della maturità e della cultura. I cabalisti, senza voler rinunciare al mondo, anelano al recupero di quella tradizione primordiale e alla riconquista di una coscienza cosmica.
La Cabala sorge come movimento distinto all’interno del Giudaismo nell’Europa medioevale, ma l’esperienza del contatto diretto con il divino è già descritta chiaramente nel più antico libro ebraico: la Bibbia. Per esempio il profeta Isaia vede Dio in trono nel Tempio di Gerusalemme, scortato da angeli fiammeggianti che proclamano l’uno l’altro “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua presenza” (Isaia 6, 3).
Il resoconto più vivido di una visione di Dio è senza dubbio quello contenuto nel capitolo di apertura del libro diEzechiele. Mentre si trova sulla sponda di un fiume a Babilonia, il profeta vede un trono roteare attraverso il cielo, scortato da quattro creature alate che guizzano avanti e indietro. Sul trono è “una figura dall’apparenza umana” circondata da una luminosità simile a quella di un arcobaleno.
Ezechiele ebbe questa visione più o meno all’inizio del VI secolo a.e.v. Ancora prima che il suo libro entrasse a far parte del canone biblico, la sua visione divenne l’archetipo dell’ascesa mistica ebraica. Fino alla comparsa della Cabala, i mistici ebrei utilizzarono come modello il racconto di Ezechiele. Il ma’ aseh merkavah, il racconto del carro, come da allora in poi venne chiamato, fu esposto in alcune cerchie e imitato in altre e diede vita ad uno dei rami principali del misticismo ebraico.
L’altro ramo fu il ma’ aseh bereshit, il racconto della creazione o cosmologia. Il testo più importante relativo a questi segreti fu il Sefer Yetzirah, il Libro della creazione, redatto, a quanto pare, in Palestina tra il III e il VI secolo. In questo testo viene narrato come Dio creò il mondo per mezzo delle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico e delle dieci sefirot, un termine che fa qui la sua prima apparizione nella letteratura ebraica.
La Genesi e i Salmi avevano già indicato il verbo divino come lo strumento della creazione.
“Dio disse: ‘Sia la luce’. E luce fu”.
“Per mezzo della parola di Dio furono creati i cieli; per mezzo del soffio della sua bocca, tutte le sue schiere”(Genesi 1, 3; Salmi 33, 6).
La novità del Sefer Yetzirah consiste nella particolareggiata speculazione su come Dio combinò le singole lettere e nel concetto delle sefirot, che in questo testo sono delle entità numeriche, esseri viventi che rappresentano i numeri da uno a dieci, cifre, potenze metafisiche, attraverso le quali si dischiuse la creazione. L’idea che i numeri siano essenziali alla struttura del cosmo ha origine nel misticismo pitagorico. Gradualmente, comunque, le sefirot evolsero fino a diventare il simbolo centrale attorno a cui ruota la Cabala. 
Fondandosi su queste antiche tradizioni, la Cabala nacque a pieno titolo nella fertile regione di Provenza verso la fine del XII secolo. Qui fioriva una variegata comunità ebraica, un centro il cui sapere abbracciava leggi rabbiniche, filosofia e misticismo. In questo ambiente venne redatto il Sefer ha-Bahir, normalmente considerato il primo testo cabalistico. Paradossalmente, sebbene bahir significhi “brillante” o “chiaro”, questo libretto risulta veramente oscuro: una collezione, spesso impenetrabile, di frammenti esoterici. In esso ora le sefirot appaiono come luci, potenze e attributi, simili alle forze divine descritte nella letteratura gnostica. Esse rappresentano stadi della vita interiore di Dio, aspetti della personalità divina. Manca uno schema uniforme: le sefirot sono descritte in modi diversi e talvolta contraddittori. Nel corso del secolo successivo, con la diffusione della Cabala al di là dei Pirenei, in Catalogna e poi in Castiglia, il sistema simbolico si cristallizzò. Vennero incorporati elementi del misticismo neoplatonico e anche speculazioni sull’origine del male.
Intorno al 1280, un mistico ebreo spagnolo di nome Moshè de Leon, iniziò a diffondere libretti tra i suoi colleghi cabalisti. Moshè dichiarava di essere semplicemente uno scriba e di copiare da un antico libro di sapienza. L’originale sarebbe stato redatto presumibilmente nella cerchia di rabbi Shim’on bar Yohai, un famoso discepolo di rabbi Akiva, che era vissuto e aveva insegnato nel II secolo in Terra d’Israele.
