domenica 28 maggio 2017

RAMANA MAHARISHI

Ramana Maharshi, vissuto in India tra il 1879 ed il 1950, è unanimemente considerato uno dei più importanti e significativi maestri spirituali contemporanei.
Il metodo realizzativo che ha insegnato per l’intera vita venne da lui stesso indicato come atma-vichara cioè come ‘ricerca del Sé’.
Esso consiste nel rivolgere la coscienza entro se stessa per andare alla ricerca della sua sorgente passando così dal falso ‘io’ (che corrisponde alla ‘personalità storica’ transeunte) al vero ‘Io’, al Sé eterno.
Tale metodo si può considerare come la ‘quintessenza’ della tradizione mistico-iniziatica indiana e anche teoreticamente come la via realizzativa più diretta in assoluto poiché pone come oggetto di concentrazione non un suono, un’immagine, un simbolo, una funzione organica, ma direttamente il proprio ‘senso dell’io’.
In effetti l’India, nel corso di migliaia di anni, ha elaborato numerosissime tecniche di autorealizzazione spirituale che, pur nella loro estrema varietà hanno avuto un medesimo fine, quello di arrestare il flusso caotico della mente per poter giungere alla occulta sorgente metafisica della coscienza.
Per questo motivo lo yoga (storicamente la più famosa ed importante di queste tecniche) è stato definito da Patanjali in estrema ed efficace sintesi come ‘interruzione del flusso mentale’.
A ben considerare Patanjali ha genialmente riassunto tutto il senso della pratica nei primissimi aforismi (sutra) del primo libro della sua opera che così recitano:
“1.2 Lo yoga è la sospensione (nirodha, arresto, sospensione, cessazione, integrazione,stabilità) delle modificazioni (vrtti, disperso, fluttuante, instabile, mulinello) della mente (citta, i sensi, le emozioni, il pensiero).
1.3 Quando ciò si è realizzato la coscienza (drastr, il testimone, il centro) riposa nella sua natura essenziale (svarupa, la propria forma, natura).

1.4 Altrimenti (la coscienza) si identifica (è confusa) con le modificazioni della mente (cittavrtti).”

La tradizione mistica sia orientale che occidentale è sostanzialmente accomunata dalla convinzione che solo una mente capace di allontanarsi dal suo passivo cedere al flusso delle sensazioni e dei pensieri concentrandosi attivamente sino al punto di tramutarsi in una pura consapevolezza senza ‘contenuti’, può penetrare profondamente nella struttura della Realtà cogliendone la dimensione transfisica.
Per questo ogni tecnica ‘iniziatica’ implica un allenamento alla ‘concentrazione’, alla ‘unificazione’ dello spirito il quale abitualmente si disperde nel movimento caotico dei contenuti sensoriali e psichici.
Naturalmente per l’uomo l’oggetto primo ed essenziale della Conoscenza non può essere altro che se stesso poiché per conoscere il Mondo, cioè la realtà ‘esterna’, l’oggetto, è necessario conoscere preliminarmente il  Conoscitore, la ‘realtà interna’, il soggetto.
La prima domanda da porsi non è quindi: ‘Come è fatto il mondo?’ ma piuttosto: ‘Chi è colui che si pone la domanda di come è fatto il Mondo?’
A rigore di logica, il cammino della conoscenza per procedere da un sicuro fondamento, non può partire dal di fuori della coscienza, vale a dire dal Mondo percepito tramite i sensi, né tantomeno dal concetto di un Dio che si pone al di là dei dati immediati della coscienza stessa.
L’esistenza di in mondo esterno e di Dio potrebbero essere oggetto di dubbio: in fin dei conti quando sogniamo vediamo una realtà che in quel momento ci appare come indubitabilmente esistente, quanto a Dio: esso per definizione si pone al di là della percezione ‘ordinaria’ degli esseri umani.
Dunque l’unica certezza per l’essere umano (e quindi la base, l’inizio di ogni cammino conoscitivo) è la sua stessa coscienza che dubitando della sua stessa esistenza non farebbe altro che riaffermarla.
L’uomo cioè potrebbe dubitare della validità dei contenuti della sua coscienza, ma non della sua personale coscienza di essi.
La coscienza non è un concetto elaborato dal pensiero ma un’ autoevidenza intuitiva: io sono ‘qualcosa’ che è consapevole.
All’interno e a fondamento della ‘consapevolezza’ del mondo esterno c’è, quindi, l’’auto-consapevolezza’, cioè la coscienza di se stessi come ‘enti’ dotati di tale capacità.
La ‘riflessione’ di cui è capace l’uomo gli consente non solo di ‘conoscere’ ciò che è altro da sé ma anche di ‘sapere di conoscere’ e di assumere come oggetto di conoscenza se stesso.
La capacità di riflessione dunque implica la possibilità di ripiegare (dunque, appunto, letteralmente di ‘riportare indietro’) la coscienza su se stessa.
E’ facile la metafora di una luce che, trovando una superficie riflettente, ritorna alla sua sorgente.
C’è quindi una distinzione da fare tra ‘consapevolezza’ e ‘pensiero’; la consapevolezza è alla base del pensiero ma non è il pensiero.
Io, infatti, posso essere consapevole dei pensieri e, in qualche misura, posso persino modificarli.
Il pensiero, nella tradizione metafisica indiana (il manas) è il riflesso sul piano ‘materiale’ della consapevolezza ed in quanto riflesso appartiene ad un piano inferiore ma nel contempo rimane sempre collegato a quello superiore della consapevolezza.
Separare il senso dell’io dalla mente e dai suoi processi consente alla consapevolezza di espandersi.
Per questo il processo evolutivo metafisico non è propriamente definibile come un ordinario processo di conoscenza perché questo implica un Conoscitore, un Conosciuto ed un atto del conoscere.
Ma quando l’io si volge su se stesso conoscitore, conosciuto ed atto del conoscere sono tutt’uno, quindi ci si ‘conosce’ (per così dire) solo con un atto dello spirito che non è logico-discorsivo ma consiste nel puro ‘essere’, in una pura ‘presenza a se stessi’ priva di pensieri, in una ‘contemplazione’.
Conoscere se stesso equivale, quindi, non a ‘pensare’ a se stesso ma all’’essere’ se stesso.
Per questo il motto più significativo di Ramana è: ‘Sii te stesso’.
Egli afferma:
“Se parliamo ([erroneamente]) di ‘conoscere’ il Sé, ci devono essere [ vale a dire: dobbiamo ammettere che esistano]  due sé, un sé che conosce, un’ altro sé che è conosciuto e il processo del conoscere. Lo stato che chiamiamo realizzazione è semplicemente essere se stessi, non ‘conoscere’ o ‘diventare’ qualcosa. Se ci si è realizzati, si è solo ciò che si è sempre stati. Non si può descrivere quello stato. Si può solo esserlo. Naturalmente, parliamo in modo inesatto della ‘realizzazione del Sé’, in mancanza di un termine migliore. Come ‘realizzare’ o rendere reale quello che soltanto è reale?”

Lo studioso David Godman ha sintetizzato efficacemente le indicazioni di Ramana relative alla pratica dell’atma vichara:
“Ai principianti dell’autoindagine veniva consigliato di porre l’attenzione sul sentimento interiore di ‘io’ e di trattenere quel sentimento il più a lungo possibile: Veniva detto loro che se l’attenzione veniva distratta da altri pensieri dovevano tornare alla consapevolezza del pensiero ‘io’ ogni volta che diventavano consapevoli che la loro attenzione aveva divagato.
Egli suggerì inoltre diversi metodi per favorire questo processo – ci si poteva chiedere: ‘Chi sono io?’, oppure: ‘Da dove viene questo io? – ma lo scopo ultimo era di essere continuamente consapevoli dell’’io’ che presume di essere responsabile di tutte le attività del corpo e della mente.
Nei primi stadi della pratica, l’attenzione al sentimento ‘io’ è un’attività mentale che prende la forma di un pensiero o una percezione. Man mano che la pratica si sviluppa, il pensiero ‘io’ lascia spazio a un sentimento dell’’io’ sperimentato soggettivamente e quando questo sentimento cessa di collegarsi e identificarsi con i pensieri e gli oggetti, svanisce completamente. Ciò che rimane è un’esperienza di essere in cui il sentimento dell’individualità ha temporaneamente cessato di funzionare…Negli stadi iniziali lo sforzo nel trasferire l’attenzione dai pensieri al pensatore è essenziale, ma una volta che la consapevolezza del sentimento dell’’io’ è stata fermamente stabilita, ulteriore sforzo è controproducente. Da allora è più un processo di essere che di fare, di essere senza sforzo piuttosto che uno sforzo per essere…Alla fine il Sé non viene scoperto come risultato del fare qualcosa, ma soltanto essendo.
Come Sri Ramana stesso una volta osservò:
“Non meditare – sii!”
“Non pensare di essere – sii!”
“Non pensare all’essere – sii!”

Ad un principiante che chiedeva come partendo dalla mente si potesse – paradossalmente -  andare altre di essa il saggio di Arunachala disse:
“La mente si calmerà soltanto per mezzo dell’indagine ‘Chi sono io?’. Il pensiero ‘Chi sono io?’ distruggendo tutti gli altri pensieri, verrà esso stesso distrutto, come il bastone usato per attizzare la pira funeraria. Se sorgono altri pensieri, senza tentare di completarli, uno dovrebbe indagare: ‘A chi sono venuti?’. Cosa importa se vengono dei pensieri, per quanti essi siano? Nel momento in cui sorge ogni pensiero, se si indaga con vigilanza: ‘A chi è venuto?’, si verrà a conoscere: ‘A me’. Se allora si indaga: ‘Chi sono io?’, la mente tornerà alla sua sorgente ( il Sé) e il pensiero che era sorto cesserà. Praticando in questo modo ripetutamente, il potere della mente di dimorare sulla sua sorgente aumenta”.
Significativamente in occidente Plotino nel III secolo dopo Cristo, ispirandosi all’antica sapienza di Delfi che si esprimeva nel motto: Conosci te stesso e al Protagora di Platone (343 B), affermò con chiarezza il medesimo concetto ed indicò la medesima prassi d’interiorizzazione:

“Iniziando questa ricerca noi obbediamo al precetto del dio che ci comanda di conoscere noi stessi. Se vogliamo cercare e trovare ogni altra cosa, è giusto che ricerchiamo chi è colui che ricerca: desiderando così di cogliere l’amorosa visione delle cose supreme”(Enneadi, IV, 3, 1, 1).

