martedì 9 dicembre 2014

angelologia


Gli angeli sono solitamente suddivisi in schiere, che seguono determinate gerarchie dalle quali traggono caratteristiche peculiari. La classificazione più comune risale al De coelesti hierarchia dello Pseudo-DionigiSotto l'influsso della scuola cabalistica di Girona, si è sviluppata nel medioevo un'ampia collezione di informazioni relative alle singole personalità ed influenze di angeli e demoni, spesso immaginate a partire dal nome stesso di ciascuna entità, per esempio Michael, "chi come Dio", Gabriel, "uomo forte di Dio", Raphael, "Dio ha sanato", Uriel, "fuoco di Dio",Abaddon, "perdizione", Asmodeus, "spirito del giudizio", Baalzebub, "signore delle mosche",Satan, "avversario", Samael, "signore del veleno”, Behemoth, "grande bestia". Punti di riferimento in questo senso sono il "Vocabulaire de l'Angelologie" (Paris 1897) di Moise Schwab, il "Dictionary of Angels" (London 1968) di G. Davidson e, in lingua italiana, il "Dizionario delle creature spirituali" contenuto in "I mondi ultraterreni (Milano 1998) di Giordano BertiQuesti sviluppi sono stati contrastati e condannati dalla chiesa cattolica, che già nel Concilio di Roma (745), proibì la venerazione di angeli, i cui nomi non compaiano nella Bibbia. Nel decreto Litteris Diei del 6 giugno 1992, il magistero pontificio ha chiarito che "è illecito insegnare e utilizzare nozioni sugli angeli e sugli arcangeli, sui loro nomi personali e sulle loro funzioni particolari, al di fuori di ciò che trova diretto riscontro nella Sacra Scrittura; conseguentemente è proibita ogni forma di consacrazione agli angeli ed ogni altra pratica diversa dalle consuetudini del culto ufficiale. Il sistema di sette maggiori arcangeli è una antica tradizione dell'angelologia di matrice giudaica. Nella Bibbia, però compaiono solo i nomi di tre di essi, Michele, Gabriele e Raffaele. Quest'ultimo, poi, solo nel libro di Tobia, un'opera deutero-canonica, cioè ritenuta ispirata solo dalla chiesa cattolica e da quella ortodossa. Differenti fonti sono in disaccordo sia sull'identificazione dei sette arcangeli (nome e funzione) sia sulla loro appartenenza alle diverse gerarchie angelicheL'utilizzo dei sette arcangeli nella Cabala e in altre dottrine esoteriche ha portato a cercare una corrispondenza con i giorni della settimana, cioè con i sette astri mobili ("pianeti") dell'astronomia antica: Sole, Luna, Marte, Mercurio, Giove,Venere e Saturno. Anche su questo punto, tuttavia, non c'è completo accordo fra le diverse proposte. Il più antico riferimento al sistema dei sette arcangeli compare nel Libro di Enoch (l'Enoch Etiope), dove vengono chiamati Michele, Gabriele, Raffaele, Uriel, Raguel, Zerachiel Remiel. Secoli dopo, Pseudo-Dionigi li denomina Michele, Gabriele, Raffaele, Uriel, Camael,Jophiel e Zadkiel (o Hesediel). Papa Gregorio I (540-604) li identifica come Michele, Gabriele, Raffaele, Uriel, Simiel, Orifiel, e Zachariel. Nel frattempo in Oriente la chiesa ortodossa aveva adottato i nomi: Michael, Gabriel, Raphael, Uriel, Barachiel, Jehudiel, Salathiel. Solo nel XVI secolo anche la chiesa cattolica scelse questi stessi nomi, anche se con lievi variazioni ortografiche. Nella cupola della Cappella palatina di Palermo sono le immagini dei sette arcangeli, con i loro nomi, motti ed attributi, secondo la tradizione bizantina e poi cattolica.
ArcangeloSignificatoMottoAttributi
MichaelChi è come Dio?Paratus ad animas suscipiendasCalpesta il drago, impugna una spada fiammeggiante
GabrielDio è potenteSpiritus Sanctus superveniet in teFiaccola e specchio di diaspro (di solito è il giglio bianco)
RaphaelDio guarisceViatores comitor, infirmos medicoVasetto di medicinali (di solito è il pesce; accompagnato da Tobia)
UrielDio infiammaFlammescat igne caritasFiamma e spada
BarachielBenedizione di DioAdiutor ne derelinquas nosRose (=grazie) da distribuire
JeudielLode di DioDeum laudantibus praemia retribuoCorona e flagello
SealtielDio comunicaOro supplex et acclinisIn preghiera
Le diversità fra queste e altre proposte risalgono a tre fattori:
  • Variazioni ortografiche
  • Scelta di un diverso verbo ebraico per caratterizzare la funzione dell'arcangelo
  • Diversa elaborazione sul significato del loro nome in ebraico per ampliare o modificare la caratterizzazione delle loro funzioni.
Per esempio Jeudiel coincide ovviamente con Jehudiel o Jegudiel; i suoi attributi, inoltre, mostrano che è un angelo giustiziere (la corona per premiare e la frusta per punire). Egli perciò potrebbe corrispondere a Samael ("Dio punisce"), che Gregorio I chiama "Simiel", e a Camael ("Dio vede" peccati e meriti), l'arcangelo che espulse Adamo ed Eva dall'Eden e che compare nello Pseudo-Dionigi. Interpretando, però, "Camael" come il nome dell'arcangelo "che vede Dio", le sue funzioni possono essere considerevolmente modificate. Analogamente se "Samael" è un "castigo di Dio", potrebbe anche essere un demonio: ecco perciò che alcuni autori esoterici ne hanno alterato notevolmente il profilo. Considerando, poi, il lato premiale, della giustizia divina, come presente in Jeudiel, sorge una corrispondenza con il Raguel ("Dio incoraggia") del libro di Enoch. Raguel e Samael, così diversi fra loro, risultano essere le due facce della giustizia divina.