Questi libretti rappresentavano la prima parte di quella che sarebbe diventata un’opera immensa: il Sefer ha-Zohar, Libro dello splendore. Le dichiarazioni di de Leon furono ampiamente accettate e i presunti natali dello Zohar contribuirono a promuovere il giovane movimento cabalistico. Lo Zohar divenne gradualmente Ha-Zohar ha QadoshIl Santo Zohar, il testo canonico della Cabala, sui cui insegnamenti si basò la maggior parte della successiva tradizione cabalistica. Solo in tempi recenti si è fatta maggiore chiarezza sul ruolo effettivo giocato da Moshè de Leon nella generazione dello Zohar.
Più che uno scriba, de Leon fu l’autore dello Zohar. Egli attinse da materiale più antico, forse collaborò con altri cabalisti e forse credette sinceramente di trasmettere antichi insegnamenti. E’ possibile che parti dello Zohar siano state composte tramite scrittura automatica, una tecnica secondo cui il mistico dovrebbe meditare su un nome divino, entrare in trance e iniziare a “scrivere qualunque cosa arrivi alla mano”. Pare che questa tecnica fosse utilizzata anche da altri cabalisti del XIII secolo, ma Moshè de Leon intessé le sue varie fonti in un capolavoro: un commento sulla Torah in foggia di novella mistica. La trama dello Zohar si concentra fondamentalmente sulle sefirot. Penetrando la superficie letterale della Torah, i commentatori mistici trasformano la narrazione biblica in una biografia di Dio. La Torah nella sua interezza è letta come un nome di Dio che esprime l’essere divino. Anche un versetto apparentemente insignificante può rivelare le dinamiche interne delle sefirot: il modo in cui Dio percepisce, reagisce e agisce, la maniera in cui Lei e Lui si pongono in intima relazione tra loro e con il mondo.
Il capitolo di apertura della Genesi apparentemente descrive la creazione del mondo, ma in realtà allude ad un ancor più primordiale inizio: l’emanazione delle sefirot, la loro derivazione dall’Infinito, o En Sof (letteralmente “senza fine”). In antitesi con il Dio personale delle sefirot, l’En Sof rappresenta l’essenziale trascendenza di Dio. Niente più del suo nome può essere detto. Qui i mistici ebrei adottarono la teologia negativa di Maimonide che aveva insegnato:
La descrizione di Dio per mezzo di negazioni è quella corretta, una descrizione autentica, che non indulge a facili linguaggi… Più aumentano le negazioni che riguardano Dio, più ci si avvicina alla sua comprensione”.
La prima sefirah condivide la natura negativa dell’En Sof ed è talvolta indicata come Ayin, Nulla. Secondo la definizione di un cabalista:
L’Ayin esiste più di tutti gli esseri mondani, ma poiché è semplice, e tutte le cose semplici sono complesse se comparate alla loro semplicità, si chiama Ayin.
In questo stato originale, Dio è un essere indifferenziato, né questo né quello, una non-cosa.
La prima sefirah è più comunemente chiamata Keter, Corona. E’ la corona sul capo di Adam Qadmon, l’Adamo primordiale. Secondo il capitolo di apertura della Genesi, l’essere umano viene creato a immagine di Dio. Le sefirot costituiscono l’archetipo divino di quell’immagine, il modello mitico dell’essere umano, la nostra originaria natura. Le sefirot sono anche descritte come un albero cosmico che cresce verso il basso con le radici poste in alto, in Keter, la radice delle radici.
Dalle profondità del Nulla risplende il punto primordiale di Hokmah, Sapienza, la seconda sefirah. Questo punto si espande in un cerchio, la sefirah di Binah, Intelligenza. Binah è il grembo, la Madre divina. Ricevendo il seme, il punto di Hokmah, essa concepisce le sette sefirot inferiori. Anche l’essere creato trova in lei la sua origine: essa è “la totalità di tutte le individuazioni”.