Per volgere la coscienza verso l’interno, verso se stessa è evidentemente necessario distoglierla ed isolarla dai ‘contenuti’ che ad essa provengono dal mondo ‘esterno’.
Ma per la coscienza comune è così costante e ‘normale’ il fatto che essa sia ‘piena di contenuti’ che sembra logico dedurne che una coscienza senza ‘contenuti’ sia semplicemente una non-coscienza.
In effetti, chi identifica la coscienza con l’attività di percezione sensibile e di rielaborazione ‘logica’ ed emozionale dei contenuti esperienziali non può trarne che tale conseguenza.
Per questo nella stessa psicologia occidentale il processo di autoconoscenza si è tradizionalmente limitato ad un’analisi ‘funzionale’ dei rapporti tra l’io ed i suoi contenuti esperienziali.
Tale analisi ha volutamente evitato (soprattutto dopo Kant) di affrontare il problema (ritenuto assurdo o irrisolvibile) della ‘natura’ dell’io.
Nella tradizione esoterica il processo di autoconoscenza con cui si arresta il pensiero ‘discorsivo’ era considerato, invece, il fondamento di una evoluzione conoscitiva che dall’io conduce al Sé universale.
Per la ‘sofia’ mistico-iniziatica sia orientale che occidentale, infatti, la coscienza umana separandosi consapevolmente dai suoi ‘contenuti’ non solo sussiste ma, ancor più, si espande verso campi più vasti della Realtà, a partire dalla sua stessa realtà.
Il primo passo, quindi, in ogni autentica e rigorosa via iniziatica, di ogni ricerca spirituale è quello di volgere la coscienza verso l’interno.

“La mente rivolta all’interno è il Sé – afferma Ramana – rivolta all’esterno diventa l’ego…Il cotone intessuto in vari panni lo chiamiamo con vari nomi. L’oro forgiato in vari ornamenti lo chiamiamo con vari nomi. Ma tutti i panni o vestiti sono cotone e tutti gli ornamenti oro. L’Uno è reale, i molti sono semplici nomi e forme. La mente non esiste separata da Sé; cioè essa non ha esistenza indipendente. Il Sé esiste senza la mente, la mente mai senza il Sé.”

La tradizione esoterica indiana e quella greca sono d’accordo sulla essenzialità di tale prassi d’introversione.
Tutte le tecniche ‘mistiche’, nelle loro infinite varianti, sono volte a questo fine.
La ‘concentrazione’ su qualcosa è solo un ‘pretesto’ per creare uno stato di coscienza diverso ed una prima forma di ‘liberazione’ attraverso l’arresto del flusso dei pensieri, la meta vera è però la ‘meditazione’, la quale consiste nel rimanere stabili in una condizione di consapevolezza senza pensieri.
Per tale motivo quelle civiltà hanno elaborato nel corso dei secoli ed indipendentemente l’una dall’altra una medesima dottrina secondo la quale solo l’io che rientra in se stesso, che si ‘unifica’, che realizza così, poco a poco, la sua autonomia dalle ‘cose’ e dal suo stesso ‘corpo’, può conoscere la sua vera natura, accedere al mondo ‘divino’ e comprendere conseguentemente la vera natura del mondo.

“Tu sei consapevolezza – afferma Ramana – Consapevolezza è un altro tuo nome. Poiché tu sei consapevolezza, non è necessario conseguirla o coltivarla. Tutto ciò che devi fare è rinunciare all’essere consapevole di altre cose, cioè del non-Sé. Se si rinuncia a essere consapevoli di esse, allora rimane soltanto la pura consapevolezza, e quella è il Sé”.

Naturalmente, per il saggio indiano, la consapevolezza è ‘pura’ quando non è contaminata dal ‘mondo materiale’ e rimane ‘da sola’, ‘separata’, ‘libera’ da ciò che le è estraneo, quieta in se stessa.
A volte Ramana usa delle metafore per far meglio comprendere la relazione tra il corpo, il Sé e l’ego:
“Da un punto di vista funzionale, l’ego ha solo una caratteristica. L’ego funziona come legame tra il Sé, che è pura coscienza, e il corpo fisico, che è inerte e in senziente. L’ego è perciò chiamato chit-jada-granthi, cioè il nodo tra la coscienza ed il corpo inerte… Devi distinguere tra l’’io’ puro in se stesso, e il pensiero ‘io’. Quest’ultimo, essendo semplicemente un pensiero, vede soggetto ed oggetto, dorme, si risveglia, mangia e pensa, muore e rinasce. Ma il puro ‘io’ è il puro essere, l’eterna esistenza, libera dall’ignoranza e dall’illusione-pensiero. Se rimani come ‘io’, come il tuo essere soltanto, senza pensiero, il pensiero ‘io’ scomparirà e l’illusione svanirà per sempre… L’essenza della mente è soltanto consapevolezza o coscienza… C’è un Sé assoluto da cui proviene una scintilla, come da un fuoco. La scintilla è chiamata ‘ego’…La sua vera natura può essere scoperta quando non è più in contatto con oggetti o pensieri”.

In occidente Platone, vissuto tra il V ed il IV secolo avanti Cristo, indicò la via per arrivare alla sapienza, alla sofia, proprio nel coltivare una coscienza svincolata dal corpo e volta su se stessa:
In particolare nel dialogo intitolato Fedone egli afferma che con tale prassi si opera una ‘catarsi’ che è “la stessa dell’antica dottrina (chiaro riferimento alla sapienza misterica orfico-pitagorica)  che consiste appunto nel separare (to chorizein) il più possibile l’anima dal corpo e nell’abituarla (ethisai; ciò presuppone una costante prassi meditativa) a raccogliersi (sunagheiresthai; vale a dire ‘concentrarsi’) e a restare sola in se stessa (athroizesthai kath’auten; la‘ricerca del Sé’!) e a rimanere per il tempo presente (nella vita ‘terrena) e futuro (dopo la morte) sola in se medesima (oikein katà to dunatòn), sciolta dal corpo come da catene”.
In un altro passo dello stesso dialogo è altrettanto chiara la natura di quel processo attraverso cui l’anima s’innalza al sovrasensibile:
“Quando l’anima contempla se stessa (kath’autèn skopè: letteralmente ‘guarda in direzione di se stessa’) si muove verso là (ekeise oichetai), verso  ciò che è puro (katharon), eterno ed immortale(aei on kai athanaton) e che non ha mutazioni e avendo natura affine a quello (synghenès; c’è dunque una consonanza sostanziale tra lo spirito umano e quello di Dio), rimane sempre con quello ogni volta che le riesca essere in sé e per sé sola (otanper autè katrh’autèn ghenetai)e questo stato dell’anima (to pathema) si chiama ‘sapienza’ (frόnesis, sinonimo di sofίa)”.
Anche per il filosofo ateniese bisogna dunque allenarsi a svincolare l’anima dalla sua abituale connessione col corpo: in questo consiste la pratica mistica.
“Il pensiero ‘io’ – dice analogamente Ramana – sorge simultaneamente al corpo, prospera e scompare con esso. La coscienza del corpo è l’errato ‘io’. Abbandona questa coscienza del corpo… ciò viene fatto cercando la sorgente dell’io…Il grado di assenza dei pensieri è la misura del tuo progresso verso la realizzazione del Sé”.
Questa prassi mistica caratterizzò in occidente l’Accademia platonica e, di conseguenza, anche il neoplatonismo dell’età tardo-antica.
Prova ne è una stupenda pagina delle Enneadi in cui il principale esponente di tale corrente filosofica, l’egiziano Plotino, parla della sua personale esperienza illuminativa conseguita appunto separando la coscienza dal corpo.
Per lui finché l’anima è legata ad esso, pur trovandosi nel cosiddetto ‘stato di veglia’, è come immersa nell’incoscienza di un qualche altro tipo di sonno da cui bisogna ‘risvegliarsi’.

Per lui, come per il Buddha, l’illuminazione è un risveglio:
“Spesso – egli dice – ridestandomi dal mio corpo a me stesso, eccomi diventato estraneo a tutto il resto e intimo solo a me stesso (emautou de eiso), contemplo allora una bellezza meravigliosa e sono sicuro di appartenere in sommo grado al mondo superiore; ho vissuto la più nobile forma di vita, sono diventato identico al divino, mi sono basato sul suo fondamento, sono pervenuto a quella suprema forma di attività e mi sono stabilito al di sopra di ogni altra realtà spirituale; quando, dopo questa quiete in seno al divino, ricado da quella consapevolezza (ek nou) al ragionamento (eis loghismon), mi domando come abbia potuto mai, e ora di nuovo, scendere così, come la mia anima abbia potuto entrare all’interno di un corpo se già quando si trova all’interno di un corpo è quale ella mi è apparsa” (Enneadi, IV, 8, 1, 1-11).
Da sottolineare in tale brano la distinzione netta che Plotino pone tra la consapevolezza del Nous che è artefice dell’attività intuitiva contemplativa perché in costante collegamento con l’Intelletto divino (e che corrisponde al Sé) e il mero ‘umano’ ragionamento (loghismos) operato dal logos che corrisponde all’attività raziocinante dell’ego ‘storico’, al manas della tradizione indiana.
Il nous che precipita in un corpo, secondo Plotino, si manifesta a tale livello ormai solo come capacità razionale (il logos) ma è evidente che indagando circa l’origine di tale facoltà si può, proprio per quanto detto, risalire al nous.
Il logos non è nient’altro che il nous incarnato, il nous non è nient’altro che il logos disincarnato, cioè svincolato dai condizionamenti limitanti del piano materiale dell’Essere-Uno.
La conseguenza è che il logos non deve essere ‘negato’ ma trasceso e che tale procedura di trascendenza deve partire proprio da esso.
Per questo motivo nella filosofia platonica e neoplatonica rimane sempre saldo il principio che il misticismo è la naturale evoluzione del razionalismo e non la sua antitesi, come accade invece nel misticismo ‘religioso’ in cui l’esperienza noetica viene ‘deformata’ dal sentimentalismo fideistico al punto da degenerare nel visionarismo.
Sempre Plotino, con uno straordinario parallelismo con la tradizione indiana, indica nel ‘vuoto mentale’ la condizione per la scoperta della nostra vera natura.
Così infatti egli dice in un passo di cui sino ad ora non sembra sia stata compresa l’importanza da parte degli studiosi:
“L’anima deve divenire priva d’idee (aneidon tèn psychèn ghinesthai) se desidera che nulla intervenga a ostacolare la realizzazione della sua perfezione (letteralmente: la pienezza, plerosin) e l’ illuminazione (ellampsin) in lei da parte della Natura essenziale (letteralmente: della Natura prima). Se è così essa deve staccarsi da tutte le cose esteriori, rivolgersi completamente (pante) alla sua interiorità (epistraphenai pros to eiso: letteralmente ‘volgersi verso il di dentro’), non più piegarsi verso qualcosa di esterno ma dimenticando tutte le cose (agnoesanta ta panta), dapprima con un opportuna stabilizzazione (del corpo) (pro tou men diathesei) poi anche dei pensieri (kai tois eidesin), dimenticando persino se stesso (vale a dire: il suo ego; agnoesanta de kai auton) deve procedere nella contemplazione di Lui (en te thea ekeinou ghenesthai).”
Fondamentale, per comprendere tale brano, è comprendere il senso ‘tecnico’ del termine aneidos con cui il filosofo indica il ‘vuoto mentale’:  esso è composto, infatti, dal prefisso privativo ‘alpha’ (che diventa an davanti a vocale ed ha un valore negativo in quanto indica ‘mancanza’ o ‘assenza’) ed il vocabolo eidos che è sinonimo di idéa.  
Ciò significa che secondo Plotino, esattamente come nella tradizione yoga, l’anima per ‘contemplare’ deve allontanarsi non solo dai suoi contenuti ‘esterni’, cioè le sensazioni, ma anche da quelli interni, cioè dai ‘pensieri’, intendendo  tale termine  nel senso più vasto, valer a dire ‘da tutti i contenuti particolari della coscienza’ che rappresentano nient’altro che un legame più sottile della coscienza con quel mondo empirico da cui hanno origine.