Analogamente la funzione di dispensare grazie divine è svolta da Barachiel, come da Zadkiel ("Dio favorisce"), detto anche "Takiel" e da Zerachiel, detto anche "Zachariel", che assegna ad ogni uomo il suo angelo custode. Sealtiel, poi, è una deformazione di "Salathiel" o "Salaphiel" (="Dio comunica"). Egli insegna a pregare e intercede per gli uomini. Corrisponde, quindi all'angelo del Sabato (iul giorno di preghiera) "Shabbataj" o "Cassiel" e a Jophiel, l'arcangelo che lo Pseudo-Dionigi associa alla bellezza della Torah, la parola "comunicata" da Dio. In conclusione gli arcangeli sono i ministri di Dio e la scelta del loro nome sembra determinata da riflessioni teologiche su come Dio interviene nella storia umana. Secondo la tradizione cristiana, di origine ebraica, gli angeli sono organizzati in differenti ordini, detti cori angelici. Lo Pseudo-Dionigi l'Areopagita, nel libro De coelesti hierarchia, indica alcuni passaggi del Nuovo Testamento, nello specifico la Lettera agli Efesini e la Lettera ai Colossesi, sulla cui base costruire uno schema di tre gerarchie, sfere o triadi di angeli, nella quale ogni gerarchia contiene tre ordini o cori. In decrescente ordine di potenza questi sono:
  • Prima gerarchia: serafini, cherubini, troni oophanim
  • Seconda gerarchia: dominazioni, virtù, potestà
  • Terza gerarchia: principati, arcangeli, angeli
Durante il Medioevo, molti altri schemi furono proposti, alcuni illustrando o espandendo quello dello Pseudo-Dionigi, altri suggerendo classificazioni completamente differenti. I serafini (da Seraph) appartengono al più alto ordine di Angeli, quelli più prossimi a Dio, e quattro di loro ne circondano il trono con il ruolo di guardiani. I Serafini sono angeli dotati di sei ali: due per volare, due per coprirsi il volto e due per coprirsi i piedi. Cantano continuamente le lodi di Dio: «Santo, Santo, Santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della Sua gloria». È anche detto nella Bibbia che cantano la musica delle sfere, regolando il movimento del cielo, così come loro comandato, e che ardendo di amore e zelo per Dio, emanano una luce così potente e brillante che nessuno, se non occhi divini, può guardarli. San Francesco d'Assisi viene anche appellato "Serafico" perché, al momento di ricevere le stigmate, il Signore gli apparve in una visione in cui si mostrava Crocefisso e velato da sei ali come un Serafino; e dalle Sue mani, piedi e costato partirono i raggi che segnarono il corpo di Francesco rendendolo simile a Lui. Gesù esaudiva così la preghiera di Francesco: "Fa' o Signore che io possa soffrire per te tanto quanto lo può una creatura umana e amarti quanto lo può un cuore umano". I serafini vengono più volte menzionati nella Bibbia. Secondo San Tommaso D'Aquino, i serafini presiedevano alla carità e i cherubini alla scienza. I cherubini risiedono oltre il trono di Dio; sono i guardiani della luce e delle stelle. Si crede che, anche se sono stati rimossi dal piano reale e materiale degli uomini, la luce divina che essi filtrano giù dal cielo possa ancora toccare le vite umane. Hanno quattro ali e quattro facce, ovvero una umana, una di bue, una di leone ed infine una di aquila. I Cherubini sono considerati angeli dediti alla protezione. Essi stanno a guardia dell'Eden e del trono di Dio. Il loro grado tra gli angeli non è certo, ma vengono comunque posti nella prima sfera. Alcuni li credono essere un ordine di angeli; altri li credono una classe al di sopra di ogni altro ordine. I cherubini hanno una perfetta conoscenza di Dio, superata soltanto dall'amore di Dio dei serafini. Secondo la Bibbia, le sculture di due cherubini contrapposti erano rappresentate sul coperchio dell'Arca dell'Alleanza. Essi vengono menzionati di solito al plurale nella Bibbia, ma anche al singolare. I troni o ophanim sono esseri angelici dalla forma mutevole e dagli infiniti colori. Il loro compito è quello di portare il trono di Dio per il Paradiso in suo nome. Inoltre, sono descritti come ruote intersecate ad altre ruote, delle quali se una si muove avanti e indietro, l'altra si muove da un lato all'altro. Queste ruote sono dotate di innumerevoli occhi: questa immagine si trova nel libro di Ezechiele, dove il profeta Ezechiele descrive la visione dei cieli; il profeta non descrive esplicitamente queste ruote come angeli, ma come oggetti o "creature viventi" che possiedono uno spirito. Paolo usa il termine "troni" nella lettera ai Colossesi. Le dominazioni, o hashmallim, hanno il compito di regolare i compiti degli angeli inferiori. Ricevono i loro ordini dai serafini, cherubini o direttamente da Dio e devono assicurarsi che il cosmo sia sempre in ordine. È estremamente raro che le dominazioni assumano forma fisica per mostrarsi ai mortali. Invece, si interessano tranquillamente dei particolari dell'esistenza. Sono gli angeli ai quali Dio affida la forza del dominare. Essi compongono l'esercito dell'Apocalisse e da loro dipendono l'ordine universale e la disciplina ferrea alla quale gli angeli si rivolgono per mantenerlo. Il termine "dominazioni" è usato da Paolo di Tarso nella lettera ai Colossesi. Le potestà sono esseri angelici dai molti colori, come vapori nebbiosi. Sono gli elementi portanti della coscienza e i custodi della storia. Gli angeli della nascita e della morte sono potestà. Sono accademicamente guidati e interessati all'ideologia, filosofia, teologia, religione e ai documenti che appartengono a questi studi. Le potenze sono le menti: sono un gruppo di esperti, che servono da consiglieri e pianificatori della politica. Il loro compito è quello di sorvegliare la distribuzione di poteri all'umanità, in loro nome. Nella credenza popolare essi sono gli Angeli che accompagnano le decisioni dei padri e li consigliano nella cura della famiglia. Paolo usa il termine potestà nella lettera ai Colossesi e nella lettera agli Efesini. Entro le potestà, vi sono questi due tipi di angeli sono tra loro uguali in potenza e autorità. Le potenze sviluppano le ideologie, laddove le autorità scrivono i documenti e le dottrine. Entrambe sono coinvolte nella formulazione delle ideologie. Tuttavia, le potenze comprendono tutto, laddove le autorità si focalizzano su specifiche linee di conoscenza. Le autorità sono specializzate nello stampare quelle idee e nella produzione degli inerenti documenti. Le virtù, anche chiamate "fortezze", si trovano oltre il trono di Dio e sono uguali ai principati. Il loro dovere è quello di osservare i gruppi di persone. La loro forma è simile a lampi di luce, che ispirano nell'umanità molte cose, come l'arte o la scienza. I principati sono esseri angelici dalla forma simile a raggi di luce. Si trovano oltre il gruppo degli arcangeli. Sono gli angeli guardiani delle nazioni e delle contee, e di tutto quello che concerne i loro problemi ed eventi, inclusa la politica, i problemi militari, il commercio e lo scambio. Uno dei loro compiti è quello di scegliere chi tra l'umanità può dominare. Gli arcangeli sono usualmente considerati il secondo ordine (più basso) della terza sfera; questi angeli tendono ad essere i più grandi consiglieri e amministratori inviati dal Cielo. Un arcangelo ha normalmente un ruolo di grande importanza nei riguardi dell'uomo. Secondo l'angelologia dello Pseudo-Dionigi, tuttavia, gli arcangeli stanno appena sopra l'ordine angelico, quello degli angeli comuni. La parola "arcangelo" è usata solamente due volte nelle scritture (ma diverse volte nel Septuaginta) Alcuni insistono sul punto che gli arcangeli non sono divisi in separati ordini, ma nella tradizione cattolica gli arcangeli (Michele, Raffaele, Gabriele, e in alcuni casi Uriel), sono cherubini o serafini, oltre che essere arcangeli. Tuttavia, in ogni caso, essere arcangelo implica chiaramente l'appartenenza alla prima sfera degli angeli. Come è scritto nella Bibbia, Lucifero era un cherubino; in seguito alla sua ribellione a Dio, fu affrontato, sconfitto e gettato (per l'eternità) nel pozzo infernale da parte dell'arcangelo e serafino Michele.

Gli angeli appartengono all'ordine più basso nella gerarchia degli angeli e sono i più familiari agli uomini, poiché sovraintendono a tutte le loro occupazioni. All'interno della categoria degli angeli, ci sono differenze di molti tipi. Gli angeli vengono sovente inviati come messaggeri agli uomini. La parola "angelo" proviene dal greco "anghelos", cioè "messaggero". Tutte le gerarchie angeliche sono lodate dall'umanità grazie alla corona angelica, una corona simile ad un rosario, con la quale si pregano gli angeli di, appunto, ogni gerarchia e si chiede loro di intercedere presso Dio per l'ottenimento di grazie. Essa è in grado, poi, di ottenere in particolari giorni anche delle indulgenze, se opportunamente benedetta da un Sacerdote. 

