giovedì 13 aprile 2017

l'esoterismo cristiano

La tradizione esoterica

Marco, 4: “Quando poi fu solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro: ‘A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, in modo che essi guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato’”.
“Così egli comunicò loro il suo messaggio attraverso l’utilizzo di molte parabole, tante quante le loro menti erano in grado di comprendere. Non parlò solo attraverso le parabole, ma era in privato che spiegava ai suoi discepoli ogni cosa”.
Matteo, 13: “Gesù disse: ‘Chi ha orecchie per intendere, intenda!’. Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: ‘Perché parli loro in parabole?’. Egli rispose: ‘Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che non ha. Per questo parlo con loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono.’”
Prima lettera ai Corinzi: “Parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla”. “Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14 L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. 15 L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno.”
Clemente di Alessandria (150-220 e.V.): “Il Signore… ci ha permesso di parlare di quei Misteri divini, e della loro luce sacra, a coloro che sono pronti a riceverli. Non ha certamente rivelato alla moltitudine ciò che alla moltitudine non appartiene, ma l’ha fatto ai pochi che sono in grado di ricevere questa conoscenza e di modellarsi conformemente ad essa. I segreti però vanno affidati alla parola, non alla scrittura, come avviene per le cose divine. So che sono molte le cose che ci sono sfuggite, nel corso del tempo, e che sono andate perse senza che fossero scritte. Ed anche ora ho paura, come è stato detto, di ‘gettare le perle ai porci, nel timore che essi le calpestino, facendole finire sotto ai piedi, storpiandole e distruggendole”.

L’allontanamento dall’insegnamento originario di Gesù

Dopo la morte di Gesù, coloro che avevano compreso il suo vero insegnamento riconobbero in lui un appartenente alla lunga stirpe di maestri della Tradizione Perenne (3) – come Ermete e Platone –, i quali erano soliti iniziare i discepoli che ritenevano idonei a una mistica rinascita dell’anima alla Coscienza Superiore. Ogni maestro perennialista  considerava la rinascita spirituale, e il messaggio in essa contenuto, qualcosa di necessario ai fini dell’evoluzione umana.
Da qui sono derivati il sapere Ermetico risalente all’epoca di Ermete Trimegisto, gli insegnamenti Misterici delle civiltà egizia e greca, il Platonismo durante il periodo di Platone, il Neo-Platonismo nell’epoca di Plotino. Ognuno di questi rientra nella Tradizione Perenne. Gli insegnamenti segreti del Cristianesimo – definiti anche come Cristianesimo esoterico – ne costituiscono una delle tante rappresentazioni.
Il primo Cristianesimo si sviluppò in città estremamente povere, e sovrappopolate, dell’Asia Minore, reclutando i suoi seguaci tra gli schiavi e le classi dei lavoratori. L’epoca dell’Impero Romano fu caratterizzata da un intenso fermento sociale. Nel secolo precedente alla nascita di Cristo, una violenta rivolta di schiavi, guidata da Spartaco, aveva per esempio conquistato la maggior parte dell’Italia meridionale e minacciato l’Impero Romano.
In breve tempo si formò una nuova Chiesa (4) sacerdotale, supportata dallo Stato, che paragonava erroneamente Gesù a un dio. I seguaci dell’insegnamento originario di Gesù, come Paolo, Clemente di Alessandia, Marcione, Valentino e Origene, colsero invece il messaggio autentico, insito nelle parole del loro maestro, e non videro in lui una divinità bensì un maestro mistico. Coloro che istruivano gli iniziati a questo insegnamento erano quindi costretti ad agire clandestinamente, poiché una chiesa tirannica e burocratica andava prendendo sempre di più il sopravvento, trasformandosi in una “religione di stato”.
Durante questo periodo cominciò a circolare un vasto numero di scritti che affermavano di detenere la conoscenza della vera dottrina e della vita di Gesù. In questa situazione estremamente complessa e confusa, i fautori delle varie interpretazioni degli insegnamenti di Gesù rivaleggiarono affinché la loro versione dei fatti venisse accettata come quella reale.
Una delle prime persone a scrivere di Gesù fu un uomo che era stato acerrimo nemico della Chiesa, fin quando non sperimentò una conversione mistica. Paolo si considerava un apostolo (colui che è inviato in missione), forse “l”’apostolo, unico, di Gesù. Egli era convinto di aver conosciuto Gesù durante un incontro mistico e che questi l’avesse incaricato di diffondere la “buona novella” – il Vangelo – descrivendo Dio come un essere misericordioso, amoroso e saggio. Paolo, quindi, rimase allibito quando apprese che Pietro e gli altri apostoli andavano interpretando, a Gerusalemme e in altre città, il messaggio di Gesù come una continuazione del Giudaismo, usando l’Antico Testamento ebraico come un testo maggiore.
“Paolo è l’unico che comprese in qualche modo il significato reale ed esoterico del mito di Cristo e le sue implicazioni cosmiche, ma allo stesso tempo era costretto a basare i suoi insegnamenti principalmente sulle credenze essoteriche dei suoi ascoltatori che si focalizzavano principalmente sulla persona di Gesù.” (W. Kingsland, The Gnosis or Ancient Wisdom in the Christian Scrptures)
Paolo affermava che una persona può divenire Cristiana senza sottomettersi al rito della circoncisione o a qualche altre norma e pratica religiosa ebraica. Definì il Cristianesimo come un’esperienza di rinascita nella figura di Gesù, un risveglio spirituale della stessa natura di quella che egli stesso aveva sperimentato. Entrambi, Gesù e Paolo, resero palese il fatto che il Cristianesimo non è assolutamente una continuazione del Giudaismo.
“Lo stesso Cristo… conferma la dottrina di Paolo, sia in generale che nel dettaglio. Dimentichiamo forse che egli infranse la legge più e più volte durante la sua vita e attraverso i suoi insegnamenti? Non fu lui a dichiarare ostilità verso i maestri della legge? Non fu lui a chiamarli peccatori, per il fatto che essi desideravano solo uomini retti come propri discepoli?
“Quando egli vietava di collocare una toppa di panno nuovo su un indumento usato o di versare vino nuovo in vecchie otri, vietava alla sua gente di collegare in alcun modo le sue prediche all’Antico Testamento…” (5)
Gesù non avrebbe insegnato, quindi, che egli era il Messia di cui si parla nelle scritture ebraiche. Il concetto dell’Unto, come ebbe modo di sottolineare, richiedeva che questa persona divenisse un re terreno, un sovrano politico. Questo concetto del Cristo era un’idea esclusivamente ebraica. Ma gli autocrati Cristiani, malaccorti, cercarono di collegare gli insegnamenti di Gesù al Giudaismo, il credo di una piccola nazione. Per fare ciò, i capi della chiesa trasformarono e confusero le parole originarie di Gesù, aggiungendo la frase “affinché ciò si compia” ad ogni cosa compiuta da Gesù, per “provare” che egli era Gesù il re-Messia degli Ebrei.
Il Nuovo Testamento “è stato organizzato e strutturato, nella sua forma, in modo che potesse conformarsi alle profezie formulate nell’Antico Testamento ebraico, in cui si parlava del prossimo avvento di un Messia terreno. Questo è particolarmente chiaro nelle numerose affermazioni del tipo: ‘che la Scrittura possa compiersi o ‘secondo le Sacre Scritture’

Il concetto di Cristo

Se Gesù utilizzò il concetto di Cristo in relazione a se stesso, lo fece con modalità nuove e assolutamente non ebraiche, attribuendogli un significato e un contenuto diversi. Il termine greco Christos significa semplicemente “colui che è unto”. Gesù avrebbe quindi considerato se stesso unto o incaricato di comunicare un insegnamento specifico.
Così, nella prima Chiesa si crearono diverse fazioni, con Pietro e alcuni apostoli che predicavano un Cristianesimo giudaizzato e sacerdotale che non richiedeva altro che la fede, e Paolo che affermava che l’insegnamento di Gesù fondava sul concetto di rinascita spirituale, come egli stesso aveva avuto modo di sperimentare.
Sia Gesù che Paolo insegnarono che la religione non è mera fede nella dottrina, ma conoscenza pratica (gnosi, gnosi) della via che conduce alla conquista del diritto di nascita, come “Figlio di Dio”, attraverso un processo di trasformazione radicale.
“Noi non siamo destinati a divenire Cristi perché già egli lo fu. Non lo diverremo mai né credendo semplicemente al fatto che egli lo fu, né prestando fede a ciò che raccontano i Vangeli o al fatto che egli abbia lavato via i nostri peccati fornendoci una scorciatoia alla felicità eterna. No. Potremo raggiungere una somiglianza con lui solo quando permetteremo allo ‘stesso spirito’ (o ‘mondo’) che era presente in Gesù Cristo di nascere in noi; per esempio, quando avremo compreso che noi, esattamente come lui, siamo assolutamente divini nella nostra natura più profonda, che siamo, esattamente come lui, ‘figli’ dello stesso ‘Padre’ e, quindi, capaci di manifestare, come fece Gesù, la divinità nella nostra stessa umanità”. (William Kingsland, The Gnosis or Ancient Wisdom in the Christian Scriptures)
L’insegnamento originario di Gesù passò così attraverso Paolo e coloro che Paolo, e i compagni a lui più vicini, istruirono nelle molte città che visitarono.
“Colui che ha creato l’universo e tutto ciò che esso contiene, e che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo, né dalle mani dell’uomo si lascia servire, come se avesse bisogno di qualcosa, poiché è lui che dà a tutti e a tutte le cose vita e respiro. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: ‘Poiché di lui stirpe noi siamo’”. (Discorso di Paolo agli Ateniesi, Atti 17, 24:28)
“La persecuzione dei Cristiani era considerata dai governanti di Roma una vera e propria necessità sociale; la diffusione della nuova dottrina fomentava un pericoloso malcontento nella popolazione e forniva nuovi ed efficaci canali di organizzazione della classi inferiori. Plinio il Giovane, governatore della Bitinia durante i primi anni del II secolo, scrisse all’imperatore dicendosi preoccupato dell’attività di alcuni Cristiani che andavano organizzandosi in collegia o corporazioni, e raccontò di aver torturato due domestiche per carpire loro informazioni su queste associazioni.
“Man mano che il Cristianesimo si diffondeva, raccoglieva proseliti tra artigiani benestanti e tra mercanti agiati, soprattutto nelle città del Mediterraneo orientale; interessi economici spinsero queste classi a opporsi al potere corrotto e oppressivo dell’impero. Nell’appoggiare il movimento Cristiano, essi riuscirono a smorzarne le tendenze più radicali e a utilizzare quella forza organizzata come difesa contro le limitazioni imperiali. La disintegrazione del sistema imperiale costrinse Costantino ad abbandonare Roma e a spostare la sua capitale a Bisanzio, in modo da controllare l’area del commercio orientale. Contemporaneamente, si convertì al Cristianesimo così da mantenere la sua autorità sui centri urbani, che avevano un’importanza strategica nel sistema economico dell’impero.
“L’adozione del Cristianesimo come religione di stato richiese una trasformazione radicale dell’ideologia e del sistema di classi vigenti. Ma questo non fu un compito facile, dato che tale cambiamento non poteva realizzarsi senza evitare un violento conflitto tra le classi dei patrizi, che avevano un ruolo centrale nel governo dell’impero, e la maggioranza del popolo che prendeva il Cristianesimo alla lettera, come vangelo dell’uguaglianza e della fratellanza. Ai tempi di Agostino, il conflitto aveva raggiunto una condizione davvero critica, che minacciava di distruggere l’intero impero”. (John Howard Lawson, 1950, The hidden Heritage)