Altro  vocabolo del brano su cui bisogna soffermare l’attenzione più di quello che non si sia fatto sinora è ellampsis. Esso proviene dal verbo ellampo che vuol dire ‘illuminare’, ‘risplendere’.
Plotino quando parla dell’anima dice che essa  ‘dà luce a se stessa’ (ellampse pros eauten) e dice inoltre che ‘in quanto illumina è sempre illuminata’(osper ellampousa aei ellampetai).
Dunque chi raggiungere la condizione estatica è definito da Plotino, esattamente come in India, un ‘Illuminato’, un ‘risvegliato’ dal sonno del corpo e sono questi, com’è noto, i significati del termine sanscrito ‘Buddhah’.

Inoltre, a nostro avviso, non è stata ben compreso dai traduttori il termine diathesis con cui Plotino indica ‘yoghicamente’ la necessità di una opportuna stabilizzazione del corpo e non solo una disposizione ‘mentale’.
Il corretto significato del termine (che deriva dal verbo diatithemi che significa ‘disporre ordinatamente’, ‘stabilizzare’) lo si comprende dal fatto che dopo aver utilizzato quel vocabolo egli aggiunge la precisazione ‘anche dei pensieri’.
Dunque la diathesis coinvolge ad un primo livello qualcosa che non ha a che fare direttamente con la condizione psicologica ma ne è la premessa oltre che una condizione predisponente.
In ciò egli dà indicazioni per nulla diverse da quelle della tradizione yoghica in cui le asanas, cioè le varie posture, sono concepite esplicitamente come condizioni corporee stabili atte a favorire la concentrazione mentale.
Oltretutto è lo stesso discepolo Porfirio a raccontarci che Plotino si mise al seguito dell’imperatore Gordiano III, conducente una spedizione militare in Oriente, per poter conoscere direttamente la sapienza persiana dei magi e quella indiana dei ‘saggi nudi’, i celebri ‘gimnosofisti’(ghymnosofistai).
Per questo gli doveva essere ben nota la pratica anche fisica della immobilità tipica dello yoga attuata sia per ottenere la condizione estatica che per ottenere quei poteri occulti di cui molto si favoleggiava in Occidente e in particolar modo nella cosmopolita Alessandria d’Egitto di quell’epoca da cui egli stesso proveniva.
Potrebbe non essere del tutto priva di fondamento l’ipotesi (avanzata recentemente) che il misterioso maestro di Plotino, Ammonio Sacca, possa essere stato egli stesso un buddista e ne sarebbe traccia proprio il nome, poiché il maestro indiano il cui nome era ‘Siddharta (cioè ‘colui che ha realizzato lo scopo’) ‘Gautama’ (discendente del saggio vedico Gotama) era appellato appunto ‘Shakyamuni’, cioè il ‘saggio silenzioso del clan degli Shakya’.
Ramana, il saggio  ‘nudo’, il ‘gimnosofista’ che ai piedi della sacra montagna di Arunachala era solito meditare per lunghi periodi nella più assoluta immobilità ed in un protratto silenzio proprio al fine di svincolare il suo senso dell’io dalla ordinaria correlazione col corpo, è stato nell’epoca contemporanea un esempio vivente di quella prassi antichissima della tradizione spirituale indiana.
Egli, inoltre, ha sempre affermato che il senso dell’io non è di per sé un pensiero poiché è la radice di tutti i contenuti e atti della coscienza.
Infatti l’uomo afferma sempre quell’io quando dice ‘io percepisco’, oppure ‘io voglio’, oppure, io penso, oppure ‘io immagino’, oppure ‘io desidero’, oppure ‘io soffro’, oppure ‘io amo’, ‘io sogno’…insomma ogni atto e condizione dello spirito afferisce, converge, fa capo all’io come centro di unificazione esperienziale e base della personalità individuale.
Per tale motivo l’atma-vichara, l’autoindagine, focalizzando la coscienza sul senso dell’io è, a suo avviso, l’unico metodo diretto per la realizzazione del Sé.

“Sebbene il concetto dell’”io” – dice Ramana – o ‘”io sono”, per consuetudine sia conosciuto come come aham-vritti (letteralmente: pensiero ‘io sono’), non è realmente una vritti (modificazione) come altre vritti della mente. Perché a differenza di altre vritti che non hanno essenziale interdipendenza, l’aham vritti è ugualmente ed essenzialmente in relazione a ogni singola vritti della mente.   Senza l’aham vritti non ci possono essere altre vritti, ma l’ aham vritti puo sussistere da sola senza dipendere da nessun’altra vritti della mente…Così la ricerca della sorgente dell’aham vritti non è meramente la ricerca della base di una delle forme dell’ego, ma della fonte stessa da cui sorge l’”io sono”. In altre parole, la ricerca e la realizzazione della sorgente dell’ego nella forma dell’aham vritti, implica necessariamente la trascendenza dell’ego in ognuna delle sue possibili forme…L’esistenza fenomenica dell’ego viene trascesa quando ti tuffi nella sorgente da cui sorge il pensiero ‘io’. maharishi venne anche chiesto quale fosse la differenza tra la comune pratica meditativa (dhyana) e il suo metodo dell’autoricerca ed egli rispose così:
“La meditazione richiede un oggetto su cui meditare, laddove in vichara c’è soltanto il soggetto senza l’oggetto. La meditazione differisce dall’autoindagine in questo modo. Dhyana è concentrazione su un oggetto. Realizza lo scopo di tenere lontani diversi pensieri e di fissare la mente su un solo pensiero, il quale deve anch’esso scomparire prima della realizzazione. Ma la realizzazione non è nulla di nuovo da acquisire. E’ già là, ma ostruita da uno schermo di pensieri. Tutti i nostri tentativi sono diretti a sollevare questo schermo e quindi la realizzazione si rivela. Se ai cercatori viene consigliato di meditare, molti potrebbero andarsene soddisfatti di questo consiglio. Ma qualcuno tra loro potrebbe volgersi a chiedere: ‘Chi sono io che medito su un oggetto?’. A uno così bisogna dire di scoprire il Sé. Quella è la finalità. Quella è vichara.”
Anche quando un suo seguace ricordò che un altro grande saggio indiano di quei tempi, Sri Aurobindo, prescriveva la pratica del vuoto mentale al fine di far scendere dall’alto la Energia divina nella coscienza del meditante, Ramana difese la sua via come una forma più diretta di realizzazione e all’interrogante che chiedeva consiglio rispose:

“Sii ciò che sei. Non c’è nulla che debba scendere o manifestarsi. Tutto ciò che è necessario è perdere l’ego. Ciò che è, è sempre presente. Anche ora sei quello. Tu non sei separato da esso. Il vuoto è visto da te. Tu sei presente per vedere il vuoto. Cosa aspetti? Il pensiero ‘Non ho visto’, l’aspettativa di vedere e il desiderio di ottenere qualcosa, sono tutti lavori dell’ego. Sei caduto nella rete dell’ego. E’ l’ego a dire tutto ciò e non tu. Sii te stesso e nulla più”.

Una risposta sostanzialmente analoga Ramana diede ad un interrogante che gli chiedeva perché egli non indirizzasse i suoi discepoli alla concentrazione su qualche particolare chakra del corpo sottile o alla ripetizione di qualche mantra:

“Le Yoga Sastra dicono che il sahasrara (il chakra localizzato nel cervello) è la sede del Sé. Il Purusha Sukta dichiara che la sua sede è il Cuore. Per mettere in grado il sadhaka (discepolo) di evitare possibili dubbi, gli dico di prendere il filo o la traccia dell’”io” o dell’”io sono” e di seguirlo sino alla sua sorgente. Perché, innanzitutto, è impossibile per chiunque intrattenere alcun dubbio su questa nozione dell’”io”. Secondariamente, perché qualunque sia il metodo adottato, la meta finale è la realizzazione della sorgente dell’”io sono”, che è il dato primario della tua esperienza… Dovunque ti concentri non può esserci danno perché la concentrazione è solo un mezzo per abbandonare i pensieri. Qualunque sia il centro o l’oggetto su cui ti concentri, chi si concentra è sempre lo stesso.”

Spesso a Ramana è stato chiesta un’opinione circa la nota pratica yoghica del pranayama, cioè del controllo del respiro. Egli approvava, per chi non fosse capace di attuare l’atma vichara, la tecnica della semplice osservazione del respiro piuttosto che quella del suo trattenimento secondo varie periodizzazioni:
“Tutti questi ritmi – osservò – talvolta non regolati dal conteggio ma da mantra, aiutano a controllare la mente; questo è tutto. Osservare il respiro è anche una forma di controllo del respiro. Trattenere il respiro è più violento e può essere nocivo, se non c’è un buon guru a guidare il praticante a ogni passo; ma osservare semplicemente il respiro è più facile e non comporta alcun rischio… Il controllo del respiro è solo un aiuto per immergersi nella propria interiorità. Ci si può pure immergere controllando la mente. Controllando la mente si controlla automaticamente il respiro. Non c’è bisogno di praticare il controllo del respiro; il controllo della mente può bastare. Il controllo del respiro è consigliabile alle persone che non sanno controllare la propria mente in modo diretto.”

