martedì 15 luglio 2014

Religione e scienza sono compatibili?

Tutto ciò che la razza umana ha fatto e pensato ha a che fare con la soddisfazione dei bisogni percepiti e l'attenuazione del dolore. Occorre costantemente tenerlo a mente se si vuole comprendere i movimenti spirituali e il loro sviluppo. Sentimento e desiderio sono le forze motrici dietro a ogni impresa e creazione umana, per quanto esaltata possa manifestarsi la forma di quest'ultima. Allora quali sono i sentimenti e bisogni che hanno portato gli uomini al pensiero e credo religioso nel senso più ampio della parola? Una breve riflessione sarà sufficiente a dimostrarci che le emozioni più diverse sono alla base della nascita del pensiero e dell'esperienza religiosi. Con l'uomo primitivo è soprattutto la paura che evoca concetti di tipo religioso - paura della fame, bestie feroci, malattia, morte. Dato che in questa fase dell'esistenza la comprensione di relazioni causali è tipicamente poco sviluppata, la mente umana crea per se stessa esseri più o meno analoghi dalla cui volontà e azioni questi paurosi accadimenti dipendono. L'obiettivo dell'uno è garantirsi il favore di questi esseri compiendo azioni e offrendo sacrifici che, secondo la tradizione tramandata di generazione in generazione, li rende propizi o ben disposti verso un mortale. 

Ora parliamo della religione della paura. Questa, anche se non creata, si trova ad un livello elevato reso stabile dalla formazione di una speciale casta sacerdotale che si definisce mediatore tra la gente e gli esseri che teme, e su queste basi erige una egemonia. In molti casi il leader o il sovrano, la cui posizione dipenda da altri fattori, o una classe privilegiata, unisce funzioni sacerdotali alla sua autorità temporale, al fine di rendere quest'ultima più sicura; oppure i capi politici e la casta sacerdotale fanno causa comune per i loro interessi.

I sentimenti sociali sono un'altra fonte di cristallizzazione della religione. Padri, madri e leader di grandi comunità sono mortali e inclini agli errori. Il desiderio di orientamento, amore, e sostegno, spinge gli uomini a dare forma alla concezione sociale e morale di Dio. Questo è il Dio della Provvidenza che protegge, dispone, premia e punisce, il Dio che, a seconda dell'ampiezza di vedute del credente, ama e nutre la vita della tribù o della razza umana, o addirittura la vita in quanto tale, il consolatore nel dolore e nel desiderio insoddisfatto, che protegge le anime dei morti. Questa è la concezione sociale o morale di Dio. 

Le scritture del popolo ebraico illustrano in modo eccellente lo sviluppo dalla religione della paura a quella morale, mantenuta poi nel Nuovo Testamento. Le dottrine di tutti i popoli civilizzati, specialmente quelli orientali, sono principalmente morali. Lo sviluppo dalla religione della paura a quella morale costituisce un grande passo nella vita di una nazione. Il fatto che le religioni primitive siano basate interamente sulla paura e che quelle dei popoli civilizzati unicamente sulla moralità, è un pregiudizio contro cui dobbiamo stare in guardia. La verità è che sono tutte tipologie intermedie, con la riserva che ai livelli più elevati della vita sociale la religione morale predomina.

Comune a tutte queste tipologie è il carattere antropomorfo della loro concezione di Dio. Solo gli individui con doti eccezionali e le comunità di animo eccezionalmente elevato, come regola generale, arrivano al senso reale che sta al di là di di questa definizione. Ma c'è un terzo stato di esperienza religiosa che appartiene a tutti loro, anche se raramente si trova in una forma pura, e che chiamerò sentimento religioso cosmico. E' molto difficile spiegare questo sentimento a chiunque ne sia totalmente privo, tanto più che non vi è alcuna concezione antropomorfa di Dio a corrispondergli. 

L'individuo percepisce l'inconsistenza dei desideri e obiettivi umani, e il sublime, e l'ordine meraviglioso che si rivelano nella natura e nel mondo del pensiero. Egli considera l'esistenza individuale come una sorta di prigione e vuole sperimentare l'universo come un significativo unico insieme. L'origine del sentimento religioso cosmico appare già negli stadi iniziali dello sviluppo - ad es., in molti dei Salmi di Davide e in alcuni dei Profeti. Il Buddismo, come abbiamo appreso particolarmente dai meravigliosi scritti di Schopenhauer, ne contiene una componente molto forte. 

I geni religiosi di ogni epoca si sono distinti per questo tipo di sentimento religioso, che non conosce dogmi né Dio concepito a immagine umana; così che non possa esistere alcuna Chiesa i cui insegnamenti centrali siano basati su di esso. Quindi è precisamente tra gli eretici di ogni tempo che troviamo uomini pervasi dal più elevato tipo di sentimento religioso, che in molti casi venivano considerati dai loro contemporanei come atei, e in alcuni come santi. Visti sotto questa luce, uomini come Democrito, Francesco d'Assisi, e Spinoza sono l'un l'altro affini.

Come può il sentimento religioso essere comunicato da una persona all'altra, se non fornisce un concetto definito di Dio e una forma di teologia? Secondo il mio punto di vista, la funzione principale dell'arte e della scienza è quella di risvegliare questo sentimento e tenerlo vivo in coloro che sono in grado di farlo. Arriviamo così a concepire una relazione tra scienza e religione molto diversa da quella solita. Guardando la questione storicamente, si è inclini a vedere scienza e religione come antagonisti irriconciliabili, e per un'ovvia ragione. L'uomo che è estremamente convinto dell'operazione universale della legge di causalità non può per un attimo contemplare l'idea di un essere che interferisca sul corso degli eventi – questo avviene se prende l'ipotesi di causalità davvero seriamente. Egli non è di alcuna utilità per la religione della paura, e di ben poca per quella sociale e morale. Un Dio che premia e punisce è per lui inconcepibile per la semplice ragione che le azioni di un uomo sono determinate dalla necessità, esterna ed interna, sicché agli occhi di Dio egli non può essere responsabile, non più di quanto un oggetto inanimato lo sia dei movimenti che si trova a compiere. Dunque la scienza è stata accusata di minare la moralità, ma l'accusa è ingiusta. Il comportamento etico di un uomo dovrebbe essere effettivamente basato sulla comprensione, sull'educazione e sui legami sociali; non è necessaria alcuna base religiosa. L'uomo si troverebbe in una posizione ben infelice se dovesse esser vincolato dalla paura, dalla punizione, e dalla speranza di una ricompensa dopo la sua morte.

E' perciò facile vedere perché le Chiese abbiano sempre combattuto la scienza e perseguitato i suoi devoti. Dall'altro lato, io sostengo che il sentimento cosmico religioso sia il più forte e nobile incitamento alla ricerca scientifica. Solo coloro che comprendono gli immensi sforzi e, soprattutto, la devozione che il pionieristico lavoro della scienza teorica richiede, possono arrivare a capire la forza dell'emozione che soltanto da tale attività, così remota dalle immediate realtà della vita, può derivare. Quale profonda convinzione della razionalità dell'universo e quale desiderio di conoscere, ma altro non erano che un debole riflesso della grande mente rivelata in questo mondo, e Keplero e Newton si saranno trovati a doverle mantenere vive per riuscire a passare anni di lavoro solitario a districare i princìpi delle meccaniche celesti!

Coloro la cui conoscenza della ricerca scientifica derivi prevalentemente da risultati pratici, sviluppano facilmente un concetto completamente falso della mentalità degli uomini che, circondati da un mondo scettico, hanno mostrato la via a quelli con opinioni a loro simili, sparsi sulla terra e nei secoli. Solo chi ha votato la sua vita a fini simili può avere una realizzazione vivida di cosa ha ispirato questi uomini e dato loro la forza di rimanere fedeli al loro proposito a dispetto degli innumerevoli fallimenti. E' il sentimento cosmico religioso che dona all'uomo una forza di questo tipo. Un contemporaneo ha detto, non ingiustamente, che in questa nostra era materialista i seri lavoratori scientifici sono le uniche persone profondamente religiose.

Difficilmente potrete trovare una tra le varie profonde menti scientifiche senza un proprio senso religioso peculiare. Ma è una religione diversa da quella dell'uomo sprovveduto. Per quest'ultimo Dio è un essere della cui attenzione ognuno spera di beneficiare e la cui punizione si teme; una sublimazione di un sentimento simile a quello di un figlio per il padre, un essere col quale si intrattiene una relazione personale fino ad un certo punto, per quanto profondo possa essere il livello di devozione.

Ma lo scienziato è posseduto da un senso di causalità universale. Nel futuro, per lui, qualsiasi inezia è tanto necessaria e determinata quanto nel passato. Non c'è nulla di divino riguardo alla moralità, è una questione puramente umana. Il suo sentimento religioso prende la forma di un'estatica eccitazione per l'armonia della legge naturale, che rivela un'intelligenza di tale superiorità che, paragonata ad essa, tutto il pensiero e l'agire sistematico degli esseri umani appare un riflesso del tutto insignificante. Questo sentimento è il principio guida della sua vita e del suo lavoro, fin quando egli riuscirà a resistere alle catene del desiderio egoista. Il porsi al di sopra di simili questioni ha caratterizzato i geni religiosi di tutte le epoche. 


