sabato 21 marzo 2015

Oggi ricorre Oestara, Sabba minore. Ma cosa sono i Sabba?



Quando la maggior parte delle persone ragiona sul tempo, da duemila anni a questa parte, ossia da quando è stato definito uno spartiacque nella misurazione e nel calcolo del suo scorrere (la presunta nascita di Cristo), lo visualizza come una lunga linea retta.
Questo tipo di visualizzazione è legata al punto di vista maschile: il patriarcato, ed è una visione radicata nella nostra cultura in conseguenza della diffusione capillare avuta dal cristianesimo.
Quando le culture agresti, non così strettamente legate al maschile, erano diffuse e vissute con più naturalezza e libertà, il tempo era misurato in cicli che, come ancora oggi avviene, si prendevano per mano come anelli di una catena o di una ruota solare che gira.
Da qui nasce il termine a molti noto di "ruota dell'anno", che in sostanza descrive il modo di concepire le otto festività solari, le quattro maggiori e le quattro minori, come fette di un cerchio, i raggi di una ruota. Questo simbolismo non è frutto del caso, dopotutto la Terra compie ogni giorno una rotazione su se stessa e una rivoluzione di tipo ellittico intorno al Sole, creando fenomeni astronomici noti come solstizi ed equinozi.
Il termine che usiamo per riferirci allo scorrere circolare del tempo - "Ruota dell'Anno" - non ci giunge però da nessuna popolazione protoeuropea, come invece avviene con in nomi delle otto tappe che questa ruota tocca girando. Nonostante infatti si tratti di ricorrenze di tipo astronomico o cultualmente legate all'agricoltura, pare che l'origine del nome sia da far risalire ai moderni anni cinquanta per mano di Ross Nichols, un druido anglosassone amico dello stesso Gerard Gardner. La posizione delle stesse feste, fissate su date ben precise, sarebbe quindi del tutto legata al secolo scorso e, ancora una volta, coincidenti con precise festività cristiane da cui, nella prima versione abbozzata e semplificata, della ruota dell'anno, trovavano il loro nome cristiano.
Nel mondo pagano e nella wicca, che ripercorre per lo più le quattro feste celtiche principali più i due solstizi e i due equinozi, la ruota dell'anno è scandita dal sopraggiungere di questi otto particolari momenti, conosciuti come “sabba”.
Il termine "sabba" con il quale ci riferiamo a queste otto feste, pare avere diverse radici etimologiche: una ebraica: Shabbath, una latina Sabbatum e una greca Sa'baton. Questi termini riportano al giorno della settimana: "sabato" che era sacro agli ebrei e al nome del pianeta Saturno: Shabbatai, che governava proprio quel giorno della settimana. Questo rendeva contrario al giorno di riposo cristiano, la domenica, governato invece dal Sole, quindi formalmente sbagliato dal punto di vista cattolico.
Poiché durante la persecuzione ebraica da parte dei cristiani che ebbe luogo immediatamente prima e durante il medio evo si cercò in ogni modo di far apparire il culto giudaico come "satanista" (quindi di fatto avversario), nel pensiero corrente subentrò l'idea di associare il termine "Sabba" (che richiamava il sabato ebraico) ad una riunione di gozzoviglie e riti orgiastici. Come leggiamo nell'intervento a cura di Ireneo Bellotta riguardante gli articoli di Alfonso Maria Di Nola tenutosi al III CONVEGNO IN ONORE DI ALFONSO MARIA DI NOLA nell'ottobre del 2006 a Grignano: "La chiesa sostituisce alla iniziale tolleranza la persecuzione e trasforma un movimento indeterminato di guaritrici e di incantatrici popolari in una congregazione di Satana, caricando sopra di essa l’odio contro gli eretici e contro gli Ebrei: non a caso l’incontro delle streghe viene chiamato Sabba, con probabile riferimento al Sabato ebraico, o sinagoga Satan, la sinagoga del demonio, con esplicito richiamo alla sede cultuale giudaica. Né a caso le streghe sono sottoposte ad una procedura processuale che è propria della persecuzione degli eretici, dei Catari, dei Musulmani, dei Fraticelli: non esiste, nella casistica canonica, un crimine di stregoneria, e gli inquisitori si appellano sempre allo stesso crimine di eresia e al trattamento penale riservato agli eretici".
Preso quindi in prestito il termine dagli ebrei per convenienza, durante la persecuzione delle streghe dal medioevo fino al tardo rinascimento, il Sabba serviva a definire l'osservanza di feste religiose pagane di origine agreste con scadenza ciclica. Ovviamente la metodologia con cui queste festività veniva svolta, ad occhi cristiani, persecuzionistici e paranoici veniva vista come bagordi e riti orgiastici e quindi strenuamente combattuta e condannata. Tuttavia c'è in effetti un altro aspetto che è stato preso come costume dalle popolazioni semitiche, ossia il fatto di celebrare i festival a partire dalla loro "vigilia". Osserviamo infatti come pressoché ognuno dei nostri sabba sia festeggiato in realtà dal giorno prima e come anche nella tradizione cristiana si parli della "Vigilia di Ognissanti", della "Vigilia della Notte S. Valpurga", della "Vigilia di Natale", della "Vigilia della Candelora". Questo avveniva sempre per il medesimo concetto dell'oscurità che precede la luce, ossia il partire in un momento pressoché antecedente a quello di costume legato ad una festività. L'usanza, come abbiamo visto di tipo ebraico, ricalca il termine shabat che proviene da ishbot, verbo che sta ad intendere letteralmente "smettere". Dal momento che la creazione del mondo, secondo gli ebrei, fu sospesa nel giorno di sabato (così come per i cristiani invece avvenne la domenica - il settimo giorno il Signore si riposò), stesso identico costume dovevano (e devono ancora adesso) tenere i fedeli, ossia sospendere ogni attività lavorativa per lo shabat. E questa sospensione, secondo la Torah sarebbe il tramonto prima del crepuscolo della vigilia del sabato.
Secondo Doreen Valiente ci sono però collegamenti etimologici nelle radici del termine Sabba che ci conducono invece a Dioniso, il signore delle danze, dell'estasi, del vino, delle feste. Egli infatti era noto come Sabadius o Sabazius e a lui erano dedicati misterici rituali orgiastici durante i quali si innalzava l'energia sessuale con l'invocazione "Sabai! O Evoi Sabat!"
Da ricerche più approfondite ho scoperto che il dio Sabadius pare sia una divinità solare frigia il cui culto aveva una strettissima relazione con quello di Cibele, la Magna Mater della città anatolica di Pessinunte, la cui religione fu molto celebre nell'antichità e si introdusse a Roma prima di tutti gli altri misteri orientali. Sabadius e Cibele, la grande Madre degli Dei, rappresenterebbero i due principi attivo e passivo, maschile e femminile che ritroviamo in tutti i culti solari, i quali probabilmente ebbero la loro prima manifestazione in Egitto, dove la più antica divinità esprimente questo concetto è Hathor, simbolo dell'ambiente dentro cui si muove ed agisce il Sole. Questo tipo di divinità può associarsi a Mitra e in alcune antiche iscrizioni questi numi sono riuniti con il titolo comune di Deus Sanctus: e così pure sembra potersi riferire a questa divinità frigia il nome di Sebasim che si trova in qualche gruppo mitraico.
Qualsiasi sia in effetti la radice etimologica certa del termine i fatti non cambiano: si credeva (e ancora si crede, ahimé) che le streghe, specialmente il sabato, usassero cospargersi il corpo di ungenti magici per volare a cavallo di scope o altri animali fino ad un raduno notturno (come ad esempio il noto Noce di Benevento) dove avrebbero danzato, gozzovigliato e banchettato con il Diavolo in persona e altri demoni e lamie, incubi e succubi. Questi incontri notturni divennero presto il fulcro delle accuse e delle confessioni estorte mediante tortura dai tribunali inquisitori ecclesiastici alle povere vittime incolpate di eresia.
Nonostante la fantasia, spesso suggerita dai pruriti dei vescovi inquisitori, di ciò che avveniva durante questi segreti incontri alla luce della luna, antropologicamente troviamo alcuni aspetti decisamente vicini alla realtà in quello che si racconta dei raduni ai sabba dell'antichità. Almeno, grazie a ciò che è arrivato a noi dai processi tenuti per stregoneria e dalla cultura pagana dell'epoca. Ho così scelto quattro punti cardine che ritengo validi di approfondimento.

I quattro punti del sabba delle streghe nel mito.