In un’altra circostanza Ramana ritornò sull’argomento affermando:
“Il principio che sta alla base del sistema yoga è che la sorgente del pensiero è anche la sorgente del respiro e della forza vitale; perciò se si controlla uno di essi si porta automaticamente sotto controllo anche l’altro…Perciò, quando si placa la mente, anche il respiro e le forze vitali si placano. Il respiro e le forze vitali sono anche definiti le manifestazioni grossolane della mente. Fino all’ora della morte la mente sostiene e sorregge queste forze nel corpo fisico; e quando la vita si estingue, la mente le avviluppa e se le porta via.”

In assoluta coerenza con tale linea di pensiero Ramana ha trattato anche il tema della necessità o meno di un ‘guru’ per conseguire la illuminazione. Il saggio indiano, pur rilevando l’importanza che un maestro spirituale può avere nello stimolare e nel sostenere un percorso di evoluzione spirituale nondimeno sottolinea sempre il concetto che il vero Maestro è per ciascuno il Sé interiore:
“Il Guru è il Sé. Il maestro è all’interno…ma finché pensi di essere separato (dall’Esistenza) o di essere il corpo, è necessario anche un maestro esterno ed egli sembrerà avere un corpo. Quando l’erronea identificazione di se stessi col corpo cessa, si scoprirà che il maestro non è null’altro che il Sé.”
In numerose circostanze Ramana è stato poi sollecitato ad esprimere il suo parere anche sulla via ‘religiosa’ della devozione ad un Dio (bhakti marga) egli rispose sempre che anch’essa può condurre all’autorealizzazione ma solo nel caso in cui si sappia superare la illusoria separazione dualistica tra adorato e adorante e superare così ogni limitazione egoica:
“Ci sono due vie; chiedetevi: ‘Chi sono?’ o abbandonatevi (a Dio)… Se ci abbandona completamente, non resterà nessuno a fare domande o a essere considerato. O si eliminano i pensieri aggrappandosi al pensiero-radice, l’’io’, o ci si abbandona al Potere Superiore. Queste sono le uniche due vie per la Realizzazione.”

C’è un altro tema su cui Ramana venne spesso interrogato, quello concernente il kundalini yoga. I praticanti di questa via realizzativa, com’è noto, tentano di condurre la forza sottile presente alla base della colonna vertebrale attraverso un canale psichico (sushumna) lungo cui sono collocati vari centri energetici, chakra, sino al cervello, per realizzare l’estasi unitiva, il samadhi. 
Il saggio di Aranuchala affermò che tale processo spirituale evolutivo avviene anche per colui che segue il metodo dell’autoindagine (che Ramana definisce jnani, cioè ricercatore nella via della conoscenza) ma in modo spontaneo.
Inoltre riteneva che la kundalini deve andare oltre il sahasrara, il loto più elevato, ridiscendendo giù per un altro canale psichico (nadi) che chiamò amritanadi sino a stabilizzarsi all’altezza del Cuore, ma nella parte destra del petto solo a tal punto l’estasi diventa permanente.

Sebbene lo yogi possa avere i suoi metodi di controllo del respiro per far ascendere kundalini nella sushumna, il metodo del jnani è unicamente quello della indagine. Quando la mente si fonde nel Sé per mezzo di questo metodo, la shakti (il potere spirituale), o kundalini, che non è separata dal Sé, sorge automaticamente.
Gli yoghi attribuiscono grande importanza al far salire la kundalini fino al sahasrara, il centro del cervello o il ‘loto dai mille petali’. Essi mettono in risalto l’affermazione delle scritture secondo la quale la corrente vitale entra nel corpo attraverso la fontanella e arguiscono che, siccome vyoga (la separazione dalla Coscienza Universale) è avvenuta in quel modo, anche lo yoga (unione) dev’essere raggiunto nel modo opposto. Perciò, essi dicono, per il compiersi dello yoga, dobbiamo riunire i prana (le forze sottili) per mezzo delle pratiche yogiche ed entrare nella fontanella.
I jnani d’altro canto evidenziano che lo yogi presuppone l’esistenza del corpo e la sua separazione dal Sé. Solo se si adotta questo punto di vista della separazione lo yogi può consigliare lo sforzo per la riunione attraverso la pratica dello yoga. In effetti il corpo è nella mente ed ha il cervello come sua sede. Che il cervello funzioni con luce presa a prestito da un’altra sorgente è ammesso dagli yoghi stessi nella loro teoria della fontanella. Il jnani inoltre argomenta: se la luce è presa in prestito, deve provenire dalla sua sorgente originale. Vai alla sorgente direttamente e non dipendere da risorse prese in prestito. Quella sorgente è il Cuore, il Sé.
Il Sé non viene da nessun altro luogo e non entra nel corpo attraverso la corona del capo. E’ così com’è, sempre splendente, sempre stabile, immobile ed immutabile.

sabato 20 maggio 2017

I Venusiani e la trasformazione spirituale della Terra





Negli anni '50, i Maestri spirituali Paul Twitchell e Rebazar Tarzs si recarono su Venere nel corso di un viaggio dell'Anima in proiezione di coscienza.
Là incontrarono una piccola bambina di sette anni alla quale predirono che presto avrebbe rivestito un corpo fisico (per densificazione del corpo astrale) alfine di integrarsi in piena coscienza sulla Terra.
Sarebbe stata chiamata a compiere una missione così importante a livello spirituale come quella di Nikola Tesla sul piano scientifico.
Bisogna sapere che Nikola Tesla non nacque nel 1856 in Croazia, come la storia riporta. Quando era ancora neonato, fu condotto da Venere fin sul nostro Pianeta dove fu accolto in una famiglia serba molto pia dal cognome Tesla.
Lo chiamarono quindi "Nikola" perché, secondo la tradizione religiosa ortodossa, San Nicola è colui che concede dei doni alle Anime meritevoli.
Questo nome fu ispirato ai suoi genitori adottivi da un Maestro Venusiano poiché egli sapeva che le parole hanno un potere magico e che le innumerevoli scoperte tecnologiche di Tesla sarebbero state, in seguito, altrettanti meravigliosi regali offerti alla nostra Umanità.
Quanto alla piccola Venusiana, ricevette dai due Maestri il nome di Omnec Onec che rappresenta "Lo Spirito dell'Uno e del Tutto. In sanscrito, "Eck" designa lo Spirito Divino, e in latino, "Unus" e "Omnis" corrispondono a "Uno" e "Tutto".
Le indicarono che il suo compito terrestre sarebbe stato di propagare l'Insegnamento Universale caduto nell'oblio sul nostro Pianeta.
La Scienza del Viaggio dell'Anima e la Storia Cosmica Originaria così come appare negli Annali Akashici di cui i Venusiani sono, da eoni, i custodi e i depositari in questa parte dell'Universo.
Omnec visse dapprima in Tibet, nel monastero del Katsupary, per dare il tempo al suo corpo fisico di acclimatarsi alle relative necessità. Nutrirsi di alimenti solidi e andare in sella, sono tra le altre cose delle attività banali sul piano fisico, ma totalmente sconosciute a livello astrale.
Questo isolato monastero tibetano era stato scelto, come destinazione, a motivo di due criteri: il primo, perché la sua altitudine elevata risultava favorevole ad un adattamento graduale riguardo al disagio atmosferico legato alla forza di gravità.
Il secondo, perché era propizia la sua lontananza dalla nostra civiltà materialista, adatta a mitigare il divario tra i valori spirituali della società venusiana e i nostri.
I corpi fisici dei Venusiani assomigliano a quelli di certi Esseri umani eccezionalmente attraenti, ma sono, innanzitutto, molto più luminosi.
La loro struttura molecolare vibra su una frequenza assai più rapida di quella terrestre, cosa che rende la nostra atmosfera pericolosa per essi, tanto quanto la loro sarebbe letale per i nostri organismi.
Sembra che il corpo di Omnec abbia dovuto subire una sorta di cambiamento sul piano della densità fisica grazie a certe tecnologie sconosciute alla nostra civiltà, al fine di poter sbarcare sul nostro Pianeta in tutta sicurezza.
In questo monastero tibetano, sotto l'égida di Yaubl Sacabi, Omnec approfondì lo studio sul nostro mondo e la sua civiltà per un intero anno prima di trovarsi di nuovo a bordo del vascello-navetta che l'aveva portata da Venere l'anno prima.
Fu allora trasportata nel bel mezzo del deserto del Nevada, ove il disco si posò in piena notte durante l'estate 1955.
In un paesaggio che gli ricordava i dintorni della città venusiana di Retz, ritrovò un Maestro di Venere, Gopal Das, che l'attendeva in una Cadillac in compagnia di un altro extraterrestre.
La condussero fino a Menphis, nel Tennessee, affinché si potesse gradatamente integrare alla nostra civiltà decadente.
Ella racconta che, abituata al silenzio dei veicoli venusiani ed al loro funzionamento ad energia libera, trovò il rumore della vettura e delle sue emanazioni di fumo talmente insopportabili che più volte nel corso del tragitto perse conoscenza!
In seguito gli Americani, e soprattutto la loro alimentazione, gli parvero estremamente grossolani. Ma era stato programmato che accettasse i costumi di questo popolo per meglio fondersi nell'anonimato della nostra società dei consumi.
Doveva, in effetti, imperativamente preservare e tacere le sue origini fino all'apertura ufficiale della sua missione terrestre.
Da allora, ella affermò che la nostra cultura è così primitiva e talmente violenta e la nostra atmosfera così pesante ed inquinata che risultava molto difficile per una Venusiana adattarvisi.
Utilizzò a più riprese la parola "ripugnante" per qualificare il cibo americano perché questa gente privilegia il consumo di "cadaveri animali".
Per integrarsi meglio alle basse vibrazioni terrestri scelse di prendere in prestito l'identità di una bambina, Sheila Gipson, che era stata vittima di un incidente di autobus nel recarsi da sua nonna e il cui corpo, interamente carbonizzato, non aveva potuto essere riconosciuto.
E fu così che Omnec divenne una giovane statunitense in apparenza assolutamente normale.
Diventata più tardi una giovane mamma, si recò, dietro l'insistenza di suo marito, ad un seminario del movimento Eckankar, di cui Paul Twitchell era stato il fondatore.
Quando si sedette in fondo alla sala, temendo che i pianti del suo bebè potessero disturbare gli astanti, quale non fu il suo stupore nel vedere Paul Twitchell avvicinarsi a lei e apostrofarla usando il suo nome iniziatico, visto che era ancora la sola a conoscerlo.
Dopo un breve scambio di parole con lui, le immagini del suo incontro astrale su Venere con questo piccolo uomo, dai penetranti occhi blu, le ritornarono alla memoria. Egli la invitò allora a raggiungerlo sul palco per farsi conoscere dai presenti.
L'insieme dell'uditorio fu impressionato dalla disinvoltura e dalla chiarezza del suo discorso. La sua età sembrava approssimativamente di 35 anni. Ella emanava dal suo grazioso viso una luce ed una gioia indicibili.
Raccontò che era nata su Venere e che era stata preparata ed educata, durante otto dei nostri anni, in funzione della sua futura missione sulla Terra; che era partita dalla città di Retz, capitale di Venere, a bordo di una nave spaziale a forma di disco volante.
Accennò che da allora aveva capito lo svolgimento del viaggio interplanetario tanto facilmente da risolvere l'obbiezione presentata dai nostri scienziati sulla incompatibilità della presenza dei Venusiani nell'ambito naturale (cosmico; ndt) in relazione alla sopravvivenza di esseri viventi.
Spiegò con grande eloquenza al pubblico sbalordito come "iper-saltava" da una dimensione ad un'altra. E... oh miracolo: tutti comprendevano!
Sembrava capace di discutere su qualsiasi argomento, compresi quelli riguardanti la relatività e la meccanica dei fluidi.
Ma aggiunse che la sua missione attuale concerneva principalmente lo sviluppo spirituale e l'Amore Universale sulla Terra.
Tutto l'uditorio fu soggiogato dal suo fascino e dalla sua spigliatezza, ed il suo intervento segnò l'apertura ufficiale della sua missione terrestre.