Fonte: Albert Einstein, "Il mondo come lo vedo io", Secaucus, New Jersy: The Citadel Press, 1999


 L'analisi dell'ipotesi del disegno intelligente ci suggerisce alcune considerazioni sul travagliato rapporto tra scienza e religione. 
    Poiche' la religione e la filosofia naturale precedono la scienza, almeno nella sua accezione moderna, post-rinascimentale, le radici del rapporto tra fede e scienza devono essere ricercate molto all'indietro nel tempo; ed e' importante capirle perche' vengono oggi frequentemente fraintese, grazie al fatto che l'evoluzione concettuale di questo rapporto e' spesso interessatamente ignorata. Tutti sanno che molti grandi scienziati furono uomini di fede, basti ricordare che Einstein non esitava a citare Dio nella sua critica della meccanica quantistica; per capire queste posizioni bisogna pero' ricostruire ed interpretare correttamente la storia delle teorie filosofiche che ipotizzano un rapporto tra fede e scienza, ed il pensiero di questi scienziati. 
  
    Nell'eta' classica la visione predominante della relazione tra religione e filosofia naturale e' in qualche modo derivata dalla filosofia naturale di Platone e la definiremo Platonica, anche se in maggiore o minore misura e' condivisa da molti autori; l'adattamento del platonismo alla religione cristiana e' di Plotino. In sostanza e con una certa approssimazione, l'ipotesi di Platone e' la seguente: le regolarita' della natura sono dovute al fatto che l'esistente e' una copia imperfetta di una Idea trascendente. Il filosofo della natura anziche' indagare l'esistente (o attraverso l'indagine dell'esistente) deve ricostruire l'Idea, vero e proprio progetto e modello dell'esistente. 
    L'investigazione della natura e' resa difficile da due ostacoli: in primo luogo l'esistente e' una copia imperfetta dell'Idea; in secondo luogo i nostri sensi e i nostri strumenti di misura sono imperfetti e ci restituiscono una immagine deformata dell'esistente. Pertanto, dice Platone, lo strumento principale di investigazione deve essere la nostra ragione che puo' immaginare e ricostruire le Idee. Due fondamenti di questa visione del mondo, impliciti in Platone ed espliciti negli scritti molti pensatori successivi, sono i seguenti: 1) l'uomo ha in se' una scintilla della luce divina e la sua ragione e' piu' vicina al progetto di quanto i suoi sensi siano vicini all'esistente; 2) in caso di contrasto tra l'esperienza dell'esistente e il ragionamento sull'Idea il secondo deve prevalere sulla prima. 
    L'epistemologia Platonica fu smussata e ammorbidita da molti filosofi successivi; ad esempio Aristotele chiedeva alla filosofia naturale coerenza logica e riscontro empirico e per questo era piu' attento del suo maestro ai risultati dell'investigazione dell'esistente. Nonostante (o forse grazie a) queste correzioni, il modello Platonico rimase in auge fino alla rivoluzione scientifica del Rinascimento e non fu abbandonato completamente neppure dopo: infatti in modo parziale ed incompletamente consapevole si riaffaccio' ancora, ad esempio, nella visione romantica della scienza. Non e' questa la sede per discutere ulteriormente questo punto, che richiederebbe ben altro spazio, ma il lettore interessato puo' trovare ulteriori informazioni e riferimenti in vari testi, tra i quali un mio recente saggio sulla "scienza" Freudiana ("Logica e fatti nelle teorie Freudiane", Antigone edizioni, 2007). 
  
    Con la rivoluzione scientifica del Rinascimento divenne chiaro che la filosofia naturale di epoca classica, soprattutto Aristotelica, era gravemente in contrasto con l'osservazione empirica della realta', e che era possibile formulare modelli ed ipotesi alternative altrettanto razionali. Veniva scalzato quindi il presupposto che la briciola divina contenuta nella ragione umana fornisse un accesso privilegiato al progetto dell'universo. I principali fallimenti delle ipotesi Aristoteliche si registrarono inizialmente nel campo della cosmologia, con la teoria di Copernico (Commentariolus, 1514; De revolutionibus orbium coelestium, 1543), e dell'anatomia, con le dissezioni di molti anatomici, tra i quali spicca il nome di Andrea Vesalio (De humani corporis fabrica, 1543). Il caso della cosmologia copernicana e' forse il piu' evidente: Copernico spiegava le stesse osservazioni sul moto degli astri che erano state spiegate da Tolomeo e da Aristotele con una teoria diversa ma altrettanto coerente: ne' la coerenza logica, ne' l'oservazione empirica erano all'epoca discriminanti. Quando Galileo accerto', con le sue osservazioni, che le lune di Giove obbedivano alle leggi di Copernico anziche' a quelle di Tolomeo, egli fece di piu' che risolvere un problema scientifico: dimostro' che l'esperimento decide tra due ipotesi teoriche egualmente plausibili e subordino' quindi la ragione all'osservazione. Cadevano cosi' i presupposti metodologici della scienza Platonica. 
    La caduta del paradigma Platonico, ormai assorbito all'interno della dottrina cattolica grazie alle rielaborazioni di innumerevoli filosofi e sugellato dalla grande autorita' morale e intellettuale di San Tommaso d'Aquino, richiedeva l'elaborazione di un nuovo paradigma. Anche questa impresa ha molti padri, ma se la si vuole riferire ad un rappresentante principale la si deve a mio parere chiamare Cartesiana. Infatti, se prima di Cartesio la religione garantiva la conformita' dell'esistente al progetto divino ed incoraggiava lo scienziato ad usare la sua ragione per intuire quest'ultimo, con Cartesio si afferma un diverso ruolo del Creatore. Il Dio di Cartesio continua ad il garante della coerenza del mondo, ma l'uomo cartesiano non ha piu', attraverso la sua ragione, un accesso privilegiato al progetto dell'esistente. La scienza e' ormai sperimentale, e in caso di contrasto tra un dato ed una ipotesi e' l'ipotesi a soccombere. Cartesio accetta che il progetto divino sia imperscrutabile e che la realta' debba essere indagata con l'osservazione e l'esperimento; ma aggiunge una garanzia epistemica che i greci non avevano postulato: che il risultato dell'osservazione e dell'esperimento non sara' fallace perche' Dio non permette che l'universo si manifesti in modo incoerente. In ultima analisi, e semplificando alquanto, Tommaso aveva invocato Dio come garante della ragione e Cartesio lo invoca come garante dell'osservazione. 
    L'ipotesi Cartesiana ebbe grande successo e ampia diffusione; abbiamo visto ad esempio nelle pagine di questo sito web dedicate all'omeopatia che Hahnemann invocava la coerenza logica e morale del Creatore a sostegno dell'ipotesi che tutte le malattie si curassero con il metodo omeopatico e che esistesse sempre un rimedio per qualunque malattia. Di fatto, la posizione di Cartesio e' inattaccabile perche' collega Dio (che non conosciamo) alla natura (che vorremmo conoscere) e non vi puo' essere contraddizione tra questi due enti; la contraddizione infatti e' tra le nostre ipotesi e le nostre osservazioni. Per contro la posizione Platonica aveva fallito perche' aveva collegato Dio alla ragione umana e questa si era rivelata perdente nel confronto con l'osservazione empirica. Dopo Cartesio, il vescovo Berkeley (1685-1753) radicalizzo' questa posizione, chiamando Iddio a garantire non soltanto la coerenza ma l'esistenza stessa del creato: se esistere e' essere percepiti, cio' che non e' percepito dall'uomo deve la sua esistenza all'essere percepito da Dio. 
    Una applicazione semplificata dell'epistemologia Cartesiana alla scienza e' dovuta a vari scienziati, tra i quali il chimico G.E. Stahl, che videro Dio soprattutto nel ruolo di Creatore: l'universo esiste secondo le sue leggi, che lo scienziato indaga, e non richiede l'intervento di Dio; ma Dio ne e' stato in origine il Creatore e il Legislatore. Questa ipotesi fu presentata con la fortunata metafora dell'orologio, che funziona anche in assenza dell'orologiaio al quale deve la sua esistenza, e ne esegue il progetto. 
  