lunedì 8 dicembre 2014

maria immacolata

L'Immacolata Concezione è un dogma cattolico, proclamato da papa Pio IX l'8 dicembre 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, che sancisce come la Vergine Maria sia stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, tale dogma non va confuso con il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria. Il dogma dell'Immacolata Concezione riguarda il peccato originale: per la chiesa Cattolica infatti ogni essere umano nasce con il peccato originale e solo la Madre di Cristo ne fu esente: in vista della venuta e della missione sulla Terra del Messia, a Dio dunque piacque che la Vergine doveva essere la dimora senza peccato per custodire in grembo in modo degno e perfetto il Figlio divino fattosi uomo. La Chiesa cattolica celebra la solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria l'8 dicembre. Nella devozione cattolica l'Immacolata è collegata con le apparizioni di Lourdes (1858) e iconograficamente con le precedenti apparizioni di Rue du Bac a Parigi (1830). Il Cattolicesimo vede in alcuni testi biblici non una prova, quanto un'avvisaglia di quella che sarà la dottrina del magistero. Bisogna ricordare che, secondo la teologia cattolica, la scrittura non è l'unica fonte della fede: anche la Tradizione della Chiesa è luogo teologico. Nell'Antico Testamento, il cosiddetto Protovangelo della salvezza presenta la donna (Eva) come prefigurazione di Maria:
« Io porrò inimicizia tra te e la donna,
tra la tua stirpe
e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno »   (Genesi 3,15)
Maria ponendosi al servizio di Dio, permette l'entrata del Salvatore nel mondo (Luca 1,38). Maria quindi, nella lettura tradizionale della Chiesa, partecipa, anche se in forma subordinata, alla vittoria di Cristo sul peccato.
Altre indicazioni veterotestamentarie del dogma sono, secondo l'insegnamento della Chiesa, ravvisabili nel Cantico dei Cantici e nei Proverbi:
« Quando non esistevano gli abissi, io fui generata;
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d'acqua. »   (Proverbi 8,24)
« Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia »   (Cantico 4,7)
Nel Nuovo Testamento il passo principale che la tradizione cattolica ritiene spiegabile soltanto ammettendo l'Immacolata Concezione è il saluto rivolto dall'arcangelo Gabriele a Maria:
« Rallegrati, piena di grazia »   (Luca 1,28)
Il Protovangelo di Giacomo, composto tra il 140 e il 170, contiene in nuce l'idea che Maria fosse senza peccato. Il testo presenta l'infanzia di Maria (cc. 6-8) come estremamente pia, allevata nel tempio di Gerusalemme dai 3 ai 12 anni, dove "riceveva il vitto per mano di un angelo". Nonostante il Protovangelo, per la sua tardività e il suo stile agiografico e leggendario, difficilmente possa basarsi su fondati elementi storici, esso sembra rappresentare «una prima presa di coscienza intuitiva e mitica della santità perfetta e originale di Maria nella sua stessa concezione». Sulla base della narrazione del Protovangelo, la liturgia e la devozione della Chiesa greco orientale ha attribuito dall'antichità a Maria il titolo di Παναγία, Panaghìa, "tutta santa". Agostino d'Ippona (354 - 430) è il primo teologo che parla della natura perfetta e speciale di Maria. Il suo pensiero va contestualizzato nella polemica anti-eretica che lo vide coinvolto: Pelagio e i suoi discepoli tendevano a ridimensionare il ruolo del peccato originale nella condotta morale dell'uomo e Agostino rispose indicando l'umanità come una "massa dannata", concetto poi ripreso nella riflessione dei padri della Riforma, in particolare Calvino. Da questo pessimismo antropologico però Agostino dissocia Maria: «...la pietà impone di riconoscere Maria senza peccato [...]. Per l'onore del Signore [...] Maria non entra assolutamente in questione quando si parla di peccati». In oriente sono diversi i padri greci che, come Agostino, attribuiscono una speciale natura a Maria. Proclo di Costantinopoli (m. 446-7) scrive che Maria «...è il santuario dell'impeccabilità, il tempio santificato di Dio [...], il paradiso verdeggiante e incorruttibile». Theoteknos di Livia (VII sec.) la definisce «...tutta bella, pura e senza macchia [...] Nasce come i cherubini colei che è fatta di argilla pura e immacolata». Andrea di Creta (m. 740) scrive che «...il corpo della Vergine è una terra che Dio ha lavorato, la primizia della massa adamitica che è stata divinizzata nel Cristo, l'immagine del tutto somigliante della bellezza divina, l'argilla modellata dalle mani dell'artista divino». Sofronio di Gerusalemme dichiara Maria «...pura, santa, senza macchia, risplendente, dai sentimenti divini, santificata, libera da tutte le lordure del corpo, del pensiero, dell'anima.» In occidente, secoli dopo Agostino, Pascasio Radberto (m. c.a 865) scrive che Maria "è stata esente da ogni peccato originale". In seguito il benedettino inglese Eadmero (circa 1064-1124), commentando la diffusione della festa liturgica dell'Immacolata che era osteggiata da alcuni ecclesiastici, "mosso dall'affetto della pietà e della sincera devozione per la madre di Dio" si pronuncia per la concezione di Maria libera da ogni peccato: "Non poteva forse (Dio) conferire a un corpo umano [...] di restare libero da ogni puntura di spine, anche se fosse stato concepito in mezzo ai pungiglioni del peccato? È chiaro che lo poteva e lo voleva; se lo ha voluto lo ha fatto (potuit plane et voluit; si igitur voluit, fecit)". Con la teologia scolastica medievale inizia la discussione sulle effettive modalità con cui descrivere teologicamente il concetto per cui Maria era senza peccato: i teologi precedenti, orientali e latini, sono concordi nell'affermarlo, ma non entrano nel merito della ragione teologica, lasciando dunque la cosa come una sorta di eccezione ad hoc immotivata, lasciando in filigrana il contrasto col dogma della natura umana universalmente corrotta e con la redenzione universale operata da Cristo. Anselmo d'Aosta (m. 1109) sostenne che Maria, concepita come tutti gli uomini nel peccato originale, fu anticipatamente redenta da Cristo, prima della nascita del Salvatore. La redenzione anticipata di Anselmo è sostanzialmente ripresa dai grandi teologi scolastici:Bernardo di Chiaravalle (m. 1153); Alessandro di Hales (m. 1245); Alberto Magno (m. 1280);Tommaso d'Aquino (m. 1274); Bonaventura (m. 1274). È solo con Duns Scoto (m. 1308), poi detto "Dottore dell'Immacolata", che prende forma il dogma come poi fu fissato dal magistero: il teologo francescano sostiene non la "redenzione anticipata" di Anselmo e degli scolastici, ma la "redenzione preventiva" o "preservativa". Diversamente dai predecessori infatti non dice che Maria fu concepita nelpeccato originale e poi redenta, ma che fu concepita senza peccato originale. Il suo ragionamento ribaltò i termini della questione: Maria non fu un'anomala eccezione (o un caso anticipato) dell'opera redentiva di Cristo, ma la conseguenza della più perfetta ed efficace azione salvifica dell'unico mediatore. Scrive Scoto: "Cristo esercitò il più perfetto grado possibile di mediazione relativamente a una persona per la quale era mediatore. Ora, per nessuna persona esercitò un grado più eccellente che per Maria [...]. Ma ciò non sarebbe avvenuto se non avesse meritato di preservarla dal peccato originale".Nei secoli successivi i teologi cattolici furono sostanzialmente divisi sulla questione: a grandi linee, i domenicani sostenevano la redenzione anticipata degli scolastici ("macolisti"), mentre i francescani sostenevano la redenzione preventiva di Scoto ("immacolisti"). Lungo i secoli la posizione del magistero è stata prudente: per quanto il chiaro e definitivo pronunciamento pontificio si ebbe solo nel 1854, furono diversi gli interventi a favore della posizione immacolista. Papa Sisto IV (m. 1484) introdusse a Roma la festa liturgica della Concezione. Sul piano dogmatico non si pronunciò, ma con le bolle Cum Praeexcelsa (1477) e Grave Nimis (1482) proibì a macolisti e immacolisti di accusarsi vicendevolmente di eresia. Papa Alessandro VIIemanò nel 1661 la bolla (che non ha l'autorevolezza e il significato teologico dell'enciclica) Sollicitudo, dove si dice a favore dell'Immacolata Concezione. Clemente XI nel 1708 rende universale la festa dell'Immacolata, già localmente celebrata a Roma e in altre zone della cristianità. Nel 1848 Pio IX mostra l'intenzione di chiudere la questione in maniera autorevole e definitiva. Istituisce una commissione di teologi e una di cardinali, dalle quali però emerge il parere contrastante circa l'Immacolata. Anche Rosmini, pur ritenendola "moralmente sicura", sconsiglia di definirla dogmaticamente. Il Papa decide allora di valutare il parere collegiale dei vescovi, che nella tradizione cattolica ha valore magisteriale subordinato a quello pontificio, e lo fa con l'enciclica Ubi Primum del 1849. 546 dei 603 vescovi consultati si dichiarano a favore del dogma. Il Papa fa preparare la bozza dell'enciclica, che dopo 8 redazioni viene promulgata l'8 dicembre 1854 col nome Ineffabilis Deus. Il dogma non afferma solamente che Maria è l'unica creatura ad essere nata priva del peccato originale - e ciò fin da 40 settimane prima della sua nascita, e cioè dal momento del suo concepimento da parte dei genitori, Anna e Gioacchino - ma aggiunge altresì che Maria, in quanto ritenuta madre di Dio, per speciale privilegio non ha commesso nessun peccato, né mortale né veniale, in tutta la sua vita. La dottrina attuale della Chiesa è che Dio conferisca l'anima alla persona umana non appena essa si forma, nel suo primissimo istante, e cioè al momento del concepimento. La dottrina sull'Immacolata Concezione di Maria dà forza, nella visione cattolica, al pensiero della Chiesa sugli embrioni, ritenuti persone umane a tutti gli effetti, dotati di anima. Il convincimento della Chiesa in ordine alla preservazione di Maria dalla macchia del peccato originale è relazionato a questa riflessione: non sarebbe stato "conveniente" che il Figlio di Dio si incarnasse nel grembo di una donna se questa non fosse stata perfettamente monda da qualsiasi peccato. La fede nella preservazione di Maria dal peccato originale non è stata elevata a dogma nelle Chiese ortodosse, sebbene, come sopra ricordato, non manchino suoi autorevoli sostenitori nella patristica e nella teologia orientale. Nelle confessioni cristiane prive di successione apostolica, scaturite dalla Riforma, la polemica antiromana si è, per secoli, avvalsa dell'accusa di divinizzazione di Maria ed ha fatto leva su un progressivo ridimensionamento della figura di Maria stessa, per cui il tema della preservazione della Madre di Gesù dal peccato originale è rimasto negletto. Per sottolineare l'importanza del dogma la Chiesa cattolica celebra l'8 dicembre la solennità dell'Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria con la Messa Gaudens gaudebo. Questa festività era già celebrata in Oriente nel secolo VIII, e venne importata nell'Italia meridionale da monaci bizantini. In Sicilia, in particolar modo, il tema dell'Immacolata Concezione fu accolto subito e divenne molto sentito ancora prima della definizione del dogma.