L'unguentum sabbatum
Il primo di quattro grossi aspetti che si ripercorre nei vari modi di vedere queste feste è il volo al sabba con la scopa o a cavallo di animali quali capri, becchi, gatti o cani (o anche mediante metamorfosi) ottenuto grazie all'uso di sostanze pestate ed unite a grasso animale (alcune venivano sospettate appunto di utilizzare grasso di bambini) così da formare un unguento che veniva poi spalmato sul corpo. Quello che all'epoca era considerato l’effetto di un atto di pura magia, grazie alla scoperta della farmacologia e agli studi sui componenti naturali, si è appreso essere dovuto a sostanze psicotrope di origine vegetale note come "alcaloidi" contenute in alcune piante e in alcuni funghi, le quali, se assunte per via orale o, meglio se per assorbimento attraverso l'epidermide, inducono svariati tipi di stati allucinatori tra cui anche la sensazione e l'illusione del volo.
Queste piante, tra cui la Mandragora (Mandragora officinalis - Mandragora autumnalis), la Belladonna (Atropa belladonna), lo Stramonio (Datura stramonium), il Giusquiamo (Hyoscyamus niger L.), l'Aconito (Aconitum napellus), l'Artemisia (Artemisia vulgaris e Artemisia absinthium), la Cicuta (Cicuta virosa - Conium maculatum) mescolate e pestate in precise dosi, o bruciate (come nel caso dell'Artemisia vulgaris e Artemisia absinthium) creano visioni di incredibile vividezza.
Doreen Valiente, nel suo ABC of Witchcraft sostiene, secondo gli scritti di Francis Bacon, filosofo e saggista inglese del diciassettesimo secolo che: “Gli unguenti utilizzati dalle streghe è accertato che siano costituiti da una base grasso di bambini riesumati dalle tombe uniti alla spremitura di sedano, Luparia e Cinquefoglie, mescolato con farina di granturco; ma suppongo che la sostanza soporifera sia più vicina ad una composizione di il Giusquiamo (Hyoscyamus niger L.), Cicuta (Cicuta virosa), Mandragora (Mandragora officinalis), Morella (Solanum nigrum), Belladonna (Atropa belladonna), Tabacco (Nicotiana tabacum), Oppio (Papaver somniferum), Zafferano (Crocus sativus) e foglie di Pioppo (Populus nigra)”.
La stessa Doreen riguardo il libro La Magia Sacra di Abramelin il Mago, scritto da Abraham il Giudaico per il figlio Lamech e datato 1458, nel quale troviamo una descrizione degna di nota dell’esperienza avuta dall’autore con una giovane strega austriaca di Linz, scrive: “Abraham aveva viaggiato a lungo alla ricerca della magia finché non ebbe modo di incontrare Abramelin il mago, dei quali insegnamenti parlò nel suo libro, ma prima di conoscere questo adepto, ebbe varie esperienze con molti esponenti delle arti magiche tra i quali questa strega.
La donna gli diede un unguento, con il quale si cosparse le piante dei piedi e i palmi delle mani, e la strega fece lo stesso. Così ad Abraham sembrò di riuscire a volare e arrivò così al luogo dove desiderava andare ma che non disse in nessun modo alla donna.
Sfortunatamente, non dice di cosa fosse composto questo unguento e non ci descrisse cosa vide, a parte il fatto che fosse "mirabile". L’esperienza che ebbe fu cadere in una sorta di stato di trance fuori dal corpo, dal quale si svegliò dopo alcune ore con un terribile mal di testa e un senso di malinconia. La strega gli raccontò così che cosa ebbe visto durante suo volo, ma la descrizione fu abbastanza differente da ciò che Abraham aveva sperimentato. Nel libro disse di sentirsi frastornato, era come se fosse stato "realmente e corporalmente" nel luogo che aveva visitato nella sua visione. Desiderò poter fare ulteriori esperimenti con le proprietà di questo unguento, così in un'altra occasione chiese alla donna se volesse, durante il suo volo, andare a cercare informazioni su un suo amico, del quale le disse nome e luogo dove poterlo trovare, e poter assistere da vicino a ciò che avveniva.
La strega acconsentì e procedette cospargendosi il corpo con l'unguento; nel mentre Abraham la osservò aspettandosi di vederla volare via. La donna cadde però al suolo e rimase a terra per tre ore, come morta. Abraham cominciò a temere che lo fosse davvero, ma la donna rinvenne e gli raccontò che cosa avesse visto. Il racconto della donna però non coincideva con ciò che lui sapeva del suo amico, così concluse che si trattasse semplicemente di un sogno fantastico indotto dall'unguento magico. In seguito alla confessione da parte della strega che questo unguento le era stato donato "dal Diavolo", Abraham, in quanto uomo molto pio non lavorò più con lei
”.
Le ricette per l’unguentum sabbatum sarebbero varie, ma per lo più conterrebbero tutte almeno due piante psicotrope tra quelle citate. Una delle persone che ha trattato questo aspetto è Giovanni Battista Porta, l’autore napoletano che pubblicò nel 1560 Magia Naturalis. Prima che il testo venisse censurato dai monaci domenicani ebbe modo di uscire con un titolo diverso:De Miraculis Rerun Naturalium e conteneva una sezione apposita di nome lamiarum unguenta. Nel libro Porta ci dà una ricetta di questa composizione: “Essi mettono il grasso dei bambini in un vaso di bronzo cuocendo(lo) e addensando da ciò che si deposita per ultimo dopo la bollitura, quindi chiudono e si dedicano ininterrottamente all’impiego: con questa (sostanza) mescolano Eleosino (Eleusinum asclepium), Aconito (Aconitum napellus), foglie di pioppo (Populus alba) e fuliggine. O diversamente così: sium (che si pensa essere la sedanina selvatica, ossia Sium latifolium), Acorum vulgare (che si pensa essere il calamo aromatico o acorus calamus) pentaphyllon (la cinquefoglie), sangue di pipistrello, Solanum somniferum (pianta misteriosa di cui Heiden ha trovato una citazione su un manoscritto rinascimentale spagnolo che la descrive come "Su flor es grande, y bermeja; el fructo, de color de azafran", ossia "Il suo fiore è grande, e scarlatto; il frutto, del colore dello zafferano". L'unica solanacea con queste proprietà e con i frutti gialli è la Mandragora) e olio.”.
Nell’appendice V del libro di Margaret Murray: The Witch-cult in western Europe abbiamo una parte trattata da C.J. Clark che discute dell’unguentum sabbatum come citati da Porta e in seguito da Jerome Cardan nel De Subtilitate. Ne cita tre diversi:
1. Du persil, de l'eau de l'Aconite, des feuilles de Peuple, et de la suye.
2. De la Berle, de l'Acorum vulgaire, de la Quintefeuille, du sang de chauuesouris, de la Morelle endormante, et de l'huyle.
3. De graisse d'enfant, de suc d'Ache, d'Aconite, de Quintefeuille, de Morelle, et de suye.

Tradotte come segue:
1. Prezzemolo, acqua di aconito, foglie di pioppo, e fuliggine.
2. Sedano acquatico, calamo selvatico, cinquefoglie, sangue di pipistrello, belladonna, e olio.
3. Grasso di bambino, succo di sedano acquatico, aconito, cinquefoglie, belladonna e fuliggine.
Il composto andava spalmato addosso dopo aver frizionato in modo cospicuo la pelle arrossandola fino a squamarla. Questo avrebbe permesso ai pori di aprirsi per bene e alle sostanze psicotrope di entrare in circolo e di avere un effetto maggiore.
Per quanto riguarda il grasso di bambino o anche solo il sangue di pipistrello e la fuliggine, è possibile che siano solo tratto orrorifici, come ci dice Doreen Valiente. C’è però effettivamente qualcosa che potrebbe tornare, riflettendo con la memoria dell’epoca: il grasso animale poteva venir consumato mentre di cadaveri di bambini se ne trovavano anche troppi dato l’alto tasso di mortalità infantile.
In ogni caso troviamo come la “salva delle streghe” possa essere a ragione ritenuta responsabile delle esperienze di “volo”, come ci fa notare anche Carlos Castaneda ne Gli Insegnamenti di Don Juan.
Un’ulteriore prova antropologica sulla responsabilità psicotropa e farmacologica che avrebbe la “salva delle Streghe” nel contesto del “volo al sabba” ci giunge dallo studio effettuato da un professore universitario tedesco, Dr. Erich-Will Peuckert dell'università di Gottingern. Utilizzando come base la ricetta di Porta il Dr. Peuckert riuscì a riprodurre un unguentum sabbatumcon questi ingredienti: stramonio (Datura stramonio), giusquiamo (Hyoscyamus niger) e belladonna (Atropa belladonna). Incluse anche sedano (Apium graveolens) e prezzemolo (Petroselinum crispum) e la base usata fu il lardo di maiale. L’obbiettivo dello studioso era ottenere una conferma degli effetti della Salva e per farlo chiese e ottenne la collaborazione di un amico avvocato totalmente ignorante di stregoneria o dei presunti effetti dell’unguento che il Dr. Peucker aveva ottenuto. Fu così che la notte prestabilita si ritirarono in una 
macchina fotografica
 privata della dimora del dottore e si frizionarono il corpo con il composto ottenuto come dalle direttive di Porta. Presto caddero in uno stato di incoscienza che ebbe una durata di quasi venti ore, dal quale si svegliarono con sintomi molto simili a quelli dei postumi di una brutta sbornia e vicini anche a quelli descritti da Abraham il Giudeo nel libro La Magia Sacra di Abramelin il Mago. Nonostante si trovassero in stato confusionale, i due, prima di consultarsi e confrontarsi, decisero immediatamente di trascrivere separatamente le proprie esperienze. Quello che ne derivò lasciò tutti a bocca aperta. Non solo durante il loro stato di sospensione dalla realtà entrambi provarono un’esperienza onirica di tipo selvaggio punteggiata da tutte le più misteriose e fantasmagoriche leggende che circondavano il sabba, ma confrontate si resero conto che l’esperienza stessa era pressoché la stessa. Queste misteriose visioni di eccezionale vividezza erano così strane, erotiche e spaventose sotto certi aspetti che il Dr. Peucker fu comprensibilmente reticente nel pubblicarne i dettagli. In sostanza entrambi sognarono di volare fino ad un’alta cima montana dove parteciparono a riti orgiastici e a oscuri banchetti insieme a mostri e demoni.
I due resoconti, una volta confrontati, coincidevano in così tanti particolari che la spiegazione più ovvia che il Dr. Peuckert suggerì fu che l’effetto narcotico della Salva delle Stregheinducesse questo tipo di visioni o che, seguendo le teorie dello studio di Carl Gustav Jung, queste visioni siano un prodotto dell’eccitazione di una particolare memoria raziale che è rimasta a lungo sepolta, dormiente, nella mente inconscia. Una sorta di “inconscio collettivo”.