Queste tre sefirot superiori (Keter, Hokmah e Binah) rappresentano la testa del corpo divino e sono considerate più occulte della discendenza di Binah. Essa dà luce innanzitutto a Hesed (Amore) e Gevurah (Potenza), anche conosciuta come Din (Giudizio). Hesed e Gevurah sono le braccia, rispettivamente destra e sinistra, di Dio, due poli della personalità divina: amore che fluisce liberamente e giudizio rigoroso, clemenza e restrizione. Entrambi sono essenziali per il corretto funzionamento del mondo.
Idealmente il raggiungimento di un equilibrio è simboleggiato dalla sefirah centrale, Tif’eret (Bellezza), anche chiamata Rahamim (Misericordia). Se il giudizio non è ammorbidito dall’amore, esso attacca con violenza e minaccia di distruggere la vita. Qui riposa l’origine del male, chiamato Sitra Ahra, l’Altra Parte. Da una prospettiva più radicale, il male deriva dal pensiero divino che, prima di emanare il bene, elimina gli scarti. Il demoniaco è radicato nel divino.
Tif’eret è il tronco del corpo sefirotico, chiamato anche Cielo, Sole, Re e il Santo, sia egli benedetto, il nome rabbinico di uso corrente per Dio. Esso è figlio di Hokmah e Binah.
Le due successive sefirot sono Netzah (Eternità) e Hod (Fasto) che costituiscono le gambe, rispettivamente destra e sinistra, del corpo e sono la fonte della profezia. Yesod (Fondamento) è la nona sefirah e rappresenta il fallo, la forza generativa dell’universo. E’ anche chiamato Tzaddiq (il Giusto) e a lui, secondo le interpretazioni, si riferisce Proverbi 10, 25 “Il giusto è il fondamento del mondo”. Yesod è l’axis mundi, il pilastro cosmico. Attraverso di lui vengono incanalate, verso l’ultima sefirah, Malkut, luce e forza delle precedenti sefirot.
Malkut (Regno) è anche nota come Shekinah (Presenza). Nella letteratura ebraica più antica, la Shekinah compare frequentemente come l’immanenza di Dio, ma non è ancora apertamente femminile. Nella Cabala, la Shekinah diviene completamente una Lei: figlia di Binah, sposa di Tif’eret, la metà femminile di Dio. La Shekinah è “il segreto del possibile”, essa riceve l’emanazione dall’alto e genera la molteplicità delle forme di vita in basso.
Dall’alto in basso, le sefirot rappresentano il dramma dell’emanazione, il passaggio dall’En Sof alla creazione. Dal basso in alto, le sefirot costituiscono una scala che sale verso l’Uno. Dall’unione di Tif’eret e Shekinah nasce l’anima umana e il viaggio mistico inizia con la presa di coscienza di questo spirituale evento della vita. La Shekinah è l’apertura al divino: “Chi entra, deve farlo attraverso questa porta” (Zohar). Una volta all’interno, le sefirot non sono più un astratto sistema teologico, ma divengono una mappa della coscienza.
Nel 1492 gli ebrei furono cacciati dalla Spagna. Insieme a decine di migliaia di altri esuli, i cabalisti si diressero verso il nord Africa, l’Italia e il Mediterraneo orientale diffondendo idee mistiche. Alla metà del XVI secolo, la Cabala, con lo Zohar come suo nucleo, era ormai diventata un importante fattore spirituale della vita ebraica.
Un flusso sempre maggiore di cabalisti cominciò ad arrivare in Palestina. Il loro centro fu inizialmente Gerusalemme, ma a partire dagli anni Quaranta del XVI secolo, divenne più importante il villaggio di Safed.
Una figura di spicco della comunità mistica di Safed fu Moshè Cordovero (1522-1570) che fuse lo Zohar alla Cabala estatica. In questa l’accento è posto sulle tecniche di meditazione, in particolar modo la recitazione dei nomi divini e le combinazioni delle lettere dell’alfabetico ebraico, basate sul Sefer Yetzirah.
Dopo la morte di Cordovero, come maestro mistico fu riconosciuto uno dei suoi allievi, Isaac Luria. Contrariamente al prolifico Cordovero, Luria scrisse pochissimo. Conosciamo pertanto i suoi insegnamenti dagli scritti dei suoi discepoli, specialmente quelli di Hayyim Vital.