    L'ipotesi Cartesiana e', come abbiamo detto, logicamente inattaccabile, ma e' stata ritenuta sostanzialmente inutile da molti filosofi e scienziati moderni che hanno elaborato una epistemologia atea: le leggi della natura non richiedono nessun garante, tanto piu' che la garanzia Cartesiana e' soltanto teorica e non conoscibile. Un punto a favore di questa critica e' l'esistenza di eventi (apparentemente) casuali, sui quali evidentemente il Creatore non offre garanzie. All'epoca di Cartesio, e ancora molti anni dopo, si riteneva che l'universo fosse rigorosamente deterministico e che quindi la sua regolarita' fosse un dato incontrovertibile; la scoperta della natura probabilistica di alcuni eventi non contraddice l'ipotesi di Cartesio (Dio potrebbe essere autore di leggi probabilistiche anziche' deterministiche) ma la rende meno appetibile. 
    Quanto detto ci porta a riconoscere tre diverse teorie sulla relazione tra fede e scienza: quella Platonica per cui la ragione prevale sull'esperimento, cristianizzata grazie alla subordinazione della retta ragione alla fede; quella Cartesiana che permette il prevalere dell'esperimento sulla ragione svincolando quest'ultima dalla fede, invocata ora solo come garante della coerenza dell'universo e delle sue leggi; e quella atea che non solo fa prevalere l'esperimento sulla ragione ma nega qualunque ruolo alla fede e rinuncia a qualunque garanzia trascendente. 
    Nessuno scienziato e' oggi uomo di fede nel senso Platonico, semplicemente perche' l'accezione Platonica del rapporto tra fede e filosofia della natura e' totalmente incompatibile con la metodologia della scienza post-Rinascimentale. Alcuni scienziati sono uomini di fede nel senso Cartesiano, mentre altri sono atei e non v'e' nessun contrasto tra queste due visioni della scienza perche' non comportano discrepanze metodologiche; ovvero la fede dello scienziato Cartesiano e' essenzialmente esterna alla sua pratica scientifica. 
    Siamo in grado ora di fare una osservazione sulla teoria del disegno intelligente o su altre possibili ipotesi che cercano di collegare fede e scienza. Il Disegno Intelligente e' una ipotesi Platonica, quindi metodologicamente inaccettabile: infatti cerca di trarre conclusioni positive con un ragionamento basato sulla presunta insufficienza dei dati sperimentali. Il teorico del disegno intelligente sostiene che l'esistente e' troppo complesso e organizzato per essere frutto del caso e pertanto implica un progetto trascendente: cio' che si presume non spiegabile (la complessita') anziche' essere un limite della nostra capacita' di comprendere diventa una dimostrazione dell'Idea Platonica. Ma argomentare qualcosa di positivo basandolo sull'insufficienza (presunta) di cio' che abbiamo capito e' un passo piu' lungo della gamba: cio' che non sappiamo non e' un fondamento su cui costruire. L'ipotesi del disegno intelligente utilizza implicitamente i postulati del Platonismo cristianizzato: ipotizza un progetto trascendente, e poiche' questo non si rivela nell'osservazione se non in forma negativa, di complessita' non spiegata, afferma che e' lecito intuirlo e postularlo col ragionamento. Il teorico del disegno intelligente vorrebbe essere scienziato e uomo di fede ma fallisce in entrambi i ruoli perche' sovrainterpreta i suoi dati e perche' la sua pretesa di "mettersi nei panni di Dio" e ricostruirne le intenzioni e' blasfema. 
    Le alte gerarchie della Chiesa Cattolica attuale sembrano prediligere una visione Platonica del rapporto tra fede e scienza non soltanto nel loro appoggio all'ipotesi del disegno intelligente: si vorrebbe, col tramite dell'etica cristiana, indicare la direzione della ricerca medica e i risultati da ricercare in molti campi che vanno dallo studio delle cellule staminali embrionali alla diagnostica e terapia prenatale o alla nosologia delle perversioni sessuali. Molto chiaramente, le alte gerarchie ecclesiastiche hanno in mente nelle sue grandi linee il progetto trascendente dell'universo e si sentono in dovere di indicare quali linee di ricerca siano con esso eticamente coerenti e quali siano invece empie. Se questo atteggiamento e' in fondo coerente con il ruolo morale della religione, e quindi non criticabile, sono pero' criticabili i sotterfugi logici di cui si serve quando chiama in sua difesa la testimonianza di famosi scienziati cattolici. Infatti, come abbiamo visto, nessuno scienziato che possa dirsi tale e' cattolico o religioso secondo l'accezione Platonica del termine, che e' pero' la sola a giustificare le pretese di egemonia e morale del cattolicesimo oltranzista. 
  
    Sul versante opposto, la scienza ha oggi qualcosa da dire sulla religione? Io credo che qui sia il nocciolo del contrasto tra scienza e religione, perche' alcune scoperte scientifiche mettono gravemente in crisi alcuni fondamenti della dottrina Cattolica. A costo di essere banale, provero' ad elencarne alcuni. La cosmologia e la biologia descritte nel Pentateuco sono cosi' ovviamente inammissibili dal punto di vista scientifico che neppure la Chiesa assegna loro piu' che un valore simbolico o allegorico; ma naturalmente non era cosi' all'epoca di Galileo (costretto all'abiura formale delle sue posizioni) e di Giordano Bruno (che fini' sul rogo). L'immortalita' dell'anima e' un problema piu' scottante: la medicina ha descritto (e talvolta curato) molte malattie neurologiche che compromettono funzioni tradizionalmente assegnate all'anima; e la neurofisiologia ha assegnato queste funzioni ad aree specifiche del cervello. Ad esempio le quattro virtu' cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) sono connesse a funzioni cognitive superiori, assegnabili alle aree associative della corteccia cerebrale e sono certamente alterate dalle malattie neurodegenerative quali il morbo di Alzheimer o la demenza aterosclerotica; questo rende molto difficile credere ad un'anima immortale, svincolata dal supporto materiale del cervello. 
    C'e' inoltre una generica ingenuita' nelle religioni rivelate, che si basano su libri profetici di presunta ispirazione divina, quali la Bibbia o il Vangelo, perche' tutte le scienze, dalla storiografia all'astronomia, dimostrano che il profeta non ha rivelato che nozioni comuni della sua epoca. Provate a leggere la Bibbia: ci troverete la storia delle vicende politiche e militari relative ad un certo periodo della storia una tribu' seminomade che abitava una piccola regione del vicino oriente. Non vi si parla della storia di altri popoli e di altre regioni, note forse al Creatore ma certamente non al profeta. Se questo non basta a dimostrare che il Libro non sia l'oggetto di una rivelazione trascendente, dimostra pero' che la rivelazione e' "locale" e quindi relativa. La Chiesa si pretende portatrice di una morale assoluta, di origine trascendente e nota per rivelazione divina; ma tutta la nostra conoscenza ci dimostra invece che la rivelazione nota e' relativa e incompleta. A riprova di questo considerate come la morale Cristiana si sia evoluta nella storia: oggi le crociate o l'inquisizione sono empie e inammissibili ma prima erano pietose e necessarie. 
 


lunedì 14 luglio 2014

L'ipnosi regressiva

L'ipnosi regressiva è una metodologia utilizzata da alcuni psicoterapeuti che, secondo i suoi sostenitori, sarebbe in grado di fare affiorare durante la trance ricordi rimossi di eventi traumatici che influenzerebbero la vita presente di un soggetto provocando pertanto in lui problemi di ordine psicologico. Secondo tale ipotesi il termine "regressiva" indicherebbe proprio l'intenzione di stimolare nel soggetto in trance la capacità di ricordare esperienze rimosse dal conscio facendo, per l'appunto, "regredire" lo stesso soggetto nello stato ipnotico capace di indurlo a recuperare suoi ricordi rimossi di eventi passati e, grazie a questo recupero, di eliminare i suoi problemi psicologici conseguentemente. L'ipnosi regressiva è considerata dalla maggior parte dei medici e più in generale dalla comunità scientifica una procedura metodologica pseudoscientifica che crea dei falsi ricordi: la fonte dei ricordi, presentati come frutto di vite passate, è costituita da racconti creati dal subconscio sotto l'influenza delle informazioni e dei suggerimenti forniti dal terapeuta. I ricordi creati sotto ipnosi non sarebbero inoltre distinguibili dai reali ricordi e potrebbero apparire più vivi di quelli reali. L'ipnosi regressiva è uno strumento della psicoterapia e come tale deve essere utilizzato. In primo luogo occorre depotenziare nel soggetto la relazione con l'ambiente esterno. Per far ciò, come afferma Milton Erickson, è necessario tramite una serie di suggestioni di stanchezza e di sopore portare il paziente ad una condizione di dormiveglia riposante. Successivamente si induce il fenomeno chiamato "regressione". Erickson intende con questo termine la capacità dei soggetti che abbiano ricevuto appropriate suggestioni e istruzioni di richiamare in vita ricordi, schemi comportamentali e abitudini di un periodo precedente che può giungere fino all'infanzia. Esistono invece soggetti che ritengono l'ipnosi in grado di far retrocedere a tempi antecedenti la vita attuale. La liberazione (abreazione) e la rielaborazione dei contenuti emozionali favorirebbero il riequilibrio psicologico del soggetto. Durante la rievocazione intraipnotica il paziente può comunicare contenuti riferibili a presunte vite precedenti. Secondo il parere prevalente della comunità scientifica, ciò è attribuibile a immaginazione, falsi ricordi, suggestione e condizionamento da parte del conduttore che favorirebbe l'emersione nel soggetto di criptomnesie e confabulazioni. A sostenere il parere opposto sono invece pseudo-scienziati e praticanti della disciplina quali Raymond Moody, Brian Weiss,Ian Stevenson, Angelo Bona che nella loro pratica clinica affermano di avere riscontrato, durante le regressioni ipnotiche, l'emersione di contenuti riferibili a presunte vite precedenti. Le più antiche pratiche di regressione a vite precedenti compaiono nelle Upaniṣad, risalenti al 900 a.C. Patanjali, vissuto probabilmente tra il IX e il IV secolo a.C. e ritenuto il maggior esponente del Raja Yoga, negli Yogasutra definisce la regressione pratiprasavah (riassorbimento, nascita a ritroso). Secondo la scuola di pensiero a lui ispirata la regressione a vite precedenti sarebbe in grado di eliminare il karma accumulato nei samskara (impressioni coscienziali) durante esistenze precedenti. 
TESTIMONIANZE
Attendevo di scrivere questo post da mesi, finalmente posso fornire la prova documentabile che in ipnosi regressiva è possibile rievocare ricordi "reali" della vita precedente, che non siano cioè solo costruzioni della fantasia, o reminiscenze di informazioni apprese in passato, ma che abbiano un riscontro documentabile nella realtà oggettiva. 
Il fatto che verrà descritto ha dell'inspiegabile, e non posso che avventurarmi nelle ipotesi più ardite per poterlo spigare. E' accaduto diversi mesi fa in una seduta di ipnosi con una persona di mia conoscenza, che mi ha chiesto di mantenere l'anonimato. Posso garantire personalmente che questa persona, di cui ho grande stima personale e professionale, non è un fanatico, bensì una persona di grande levatura culturale, seria, precisa, e onesta, con un atteggiamento scettico verso fenomeni come l'ipnosi regressiva alle vite precedenti, della quale peraltro aveva solo sentito parlare.  
Ed è quindi con immenso piacere che riporto la mail scritta apposta per questo blog dal protagonista di questa storia. Lascio a voi tutti gli interrogativi che nascono spontanei e le riflessioni in merito.
Per qualsiasi chiarimento o dubbio scrivete un commento, o inviatemi una mail. 