Il Dio Cornuto
Il secondo punto cardine che ricorre sempre nelle confessioni estorte è la presenza del Diavolo in molteplici forme (a volte animale, a volte in forma ibrida). Ne parla Oscar Wilde nel suo Il Pescatore e la sua anima, ne parla Goethe nel Faust, Boito nel Mefistofele e se ne trovano tracce in incisioni, miniature e opere d'arte di autori di ogni tipo, come Goya, per citarne uno.
Il Demonio imporrebbe alle partecipanti al sabba di baciargli il deretano o il fallo di immense dimensioni come segno di appartenenza, sottomissione e di onore prima di permettere loro di gozzovigliare con gli altri astanti. Anche questo troverebbe una spiegazione di origine antropologica. Rivedendo la peculiarità del ritrovo al Sabba nella visione pre-cristiana come quello che è in realtà: ossia un rituale di tipo fertilitario e agreste relativo al raccolto, ecco che la figura che porta i palchi di corna e la pelle di animale e che possiede un fallo di grosse dimensioni è la chiara rappresentazione del Dio Selvaggio o del Dio Arboreo della tradizione pagana, come può essere Pan o Chernunnos. Baciare il fallo che porta la fertilità è riconoscere il potere di quel simbolo. Anche il coito stesso che avveniva con le partecipanti ha una spiegazione di tipo antropologico. Chi subiva la penetrazione e la descriveva in seguito durante i processi ammetteva che si trattasse di un fallo di dimensioni abnormi ma decisamente molto freddo e di una durezza quasi anormale. Questo si spiegherebbe mediante l'utilizzo (che troviamo anche nei rituali Dionisiaci) di un fallo di legno legato in vita, con il quale il rappresentante (e perché no una donna), travestito o travestita con una pelle di animale e con le corna di capro o cervo, aveva rapporti sessuali con le astanti al sabba. Considerando il buio della foresta in cui queste cose avvenivano e lo stato di estasi dovuto alle sostanze assunte o anche solo l'eccitazione dell'evento stesso, la spiegazione è pressoché accertata. A chi poteva eventualmente assistere, nascosto dietro un cespuglio, nell'oscurità illuminata da fuochi e condita di superstizione ecco che cosa appariva: un demone cornuto che coitava con le streghe. Se non che, a volte si diceva che alcune di queste partecipanti fossero preda dall'estasi del rituale (e anche dall'occlusione mentale imposta dal regime cristiano di sottomissione che vigeva a quell'epoca nei riguardi del sesso) e che fossero viste mimare rapporti sessuali come se qualcuno le stesse penetrando realmente. Da qui la credenza che i demoni, invisibili, avessero rapporti sessuali con le astanti al rito.

L'apostasia
Un terzo punto fondamentale e tradizionale del sabba è l'apostasia che il Diavolo chiederebbe alle streghe giunte all'incontro e spesso caratterizzato dallo sputare su una croce rinnegando il Dio cristiano. Anche qui troviamo una componente reale e una spiegazione attendibile. Le streghe (o comunque i pagani) effettivamente si ritrovavano a festeggiare i sabba come rituali del raccolto, ma si trattava di celebrazioni bandite e proibite dalle leggi indette nel Canon Episcopi; rituali che la Chiesa cercava in ogni modo di distruggere e annullare con particolare odio e ferocia. Per poter avere accesso e partecipare a questi ritrovi bisognava (dopo essere stati presentati da qualcuno di fidato) dimostrare di essere chi si diceva di essere e non possibili spie. Da questo deriva infatti anche il "nome da strega", ossia un termine segreto con il quale si veniva riconosciuti solo tra appartenenti alla stessa congrega. Era pressoché impossibile che, per il regime di segretezza che si era costretti a tenere all'epoca, si conoscesse il volto e il nome delle persone che partecipavano ai rituali. Ecco anche il motivo delle vesti scure e dei cappucci o le maschere. Solo l'Alto Sacerdote, il Dio Cornuto, conosceva i nomi degli astanti. Ecco anche spiegato perché non lo si vedesse mai in volto: doveva preservare la propria riservatezza e le informazioni che aveva in mano. Il modo migliore, quindi, per dimostrare di non essere cristiani travestiti o spie ecclesiastiche stava nello sputare su una croce e rinnegare il Cristo. Solo un pagano avrebbe commesso un'eresia tale senza temere di incorrere nella dannazione eterna.
È ovvio che la partecipazione a rituali di quel genere passava diversi gradi di segretezza e questo era solo l'ultimo di essi, ossia quando si era condotti sul luogo a partecipare.

Le sacre danze
L'ultimo aspetto è quello delle danze e delle gozzoviglie. Spesso si sosteneva infatti che le streghe danzassero col Diavolo a cavallo di scope, girando in cerchio, saltando e gridando. È anche da qui che nasce il simbolismo della strega legata alla scopa, e anche qui troviamo un punto di connubio reale: la scopa è in effetti uno degli strumenti sacri della stregoneria in quanto simbolo androgino legato sia al maschile: il bastone, che al femminile: la saggina. L'uso di cavalcarla saltando e ballando è legato a due aspetti: il primo è quello simbolico della fertilità e la purificazione. Si ritiene infatti che la scopa, per il suo uso, allontani la negatività spazzandola via. È anche per questo motivo che è abitudine appoggiarla dietro la porta di casa perché, in quanto simbolo sacro di purificazione e protezione, qualsiasi spirito maligno che desideri entrare la farebbe cadere e sarebbe costretto a contare tutti i rami di betulla o saggina prima di poter accedere alla dimora. Il simbolismo della fertilità si trova invece nel bastone, simbolo fallico, che veniva infilato nella saggina, unendo due parti (maschile e femminile) le quali, nel loro simbolismo, creano l'unione del Dio e della Dea.
Il secondo motivo per la scopa è quello pratico della danza. L'unguento per la visione e il volo ottenuto con le piante psicotrope veniva infatti anche spalmato sul manico, il quale poi veniva sfregato sui genitali e le mucose vaginali permettendo così agli alcaloidi di entrare in circolo più rapidamente.

