sabato 19 marzo 2016

Il Vegetarianismo.


Vegetarianismo.

Il termine italiano vegetarianismo deriva da vegetarianoneologismo diffusosi agli inizi del XX secolo come adattamento dell'inglese vegetarian, a sua volta derivato da vegetable (che vive e cresce come una pianta), dall'antico francese vegetable (vivente, degno di vivere) con radice dal latino vegetus (sano, attivo, vigoroso). Nel vegetarianismo si possono distinguere diverse pratiche alimentari, che si producono in abitudini dietetiche che, sebbene possono essere anche molto differenti l'una dall'altra, sono tutte accomunate dalla rigorosa esclusione della carne di qualsiasi animale. 1) latto-ovo-vegetarianismo: esclude gli alimenti che derivano dall'uccisione diretta di animali sia terrestri sia marini, quali carne, pesce, molluschi e crostacei; ammette qualunque alimento di origine vegetale, i prodotti animali indiretti, ovvero latte e derivati, uova e miele, oltre ad alghe, funghi (di cui fanno parte i lieviti) e batteri (come i fermenti lattici). Questo regime vegetariano è il più diffuso nei paesi occidentali, tanto che nel linguaggio comune la dieta associata è erroneamente indicata, per sineddoche, come dieta vegetariana; 2) latto-vegetarianismo: come il latto-ovo-vegetarianismo, ma esclude anche le uova. È un modello dietetico frequente nella tradizione asiatico-indiana, di cui fanno parte le diete sattva o yogiche e altre di estrazione induista come la dieta vaishnava, tra i cui precetti è compresa l'astensione dai funghi; 3) ovo-vegetarianismo: come il latto-ovo-vegetarianismo, ma esclude anche latte e derivati; 4) vegetalismo o veganismo dietetico: esclude tutti gli alimenti di origine animale (carne, pesce, molluschi e crostacei, latte e derivati, uova, miele e altri prodotti delle api) e ammette qualunque alimento di origine vegetale, oltre ad alghe, funghi e batteri; 5) crudismo vegano: ammette esclusivamente cibi vegetali non sottoposti a trattamenti termici oltre i 46 °C (è ammessa l'essiccazione). Questo modello dietetico è composto prevalentemente da fruttaverduranoci e semicereali e legumi germogliati. È da distinguersi dal crudismo non vegano, in cui si utilizzano latticini non pastorizzati e perfino carne e pesce crudi; 6) fruttarismo: pratica alimentare a base di frutta, frutta secca e semi. Oltre alla frutta intesa come frutto dolce della pianta (melapescaalbicocca, ecc.), viene contemplato anche il consumo di ortaggi a frutto come pomodori,peperonizucchine e cetrioli. Si basa sull'idea che la frutta sia il cibo elettivo per l'uomoColoro che seguono queste pratiche alimentari sono classificati comunemente come vegetariani, anche se all'interno di tale gruppo gli individui sono distinti in base al tipo specifico di dieta seguita (latto-ovo-vegetariani, latto-vegetariani, ovo-vegetariani, vegetaliani o vegani, crudisti vegani e fruttariani). Normalmente, i vegetariani che includono l'alimentazione in una più vasta scelta etica evitano anche alimenti che comprendono tra gli ingredienti ridotte quantità di cibi animali, per esempio prodotti da forno preparati con struttolatte in polvere o uova, pasta all'uovobrodo di carneLa maggiore consapevolezza dei vegetariani su come seguire una dieta vegetariana equilibrata, grazie soprattutto alla facile reperibilità di informazioni e testi divulgativi, e una più adeguata informazione e preparazione tra la classe medica, nonché l'aumentata disponibilità sul mercato di nuovi prodotti per vegetariani (inclusi cibi "fortificati"), hanno portato una maggior affermazione, validità e convenienza delle diete vegetarianeLe diete vegetariane più diffuse sono basate su cereali, legumi, verdura e frutta (sia fresca che secca) e, in misura ridotta, comprendono latte, latticini e uova per coloro che ne fanno uso. Molti prodotti comunemente usati in una dieta vegetariana sono normalmente diffusi in tutto il mondo, ad esempio pastapanerisofagioli o piselli. Molti altri prodotti, non indispensabili ai fini dell'equilibrio della dieta ma comunque solitamente usati nella preparazione dei pasti vegetariani, sono invece normalmente assenti in una classica dieta occidentale e appartengono ad altre tradizioni quali quelle dei paesi asiatici, arabi, centro e sud americani o dell'area mediterranea, configurando così le diete vegetariane come diete multietniche e senza barriere nazionali. Ad esempio, troviamo cereali come kamutmiglio e quinoa, preparazioni a base di cereali quali bulgurcous-cous e seitansoia e prodotti a base di soia (tofutempeh e proteine vegetali ristrutturate), alghe alimentari, semi oleaginosi di varia natura (anche sotto forma di crema, come il tahin), condimenti come shoyumiso e tamari, dolcificanti come il malto. Prodotti a base vegetale, quali ad esempio hamburger,yogurt o latti vegetali, possono essere usati in sostituzione dei corrispettivi prodotti con carne, latte e uova. 

Il vegetarianismo nei grandi movimenti religiosi.