Dott. Delogu

"Un venerdì presso il mio studio, l’amico Giovanni passa a salutarmi. Avevamo parlato di ipnosi in passato, ma in quel periodo l’idea di sottopormi ad un processo ipnotico mi attirava e incuriosiva allo stesso tempo.
Decido allora senza ulteriori indugi di iniziare l’ipnosi. Ero sereno e rilassato, anche per la conoscenza personale e la fiducia professionale e non che ripongo nei confronti di Giovanni.
Mi metto comodo, respiro profondamente e ascolto la voce di Giovanni, le sue parole mi guidano e dopo qualche istante mi ritrovo in luoghi che vedo per immagini, come fotografie, ma mi sento lontano da tutto quello che mi passa davanti. E’ una situazione particolare e inusuale, ma niente di sconvolgente. Non sono pienamente coinvolto e sono solo uno spettatore. Per ora.
La cosa sconvolgente succede di lì a poco: mi ritrovo catapultato in un campo di concentramento e indosso una divisa. Questa volta nessuna immagine mi scorre davanti, sto vivendo tutto personalmente e sono completamente immerso nella scena: sento la neve che mi cade addosso, le urla disperate delle persone, vedo il sangue per terra e percepisco il terrore, il mio ed il loro. Giovanni mi chiede come mi chiamo, rispondo senza esitazione col nome completo di cui riporto le iniziali (M.K.). Sono sempre nel campo di prigionia, in una situazione di attesa snervante. Un ufficiale dell’Armata Rossa mi si avvicina e mi chiede di uccidere le persone vicine, io rifiuto ed i prigionieri mi sorridono, mi guardano stremati e tremanti con un’espressione di rispetto e gratitudine. L’ufficiale mi ordina di inginocchiarmi e ora sento la canna della pistola puntata sulla mia nuca, è gelida, le persone mi guardano ed io guardo loro. Sento lo sparo, vedo il mio sangue che zampilla sulla neve e qualche istante dopo abbandono il mio corpo. Voglio subito vendicarmi ma non posso, sono solo spirito ed in poco tempo mi trovo seduto su una roccia in cima ad una montagna. Sono molto stanco ma in uno stato di pace e quiete totale.
Voglio fermarmi in quell’istante, l’ipnosi è quindi terminata, ma la mia curiosità no: M.K. (non scrivo il nome per intero perché sono “geloso” di chi ero in una vita precedente) ha un cognome che suona come ungherese o slovacco. La sera stessa chiamo una delle mie migliori amiche, una ragazza ungherese, a cui chiedo come prima cosa di non fare domande e come seconda cosa di fornirmi informazioni esclusivamente per iscritto su M.K. La sua ricerca in una prima fase non ha alcun riscontro, ma qualche ora dopo mi contatta e mi spiega il perché: M.K. era il nome di battesimo di un ebreo ungherese, cambiato in E. B.-Z. in seguito alle persecuzioni razziali. Ormai tutti lo conoscevano come E. B.-Z. e non col suo vero nome (M.K.). Era un dissidente perseguitato da nazisti prima e da comunisti sovietici poi, che rifiutò di uccidere dei prigionieri in un campo in Ucraina nel 1943. A seguito del suo rifiuto fu ucciso da un ufficiale Sovietico. Il tutto perfettamente corrispondente alla mia esperienza. C’è un monumento in territorio ucraino dedicato alla memoria di questa persona. Ovviamente, non conoscevo E. B.-Z. e tantomeno il suo nome di battesimo; gli ungheresi stessi lo conoscono solo col nome E. B.-Z.
Subito dopo l’ipnosi ho pensato che molto di quello che avevo “vissuto” potesse essere frutto della mia immaginazione/auto condizionamento, ma l’episodio del nome mi ha fatto decisamente cambiare idea…
L’ipnosi mi ha regalato maggiore coscienza di me, mi ha aiutato a capire le mie peculiarità e soprattutto le mie inclinazioni e passioni interiorizzate che mi hanno portato a scegliere un certo tipo di interessi, esperienze e studi universitari e post-universitari. Non voglio convincere nessuno di niente, fondamentalmente sono molto scettico, ma questa esperienza mi ha fatto cambiare idea sull’ipnosi e con molta semplicità mi fa piacere raccontarla…"

Personale la testimonianza di Gilberto Vergoni che in base all'aforisma shakesperiano che ama ripetere “Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia” ha narrato la propria esperienza nell'ottica dello studio di questa fenomenologia. Vittima di un incubo ricorrente, si sottopose ad una seduta di ipnosi regressiva tramite Lanfranco Mariottini e ha vissuto l'esperienza di una vita precedente e della sua morte con una ricchezza di dati e visioni assolutamente realiste che non possono essere semplicemente catalogate come frutto della fantasia. “Durante la fase di ipnosi regressiva durata circa tre ore – ha testimoniato Gilberto Vergoni - ho rivissuto la mia morte. L'epoca era quella medievale e io ero un cavaliere che ferito gravemente in battaglia, dopo la morte di tutti i miei amici, per un voto fatto alla Madonna vado a finire i miei giorni in una chiesa. Della chiesa ricordo tutti i particolari come l'altare e le colonne che lo sorreggevano e me stesso grondante di sangue che entro dopo aver lasciato il cavallo. In questo luogo muoio, ma la morte non sarà spaventosa infatti posso dire che il trapasso è stato bellissimo perché è avvenuto con l'aiuto di una “guida” che mi ha reso indolore il lasciare questa vita”. 

Sempre su esperienze di vite passate insiste la testimonianza della psicologa psicoterapeuta Gega Redina che ha narrato quanto visto da una propria cugina che vive in un'altra regione italiana e che era venuta a farle visita per le prima volta nella sua nuova casa, nelle immediate colline di Cesena vicino al fiume Savio. “La casa – ha detto Gega Redina – è una abitazione vecchia di un paio di secoli e ristrutturata completamente. Mia cugina, scesa in giardino per fumare una sigaretta, è rimasta sconvolta nel vedere un gruppo di donne in abiti d'epoche passate con una strana cuffia in testa che prendevano acqua dal fiume per metterla dentro grandi tini. Sicuramente erano delle lavandaie coadiuvate da uomini che indossavano indumenti di un tempo con calzoni fatti a sbuffo lunghi fino alle ginocchia. Lei stessa si vedeva riccamente vestita con un lungo abito”. “L'esperienza termina – ha continuato Gega Redina riportando quanto detto dalla cugina – con la visione di una lapide tombale su cui era incisa una rosa stilizzata e la data 1806”.


sabato 12 luglio 2014

Sviluppo spirituale nell'uomo


Lo sviluppo spirituale dell'uomo è un'avventura lunga e ardua, un viaggio attraverso strani paesi, pieni di meraviglie, ma anche di difficoltà e di pericoli. Esso implica una radicale purificazione e trasmutazione, il risveglio di una serie di facoltà prima inattive, l'elevazione della coscienza a livelli prima non toccati, il suo espandersi lungo una nuova dimensione interna.