Ma cosa succedeva realmente al sabba?
Si onorava la vita, si propiziava la fertilità delle persone e dei campi mediante offerte, si pronosticava e si sperava di ottenere un raccolto abbondante e si onorava lo scorrere del tempo, quindi il giro della ruota, e lo si faceva attraverso simboli arborei e sciamanici. I rituali di questi culti agresti non erano molto diversi da quelli che pratichiamo oggi durante i sabba wiccan e non sono lontani dalle tradizioni che ancora adesso vengono onorate in molte parti del mondo, soprattutto nel nostro paese, inglobate nella cultura paesana o assorbite dal cristianesimo. Un'opera questa che ci riporta al primo tentativo di cristianizzazione del mondo pagano: l'accettazione; sostituire le divinità e i templi con un nuovo culto cercando di inglobare simboli e nomi e facendo apparire la cosa come un cambiamento non troppo radicale, di più facile assimilazione. Di queste tracce se ne possono contare a centinaia, più o meno piccole ed eclatanti, nel culto e nel simbolismo cristiano, sia esoterico che exoterico.
Come abbiamo visto brevemente il sabba è una festività di tipo solare relativa al regno agreste e legata al ciclo di morte-rinascita della natura e al conseguente rapporto che l'uomo ha creato con i frutti della terra: la semina, la coltivazione e il raccolto portato al nutrimento. Tutto il bagaglio demoniaco, distruttivo e anticristiano è stato agganciato in seguito, quando la cristianizzazione dei popoli pagani subì un giro di vite con la bolla papale di Papa Innocenzio e l'infame pubblicazione del Malleus Maleficarum ad opera dei due inquisitori domenicani Heinrich Kramer e Jakob Spengler. La realtà che rimane ora (per noi che abbiamo il grande dono di poterci informare liberamente), è solo l'osservanza e l'onore di un passaggio attraverso le diverse fasi di una ruota che gira portando vita, morte e rinascita in ogni angolo della Terra. Vediamo come il Sabba sia quindi qualcosa di infinito, mai statico, come le fasi lunari. La luna piena è un istante, non una notte. Il sabba è un istante, non tre giorni. La Terra non si ferma nelle posizioni che assume nei confronti della sua stella ma continua la sua rivoluzione intorno al Sole che ci porta vita e calore in estate e morte e freddo in inverno.
Ecco il motivo della ruota solare. La ruota, il cerchio, sono simboli che non hanno fine né inizio, ma sono parte di un insieme infinito di punti. La stessa croce celtica, presa in prestito ad utilizzo improprio dal fascismo o quella uncinata, presa in prestito per motivi simili dal nazismo, sono simboli solari.
Come dicevamo all'inizio del capitolo, l'uomo ha cambiato, nel corso del passare delle diverse culture, il modo in cui ha calcolato e interpretato lo scorrere del tempo. Nel libro TANTRA - L'altro sguardo sulla vita e sul sesso di Andrè Van Lysebeth, un testo quasi classico dello yoga tantrico spiegato in occidente (e nel cui titolo tradotto troviamo la prima amputazione, dato che il titolo originale era TANTRA - Le culte de la Fèminitè. L'autre regard sur la vie et le sexe) l'autore parte con una visione della storia riletta in seguito alla scoperta delle rovine di Mohenjo-Daro nella valle dell'Indo, sito archeologico poco rinomato in quanto pone dubbi sulla visione delle popolazioni nomadi ariane come conquistatori di popoli inetti e portatori di cultura nel mondo, permettendo, dati archeologici alla mano, di presupporre come culture più evolute e più pacifiche di agricoltori stanziali e matriarcali (non solo in India ma anche in tutta l'Europa - vedesi i Fir bolg dai capelli neri e occhi scuri divenuti servi dei vari biondo - rossicci di pelle chiara in Irlanda) furono conquistate e sottomesse da nomadi guerrieri patriarcali noti come indoeuropei o ariani (in Europa considerati padri dalla nostra cultura patriarcale). Egli associa le antiche civiltà agricole con il matriarcato e quelle nomadi conquistatrici con il patriarcato e con le gerarchie politiche e la nascita della schiavitù e delle classi. In questo contesto si inserisce il tempo lineare, frutto della nostra civiltà occidentale, datato dall'autore con le osservazioni di Cartesio nel 1619 che hanno portato a misurare il tempo con gli orologi, ma prima ancora con i calendari, una pseudo conquista moderna ed occidentale: "(...) percepito come una linea retta, infinita o quasi, sulla quale ci si colloca, o, piuttosto, tutto si muove, (...)dunque tutto progredisce e migliora. Questa nozione di progresso, in quanto valore assoluto, è tanto perniciosa ed astratta quanto il tempo lineare. E rappresenta un fattore supplementare di stress. (...)La vita evolve, certo, ma è in progresso perpetuo? (...) L'uomo moderno non è necessariamente (...) superiore all'uomo arcaico. (...) Il suo [dell'uomo arcaico] concetto di tempo era ciclico, dunque senza "inizio", ma anche senza fine (...) la natura è un perpetuo ricominciare, i cui cicli regolano la sua vita. (...) Quanto al tempo sacro (...) (riportando a sua volta una citazione da Mircea Eliade "Il Mito dell'eterno ritorno") (...) "Tutti i sacrifici sono effettuati nello stesso istante mitico posto all'origine; per il paradosso del rito, il tempo profano e la durata risultano sospesi (...) Quando un atto o un oggetto acquista una certa realtà attraverso la ripetizione di determinati gesti paradigmatici - realtà che non ottiene altrimenti che attraverso questi - si verifica un'abolizione implicita del tempo profano, della durata, della storia". Secondo Van Lysebeth il tempo lineare è fonte di stress; la nostra civiltà non ha migliorato molto la specie, anzi la resa più aggressiva e spietata con i suoi simili e con donne e sessualità. Il tempo circolare permetteva efficienza ed una vita integrata nell'ambiente, il tempo reale cui appoggiarsi è quello sacro che concepisce il qui ed ora, sempre nell'attimo della creazione in atto.
Ecco dove trova spazio e collocazione la ruota dell'anno, il potere del cerchio che gira, che ruota, sfuggente sempre, prendendosi per mano. E come la ruota anche il ciclo della vita, composto dalla nascita, la crescita, l'innamoramento, la fecondazione, la procreazione, la saggezza, il riposo della morte e la rinascita. Accettare un tarlo che spezza questo ciclo, insinuarlo, significa rinnegare la propria natura che prima o poi, comunque, riprenderà il sopravvento. Le cose sono sempre legate, strettamente, come le donne si legavano i capelli in trecce per impedire agli spiriti maligni di insinuarsi. Il Cristianesimo ha fatto del suo meglio per migliorare il mondo secondo il suo punto di vista, ma chi lo ha trasformato nel tempo con i suoi fini egocentrici e patriarcali, mettendo il potere davanti alla spiritualità, ha oltremodo dimenticato che servono due cardini per far sì che una porta possa aprirsi e chiudersi. L'equilibrio è ciò che sostiene il mondo e l'osservazione di ciò che ci circonda, dal singolo filo d'erba, al volo degli uccelli, alle maree, alle fasi lunari, al moto degli astri; tutto ci fa capire che ogni cosa che arriva ad uno squilibrio alla fine ritorna in qualche modo in equilibrio attraverso un cambiamento, a volte dolce e graduale, a volte repentino e violento. E come le stelle erranti che Hipathia ignorava essere pianeti e i cerchi dentro i cerchi che la filosofa ignorava essere ellissi, ecco che ogni cosa torna per un preciso scopo, una precisa condizione universale in cui tutto ha il suo esatto posto, ruolo. Nel ruotare di ellissi su ellissi ogni cosa prima o poi si trova allineata, sovrapposta, ora vicina ora lontana. È il ciclo della vita. Il futuro mette radici nel presente nutrendosi dei cadaveri del passato.
Il ruotare dell'anno è l'accettazione di ciò che è lo scorrere continuo, imperituro, perpetuo di ogni singola cosa che esiste, da i corpi celesti alla vita su questo pianeta, il suo continuo cambiamento attraverso la trasformazione di ciò che esiste e il mescolare dentro il grande calderone di Cerridwen, dove la magia avviene, come un ventre gravido di brodo primordiale.
Come ci insegna Starhawk, il moto dell'universo è una "Danza a Spirale". È in questo modo infatti che tutto si manifesta: dalle lunghissime doppie eliche del dna al moto degli elettroni, alle onde radio, alla luce solare, alle galassie... l'energia scorre in maniera spiraliforme. E come tale, nel discendere e nel risalire ha picchi come onde, maree. Anche l'energia che scorre nella ruota dell'anno, compiendo comunque moti circolari, è in realtà una doppia spirale, che sale e scende e che raggiunge i picchi in quattro momenti dell'anno: i sabba maggiori e picchi in discesa in altri quattro momenti: i sabba minori. Ogni raggio di questa ruota è quindi un passaggio vero e proprio, una tappa dello scorrere ascendente e discendente di queste energie che ha i suoi apici e le sue massime discese nella diversa posizione solare. E come ben dovremmo immaginare, questa cosa non ha né fine né inizio, ma è un moto continuo, perpetuo che scorre attraverso le cose, facendo risvegliare la natura (oestara), mandandola al pieno rigoglio della vita (bel), permettendo ai frutti di maturare (litha), di cadere a terra gettando semi (lammas), di marcire fecondando la terra (mabon), di morire (samhain), rimanere sepolti nella neve in attesa (yule) e di fare i primi passi per uscire (imbolc) e ricominciare così un nuovo ciclo.

SABBA MAGGIORI E SABBA MINORI

I Sabba Maggiori

Lo scorrere della ruota dell'anno, determinata dai sabba nel paganesimo europeo, prende spunto dalla tradizione celtica e dal computo del tempo dettato dal loro calendario, la cui unica risorsa, attualmente è determinata dal Calendario di Coligny.
Cos'è il Calendario di Coligny?
Si tratta di una tavola bronzea risalente al II secolo d.C che riproduce in maniera dettagliata un antico e complesso sistema calendariale di tipo lunisolare in uso presso le popolazioni celtiche. Questo documento, ovviamente incompleto, è composto da 73 frammenti che mostrano sedici colonne per un totale di 2021 righe e un ciclo di cinque anni ed è, per il momento, la più importante testimonianza scritta di quel popolo. Grazie alla preziosissima fonte archeologica che risulta essere il calendario di Coligny (noto in questo modo per il luogo dove è stato rinvenuto nel 1897, nei pressi di Lione in Francia) è stato possibile ricostruire parte del patrimonio celtico sul computo del tempo.
Da quello che abbiamo potuto cogliere quindi, questo antico popolo tradizionalmente divideva l'anno in due metà. È utile osservare che queste due metà erano in effetti due anni separati: uno luminoso ed uno oscuro, in un ciclo continuo. Ogni mese a sua volta, era diviso in due sezioni diverse: entrambe caratterizzate da un punto comune: la parte luminosa e quella oscura, rispettivamente note come geimhredh per riferirsi all'inverno e samradh per riferirsi all'estate.
Ritenendo che ogni cosa nascesse dall'oscurità (il giorno iniziava al tramonto), i celti cominciavano la misurazione del loro calendario nella parte oscura (come del resto facciamo anche a noi, dal momento che il giorno comincia a mezzanotte e la lunazione comincia in luna nuova) e lo facevano con l'unica festività chiaramente indicata nel Calendario di Coligny: Trinuxtion Samoni che segnava l'inizio dell'anno per il quale i celti, che seguivano un ciclo prettamente lunare e legato all'agricoltura, effettuavano l'ultimo raccolto prima della preparazione del terreno per l'ingiungere dell'inverno. Questa data era la vigilia di Samhain, il 31 ottobre. Quella che ancora adesso è nota come Capodanno Celtico.
A testimoniare invece l'inizio della metà luminosa dell'anno c'era Beltain che si svolgeva tra il 30 aprile e il 2 di maggio, periodo in cui l'estate aveva inizio. Questo era il momento in cui la terra veniva fecondata e benedetta per permettere al raccolto di crescere abbondante e rigoglioso.
C'erano altre due festività che caratterizzavano lo scorrere dell'anno celtico: Oimlec e Lughnasadh. Tutte e quattro questi momenti di cardine dell'anno celtico erano dedicati a quattro divinità. Beltain era dedicato a Belenus, il dio della Luce; Lunghnasad era dedicato a Lugh, il dio del grano; Samhain era dedicato a Cailleach, Arianhod o a Chernunnos, il consolatore, mentre Oimlec (o Imbolc) era dedicato a Brigid (figlia di Dagda), la signora della luce.
Vedremo nel dettaglio ogni singolo evento, quindi rimando a dopo le spiegazioni sul significato delle stesse.