Nel 1439, al Concilio di Basilea era stato l' arcivescovo di Palermo a sostenere che Maria era stata concepita senza peccato. Il canonico e storico Mongitore racconta che addirittura già nel 1323 la Conceptioni di Maria era festa di precetto a Palermo, attestando in tal modo che la sua devozione nel capoluogo siciliano risultava persino allora così antica da «non sapersi l' incominciamento». Il Senato dell'isola fece voto di difendere la dottrina dell' Immacolato Concepimento e si impegnò ad onorarne la festa con una degna celebrazione. Ebbe così origine il «rito delle cento onze», somma donata al convento di San Francesco inizialmente per arredare la cappella dell' Immacolata, uno dei momenti identitari della città di Palermo. Il Senato (oggi il Comune) rinnovava ancora ogni anno il solenne Voto sanguinario, pronunciato per la prima volta nel 1624 e comune a gran parte dell' isola, giurando con un verbale di spargere il proprio sangue per la difesa dell' Immacolata, primaria e principale Patrona della Città e del'Arcidiocesi di Palermo, divenuta patrona massima della Regione Sicilia. Dal meridione il culto per l'Immacolata si propagò poi a tutto l'Occidente, soprattutto su iniziativa degli ordini religiosi benedettini e carmelitani. Fu inserita nel calendario della Chiesa universale da papa Alessandro VII con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum dell'8 dicembre 1661. Nonostante il dogma cattolico sarà proclamato solo nel lontano 8 dicembre 1854 da papa Pio IX, San Francesco Antonio Fasani (1681-1742) fu devotissimo dell’Immacolata Concezione e lui stesso spesso si definiva "il peccatore dell'Immacolata". L'8 dicembre del 1857, papa Pio IX, inaugurò e benedisse a Roma, il monumento dell'Immacolata, detto di Piazza di Spagna, in realtà nell'adiacente Piazza Mignanelli, monumento interamente pagato dal re di Napoli Ferdinando II. Papa Pio XII, nel giorno dell'Immacolata Concezione, ha iniziato a inviare dei fiori come omaggio alla Vergine; il suo successore, papa Giovanni XXIII, nel 1958, uscì dal Vaticano e si recò personalmente in Piazza di Spagna, per deporre ai piedi della Vergine Maria un cesto di rose bianche, e successivamente fece visita alla basilica di Santa Maria Maggiore. Tale consuetudine è stata continuata anche dai papi successivi. La visita in Piazza di Spagna prevede un momento di preghiera, quale espressione della devozione popolare. L'omaggio all'Immacolata prevede il gesto della presentazione dei fiori, la lettura di un brano della Sacra Scrittura e di un brano della Dottrina della Chiesa cattolica, preghiere litaniche e alcuni canti mariani, tra cui il Tota pulchra. Due apparizioni mariane riconosciute dalla Chiesa cattolica hanno a che fare con questo dogma e ne sono considerate una conferma diretta. Nel 1830 Catherine Labouré, novizia nel monastero parigino di Rue di Bac, fece coniare una medaglia (detta poi la medaglia miracolosa) che riportava le seguenti parole, da lei viste durante un'apparizione della vergine Maria (avvenuta il 27 novembre dello stesso anno): "O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi". Nel 1858, quindi quattro anni dopo la proclamazione del dogma, la veggente di Lourdes Bernadette Soubirous riferì che la Vergine si era presentata con le parole "Que soy era Immaculada Councepciou" ("Io sono l'Immacolata Concezione", in lingua occitana).

domenica 7 dicembre 2014

Dio

Abbiamo, quindi, esaminato il problema di dove cercare Dio: bisogna cercarLo non in cielo, non in alto, ma nella profondità dello spazio pluridimensionale. Bisogna cominciare a cercarLo non nello spazio cosmico, ma nel proprio petto — nel cuore spirituale, nel chakra anahata, nel dan-tian medio.
Abbiamo anche affermato che con la parola Dio (comincia con la maiuscola) s’intende, prima di tutto, La Coscienza Universale Primordiale, che abita nel più profondo, primordiale, finissimo strato dello spazio pluridimensionale. Questa Coscienza Primordiale è la stessa in tutto l’universo e, certamente, anche per tutti gli esseri viventi, inclusi tutti gli uomini del nostro pianeta. Dato che, nelle diverse lingue terrestri, Dio suona in modo diverso, non ne consegue che anche gli Dei dei popoli di vari paesi siano diversi. Varie nazioni pronunciano in modo diverso anche le parole “Sole” e “Terra”, però ciò non vuol dire che il popolo di ogni paese abbia il proprio Sole e che ogni paese si trovi su un pianeta a sé.
Eppure, non abbiamo ancora esaminato tutti gli aspetti della definizione “Dio”. Per esempio, il lettore potrebbe chiedere: Cosa s’intende negli insegnamenti del Vedanta sotto la formula “Dio è Tutto”?, “Che cos’è la Trinità cristiana?”, “Che cos’è il Brahman?”, “Esistono gli Dei-Demiurghi planetari?”, “Come possiamo capire l’affermazione che ogni Gesù, Babaji, Sathya Sai Baba è anche Dio?”, “Come accordare la tesi del Vedanta dove si afferma che il Brahman è l’Assoluto, cioè Tutto, con le parole di Krishna dove è detto che al di sopra del Brahman esiste un livello ancora più alto di Coscienza Divina — Ishvara, Dio-Padre?”… Chiariamo tutti questi argomenti.
La prima cosa da accettare subito è di escludere dalla propria visione del mondo gli “dei” pagani fiabeschi, sui quali la gente fantasticava su tutta la Terra prima di conoscere il Dio Unico. C’erano tante di queste fiabe sia nell’Antica Grecia, sia nell’Antica Roma, sia in India, sia tra gli arabi, sia in Russia. Lasciamo investigare gli amanti del folclore su quei personaggi, e continuiamo il discorso scientifico serio in base alle informazioni comunicateci direttamente da Dio, nonché in base all’esperienza dello studio pratico della Verità.
Dunque, che cos’è l’Assoluto? Questa parola significa assolutamente Tutto ciò che esiste nell’universo. E cosa esiste nell’universo pluridimensionale? Prima di tutto, il Creatore stesso. L’elemento materiale della Creazione e le coscienze di tutti i livelli di sviluppo, oltre il Creatore, sono soltanto una piccola Parte dell’Assoluto. Per di più, il Creatore, “impregna” di Se la Sua Creazione, la quale, essendo composta dalle rivelazioni energetiche negli strati-eoni, somiglia ad una pasta-sfoglia, nella quale il primo — principale — strato, è quello che domina tutti gli altri. Questa “pasta-sfoglia” è l’Unico Integro.
“Esiste soltanto il Tutto, un Tutto Unico Integro Pluridimensionale” — e questa non è solo una delle meditazioni superiori più importanti, ma è anche un’indubbia verità che delinea l’Assoluto.
Ma noi, uomini, siamo parte integrante dell’Assoluto?
La risposta è: Sì e No.
Da un lato, in un certo senso, somigliamo alle cellule del sangue nel Corpo universale dell’Assoluto — insignificanti e piccole nei Suoi confronti, incapaci di esistere separatamente da Lui, completamente dipendenti da Lui, anche se aventi la possibilità di muoverci da soli, con restrizioni, nei limiti del Corpo.
Però, se esaminiamo ad un altro livello, non dal punto di vista del Macro-organismo, ma delle “cellule” del Suo Corpo, — senza dubbio, come anime siamo separati fin dall’inizio. Per di più, abbiamo una gran libertà di volontà, dataci da Lui.
E’ proprio di questo che si tratta: noi che siamo nati come anime separate, alla fine del nostro sviluppo dobbiamo arrivare allo stato di non-separabilità, non-dualità, con Lui, nel Suo strato-eone di “base”.
Le affermazioni di alcuni pensatori che fin dall’inizio siamo identici a Lui e persino privi della libertà di volontà, non sono altro che buoni orientamenti meditativi per invitarci all’unione con Lui.
In realtà, è proprio la libera volontà, il meccanismo che garantisce in maniera naturale “il nostro passare attraverso il setaccio” secondo il criterio etico: osserviamo le regole della vita che Egli ci ha dato, aspiriamo ad unirci con Lui nell’Amore? Secondo queste nostre decisioni si formano i nostri destini.