Non dobbiamo meravigliarci perciò che un cambiamento così grande si svolga attraverso vari stadi critici, non di rado accompagnati da disturbi neuropsichici e anche fisici (psicosomatici).

Questi disturbi, mentre possono apparire all'osservazione clinica ordinaria uguali a quelli prodotti da altre cause, in realtà hanno significato e valore del tutto diverso e devono venir curati in modo ben differente.

Attualmente poi i disturbi prodotti da cause spirituali vanno divenendo sempre più frequenti, poiché il numero di persone che, consciamente o inconsciamente, sono assillate da esigenze spirituali va divenendo sempre maggiore.

Inoltre, a causa della maggiore complessità dell'uomo moderno e particolarmente degli ostacoli creati dalla sua mente critica, lo sviluppo spirituale è divenuto un processo interiore più difficile e complicato.

Per questa ragione è opportuno dare uno sguardo generale ai disturbi nervosi e psichici che insorgono nei vari stadi dello sviluppo spirituale, e offrire qualche indicazione riguardo ai modi più adatti ed efficaci per curarli.

Nel processo di realizzazione spirituale si possono osservare 5 stadi critici:

I. Le crisi che precedono il risveglio spirituale;

II. Le crisi prodotte dal risveglio spirituale;

III. Le reazioni che seguono al risveglio spirituale;

IV. Le fasi del processo di trasmutazione;

V. La "notte oscura dell'anima".


I. Crisi che precedono lo sviluppo spirituale 

Per ben comprendere il significato delle singolari esperienze interiori che sogliono precedere il risveglio dell'anima, occorre ricordare alcune caratteristiche psicologiche dell'uomo ordinario. 

Questi, più che vivere, si può dire che si lasci vivere.

Egli prende la vita come viene; non si pone il problema del suo significato, del suo valore, dei suoi fini. Se è volgare, si occupa solo di appagare i propri desideri personali: di procurarsi i vari godimenti dei sensi, di diventare ricco, di soddisfare la propria ambizione. Se è d'animo più elevato, subordina le proprie soddisfazioni personali all'adempimento dei doveri familiari e civili che gli sono stati inculcati, senza preoccuparsi di sapere su quali basi si fondino quei doveri, quale sia la loro vera gerarchia, ecc. Egli può anche dichiararsi 'religioso' e credere in Dio, ma la sua religione è esteriore e convenzionale, ed egli si sente 'a posto' quando ha obbedito alle prescrizioni formali della sua chiesa e partecipato ai vari riti.

Insomma l'uomo comune crede implicitamente alla realtà assoluta della vita ordinaria ed è attaccato tenacemente ai beni terreni, ai quali attribuisce un valore positivo; egli considera così, in pratica, la vita ordinaria fine a se stessa, e anche se crede a un paradiso futuro, tale sua credenza è del tutto teorica e accademica, come appare dal fatto, spesso confessato con comica ingenuità, che desidera di andarci... il più tardi possibile.

Ma può avvenire ‑ e in realtà avviene in alcuni casi ‑ che quest' "uomo ordinario" venga sorpreso e turbato da un improvviso mutamento nella sua vita interiore.

Talvolta in seguito a una serie di delusioni; non di rado dopo una forte scossa morale, come la perdita di una persona cara; ma talvolta senza alcuna causa apparente, in mezzo al pieno benessere e favore della fortuna (come avvenne a Tolstoj) insorge una vaga inquietudine, un senso di insoddisfazione, di mancanza; ma non la mancanza di qualcosa di concreto, bensì di alcunché di vago, di sfuggente, che egli non sa definire.

A poco a poco si aggiunge un senso di irrealtà, di vanità della vita ordinaria: tutti gli interessi personali, che prima tanto occupavano e
preoccupavano, si 'scoloriscono', per così dire, perdendo la loro importanza e il loro valore. Nuovi problemi si affacciano; la persona comincia a chiedersi il senso della vita, il perché di tante cose che prima accettava naturalmente: il perché della sofferenza propria e altrui; la giustificazione di tante disparità di fortuna; l'origine dell'esistenza umana; il suo fine.

Qui cominciano le incomprensioni e gli errori: molti, non comprendendo il significato di questi nuovi stati d'animo, li considerano ubbie, fantasie anormali; soffrendone (poiché sono molto penosi), li combattono in ogni modo; temendo di 'perdere la testa', si sforzano di riattaccarsi alla realtà ordinaria che minaccia di sfuggir loro; anzi talvolta, per reazione, vi si gettano con maggior foga, perdutamente, cercando nuove occupazioni, nuovi stimoli, nuove sensazioni. Con questi ed altri mezzi essi riescono talora a soffocare l'inquietudine, ma non possono quasi mai distruggerla completamente: essa continua a covare nel profondo dei loro essere, a minare le basi della loro esistenza ordinaria e può, anche dopo anni, prorompere di nuovo più intensa. Lo stato di agitazione diventa sempre più penoso, il vuoto interiore più intollerabile; la persona si sente annientata: tutto ciò che formava la sua vita le sembra un sogno, sparisce come una larva, mentre la nuova luce non è ancora sorta; anzi generalmente la persona ne ignora perfino l'esistenza o non crede alla possibilità di ottenerla.

Spesso a questo tormento generale si aggiunge una crisi morale più definita; la coscienza etica si risveglia e si acuisce, la persona è assalita da un grave senso di colpa, di rimorso per il male commesso, si giudica severamente ed è colta da un profondo scoraggiamento.

A questo punto sogliono presentarsi quasi sempre idee e impulsi di suicidio. Alla persona sembra che l'annientamento fisico sia la sola logica conseguenza del crollo e dei dissolvimento interiore.

Dobbiamo far notare che questo è solo uno schema generico di tali esperienze e del loro svolgimento. In realtà vi sono numerose differenze individuali: alcuni non giungono allo stadio più acuto; altri vi arrivano quasi a un tratto, senza il graduale passaggio accennato; in alcuni prevalgono la ricerca e i dubbi filosofici; in altri la crisi morale è in prima linea.

Queste manifestazioni della crisi spirituale sono simili ad alcuni dei sintomi delle malattie dette nevrastenia e psicastenia. Uno dei caratteri di questa è appunto la 'perdita della funzione del reale', come la chiama Pierre Janet, e un altro è la 'spersonalizzazione'. La somiglianza è accresciuta dal fatto che il travaglio della crisi produce spesso anche dei sintomi fisici, quali esaurimento, tensione nervosa, depressione, insonnia, e svariati disturbi digestivi, circolatori, ecc.


II. Crisi prodotte dal risveglio spirituale. 

L'aprirsi della comunicazione fra la personalità e l'anima, i fiotti di luce, di gioia e di energia che l'accompagnano, producono spesso una mirabile liberazione. 1 conflitti interni, le sofferenze e i disturbi nervosi e fisici spariscono, spesso con una rapidità sorprendente, confermando così che quei disturbi non erano dovuti a cause materiali, ma erano la diretta conseguenza del travaglio psico‑spirituale. In questi casi il risveglio spirituale costituisce una vera e propria cura.

Ma il risveglio non si svolge sempre in modo così semplice ed armonico, bensì può essere a sua volta causa di complicazioni, disturbi e squilibri. Questo avviene in coloro la cui mente non è ben salda, o nei quali le emozioni sono esuberanti e non dominate, oppure il sistema nervoso troppo sensibile e delicato, o ancora quando l'afflusso di energia spirituale è travolgente per la sua subitaneità e violenza.

Quando la mente è troppo debole e impreparata a sopportare la luce spirituale, oppure quando vi è tendenza alla presunzione e all'egocentrismo, l'evento interiore può venire male interpretato. Avviene, per così dire, una 'confusione di piani': la distinzione fra assoluto e relativo, fra spirito e personalità non è riconosciuta, e allora la forza spirituale può produrre un'esaltazione, una 'gonfiatura' dell'io personale.

Alcuni anni or sono ho avuto occasione di osservare al manicomio di Ancona un caso tipico di questo genere. Uno dei ricoverati, un simpatico vecchietto, affermava tranquillamente ma ostinatamente... di essere Dio. Intorno a questa sua convinzione egli aveva fabbricato una serie delle più fantastiche idee deliranti; di schiere celesti ai suoi comandi, di grandi cose da lui compiute, ecc. Ma, a parte questo, egli era la persona più buona, gentile e premurosa che si possa immaginare, sempre pronta a render servizi ai medici e ai malati. La sua mente era così chiara e attenta e i suoi atti così accurati, che era stato fatto assistente del farmacista, il quale gli affidava le chiavi della farmacia e la preparazione di medicine. Questo non diede mai luogo ad alcun inconveniente, all'infuori della sparizione di un po' di zucchero che egli sottraeva per far con esso cosa gradita ad alcuni dei ricoverati.

Dal punto di vista medico ordinario il nostro malato verrebbe considerato come un semplice caso di delirio di grandezza, una forma paranoide; ma in realtà queste non sono che etichette puramente descrittive o di classificazione clinica, e la psichiatria ordinaria nulla sa dirci di certo sulla vera natura e sulle cause di questi disturbi. Mi sembra quindi sia lecito ricercare se non vi possa essere un'interpretazione psicologica più profonda delle idee di quel malato. E' noto come la percezione interiore della realtà dello Spirito e della sua intima compenetrazione con l'anima umana dà a colui che la prova un senso di grandezza e di allargamento interiore, la convinzione di partecipare in qualche modo alla natura divina.