I Sabba Minori: Solstizi ed Equinozi

In relazione ai quattro sabba principali la ruota dell'anno conta altre quattro ricorrenze di tipo astronomico: i due solstizi (inverno e estate) e i due equinozi (autunno e primavera). Ho sentito molti parlare di queste coincidenze astronomiche e scoprire che in realtà non hanno ben chiaro che cosa siano. Perciò facciamo due passi brevi nel campo celeste per capire cosa ci succede intorno.
Come tutti sappiamo la Terra descrive un'ellisse nella sua orbita intorno al Sole. Il moto apparente che la nostra stella compie in relazione alla volta celeste è nota come eclittica. Questo nome deriva appunto da "eclissi" in quanto è proprio su questa orbita immaginaria che vengono calcolate e avvengono queste occasioni. Immaginaria perché il Sole in effetti è fermo in relazione alla Terra, ma avendo come punto di riferimento il luogo dove viviamo, il calcolo viene effettuato nei punti dove il Sole tramonta e sorge. L'eclittica, per essere esatti è la relazione che c'è tra il piano dell'orbita terrestre e la sfera celeste. Quando il Sole, sempre nel suo moto apparente nel cielo, raggiunge il punto di inclinazione massimo si verifica il solstizio d'estate, ossia il sole tramonta più tardi e sorge prima. Quando invece raggiunge il punto di inclinazione minimo si verifica il solstizio d'inverno, ossia il Sole tramonta prima e sorge più tardi. Abbiamo quindi una notte più lunga del giorno durante l'inverno e una notte più corta e un giorno più lungo d'estate nelle effettive ore di luce. Questo moto astronomico è stato ovviamente osservato e celebrato in quanto fenomeno costante che veniva calcolato anche in base al luogo diverso dove il sole sorge ogni giorno. Il termine stesso solstitium deriva da solstat, ossia "Sole fermo". L'astro smette di muoversi in una direzione e comincia a cambiare moto.
Quando, sempre nel suo moto apparente nella volta celeste, il Sole si presenta all'intersezione esatta che esiste tra l'equatore terrestre e l'eclittica, abbiamo un perfetto equilibrio tra le ore diurne e quelle notturne. Questo fenomeno è noto come equinozio. Il termine stesso (dal latino equi noctis ossia notte uguale) ci fa capire come sulle ventiquattro ore in cui la Terra ruota su se stessa abbiamo un perfetto equilibrio tra luce e oscurità. Il Sole, perpendicolare all'equatore fa sì che la metà del nostro pianeta che rimane illuminata e la metà che invece rimane al buio passi esattamente per due poli.
Le date dei due solstizi e dei due equinozi possono variare di alcuni giorni ogni anno in base a quando l'apparente moto del Sole si sposta nelle diverse case dello zodiaco. In quella del Cancro per il solstizio d'estate, in quella della Bilancia per l'equinozio d'autunno, in quella del Capricorno per il solstizio di inverno e infine in quella dell'Ariete per l'equinozio di primavera. Calcolati i due solstizi e i due equinozi era possibile posizionare sul calendario lunisolare celtico le rispettive ricorrenze a metà tra ognuno dei quattro fenomeni astronomici.
Queste quattro festività hanno quattro rispettivi nomi. L'equinozio di primavera era noto come Alban Eilir (luce della terra), mentre quello di autunno era noto come Alban Elued (luce dell'acqua). Mentre i due solstizi erano noti come Alban Arthan (luce dell'inverno) e Alban Heruin (luce della riva). Tutte e quattro le feste hanno anche nomi relativi a divinità, soprattutto legate al neo-paganesimo. L'equinozio di primavera è noto anche come come Oestara, in onore alla divinità germanica dei fiori e della primavera, mentre quello autunnale è noto comeMabon, in onore al dio gallese figlio di Modron, la Madre della Terra. I due solstizi sono noti rispettivamente come Litha, quello estivo, in onore alla dea sassone del grano e del raccolto e quello invernale come Yule, la cui radice etimologica rimane dubbia. Alcuni sostengono che detivi dal norreno Hjòl che significa "ruota", ma nelle lingue scandinave si usa la parola "Jul" per riferirsi sia al Natale che ad altre feste dicembrine.
Ora vedremo le singole ricorrenze una per una. Le informazioni seguenti sono frutto di ricerche incrociate e confronti con diverse tradizioni. Invito, come sempre, chiunque a segnalarmi eventuali correzioni e rettifiche degne di nota, purché sempre avvalorate da una bibliografia accertata e non per sentito dire.
Samhain - 31 Ottobre - 1 Novembre
Yule - 20 - 24 Dicembre
Imbolc - 31 Gennaio - 2 Febbraio
Oestara - 20 - 24 Marzo
Beltaine - 30 Aprile - 2 Maggio
Litha - 20 - 24 Giugno
Lughnasadh - 31 Luglio - 2 Agosto
Mabon - 20 - 24 Settembre 

giovedì 12 marzo 2015

Ciò che hai dentro fa la differenza


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questaparabola: « Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo.Cinque di esse erano stolte e cinque sagge;le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio;le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi.Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».        


Riflessione

La parabola di oggi è imbarazzante, mette in crisi chi ne deve dare una spiegazione e mette in crisi gli ascoltatori perché è una parabola dove ognuno dei protagonisti fa una pessima figura.
Fa una brutta figura lo sposo.
1. Intanto ritarda: visto che era il suo matrimonio poteva innanzitutto arrivare puntuale!
2. Le case ebraiche erano aperte e lo erano di sicuro durante un matrimonio dove si poteva andare e venire, anche perché un matrimonio durava parecchi giorni e la gente andava e veniva in assoluta libertà. Perché allora se la prende con le stolte, rimaste senza olio, e non apre loro nemmeno la porta.
3. Ma come fa a dire: “Non vi conosco!”. Ma se le ha invitate lui, come può non conoscerle?
Fanno una brutta figura le stolte che hanno preso la lampada senza portarsi l’olio.
E fanno una brutta figura anche le sagge che rifiutano di dare l’olio alle altre. Perché le cinque sagge non vogliono spartire l’olio? Sono proprio cattive, eh! O, forse, quell’olio, non si può spartire perché è personale? Cioè: nessuno te lo può dare se tu non ce l’hai.
Si può trovare a mezzanotte un venditore d’olio? Non sanno che a quell’ora tutto è chiuso? Perché sono così ironiche? O forse non possono dare ciò che non si può dare?
E’ una parabola dove sembra che nessuno dei protagonisti si comporti bene.
Per capire la parabola dobbiamo capire queste immagini che sono tanto distanti da noi perché si rifanno agli usi matrimoniali del mondo ebraico. E ci chiediamo:
1. perché questarisposta così secca, tremenda (“Non vi conosco!”) da parte del Signore Gesù?2. E cos’è questooliotalmenteimportanteche permette o meno di entrare a queste nozze con il Signore? 
    
Le vergini stolte che si sono dimenticate di prendere l’olio Matteo le chiama “morai” (25,2). Stolte, letteralmente vuol dire “matte, pazze”. “Stolte” vuol dir anchesbadate, stupide, indifferenti (addormentate, sciocche, senza testa, insipide). 
Per capire perché sono stolte, in questa situazione, dobbiamo capire com’era fatta una lampada a quel tempo.
La lampada era una canna su cui c’era un recipiente dove ardevano stracci intrisi d’olio.Perché continuasse ad ardere bisognava continuare a mettere l’olio. Ma le stolte non hanno l’olio. E come poteva funzionare una lampada senz’olio? Era ovvio che non si sarebbe accesa.Le vergini stolte sono quelle persone che vivono alla giornata senza farsi troppo pensieri o problemi. Non si occupano di ciò che è importante: dellaqualitàdel rapporto di coppia, di sapersi ascoltare, di saper ascoltare, di saperfar silenzio dentro, di mettersi in gioco, dicambiare, dinutrire l’anima, diavere del tempo per sé e per chi si ama. Vanno avanti come se niente fosse. Poi dicono: “Com’è possibile? Com’è potuto capitare?”. “Com’è potuto capitare?”… e cosa pensavi che potesse succedere?Un giorno tornando dal mare tra amici eravamo così presi a raccontarcela e a ridere che ad un certo punto l’auto si è fermata: era senza benzina. Mica era colpa dell’auto. Ce n’eravamo dimenticati!Ci chiediamo: dov’è che ritroviamo ancora questo termine, “stolto”, nel vangelo? In Matteo il “matto, stolto, pazzo” (moro) è quell’uomo che quando deve costruire la sua casa, la va a costruire in riva ad un lago sopra la sabbia (Mt 7,26: “..è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia”).Ma solo un mattofa una cosa del genere. Perché costruire una casa senza fare le fondamenta, è assurdo e alla prima fiumana la sabbia viene portata via e la casa crolla (Mt 7,27: “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, la sua rovina fu grande”).E Gesù lì voleva dire: “Questo matto siete voi;questo matto è chiunque tra di voi che ascolta queste parole, gli piace il mio insegnamento, ma poi non si sogna minimamente di metterlo in pratica” (Mt 7,26: “Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica è simile ad un uomo stolto”).Allora chi sono queste ragazze pazze, stolte, matte, sbadate?Queste ragazze matte rappresentano quei credenti che sono entusiasti del messaggio di Gesù, che accolgono il suo messaggio, però non lo praticano
      
Allora cos’è questoolioche non hanno? Sono leopere buone.   
In Mt 5,16 Gesù, infatti, aveva detto: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”.L’olio sono le opere buone. Ma cosa sono, allora, le opere buone nei vangeli? Vi ricordate la parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37): non i gesti sacri del levita che passa e tira via dritto di fronte all’uomo percosso, non le preghiere giornaliere del sacerdote, ma l’amore del buon samaritano (che era considerato un eretico). Questo conta davanti al Signore.Lo sentiremo fra due domeniche: “Quando Signore ti abbiamo visto forestiero, nudo, ammalato, affamato, in carcere?”. “Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-46). Ed è un bene concreto, reale, quotidiano, fatto di gesti, di pensieri, di azioni, di sentimenti, quello di cui si parla qui. C’è qualcuno che soffre; tu senti e vedi la sua sofferenza e ti muovi per aiutarlo.Il metro di giudizio di Dio è l’amore. Il resto non conta. Preghiere, riti, meriti, studi, onori, fama, soldi, conoscenze, tutto questo non serve nulla se non è a servizio dell’amore.E a quelle che non hanno l’olio Gesù dice: “In verità non vi conosco” (Mt 25,12). Dov’è che ritroviamo questa espressione? La ritroviamo in Matteo 7,22 (il versetto prima della casa sulla roccia e della casa sulla sabbia): “Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?”. Io però dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me operatori di iniquità””.E in Matteo 7,21 Gesù dice: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”.Cosa vuol dire? Che non basta fare belle prediche, costruire grandi chiese, fare grandi opere, tirare in ballo “Dio” in ogni parola e in ogni frase per essere riconosciuti da Lui.Dio, che è l’Amore, riconosce l’amore che ognuno ha e vive. Il resto non lo conosce.Lui non conosce la fama, la gloria, il successo, gli onori.L’unico linguaggio che Lui conosce è l’Amore.In Dio (cioè in Paradiso, nell’Aldilà, o come volete chiamarlo) l’unico linguaggio è l’amore: per questo si entra solo se si parla questo linguaggio. E’ l’amore che ci porta Di Là, con Lui. Nient’altro.Chi parla “il successo”, “la gloria”, “il potere”, non può entrare: non è una cosa cattiva ma è un linguaggio che lì non si parla. In Dio si parla solo “l’amore”. Per questo dice: “Non vi conosco”. Non dice: “Avete sbagliato!” ma: “Non lo conosco!”.