Le nostre conoscenze filosofico-religiose e l’intensità dei nostri sforzi di trasfigurarci in conformità con la Volontà di Dio, determinano, in particolare, i nostri spostamenti da un’eone all’altro. Questo non dipende da tali o tal altre nostre azioni, ma dal nostro status emotivo: in quali stati emotivi siamo abituati a vivere — grossolani o fini.
Così, essendoci abituati agli stati grossolani, “pesanti” del rancore, dell’odio, ci garantiamo “una dimora” nell’eone diabolico, tra coloro che sono simili a noi.
Se, invece, abbiamo vissuto negli stati fini e teneri dell’amore, entriamo, in modo naturale, nell’armonia e purezza del paradiso.
Oppure se abbiamo vissuto una vita “grigia” senza entrare negli stati molto “pesanti” e senza finezza marcata della coscienza, dopo la morte del corpo ci troviamo nei grigie strati della Creazione del Mondo.
Neppure il paradiso, però, deve essere il nostro obiettivo, ma la Sede di Dio-Padre. Egli ce lo fa ricordare continuamente.
Per stabilirsi in Essa, avere la consapevolezza raffinata non è sufficiente; ci vuole anche la Saggezza, che è acquisita sia aumentando l’erudizione generale, sia con il lavoro intellettivo, sia servendo attivamente la gente in tutte le cose belle, sia aspirando insistentemente a conoscere Dio.
Lo Spirito Santo è un insieme delle Individualità Divine che hanno inizio nella Dimora del Creatore. La funzione dello Spirito Santo è curare lo sviluppo di tutte le anime che si trovano ancora a basso livello. Lo Spirito Santo, infatti, è l’Organizzatore dei nostri destini. N’è Lui stesso l’artefice, oppure si serve di moltissimi spiriti aventi tali o tal altre caratteristiche — sia “paradisiache” sia “infernali”.
Quando proviamo le ondate di beatitudine, che arrivano da non si sa dove, di rimando ai nostri pensieri o azioni corrette, è lo Spirito Santo che si rivela a noi. In simili casi la gente sostiene che Egli ci dona la Sua bontà divina. Gli speciali metodi meditativi permettono di avere, velocemente, contatti beati facili e frequenti con lo Spirito Santo.
… Per rendere definitivamente chiaro il termine “Brahman”, è necessario dire qualche parola sull’antico sistema filosofico Indiano chiamato “Vedanta”. E’ importante per noi, perché l’Avatar dei nostri tempi, Sathya Sai Baba, rivolgendosi agli Indù educati nelle tradizioni filosofiche del Vedanta, spesso utilizza la terminologia di questa scuola filosofica.
La filosofia del Vedanta si è formata in India ancora prima di Krishna, sulla base degli insegnamenti pagani di quattro Veda. In quei tempi gli Indù non sapevano ancora dell’esistenza di Ishvara — Dio-Padre. Proprio per questa ragione, nella filosofia del Vedanta, si considerava Brahman come la Suprema Divinità, e, persino, l’Assoluto.
E’ stato Krishna a raccontare di Dio-Padre agli abitanti dell’India. Più tardi Dio ha dichiarato la stessa cosa al popolo d’Israele e a tutto il mondo moderno cristiano e musulmano tramite i profeti “del vecchio testamento”, Gesù Cristo e Maometto. Però, sia in India sia nel mondo cristiano, un grande numero di persone non è stato in grado di conservare le conoscenze di Dio-Padre, poiché ciò supera la loro capacità di percezione. Lui (il Padre) è rimasto quasi dimenticato da loro e sostituito con antichi personaggi fiabeschi in India, o con uomini deificati dall’immaginazione umana nelle sette cristiane di massa.
… Dal novero delle domande elencate all’inizio di questo capitolo, non ne abbiamo esaminato soltanto una: che cos’è la “Trinità”?
Esiste Dio-Padre — la Consapevolezza Universale Primordiale Superiore che si trova nel finissimo eone dello spazio pluridimensionale nel “Retro-specchio” rispetto a tutto il conglomerato pluridimensionale della Creazione. Esso è l’Obiettivo Superiore per tutta l’umanità.
Lo Spirito Santo è la Sua Rivelazione principale, il Rappresentante, l’Organizzatore e Curatore attivo della vita su tutti i pianeti abitati.
A volte Dio-Padre Si rivela incarnato nei corpi umani. Le persone che sono arrivate all’Unione con Lui, diventano queste Particelle incarnate. In varie lingue Essi Si chiamano Messia, Cristo, Avatar.
Perciò, la “Trinità” è il Creatore, lo Spirito Santo e Cristo; nella terminologia della Bhagavad Gita, la “Trinità” è costituita da Ishvara, Brahman e Avatar.
Il termine “Figlio”, come spiega Gesù Stesso secondo tale contesto, è fuori luogo, perché ognuno deve imparare a sentire Dio come suo Padre-Madre, e se stesso come figlio o figlia. Dio non è un uomo invisibile volante, come Lo rappresentano nelle sette religiose primitive. Dio è l’Oceano Universale della Consapevolezza. Quali sono le Sue dimensioni? Siamo capaci di immaginare un “anno luce”? L’anno luce è l’unità astronomica per misurare lo spazio cosmico, è la distanza che un raggio di luce percorre nel giro di un anno terrestre. Gli astronomi hanno scoperto nell’universo gli oggetti che distano miliardi di anni luce dalla Terra. Però Dio è ancora più grande. Poiché l’universo è infinito, Dio è INFINITAMENTE GRANDE.
Per quanto grande ci sembri il nostro pianeta, quando camminiamo stanchi o viaggiamo sulla sua superficie, o gli voliamo intorno, in realtà questo pianeta è infinitamente piccolo nei confronti della grandezza dell’Oceano della Consapevolezza del Creatore.
La Terra è solo uno dei molti miliardi di isolotti di materia da Lui creati dentro di Sé, l’Oceano. Sulla Terra, come su molti altri pianeti dell’universo, si sono create le condizioni accettabili per la vita e l’evoluzione dei corpi organici. Nei corpi delle piante, animali e uomini si svolge l’evoluzione della Consapevolezza Universale. Noi — ognuno di noi, uomini — siamo i piccoli grumi dell’energia di coscienza che hanno attraversato,nel loro passato individuale, lo sviluppo nei corpi vegetali, animali e quindi umani, e adesso, su questa tappa della vita nel corpo umano, siamo obbligati a fare gli sforzi attivi per l’auto perfezionamento.
Dobbiamo cercare di diventare tali per a) essere meritevoli e b) riuscire di tuffarci nella Sede del Creatore ed unirci con Lui. Allora otterremo la Calma finale nella Suprema Beatitudine dell’Eterna Unione con Lui, di Essere Lui.
Egli ci ripete ancora ed ancora questo obiettivo, incarnando le parti di Lui nei corpi umani. Però la maggior parte della gente è incapace di comprendere e trattenere nella memoria questa Verità; gli uomini sono sempre propensi a dimenticare, alterare, travisare gli insegnamenti di Dio che sono tramandati fino a noi. Così nascono varie sette religiose.
… Ogni “isolotto”-pianeta materiale nell’Oceano infinito di Dio esiste per un certo periodo. Poi arriva “la fine del mondo”. Le consapevolezze (anime) che non hanno fatto in tempo ad unirsi con Lui, si eliminano, si distruggono. Invece, coloro che si sono uniti a Lui, arricchiscono Lui con se stessi, avendo realizzato il proprio senso della vita, il proprio amore per Lui nell’Unirsi con Lui. 