Il trionfo dello pseudo-Cristianesimo

Le trasmissioni televisive che parlano del Cristianesimo e i documenti Protestanti o Cattolici che narrano la storia della prima chiesa, solitamente considerano il divenire del Cristianesimo la religione ufficiale dello stato Romano, durante il regno di Costantino, una grande vittoria. L’unico strumento di misura del successo di una tradizione, secondo loro, è valutare se essa sia stata o meno in grado di trionfare sulle sue rivali. Non importa quanto questa si discosti dal messaggio d’origine o le atrocità che la Chiesa ha commesso nei secoli. Se una particolare religione è stata in grado di trionfare sulle altre, essa va considerata come la migliore.
In realtà, la religione formale che venne definendosi sotto il nome di Santa Chiesa di Roma non fu e non è altro che depositaria di un mucchio di insegnamenti e di pratiche falsi. Oggi, il Cristianesimo ortodosso, in tutti i suoi sviluppi – Cattolico, Ortodossia dell’Est e Protestante – è un’orribile deformazione dell’insegnamento originario di Gesù.
“L’imperatore Costantino, dopo essersi convertito al Cristianesimo e facendo sua la religione ufficiale dell’Impero romano, ribattezzò l’antica Bisanzio in Costantinopoli. Così, attorno al 320 d.C. circa, la Chiesa non solo aveva conquistato un potere immenso,  ma si sentì in diritto di vendicarsi, con l’alibi che facesse la volontà di Dio, sui discendenti di coloro che l’avevano perseguitata per quasi 300 anni. Sguinzagliando il terrore contro quei pagani che rifiutavano ostinatamente la nuova fede, Costantino e la Chiesa riversarono sangue ovunque, visibilmente soddisfatti di quell’esperienza dato che, come i pagani si erano a loro tempo divertiti coi Cristiani, ora erano i leoni a divertirsi coi pagani e le croci portavano vittime diverse. (Donovan Jesus, The Jesus Scroll)
Se le persone che Gesù era solito aiutare erano poveri ed emarginati, la Chiesa “burocratizzata” iniziò a rivolgere la sua attenzione ai politici potenti e benestanti. Già intorno alla fine del I secolo d.C., i Cristiani a Roma includevano membri del casato dell’Imperatore.
Come testimoniano Paolo, Clemente, Marcione, Valentino e Origene, il nucleo centrale dell’insegnamento di Gesù consisteva nell’iniziare esotericamente un gruppo scelto di persone ai misteri della “nuova vita”. Nel giro di un centinaio di anni, gli insegnamenti originali di Gesù furono però travisati e snaturati, confluendo in un sistema di potere ecclesiastico: il “trionfo dello pseudo-Cristianesimo”.
“Il Cristianesimo, che era stato la religione di una comunità di fratelli tutti uguali tra di loro, senza gerarchie o burocrazia, divenne ‘la Chiesa’, l’immagine riflessa della monarchia assoluta dell’Impero Romano”.  (Eric Fromm, The Dogma of Christ)
L’interpretazione erronea degli insegnamenti di Gesù sfociò in un dogma ufficiale e ortodosso per il quale le congregazioni di seguaci di Cristo diedero vita a una chiesa “monolitica”, una mostruosità sacerdotale supportata dall’ormai corrotto imperatore romano Costantino.
Costantino si era convertito al Cristianesimo esclusivamente per rafforzare le sue conquiste e il suo stesso ruolo; per questo non tollerava che all’interno della sua fede d’adozione si creassero fazioni ostili l’una all’altra.

L’eresia di Nicea e il Canone

Così, nel 325 e.V., l’imperatore Costantino elesse 322 vescovi incaricandoli di elaborare un credo in grado di mettere fine a quei battibecchi teologici. Fu lo stesso imperatore ad aprire il concilio, mentre indossava un ampio abito viola e un diadema d’argento. Il concilio di Nicea chiarì che il Cristianesimo andava doverosamente distinto dall’eresia pagana di Platone. Tutti i Cristiani furono chiamati a credere che Gesù Cristo è fatto della stessa sostanza di Dio (in altre parole, che egli stesso è un dio), e che l’essere umano può trovare la sua salvezza solo attraverso una fede cieca nella figura di Cristo e nel sacrificio che egli adempì per liberare l’umanità dal peccato.
Mentre l’ortodossia dottrinale decretata dai Concili di Nicea diveniva l’ideologia ufficiale della Chiesa romanizzata, coloro che diffondevano il messaggio originario di Gesù – fondato sul concetto di trasformazione – furono costretti ad iniziare a operare clandestinamente. Questa tradizione occulta è ciò che noi oggi chiamiamo Cristianesimo Esoterico.
“Il Cattolicesimo è stato a lungo ostile al concetto di potere spirituale o illuminazione, a parte quello conferito dai suoi stessi rituali. La visione ufficiale è che i sacramenti sono sia necessari che sufficienti per la salvezza; parlare di verità superiori, di sapere iniziatico, o comunque di qualsiasi cosa si allontani dalla dottrina Cattolica, viene considerato sovversivo. La Chiesa tende a guardare alla tradizione esoterica non come a un aspetto più profondo della facciata superficiale della chiesa stessa, bensì come a una quinta colonna nemica”. (Richard Smoley, Inner Christianity)
Nonostante la Chiesa ufficiale di Roma andasse decretando quali erano i dogmi ufficiali, le resistenze rappresentate da un ampio numero di scritti su Gesù, che ne delineavano un’immagine assai differente, persistevano. Poiché  l’Impero Romano aveva il controllo sull’aspetto esteriore, e distorto, degli insegnamenti di Gesù, trasformando così la Chiesa in una tirannia, questa selezionò soltanto quegli scritti che potessero rafforzare il suo potere autocratico.
Nel IV secolo e.V., la Chiesa Cattolica di Roma stabilì quali libri avrebbero costituito le Scritture Ufficiali – il Canone. A quel punto, i libri esclusi dalle Scritture ufficiali furono definiti non-canonici.
Clemente di Alessandria, Marcione, Valentino, Origene, e gli altri seguaci dell’insegnamento originario di Gesù, crearono i loro “Vangeli”, la buona novella (6), selezionando quegli scritti che consideravano essenziali per comprendere l’insegnamento del loro maestro. Inclusero così materiale che non è presente nel Nuovo Testamento ortodosso (come finì per essere chiamata la scrittura ufficiale).
Durante il XIX e il XX secolo, sono stati scoperti moltissimi testi cristiani (7), non-canonici. Molti di questi derivano dalla tradizione cristiana non ortodossa, soprattutto da quella gnostica. Se vogliamo comprendere la tradizione esoterica del Cristianesimo, è importante che prendiamo in considerazione queste fonti extra-canoniche.
“Il Signore creò ogni cosa nel mistero… Egli disse: ‘Io sono giunto affinché ciò che è in basso sia come ciò che è in alto, e ciò che esterno sia come ciò che è interno. Io sono giunto per riconciliare ogni cosa’”. (Nag Hammadi Library, The Gospel of Philip)
Molti elementi del Novo Testamento sono dogmi aggiunti successivamente da alcuni settari per giustificare i loro pregiudizi personali. Per esempio, molti dei riferimenti alle azioni di Gesù, che vennero utilizzati come testimonianza dell’adempimento delle profezie dell’Antico Testamento, furono aggiunti da persone che tentavano di provare che Gesù era il Re, il Messia. Se esaminiamo attentamente il Nuovo Testamento, troviamo elementi che suonano falsati, alcuni “miracoli” supposti ed eventi mitologici che avvolgono Gesù in una luce poco chiara.
È nostra responsabilità determinare cosa c’è di genuino e cosa è contraffatto negli scritti del primo Cristianesimo, esattamente come dobbiamo fare nei confronti di tutte le altre forme di sapere. Alcuni degli scritti del Nuovo Testamento, e altri testi antichi, sono testimonianza di esperienze spirituali riproducibili nella nostra vita. Questo è particolarmente vero nell’insegnamento che è alla base di questi scritti e che auspica una rinascita a una coscienza superiore.
“La vera Gnosi… è una conoscenza mistica e un’esperienza che trascende l’apparenza di quelle cose che un individuo comune considera come unica realtà possibile”. (W. Kingsland, The Gnosis or Ancient Wisdom in the Christian Scriptures)
Gli insegnamenti di Gesù inerenti la necessità di una rinascita spirituale sono inequivocabilmente paralleli agli scritti ermetici e platonici – e ad altre espressioni della Tradizione Perenne, come l’alchimia e il Sufismo. Platone considerava la filosofia (la ricerca della saggezza) come il raggiungimento effettivo di uno stato di coscienza superiore ottenuto attraverso l’autodisciplina e la contemplazione mistica. Secondo Platone, la filosofia è la pratica effettiva dell’imparare ad abbandonare il corpo e a vivere nell’anima: il corpo spirituale. Molti dei seguaci degli insegnamenti originari di Gesù, come Clemente di Alessandria, Marcione, Valentino e Origene, furono profondamente influenzati dai concetti mistici espressi da Platone. È anzi corretto identificarli tanto come Platonici che come Cristiani.
Quando la fede cristiana si trasformò in un’autocrazia secolarizzata, sacerdotale, che dava man forte all’imperatore romano ormai corrotto – Costantino –, la gerarchia di preti e di autorità ecclesiastiche ritenne necessario elaborare un sistema di dogmi finalizzato a separare definitivamente la teologia cristiana dalla filosofia platonica. Fu da qui che nacquero diversi concili – tra cui quello di Nicea – e le conseguenti distorsioni dottrinali.

La Metanoia e la rinascita

Se analizziamo il Nuovo Testamento e i principali scritti extra-canonici, risulta chiaro come Gesù andasse insegnando che l’uomo è figlio di Dio e che può realizzare la sua condizione di figlio attraverso una speciale iniziazione a un’esperienza di rinascita spirituale. Questo insegnamento rientra inequivocabilmente in quelli facenti parte della Tradizione Perenne (8).
La buona novella (vangelo) che Gesù diffuse fu che gli esseri umani sono tutt’uno con Dio e che essi possono realizzare questa unità attraverso un’iniziazione esoterica che si verifica in seguito a un cambiamento totale del modo di pensare e di agire.
Il termine utilizzato per descrivere questa trasformazione radicale era metanoia, vocabolo che i traduttori cattolici di Roma storpiarono traducendola come “pentimento” (9). È impossibile comprendere a fondo cosa significhi lo straordinario concetto di metanoia, a meno che non si risalga alle sue origini greche. Metanoia  richiede che una persona si stacchi dalla sua vita ordinaria e che le sue idee e i suoi sentimenti vecchi perdano il loro solito valore. L’esperienza di metanoia conduce a un nuovo significato e guida verso una nuova direzione. L’essere umano muore completamente al suo vecchio modo d’essere e, quando sperimenta l’esperienza di rinascita, diventa – letteralmente – una persona nuova.
L’esperienza esoterica di rinascita può produrre un effetto benefico sull’anima del neofita solo se egli, precedentemente, ha modificato il suo universo di esperienza e di coscienza. Per entrare nella vita dello Spirito, e quindi nel Mondo Superiore, è necessario prima mettere in atto una trasformazione radicale e totale del proprio modo di pensare, di sentire e di essere, in generale.
Per la maggior parte delle persone, si tratta del mondo empirico delle cose materiali; per loro l’esistenza di un mondo superiore è semplicemente fantasia, puro pensiero, un’idea. Non è reale. Poiché non si può toccare né sentire, non è “reale”.
“Ora, sul processo di rinascita c’è e c’è sempre stata una scienza esatta e ben definita, una conoscenza appannaggio di pochi appartenenti a una minoranza che, per ovvie ragioni, non è stata divulgata alla moltitudine, sebbene coloro che hanno aspirato ardentemente ad essa, l’hanno sempre trovata. Le scuole misteriche dell’antichità, almeno nei giorni precedenti alla loro degenerazione, possedevano questa conoscenza e l’amministravano; essa costituiva la raison d’etre della loro esistenza, poiché essa era ben conosciuta dalle comunità del tempo di cui ogni membro si preparava ad abbandonare la vita da profano e ad applicarsi a una vocazione superiore che ad essa desse l’accesso. Il Cristianesimo dei primi due secoli amministrò questa dottrina e la sua relativa scienza, ne fu testimone e la diffuse in seguito all’avvento di Cristo; ma alla fine la perse e la sostituì con una teologia dottrinale e dogmatica che imperò nei secoli successivi ed ebbe influenza sulla storia dell’Europa. Il risultato fu che il Cristianesimo popolare ha finito con l’ignorare l’esistenza di tale scienza. I teologi e i sacerdoti, invece, conoscono molto bene la necessità di rigenerazione professata dal loro Maestro”. (M. A. Atwood, Hermetic Philosophy and Alchemy)
In un certo qual modo, sarebbe un’altra l’idea che ci sarebbe dovuta pervenire: un messaggio da parte di una persona che era a conoscenza di un Mondo Superiore. Questa persona spiegava che, se si riesce a cambiare radicalmente il proprio modo di pensare e di agire, si può avere accesso a una relazione totalmente differente con la realtà. Coloro che restano ostinatamente legati al concetto ordinario di realtà non potranno mai comprendere tale idea. Non vorranno nemmeno ascoltarla. Queste persone sono state definite dai maestri Perennialisti, anche da Gesù, come aventi orecchie per sentire ma non per ascoltare e occhi per guardare ma non per vedere. Di conseguenza, l’occasione di rinascita attraverso un’iniziazione a loro non viene offerta, altrimenti la sprecherebbero, la ignorerebbero o ne farebbero un cattivo uso.
Eppure esistono persone profondamente interessate ad ascoltare questo concetto; in esse c’è una zona interiore, di origine divina, che è insoddisfatta. Esse aspirano a una comprensione più ampia della loro esistenza. E sono capaci di attuare la trasformazione radicale che è necessaria alla nuova e straordinaria esperienza di morte alla vecchia vita e di rinascita ad una nuova. In queste persone cambia radicalmente anche la consapevolezza della realtà circostante.
“La verità è in te, ma non soltanto nel tuo corpo. Il tuo vero Sé è superiore al semplice ‘tu’ e ‘io’. La parte visibile che tu definisci Sé è limitata nello spazio, il vero Sé è illimitato. Perché, dolce Perla, continui a fremere chiusa nel tuo guscio? Non considerarti una semplice canna da zucchero, ma sentiti zucchero, vero. Questo tuo Sé esteriore è straniero al tuo vero Sé. Stringiti al tuo vero Sé e abbandona il tuo doppio Sé”. (Rumi, The Mathnavi)