Nelle tradizioni religiose e nelle dottrine spirituali d'ogni tempo se ne possono trovare numerose attestazioni e conferme, espresse non di rado in forma assai audace.

Nella Bibbia troviamo la frase esplicita e recisa: «Non sapete che siete Dei? " E sant'Agostino dice: "Quando l'anima ama qualcosa, diventa a essa simile; se ama le cose terrene, diventa terrena; ma se ama Dio (si potrebbe chiedere) diventa essa Dio?"

L'espressione più estrema della identità di natura fra lo spirito umano nella sua pura e reale essenza e lo Spirito Supremo è contenuta nell'insegnamento centrale della filosofia Vedanta: Tat twam asi (Tu sei Quello) e Aham evam param Brahman (In verità io sono il Supremo Brahman).

Comunque si voglia concepire questo rapporto fra lo spirito individuale e quello universale, sia che lo si consideri come un'identità 0 come una somiglianza, una partecipazione, una unione, bisogna riconoscere in modo ben chiaro, e tener sempre presente in teoria e in pratica, la grande differenza che esiste fra lo spirito individuale nella sua natura essenziale ‑ quello che è stato chiamato il 'fondo' o il «centro' o Tapice' dell'anima, l'Io superiore, il Sé reale ‑ e la piccola personalità ordinaria, il piccolo io di cui siamo abitualmente consapevoli

Il non riconoscere tale distinzione porta a conseguenze assurde e Pericolose. Questo ci dà la chiave per comprendere lo squilibrio mentale del malato di cui ho fatto cenno, e altre forme meno estreme di autoesaltazione e di autogonfiatura. L'errore funesto di tutti coloro che cadono in preda a tali illusioni è quello di attribuire al proprio io personale non rigenerato le qualità e i poteri dello Spirito. In termini filosofici si tratta di una confusione fra realtà relativa e Realtà assoluta, fra il piano personale e quello metafisico. Da questa interpretazione di certe idee di grandezza si possono trarre anche utili norme curative. Essa ci mostra come il cercare di dimostrare al malato che egli ha torto, che le sue idee sono dei tutto assurde o il deriderle, non serve a nulla; anzi non fa che inasprirlo. Invece è opportuno riconoscere con lui l'elemento di vero che c'è nelle sue affermazioni e poi cercar pazientemente di fargli comprendere la distinzione suaccennata.

In altri casi l'improvvisa illuminazione interna prodotta dal risveglio dell'anima determina invece un'esaltazione emotiva, che si esprime in modo clamoroso e disordinato: con grida, pianto, canti e agitazioni motorie varie.

Coloro poi che sono di tipo attivo, dinamico, combattivo, possono venir spinti dall'eccitazione del risveglio ad assumere la parte del profeta o del riformatore, formando movimenti e sette caratterizzati da un eccessivo fanatismo e proselitismo.

In certe anime nobili, ma troppo rigide ed eccessive, la rivelazione dell'elemento trascendente e divino del proprio spirito suscita un'esigenza di adeguazione completa e immediata a quella perfezione. Ma in realtà tale adeguazione non può essere semmai che il termine di una lunga e graduale opera di trasformazione e di rigenerazione della personalità; quindi quell'esigenza non può che esser vana e provocare reazioni di depressione e di disperazione autodistruttive.

In alcune persone, a ciò predisposte, il 'risveglio' si accompagna con manifestazioni psichiche paranormali di vario genere. Esse hanno visioni, generalmente di esseri elevati o angelici, oppure odono delle voci, o si sentono spinte a scrivere automaticamente. Il valore dei messaggi così ricevuti è assai diverso da caso a caso; perciò occorre che essi vengano sempre esaminati e vagliati obiettivamente, senza prevenzioni, ma anche senza lasciarsi imporre dal modo con cui sono pervenuti, né dalla presunta autorità di chi asserisca esserne l'autore. E' opportuno diffidare soprattutto dei messaggi che contengono ordini precisi e richiedono obbedienza cieca, e di quelli che tendono a esaltare la personalità del ricevente. I veri istruttori spirituali non usano mai tali metodi.

Prescindendo poi dall'autenticità e dal valore intrinseco di quei messaggi, sta il fatto che essi sono pericolosi perché possono facilmente turbare, anche in modo grave, l'equilibrio emotivo e mentale.


III. Le reazioni che seguono al risveglio spirituale. 

Queste reazioni si producono generalmente dopo un certo tempo.

Come abbiamo accennato, un risveglio spirituale armonico suscita un senso di gioia, e una illuminazione della mente che fa percepire il significato e lo scopo della vita, scaccia molti dubbi, offre la soluzione di molti problemi e dà un senso di sicurezza interiore. A questo si accompagna un vivido senso dell'unità, della bellezza, della santità della vita, e dall'anima risvegliata s'effonde un'onda di amore verso le altre anime e tutte le creature.

Invero non vi è nulla di più lieto e confortante dei contatto con uno di questi 'risvegliati' che si trovi in un tal 'stato di grazia'. La sua personalità di prima, coi suoi angoli acuti e coi suoi elementi sgradevoli, sembra sparita e una nuova persona, simpatica e piena di simpatia, sorride a noi e al mondo intero, tutta desiderosa di dar piacere, di rendersi utile, di condividere con gli altri le sue nuove ricchezze spirituali di cui non sa contenere in sé la sovrabbondanza.

Questo stato gioioso dura più o meno a lungo, ma è destinato a cessare. La personalità ordinaria, coi suoi elementi inferiori, era stata solo temporaneamente sopraffatta e addormentata, non uccisa o trasformata. Inoltre l'afflusso di luce e di amore spirituale è ritmico e ciclico come tutto quanto avviene nell'universo; esso quindi prima o poi diminuisce o cessa: il flusso è seguito dal riflusso.

Questa esperienza interna è penosissima, e in alcuni casi produce reazioni violente e seri disturbi. Le tendenze inferiori si risvegliano e si riaffermano con forza rinnovata; tutti gli scogli, i detriti, i rifiuti, che erano stati ricoperti dall'alta marea, ricompaiono di nuovo.

La persona, la cui coscienza morale si è fatta, in seguito al risveglio, più raffinata ed esigente, la cui sete di perfezione è divenuta più intensa, si giudica con maggior severità, si condanna con maggior rigore e può credere, erroneamente, di esser caduta più in basso di prima. A ciò può essere indotta anche dal fatto che talvolta certe tendenze e impulsi inferiori, che erano rimasti latenti nell'inconscio, vengono risvegliati e stimolati a una violenta opposizione dalle nuove alte aspirazioni spirituali, che sono per essi una sfida e una minaccia.

Talvolta la reazione va così oltre, che la persona giunge fino a negare il valore e la realtà della propria recente esperienza interiore. Dubbi e critiche sorgono nella sua mente ed essa è tentata di considerare tutto ciò che è avvenuto come un'illusione, una fantasia, una 'montatura sentimentale'. Essa diviene amara e sarcastica; deride se stessa e gli altri e vorrebbe rinnegare i propri ideali e le proprie aspirazioni spirituali. Eppure, per quanto si sforzi di farlo, essa non può ritornare nello stato di prima: ha avuto la visione e il fascino della sua bellezza resta in lei, non può esser dimenticato. Essa non può più adattarsi a viver soltanto la piccola vita comune; una divina nostalgia la assilla e non le dà requie. Talvolta la reazione assume caratteri nettamente morbosi: insorgono accessi di disperazione e tentazioni di suicidio.

La cura di tali reazioni eccessive consiste soprattutto nell'impartire una chiara comprensione della loro natura e nell'indicare qual è il solo modo nel quale si possono superare. Si deve far capire a chi ne soffre che lo 'stato di grazia' non poteva durare per sempre, che la reazione era naturale e inevitabile. È come se egli avesse fatto un volo superbo fin presso alle vette illuminate dal sole, ammirando il vasto paesaggio che si stende fino all'orizzonte; ma ogni volo prima o poi deve finire: si viene riportati alla pianura, e si deve poi ascendere lentamente, passo a passo, il ripido pendio che conduce alla stabile conquista delle cime. Il riconoscimento che questa discesa o 'caduta' è un evento naturale, al quale tutti siamo sottoposti, conforta e solleva il pellegrino e lo incoraggia ad accingersi animosamente all'ascesa.


IV. Le fasi del processo di trasmutazione. 

L'ascesa di cui abbiamo fatto cenno consiste in realtà nella trasmutazione e rigenerazione della personalità. Un procedimento lungo e complesso, che è composto di fasi di purificazione attiva per rimuovere gli ostacoli all'afflusso e all'azione delle forze spirituali; fasi di sviluppo delle facoltà interiori che erano rimaste latenti o troppo deboli; fasi nelle quali la personalità deve restare ferma e docile, lasciandosi 'lavorare' dallo Spirito e sopportando con coraggio e pazienza le inevitabili sofferenze. L un periodo pieno di cambiamenti, di alternative fra luce e tenebra, fra gioia e dolore.