Luria riflettè sul problema delle origini. Elaborando precedenti formulazioni, Luria insegnò che il primo atto divino non fu l’emanazione, bensì la contrazione. L’En Sof ritrasse la sua presenza “da sé a sé”, ritirandosi in tutte le direzioni a partire da un punto al centro della sua infinità, creando in tal modo, per così dire, un vuoto. Questo vuoto servì da luogo della creazione. Nel vuoto, l’En Sof emanò un raggio di luce, incanalato in vasi. Da principio tutto andò bene, ma non appena il processo di emanazione avanzò, alcuni vasi non riuscirono a resistere alla forza della luce e andarono in frantumi. La maggior parte della luce ritornò alla sua fonte infinita, ma il resto cadde sotto forma di scintille, insieme ai cocci dei vasi.
Alla fine, queste scintille restarono intrappolate nell’esistenza materiale. Il compito dell’uomo è quello di liberare, o innalzare, queste scintille per restituirle alla divinità.
Da qui il mito luriano dello tzimtzum (contrazione o ritiro), della shevirah (frantumazione) e del tiqqun(restaurazione o riparazione) assunse un ruolo centrale nella Cabala. Questo processo di tiqqun si compie per mezzo di una vita di santità. Tutte le azioni umane favoriscono o, al contrario, ostacolano, il tiqqun, accelerando o ritardando, così, l’arrivo del Messia. Da un certo punto di vista, il Messia è modellato dalle nostre azioni etiche e spirituali.
L’insegnamento di Luria fa eco ad uno dei detti paradossali di Franz Kafka:
Il Messia verrà solamente quando non sarà più necessario; verrà solo il giorno dopo il suo arrivo. Le antiche razze serbavano il ricordo di un libro primitivo, scritto in geroglifici dai saggi della prima epoca del mondo. Più tardi esso fu semplificato e volgarizzato, e i suoi simboli fornirono le lettere all’arte della scrittura, i caratteri al mondo e i segni a ogni vera filosofia. Negli scritti cabalistici leggiamo che Dio stesso rivelò la Cabala al genere umano nei tempi biblici. Adamo ricevette un libro cabalistico dall’angelo Raziele, e grazie a questa saggezza riuscì a superare il dolore della sua caduta e a riottenere la dignità. Il Libro di Raziele fu dato aSalomone che, per il suo potere, sottomise la terra e l’inferno.
Questo libro “primitivo” venne attribuito dagli Ebrei a Enoch, settimo patriarca dopo Adamo; dagli Egiziani aErmes; dai Greci a Cadmo, il misterioso costruttore dalla città sacra. Il libro era il sommario simbolico di tutta la tradizione primitiva, chiamato di conseguenza Cabala, che significa “ricezione”.
La tradizione di questa è fondata su di un dogma della magia: “Il visibile è per noi la misura proporzionale dell’invisibile”. Gli antichi, osservando che l’equilibrio è la legge universale della fisica e segue l’apparente opposizione di due forze, derivarono dall’equilibrio fisico quello metafisico. Essi erano convinti che nella prima causa vivente e attiva dovevano riconoscersi due proprietà necessarie l’una all’altra. Esse erano la stabilità e il moto, la necessità e la libertà, l’ordine razionale e l’autonomia volitiva, la giustizia e l’amore e, di conseguenza, la severità e la misericordia. E questi due attributi erano personificati, per così dire, dai cabalisti ebrei.
Secondo la Cabala questa è la base di tutte le religioni e di tutte le scienze: un triplo triangolo e un circolo. La nozione di questa triade fu spiegata dall’equilibrio moltiplicato per se stesso nei domini dell’ideale. Da essa derivò la comprensione di questa concezione in forme simboliche. Gli antichi unirono la prima nozione di questa semplice teologia all’idea di numero, e qualificarono ogni cifra della prima decade nel modo seguente:
1. La Corona, il potere equilibrante (Kether).
2. Sapienza equilibrata nel suo ordine immutabile per iniziativa dell’intelligenza (Chokmah).
3. Intelligenza attiva, equilibrata dalla sapienza (Binah).
4. Misericordia, che è sapienza nella sua concezione secondaria, sempre benevola perché è forte (Chesed).
5. Severità, richiesta dalla sapienza stessa e dal buon volere. Permettere il male significa ostacolare il bene (Geburah).