Tutti conosciamo la preghiera che si recita per i defunti: “L’eterno riposo”, che sembra una specie di condanna all’ergastolo, alla prigione forzata, a stare sempre fermi a letto.Un bambino ha detto: “Ma io non voglio riposare in paradiso. Io voglio la bicicletta e il pallone. Non voglio riposare!”. In effetti, forse, aveva ragione!
Nel libro dell’Apocalisse (Ap 14,13), l’autore dice: “Beati d’ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perchéle loro opere li seguono”. A quel tempo si credeva che Dio avesse creato il mondo lavorando in sei giorni e che il settimo si fosse riposato.Allora:entrare nel “riposo di Dio” non significa cessare l’attività per tutta la vita, per l’eternità, non fare nulla, riposare in santa pace,ma è un’immagine che indica che si è associati all’attività creatrice di Dio. Come? L’amore (i gesti concreti) che abbiamo vissuto in questa vita ci associa a Dio per continuare ad amare e a costruire il mondo. Quindi quando saremo di là, continueremo ad amare.In Paradiso (Di Là) noi continueremo a costruire, a lavorare nell’amore insieme con Dio. Che, capite bene, niente ha a che vedere con l’eterno riposo! E’ per questo che chiediamo gli aiuti ai santi (S. Antonio, S. Francesco, Padre Pio, ecc.) o ai nostri cari che ci hanno preceduto. E facciamo bene, perché chi è Di Là costruisce nell’amore per chi è di qua. Sembra che siamo separati ma siamo uniti; i morti sono solo degli invisibili non degli assenti. Le distanze sono solo distanze non divisioni.Hanno fatto degli esperimenti incredibili. Hanno preso una topolina e l’hanno monitorata con elettrodi in testa. Hanno preso i suoi undici topini figli e li hanno portati a migliaia di chilometri di distanza su di un sottomarino. Ogni ora veniva lanciato uno dopo l’altro un topolino e la madre al momento del lancio, attraverso un tracciato anomalo, registrava la morte del suo figlio. Cosa vuol dire? Che la madre sapeva esattamente che suo figlio stava per morire. Questo non è un riflesso ma un collegamento; tutti i cervelli, in un clan famigliare, sono collegati gli uni agli altri.Allora: tutti siamo sempre collegati a tutti quelli che sono qui e a quelli che sono di là. E quelli di là, nell’Amore, lavorano per il nostro bene. Cosa dice a noi questo vangelo? Non dimenticarti dell’olio (consapevolezza).Saggio, in greco phronimos (da phrenes, cioè diaframma), indica l’interiorità dell’uomo, la consapevolezza. Le vergini sagge sono in contatto con sé, con il proprio mondo interno. Le vergini sagge incontrano lo sposo perché sanno, sono consapevoli, di ciò di cui hanno bisogno. Si ascoltano, si percepiscono, sono in contatto con sé e quindi sentono i loro bisogni, le loro necessità, i loro limiti, i loro punti di forza e quelli deboli, le loro pulsioni, la loro aggressività. Alle vergini stolte viene detto alla fine: “Non vi conosco”. Ma non è il Signore che non le riconosce. Non è una condanna ma nient’altro che una conseguenza del loro modo di vivere. Sono loro stesse che non si conoscono, che hanno sempre vissuto nella superficie, con banalità e che non si conoscono. Non sanno chi sono; non sanno cosa provano; non hanno accesso a sé e non possono che rimanere escluse dalla vita e dalle sorgenti della vita. Chi vive in maniera inconsapevole rimane escluso dalla vita, dalla festa e dalle nozze. E’ sempre così. Un famoso chirurgo viennese disse ai suoi studenti che per fare il chirurgo sono necessarie due doti: non essere schizzinosi e avere un ottimo spirito di osservazione. Poi immerse il dito in un liquido nauseabondo e lo leccò, invitando ciascun studente a fare altrettanto. Essi si fecero forza ed eseguirono l’operazione senza battere ciglio. Con un sorriso, il chirurgo spiegò: “Signori, mi congratulo con voi per aver superato la prima prova. Ma non posso fare lo stesso per la seconda, perché nessuno di voi si è accorto che il dito che ho leccato non era lo stesso che avevo immerso nel liquido”. Il vangelo si conclude con quella frase tremenda: “Non vi conosco”. Cosa vuol dire? E’ una punizione? No,è una conseguenza di come vivi.Viene un momento in cui una persona si è così indurita, corazzata, ha così tanto non espresso i sentimenti, è diventata così fredda, che non è più in grado di amare e di viversi i suoi sentimenti.Quando arriverà il pianto, dirà: “Non ti conosco”, perchénon sente più niente dentro di sé. Quando arriverà la gioia, dirà: “Non ti conosco”, perché non riesce più a fare salti di gioia, ad abbracciare, a lasciarsi andare come un bambino. Quando arriverà l’amore, dirà: “Non ti conosco”, perché avrà così tanta paura di farsi di nuovo coinvolgere che preferirà non innamorarsi o non coinvolgersi. Quando arriverà la tenerezza o la compassione dirà: “Non ti conosco”, perché il suo cuore è così duro che non è toccato più da niente, niente la tocca in profondità. Se tu vivi distaccato da te tutto ti rimane dentro e dirai: “Non ti conosco. Non sento niente”. Ma vivere così è vivere senza vita. E’ come mangiare e non provare nessun gusto, non sentire nulla.Viene un momento in cui una persona che ha sempre ceduto alla paura, che si è sempre accontentata, che ha sempre rinunciato, che si è sempre adattata, è così inconsapevole che non ha più forza per cambiare la rotta della propria vita. Ha così tanto ceduto che la paura ha avuto ragione della sua forza.Viene un momento in cui quando il nostro comunicare diventa piatto, arido, senza significato, limitato, povero, la relazione diventa triste e non ci si ama più. La distanza che si è creata è troppo grande. Non si può più recuperare. E guardando l’altro non potrai che dirgli: “Non ti conosco più”.Viene un momento in cui “fai discorsi da osteria” oggi, fai discorsi superficiali domani, “fai solo discorsi da Novella 2000”, banali, nella superficie, che non riesci più ad entrare dentro le cose. Allora ti fai una crosta, una corazza, una difesa, che non ti distacca da te. Se vivi così fuori di te, un giorno, perderai te. E in quel giorno ti dirai: “Non mi riconosco più!”.Una famiglia molto povera, quando nacque il quinto figlio, prese la decisione di affidarlo, all’età di tre anni, a dei parenti lontani. All’inizio il bambino chiedeva sempre di papà e mamma. Ma più passava il tempo e più il ricordo dei genitori era lontano, finché un giorno non chiese più. Dopo dieci anni i genitori, sistemati adesso economicamente, tornarono a riprendersi il figlio. “Siamo venuti a riprenderti”, gli dissero. “Non vi conosco”. “Ma siamo tuo papà e tua mamma, non ti ricordi?”. “Non vi conosco proprio”. E non volle tornare a casa. Era passato troppo tempo.Se ti dimentichi di te un giorno non ti conoscerai più!Allora: ci sono dei punti di non ritorno.C’è un punto in cui è troppo tardi.Un uomo fa paracadutismo. Si getta giù da 500 metri: tutto bene. Ma vuole fare il record. Si butta da 400: tutto bene. Da 300: tutto bene. Da 200: si schianta. Per forza!Allora questa parabola è un forte invito: “Prenditi cura del tuo olio (=consapevolezza)”.Ciò che hai dentro è la tua salvezza o la tua condanna, il tuo paradiso o il tuo inferno.Sta attento di non morire di fame interna, di non alimentarti più, sta attento a non lasciare la tua lampada senza olio perché allora ovviamente sarà davvero buio.Per tutti arriva la mezzanotte, cioè la confusione, la difficoltà o lo smarrimento. E cos’è che salva in quei momenti? Cos’è che ci aiuta? Dove appigliarci? Dov’è che troviamo luce? Nei momenti chiave, negli incroci della vita è quello che hai dentro che fa la differenza.Cosa succede se dentro hai qualcosa?Ed Roberts: a 14 anni rimane paralizzato dal collo in giù. Durante il giorno usa un respiratore e la notte la passa in un polmone d’acciaio. Che vita sarà? La paura: “E’ la fine! Ma dove vuoi che vada? Che vita che mi aspetta”. Ma la fede dice: “Vivrò e mi realizzerò! Come? Non lo so, ma sarà così”. Ed Roberts si è realizzato, si è laureato, è diventato capo di Stato per il dipartimento per la riabilitazione e ha cambiato i pregiudizi della società verso i disabili. La fede sposta le montagne!Billy Joel, famoso musicista. A vent’anni si butta tutto sulla musica, ma fallisce e finisce col dormire nella lavanderie, senza casa e senza soldi. Decide di suicidarsi. La paura dice: “E’ finita; è impossibile; non si può seguire i propri sogni; meglio accontentarsi”. La fede che ha dentro però gli dice: “Tutto è possibile per chi crede”. Billy si dice: “Voglio aver fede: quello che Dio mi manderà io lo farò”. Il giorno dopo incontra per caso (!) un uomo che gli dice: “Perché non ti fai aiutare da un istituto di terapia mentale?”. Lui: “Ma neanche per sogno!”. La sua vita va sempre peggio. Allora si dice: “Mi avevo detto: quello che Dio mi darà, io lo farò. Dio qualcosa mi ha mandato”. Entra in istituto, recupera la fiducia in sé e diventa un famoso musicista.E cosa succede se dentro non c’è niente?Elvis Presley: avere tutto e non potere fare a meno di drogarsi e di mangiare. Verso la fine della sua vita aveva dei cuochi che lo dovevano sempre far mangiare e si addormentava, drogato, con il cibo in bocca. Altri avevano il solo compito di procurargli anfetamine e barbiturici. Cosa succede se non hai niente dentro? Che ti riempi di tutto, ma non sai vivere.Jim Morrison, leader dei Doors, o Jimi Hendrix o Kurt Cobain, leader dei Nirvana: nella difficoltà non avevano “olio” per accendere la propria vita. E puoi essere il re del mondo, ma se non hai l’olio dentro, la fine è uguale per tutti. Ogni giorno tutti noi mangiamo. E se non lo facessimo, dopo un po’ moriremmo, e lo sappiamo tutti. La lavatrice, il frigo, l’aspirapolvere vanno a corrente: se non c’è non vanno. Il cellulare, dopo un po’, se non lo si mette in carica, si spegne. La tua auto se non la alimenti a benzina dopo un po’ si ferma. Se non mangi, dopo un po’, muori. Tutto ha bisogno di essere alimentato. E cosa pensi che possa succedere se non alimenti la coppia, la comunicazione, la spiritualità, la fiducia? Come puoi aspettarti qualcosa di diverso?