Fu in seguito a questo incontro con Paul Twitchell che scrisse il suo primo manoscritto: "From Venus I came" (Sono giunta da Venere).
Ma il libro fu èdito e pubblicato molto più tardi, perché gli umani degli anni '70 non erano ancora pronti ad accogliere il genere di rivelazioni che esso conteneva.
Ella racconta, tra l'altro, che fu il Maestro venusiano Orthon che consegnò nel 1953 una lettera di Odino, portavoce venusiano della Fraternità dei pianeti sulla nostra Terra, al celebre contattista George Adamski, che si rivelò essere uno degli zii di Omnec.
George Adamski d'altronde, nella sua prima giovinezza, era stato anch'esso condotto dai genitori presso un monastero in Tibet, dove soggiornò una decina d'anni per essere preparato alla sua futura missione.
Dopo il suo famoso incontro con Orthon e il suo volo a bordo di un tracciatore magnetico della flotta venusiana, egli divenne celebre scrivendo libri, tenendo conferenze e facendo visita nel mondo intero ad alte personalità.
Nel nòvero di queste, figura John F. Kennedy che era diventato suo amico prima di essere assassinato.
Ecco le straordinarie rivelazioni di Omnec Onec riguardanti la lenta trasformazione spirituale della Terra e dei suoi abitanti e le sue raccomandazioni alla nostra Umanità per attraversare nelle migliori condizioni possibili la Transizione attuale verso l'Era Nuova:
"Ho sentito parlare, per la prima volta, della storia del nostro sistema solare e della trasformazione spirituale della Terra, nel momento di un incontro sul piano astrale al quale fui invitata nel 1994 in seguito ad una lunga meditazione.
Migliaia di Esseri provenienti da molteplici galassie, umani e non, tutte Entità intelligenti e molto evolute, presero parte a questo incontro.
È stata una delle innumerevoli occasioni nel corso delle quali si riuniscono per coordinare i loro sforzi per il salvataggio del pianeta Terra.
Essi tentano, all'incirca dal 1930, di elevare passo dopo passo le nostre vibrazioni al fine di evitare una nuova distruzione del nostro mondo.
Ecco le informazioni che questi grandi e nobili Esseri decisero allora di trasmettermi:
"Sono circa 40 milioni di anni (mi è impossibile essere più precisa perché il tempo è un concetto umano, è senza importanza in altre dimensioni dove conta solo la piena coscienza dell'attimo presente) che 4 gruppi appartenenti a 4 razze umane diverse, provenienti da 4 distinte galassie, furono invitati dalla Gerarchia Spirituale (che è formata da Maestri Ascesi ed Entità di Luce) a viaggiare in questo sistema solare e a colonizzare 4 dei più antichi pianeti.
Gli Esseri che ne facevano parte erano straordinariamente evoluti: potevano raggiungere altre galassie ed altre dimensioni, tanto nel passato quanto nel futuro.
Erano in grado di comunicare telepaticamente non soltanto tra loro ma anche con tutte le altre creature, gli animali, le piante e i minerali così come con gli Angeli e i Maestri Ascesi. Utilizzavano il linguaggio parlato solo per trasmettere delle informazioni agli Esseri meno progrediti.
La tecnica di queste Individualità si espletava in perfetta armonia con le Leggi della natura. Esse avevano compreso il potere creatore del loro pensiero e lo utilizzavano con grande responsabilità impiegandolo in ogni circostanza per fini positivi e costruttivi.
A questo alto livello d'evoluzione umana, non esistono né crudeltà, né egoismo, né aspirazione al potere, né tanto meno alla ricchezza.
Essi conoscevano tutto sul Creatore e sulla Creazione, come sulla loro propria esistenza in quanto Anime immortali non limitate dal corpo fisico. La stessa nozione di morte non esisteva per loro, c'erano soltanto dei passaggi da una dimensione ad un'altra.
Scieglievano da sé stessi la durata della vita individuale, in ragione delle esperienze che desideravano fare o delle missioni che volevano compiere.
Come custodi galattici delle forme di vita, erano venuti in questo Sistema Solare per introdurvi la razza umana. Ci sono in tutto 12 pianeti nel Sistema, di cui solo 9 sono conosciuti fino ad ora.
La razza gialla aveva colonizzato il pianeta Marte, la razza rossa il pianeta Saturno, la razza nera Giove e la razza bianca Venere.
La Terra era ancora una cometa a quell'epoca. Fu solo più tardi che assunse la sua orbita intorno al Sole e divenne un bel Pianeta con molteplici oceani. Aveva due lune che gli assicuravano un clima equilibrato.
Ciascuna delle quattro razze iniziali vi apportò, dalla propria galassia d'origine, un gran numero di animali, di piante e di minerali e vi crearono un paradiso nell'àmbito del quale tutti gli Esseri vivevano in armonia tra loro.
Alcune galassie ospitavano delle specie meno evolute che possedevano anch'esse la padronanza dei viaggi spaziali ma si trovavano ancora ad un livello di aggressione e di conquista.
Quando questi individui appresero l'esistenza di questo nuovo e bel Pianeta decisero di recarvisi con lo scopo di sfruttarne le ricchezze.
Stavano eretti e camminavano come gli uomini, su due piedi, ma alcuni erano Dinoidi, altri Reptoidi ed entrambi violenti. Possedevano una certa forma di intelligenza calcolatrice molto sviluppata e si credevano, di fatto, superiori a tutte le altre etnìe.
All'inizio unirono i loro sforzi per appropriarsi dei minerali e delle pietre preziose, ma rapidamente si combatterono tra loro con armi laser e atomiche. Ricevettero rinforzi dai loro pianeti d'origine ed una base fu installata su una delle due lune terrestri.
Questa fu completamente distrutta nel corso dei combattimenti, come la superficie della Terra.
La maggior parte delle forme di vita vi erano già state annientate prima del cataclisma finale, vittime dell'avvelenamento radioattivo e della conseguente desertificazione che rese il Pianeta inabitabile per lungo tempo.
I Dinoidi e i Rettiliani lasciarono dunque la Terra che aveva perduto per essi ogni attrattiva, abbandonandovi i loro feriti.
Le quattro razze che vivevano sui propri rispettivi vecchi pianeti inviarono allora dei volontari sulla Terra per aiutare i feriti e valutare l'ampiezza dei danni.
Desideravano ripristinare la biodiversità terrestre il più velocemente possibile ma dovettero sventuratamente prendere atto  che  il loro progetto era irrealizzabile.
I volontari furono per di più costretti a restarvi,  dopo aver constatato che avrebbero rischiato di contaminare radioattivamente i loro pianeti d'origine, ritornandovi.
A motivo delle radiazioni, le specie Reptoidi e Dinoidi si trasformarono in dinosauri e rettili enormi il cui strano aspetto non vi è sconosciuto perché la Terra ne ha conservato le tracce.
Quanto agli uomini, condannati a rimanere in tale ambiente ostile, si mutarono in un genere che conoscete con il nome di Neanderthal.

La Terra restò deserta per secoli e la vegetazione poco abbondante bastava a malapena per nutrire questi sauri enormi.
Una grande cometa precipitò poi in uno degli oceani provocando una nube di polvere che si unificò con quella radioattiva che circondava il Pianeta avvolgendolo in un'oscurità completa.
I raggi del Sole non riuscirono più ad attraversare questa cappa e si produsse, di conseguenza, una glaciazione che mise definitivamente termine alle forme di vita ibride generate dalla mutazione genetica.
Le quattro razze ottennero in seguito la possibilità di prendersi cura del mondo terrestre con la loro tecnologia ed energia. Esse vi innestarono nuovamente ogni tipo di vita e crearono un ulteriore ecosistema.
Tuttavia, dalla distruzione della seconda luna, vi regnavano di fatto delle condizioni climatiche estreme con forti correnti marine e grandi estensioni di maree.
In quel tempo i quattro vecchi pianeti avevano raggiunto nel loro ciclo vitale una fase di transizione, nel corso della quale non avrebbero più potuto accogliere la vita fisica.
Le quattro razze decisero allora di insediarsi sulla Terra. Così nacquero le prime colonie che conoscete con i nomi di Lemuria ed Atlantide.
Preoccupate dal fatto che la Luna provocava ogni genere di problemi quali i tornado, le eruzioni vulcaniche e i maremoti, domandarono l'assistenza della Gerarchia Spirituale e furono portate a costruire intorno alla Terra due scudi di protezione formati da particelle di ghiaccio.
Queste edificazioni, chiamate "Firmamenti", furono ancorate con l'aiuto di speciali strutture cristalline che vennero installate lungo l'equatore.