Iniziazione ai Misteri Supremi

Gli scritti dei primi maestri Cristiani come Paolo, Clemente di Alessandria, Origene e Valentino, dimostrano inequivocabilmente la presenza di un contenuto esoterico negli insegnamenti di Gesù. Inoltre, essi testimoniano che solo poche persone erano considerate idonee a essere iniziate ai Misteri Supremi – ciò a cui si riferiva Paolo quando parlava di resurrezione nel corpo di Cristo.
I seguaci più puri degli insegnamenti di Gesù compresero benissimo che la separazione tra messaggio essoterico-pubblico e messaggio esoterico-segreto era la stessa di quella presente in altri sistemi religiosi e filosofici. Questo è lampante nel libro di Origene, Origene contro Celso.
“Che esistano delle dottrine, sconosciute alla maggior parte delle persone e rivelate solo in seguito a quelle essoteriche, non è una peculiarità esclusiva del Cristianesimo, ma anche di alcuni sistemi filosofici nei quali certe verità sono essoteriche ed altre esoteriche. Alcuni dei seguaci di Pitagora comprendevano benissimo il suo ipse dixit; mentre altri venivano iniziati a segreti e a conoscenze che non erano adatte a essere comunicate ai profani o a orecchie impreparate. Inoltre, tutti i Misteri che sono celebrati ovunque nei territori greci e nelle campagne dei Barbari, sebbene tenuti in gran segreto, non gettano discredito su quei popoli, per cui è invano che Celso si sforzi di calunniare le dottrine segrete del Cristianesimo solo perché non ne comprende correttamente la sua natura.”
Gli insegnamenti esoterici che Gesù comunicò a pochi scelti non furono scritti, ma insegnati oralmente a coloro che egli ritenne degni di riceverli. Questi stessi formarono piccole comunità legate tra loro dal contatto col corpo centrale.
Per i membri ordinari della fede cristiana si pensò fossero idonei e applicabili gli insegnamenti essoterici (pubblici). Al rango di iniziato poteva giungere invece colui che non solo aveva vissuto un’esistenza esemplare, ma che aveva studiato le diverse branche della conoscenza umana. L’iniziato finiva così per essere un filosofo – un ricercatore della saggezza – in termini platonici.
“Coloro che si considerano già esperti perché dotati direttamente dalla Natura, non hanno brama di conoscere né la filosofia né la logica; né desiderano apprendere le scienze naturali. Essi pretendono dai loro simili una fede nuda e cruda… Per questo io considero saggio solo colui che cerca di scoprire la verità in ogni cosa e, raccogliendo ciò che è utile alla conoscenza sia dalla geometria che dalla musica, dalla grammatica e dalla stessa filosofia, protegge la fede dagli assalti. Se si vuole partecipare al potere di Dio, bisogna saper trattare tematiche intellettuali come la filosofia”.  (Clemente di Alessandria, Stomata)
L’iniziato deve essere messo alla prova per vedere se il suo interesse verso il Mondo Supremo è puro o meno. È possibile che qualcuno trovi queste idee vuote e inutili. Questo è il motivo per cui gli insegnamenti sono riservati solamente a coloro che sono in grado di accettare i rigori di una vita spirituale. Se così non fosse, essi sarebbero privati di ciò che dà loro felicità e che li rende sicuri, senza che ricevano nulla in cambio. Ecco perché è necessario che una persona modifichi il suo intero modo di pensare e di agire, prima di essere iniziata a misteri più profondi che riguardano la morte e la rinascita. L’atteggiamento con cui ci avviciniamo a un insegnamento determina sicuramente ciò che ne riceveremo e ciò che, di esso, saremo in grado di capire.
“Lascia che un essere divino ti si avvicini. Potrebbe non succedere nulla o potrebbe succedere di tutto. Non succederà nulla se vivrai l’incontro in quello stato d’animo con cui approcci alle cose di ogni giorno. Succederà di tutto se sarai preparato e in sintonia con lui. Non importa la materia di cui esso è fatto; quello che conta è se l’incontro con lui ti ha lasciato immutato o ha fatto di te un uomo diverso. Ma questo dipende solo da te. Tu devi sempre esercitare ed educare le tue forze interiori, cosicché in te venga arso e liberato ciò che il divino è in grado di evocare. Ciò che ti verrà dato da questo incontro dipende esclusivamente dalla tua preparazione a riceverlo.” (Rudolph Steiner, Christianity as Mystical Fact)
Per definizione, solo coloro che l’hanno già esperita conoscono cosa è necessario al processo di iniziazione. Inoltre, ciò che essi sanno deve restare nascosto.  In un articolo come questo possiamo discutere esclusivamente delle caratteristiche generiche che definiscono un’iniziazione, perché il processo effettivo può aver luogo solo ed esclusivamente attraverso un maestro e con un iniziato che viene messo alla prova.
“La segretezza che ammanta tale scienza è dovuta all’impreparazione mentale e morale di coloro che si accontentano di vivere una vita normale. I dettagli del processo di rigenerazione, protetti dal glifo e dal simbolo, dai memoriali criptati e dalle allegorie, non potevano essere resi pubblici un tempo, né lo possono ora… e perché? Perché, a parte il carattere di privatezza che è legata di per sé alla santità, essa comporta rischi personali e generali; espone ai recessi e alle proprietà del corpo umano più reconditi, mettendo a nudo le fragili radici della vita fisica e di quella psichica; mette inoltre in contatto con forze magnetiche dal potere straordinario. Questo potere deriva dalla conoscenza di ciò che solitamente proteggiamo e salvaguardiamo dalla grossolanità dei nostri sensi corporei e dalle loro limitazioni, i quali prevarranno fino a quando non saremo pronti a operare indipendentemente da loro”. (M. A. Atwood, Hermetic Philosophy and Alchemy)
Il rito dell’iniziazione, nel Cristianesimo Esoterico, consisteva nel mettere l’aspirante iniziato a conoscenza dell’esistenza di certi “misteri” e nell’indurre in lui uno stato di coscienza superiore.
Origene descrive questo procedimento come un “iniziare colui che si è già purificato ai sacri Misteri”. “A colui che il cuore ha purificato: Lui, la cui anima per lungo tempo non ha conosciuto alcun male, da quando si è rivelato per guarire il Mondo, permette che tale persona conosca le dottrine che erano state raccontate, in privato, da Gesù ai suoi discepoli più puri”.
Soltanto una piccola minoranza di adepti accede a una conoscenza operativa della scienza della rigenerazione spirituale (10). Nel processo di iniziazione, un operatore esperto e preparato induce uno stato di coscienza superiore nell’iniziando e lo attiva in modo tale che possa operare velocemente. L’aspirante iniziato è posto nella condizione psichica di una persona che si trova in punto di morte, la sua coscienza viene chiusa a tutto ciò che è esterno, limitata e focalizzata sui contenuti interiori della sua mente che egli è destinato a esplorare e a contemplare.

Il battesimo spirituale

Alcune fonti straordinarie affermerebbero che Gesù praticava un “battesimo” spirituale su alcuni aspiranti scelti. Nel vangelo di Marco (cap. 14) ci imbattiamo in uno strano passaggio che descrive cosa accadde nel giardino di Gethsemene quando, mentre Gesù pregava, fu arrestato dagli scribi. “Tutti allora abbandonando Gesù fuggirono via. Un giovinetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo”.
Per dare un senso a questo singolare passaggio, dobbiamo ricorrere alle ricerche di uno studioso delle Sacre Scritture, di nome Morton Smith. Nel 1958 Smith, che allora era uno giovane specializzando in teologia alla Columbia University, fu invitato a catalogare un manoscritto che era in possesso della biblioteca del monastero di Mar Saba, collocata 12 miglia a sud di Gerusalemme. Smith rinvenne la copia di una lettera scritta da Clemente di Alessandria. Nella lettera, Clemente non menziona il vangelo canonico di Marco, a noi familiare, ma uno differente, segreto, che Marco avrebbe scritto ad Alessandria. Clemente afferma che, dopo la morte di Pietro, Marco portò il suo vangelo originale ad Alessandria e ne scrisse uno “più spirituale, destinato a coloro che aspirano a divenire perfetti”. Clemente narra che questo testo era tenuto presso la chiesa di Alessandria per essere utilizzato esclusivamente ai fini dell’iniziazione ai “grandi misteri”, poiché era in grado di guidare direttamente nel santuario segreto della verità nascosta”.
Clemente cita dal Vangelo Segreto di Marco la parabola di un giovane che, come Lazzaro, fu risvegliato da Gesù dalla morte e che successivamente giunse a Gesù indossando “un lenzuolo di lino che avvolgeva il suo corpo nudo”. Cita poi un altro passaggio del Vangelo Segreto di Marco in cui c’è scritto che Gesù trascorse l’intera notte insegnando al giovane “il mistero del regno di Dio”.
Morton Smith impiegò circa dieci anni per analizzare il Vangelo Segreto di Marco e, alla fine, giunse a questa conclusione che è inerente lo speciale rito di immersione psichica in un nuovo regno dell’essere:
“Gesù aveva il potere di ammettere i suoi seguaci al regno di Dio, e poteva farlo in un modo molto speciale, così che essi vi potessero entrare non solo per aspettativa, per virtù, per fede o per obbedienza, o altre qualità, ma in modo concreto ed effettivo.” Morton Smith, Il Vangelo segreto
Risulta chiaro, quindi, che Gesù – e i suoi seguaci più sinceri – praticassero un rito di iniziazione battesimale nel quale “immergevano” gli aspiranti iniziati in un nuovo regno di Coscienza Superiore. Attraverso l’iniziazione, i neofiti ottenevano una consapevolezza interiore del Mondo Supremo – il loro Vero Sé.
Le immagini che emergevano in quell’esperienza spirituale divenivano sempre più reali. Gli iniziati, così, iniziavano a comprendere che ciò che i loro sensi vedevano, ascoltavano e toccavano appartiene a un ordine della realtà inferiore e impermanente. Sapevano che non potevano dimostrare ciò che sentivano; potevano solo raccontare ad altri ciò che avevano esperito. Erano però consapevoli del fatto che, quando raccontavano le loro esperienze ad altri, passavano per persone che parlano delle percezioni di un mondo rispetto al quale la maggior parte della gente è cieca.
Pensate a come potrebbe essere avere una conversazione con un embrione. Voi direste: “Il mondo esterno è grande e complesso. Ci sono campi di frumento e vallate e frutteti in fiore. Di notte ci sono milioni di galassie e, alla luce del sole, la bellissima scena di amici che danzano allegramente a un matrimonio”. Se poi chiedeste all’embrione perché è confinato al buio, con gli occhi chiusi… la risposta sarebbe:
“Non c’è nessun ‘altro mondo’,
io conosco solo ciò che esperisco;
tu devi avere delle allucinazioni”.
                                                 Jalaluddin Rumi
È solo dopo aver iniziato la ricerca di uno stato di reintegrazione che un individuo riesce a discernere le parti originarie del Nuovo Testamento e di altri esempi di letteratura spirituale. Essa rende possibile discernere tra ciò che è reale e ciò che è stato aggiunto. L’aspirante iniziato comprende così che solo ciò che gli parla di morte del Sé con conseguente rinascita è genuino.
L’iniziato comincia ad avvertire una nuova forza che è il suo vero spirito.
In lui è entrato un nuovo essere che sarà attivo per il resto della sua vita. Forze in lui assopite vengono risvegliate; egli inizia a esperire l’ispirazione che deriva da una Fonte Superiore e sente la necessità di agire in modo tale da condividere questa esperienza nella vita di altri. È avvenuta una trasformazione spirituale – la rinascita – che porta con sé un cambiamento di quella zona interiore aperta all’“intuizione”, la voce del “maestro interiore”.
La Tradizione Perenne è viva in tutte le sue rappresentazioni – il Cristianesimo esoterico come altre. Gli insegnamenti e le pratiche esoteriche, che erano utilizzate da Gesù e dai suoi seguaci, sono praticati tutt’oggi – ma i maestri Perennialisti agiscono attraverso modalità che non sono facilmente riconoscibili da coloro che “hanno occhi per vedere ma non vedono”.
”Insegui l’annichilimento e venera il cambiamento. Tu hai già assistito a centinaia di resurrezioni verificatesi in ogni momento della tua vita: dalla tua origine a oggi, dallo stato d’ignoranza a quello vegetativo, da quello vegetativo allo stato animale e, di nuovo, alla razionalità e al buon discernimento. Per questo tu risorgerai di nuovo, da questo universo di senso e di forma”. Rumi

la fede di Gesù






GESÙ aveva una fede sublime e sincera in Dio. Egli sperimentò i normali alti e bassi dell’esistenza mortale, ma religiosamente non dubitò mai della certezza della cura e della guida di Dio. La sua fede era frutto della percezione nata dall’attività della presenza divina, il suo Aggiustatore interiore. La sua fede non era né tradizionale né semplicemente intellettuale; era totalmente personale e puramente spirituale.
(2087.2)  Il Gesù umano vedeva Dio santo, giusto e grande, come pure vero, bello e buono. Ed egli focalizzò tutti questi attributi di divinità nella sua mente come “volontà del
Padre che è nei cieli”. Il Dio di Gesù era simultaneamente “Il Santo d’Israele” e “Il Padre vivente ed amorevole che è nei cieli”. Il concetto di Dio come Padre non era originale in Gesù, ma egli esaltò ed elevò l’idea ad un’esperienza sublime compiendo una nuova rivelazione di Dio e proclamando che ogni creatura mortale è un figlio di questo Padre d’amore, un figlio di Dio.