 Tratto da:http://swami-center.org/

sabato 6 dicembre 2014

IL RITORNO AL PLEROMA. TRADIZIONE GNOSTICA

Così come nella creazione del mondo inferiore, quello attinente alla sfera umana, anche in riferimento al destino ultimo dell’uomo, escatologia, gli arconti occupano un ruolo di assoluto rilievo nella speculazione gnostica. Non essendo intendimento di questo lavoro addentrarsi nella genesi degli Arconti e del Demiurgo loro Padre, ci limiteremo a dare qualche breve cenno, scusandoci in anticipo per la necessaria approssimazione.
I miti gnostici concordano nel sostenere che questo mondo è il frutto dell’opera di un Dio Minore, solitamente indicato nel nome di Jaldabaoth o Samael, e qualificato come cieco o arrogante. Tale potenza intermedia è il frutto dell’Errore di Sophia, eone che invaghitosi del Padre Ineffabile, la fonte primigenia, e frustrato in questo suo intendimento precipita, intorbidito, nel mondo inferiore. Grazie alla potenza redentrice e salvifica del figlio unigenito del Padre Ineffabile, il Cristo, Sophia si redime, e spogliatasi del male, del dolore e della confusione che l’affligeva, ascende nuovamente al trono spirituale che aveva perduto.
Quanto da lei espulso, durante il travaglio di redenzione, e cioè quel coacervo di emozioni, inquietudini, desideri, si coagula dando forma e intendimento al Demiurgo, che abbandonato dalla madre, dà ordine al mondo inferiore, come speculare di quello superiore da cui proviene Sophia. Come il mondo oltre la volta celeste è organizzato in regni, troni e dominazioni, anche il mondo sottostante ad essa lo è, e su ogni potestà pone un proprio figlio: arconte. «E l’invidia generò la morte; la morte generò i proprio figli, e installò ognuno di loro nel suo cielo; tutti i cieli del caos furono riempiti dalle loro moltitudini.»  È l’etimologia dei termini arconte e demiurgo che ci offre un utile punto di partenza per la nostra ricerca, e soddisfazione per quanto propostoci per questa introduzione: il Demiurgo è l’artefice che ha ordinato una nuova realtà. L’artigiano divino che ha forgiato ogni cosa, dando forma, a suo capriccio e volontà, alla materia di cui disponeva. Da ciò si evince sia che vi è un’ulteriore realtà extramondana, sia che la materia oggetto del suo lavoro è alla forma finale estranea e precedente nella genesi, a cui lo gnostico si rivolge. L’Arconte è titolo che nella Grecia antica veniva riservato ad alti magistrati, cioè a uomini di alto lignaggio delegati al governo e al giudizio della e sulla cosa pubblica. Queste potenze intermedie, frutto di un processo intellettivo degenerativo ed enucleativo, nella visione cosmogonica gnostica forgiano e dominano il mondo dei fenomeni, dove lo gnostico si trova come prigioniero, separato dalla casa del Padre, intuita ma non vissuta, e dall’inizio dei tempi tessono l’umano destino, in virtù dei pesi e delle misure che esse stesse rappresentano nel quadro del dispiegamento polare della manifestazione, impedendo l’agognato ricongiungimento. La valenza positiva, negativa o neutra, che possiamo dare a queste figure, e che è stata data sia da gnostici, sia da studiosi di cose gnostiche, è in realtà il riflesso di come noi percepiamo non solo questo mondo, e noi stessi, ma le relazioni tutte che fra questi due poli si pongono in essere. A tale umana legge non sfugge neppure lo gnostico, e sarà tanto più ostile agli Arconti e al Mondo, quanto più si lascerà sopraffare dall’anelito del ritorno, e dal dolore che tale impossibilità comporta. Alla domanda del perché del dolore, e del massimo fra i dolori, la morte, in opposizione all’assoluta libertà della mente e dell’anima, gli gnostici hanno come risposta la creazione di questo mondo da parte di potenze malvagie, interessate a mantenere l’anima prigioniera di involucri gradatamente predisposti al suo contenimento. Fino a quando l’anima, elemento che proviene dal mondo superiore, è relegata in questo mondo, gli arconti se ne possono nutrire, e mantenere così la propria vita e il loro dominio. L’anelito del ritorno alla casa del padre assume quindi una duplice natura, rappresentata dalla volontà di tornare alla patria nativa, e non essere più costretti a vagare in terra straniera, ma anche di sfuggire ad una ciclica sorte di cibo per potenze astute, ed ingannatrici.
Interessante notare come su questo paradigma siano fondati molti movimenti esoterici neognostici, che ripropongono in chiave di psicologia esoterica il dominio di io-demoni sulla mente dell’uomo, che lo costringono a porre in essere azioni, situazioni, adatte alla loro manifestazione, quindi al loro nutrimento attraverso assimilazioni di emozioni, energie e quanto altro prodotto. Indubbiamente qualcosa di quanto, troppo spesso, viene tacciato di new age, da parte di eruditi di facciata, andrebbe riletto con occhio diverso, e con maggiore attenzione. In molti testi gnostici, vi è coincidenza nella descrizione del mondo inferiore (natura/manifestazione), dove l’anima è prigioniera. Esso è creato, come il corpo umano, dalle potenze arcontiche, e un numero variante fra sette e oltre trecento cieli, presieduto da arconti e angeli del demiurgo, a rappresentare le potenze di queste signorie, lo separano dal mondo superiore (Pleroma). Fino a quando l’anima vive nel corpo, essa è vincolata, e ogni fuga è impossibile. Lo gnostico, che vince il dolore per la propria condizione, si impegna ad acquisire la gnosis, in grado di permettere all’anima di intraprendere con successo il viaggio astrale. In mancanza di essa, la gnosis, l’anima si troverebbe in balia delle potenze arcontiche, che dominano lo spazio (la terra e i pianeti ), oltreché il tempo, entrambi loro manifestazione e illusione.  Il numero maggiormente ricorrente, nei trattati gnostici, in riferimento alle dominazioni dei cieli del caos degli Arconti è sette: «Sette apparvero dal caos, come esseri bisessuati. Essi hanno un nome maschile e un nome femminile. Il nome femminile di Jaldabaoth è Pronoia Sambathas, cioè Ebdomade. Il figlio chiamato Jao ha come nome femminile signoria; Sabaoth ha come nome femminile divinità; Adonaios ha come nome femminile regalità; Eloaios ha come nome femminile invidia; Oraios ha come nome femminile ricchezza; Astafois, poi, ha come nome femminile Sofia. Queste sono le sette forze dei sette cieli del caos.» Oltre al valore simbolico del numero sette, che sarà tra breve affrontato, due sono gli spunti di riflessione che emergono dal breve brano riportato. La natura bisessuale degli Arconti (sigizia) similare a quella degli eoni superiori, da cui discende la loro capacità del creare, e i loro nomi che sono riconducibili al Dio dell’Antico Testamento, identificato da numerose comunità gnostiche come Satana: il signore di questo mondo. La genesi, e il simbolismo, del numero 7 è da ricercarsi nella somma del 3 e del 4. La triplice manifestazione del sacro, e i quattro inerti elementi. Il risultato, sette, è il principio ordinatore di tutta la manifestazione (le sette note musicali, i sette colori, le sette direzioni, i sette giorni della settimana), senza dimenticare la valenza teologica di questo numero (le sette ferite della Maria addolorata, i sette peccati capitali, i sette doni dello Spirito Santo, i sette gradini della Scala di Giobbe, le sette Chiese dell’Apocalisse di Giovanni). Il simbolismo grafico di questo numero è dato dalla comunione del triangolo con il quadrato, sia inscrivendo il primo nel secondo, sia sovrapponendolo. Nell’ultimo caso abbiamo un pentagono o un pentacolo, a simboleggiare l’uomo realizzato, il maestro che ha trasceso l’umana condizione. Il pentacolo che così si forma è anche la mistica rosa che nasce al centro della croce. Da quanto sopra indicato si evince come gli gnostici tendessero a rappresentare la manifestazione in simboli e numeri, per meglio evidenziare, in una geometria spirituale, i pesi e le misure che tutto regolano nell’universo in cui le anime sono precipitate e prigioniere, e come, attraverso lo studio di questi, inoltrarsi lungo la via del ritorno alla casa paterna. «Dal centro della terra attraverso la settima porta
mi sono innalzato, e sul trono di Saturno mi sono seduto,
e molti nodi ho sciolto lungo il cammino;
ma non il nodo maestro del destino umano.
C’era una porta per la quale non ho trovato chiave;
c’era un velo attraverso il quale non potevo vedere;
c’eran momenti di vero discorso tra me e te,
e poi non più né te né me "
(Ruba’is, 31-32) Il mito gnostico dell’ascesa dell’anima, del gran ritorno nella casa del Padre, trova convergenza sia con gli eroici miti greci, sia con il viaggio egizio dell’anima; ciò a riprova della comune matrice solare di queste tre grandi correnti iniziatiche. L’eroe greco è colui che nato uomo, attraverso innumerevoli prove conquista il proprio posto fra le divinità dell’Olimpo, in quanto in virtù del superamento delle fatiche viene riconosciuto dagli dèi loro pari. Il viaggio dell’anima egizia nell’oltretomba trova massima espressione, nei vari incantesimi per superare le potenze inferine, presso il tribunale presieduto dalla dea Maat, e durante la pesatura del cuore. Dove l’iniziato deve dare sia prova della conoscenza delle arti iniziatiche, sia testimonianza della sua vita terrena appena conclusa. Il defunto egizio veniva posto nel sarcofago assieme ad una serie di rotoli, contenenti gli incantesimi necessari per superare i guardiani dell’Oltretomba. In questo vedremo, fra breve, una fortissima analogia con le formule per infrangere i sigilli degli arconti. Tratte da formulari ofiti:
a) «Io, essendo una parola del puro Nous, opera perfetta per il figlio e il padre, in possesso di un simbolo impresso col carattere della vita, apro la porta del mondo che tu hai chiuso col tuo eone, e passo attraverso il tuo potere di nuovo libero. Possa la grazia essere con me, sì, Padre, che sia con me.»
b) «Arconte del quinto potere, governatore Sabaoth, avvocato della legge della tua creazione, ora disfatta da una grazia che è più possente del tuo quintuplice potere, osserva il simbolo inespugnabile da parte della tua arte e lasciami passare oltre.» Tratte dal Libro Egiziano dei Morti:
a) «Io sono il Dio Leone, che proviene dall’Arco che ha saettato. Egli è l’Occhio di Horo, e l’Occhio di Horo è aperto, al momento in cui giunge l’Osiride...»
b) «O Ureo! Principio solare! L’Osiride, con una testa di Fuoco, splende e schiude l’eternità: gli stendardi di Tenpua, gli stendardi dei fiori in boccio. Allontanati dall’Osiride, poichè egli è la divina Lince.» La coincidenza escatologica e cosmogonica fra l’universo gnostico e quello egizio risulta evidente attraverso una lettura comparata dei due testi suddetti e della Gnosi e il Mondo, ma non essendo questa la sede per una simile disquisizione rimando a tali indicazioni.  Ad Alessandria, crogiuolo della cultura ellenistica, dei misteri egizi, e del nascente cristianesimo, che rappresenta la massima espressione della divulgazione della Tradizione Solare, racchiusa nello gnosticismo. L’anima gnostica anela a tornare al Pleroma, il regno attorno al Padre, dove aveva dimora prima della caduta pneumatica. Ma tale desiderio è frustrato da quelle potenze che risiedono nello spazio intermedio posto fra i due limiti estremi della manifestazione, e che la mitologia gnostica ha voluto indicare come i reggenti dei pianeti. Non possiamo esimerci dal chiederci quanto di tali immagini ha influito nel dare forma e contenuto a tante branche dell’occultismo e dell’esoterismo, anche moderno. È grazie alla gnosi che l’anima (veicolo) ha la possibilità di compiere questo periglioso ed incerto viaggio, dove gli Arconti dai terribili poteri, e dalle mostruose e stravolte sembianze, attendono al varco, ognuno nella propria dominazione, che deve essere espugnata e superata per procedere oltre. La vita terrena dello gnostico era finalizzata alla trasmissione/ricevimento (Tradizione) della gnosi da maestro ad adepto, che si traduceva nell’apprendimento delle formule magiche e dei simboli in grado di rompere il sigillo (potere) degli arconti, disposti sul trono dei sette cieli/pianeti, attorno alla terra. Non dobbiamo però credere che tali informazioni rivestissero un mero significato intellettuale o letterale; al contrario, attraverso un lavoro intimo, dallo strato conscio esse filtravano in quello inconscio, forgiando così l’anima, in preparazione del confronto con gli arconti. Ecco quindi la gnosi, a differenza della fede, operare un mutamento non solo negli aspetti mediati dell’uomo (pensiero - azione - etica), ma anche nelle sue profonde qualità, rendendolo diverso tra i diversi, straniero tra gli stranieri.