Pronti


L’ignoranza è uno dei più grandi pericoli per la sopravvivenza umana. Perché?
Perché toglie e annulla all’uomo ogni possibilità di essere pronto, di essere pronto per tutto quello che la vita può donare e chiedere in ogni momento. La forza della conoscenza permette di uscire dall’abisso dell’ignoranza, permette di conoscere come tutto funziona e può funzionare.
È conoscere che offre la possibilità di scegliere e scegliere rende possibile essere liberi. Chi è pronto è saggio. Chi non è pronto è stolto. L’olio della lampada è conoscere. Nessuno può respirare per noi, nessuno può mangiare per noi, nessuno può avere fede per noi, nessuno può conoscere per noi, nessuno può coltivare l’olio della conoscenza per noi e usarlo nella nostra lampada per noi.
È indispensabile riaccendere in noi stessi l’assoluta e invincibile convinzione che nessuno può crescere nella conoscenza e nella fede per noi. È indispensabile riaccendere in noi stessi la luce della lampada della fede nella vita con l’unico olio che lo possa fare, l’olio della conoscenza. Conoscere permette di essere pronti per tutto ciò che la vita dona e chiede, questa è la saggezza. Questa è la saggezza che ci permette di essere riconosciuti dal nostro Creatore.



sabato 7 marzo 2015

Il libero arbitrio.