(2087.3)  Gesù non si aggrappò alla fede in Dio come un’anima che si batte in una guerra con l’universo ed in una lotta mortale contro un mondo ostile e peccatore; egli non fece ricorso alla fede soltanto come una consolazione in mezzo alle difficoltà o come un conforto alla minaccia della disperazione; la fede non era una semplice compensazione illusoria delle realtà spiacevoli e delle cose tristi della vita. Davanti a tutte le difficoltà naturali e alle contraddizioni temporali dell’esistenza mortale, egli sperimentava la tranquillità di una fiducia in Dio suprema e indiscussa e provava la straordinaria sensazione di vivere, grazie alla fede, alla presenza stessa del Padre celeste. E questa fede trionfante era un’esperienza vivente di un effettivo conseguimento spirituale. Il grande contributo di Gesù ai valori dell’esperienza umana non fu di aver rivelato così tante idee nuove sul Padre che è nei cieli, ma piuttosto di aver dimostrato così magnificamente ed umanamente un tipo nuovo e superiore di fede vivente in Dio. Su tutti i mondi di questo universo, nella vita di ciascun singolo mortale, Dio non divenne mai una tale realtà vivente come nell’esperienza umana di Gesù di Nazaret.
(2087.4)  Nella vita del Maestro su Urantia, questo e tutti gli altri mondi della creazione locale scoprono un tipo di religione nuovo e più elevato, una religione basata sulle relazioni spirituali personali con il Padre Universale ed interamente convalidata dall’autorità suprema di un’esperienza personale autentica. Questa fede vivente di Gesù era più che una riflessione intellettuale e non era una meditazione mistica.
(2087.5)  La teologia può fissare, formulare, definire e dogmatizzare la fede, ma nella vita umana di Gesù la fede era personale, vivente, originale, spontanea e puramente spirituale. Questa fede non era né rispetto per la tradizione né una semplice credenza intellettuale da considerare come un credo sacro, ma piuttosto un’esperienza sublime ed una profonda convinzione che lo rassicuravano. La sua fede era così reale ed onnicomprensiva che spazzò via completamente qualsiasi dubbio spirituale e distrusse efficacemente ogni desiderio conflittuale. Niente fu in grado di strapparlo dall’ancoraggio spirituale di questa fede fervente, sublime ed intrepida. Anche di fronte all’apparente sconfitta, o nell’angoscia della delusione e di un dispiacere incombente, egli stava tranquillo nella presenza divina, libero da paure e pienamente cosciente della sua invincibilità spirituale. Gesù godeva dell’assicurazione tonificante di possedere una fede inflessibile, ed in ciascuna delle situazioni difficili della vita egli mostrò infallibilmente una fedeltà assoluta alla volontà del Padre. E questa fede superba non fu scossa nemmeno dalla minaccia crudele ed opprimente di una morte ignominiosa.
(2088.1)  In un genio religioso, una forte fede spirituale porta molto spesso direttamente ad un fanatismo disastroso, all’esagerazione dell’ego religioso, ma non fu così per Gesù. Nella sua vita pratica egli non fu influenzato sfavorevolmente dalla sua fede straordinaria e dal suo conseguimento spirituale, perché questa esaltazione spirituale era un’espressione totalmente inconscia e spontanea dell’anima nella sua esperienza personale con Dio.
(2088.2)  La fede spirituale ardente e indomabile di Gesù non divenne mai fanatica, perché essa non tentò mai d’imporsi ai suoi giudizi intellettuali ben equilibrati concernenti i valori proporzionali delle situazioni pratiche e ordinarie della vita sociale, economica e morale. Il Figlio dell’Uomo era una personalità umana splendidamente unificata; egli era un essere divino perfettamente dotato; era anche magnificamente coordinato quale essere umano e divino congiunto, funzionante sulla terra come un’unica personalità. Il Maestro coordinava sempre la fede dell’anima con le sagge valutazioni di un’esperienza matura. La fede personale, la speranza spirituale e la devozione morale erano sempre correlate in un’incomparabile unità religiosa, armoniosamente associata alla percezione acuta della realtà e della sacralità di tutte le fedeltà umane — onore personale, amore per la famiglia, obbligo religioso, dovere sociale e necessità economica.
(2088.3)  La fede di Gesù visualizzava tutti i valori spirituali che si possono trovare nel regno di Dio; per questo egli disse: “Cercate prima il regno dei cieli.” Gesù vedeva nella comunità avanzata e ideale del regno la realizzazione ed il compimento della “volontà di Dio”. L’essenza della preghiera che egli insegnò ai suoi discepoli era: “Venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà.” Avendo così concepito il regno come includente la volontà di Dio, egli si consacrò alla causa di realizzarlo con una stupefacente dimenticanza di sé ed un entusiasmo illimitato. Ma in tutta la sua intensa missione e per tutta la sua vita straordinaria non apparve mai l’accanimento del fanatico né l’esaltazione superficiale del religioso egocentrico.
(2088.4) Tutta la vita del Maestro fu costantemente condizionata da questa fede vivente, da questa sublime esperienza religiosa. Questo atteggiamento spirituale dominava totalmente i suoi pensieri ed i suoi sentimenti, le sue credenze e le sue preghiere, il suo insegnamento e la sua predicazione. Questa fede personale di un figlio nella certezza e nella sicurezza della guida e della protezione del Padre celeste conferì alla sua vita straordinaria un profondo contenuto di realtà spirituale. E tuttavia, malgrado questa profondissima coscienza di stretta relazione con la divinità, questo Galileo, Galileo di Dio, quando si rivolsero a lui chiamandolo Buon Maestro, replicò immediatamente: “Perché mi chiami buono?” Quando ci troviamo di fronte a questa splendida dimenticanza di sé, noi cominciamo a comprendere come il Padre Universale trovò possibile manifestarsi così pienamente a lui e rivelarsi tramite lui ai mortali dei regni.
(2088.5)  Gesù portò a Dio, come uomo del regno, la più grande di tutte le offerte: la consacrazione e la dedizione della propria volontà al maestoso servizio di fare la volontà divina. Gesù interpretò sempre e concretamente la religione totalmente in termini di volontà del Padre. Quando studiate la carriera del Maestro, per quanto concerne la preghiera od ogni altro aspetto della vita religiosa, non guardate tanto a ciò che ha insegnato ma a ciò che ha fatto. Gesù non pregò mai per dovere religioso. Per lui la preghiera era un’espressione sincera dell’atteggiamento spirituale, una dichiarazione della fedeltà dell’anima, un’esposizione della devozione personale, un’espressione di ringraziamento, un sottrarsi alla tensione emotiva, un prevenire il conflitto, un’esaltazione dell’intelletto, una nobilitazione del desiderio, una rivendicazione delle decisioni morali, un arricchimento del pensiero, un rinvigorimento delle inclinazioni superiori, una consacrazione dell’impulso, un chiarimento del punto di vista, una dichiarazione di fede, una resa trascendentale della volontà, un’affermazione sublime della fiducia, una rivelazione del coraggio, la proclamazione di una scoperta, una confessione della devozione suprema, la conferma della consacrazione, una tecnica per appianare le difficoltà e la mobilitazione potente dei poteri congiunti dell’anima per resistere a tutte le tendenze umane all’egoismo, al male e al peccato. Egli visse giusto una tale vita di devota consacrazione a fare la volontà di suo Padre e terminò la sua vita trionfalmente proprio con una tale preghiera. Il segreto della sua incomparabile vita religiosa era questa coscienza della presenza di Dio; ed egli la raggiunse mediante preghiere intelligenti ed un’adorazione sincera — una comunione ininterrotta con Dio — e non in virtù di direttive, di voci, di visioni o di pratiche religiose straordinarie.
(2089.1)  Nella vita terrena di Gesù la religione fu un’esperienza vivente, un movimento diretto e personale dalla venerazione spirituale alla rettitudine pratica. La fede di Gesù portò i frutti trascendenti dello spirito divino. La sua fede non era né immatura e credulona come quella di un bambino, ma sotto molti aspetti assomigliava alla candida fiducia della mente infantile. Gesù nutriva fiducia in Dio in modo molto simile a quella di un bambino verso un genitore. Egli aveva una fiducia profonda nell’universo — una fiducia come quella che il bambino ha per il suo ambiente familiare. La fede sincera di Gesù nella bontà fondamentale dell’universo assomigliava moltissimo alla fiducia di un bambino nella sicurezza del suo ambiente terreno. Egli dipendeva dal Padre celeste come un bimbo si appoggia ai suoi genitori terreni, e la sua fede fervente non dubitò mai per un solo istante della certezza che il Padre celeste vegliasse su di lui. Egli non fu seriamente turbato da paure, da dubbi e da scetticismo. La non credenza non inibiva l’espressione libera ed originale della sua vita. Egli sommava il coraggio fermo ed intelligente di un uomo maturo con l’ottimismo sincero e fiducioso di un bambino che crede. La sua fede era cresciuta ad un tale grado di fiducia da essere priva di paura.
(2089.2)  La fede di Gesù raggiungeva la purezza della fiducia di un bambino. La sua fede era così assoluta e priva di dubbi che rispondeva al fascino del contatto con i suoi simili e alle meraviglie dell’universo. Il suo senso di dipendenza dal divino era così completo e fiducioso da procurargli la gioia e l’assicurazione di una sicurezza personale assoluta. Non c’era finzione esitante nella sua esperienza religiosa. In questo intelletto gigante di uomo maturo la fede del bambino regnava suprema in tutte le materie concernenti la coscienza religiosa. Non è strano che egli abbia detto una volta: “Se non divenite come bambini non entrerete nel regno.” Benché la fede di Gesù fosse simile a quella di un bambino, non era in alcun senso infantile.
(2089.3)  Gesù non chiede ai suoi discepoli di credere in lui, ma piuttosto di credere con lui, di credere nella realtà dell’amore di Dio e di accettare con piena fiducia la sicurezza dell’assicurazione della filiazione con il Padre celeste. Il Maestro desidera che tutti i suoi seguaci condividano pienamente la sua fede trascendente. Nel modo più toccante Gesù sfidò i suoi discepoli, non solo a credere a ciò che egli credeva, ma anche a credere come egli credeva. Questo è il pieno significato del suo unico comandamento supremo: “Seguimi.”
(2090.1)  La vita terrena di Gesù fu consacrata ad un solo grande proposito — fare la volontà del Padre, vivere la vita umana religiosamente e con fede. La fede di Gesù era fiduciosa, come quella di un bambino, ma era totalmente libera da presunzione. Egli prese decisioni ferme e virili, affrontò coraggiosamente molteplici delusioni, superò risolutamente difficoltà straordinarie e fece fronte senza cedimenti alle severe esigenze del dovere. Ci voleva una forte volontà ed una fiducia inesauribile per credere a ciò che Gesù credeva e come egli credeva.

La devozione di Gesù alla volontà del Padre e al servizio dell’uomo era più che una decisione mortale e una determinazione umana; era una consacrazione sincera di se stesso a questa effusione d’amore incondizionata. Per quanto grande sia il fatto della sovranità di Micael, non si deve separare il Gesù umano dagli uomini. Il Maestro è asceso al cielo come uomo così come Dio; egli appartiene agli uomini; gli uomini appartengono a lui. Che peccato che la religione stessa sia così male interpretata da allontanare il Gesù umano dai mortali che si dibattono! Non fate che le discussioni sull’umanità o sulla divinità del Cristo oscurino la verità salvifica che Gesù di Nazaret era un uomo religioso che, per mezzo della fede, giunse a conoscere e a fare la volontà di Dio; egli fu veramente l’uomo più religioso che sia mai vissuto su Urantia.
(2090.3)  I tempi sono maturi per assistere alla risurrezione simbolica del Gesù umano dalla tomba delle tradizioni teologiche e dei dogmi religiosi di diciannove secoli. Gesù di Nazaret non deve più essere sacrificato nemmeno allo splendido concetto del Cristo glorificato. Quale servizio trascendente se, grazie a questa rivelazione, il Figlio dell’Uomo potesse essere recuperato dalla tomba della teologia tradizionale ed essere presentato come il Gesù vivente alla Chiesa che porta il suo nome e a tutte le altre religioni! La comunità cristiana dei credenti non esiterebbe certamente a fare i dovuti aggiustamenti di fede e di pratiche di vita in modo da poter “seguire” il Maestro nella dimostrazione della sua vita reale di devozione religiosa a fare la volontà di suo Padre e di consacrazione al servizio disinteressato degli uomini. I presunti Cristiani temono di svelare un’associazione supponente e non consacrata di rispettabilità sociale e di egoistico cattivo aggiustamento economico? Il Cristianesimo istituzionale teme che sia messa in pericolo, od anche rovesciata, l’autorità ecclesiastica tradizionale se il Gesù di Galilea viene ristabilito nella mente e nell’anima degli uomini mortali come l’ideale della vita religiosa personale? In verità, i raggiustamenti sociali, le trasformazioni economiche, le rigenerazioni morali e le revisioni religiose della civiltà cristiana sarebbero drastici e rivoluzionari se la religione vivente di Gesù soppiantasse improvvisamente la religione teologica a proposito di Gesù.