Le tradizioni e le registrazioni mandee sono una miniera di informazioni ermetiche e di antiche pratiche rituali nazirite. Le molte sovrapposizioni nella tradizione del cristianesimo primitivo e nella moderna tradizione mandea suggeriscono una comune origine di entrambe. Ritengo che quest’origine vada trovata nella Tradizione Primordiale custodita dagli esseni “Moreh ah tzedeq” (maestri di giustizia), i segreti Cedri del Libano. Analizzando prudentemente la tradizione mandea, sembra possibile recuperare molti di quegli antichi principi propri dei naziriti esseni. Pur tuttavia, una cosa deve essere chiara: né i mandei né gli gnostici ebbero l’intera rivelazione. Il deposito della sacra conoscenza fu custodito dagli esseni di Qumran e, assimilato da Gesù, fu completato con le sue nuove rivelazioni sulla costruzione del corpo di luce, conoscenze ereditate poi dalla moglie Maria Maddalena e dalla Chiesa del Graal. Tutti gli altri, compreso i mandei, ebbero solo una parte della rivelazione, custodita in origine dai sacerdoti di Melkizedek che oggi conosciamo come naziriti-esseni. I naziriti, secondo i mandei, erano osservatori delle stelle e profeti. Erano profondi conoscitori di formule magiche (mantra-parole di potere) senza le quali nessuna cerimonia religiosa e nessun esorcismo sono efficaci. I sacerdoti mandei, in linea con questa tradizione antica, conoscerebbero l’arte di pronunciare con esattezza i nomi degli spiriti buoni, il che se non li porta al servizio del sacerdote, almeno li porta alla sua presenza, essendo stati correttamente invocati con la giusta impronta vibrazionale. Le preghiere sono recitate ad alta voce, tranne nei casi di meditazione individuale. Alcuni sacerdoti mandei affermano di possedere ancora per tradizione orale queste conoscenze, possedute millenni prima dai loro ancestrali antenati sumeri, esperti in incantesimi. A mio parere, la tradizione mandea non è tanto corrotta quanto piuttosto male interpretata dagli stessi mandei che nel tempo l’hanno ereditata e da coloro che nel tempo hanno osservato e analizzato le loro usanze e tradizioni privi della necessaria preparazione iniziatica. In ogni modo, i mandei costituiscono “un’archeologia” esoterico-iniziatica interessante per la sopravvivenza di splendidi riti legati all’elemento acqua, riti che hanno spinto Pincherle a conferire una patente atlantidea a questo misterioso popolo. Ma la maggior parte di questi riti sono essoterici, poiché rimandano a una pratica alchemica basata proprio sull’elemento acqua. I riti immersivi dei Mandei, analoghi ai riti esteriori degli antichi esseni, dai quali a mio parere promanano, sono riti che custodiscono “qualcos’altro” di più prezioso e sublime. Questo qualcos’altro è celato anche nei riti massonici e anche nella funzione cattolica, e attiene all’iter alchemico condensato nel “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultam Lapidem Veram Medicinam (Vitriolum)”. La pratica alchemica trova cioè il suo riferimento esteriore tanto nel rito battesimale praticato dalla Chiesa Cattolica, quanto in quello più antico praticato dagli esseni nelle sacre vasche, e in quello dai mandei nei fiumi e nei corsi d’acqua definiti tutti “yarda (Giordano)”. Gli alchimisti medievali, custodi della sapienza alchemica essena, alludevano a un bagnarsi nelle acque del proprio Giordano per ricevere dalla divinità, una volta purificati dalle acque di fuoco ed eliminate le scorie animiche, la sacra unzione a Re-Sacerdote al modo di Melkizedek. Il battesimo è talmente centrale nella tradizione spirituale mandea che nessun bambino non battezzato è considerato appartenere alla comunità. Parimenti, in senso alchemico, nessun iniziato (bambino) era realmente appartenente alla fratellanza essena e ancor più alla Fratellanza diffusa del Melchisedeq, se non attingeva al proprio Giordano. Tre sono i princìpi spirituali supremi venerati dai Subbi: 1)    La Grande Vita. I mandei venerano la suprema divinità col nome “Hayyi” che in aramaico significa il “Vivente” o la Vita stessa. E’ un principio che origina dall’Egitto esoterico, ove era venerato l’ankh, la Chiave (alchemica) della Vita. Essi la chiamano la “Grande Vita” ed è un principio assoluto della Tradizione Primordiale poiché quei pochi che sanno, inneggiano e glorificano il Dio Supremo proprio come la Grande Vita, personificazione della forza creativa maschio-femmina (volontà e sapienza) dell’universo, ritenuta insondabile e misteriosa. Tutti gli scritti sacri mandei esordiscono con l’inneggiare alla Grande Vita. Il simbolo della Grande Vita è l’Acqua di Vita che scorre. Era questo anche il segreto significato dell’ankh egizio (chiave della vita eterna). L’acqua fluente conserva un posto centrale nei rituali dei Subbi di qui la necessità di vivere nei pressi dei fiumi e dei corsi d’acqua. Ciò origina dal culto alchemico dell’acqua di vita. Nell’Antico Testamento si allude alle “acque di Siloe (Cristo) che scorrono piano” rigettate dal popolo profano (Isaia 18:6), la stessa acqua-pietra che, rigettata dai costruttori, diviene pietra angolare in chi la utilizza e vi lavora (Matteo 21:42). Proprio nell’acqua della piscina di Siloe, Gesù opera il miracolo dell’apertura degli occhi al cieco, metafora dell’inizio del risveglio (Giovanni 9:7). 2)     Il secondo potere vivificante è la Luce, rappresentata dalla divinità Melka d’Nhura (Principe della luce), altrimenti noto come Kibil Ziwa. I mandei venerano gli spiriti della luce (spiriti buoni) che procurano salute, forza, virtù e giustizia. Nel sistema etico dei mandei, come in quello degli zoroastriani, la pulizia, la salute del corpo e l’obbedienza rituale devono essere accompagnate dalla purezza mentale e di coscienza, e obbedienza alle leggi morali. Una frase nel Manuale della Disciplina recita: “Che loro possano vedere la Luce della vita”. 3)     Il terzo e non ultimo principio del credo mandeo è l’Immortalità dell’anima e la sua stretta relazione con le anime dei suoi antenati. Nella tradizione ermetica, i veri antenati non sono quelli di sangue, ma le precedenti personalità incarnate. Credo che però i mandei non giungano a concepire un concetto così profondo ed ermetico della linea ancestrale. In ogni modo, il destino della propria anima è la principale preoccupazione dei mandei come lo era per gli egizi, laddove il corpo è trattato quasi con disprezzo. I mandei credono nell’esistenza di una vita successiva, nella quale ci saranno premi o punizioni karmiche. Il peccato sarà punito nel Mattaratha (carcere dell’anima), il regno astrale degli Arconti planetari, e la buona condotta nel Paradiso. Non c’è però un’eterna punizione perché Dio è misericordioso. Nella Tradizione ermetica paradiso e inferno non sono altro che la convergenza della coscienza verso gli ideali spirituali o la soddisfazione delle passioni e dei desideri della carne.
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I livelli dello spirito