6. Bellezza, la luminosa concezione dell’equilibrio nelle forme, l’intermediario fra la Corona e il Regno, il principio mediante fra il Creatore e la creazione, o sublime concezione di poesia e del suo sacerdozio sovrano (Tiferet).
7. Vittoria, l’eterno trionfo dell’intelligenza e della giustizia (Nesah).
8. Eternità, la conquista raggiunta della mente sulla materia, dell’attivo sul passivo, della vita sulla morte (Hod).
9. Fondazione, la base di ogni fede e di ogni verità, l’Assoluto in filosofia (Yesod).
10. Il Regno, l’universo, l’intera creazione, l’opera e lo specchio di Dio, la prova di ogni suprema ragione, la conoscenza formale che ci spinge a ricorrere a premesse virtuali, l’enigma a cui solo Dio può rispondere. Ragione suprema e assoluta (Malkuth). 
I processi della creazione sono una dualità di involuzione ed evoluzione. L’una è inseparabile dall’altra. Per quanto possa apparire paradossale al non iniziato, è una divina verità che l’evoluzione e il compimento della vita spirituale si raggiunge solo con un rigoroso processo di involuzione che va dal di fuori al di dentro, o dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.
Per capire meglio questo mistero dobbiamo usare una serie di simboli. Di conseguenza concepiamo il divino fuoco dell’essenza primaria come il centro spirituale dell’universo. Questo raggio costituisce un triuno da cui emana la pura, bianca luce dell’unità senza forma. Questo centro costituisce un regno di Sephiroth, una sfera solare di potenzialità viventi: puri esseri divini infinitamente superiori ai più alti cori degli arcangeli. Come tale, lo concepiamo fluire, al pari di un granello, nell’infinito oceano dell’amore divino, circondato dalla fulgida luce della Corona senza nome.
Questa sfera divina, in questo stadio, è completamente passiva. Vi regna il Nirvana con la benedetta radiazione del suo petto immobile. Ma si avvicina il tempo in cui la grande missione nello schema della creazione deve iniziare. Arriva il momento e appena scaturisce la prima pulsazione creativa di pensiero nell’intera sfera dell’immobile, informe, debole luce, essa irradia vivente energia spirituale.
La delicata, luce bianca è cessata e in suo luogo raggiano in ogni concepibile direzione i potenti oceani di forza, ognuno differente in velocità, colore e potenzialità. Il passivo è divenuto attivo, l’immobile ha cominciato a muoversi e lo spazio vuoto è attraversato dalle ali della luce.
Il sole si è rifratto e una porzione dell’infinita luce si è decomposta nei suoi originari, illimitati attributi. Questo, nel linguaggio mistico e allegorico della Cabala è considerato l’evoluzione delle sette Sephiroth attive dalla prima trinità di Amore, Saggezza e Corona.
Queste sette Sephiroth attive costituiscono i sette principi della natura. Esse formano sette punti o sottocentri attorno al divino centro genitore, il sole spirituale. Sono questi i sette stati di vita angelica da cui la divina matrice spirituale emette tutti gli atomi vitali del loro universo creato.
Quando comincia l’alba di ogni universo, la pura essenza senza forma viene immessa, prima di essere implicata dalla volontà deifica delle gerarchie angeliche. E’ immessa dai regni del non manifesto nella sfera solare della vita creativa. Questo contatto provoca immediatamente un grande cambiamento. Essa non è più senza forma ma atomica e dotata dell’attributo o stato della polarità.
Questa polarità evolve una specie di associazione e divide equamente la sostanza senza forma in due parti fondamentali. Ogni parte è necessariamente al servizio dell’altra nell’esistenza manifesta. L’una è positiva e l’altra negativa. Il raggio positivo è quello che costituisce il fuoco spirituale vivente di tutte le cose. I suoi atomi sono infinitamente sottili. Il raggio negativo tende sempre verso uno stato di riposo o di inerzia. I suoi atomi sono rozzi e sciolti al confronto con quelli del raggio positivo.
La sostanza formata dal raggio negativo è quella che costituisce le varie specie di quella che chiamiamo materia. Esso forma ogni materia, dalla sostanza inconcepibilmente sottile ed eterealizzata che compone le forme dei divini arcangeli solari fino alle rozze vene minerali di denso e pesante metallo.