Il tentativo di conciliare il libero arbitrio dell'uomo con l'onniscienza e onnipotenza divine è stato uno dei maggiori problemi con cui è misurata lateologia cristiana.Per risolverlo, Agostino d'Ipponadistinse lalibertàpropriamente detta, ossia la capacità di dare realizzazione ai nostri propositi, dal libero arbitrio, inteso invece come la facoltà di scegliere, in linea teorica, tra opzioni contrapposte, ossia tra il benee ilmale.Mentre cioè il libero arbitrio entrerebbe in gioco solo nel momento della scelta, rivolgendosi ad esempio al bene, la libertà sarebbe incapace di realizzarla. In polemica controPelagio, Agostino poteva così sostenere che la volontà umana è stata irrimediabilmente corrotta dalpeccato originale, che ha inficiato per sempre la nostra capacità di realizzare le nostre scelte, e quindi la nostra stessa libertà. A causa della corruzione, dunque, nessun uomo sarebbe degno della salvezza, ma Dio può scegliere gratuitamente chi salvare, elargendo la Suagraziacon cui gli infonde la volontà effettiva di perseguire la scelta del bene, volontà che altrimenti sarebbe facile preda delle tentazioni malvagie. Agostino si rifaceva in proposito alle parole diPaolo di Tarso: «C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; io infatti non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma ilpeccatoche abita in me».NelDe diversis quaestionibus ad SimplicianumAgostino approfondì la propria concezione filosofica, sostenendo che la grazia di Dio è necessaria non solo nel momento realizzativo, ma anche per illuminare l'uomo su cosa è il bene. Egli riportava così il problema di chi Dio scelga di salvare, e perché, all'originale teologia dellagiustificazionediPaolo di Tarso.Del problema si occupò successivamente lascolasticacristiana. SecondoTommaso d'Aquino, il libero arbitrio non è in contraddizione con lapredestinazionealla salvezza, poiché la libertà umana e l'azione divina della Grazia tendono ad unico fine, ed hanno una medesima causa, cioè Dio. La volontà libera si distingue da quella non libera perché a differenza di quest'ultima si sottomette ai criteri dellaragione, «essendo proprio della medesima potenza il volere e lo scegliere».Tommaso, comeBonaventura da Bagnoregio, sostenne inoltre che l'uomo hasinderesi, ovvero la naturale disposizione e tendenza al bene e alla conoscenza di tale bene. Per Bonaventura tuttavia la volontà ha il primato sull'intelletto. All'interno della scuola francescana di cui Bonaventura era stato il capostipite,Duns Scotosi spinse più in là, slegando il libero arbitrio da motivazioni razionali, ammettendo la possibilità che esso possa determinarsi sia in una direzione che in quella opposta. Il francescanoGuglielmo di Ockham, infine, esponente della correntenominalista, radicalizzò la teologia di Scoto affermando che l'essere umano è del tutto libero, e solo questa libertà può fondare la moralità dell'uomo, la cui salvezza però non è frutto della predestinazione, né delle sue opere. È soltanto la volontà di Dio che determina, in modo del tutto inconoscibile, il destino del singolo essere umano. Egli cioè concepì il libero arbitrio come l'«indifferenza dell'arbitrio» (arbitrium indifferentiae), ossia come puro arbitrio, indipendente da ogni motivazione passionale o razionale.Con l'avvento dellaRiforma,Martin Luterofece propria la teoria dellapredestinazionenegando alla radice l'esistenza del libero arbitrio: non è la buona volontà che consente all'uomo di salvarsi, ma solo la fede, infusa dalla grazia divina. È solo Dio, quelloabsconditusdella tradizione occamista, a spingerlo in direzione della dannazione o della salvezza.                                     
« La volontà umana è posta tra i due [Dio e Satana come un giumento, il quale, se sul dorso abbia Dio, vuole andare e va dove vuole Dio, [...] se invece sul suo dorso si sia assiso Satana, allora vuole andare e va dove vuole Satana, e non è sua facoltà di correre e cercare l'uno o l'altro cavalcatore, ma i due cavalcatori contendono fra loro per averlo e possederlo. ». 
Alla dottrina del servo arbitrio invano Erasmo da Rotterdam replicò che il libero arbitrio è stato sì viziato ma non distrutto completamente dal peccato originale, e che senza un minimo di libertà da parte dell'uomo la giustizia e la misericordia divina diventano prive di significato. Se infatti l'essere umano non avesse la facoltà di accettare o rifiutare liberamente la grazia divina che gli viene offerta, perché nelle Scritture sono presenti ammonimenti e biasimi, minacce di castighi ed elogi dell'obbedienza? Se inoltre, come predicava Lutero, l'uomo non ha bisogno di chiese e organi intermediari tra sé e Dio, ma è l'unico sacerdote di se stesso, come si concilia questa supposta autonomia con la sua assoluta impossibilità di scelta in ambito morale? Particolarmente incisivo è l'esempio che Erasmo presenta per supportare la sua soluzione, di un padre e il suo figliolo che vuole cogliere un frutto. Il padre alza nelle sue braccia il figlio che ancora non sa camminare, che cade e che fa degli sforzi disordinati; gli mostra un frutto posato davanti a lui; il bambino vuole correre a prenderlo, ma la sua debolezza è tale che cadrebbe se il padre non lo sostenesse e guidasse. È quindi solo grazie alla conduzione del padre (la Grazia di Dio) che il bambino arriva al frutto che sempre suo padre gli offre; ma il bambino non sarebbe riuscito ad alzarsi se il padre non l’avesse sostenuto, non avrebbe visto il frutto se il padre non glielo avesse mostrato, non sarebbe potuto avanzare senza la guida del padre, non avrebbe potuto prendere il frutto se il padre non glielo avesse concesso. Cosa potrà arrogarsi il bambino come sua autonoma azione? Malgrado nulla avrebbe potuto compiere con le sue forze senza la Grazia, ha pertanto fatto qualcosa.Ad una concezione estremamente volontaristica del libero arbitrio aderì tuttavia Giovanni Calvino, che radicalizzò il concetto di predestinazione fino a interpretarlo in un senso rigorosamente determinista. È la Provvidenza a guidare gli uomini, indipendentemente dai loro meriti, sulla base della prescienza e onnipotenza divina. L'uomo tuttavia può ricevere alcuni "segni" del proprio destino ultraterreno in base al successo o meno ottenuto nella propria vita politica ed economica.Il pensiero moderno ha assunto una visione razionalista con Cartesio che definiva la libertà non come un puro e semplice «libero arbitrio d'indifferenza»  ma come impegnativa scelta concreta di cercare la verità tramite il dubbioMentre però Cartesio si arenò nella duplice accezione di res cogitans e res extensa, attribuendo assoluta libertà alla prima e passività meccanica alla seconda, Spinoza cercò di conciliarli riprendendo il tema stoico di un Dio immanente alla Natura, dove tutto avviene secondo necessità. La libera volontà dell'uomo dunque non è altro che la capacità di accettare la legge universale ineluttabile che domina l'universo. La libertà non sta nell'arbitrio, ma nell'assenza di costrizioni che consente ad esempio a una pianta di svilupparsi secondo le sue leggi: «Tale è questa libertà umana, che tutti si vantano di possedere, che in effetti consiste soltanto in questo: che gli uomini sono coscienti delle loro passioni e appetiti e invece non conoscono le cause che li determinano». Leibniz cercò di darne una connotazione positiva dopo quanto espresso su questo tema da Spinoza, osservando che «quando si discute intorno alla libertà del volere o del libero arbitrio, non si domanda se l'uomo possa far ciò che vuole, bensì se nella sua volontà vi sia sufficiente indipendenza». Pur accettando l'idea della libertà come semplice autonomia dell'uomo, accettazione di una legge che egli stesso riconosce come tale, Leibniz voleva nel contempo mantenere la concezione cristiana della libertà individuale e della conseguente responsabilità. Per questo scopo egli concepiva la libertà fondata metafisicamente sulla "monade": nel senso che ogni individualità, pur essendo un'"isola" completamente separata dalle altre, compirebbe "liberamente" atti che si incastrano come pezzi di un mosaico negli atti corrispondenti delle altre monadi, in un tutto che è l'"armonia prestabilita" da Dio. Il libero arbitrio non è indifferenza per Leibniz, ma «determinazione secondo quanto la ragione considera il meglio»..Sul piano etico il libero arbitrio verrebbe a scontrarsi con il determinismo, ossia l'idea che tutte le cose che accadono nel presente e nel futuro siano una conseguenza necessaria causata dagli eventi precedenti. Il compatibilismo (anche detto determinismo morbido) ammette tuttavia che l'esistenza del libero arbitro sia compatibile con il fatto che l'universo sia deterministico, mentre all'opposto l'incompatibilismo nega questa possibilità. Il determinismo forte è una versione dell'incompatibilismo che accetta che tutto sia determinato anche le azioni e la volontà umane. Illibertarismo (in inglese, Libertarianism) si accorda con il Determinismo forte solo nel rifiutare il compatibilismo; ma i libertari accettano l'esistenza di un certo libero arbitrio insieme con l'idea che esistano alcune cose indeterminate. L'argomento standard contro l'esistenza del libero arbitrio si baserebbe su due opzioni: o il determinismo è vero, o l'indeterminismo è vero. Queste due posizioni esaurirebbero le possibilità logiche da contemplare. Se il determinismo fosse vero noi non saremmo liberi. Se l'indeterminismo fosse vero, le nostre azioni sarebbero casuali e la nostra volontà mancherebbe di controllo per essere comunque moralmente responsabili.Fino a poco più di un secolo fa la comunità scientifica, in cui predominava il positivismo, credeva fermamente in un universo deterministico, ciò sostanzialmente significava che date le condizioni iniziali di un processo fisico, cioè note un certo numero di informazioni sufficienti, si era in grado di conoscerne l'esito e lo sviluppo con accuratezza assoluta, ovvero con certezza. Con l'avvento delle prime conoscenze in campo atomico e in seguito quantistico, in particolare con il principio di indeterminazione di Heisenberg, la scienza è stata eletta ad argomento principe in favore della possibilità reale dell'indeterminismo come regolatore dell'universo. Alla concezione deterministica, propria della meccanica classica si è così affiancata una concezione stocastica, basata sulla meccanica quantistica in grado di predire eventi solo in termini di probabilità, che non è più frutto di una incompleta conoscenza del sistema fisico ma una caratteristica intrinseca del mondo quantistico. Poiché l'essere umano è un complesso sistema fisico composto da molecole che fanno uso di reazioni chimiche, fisiche, proprio come ogni altro sistema fisico nell'universo, dunque ritenuto soggetto alle stesse leggi della fisica che conosciamo, sorge il problema di stabilire se tali reazioni materiali siano l'effetto o piuttosto la causa della sua volontà. In particolare, il cervello umano sfrutta una serie di reazioni chimiche e chimico-fisiche che generano i campi elettrici e magnetici tramite i quali avviene la comunicazione dei neuroni, quindi la decisione volontaria di un individuo potrebbe determinare queste reazioni, regolate a loro volta da leggi fisiche ben precise, oppure esserne determinato. Secondo una concezione monistica, il comportamento di una persona sarebbe regolato dalla casualità quantistica, se così fosse significherebbe che la libertà individuale in quanto tale verrebbe a crollare poiché frutto di leggi fisiche non controllabili se non in termini di probabilità e dunque completamente dettate dal caso. Anche nel caso in cui le stesse leggi fisiche fossero interpretate con la fisica classica e quindi risultassero deterministiche, si vedrebbe di nuovo venir meno la libertà della "scelta", in quanto conseguenza di una complessa serie di processi fisici, e anche qui il libero arbitrio verrebbe a cadere. All'interno di questa concezione rimarrebbero solamente due possibilità:
  • l'interpretazione deterministica della natura, secondo la quale sono solo le leggi fisiche a dettare i comportamenti umani
  • l'interpretazione indeterministica, per cui ogni evento è dettato dal caso e le scelte individuali sono la naturale conseguenza di questi processi casuali
Una persona sarebbe quello che è in base alle proprie azioni, un uomo viene giudicato colpevole o innocente secondo le proprie scelte, dunque il problema del libero arbitrio continua a presentarsi e a porre delle domande: "Possiamo prevedere i comportamenti umani?", "Le scelte sono solo il frutto di leggi fisiche deterministiche o di leggi quantistiche e in definitiva regolate dal caso?" In entrambi i casi non rimarrebbe molto spazio per il libero arbitrio. Contro questo modo riduzionistico di considerare l'essere umano ha preso posizione il filosofo della scienza Karl Raimund Popper, che attaccando il cosiddetto determinismo genetico, il neodarwinismo, e la sociobiologia, ha affermato l'autonomia della mente e la sua azione causale nei confronti del cervello e delle sue componenti genetiche. Popper si considera dualista ma non alla maniera di Cartesio, sostenendo che tra i fenomeni mentali e quelli fisici permane una forte dose di incertezza che garantisce l'esistenza del libero arbitrioepifenomenismo è ancora un'altra sfida per ogni concetto d´un libero arbitrio umano. Il biologo e pensatore inglese Thomas Henry Huxley ha proposto prima nell'Ottocento che tutti i pensieri coscienti, siano un fenomeno secondario, senza alcun potere causale, che accompagnano i processi fondamentali nel sistema nervoso dell'uomo. Recentemente, l´epifenomenismo dei fenomeni mentali è stato avvalorato da argomenti che si riferiscono ad osservazioni dalla vita comune degli uomini. Alcuni esempi:
  • Un pensiero che non viene in mente come una trovata spontanea, non si può pensare. Infatti, esso sembra di non esistere, perché ne non si abbia più una traccia di coscienza in mente. Anche nostra lingua riferisce a questo fatto: è il pensiero, che viene in mente, che diventa cosciente, non è "evocato" da un'entità cosciente o cartesiana
  • Nessuno vuole dimenticare qualcosa. Dimenticare un'informazione è sempre una vicenda che l´uomo subisce senza il potere di evitarlo. Non è possibile di ricordarsi di un'informazione dimenticata attivamente, perché nessuno sa dov´è nascosta (come sarebbe il caso quando una cosa fosse stata nascosta attivamente).
  • Non è possibile di controllare il flusso di coscienza (oppure il flusso dei pensieri descritto per esempio nel romanzo Ulisse di James Joyce). Nella sequenza dei pensieri non si può osservare che un pensiero cosciente 'chiama' il suo successore. Ogni pensiero viene in mente all´improvviso, senza preparazione attiva. Una tale preparazione richiederebbe che il pensiero finale venga selezionato durante una considerazione razionale da un grande numero di pensieri possibili, di cui -viceversa- la maggioranza vengono rifiutati. Tale considerazione non è più possibile sul livello dei pensieri stessi, dietro di loro non può essere un altro livello di coscienza.
Quindi, il flusso di coscienza, stando a queste argomentazioni, è un prodotto senza il potere di cambiare gli eventi: ciò che provoca le nostre azioni non è la coscienza, che è un epifenomeno, ma qualcos'altro. Ci sono buoni argomenti che questo agente debba essere il cervello Siccome ogni trovata dev´essere "accettata" dalla persona cosciente com'è generata dall´agente, senza alcun potere di influire i processi della loro generazione, è in verità irrilevante se questi processi del cervello siano determinati completamente o se siano liberi in qualsiasi modo. La persona non ha la capacità di servirsi liberamente del "generatore" della sua coscienza. Conseguentemente ogni volontà individuale potrebbe anche un contenuto fenomenico generato dal cervello, il quale invece agisce inconsciamente.

L'Arte della Presenza: Ritornare al Qui e Ora (The Art of Presence: Returning to the Here and Now)

  L'Arte della Presenza: Ritornare al Qui e Ora (The Art of Presence: Returning to the Here and Now) [Italiano] Quante volte, nel corso...