Asceticismo, rinnegazione di sé stessi e la semplicità sono attitudini religiose mandee. Non esiste esibizionismo religioso. Tutto dovrebbe essere fatto con sobrietà e in privato. I mandei devono rivolgere lo sguardo verso il Nord durante le preghiere, laddove gli esseni si rivolgevano all’est. L’idea sbagliata di questo culto origina dal fatto che sebbene i Subbi siano monoteisti, ritengono che lo spirito buono e i suoi emissari angelici risiedano nella stella del Nord, dalla quale essi governano il mondo sotto l’egida del Dio Supremo. La genuflessione e la prostrazione sono sconosciute in preghiera, come del resto la copertura del volto con le mani. La testa è mantenuta eretta, e le mani non sono utilizzate. La Tradizione invece prevede un atteggiamento contrito e umile nei confronti di Dio, poiché il timor di Dio è un preliminare necessario dell’amore per Dio. In tal senso, i musulmani hanno da insegnare qualcosa. E’ previsto che i sacerdoti utilizzino una serie diversa di preghiera per ogni giorno della settimana. Le ore di preghiera sono l’alba, il mezzogiorno e il tramonto. Uno dei loro credo inviolabili era ed è l’integrità del corpo fisico. Niente di esso deve essere tagliato o ferito poiché Dio ha creato la persona in modo sano e completo e così vi deve tornare. Quindi, non è prevista la circoncisione al contrario della tradizione ebraica. Nel pensiero mandeo, lo spirito umano ha due livelli: il livello divino e più alto (nashimta, la neshama della cabala), che promana da Dio, e lo spirito inferiore (ruha). La ruha è la parte bassa dell’anima connessa con la vita e i desideri carnali che spingono al male, inteso come allontanamento da Dio e da una vita divina. La parte elevata dell’anima (nashimta), ricevuta da Dio, e assimilabile a quei “talenti” di cui Gesù parlava, ispira i più alti pensieri. Queste due forze si contendono l’essere umano e una persona può rafforzare il nashimta a discapito del ruah  attraverso esercizi spirituali tendenti alla purezza fisica e spirituale ed evitando le vie del male suggerite dall’anima carnale. I mandei sostengono che questa conoscenza sia il lascito dei naziriti. D’altronde la bipartizione dell’anima in due volti è un patrimonio gnostico tipico della cabala ebraica, la quale è a sua volta debitrice delle segrete conoscenze degli esseni-naziriti i quali, nel rotolo detto “Testamento di Amram (4Q543)” chiamano queste due forze in lotta dentro di noi “Melkizedek” e “Melkiresha”. E torniamo così a un tema che il lettore troverà sicuramente costante nei miei articoli. La conclusione è che non ci sia alcun elemento che supporti la tesi di Pincherle, ma diversi per inserire la ritualità immersiva mandea – la credenza nella rigenerazione dalle acque con l’infusione dello Spirito santo – nell’alveo della Tradizione Primordiale del Re del Mondo e del Sacerdozio eterno al modo di Melkizedek.
Abbiamo appurato come per lo gnostico esistono due mondi, e come quello terreno altro non sia che l’immagine contorta e ingannevole di quello celeste. Allo stesso modo anche la «vita» in realtà non è unica, ma scindibile in quella del corpo e in quella dell’anima. Fino a quando l’anima non riuscirà a liberarsi della propria condizione di prigionia, e di alimento per gli arconti, essa vagherà da corpo a corpo, aumentando così il proprio fardello di «dolore». L’apice della drammaticità nell’ascesa dell’anima verso la propria condizione regale precosmica viene raggiunto nella gnosi valentiniana, dove il ritorno al Pleroma comporta una tragedia cosmica. In tale speculazione, la manifestazione, privata del pneuma, lentamente ma inesorabilmente tende a morire per consunzione, come un fiume che perdendo progressivamente la portata dell’acqua, si inaridisce fino a scomparire. In alcune manifestazioni di tardo gnosticismo, come le comunità catare, notiamo invece una cosmogonia ciclica della caduta/ascesa/caduta dettata da un rigidissimo dualismo. Il viaggio dell’anima gnostica fra i cieli è un viaggio nel terrore, nell’illusione, e solo in virtù dei simboli e delle parole di potere potrà aprirsi un varco fra le potenze dell’ignoranza. Al fallimento segue il precipitare nuovamente nel mondo inferiore, aggiungendo angoscia ad angoscia, per essere così reincarnata in altri corpi fino alla fine dei tempi. Lontano dall’essere, ieri come oggi, una mera speculazione dialettica, o arabesco di menti sofisticate, lo gnosticismo ha rappresentato un esteso scrigno di gemme iniziatiche, dove non erano estranee operatività a carattere occulto.  Attraverso i simboli, studiati in vita, e vivificati nella carne, nella mente e nell’anima, lo gnostico cerca di assimilare quel contenuto conoscenziale che vi è racchiuso, e di divenire con essi cosa unica, attraverso un riadattamento costante verso l’ideale da essi rappresentato. Le parole di potere da proferire durante l’incontro con gli Arconti, in quanto manifestazioni del Logos divino, altro non rappresentano che vere e proprie operazioni teurgiche. Ed infine la magia sui morenti, compiuta dai sacerdoti gnostici per agevolare il distacco dell’anima, e impedirne il ritorno.  Sono quindi i simboli, le parole di potere e la magia, il vero cuore pulsante dell’iniziazione gnostica, mentre le ardite mitologie, e le ampie dissertazioni sulla manifestazione, rappresentano la giusta cornice, il paradigma, in cui muoversi, e la necessaria soglia di sbarramento per il debole, che confonde il riverbero della luce sulla neve con il Sole. La vita dello gnostico è spesa nello studio di se stesso e della manifestazione, dando nuovo significato alla fenomenologia dello Spirito. Questa creazione, frutto di potenze mediate, offre motivo di conoscenza dell’arte e della natura dei suoi creatori, e quindi preziose informazioni per come sconfiggerli, lungo la via del ritorno. Un ritorno che, a ben comprendere quanto è posto sotto la superficie della parola enunciata, altro non è che una settuplice spogliazione dalle impurità di questo mondo, e al contempo una riacquisizione di «poteri» dimenticati, e apparentemente posti oltre noi.  La teologia cristiana, attinente alla sfera mesoterica dello gnosticismo, ci ha indicato nei sette peccati capitali l’ostacolo per il ricongiungimento con il Padre. Ma così operando ha privato questi aggregati di «profondità» e volontà loro propria, facendo loro assumere valore incidentale e contingente. Non è così nello gnosticismo, dove non solo si manifestano come forze inerziali, da espellere, ma bensì come entità, dotate di propria identità e volontà, fieramente convinte a perpetuare se stesse. Ma dove ricercare tutto questo? Dove i sette cieli? Dove questi Mostri spaventosi? E dove il Pleroma? Queste domande trovano degno compimento nei seguenti brani del Vangelo di Tomaso e del Vangelo di Maria: Gesù disse: «Se coloro che vi guidano vi dicono: Ecco il Regno (di Dio) è in cielo! Allora gli uccelli del cielo vi precederanno. Se vi dicono: È nel mare! allora i pesci del mare vi precederanno. Il Regno è invece dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete, allora sarete conosciuti e saprete che voi siete i figli del Padre che vive. Ma se non vi conoscerete, allora dimorerete nella povertà, e sarete la povertà.» (Vangelo di Tomaso) «... la materia sarà distrutta, oppure no?» Il Salvatore disse: «Tutte le nature, tutte le formazioni, tutte le creazioni sussistono l’una nell’altra e l’una con l’altra, e saranno nuovamente dissolte nelle proprie radici. Poiché la natura della materia si dissolve soltanto nelle (radici) della sua natura. Chi ha orecchie da intendere, intenda.» (Vangelo di Maria.) Ecco quindi come il viaggio dell’Anima, verso il Pleroma, è in realtà un viaggio all’interno dei nostri mondi intimi, e solo riassorbendoli nelle loro radici (la sfera fenomenologica ricollocata in quella ontologica) sarà possibile porre fine all’eterno ciclo del cosmo e del tempo.

Ascoltare la Voce della Tua Anima: Come Sviluppare l'Intuizione (Listening to the Voice of Your Soul: How to Develop Intuition)

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