Siccome la Terra era troppo piccola per ospitare la totalità degli umani che abitavano sui quattro pianeti, fu deciso di inserirvi soltanto la generazione giovane accompagnata da alcuni Insegnanti Spirituali e Maestri di Saggezza.
Le rimanenti popolazioni erano da allora condannate a morire e ad estinguersi di pari passo alle condizioni di vita fisica degli stessi mondi. Considerarono tuttavia il loro destino con una certa disinvoltura, perché non conoscevano il timore della morte.
La Gerarchia Spirituale decise allora che avrebbero potuto continuare la loro esistenza in una dimensione più elevata, conservando ogni loro cultura e diventando i protettori degli uomini della Terra.
Spronò le Individualità umane emigrate sul Pianeta a edificarvi dei "Templi" di un genere particolare, concepiti per essere utilizzati come Porte interdimensionali.
Esse ebbero quindi la possibilità di proseguire a visitare altre dimensioni e di raggiungere i Maestri Ascesi durante le proprie meditazioni.
Per la loro salvaguardia tuttavia, ed anche perché erano destinati a svolgere un ruolo importante nel futuro, questi vortici avrebbero dovuto essere ben nascosti.
Una razza altrettanto umana ma dotata di una struttura genetica diversa e asservita alle Forze universali dell'Ombra viveva a quell'epoca in un sistema solare in prossimità del nostro.
Si recò sulla Terra con la speranza di ottenere delle informazioni sulle tecnologie avanzate terrestri. Ma queste furono loro rifiutate.
Allora le Forze dell'Oscurità dichiararono guerra ai primi coloni del Pianeta. Questi ultimi decisero di non difendersi; si divisero però in gruppi e si nascosero in differenti luoghi della Terra, ma prima, distrussero le loro colonie affinché non cadessero tra le mani dei loro nemici.
Uno di questi agglomerati si ritirò all'interno stesso del globo dove abita ancora oggi.

Lemuria, Atlantide e le altre comunità furono così smantellate dagli stessi abitanti alfine di proteggere il loro sapere e la loro tecnologia da ogni velleità di appropriazione.
Le strutture cristalline, supporto dei "Firmamenti", furono anch'esse danneggiate. Di conseguenza, la Gerarchia Spirituale avvertì gli uomini che si erano nascosti in superficie dell'imminenza di un grande diluvio.
I "Firmamenti" si riversarono a precipizio sulla Terra, liberando attraverso lo scioglimento delle particelle di ghiaccio, immense quantità d'acqua.
Dalla stessa Gerarchia fu ingiunto loro di costruire grandi battelli e di salvare più specie viventi che potessero.
Essi fabbricarono quindi centinaia di arche e non una sola come menzionato nella Bibbia. Queste, erano dei vascelli spaziali e non dei semplici barconi in legno.
Le milizie dell'Ombra attesero, come i coloni umani, la fine del diluvio. Poi ritornarono sulla Terra, fecero tra essi numerosi prigionieri e li torturarono con lo scopo di ottenere informazioni sui portali nascosti e sulla tecnologia avanzata.
I miliziani sapevano che i coloni avrebbero potuto ricostruire la Terra con una nuova forma per un lungo tempo perché sarebbero rimasti in contatto con altre dimensioni.
È per questo che distrussero tutte le interconnessioni tra i due emisferi del cervello dei loro prigionieri. Gli umani persero allora le facoltà di comunicare con gli altri piani vibratori e di ricordarsi delle loro vite anteriori.
Dimenticarono le leggi spirituali e le loro capacità tecnologiche, persero le conoscenze sui Templi occultati e sui Maestri Ascesi.

Gli strateghi dell'Ombra li manipolarono a tal punto che essi non poterono più rammentarsi nemmeno del proprio passato più vicino.
Le comunità generate dalle quattro razze originarie cominciarono anche a combattersi tra loro e ad adorare delle creature dell'Oscurità in quanto dei.
Ed è così che delle nuove religioni furono create, al fine di permettere di esercitare il controllo e il potere. Ci furono innumerevoli guerre per il dominio, basate sul denaro e sulla tecnologia.
Questa sequela è proseguita fino ad oggi, ad un livello così sottile che gli Umani non se ne sono mai praticamente accorti.
Essi sentono tuttavia che la vita terrestre non corrisponde alle aspirazioni del loro Essere profondo e conservano una nostalgia confusa dell'originaria patria individuale, senza rendersi conto che è la loro Anima a spingerli al ricordo di questa derivazione celeste.
La Gerarchia Spirituale lavora da decenni insieme a tutti gli Esseri che parteciparono alla manipolazione degli antichi coloni e che vogliono ormai correggere gli errori del passato.
La grande Trasformazione che viviamo adesso è il risultato e la conclusione della loro Opera comune.
Il primo passo è consistito per essi nel guidare gli uomini a ritrovare la Conoscenza delle Leggi Spirituali che reggono il nostro Universo.
Diversi governi della Terra sono stati contattati ma si sono tutti rifiutati di collaborare, privilegiando il mantenimento del potere su ogni altra considerazione e continuando a lavorare in segreto sulle tecnologie connesse agli armamenti e alla manipolazione genetica.
Dalla riscoperta della bomba atomica, il pericolo di distruzione dell'intero mondo è di nuovo onnipresente.

Un tale disastro non avrebbe solo delle ripercussioni sul nostro sistema solare ma sulla totalità dell'Universo e potrebbe alterare profondamente la vita di innumerevoli creature.
La Fraternità Galattica (che raggruppa una moltitudine di Esseri molto evoluti di differenti dimensioni) ha dunque deciso di bloccare questo abuso.
Essa opera dagli anni '30 per elevare le vibrazioni del Pianeta, in maniera che un giorno le tecnologie conosciute oggi, non siano più in grado di funzionare.
L'elevazione delle vibrazioni avanza molto lentamente. È soltanto dopo il 1993 che i Templi segreti (i portali; ndt) sono stati riattivati e che l'energia positiva proveniente da altre regioni (del Cosmo; ndt) ha ricominciato a raggiungere la Terra ma il successo di questa impresa sembra ormai in dirittura d'arrivo.
Tutt'intorno al globo terrestre sono parcheggiate immense astronavi-madre che sono invisibili all'occhio umano e che non possono essere individuate da nessun radar.
Inviano continuamente la loro energia salvatrice verso il globo terrestre. Tutti gli animali che vivono su di esso sono stati avvertiti dalle loro Anime-gruppo (ogni Spirito o Deva che presiede a ciascuna specie; ndt) di elevare le loro vibrazioni.
Gli Esseri che riprendono coscienza della propria eredità cosmica e della loro vera origine concorrono in differenti modi all'elevazione della frequenza. Più Individualità vi partecipano e più rapidamente si compiranno i cambiamenti.
La Trasformazione è un processo molto lento che si svolge a piccole tappe affinché la struttura cellulare umana non sia danneggiata.
Un nuovo sistema di chakras è stato posizionato, grazie al quale i due emisferi cerebrali possono essere sincronizzati con l'obbiettivo di risvegliare le facoltà come la telepatia, l'intuizione, i ricordi delle vite passate e facilitare i contatti personali con i Maestri.
I chakras sono delle piccole porte interdimensionali per mezzo delle quali si può entrare in contatto con l'energia vibratoria corrispondente.
I bambini nati dopo il 1993 sono dotati di questo nuovo sistema di chakras (termine sanscrito che vuol dire ruote o vortici; ndt) e di una grande consapevolezza, anche se la maggior parte di essi continua ad ostentare esteriormente un'attitudine negativa di rigetto e di rivolta.
In questo tempo di Transizione possono apparire differenti sintomi fisici: brevi sensazioni di punture dolorose come se venisse conficcato un ago in quella parte del corpo, acufène e suoni acuti nelle orecchie, improvvisa apparizione di disturbi visivi che scompaiono nello stesso modo e alterazioni del ritmo cardiaco.
Talvolta potete sentirvi affaticati, benché abbiate dormito a sufficienza; altre volte, potete recuperare facilmente il dispendio dovuto a grandi sforzi con alcune ore di sonno, sentendovi pervasi di energia.
Oppure, in certi casi, il vostro appetito può vacillare e non riuscite ad inghiottire alcun alimento, e in tal altri, può capitare che non arriviate a saziarvi nonostante diversi pasti ravvicinati.
Comunque è importante bere molta acqua in questo periodo per sostenere il corpo durante il cambiamento ad eliminare le tossine.
È fondamentale inoltre trasmettere queste informazioni a tutti coloro che iniziano a svegliarsi, perché più persone ci sono a partecipare coscientemente e attivamente alla Trasformazione, più velocemente e meglio potrà realizzarsi.
Amual Abactu Baraka Bashad!" (Che l'Amore e le Benedizioni del Creatore siano su di voi!).
Omnec Onec

la festa del Wesak.

Il plenilunio è il periodo in cui le energie creative sono più intense e l’ attività spirituale più elevata, è un periodo di ispirazione, di visione e intuizione, di maggiore opportunità di servire. Al plenilunio la luna si trova nel punto più lontano dalla terra, al di là del sole, permettendo un rapporto diretto e privo di ostacoli tra la terra e il sole, la sorgente della nostra vita, energia e coscienza, simbolo del rapporto esistente tra la personalità umana e l’Anima o Sé, tra la materia e lo Spirito, tra il finito e l’infinito. Tutte le tradizioni spirituali e filosofiche hanno sempre dato importanza alla sincronizzazione dei ritmi dell’uomo, della Natura e del Cosmo. Cariche di significato sono le parole che appaiono nel Vecchio Testamento in Giobbe:
“Puoi tu stringere i legami delle Pleiadi?
Puoi sciogliere le catene di Orione?
Sei tu che a suo tempo fai apparire i 12 Segni o puoi tu guidare Arturo con i suoi figli?
Le leggi del cielò le conosci a fondo?
E l’influsso suo sopra la Terra lo regali tu?
Inoltre, in quasi tutte le chiese cattoliche si vedono statue e pitture raffiguranti Maria Regina del Cielo posta sulla luna crescente, con la testa circondata da 12 stelle così come è descritto anche nell ‘Apocalisse:
“Una Donna vestita di sole, sotto ai cui piedi era la luna e sopra la cui testa era una corona di 12 stelle, simbolo delle 12 Costellazioni dello Zodiaco”.
Un’analogia ancor più chiara, sempre dall’Apocalisse:
“Accanto al fiume proveniente dal Trono di Dio era l’Albero della Vita che dà 12 frutti, rendendo il suo frutto per ciascun mese; e le frondi dell’albero sono per la guarigione delle genti.”
Nel campo artistico invece, abbiamo l’affascinante “Ultima Cena” di Leonardo da Vinci.
Quest’opera è ideata secondo un preciso ordine astrologico e numerologico; infatti Leonardo diceva: il corpo nostro è sottoposto al cielo e il cielo è sottoposto allo Spirito”. Nell’ultima cena vediamo che il Cristo al centro corrisponde al sole, mentre ciàscun discepolo corrisponde a un segno zodiacale: 12 discepoli= 12 segni zodiacali.
In effetti ogni mese, una pioggia di energie diverse affluiscono sulla terra, ogni mese un’energia, ogni mese un dono che il cosmo elargisce ad ogni essere vivente e ad ogni regno di natura; si evidenzia in tal modo come vi sia un’interrelazione fra cosmo-natura-uomo-cellula-atomo e come il movimento, la forza e l’energia di uno influenzi l’altro.