Le energie e l'attenzione di chi vi si trova sono spesso tanto assorbite dal travaglio che gli riesce difficile far fronte alle varie esigenze della sua vita personale.

Perciò chi l'osservi superficialmente e lo giudichi dal punto di vista della normalità e dell'efficienza pratica, trova che è peggiorato e vale meno di prima. Perciò al suo travaglio interiore si aggiungono spesso giudizi incomprensivi e ingiusti da parte di persone di famiglia, di amici e anche di medici, e non gli vengono risparmiate osservazioni pungenti sui 'bei risultati' delle aspirazioni e degli ideali spirituali, che lo rendono debole e inefficiente nella vita pratica. Questi giudizi riescono spesso assai penosi a chi ne è oggetto, che può talvolta venirne turbato e cadere in preda ai dubbi e allo scoraggiamento.

Pure questa è una delle prove che devono essere superate. Essa insegna a vincere la sensibilità personale, ad acquistare indipendenza di giudizio e fermezza di condotta. Perciò tale prova dovrebbe venir accolta senza ribellione, anzi con serenità. D'altra parte se coloro che circondano la persona sottoposta alla prova comprendono il suo stato, possono esserle di grande aiuto ed evitarle molti contrasti e sofferenze non necessarie.

In realtà si tratta di un periodo di transizione: un uscire da un vecchio stadio senza aver raggiunto il nuovo. t una condizione simile a quella del verme che sta subendo il processo di trasformazione che lo farà diventare un'alata farfalla: esso deve passare per lo stato di crisalide, che è una condizione di disintegrazione e impotenza.

Ma all'uomo in generale non viene elargito il privilegio che ha il verme di svolgere quella trasmutazione protetto e raccolto in un bozzolo.

Egli deve, soprattutto oggi, restare al suo posto nella vita e continuare ad assolvere quanto meglio può i propri doveri famigliari, professionali e sociali, come se non stesse avvenendo nulla in lui. L'arduo problema che deve risolvere è simile a quello degli ingegneri inglesi, che dovettero trasformare e ampliare una grande stazione ferroviaria di Londra, senza interrompere il traffico neppur per un'ora.

Non dobbiamo certo meravigliarci se un'opera così complessa e faticosa è talvolta causa di disturbi nervosi e psichici, ad esempio esaurimento nervoso, insonnia, depressione, irritabilità, irrequietezza. E questi disturbi, dato il forte influsso della psiche sul corpo, possono a foro volta facilmente produrre svariati sintomi fisici.

Nel curare tali casi occorre comprenderne la vera causa, e aiutare il malato con una sapiente e opportuna azione psicoterapica, poiché le cure fisiche e medicamentose possono aiutare ad attenuare i sintomi e i disturbi fisici, ma evidentemente non possono agire sulle cause psico-spirituali del male.

Talvolta i disturbi sono prodotti o aggravati dagli eccessivi sforzi personali che fa l'aspirante alla vita spirituale per forzare il proprio sviluppo interno, sforzi che producono una repressione anziché la trasformazione degli elementi inferiori, e una estrema intensificazione della lotta, con una corrispondente eccessiva tensione nervosa e psichica. Questi aspiranti troppo impetuosi devono rendersi conto che la parte essenziale dei lavoro di rigenerazione è fatta dallo spirito e dalle sue energie, e che quando essi hanno cercato di attirare quelle energie col loro fervore, le loro meditazioni, il loro retto atteggiamento interno, quando hanno cercato di eliminare tutto quello che può ostacolare l'azione dello spirito, devono attendere con pazienza e con fede che quell'azione si svolga spontaneamente nella loro anima.

Una difficoltà diversa in un certo senso opposta, deve essere superata nei periodi nei quali l'afflusso di forza spirituale è ampio e abbondante. Quella forza preziosa può venir facilmente sperperata in effervescenza emotiva e in attività febbrili ed eccessive. In altri casi invece essa è tenuta troppo a freno, non viene sufficientemente tradotta in vita e utilizzata, di modo che si accumula sempre più e con la sua forte tensione può produrre disturbi e logorii interiori, come una corrente elettrica troppo forte può fondere le valvole e anche produrre dei corti circuiti.

Occorre quindi apprendere a regolare opportunamente e saggiamente il flusso delle energie spirituali, evitandone la dispersione, ma usandole attivamente in nobili e feconde opere interne ed esterne.