(2090.4)  “Seguire Gesù” significa condividere personalmente la sua fede religiosa ed entrare nello spirito della vita del Maestro di servizio disinteressato verso l’uomo. Una delle cose più importanti della vita umana è scoprire ciò che Gesù credeva, scoprire i suoi ideali e sforzarsi di raggiungere lo scopo elevato della sua vita. Di tutta la conoscenza umana, ciò che è di maggior valore è conoscere la vita religiosa di Gesù ed il modo in cui egli l’ha vissuta.
(2090.5)  Le persone del popolo ascoltano Gesù con gioia, ed esse risponderanno di nuovo alla presentazione della sua vita umana sincera di motivazione religiosa consacrata, se tali verità saranno proclamate di nuovo al mondo. Il popolo lo ascolta volentieri perché egli era uno di loro, un laico senza pretese; il più grande maestro religioso del mondo era in verità un laico.
(2091.1)  L’aspirazione dei credenti al regno non dovrebbe essere quella d’imitare alla lettera la vita esteriore di Gesù nella carne, ma piuttosto di condividere la sua fede; di avere fiducia in Dio come egli aveva fiducia in Dio e di credere negli uomini come egli credeva negli uomini. Gesù non argomentò mai sulla paternità di Dio o sulla fratellanza degli uomini; egli era un’illustrazione vivente dell’una ed una manifestazione profonda dell’altra.
(2091.2)  Come gli uomini devono progredire dalla coscienza dell’umano alla realizzazione del divino, così Gesù ascese dalla natura dell’uomo alla coscienza della natura di Dio. Ed il Maestro effettuò questa grande ascesa dall’umano al divino mediante il compimento congiunto della fede del suo intelletto mortale e degli atti del suo Aggiustatore interiore. La realizzazione del fatto del raggiungimento della totalità di divinità (in ogni momento pienamente cosciente della realtà della sua umanità) avvenne attraverso sette stadi di coscienza per fede della sua divinizzazione progressiva. Questi stadi di autorealizzazione progressiva furono segnati dai seguenti avvenimenti straordinari nell’esperienza di conferimento del Maestro:
(2091.3)  1. L’arrivo dell’Aggiustatore di Pensiero.(2091.4)  2. Il messaggero di Emanuele che gli apparve a Gerusalemme quando egli aveva circa dodici anni.(2091.5)  3. Le manifestazioni che accompagnarono il suo battesimo.(2091.6)  4. Le esperienze sul Monte della Trasfigurazione.(2091.7)  5. La risurrezione morontiale.(2091.8) 6. L’ascensione in spirito.(2091.9) 7. L’abbraccio finale del Padre del Paradiso, che gli conferiva la sovranità illimitata sul suo universo.

Un giorno una riforma nella Chiesa cristiana potrà incidere abbastanza a fondo da ricondurre agli insegnamenti religiosi non adulterati di Gesù, l’autore ed il rifinitore della nostra fede. Si può predicare una religione a proposito di Gesù, ma, necessariamente, si deve vivere la religione di Gesù. Nell’entusiasmo della Pentecoste, Pietro diede avvio senza volerlo ad una nuova religione, la religione del Cristo risorto e glorificato. L’apostolo Paolo trasformò più tardi questo nuovo vangelo nel Cristianesimo, una religione che incorpora i suoi punti di vista teologici e descrive la sua esperienza personale con il Gesù della strada di Damasco. Il vangelo del regno è fondato sull’esperienza religiosa personale del Gesù di Galilea; il Cristianesimo è fondato quasi esclusivamente sull’esperienza religiosa personale dell’apostolo Paolo. Quasi tutto il Nuovo Testamento è consacrato non alla descrizione della vita religiosa significativa ed ispirante di Gesù, ma alla disamina dell’esperienza religiosa di Paolo e alla descrizione delle sue convinzioni religiose personali. Le sole eccezioni di rilievo a questa affermazione, salvo alcune parti di Matteo, di Marco e di Luca, sono il Libro degli Ebrei e l’Epistola di Giacomo. Anche Pietro, nei suoi scritti, solo una volta è tornato sulla vita religiosa personale del suo Maestro. Il Nuovo Testamento è un superbo documento cristiano, ma riflette scarsamente la religione di Gesù.
(2091.11)  La vita di Gesù nella carne descrive una crescita religiosa trascendente dalle idee iniziali di primitivo timore reverenziale e di rispetto umano, passando per gli anni di comunione spirituale personale, sino ad arrivare infine a quello status avanzato ed esaltato della coscienza della sua unità con il Padre. E così, in una sola breve vita, Gesù passò per quell’esperienza di progressione spirituale religiosa che l’uomo inizia sulla terra e completa generalmente solo alla conclusione del suo lungo soggiorno nelle scuole di formazione spirituale dei livelli successivi della carriera preparadisiaca. Gesù progredì da una coscienza puramente umana delle certezze della fede di un’esperienza religiosa personale, fino alle altezze spirituali sublimi della realizzazione positiva della sua natura divina e fino alla coscienza della sua stretta associazione con il Padre Universale nell’amministrazione di un universo. Egli progredì dall’umile status di dipendenza mortale, che lo indusse a dire spontaneamente a colui che l’aveva chiamato Buon Maestro, “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio”, fino a quella sublime coscienza del raggiungimento della divinità che lo portò ad esclamare: “Chi di voi mi convince di peccato?” E questa ascesa progressiva dall’umano al divino fu un compimento esclusivamente mortale. E quando egli ebbe raggiunto così la divinità, era ancora lo stesso Gesù umano, il Figlio dell’Uomo così come il Figlio di Dio.
(2092.1)  Marco, Matteo e Luca conservano qualcosa del ritratto del Gesù umano, quale s’impegnò nella superba lotta per conoscere la volontà divina e per compiere quella volontà. Giovanni presenta un ritratto del Gesù trionfante, quale egli fu sulla terra nella piena coscienza della sua divinità. Il grande errore commesso da coloro che hanno studiato la vita del Maestro è che alcuni l’hanno concepito come interamente umano, mentre altri l’hanno immaginato come soltanto divino. Durante tutta la sua esperienza egli fu veramente sia umano che divino, come egli è ancora.
(2092.2)  Ma il più grande errore commesso fu che, mentre il Gesù umano era riconosciuto come avente una religione, il Gesù divino (Cristo) divenne una religione quasi dall’oggi al domani. Il Cristianesimo di Paolo assicurò l’adorazione del Cristo divino, ma perse di vista quasi completamente il valoroso e combattente Gesù umano di Galilea, il quale, mediante il valore della sua fede religiosa personale e l’eroismo del suo Aggiustatore interiore, ascese dai livelli più bassi dell’umanità per divenire uno con la divinità, divenendo così la via nuova e vivente per la quale tutti i mortali possono ascendere allo stesso modo dall’umanità alla divinità. In tutti gli stadi di spiritualità e su tutti i mondi, i mortali possono trovare nella vita personale di Gesù ciò che li fortificherà e li ispirerà mentre progrediscono dai livelli spirituali più bassi ai valori divini più elevati, dall’inizio sino alla fine di tutta l’esperienza religiosa personale.
(2092.3)  All’epoca in cui fu scritto il Nuovo Testamento, gli autori non solo credevano molto profondamente nella divinità del Cristo risorto, ma credevano anche devotamente e sinceramente nel suo ritorno immediato sulla terra per completare il regno dei cieli. Questa fede solida nel ritorno immediato del Signore contribuì molto alla tendenza di omettere negli scritti quei riferimenti che descrivevano le esperienze e gli attributi puramente umani del Maestro. L’intero movimento cristiano tese ad allontanarsi dal ritratto umano di Gesù di Nazaret per orientarsi verso l’esaltazione del Cristo risorto, il Signore Gesù Cristo glorificato che sarebbe presto tornato.
(2092.4)  Gesù fondò la religione dell’esperienza personale facendo la volontà di Dio e servendo la fratellanza umana; Paolo fondò una religione in cui il Gesù glorificato diveniva l’oggetto di adorazione e la fratellanza era costituita dai credenti nel Cristo divino. Nel conferimento di Gesù questi due concetti erano potenziali nella sua vita divina-umana, ed è veramente un peccato che i suoi seguaci non siano riusciti a creare una religione unificata che avesse dato un riconoscimento appropriato sia alla natura umana che alla natura divina del Maestro, quali erano inseparabilmente legate nella sua vita terrena e così gloriosamente espresse nel vangelo originale del regno.
(2093.1) Voi non sareste né sorpresi né turbati da nessuna delle forti dichiarazioni di Gesù se soltanto ricordaste che egli era l’uomo religioso più sincero e devoto del mondo. Egli era un mortale interamente consacrato, dedito senza riserve a fare la volontà di suo Padre. Molte delle sue affermazioni apparentemente dure erano più una professione personale di fede e un pegno di devozione che dei comandi ai suoi discepoli. E furono queste stesse unità di proposito e devozione disinteressata che gli consentirono di compiere in una sola breve vita tali progressi straordinari nella conquista della mente umana. Molte delle sue dichiarazioni dovrebbero essere considerate come una confessione di ciò che egli esigeva da se stesso piuttosto di ciò che richiedeva da tutti i suoi discepoli. Nella sua devozione alla causa del regno Gesù bruciò tutti i ponti dietro di lui; sacrificò tutto ciò che gli impediva di fare la volontà di suo Padre.
(2093.2)  Gesù benediceva i poveri perché erano solitamente sinceri e devoti; condannava i ricchi perché erano solitamente licenziosi ed irreligiosi. Egli condannava egualmente il povero irreligioso e lodava il ricco consacrato e devoto.
(2093.3)  Gesù portò gli uomini a sentirsi a casa loro nel mondo; li liberò dalla schiavitù dei tabù ed insegnò loro che il mondo non era fondamentalmente cattivo. Egli non anelava a fuggire dalla sua vita terrena; mentre era nella carne s’impadronì di una tecnica per compiere in modo soddisfacente la volontà del Padre. Egli raggiunse una vita religiosa idealistica in mezzo ad un mondo realistico. Gesù non condivideva la visione pessimistica di Paolo sull’umanità. Il Maestro considerava gli uomini come figli di Dio e prevedeva un futuro eterno e stupendo per coloro che avessero scelto di sopravvivere. Egli non era uno scettico morale; guardava agli uomini positivamente, non negativamente. Egli considerava la maggior parte degli uomini deboli piuttosto che cattivi, più sviati che depravati. Ma qualunque fosse il loro status, essi erano tutti figli di Dio e suoi fratelli.
(2093.4)  Egli insegnò agli uomini ad attribuire un alto valore a se stessi nel tempo e nell’eternità. A causa di questa alta stima che Gesù aveva degli uomini, era pronto a porsi al servizio ininterrotto dell’umanità. E fu questo valore infinito del finito che fece della regola d’oro un fattore essenziale della sua religione. Quale mortale può non essere elevato dalla fede straordinaria che Gesù ha in lui?
(2093.5)  Gesù non offrì delle regole per il progresso sociale; la sua era una missione religiosa, e la religione è un’esperienza esclusivamente individuale. Lo scopo ultimo del compimento più avanzato della società non può mai sperare di trascendere la fratellanza degli uomini basata sul riconoscimento della paternità di Dio insegnata da Gesù. L’ideale di ogni conseguimento sociale può essere realizzato soltanto dalla venuta di questo regno divino.
L’esperienza religiosa spirituale personale risolve efficacemente la maggior parte delle difficoltà mortali; essa seleziona, valuta ed aggiusta efficacemente tutti i problemi umani. La religione non rimuove né distrugge le difficoltà umane, ma le dissolve, le assorbe, le illumina e le trascende. La vera religione unifica la personalità per un efficace aggiustamento a tutte le necessità mortali. La fede religiosa — la guida positiva della presenza interiore divina — consente infallibilmente all’uomo che conosce Dio di gettare un ponte sull’abisso esistente tra la logica intellettuale che riconosce la Causa Prima Universale come Essa e quelle affermazioni positive dell’anima che dichiarano che questa Causa Prima è Lui, il Padre celeste del vangelo di Gesù, il Dio personale della salvezza umana.
(2094.1)  Vi sono esattamente tre elementi nella realtà universale: il fatto, l’idea e la relazione. La coscienza religiosa identifica queste realtà come scienza, filosofia e verità. La filosofia sarebbe incline a considerare queste attività come ragione, saggezza e fede — realtà fisica, realtà intellettuale e realtà spirituale. Noi siamo soliti designare queste realtà come cosa, significato e valore.
(2094.2)  La comprensione progressiva della realtà equivale ad avvicinarsi a Dio. La scoperta di Dio, la coscienza dell’identità con la realtà, equivale a fare l’esperienza del completamento di sé — dell’interezza di sé, della totalità di sé. Sperimentare la realtà totale è la piena realizzazione di Dio, la finalità dell’esperienza di conoscere Dio.
(2094.3)  La somma totale della vita umana è la conoscenza che l’uomo è educato dai fatti, nobilitato dalla saggezza e salvato — giustificato — dalla fede religiosa.
(2094.4) La certezza fisica consiste nella logica della scienza; la certezza morale, nella saggezza della filosofia; la certezza spirituale, nella verità dell’esperienza religiosa autentica.
(2094.5)  La mente dell’uomo può raggiungere dei livelli elevati d’intuizione spirituale e sfere corrispondenti di divinità dei valori perché essa non è interamente materiale. C’è un nucleo spirituale nella mente dell’uomo — l’Aggiustatore della presenza divina. Vi sono tre prove distinte che questo spirito dimora nella mente umana:



(2094.6)  1. La comunione umanitaria — l’amore. La mente puramente animale può essere gregaria per proteggersi, ma soltanto l’intelletto abitato dallo spirito è disinteressatamente altruista ed incondizionatamente amorevole.
(2094.7)  2. L’interpretazione dell’universo — la saggezza. Solo la mente abitata dallo spirito può comprendere che l’universo è benevolo nei confronti dell’individuo.
(2094.8)  3. La valutazione spirituale della vita — l’adorazione. Solo l’uomo abitato dallo spirito può realizzare la presenza divina e cercare di raggiungere un’esperienza più completa in questo anticipo di divinità, e con esso.
(2094.9)  La mente umana non crea valori reali; l’esperienza umana non produce la percezione dell’universo. Per ciò che concerne la percezione, il riconoscimento di valori morali e il discernimento di significati spirituali, tutto ciò che la mente umana può fare è scoprire, riconoscere, interpretare e scegliere.
(2094.10)  I valori morali dell’universo divengono acquisizioni intellettuali mediante l’esercizio dei tre giudizi, o scelte, fondamentali della mente mortale:
(2094.11)  1. Il giudizio di sé — la scelta morale.(2094.12)  2. Il giudizio sociale — la scelta etica.(2094.13)  3. Il giudizio di Dio — la scelta religiosa.
(2094.14)  In tal modo risulta che ogni progresso umano avviene mediante una tecnica congiunta di evoluzione-rivelazione.
(2094.15)  Se un amante divino non vivesse nell’uomo, questi non potrebbe amare disinteressatamente e spiritualmente. Se un interprete non vivesse nella sua mente, l’uomo non potrebbe realizzare veramente l’unità dell’universo. Se un valutatore non dimorasse nell’uomo, non gli sarebbe possibile apprezzare i valori morali e riconoscere i significati spirituali. E questo amante viene dalla fonte stessa dell’amore infinito; questo interprete è parte dell’Unità Universale; questo valutatore è il figlio della Sorgente e Centro di tutti i valori assoluti della realtà divina ed eterna.
(2095.1)  La valutazione morale con un significato religioso — l’intuizione spirituale — implica la scelta dell’individuo tra il bene ed il male, tra la verità e l’errore, tra il materiale e lo spirituale, tra l’umano e il divino, tra il tempo e l’eternità. La sopravvivenza umana dipende in gran parte dalla consacrazione della volontà umana a scegliere quei valori vagliati da questo selezionatore dei valori spirituali — l’interprete e l’unificatore interiore. L’esperienza religiosa personale consiste in due fasi: la scoperta nella mente umana e la rivelazione da parte dello spirito divino interiore. Per eccessiva sofisticheria o a seguito della condotta irreligiosa di persone che si professano religiose, un uomo, od anche una generazione di uomini, possono scegliere di sospendere i loro sforzi per scoprire il Dio che dimora in loro; possono cessare di progredire nella rivelazione divina e di raggiungerla. Ma tali atteggiamenti di non progressione spirituale non possono persistere a lungo a causa della presenza e dell’influenza degli Aggiustatori di Pensiero interiori.
(2095.2)  Questa profonda esperienza della realtà della presenza divina interiore trascende per sempre la rozza tecnica materialistica delle scienze fisiche. Non si può mettere la gioia spirituale sotto un microscopio; non si può pesare l’amore su una bilancia; non si possono misurare i valori morali; né si può stimare la qualità dell’adorazione spirituale.
(2095.3)  Gli Ebrei avevano una religione di sublimità morale; i Greci evoluzionarono una religione di bellezza; Paolo ed i suoi confratelli fondarono una religione di fede, di speranza e di carità. Gesù rivelò ed esemplificò una religione d’amore: la sicurezza nell’amore del Padre, con la gioia e la soddisfazione risultanti dal condividere questo amore nel servizio della fratellanza umana.
(2095.4)  Ogni volta che un uomo fa una scelta morale meditata, fa immediatamente l’esperienza di una nuova invasione divina della sua anima. La scelta morale costituisce la religione come motivo di risposta interiore alle condizioni esteriori. Ma una tale vera religione non è un’esperienza puramente soggettiva. Essa significa che l’insieme della soggettività dell’individuo è impegnato in una risposta significativa ed intelligente all’obiettività totale — all’universo e al suo Autore.
(2095.5)  L’esperienza squisita e trascendente di amare e di essere amati non è soltanto un’illusione psichica perché è così puramente soggettiva. La sola realtà veramente divina e realmente oggettiva che è associata agli esseri mortali, l’Aggiustatore di Pensiero, funziona all’osservazione umana apparentemente come un fenomeno esclusivamente soggettivo. Il contatto dell’uomo con la realtà oggettiva più elevata, Dio, avviene soltanto attraverso l’esperienza puramente soggettiva di conoscerlo, di adorarlo e di realizzare la filiazione con lui.
(2095.6)  La vera adorazione religiosa non è un monologo futile di autoillusione. L’adorazione è una comunione personale con ciò che è divinamente reale, con ciò che è la fonte stessa della realtà. Per mezzo dell’adorazione l’uomo aspira ad essere migliore e a raggiungere così alla fine il meglio.
(2095.7)  L’idealizzazione della verità, della bellezza e della bontà, ed il tentativo di servirle, non è un sostituto dell’esperienza religiosa autentica — la realtà spirituale. La psicologia e l’idealismo non sono l’equivalente della realtà religiosa. Le proiezioni dell’intelletto umano possono in verità originare dei falsi dei — degli dei ad immagine dell’uomo — ma la vera coscienza di Dio non ha una tale origine. La coscienza di Dio risiede nello spirito interiore. Molti dei sistemi religiosi dell’uomo provengono dalle formulazioni dell’intelletto umano, ma la coscienza di Dio non è necessariamente una parte di questi grotteschi sistemi di schiavitù religiosa.
(2095.8)  Dio non è la semplice invenzione dell’idealismo dell’uomo; egli è la fonte stessa di tutti questi valori e percezioni superanimali. Dio non è un’ipotesi formulata per unificare i concetti umani della verità, della bellezza e della bontà; egli è la personalità d’amore da cui derivano tutte queste manifestazioni dell’universo. La verità, la bellezza e la bontà del mondo degli uomini sono unificate dalla spiritualità crescente dell’esperienza dei mortali che si elevano verso le realtà del Paradiso. L’unità della verità, della bellezza e della bontà può essere realizzata soltanto nell’esperienza spirituale della personalità che conosce Dio.
(2096.1) La moralità è il terreno essenziale preesistente della coscienza personale di Dio, della realizzazione personale della presenza interiore dell’Aggiustatore, ma tale moralità non è la fonte dell’esperienza religiosa e l’intuizione spirituale che ne risulta. La natura morale è superanimale, ma subspirituale. La moralità equivale al riconoscimento del dovere, alla realizzazione dell’esistenza del bene e del male. La zona morale s’interpone tra il tipo di mente animale e quello umano, come la morontia funziona tra la sfera materiale e quella spirituale di compimento della personalità.
(2096.2) La mente evoluzionaria è capace di scoprire la legge, la morale e l’etica; ma lo spirito conferito, l’Aggiustatore interiore, rivela alla mente umana in evoluzione il legislatore, il Padre-sorgente di tutto ciò che è vero, bello e buono; ed un tale uomo illuminato ha una religione ed è spiritualmente dotato per iniziare la lunga ed avventurosa ricerca di Dio.
(2096.3)  La moralità non è necessariamente spirituale; essa può essere interamente e puramente umana, benché la vera religione elevi tutti i valori morali e li renda più significativi. La moralità senza religione non riesce a rivelare la bontà ultima, né riesce ad assicurare la sopravvivenza nemmeno ai propri valori morali. La religione favorisce l’elevazione, la glorificazione, ed assicura la sopravvivenza di tutto ciò che la moralità riconosce ed approva.
(2096.4)  La religione sta sopra alla scienza, all’arte, alla filosofia, all’etica e alla morale, ma non è indipendente da esse. Esse sono tutte indissolubilmente interrelate nell’esperienza umana, personale e sociale. La religione è l’esperienza suprema dell’uomo nella sua natura mortale, ma il linguaggio finito rende per sempre impossibile alla teologia descrivere in maniera adeguata la vera esperienza religiosa.
(2096.5)  La percezione religiosa possiede il potere di trasformare una sconfitta in desideri superiori ed in nuove determinazioni. L’amore è la motivazione più elevata che l’uomo possa utilizzare nella sua ascensione nell’universo. Ma l’amore, quando è spogliato della verità, della bellezza e della bontà, è soltanto un sentimento, una deformazione filosofica, un’illusione psichica e un inganno spirituale. L’amore deve sempre essere ridefinito su livelli successivi di progressione morontiale e spirituale.
(2096.6)  L’arte ha origine dal tentativo dell’uomo di sfuggire alla mancanza di bellezza nel suo ambiente materiale; è un gesto verso il livello morontiale. La scienza è lo sforzo dell’uomo per risolvere gli enigmi apparenti dell’universo materiale. La filosofia è il tentativo dell’uomo di unificare l’esperienza umana. La religione è il gesto supremo dell’uomo, la sua magnifica tensione verso la realtà finale, la sua determinazione a trovare Dio e ad essere simile a lui.
(2096.7)  Nel regno dell’esperienza religiosa, la possibilità spirituale è una realtà potenziale. La spinta in avanti spirituale dell’uomo non è un’illusione psichica. Tutto il favoleggiare dell’uomo sull’universo può non corrispondere a dei fatti, ma molto, moltissimo, è verità.
(2096.8)  La vita di alcuni uomini è troppo grande e nobile per abbassarsi al livello di una semplice riuscita. L’animale deve adattarsi all’ambiente, ma l’uomo religioso trascende il suo ambiente ed in questo modo sfugge ai limiti del mondo materiale presente per mezzo di questa percezione dell’amore divino. Questo concetto dell’amore ingenera nell’anima dell’uomo quello sforzo superanimale per trovare la verità, la bellezza e la bontà; e quando le trova, egli è glorificato nel loro abbraccio; è consumato dal desiderio di viverle, di agire rettamente.
(2097.1)  Non scoraggiatevi; l’evoluzione umana sta ancora progredendo e la rivelazione di Dio al mondo, in Gesù e per mezzo di Gesù, non mancherà.
(2097.2)  La grande sfida per l’uomo moderno è di giungere ad una comunicazione migliore con il Monitore divino che dimora nella mente umana. La più grande avventura dell’uomo nella carne consiste nello sforzo ben equilibrato e sensato di avanzare oltre i confini dell’autocoscienza attraverso i regni indistinti della coscienza embrionale dell’anima, in uno sforzo sincero di raggiungere la zona di confine della coscienza dello spirito — il contatto con la presenza divina. Una tale esperienza costituisce la coscienza di Dio, un’esperienza che conferma potentemente la verità preesistente dell’esperienza religiosa di conoscere Dio. Questa coscienza dello spirito equivale alla coscienza della realtà della filiazione con Dio. Altrimenti, l’assicurazione della filiazione è l’esperienza della fede.
(2097.3) E la coscienza di Dio equivale all’integrazione del sé con l’universo e sui suoi livelli più elevati della realtà spirituale. Solo il contenuto spirituale di un valore qualunque è imperituro. Anche ciò che è vero, bello e buono può non perire nell’esperienza umana. Se l’uomo non sceglie di sopravvivere, allora l’Aggiustatore sopravvivente conserva quelle realtà nate dell’amore e nutrite nel servizio. E tutte queste cose sono parte del Padre Universale. Il Padre è amore vivente, e questa vita del Padre è nei suoi Figli. E lo spirito del Padre è nei figli dei suoi Figli — negli uomini mortali. Quando tutto è detto e fatto, l’idea di Padre è ancora il concetto umano più elevato di Dio.