IL SIGNIFICATO DELLA RUOTA DELLA VITA

Lo Zodiaco, da Zoe (VITA) e Diakos (RUOTA), esprime l’Energia Primordiale che, dopo essere stata fecondata, passa dall’unità alla molteplicità, dallo Spirito alla materia, dall’infinito al finito, per ricominciare daccapo; questo movimento circolatorio a spirale, di discesa e di ascesa, riflette non solo le teorie platoniche sulla “Caduta d eli’ Anima” nell’esistenza materiale e la sua necessità di salvezza percorrendo il cammino inverso, ma anche la teoria biblica degli “Angeli Caduti”  e il simbolismo della parabola del “Figliuol Prodigo”. A volte, quando il cielo è nuvoloso, improvvisamente si apre una finestra di cielo blu e i raggi del sole arrivano sulla terra; la stessa cosa accade al momento della luna piena: si apre una finestra spirituale tra l’umanità e il Divino da cm sgorga un fiume di energie di Luce, Amore e Potere Creativo sulla terra.

ARMONIA TRA ESSERE UMANO E COSMO

L’essere umano quindi, è misteriosamente e mirabilmente l’Unità di Misura della Creazione; è il Microcosmo che in sé riflette il Macrocosmo.
Secondo Jung, il cosmo e l’essere umano, in ultima analisi obbediscono a leggi comuni: l’essere umano è un cosmo in miniatura e non è separato dal grande cosmo da nessun limite preciso, le stesse leggi regolano ambedue e dall’uno c’è la strada che porta all’altro. La psiche e il cosmo sono in relazione l’uno con l’altra, come il mondo interiore lo è con il mondo esterno; come il corpo degli esseri umani è in stretta relazione con le influenze metereologiche e cosmologiche, così la loro psiche è in stretta relazione con la psiche dell’Universo; come l’anatomia studia gli organi del corpo e le loro interrelazioni e la psicologia studia la psiche, l’inconscio e la forze che .guidano l’essere umano, così l’astrofisica studia la struttura dei pianeti e delle stelle e la vera astrologia o cosmopsicologia studia la psicologia del cosmo, l’inconscio dello spazio, le visioni e i segni dell’Universo.
Con il plenilunio del toro o festa del Wesak, entriamo nel flusso energetico-spirituale più alto dell’anno. In senso spirituale, questo evento è simbolo della forza creativa, dell’illuminazione, della liberazione dell’individuo e dei popoli dal materialismo, dalla paura, dall’illusione e dall’oppressione. Anche secondo la cronobiologia, cioè la scienza che studia i bioritmi nel vivente, esistono diversi ritmi in noi e nel cosmo:
l) i ritmi ultradiani (minori di 24 ore) come per es.:
i ritmi endocrini
”          nervosi
”          cellulari
”          emozionali
”          sonno-veglia
2) i ritmi circadiani (circa 24 ore)
- temperatura corporea: al mattino e mezzogiorno è più bassa, al tramonto e sera più alta
- le quattro fasi della giornata: alba, mezzogiorno, tramonto e notte
3) i ritmi mensili ( circa 29 giorni) esempio: ciclo mensile della donna, agricoltura, etc.
4) i ritmi circannuali (circa 365 giorni) con le quattro stagioni.
Aprile-Maggio-Giugno, rappresentano i mesi di massimo contatto con le energie spirituali”, con acme a maggio. Durante il plenilunio del toro o festa del Wesak assistiamo ad una vera sinfonia cosmico-spirituale. Lo spazio è popolato da grandi Vite che ciclicamente si stringono le mani l ‘un l’altra e trasferiscono l’energia delle più elevate sorgenti ai loro fratelli minori.
La nostra terra è un’entità vivente!
Il nostro sistema solare è un’entità vivente!
Lo Zodiaco come un unico insieme è un gruppo di grandi Vite, le quali, età dopo età rendono una grande funzione e servizio ad un’entità più vasta: LO ZODIACO MAGGIORE.

LA MUSICA DELLE SFERE

Gli antichi ritenevano che la musica riflettesse la perfetta armonia matematica dell’Universo.
Nell’antica Cina ogni stagione viene messa in relazione ad un strumento musicale o ad una nota; secondo i greci, il sole, la luna e i pianeti nel loro moto attraverso lo spazio, emettevano suoni musicali, un po’ come le tonalità prodotte da una pallina roteante all’estremità di una corda.
Gli astronomi hanno scoperto che i pianeti “fanno musica” e alcuni fisici teorici ritengono che, le particelle subatomiche producano “una musica” riecheggiante le risonanze dei pianeti; che sia questa la “musica delle sfere” di cui parlavano gli antichi filosofi greci e le varie tradizioni egiziane, sufi, indù, tibetane, etc.?
Le navi spaziali voyager hanno scoperto una quantità di radio-onde e le hanno ritrasmesse come segnali, per esempio, le onde trasportate dal vento solare creano un concerto di fischi, sussurri e scoppiettii, mentre quelle della magnetosfera di Saturno sono invece striduli, lamenti e bisbigli che una volta suonati da un sintetizzatore a velocità maggiore di quella alla quale sono stati registrati, i segnali producono una lenta melodia sognante.
Chiaramente queste onde sono al di là della gamma di vibrazioni percepite dall’orecchio umano ed è per questa limitazione sensoriale che non si avverte il pulsare della vita, il canto della vita che in silenzio risuonano nella pietra, nel pianeta, nel cosmo.

ALLINEAMENTO E DISCESA ENERGETICA

Ritornando al Wesak, le energie cosmico-spirituali dello Zodiaco Maggiore, le cui costellazioni rappresentanti sono l’Orsa Maggiore e le Pleiadi, vengono accumulate nella magnifica stella fissa di Aldebaran, da qui le energie vanno fino al sole, dall’Entità Vivente che noi chiamiamo sole, l’energia arriva a veneree alla luna, poi al Logos Planetario e a Sanat Kumara (l’Antico dei giorni, l ‘Eterno giovane, descritto nella Bibbia), il quale passa queste enormi energie psico-spirituali al BUDDHA e poi al CRISTO e da questi ai Maestri di saggezza e al Regno degli Arcangeli e degli Angeli, che a loro volta le trasmettono agli iniziati, discepoli, aspiranti sparsi per il mondo, cioè tutto il gruppo mondiale dei “Servitori del Mondo” che lavorano in ogni campo dello scibile umano e che a loro volta le trasmettono all’Umanità e da questa ai regni animale, vegetale e minerale.
Ciò rappresenta la discesa di energie di Luce, Amore e Potere, dall’infinitamente grande (le
Galassie) all’infinitesimamente piccolo (gli Atomi e i Quark); dal Divino all’umano.



LA LEGGENDA- ESPERIENZA DEL WESAK
Accanto alla costruzione di questo meraviglioso mosaico di unità e interdipendenza che si va costruendo, vi è un evento che realmente avviene in un certo luogo della Terra, per alcuni è una leggenda, per altri un evento che attendono con fiducia di vivere nella loro coscienza, per altri ancora è un fatto, un’esperienza vissuta “nel corpo o fuori dal corpo” per dirla con San Paolo.
C’è un’alta valle vicino al Kailash, nella catena dell’Himalaya, ad ovest di Lhasa e non distante dal Nepal; è circondata da alte montagne coperte di alberi e cespugli.
Pochi giorni prima del plenilunio del toro o festa del W esak, pellegrini provengono da ogni parte e cominciano a riunirsi, uomini santi e lama, saggi e grandi iniziati d’oriente e d’occidente; si siedono a terra su piccoli tappeti o coperte, in grande silenzio, riverenza, preghiera e meditazione.
All’avvicinarsi dell’ora del plenilunio iniziano a giungere i “Grandi Esseri” che sono i “Custodi del Piano di Dio in Terra”, per il nostro pianeta e per l’umanità.
I credenti Cristiani parlano di Cristo e della sua Chiesa Celeste, gli esoteristi li chiamano i Maestri di Saggezza, la Gerarchia Planetaria, oppure possiamo chiamarli i Rishi delle Scritture Indiane o la società delle Menti Illuminate, come negli insegnamenti tibetani.
Subito dopo appaiono “i tre Grandi Signori” nei loro corpi eterici, che si fermano vicino alla grande roccia verso nord.

IL CRISTO:

Il Signore dell’Amore (Colui che presiede al dipartimento dell’educazione mondiale e di tutte le religioni del mondo), viene chiamato Cristo dai cristiani, A vatar o Krisna dagli induisti, Bodhisattva dai buddhisti, Maitreya dai tibetani e dai mongoli, Messia dagli ebrei, Iman Madhi dai musulmani, ma è sempre la stessa grande “Coscienza e Identità” che vive in ogni religione e in ogni essere umano.

ILMANU:

Il Signore del Potere e delle Forme Viventi (Colui che presiede al dipartimento della politica e dell’economia mondiale e al rinnovamento delle razze e ideologie).