                                                                       Fonte:
Roberto Assagioli
Casa editrici Astrolabio

giovedì 10 luglio 2014

Le Sirene

La maggior parte degli studiosi del settore individuano nel piccolo arcipelago de Li Galli le mitologiche isole delle Sirene e sulle origini, sia di queste fantastiche creature che degli scogli, sono state elaborate teorie di tutti i generi, un intreccio di mitologia, storia e letteratura. C'è chi asserisce che le Sirene vissero proprio su questi scogli e chi invece identifica la terra delle Sirene con il Promontorium Minervae. I fautori di questa seconda teoria sostengono che successivamente, dopo il passaggio di Ulisse, primo mortale a resistere al loro canto, queste mitiche creature si gettarono in mare, annegarono e si tramutarono in questi scogli. Ma in Omero le Sirene sono solo due (Telxiope e Aglaofone) e gli scogli sono tre (i maggiori) e allora si dovrebbe dare ascolto a Licofrone che ne nomina tre: Partenòpe, Leucosìa e Lìgeia figlie di una musa (ma non si sa quale fra Calliope, Tersicore o Melpomene). Invece secondo la tradizione antica le Sirene erano figlie di due divinità marine: Forco e Cheto.
In principio le Sirene erano rappresentate come fanciulle, poi si aggiunsero le ali e anche il corpo di uccello, lasciando solo nel volto le sembianze muliebri. Ciò giustificherebbe la loro presenza in queste terre visto che quasi tutti sono concordi nel fissare la loro origine in Grecia, essendo figlie, oltre che della Musa, del fiume Acheloo. Questo scorre, e non per caso, in Acarnania, terra di origine dei Teleboi, primi colonizzatori di Capri circa 3000 anni fa, che avrebbero quidi portato con loro il culto delle Sirene. Nel corso del loro lungo volo si vuole che le Sirene si siano fermate a Capo Peloro (in Sicilia) prima di raggiungere le Bocche di Capri; itinerario seguito peraltro anche dai Teleboi. Solo molto più tardi saranno associate ad elementi marini e comparirà la ormai classica coda di pesce, ma intanto avranno riacquistato il busto femminile.
Un'altra leggenda le vuole vinte dal canto di Orfeo, ma la conclusione è sempre la stessa: annegamento e trasformazione in scogli. Una, seppur minima, variante a queste storie è quella secondo la quale i loro corpi furono invece trasportati dal mare sulle spiagge di Napoli (Partenope), di Posidonia - l'attuale Paestum - (Leucosia, dal nome della quale deriverebbe Punta Licosa), e di Terina (Ligeia). Circa la collocazione di quest'ultima si deve notare che su alcuni testi si parla di una Terina in Calabria, nei pressi di Sant'Eufemia, mentre altri sostengono che il corpo della Sirena fosse stato spinto dalle onde sulle rocce della Punta della Campanella che quindi si sarebbe chiamata anche Ligera.
(Le Coste di Sorrento e di Amalfi - di Giovanni Visetti - Editoriale Scientifica - 1991)
Le Sirene subirono una loro trasformazione marina: da esseri terrestri, quali erano in un primo tempo, si ritirarono nelle profondità porporine dell'Oceano, attraverso una migrazione che impose anche qualche mutamento alla loro struttura anatomica. Gi Euripide diceva di loro che abitavano l'Ade con Persefone. Dei e semidei percorrono, quindi, lo stesso cammino degli uomini: EODEM COGIMUR.
E' interessante, peraltro, questa sorprendente metamorfosi delle Sirene durante i secoli del Medio Evo. Come avvenne? Secondo Schrader, la prima volta in cui si parlò di Sirene con la coda di pesce fu nel "Liber monstrorum", scritto alla fine del sesto secolo, dove si afferma che furono invenzione dei Franchi. Per il Douglas, invece, pi probabile che fanciulle con la coda di pesce esistessero da tempo immemorabile, almeno in tutto l'emisfero settentrionale, e che il compilatore di quell'antichissima opera, non riuscendo a trovare un'opportuna sistemazione alla Sirene classiche, abbia preferito collocarle tra le forme animali che gli erano pi familiari. Non dimentichiamo, infatti, che Sant'Isidoro, che fu contemporaneo del "Liber monstrorum" e gli scrittori bizantini attribuirono tutti alle Sirene l'antica veste di uccelli e che solo gli Etruschi tolsero completamete alle Sirene i loro caratteri di uccelli.
La terra delle Sirene - Norman Douglas)
E' dubbio se vere Sirene vivano ancora tra noi, oggi, quando sono state messe a coltura vaste distese di terra sterile, e l'incontaminata superficie del mare forma oggetto di studi e di relazioni ufficiali. Creature del genere, tuttavia, furono ancora trovate in un passato non troppo remoto. Jacopo Noierus riferisce infatti che nel 1403 una sirena, catturata nello Zuider Zee, fu portata ad Haarlem e poiché era nuda, si lasciò vestire, imparò a mangiare come un'olandese, a filare ed a gustare altre occupazioni femminili. Era di modi gentili e visse fino a tarda età; ma non parlò mai. Quei bravi borghesi non conoscevano nulla del linguaggio della gente di mare che, forse, avrebbe reso possibile l'insegnamento della loro lingua, e perciò essa restò muta sino alla fine dei suoi giorni. Il che veramente è da rimpiangere, perché, se si eccettua il racconto arabo "Giulnar nato dal mare", a noi sono pervenute scarsissime notizie sugli usi domestici e sugli argomenti di conversazione delle sirene medievali.
Nei reali archivi del Portogallo si conservano i documenti relativi all'aspra contesa insorta tra la corona e il Gran Maestro dell'ordine di San Giacomo in merito al diritto di proprietà sulle Sirene abbandonate dal mare sulle spiagge del Gran Maestro. La lite si concluse in favore del Re: "Sia sancito ce le Sirene e gli altri mostri marini che saranno gettati dalle onde sulle spiagge del Gran Maestro entrino a far parte della proprietà del Re". Questo sembrerebbe dimostrare che a quel tempo le Sirene erano abbastanza numerose. D'altra parte, uno degli episodi più sicuri è quello riferito dal capitano John Smith, quello della storia di Pocahontas, il quale è certo degno di fede. "A questo punto, non posso non ricordare" dice "la meravigliosa creatura di Dio, che vidi con questi occhi nell'anno 1910. Una mattina, al primo spuntar del sole, mi trovavo sulla spiaggia, non lontano dal porto di Saint John, quando vidi un mostro marino che nuotava velocemente verso di me. Ella era d'aspetto seducente: gli occhi, il naso, le orecchie, le guance, la bocca, il collo, la fronte ed il viso nel suo insieme sembravano quelli di una splendida fanciulla; i capelli dai riflessi azzurri le ricadevano lunghi sulle spalle..." Uno strano pesce, in verità. Il resto del racconto si trova nella "Historia Antipodum" di Gottfried. Anche dalle opere di Gessner, Rondeletius, Scaliger e di tanta altra brava gente, risulta evidente che, al tempo loro, le Sirene erano abbastanza comuni e, certo per questa ragione, godevano discutibile reputazione: perch tutto ci che comune sembra di scarso pregio, come dimostra efficacemente la stessa parola "volgare". Questa considerazione aiuta forse anche a spiegare la loro appendice ittica poiché le Sirene più antiche somigliavano agli uccelli. La trasformazione dovette aver luogo, immagino, al tempo di sant'Agostino, quando numerosi pagani cominciarono ad ostentare abiti e caratteri nuovi, non sempre con proprio vantaggio, e dovette coinvolgere anche le Sirene nate nelle acque dell'Ellade, che avremmo potuto supporre più rispettabili e più conservatrici delle altre. ...
Nulla attraversò mai la piccola Grecia senza uscirne rinnovato e purificato: mille correnti torbide affluirono verso l'Ellade da ogni parte del mondo per defluire in modo splendido, come un fiume limpido e tranquillo che doveva fecondare il mondo. Così avvenne anche per le Sirene: come tante altre cose, esse erano solo un prodotto importato, una delle nuove idee che, al seguito delle correnti commerciali, erano riuscite ad insinuarsi tra i Greci e ne alimentavano la fantasia artistica. Oggi, che conosciamo qualche cosa di più dell'antica civiltà di paesi che ebbero rapporti con la Grecia, come l'Egitto e la Fenicia, siamo in grado di apprezzare meglio il genio ellenico, che fu veramente prodigioso nella trasformazione di tutto ciò che aveva preso in prestito da altri. ...
E' risultato chiaro che le Sirene non erano indigene della Grecia, ma appartenevano a cicli non ellenici e più primitivi: "restarono" come dice Butcher "parole straniere prese a prestito in una lingua, mai perfettamente assimilate". Come avvenne per tante altre concezioni animistiche, comuni a molti mari e terre, esse furono trascinate nell'Ellade e vi furono purificate. Le Sirene che sono familiari a noi non sono demoni di putrefazione, ma esseri pieni di grazia, che rappresentano una prova del potere umanizzante dei Greci; non della massa dei Greci, naturalmente, come qualcuno ha creduto, ma solo dei maestri, di coloro cioè che sentirono la bruttezza come peccato e credettero sempre che la vendetta ideale è la clemenza. ...  Le Sirene greche vengono raffigurate con i caratteri dell'eterna giovinezza: se ne stanno su scogli circondati dal mare con la lira in mano, o sorgono dalle acque lucenti, percuotono i cimbali e scompaiono. Nel loro mito ci sono quella indeterminatezza, distanza e discrezione che rendono possibile le interpretazioni più diverse e costituiscono il fascino di molte altre concezioni greche, che non sono il prodotto di una mente sola, ma formano una specie di complesso poliedrico, che riflette i vari strati delle culture sovrapposte: forme belle, ma evanescenti.
Una volta, le Sirene sfidarono le Muse ad una gara di canto; ne uscirono battute e le Muse vollero ornarsi con le penne delle avversarie sconfitte. ...   Nel corso del viaggio verso Occidente, si fermarono a lungo sul promontorio Ateneo, che ora è chiamato Punta della Campanella e costituisce il braccio meridionale del golfo di Napoli, e sulle isole del golfo stesso. Su quel promontorio, battuto dalle onde, sorse in loro onore un candido tempio, una delle meraviglie del mondo occidentale. Nell'antichità, infatti, i promontori erano considerati sacri per i pericoli che costituiscono per la navigazione. Statue e colonne furono presto spazzate via ma il ricordo del tempio rimane, racchiuso nel nome del villaggio di Massa Lubrense (delubrum). Splendida forma di sopravvivenza, se si rifletta: un tempio racchiuso e conservato nelle lettere di una parola della quale stato dimenticato il significato, anche se è stata trasmessa da padre in figlio, attraverso i secoli tumultuosi dei Romani e dei Goti, dei Saraceni, dei Normanni, dei Francesi, degli Spagnoli; parola misteriosa per il volgo, che riesce a sopravvivere in eterno, anche dopo che documenti più labili, di pietra e di marmo, sono completamente spariti dalla terra.
Un'impressione abbastanza soddisfacente della zona si può avere dal famoso convento del Deserto, sopra Sorrento, oppure dalla vetta del Monte S. Costanzo, più vicina all'estremità del promontorio. San Costanzo dovrebbe essere un'isola, come la vicina Capri; ma, probabilmente, rimarrà attaccato alla terraferma ancora per altre poche migliaia di anni. Da quell'altezza, l'occhio può spaziare sui due golfi di Napoli e di Salerno, separati da una catena di colline; la massa imponente e scoscesa del S. Angelo, che si allunga attraverso la penisola, preclude alla vista il mondo retrostante. Questa la Terra delle Sirene. A sud giacciono le isolette delle Sirene, chiamate oggi Li Galli; a occidente Capri, giustamente associata ad esse dall'aspetto roccioso e seducente; Sorrento, il cui nome derivato dalle medesime isolette, si stende sul versante settentrionale. ...
Ricordiamo quei vascelli dalle polene finemente scolpite che nell'antichità solcavano le onde tra Capri e la punta della Campanella e che riportarono in Occidente oggetti, opere letterarie e pensieri che, in gran parte, rappresentano ancora il meglio della moderna civiltà nostra... Più di recente altre memorie aspre e gloriose si sono accumulate e hanno messo radici su queste rocce e sulle isolette... Fu qui, senza dubbio, che Ulisse incontrò le Sirene, durante uno di quei periodi di pesante ristagno estivo, che son conosciuti, da queste parti, come scirocco chiaro o tempo di bafogna:
Mentre ch'io parlo, la nave alata veleggia; / ed ecco qual nebbia lontana / i lidi delle Sirene sorgere su dal mare... / Il vento cessato: nel cielo / gran quiete; nel mare in silenzio / il moto dell'onda ristagna:  / certo un demonio perverso / ha l'aria calmata, il mar levigato e assonnato... / Caduto il vento, dormono i flutti in bonaccia.
Questo passo di Omero potrebbe aver suggerito a Cerquand l'idea che le Sirene "sont le calme sous le vent des hautes falaises et des îles", con una interpretazione che, più tardi, egli stesso rifiutò. ...
Erano caste sacerdotesse. Non erano caste sacerdotesse, ma proprio il contrario. Erano raggi di sole. Erano pericolose scogliere. Erano una razza di miti pastorelle. Erano simboli di attrazione. Erano cannibali. Erano spiriti planetari. Erano profetesse. Erano una specie di gufi orientali. Erano le armoniose facoltà dello spirito. Erano pinguini

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