Storia di un uomo-Dio

Gesù di Nazareth è un "caso" assolutamente singolare.
Chi è cristiano, cioè "di Cristo", non può non crescere nella sua comprensione. Il compito di capire chi è Cristo è, per i credenti,
doveroso, inesauribile, gratificante.La ricerca deve partire dalla storia perché deve essere condivisibile da chiunque voglia cercare la verità senza pregiudizi, per approdare alla teologia, supponendo in questo caso la fede.
Di Gesù direttamente non abbiamo nulla: né ritratti, né autobiografie.
Tutto ciò che di lui sappiamo è mediato, veicolato, da testimoni che hanno visto, udito, toccato.
Di Gesù si può dunque fare una ricostruzione approssimativa: la verità su di lui, va sempre al di là di ogni nostra volontà di identificazione. Nonostante ciò, però, attraverso i documenti che possediamo su di lui, possiamo fare un identikit abbastanza sicuro di lui.
Partiamo dai Vangeli, e lì ci fermiamo, escludendo volontariamente e gli autori pagani (Tacito, Sallustio, Plinio, Seneca, ecc.) ed ebrei (Giuseppe Flavio), perché riportano testimonianze indirette su Gesù; e i Vangeli apocrifi, perché non sono attendibili.
L'augurio è che tutti alla fine possano arrivare a proclamare con la lingua e testimoniare con la vita che: "Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio" e avere la vita nel suo nome (cfr Gv
20,31).
L'aspetto esteriore
Partiamo per la nostra indagine su Gesù dall'aspetto esteriore, da ciò che era più percepibile (osservabile) da parte di chi lo incontrava per le strade della Palestina. Come andava vestito?
Da quello che i Vangeli ci dicono, andava vestito bene! Il suo abito non è quello di Giovanni il Battista (veste di peli di cammello con una cintura di pelle ai fianchi) ma quello degli ebrei osservanti e dei notabili: portava una tunica abbastanza preziosa, i soldati, infatti, sotto la croce, non se la sentono di dividerla (cfr Gv 19,23-24) e il mantello dei rabbini con le frange (cfr Mt 9,20-22).
Come lo si chiama?
Ci si rivolge a lui col titolo di "Signore e Maestro" (cfr Mt 8,6.8; 15, 22-28; 22,16.24.36), e lui non rifiuta questi titoli onorevoli, anzi ne dichiara la pertinenza: "Voi mi chiamate Signore e Maestro e fate bene, perché lo sono" (Gv 13,13).
Chi frequenta?
La sua signorilità gli consente di essere invitato in case di persone socialmente ragguardevoli (Mt 9,10; Lc 5,29; 7,36-50; 11,37; 14,1; 15,1-2), ma non disdegna di parlare con gli umili e insegnare partendo dalla loro esperienza (cfr. le parabole: pescatori, pastori, casalinghe, ecc.). Sembra che gli sventurati e gli oppressi siano l'oggetto delle sue attenzioni: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11,28).
Dove abita?
In Galilea, a Cafarnao, abitualmente dimora presso S. Pietro (Mc 1,29-35; 2,1-2). A Betania presso i suoi amici: Lazzaro, Marta e Maria (Lc 10,38-42). Anche all'estero, in Fenicia, ha dove abitare (Mc 7,24). Il famoso detto: "Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo" (Mt 8,20), va intesa come espressione rivolta a coloro che vogliono seguire Cristo in uno stato di compromesso col benessere borghese della vita.
Era di buona salute?
Sempre nei Vangeli Gesù ci appare di buona salute. Resistente alla fatica e agli strapazzi. Ama cominciare prestissimo la giornata (Mc 1,35), alle volte veglia per tutta la notte (Lc 6,12), sopporta lo stress (Mc 3,20; 6,31).
Gesù era un formidabile camminatore: ha percorso tutta la Palestina in lungo e in largo varie volte!
Era bello o brutto?
Probabilmente era avvenente. Luca (11,27-28) ci narra che una donna fa gli elogi alla madre che aveva partorito un uomo di tale fascino e Gesù la invita a più pertinente attenzione non tanto alla sua apparenza quanto alla parola di Dio che predica.
Tuttavia c'è un elemento che non sfugge alla considerazione, essendo questo lo specchio dell'anima: l'occhio (Mt 6,22). I Vangeli riportano il guardare di Gesù, come guardare intorno:
periblépesthe guardare in alto: anablépein e guardare dentro: emblépein.
Il guardare intorno indica tanti atteggiamenti di Gesù: affetto verso i discepoli(Mc 3,34), sdegno (Mc 3,5 e 11,11). Il guardare in alto indica l'atteggiamento della preghiera (Mc 6,41 e 7,34). Il guardare dentro invece indica lo scrutare i cuori e i pensieri (Lc 17,18; Mc 10,21) e soprattutto lo sguardo che segna per sempre S. Pietro. (Gv 1,41 e Lc 22,61-62).

La psicologia di Gesù
I Vangeli anche su questo punto ci rivelano, attraverso varie testimonianze, i pensieri, la mentalità, gli affetti, i sentimenti, il temperamento, lo stile espressivo e comportamentale di Gesù di Nazareth.
  • Grande chiarezza di idee: Non usa mai formule dubitative: forse, mi sembra, può darsi.
  • Attenzione alla realtà umana: Gesù è un grande osservatore del quotidiano (cfr Lc 7,32: i bambini che suonano e cantano, il vicino scocciatore, la donna che spazza la casa alla ricerca del denaro perduto, la partoriente che prima grida e poi è nella gioia, i banchieri che offrono un interesse sul capitale loro affidato, i braccianti disoccupati, la casalinga che prepara la farina col lievito per il pane, ecc.)
  • Forte volontà: "Si diresse decisamente verso Gerusalemme" (Lc 9,15). Egli cammina dinanzi ai suoi discepoli, senza titubanza (Mc 10,32).
  • E' libero di fronte ai parenti e oppositori: tanto libero che lo credono pazzo (Mc 3,21). E' libero dinanzi all'autorità: "II Padre mio lavora sempre e anch' io lavoro" (Gv 5,17). Egli riconosce l'autorità costituita, sia religiosa che politica, ma non ha timori reverenziali nei suoi confronti. Basti pensare ai "Guai!" rivolti ai farisei e scribi (Mt 23,32), all'epiteto dato ad Erode: "volpe" (Lc 13,32) e al riconoscimento che i farisei e gli erodiani gli rivolgono: "Maestro sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia gli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio" (Mc 12,14).
  • È libero dagli amici: Il caso più clamoroso è quello di Pietro, lo chiama satana, (Mt 16,21).
  • È libero dai giudizi altrui: Non si preoccupa dei giudizi malevoli (Mt 11,19). Si direbbe che ritiene valido anche per se l'ammonimento che ha rivolto agli altri: "Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi" (Lc 6,26).
  • È sensibile e compassionevole: Sente tristezza e rabbia per la durezza del cuore dei suoi contemporanei (Mc 3,16). Sente compassione per la sventura della vedova di Nain (Lc 7,13), o per i ciechi di Gerico (Mt 20,34), o per la folla affamata (Mc 8,1) e sbandata come pecore senza pastore (Mc 6,34).
  • È amico. Gli Apostoli sono i suoi amici (Gv 15,5). Si preoccupa per loro quando li vede stanchi: '"Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un pò" (Mc 6,31).Ha la predilezione per tre di essi: Pietro, Giacomo e Giovanni e li vuole con se nell'ora della luce (Mc 9,28) e nell'ora delle tenebre (Mc 14,32). Più di tutti ama Giovanni (il discepolo che Gesù amava in assoluto: Gv 13,23; 19,5; 20,2; 21,7.20). E' inoltre amico di Lazzaro e delle sorelle (Gv 11,5).
  • Non si vergogna dei bambini e delle donne. E' nota l'amabilità di Gesù verso i bambini (Mc 10,13-16) ed è manifesta la gentilezza d'animo verso le donne. Salva dalla lapidazione l'adultera (Gv 8, 1-11). Loda la prostituta che gli unge i piedi (Lc 7,36-50). Parla con libertà con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, tanto che i discepoli sono meravigliati che parlasse con una donna (Gv 4,27).
  • Dominio di se. E' tranquillo e impavido nel bel mezzo di una tempesta (Mc 4, 35- 41) e quando lo vogliono scaraventare giù dal precipizio, lui se ne va passando in mezzo alla folla inferocita ( Lc 4, 28-30).
  • Piange e gioisce. Davanti alle lacrime di Maria, sorella di Lazzaro, si turba (Gv 11,33) e davanti al sepolcro dell'amico, piange (Gv 11,35). Contemplando la città santa, Gerusalemme, piange, perché essa non ha riconosciuto il giorno della visita del suo Signore (Lc 10,41-42). Gioisce quando i discepoli tornano pieni di gioia dalla missione (esultò nello spirito) (Lc 10,17-21). Sa stare in compagnia, visto che tanti gaudenti e buontemponi lo invitano a mangiare a casa loro. Se fosse stato un musone non l'avrebbero mai invitato!
  • È un integrato. Gesù è perfettamente integrato nella società del tempo. Osserva il sabato, celebra la Pasqua, paga le tasse (Mt 17,24-25), rispetta ogni ordinamento, anche quello sanitario: "presentatevi ai sacerdoti, perché constatino la guarigione" (cfr Lc 17,14) dice ai lebbrosi guariti, rispetta anche l'ordine politico: "Date a Cesare quello che è di Cesare" (Mt 12,13-17). Sa gestire la vita della comunità grazie al denaro e non solo alla Provvidenza. Infine non ha vergogna di prospettare il "guadagno" (sia pure un guadagno ultraterreno), come incitamento ad agire bene (Mt 5, 2; 6,4; .6.17; Lc 6,23), anche in questo Gesù era un uomo "concreto e pratico" non un distaccato e disinteressato.