IL MAHACHOAN:

Il Signore della Civiltà (Colui che presiede al dipartimento della cultura, arte, scienza e filosofia e alla rinascita della nuova civiltà e della nuova era che sta emergendo).
A un segnale convenuto “i tre Grandi Signori” seguiti dai “Maestri di Saggezza”, iniziano a formare diverse figure geometriche come:
-      Tre cerchi concentrici;
-      Poi tre cerchi concentrici con il Cristo al centro;
-      Successivamente formano una Croce con il Cristo al centro;
-      Poi un triangolo con il Cristo all’apice;
-      Poi tre petali di un fiore con un triangolo e il Cristo all’apice;
-      Successivamente due triangoli intrecciati;
-      Infine una Stella a cinque punte con il Cristo all’apice e poi intonano dei Mantram o Invocazioni.
E’ proprio vero che Dio vien detto anche “Il Grande Architetto – il Grande Matematico”.
D’altronde come diceva Linstein: “la matematica è l’alfabeto con cui Dio ha scritto l’Universo”.
Dopo il “Cerimoniale” e qualche minuto prima dell’orario esatto del plenilunio, compare in alto nel cielo il Signore Buddha seduto a gambe incrociate e inondato di luce, con le mani tese a benedire; quando arriva al punto esatto sopra la “Grande Roccia”, il Cristo intona un grande Mantram o invocazione potente e il Buddha riversa la Sua benedizione tramite il Suo grande fratello, il Cristo e i Maestri di Saggezza, su tutto il mondo.
L’intera Benedizione Cerimoniale dura otto minuti dalla comparsa del Buddha, lentamente il Signore Buddha recede in distanza, finchè nel cielo non si vede altro che una pallida macchia che lentamente scompare.
Una volta all’anno, al plenilunio del toro, l’umanità è ricaricata di “Forza Divina”; l’Energia Divina discende sulla terra e l’umanità si alza di anno in anno sempre di più verso il Divino.
Tramite il Buddha si riversa la Sapienza e la Luce di Dio!
Tramite il Cristo si manifesta l’Amore di Dio!
Tornando alla scena dell’Himalaya, il Cristo che funge da Grande Celebrante, innalza allora la coppa di cristallo e oro piena d’acqua benedetta e la distribuisce agli iniziati, discepoli e a tutti i presenti nella valle; l’acqua che è stata magnetizzata dalla presenza del Buddha e del Cristo, porta certe proprietà e virtù di guarigione e di aiuto, così benedetta, la folla si disperde e Maestri e discepoli tornano con forza rinnovata a riprendere un altro anno di servizio.
In questa bella cerimonia “di comunione con l’acqua”, ci è presentata simbolicamente un’indicazione “dell’Era dell’Acquario”, cioè il Portatore di acqua; è l’Era dell’uomo che porta una brocca di acqua, come disse il Cristo.

IL CENTRO SPIRITUALE DEL MONDO

Tale è la realtà se osiamo crederci e se abbiamo la mente abbastanza aperta per ammettere la possibilità.
Per l’Occidente è un’idea nuova che richiede il riadattamento di alcune nostre credenze cui siamo più attaccati, ma se può essere afferrata e compresa, emergerà una visione nuova e la possibilità per l’umanità di attingere ad una nuova fonte e ad un nuovo centro di forza spirituale che in passato era permesso a pochi.
Questo “Centro Spirituale”, ha molti nomi:
-      Shamballa, per gli esoteristi e i tibetani;
-      la Cittadella Solare dei Rosacroce;
-      il Motore Immobile di Aristotele;
-      l’Amor che muove il Sole e le altre Stelle di Dante;
-      il Centro Spirituale del Re del Mondo, di Renè Guenon;
-      l’Agarttha degli indù;
-      la Chiesa Universale dei cattolici;
-      il Regno di Dio o la Casa del Padre dei cristiani.
Ora diventa più chiaro come la meditazione è il principale mezzo creativo sul nostro pianeta, è attraverso essa che si crea un allineamento, un ponte con il Cuore, la Mente, l’Anima dell’individuo, poi del gruppo e del pianeta fino al “Centro di Vita Spirituale” o “Regno della Divinità”.
Sin dai tempi antichi, i “Grandi Saggi e Maestri”, hanno stabilito dei giorni particolari dell’anno per il digiuno, la preghiera, il riposo, lo sforzo aspirazionale, la meditazione e li hanno chiamati “Giorni Sacri”. Rendere sacro significa lasciare qualcosa da parte per uno scopo più grande.
Come possiamo rendere sacri noi stessi, l’ambiente e il pianeta?
Proprio attraverso l’uso della preghiera, della meditazione e dell’invocazione, per irradiare quelle energie benefiche che andranno a trasformarci e a trasformare tutte le cose.

PREGHIERA- MEDITAZIONE -INVOCAZIONE

La Preghiera è la scienza del “Cuore”, purifica la mente, i desideri e il corpo. Dapprima è esteriore poi emana dal “Cuore” e infine si trasforma per benedire il mondo.
La Meditazione è la scienza della “Mente”, è un uso cosciente del pensiero e delle forze psichiche, dell’aspirazione, della visualizzazione e della volontà. Consiste nei seguenti passi generali:
-      Posizione comoda e schiena diritta;
-      Rilassamento e respirazione lenta e profonda;
-      Aspirazione, cioè innalzamento della “Coscienza”;
-      Concentrazione, cioè controllo della Mente;
-      Meditazione o periodo di ricezione di idee, significati, intuizioni e contatto con il “Sé Superiore”;
-      Invocazione, in cui il “Cuore” e la “Volontà” fanno appello alle “Forze Superiori”;
-      Benedizione, a tutti gli esseri della Terra e dell’Universo.

L’Invocazione è la scienza di sintesi, poiché sintetizza: aspirazione, preghiera, concentrazione e meditazione in un appello forte e potente come un laser verso le forze della Luce, i Maestri di Saggezza e il Centro Spirituale.

LA GRANDE INVOCAZIONE E IL SERVIZIO

Dal 1945, viene recitata in tutto il mondo e tradotta in più di cento lingue e dialetti, la “Grande Invocazione”. Ogni volta che si pronuncia l’invocazione, essa risuona come una campana nell’etere che ci circonda; solleva la vibrazione di coloro che l ‘hanno fatta risuonare e raggiunge il suo obiettivo in grado, pari alla sua forza.
Questo è il principio esoterico sul quale la preghiera e l’invocazione si sono fondate nei secoli e quando aggiungiamo ad esse la creatività del pensiero e il potere rafforzante dell’intenzione che afferma, mettiamo in moto forze che devono avere un effetto sull’atmosfera: l’Aura che dividiamo con gli altri esseri umani e regni di natura.
Secondo l’Astrofisica, la luce delle stelle giunge a noi attraverso l’atmosfera e questa è ben lontana dall’essere omogenea e tranquilla; ecco allora che il raggio che ci arriva viene sensibilmente perturbato, dando origine a disturbi nelle immagini. Se l’atmosfera è tranquilla, le immagini sono ottime, altrimenti queste sono tanto più scadenti quanto più l’atmosfera è agitata.
Ora in senso psico-mentale, sia per l’individuo che per il pianeta accade la stessa cosa. Come l’essere umano è formato da un copro fisico, uno energetico, uno emotivo, uno mentale e un centro spirituale, così la terra è formata da un corpo o un’atmosfera energetica, emotiva, mentale e da un centro spirituale.
Per cui, ecco il valore della preghiera, della meditazione, dell’invocazione e del pensiero positivo per rendere pura, tranquilla e serena l’atmosfera psichi ca individuale e planetaria, affinchè la Luce, l’Amore e il Potere Divino, possano affluire nelle dense nebbie, mi asmi e illusioni che gravitano attorno alla terra, eliminandole.
Risulta allora più evidente come attraverso i pleniluni e soprattutto la “Festa del Wesak”, abbiano una grande opportunità per purificare i nostri corpi fisico, eterico, emotivo, mentale e quelli dell’umanità e del pianeta, ripulendo ogni tipo di inquinamento fisico, emotivo e mentale che grava sull’umanità.

IL CALICE E IL GIOIELLO INTERIORE

Un’antica leggenda narra di quando gli dei decisero di creare l’universo, crearono le stelle, il sole e la luna, crearono i mari, le montagne, i fiori e le nuvole, poi crearono l’essere umano e infine crearono un Calice con un Gioiello pieno di Verità, di Luce, di Potere, di Amore e di Saggezza; a questo punto sorse il problema di dove nascondere questo calice, in modo che nessun essere umano lo scoprisse subito e fosse così prolungata l’avventura della sua ricerca per meglio apprezzare quei doni.
Disse uno degli dei: mettiamo il calice sulla montagna più alta, lì sicuramente l’essere umano faticherà a trovarlo; mettiamo lo sulla stella più lontana; mettiamo lo nell’abisso più profondo e più scuro; nascondiamolo sulla faccia segreta della luna, suggerirono gli altri dei, alla fine il Dio più saggio disse: no! Metteremo il calice dentro il cuore di ogni essere vivente, in questo modo egli lo cercherà in tutto l ‘universo, senza rendersi conto di averlo dentro di sé.
In ogni essere umano ci sono le montagne dell’Himalaya e una valle del Wesak con la roccia; su questa, il calice e in esso uno splendido gioiello, un diamante simbolo della Verità, della Saggezza, della Luce, dell’Amore, dell’Invincibilità e dell’Immortalità.
Stiamo in piedi sulle rocce della nostra realtà spirituale e solleviamo il nostro calice di Amore e Sacrificio all’energia in arrivo della Libertà e della Luce, favoriamo il progresso e la liberazione dell’umanità.

Per finire concludiamo con le bellissime parole di Teilhard De Chardin:

“un giorno, dopo aver attraversato i venti, le onde, le maree, la gravità, noi padroneggeremo in nome del sacro e dell’universo, l’energia d’Amore, allora per la seconda volta nella storia del mondo, l’uomo avrà scoperto il fuoco “IL FUOCO DELLO SPIRITO”.


LA GRANDE INVOCAZIONE
Dal punto di luce entro la Mente di Dio
Affluisca luce nelle menti degli uomini.
Scenda Luce sulla Terra.
Dal punto di Amore entro il Cuore di Dio
Affluisca amore nei cuori degli uomini.
Possa Cristo tornare sulla Terra.
Dal centro o ve il V o l ere di Dio è conosciuto
Il proposito guidi i piccoli voleri degli uomini;
il proposito che i Maestri conoscono e servono.
Dal centro che vien detto il genere umano
Si svolga il Piano di Amore e di Luce.
E possa sbarrare la porta dietro cui il male risiede.
Che Luce, Amore e Potere ristabiliscano il Piano sulla Terra.

L'Arte della Presenza: Ritornare al Qui e Ora (The Art of Presence: Returning to the Here and Now)

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