Di conseguenza, quando parliamo genericamente di spirito e materia, queste parole sono perfettamente prive di significato in senso occulto. Quello che chiamiamo spirito non è puro spirito ma solo l’attributo positivo o attivo di ciò che chiamiamo materia. Quindi la materia è irreale; è solo un’apparenza prodotta dal raggio negativo e questa apparenza è il risultato di una polarità o di un maggior moto. L’uno è dritto e penetrante, l’altro rotondo e avviluppante.
Dopo questa necessaria digressione, riprendiamo la nostra discussione. Dai sette stati angelici menzionati ha inizio l’involuzione spirituale. Ognuna delle sette sfere è il riflesso di uno dei sette principi che costituiscono la mente divina. Da questa riflessione scaturiscono le razze angeliche, inferiori solo in potere mentale e potenzialità ai loro genitori. Poi, a loro volta, vengono prodotti stati celesti ancora più bassi, ogni stato corrispondendo in natura, colore e attributi alla sfera da cui è nato o è stato riflesso. Sebbene ogni stato nella scala discendente sia simile per corrispondenza, diviene inferiore in dimensione e più materiale. Le potenze spirituali delle sue razze angeliche sono più deboli e meno attive, perché sono sempre più avviluppate nella materia via via che discendono le scale.
Così procede l’involuzione, implicando stato dopo stato e sfera dopo sfera, formando una serie di circoli la cui linea di movimento, o di discesa, non è sul piano della loro orbita. La forma diviene così una spirale finché è raggiunto il punto più basso. Oltre questo punto il moto è impossibile, e l’infinitamente grande è divenuto l’infinitamente piccolo. Questo è il grande punto polarizzante da cui viene riflesso il mondo materiale. Esso è il più basso possibile piano di vita, che ha formato la prima eterea razza umana sul nostro pianeta. Così ha introdotto nell’esistenza la famosa Età dell’Oro della mitologia. La Cabala, nella sua complessità, viene normalmente classificata in: pratica, letterale, non scritta, dogmatica. In particolare la Cabala dogmatica comprende la parte teorica e si basa sull’elaborazione di alcuni testi fondamentali, tra cui lo Sepher Yetzirah, attribuito al patriarca Abramo, lo Zohar, il Sepher Sephirot e alcuni altri tra cui il Libro dell’Angelo Raziel.
Oltre allo Zohar (Libro della Luminosità) va menzionato il Khemot (Libro dei Nomi). E’ qui che si trova l’elenco dei Nomi dei 72 angeli che circondano il trono di Dio, in continua rotazione secondo un’ellisse che collega tutte le costellazioni dello zodiaco. L’arco zodiacale (360°) è diviso in sezioni di cinque gradi e ciascuna di queste corrisponde ad un periodo di circa cinque giorni dell’anno (365 giorni); ogni periodo è dominato da uno dei 72 angeli.
Ciascuno degli angeli zodiacali (definiti anche "custodi") esercita un particolare influsso sui nati nel periodo in cui è dominante, assicurando protezione e trasmettendo le energie e i doni specifici di cui è portatore. Inoltre, ogni angelo governa per 20 minuti ciascuno durante l’arco della giornata e un giorno specifico (ogni 72 giorni, in successione agli altri angeli) durante l’arco dell’anno. Questi sono gli angeli del giorno e gli angeli delle missioni.
Per quanto riguarda l'origine dei Nomi degli angeli vi rimandiamo alla sezione specifica del sito; brevemente, qui possiamo dire che sono ricavati dai tre versetti del capitolo 14 dell’Esodo, uno dei cinque libri di Mosè. Ogni versetto è formato da 72 lettere. Il Nome di ogni angelo è formato a sua volta da tre lettere ebraiche più la terminazione -iah, -ael, -el oppure -iel che sono Nomi divini attribuiti a diverse schiere di angeli, in relazione alla loro posizione celeste. L’importanza dei quattro punti cardinali e del cielo per la decifrazione dei Nomi angelici e non solo viene evidenziata dallo Zohar:
Chi viaggia di buon mattino guardi attentamente all’Est, e là vedrà qualcosa come lettere marcianti nel cielo, alcune sorgenti ed altre declinanti: questi brillanti caratteri sono le lettere con cui Dio ha formato il cielo e la terra...