L 'originalità della sua dottrina e dei suoi atti.
  • Una dottrina nuova. "Nessuno ha mai parlato come parla quest'uomo!" (Gv 7,46) affermano le guardie del Sinedrio mandate ad arrestare Gesù. Già all'inizio del suo ministero pubblico gli ascoltatori percepiscono di essere di fronte a qualcosa di inaspettato, di inedito, di sconvolgente; e ne sono intimiditi. Marco ci riferisce che a Cafarnao: "Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: 'Che è mai questo? Una dottrina nuova, insegnata con potenza" (Mc1,27). Gesù dunque insegna con un fare diverso da quello abituale degli scribi. Non rimane asettico all'insegnamento, anzi associa ad esso, per confermare la veridicità di quello che dice, il suo potere taumaturgico. Inoltre non si ferma all'esegesi del testo, alla sua spiegazione, egli afferma che ciò che spiega è realtà avverata, compiuta in lui: " Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc 4,21) dice nella sinagoga di Nazareth.
  • Anticonformista -indipendente. È l'atteggiamento di Gesù nei confronti della mentalità corrente nei confronti di determinati personaggi del tempo come ad esempio: pubblicani: ricchi, collaborazionisti con i romani invasori, apertamente ladri; e nei confronti delle prostitute. Non ha mai giustificato ne il male ne il peccato, ma ha sempre avuto un comportamento benigno nei confronti delle persone pentite per il loro genere di vita moralmente scorretta, fino ad affermare che: " i pubblicani e le prostitute (pentiti) vi passano avanti nel regno di Dio" (cfr Mt 21,31-32).
  • Primato dell'interiorità. Gesù rifiuta ogni legalismo e ritualismo esasperato, sproporzionato e oppressivo, e afferma invece il primato dell'intenzionalità e della purezza interiore. Rifiuta ad esempio la distinzione fra alimenti mondi e immondi (Mt 10,10-20), suscitando lo scandalo dei farisei. Non ciò che entra nell'uomo lo contamina, ma ciò che esce dal cuore (Mc 7,18-23).
  • La povertà spirituale. Gesù considera la ricchezza un rischio e la povertà spirituale un privilegio (cfr Mt 5,3; 10,23-26 e Lc 6,20-25).
  • Condanna il divorzio. Il divorzio era praticato pacificamente nella società greca e romana e accettata dall'ambiente ebraico. Gesù è contrario e dichiara adultero chi ripudia il proprio coniuge legittimo (Mc 10, 11-12) e chi sposa un ripudiato (Mt 5,32). Forse mai, come in questo caso, Gesù va contro corrente, tanto che i discepoli, quasi con ironia, affermano che non conviene sposarsi (Mt 19,10).
  • La verginità per il regno. La proposta che il Signore fa è contro corrente, ed egli stesso lo afferma: " Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso" (Mt 10,10-12). Mai si era udita una opinione così contrastante con il sentire comune, così urtante e provocatoria, se non altro che Gesù propone una realtà alla portata di tutti e non solo delle sette, come quella degli Esseni, che sicuramente conosceva.
  • La fonte dell'originalità. Da dove il Signore attingeva la luce e la forza per questo modo di pensare così originale e qualche volta provocatorio? Quale fonte nascosta feconda il pensiero e il comportamento di questo insolito "maestro d'Israele"? Siamo giunti alle soglie del suo più geloso segreto: il cuore e il senso della vita interiore di Gesù è il suo fortissimo "senso del Padre"
  • La paternità di Dio nell'antico testamento. Nell'antico testamento il pensare a Dio come Padre non era una novità (cfr Os Il,1-4). La paternità di Dio era però vista come provvidenza, cura ( Si 86,6; 103,13), nei confronti dell'intero popolo di Israele (cfr Ger 31,9), o del re, che personificava l'intero Israele (cfr Si 89,27).
  • Il senso del Padre in Gesù. Nessuno però in Israele ha mai fatto della paternità di Dio un'esperienza così personale paragonabile a quella di Gesù. Fin dall'infanzia lui sente che deva dedicarsi alle cose del Padre suo (cfr Lc 2,49: è la sua prima frase riportata dai vangeli). L'ultima frase è: "Padre nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46); tra la prima e l'ultima frase, Gesù o parla col Padre o parla del Padre. La fonte di questo suo comportamento è l'intrattenersi col Padre, cioè la preghiera: lunga, silenziosa, continua.
  • La preghiera di Gesù. Gesù prega nel momento del battesimo (cfr Lc 3,21), prima di intervenire a favore degli sventurati che ricorrono a lui (cfr Mc 7,34; 9,29; Gv 11,41; Mt 14,19), prima di scegliere gli apostoli (Lc 6,12-15), durante la trasfigurazione (Lc 9,29), a conclusione dell'ultima cena (Gv 17,1-26); prima della passione (Mt 26, 36-42 e paralleli) .
  • Il contenuto della preghiera. Cosa diceva Gesù al Padre? Non lo sappiamo. Sappiamo però quale era l'essenza della sua orazione: l’adorazione e la lode (Mt 11,25). Il ringraziamento (Gv 11,41). La supplica per la gloria divina: "Padre glorifica il tuo nome" (Gv 12/28). La supplica a favore degli amici: "custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato" (Gv 17,11). La supplica a favore dei suoi nemici: "Padre perdonali perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34). Ciò che nella sua preghiera non c'è, è il pentimento e la domanda di perdono per se. O il senso della paura dinanzi al Santo per eccellenza, come l'ebbe il profeta Isaia (cfr Is 6,5). La comunione con Dio è per lui luce e sicurezza, per cui parla liberamente, e senza paura di sbagliare, perché lui sa che il Padre è con lui(cfr Gv 16,32) e il suo cibo è fare la sua volontà ( cfr Gv 4,34), anche quando questa comporta sofferenza (Mt 26,39). La frase che meglio sintetizza la preghiera del Signore è: "Si, Padre" (Mt 11,26). San Paolo dice la stessa cosa, quando afferma che in Gesù non ci fu "si e no". In lui ci fu solo il si!" (cfr 2Cor 1,29).
  • La sintesi della sua dottrina. Possiamo sintetizzare la dottrina di Gesù sul Padre con queste parole: "Il Padre vi ama" (Gv 16,27). Per amore crea e tiene in vita l'universo "Il Padre mio opera sempre" (Gv 5,17), e Giovanni afferma che "Dio, è amore" (4,8). Inoltre, essendo noi suoi figli, siamo chiamati ad assomigliare a lui: "Siate misericordiosi come il Padre vostro" (Lc 6,36) e "Siate perfetti come il Padre vostro" (Mt 5,48). Nel rispondere all'amore di Dio col nostro amore, sta l'essenza della religione: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti" (Mt 22,35-40). L’amore è la sintesi di tutta la religione.
  • La fine del nazionalismo religioso. In questo senso non c'è più confine di nazionalità. La fede è data a tutti i popoli e non solo agli Ebrei, questi dunque non possono avere la pretesa di monopolizzarla (Lc 4,25-28).
  • Originalità assoluta. Nessun uomo, nessuno tra i grandi maestri dell'umanità, nessuno tra i fondatori di religioni, è mai stato sfiorato da un pensiero paragonabile a quello che abbiamo cercato di esporre. Ma quello che lascia più sconcertati è l'identificazione col Padre: "lo e il Padre siamo uno" (Gv 10,30), e: "Chi vede me, vede il Padre" ( Gv 14,9), e "lo sono nel Padre e il Padre è in me" (Gv 14,11). Inoltre, egli dice di noi che il Padre è nostro e noi siamo tutti fratelli, ma per lui, il Padre è: "il Padre mio" (cfr Gv 20,7).
  • Conclusione. Abbiamo cercato di delineare un identikit di Gesù di Nazareth, basando la nostra analisi sulle fonti attendibili in nostro possesso: i Vangeli. La sua umanità è un poco emersa dalle nebbie indistinte nelle quali, qualche volta è immersa. Adesso l'indagine dovrà proseguire affidandoci non più soltanto alle sole nostre forze e alla sola onestà intellettuale. Abbiamo bisogno di una illuminazione dall'alto, aprendoci alla fede, per riuscire, alla fine del nostro discorso, non solo a riconoscere che lui è " il Cristo, il Figlio di Dio" (Mt 16,6), ma che lui " è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione" (Rm 4,25) affinché potessimo gridare: "tu sei il mio Signore e il mio Dio" (Gv 20,28), nelle tue mani affido, fiduciosamente, la mia vita. Amen".
Il Figlio del Dio vivente
E' giunto il momento di chiederci chi sia davvero Gesù di Nazareth. Ed è giunto il momento di chiedercelo come credenti. Non possiamo infatti accantonare la fede o continuare a discutere come se non fossimo stati battezzati.
Il battesimo infatti agisce sempre con la grazia dello Spirito Santo che vive in noi. Le nostre lezioni dunque non ci daranno la fede (la fede infatti si propone, non la si impone), ma aiuteranno il fedele ad approfondire la fede stessa.
Chi è Gesù di Nazareth?
Bisogna leggere necessariamente il brano del Vangelo di Matteo 6,13-17: "Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente".
Qui Gesù stesso propone il "problema Cristo". Ed è interessato a un duplice tipo di investigazione:

a) La gente chi dice che io sia? Quali sono le opinioni del mondo su di me?
b) Voi chi dite che io sia ? Voi cosa avete da dire su di me a voi stessi e al mondo ?
a) La gente chi dice che io sia? Quali sono le opinioni del mondo su di me?
    • Per molti Gesù è un mito, come ad esempio Babbo Natale e la Befana.
    • Per altri è un uomo leggendario che non è mai esistito e che è stato rivestito dei caratteri della divinità, come Ercole.
    • Per altri ancora, Gesù è un'idea divina, una fede, uno slancio dello spirito che si è concretizzato in una comunità, ma senza nessun fondamento storico. E' in altre parole una proiezione dei bisogni frustrati dell'uomo: il miracolismo, la risurrezione, la vita eterna, il bisogno di pace e di giustizia, ecc. Il classico "Principe Azzurro" delle ragazze che non trovano marito e se lo sognano a tal punto che lo materializzano.
    • Altri affermano che Gesù è un uomo storicamente esistito, affascinante nella sua persona e nel suo pensiero, un trascinatore di folle. In altre parole un genio dell'umanità: per alcuni un genio religioso, per altri un genio politico per altri ancora un genio filosofico.
    • Altri pensatori, infine, affermano che Gesù un uomo storico di cui però non ci è dato conoscere nulla di certo.
Questi dunque i giudizi della gente. A questi giudizi possiamo osservare che la gente non parla mai male di lui. L'opinione pubblica non gli è sfavorevole. Più che screditarlo, la gente tende a classificarlo, ad etichettarlo: come un mito, come un'idea, come un genio, come un filosofo, come un liberatore, come un uomo esistito di cui però non si sa nulla di certo (come Pitagora o Socrate) .
b) Voi chi dite che io sia?
Alla pluralità delle opinioni della gente si oppone l'unità e l'unicità della risposta della Chiesa. Essa tutta insieme sostiene che si può dare un'unica risposta: quella di Pietro "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio, il Vivente".
E dopo duemila anni, anche noi oggi diamo la stessa e unica risposta. La Chiesa non ha riconosciuta e non riconoscerà mai come sua, un' altra risposta! Qualsiasi risposta diversa da quella data da Pietro, per rivelazione del Padre, sarebbe un compromesso. A tal proposito S. Giovanni nella sua 2
a lettera al versetto 10 afferma: "Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo!" .
E S. Ignazio di Antiochia continua a mettere in guardia i fedeli della Chiesa di Smirne contro l'eresia del tempo: la negazione della divinità del Cristo: "Vi metto in guardia dalle bestie in forma d'uomo, che non solo voi non dovete accogliere, ma, se è possibile, neppure incontrare. Solo dovete pregare per loro perché si convertano, il che è molto difficile " (IV, 1).
Qual è il contenuto dell'affermazione di Pietro? L' affermazione di Pietro contiene tre elementi essenziali per la comprensione della cristologia:

  • la messianicità
  • la risurrezione da morte
  • la divinità.
La messianicità
Chi era il Messia per gli Ebrei?
Era la figura che doveva riunire in se tutte le speranze d'Israele.
Quali speranze?
La restaurazione del Regno Davidico, la purificazione del culto di Dio, la conoscenza della volontà di Iahvè, la fine del dolore della loro storia: schiavitù, deportazioni, esilii, persecuzioni, occupazioni della loro patria.
Gli Ebrei aspettavano uno o più Messia?
Dalle testimonianze del tempo sappiamo che ne aspettavano almeno tre: uno regale, uno sacerdotale e uno profetico (cfr Dt 18,15 e Gv 1,21).
Gesù col suo ingresso trionfale a Gerusalemme pare voler affermare, ormai apertamente, che egli riassumeva ormai in se le tre figure del Messia.
Entra a Gerusalemme acclamato come re davidico. Lì compie atti profetici: la cacciata dei venditori dal tempio, la maledizione del fico. Si manifesta sommo sacerdote, come Melchisedek, consacrando il pane e il vino.
Dinanzi a questi avvenimenti la Chiesa primitiva, che sa interpretare queste realtà alla luce dello Spirito Santo che l'assiste, riconosce in Gesù di Nazareth il Cristo, l'Unto, il Consacrato, il Messia, l'Inviato.
Non se lo inventa, lo riconosce.
Intuisce cioè la vera essenza di Gesù e quindi, per bocca di Pietro, lo proclama per quello che egli è: il Cristo!
La risurrezione
Confessando Gesù come il Figlio del Vivente, S. Pietro afferma implicitamente che è vivo, in quanto figlio di Colui che possiede la vita : "Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni" afferma il giorno di Pentecoste (At 3,14-15). Se è risorto è vivo. Vivo nel suo essere corporeo, in se stesso e non solo nel suo messaggio, nel suo esempio, nel suo influsso ideale sulla storia dell'umanità, nei poveri, nei piccoli, nei fratelli e nella comunità. Queste sono immanenze di Cristo, vere e mirabili, ma sempre subordinate alla verità primordiale: Lui è vivo nella sua personale identità. Senza questa certezza non sarebbe presente in niente e in nessuno!
Dunque, o questa è una verità (e alcuni per questo hanno dato il sangue), o è una follia! Non c'è alternativa, ne compromesso. Con i non credenti possiamo discutere su tante cose, ma su questo non si può discutere. O è così o non è così! Se Cristo è vivo allora cambiano tante cose. La prima cosa che cambia è la sorte dell'uomo: la morte non ha più l'ultima parola su di lui. La risurrezione di Cristo allora rivoluziona tutto e rende vero quello che Gesù ha affermato.
La divinità
"Tu sei il Figlio di Dio" .Per un ebreo totalmente, rigidamente e ferocemente monoteista questa affermazione fatta per cause naturali era impensabile e improponibile.
Era storicamente impensabile che un uomo nell' ambiente ebraico di 2000 anni fa potesse essere divinizzato. Eppure la Chiesa apostolica, formata da Ebrei, è arrivata a questa sconvolgente persuasione, costretta, come Tommaso, dall’evidenza della luce della risurrezione: "Tu sei il mio Signore e il mio Dio" (Gv 20, 28
). Alla luce della Pasqua, la Chiesa apostolica capisce quello che Gesù, lungo i tre anni di missione, aveva cercato di farle capire, con la predicazione, con l'esempio, coi miracoli, con la preghiera, col perdono dei peccati, col proporsi uno con la natura divina del Padre: che Lui è Dio.



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