Ogni angelo porta con sé un "attributo divino", una sorta di inno che egli canta incessantemente e con il quale testimonia la grandezza divina. Ciascuno degli attributi divini che l’angelo inneggia perennemente come un mantra, è anche il "dono" che egli porta al suo protetto.
Come per tutte le cose, per ogni angelo di Luce esiste un angelo oscuro dello stesso ordine e grado. Esiste dunque un’altra lista di 72 Nomi, portatori di 72 attributi di sofferenze e discordia... che comunque non troverete qui.

giovedì 11 dicembre 2014

namastè

Può essere utilizzato sia quando ci si incontra che quando ci si lascia. Viene di solito accompagnato dal gesto di congiungere le mani, unendo i palmi con le dita rivolte verso l'alto, e tenendole all'altezza del petto, del mento o della fronte, facendo al contempo un leggero inchino col capo. Nella cultura indiana, questo gesto è un mudra, un gesto simbolico utilizzato anche nello yoga e in particolare nella asana Pranamasana anche detta posizione della preghiera o posizione del saluto.Namaskar è una variante usata per esprimere particolare deferenza. La parola namaste letteralmente significa "mi inchino a te", e deriva dal sanscritonamas(inchinarsi, salutare con reverenza) e te (a te). A questa parola è però implicitamente associata una valenza spirituale, per cui essa può forse essere tradotta in modo più completo come saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te. Unita al gesto di unire le mani e chinare il capo, potrebbe essere resa con: le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te, o anche, meno sinteticamente, unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale che è in te. In sostanza, dunque, il significato ultimo del saluto è quello di riconoscere la sacralità di ognuno di noi. Oltre a essere un saluto buddhista, è anche indù, che vuol dire mi inchino alla luce del dio che c'è in te. Namaste è una parola hindi e quindi viene utilizzata in tutte le regioni in cui si parla questa lingua o suoi dialetti. È soprattutto diffusa nelle culture buddhiste. In Thailandia viene usato il medesimo gesto, con le mani congiunte e poste davanti al naso e alla bocca, con un leggero piegamento della testa, solitamente accompagnato dalla formula "sawasdee" seguito dalla sillaba di cortesia "krap" (se chi parla è maschio) o "kah" (se chi parla è femmina). Da notare come la parola "sawasdee" abbia la stessa radice della parola sanscrita "svasti", svastica, e voglia significare in pratica "stammi bene". In alcune zone dell'India (in particolare nelle aree dove si parla il punjabi) viene usata solo per salutare gli induisti, mentre altre formule vengono usate per salutare i musulmani. Al giorno d'oggi la parola namaste è piuttosto nota anche in occidente, ed è diventato un saluto tipico nei gruppi che apprezzano le filosofie e le religioni orientali, oppure semplicemente lo yoga. È piuttosto frequente l'uso di questo saluto, per esempio, nelle comunità legate al fenomeno della New Age. Il saluto è anche apparso come il saluto ufficiale dei membri della Dharma Initiative nella serie televisiva Lost, e un intero episodio della serie è stato intitolato proprio Namasté Si dice che si dovrebbe essere desiderosi di offrire rispetto ad ogni essere, ma cosa significa nella vita pratica?  Significa essere nello spirito del servitore. Prabhupada, il nostro guru, spiegava che un devoto si rivolge agli altri con il termine “prabhu”, che significa “maestro”, questo significa che ci poniamo in una posizione umile. In India, la maggior parte delle persone giunge le mani e dice “namaskar”, ma così come in tante altre cose, raramente le persone sanno cosa significa realmente. La cultura indiana è così profonda e così ricca che ogni piccolo dettaglio è così significativo, se realmente lo comprendiamo. “Namaste” significa che ci inchiniamo. Ed è un atto di adorazione, no? E a chi ci inchiniamo? Ci inchiniamo al Signore all’interno del cuore di quella persona. Anche ad una formica insignificante, se siamo realmente consapevoli, offriremo rispetto nel nostro cuore, perché vediamo la presenza di Dio, e la presenza di una parte di Dio anche in quella formica. Ovunque ci sia vita, c’è la presenza di una parte di Dio. Così, quando diciamo “namaste”, stiamo offrendo i nostri omaggi. Stiamo offrendo i nostri omaggi al Signore nel cuore di quella persona. Questo è il più grande rispetto, questa è cultura; non solo farlo, ma anche sentirlo.

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