Le prime testimonianze attendibili di una pratica vegetariana risalgono all'incirca al VI secolo a.C. e sono associate alla nascita dei primi grandi movimenti religiosi: l'Induismo, in cui si trovano molti argomenti e pratiche a favore del vegetarianismo; lo Zoroastrismo, sorto nell'antica Persia (attuale Iran) e poi diffusosi e affermatosi in tutta l'Asia centrale e basato sugli insegnamenti del profeta Zoroastro (o Zarathustra), vegetariano e contrario ad ogni genere di azione violenta; il Giainismo, sorto in India e basato sugli insegnamenti di Mahavira, che proponeva ai fedeli un'alimentazione strettamente vegetariana; il Buddismo, nato anch'esso in India sotto la guida di Buddha, che esortava al rispetto per tutti gli esseri senzienti e la difesa della vita; il Taoismo, sviluppatosi in Cina grazie all'opera di Laozi, che considerava la natura come sacra, una concezione che favorì il diffondersi di abitudini vegetariane presso molti suoi seguaci.Il vegetarianismo di natura religiosa ha radici antiche e risale ai primi grandi movimenti del VI secolo a.C.. Una pratica alimentare vegetariana è tuttora diffusa presso gli aderenti a quei culti che suggeriscono o prescrivono il divieto del consumo di carni (e in alcuni casi di ogni prodotto di origine animale) e l'adesione al vegetarianismo come pratica di salute spirituale, mentale e/o corporea o come parte di una più vasta etica biocentrica di armonia e rispetto verso tutte le altre forme di vita. In altri casi invece il vegetarianismo viene integrato nella propria condotta in coloro che seguono particolari dottrine spirituali o percorsi di ricerca interiore per una più completa armonia personale. 

Il vegetarianismo in Occidente.

l vegetarianismo dall'Antica Grecia al Medioevo.


La pratica vegetariana era una componente centrale anche nella corrente religiosa dell'orfismo, sorto in Grecia anch'esso intorno al VI secolo a.C. e incentrato sulla figura mitica di Orfeo, che nel suo rapporto con la natura e la sua vicinanza al mondo animale presenta uno dei suoi aspetti più importanti. Il vegetarianismo è presente nell'antica Grecia anche nel mito dell'età dell'oro: secondo le leggende diffuse nell'epoca su questa antica mitica era, il popolo umano delle origini, che viveva in una condizione di pace, benessere e abbondanza, si nutriva di soli vegetali: la caccia, l'allevamento e anche l'agricoltura erano sconosciuti e superflui in quanto la terra produceva spontaneamente e in abbondanza tutto il cibo necessario ai suoi abitanti. Pitagora (570-495 a.C. circa) è considerato l'iniziatore e l'emblema stesso del vegetarianismo dell'antica Grecia. I biografi e gli autori del mito pitagorico, fra cui Ovidio, spiegano totalmente o in parte il vegetarianismo di Pitagora con la credenza nella metempsicosi. Il Pitagora di Ovidio inoltre condanna anche il sacrificio rituale, ritenendo che la perversa dieta carnea, negazione della condizione felice dell'antica età dell'oro, sia nata col sacrificio cruento agli dèi: in tal modo, il vegetarianismo pitagorico si configura non soltanto come una scelta privata, ma anche come un rifiuto dai risvolti politici e sociali. Tuttavia, tra i seguaci di Pitagora solo coloro appartenenti alla cerchia più stretta praticavano regolarmente il vegetarianismo, mentre i discepoli della cerchia più esterna non avevano l'obbligo di rispettare la regola vegetarianaNella metempsicosi credeva anche Empedocle (490-430 a.C. circa), dedito anch'egli alla dieta pitagorica e ugualmente contrario al sacrificio animale. Secondo la leggenda, dopo una vittoria olimpica alla corsa dei carri, per rispettare l'usanza che il vincitore sacrificasse un bue, fece fabbricare un bue di mirra, incenso e aromi e lo distribuì secondo rito.Eraclito, mentre dimorava sulle montagne vicino a Efeso per mediatare, si cibava di sole piante. Sebbene successivamente con Aristotele (384-322 a.C.) venga negata agli animali la ragione, il logos, instaurandosi un confine netto tra l'uomo e l'animale, non tutti i suoi discepoli concordavano con questa visione, e sembra che molti siano stati vegetariani. Tra questi, Teofrasto (371-287 a.C.), autore di un trattato sulla pietà, condanna il sacrificio cruento e il consumo di carne, affermando che uccidere un animale è ingiusto, perché lo si priva della vitaSenocrate (396–314 a.C.) e probabilmente Polemone (350-270/269 a.C.), scolarchi dell'Accademia di Atene, e alcuni dei principali platonici e neoplatonici, tra i quali Plutarco (46-120 d.C.), Porfirio (232-309 d.C.), Apollonio di Tiana (2-98 d.C.) e Plotino(203/205–270 d.C.), sono altre figure importanti dell'antica Grecia dedite al vegetarianismo. Anche Epicuro era vegetariano e invitò i suoi discepoli a esserlo. Plutarco, in polemica con Aristotele e con le idee degli stoici (Seneca a parte, il quale in gioventù era vegetariano, sia per motivi di salute che per pietà verso gli animali) secondo le quali non esisterebbe alcuna relazione di giustizia tra l'uomo e gli animali, nel suo dialogo Sull'intelligenza degli animali comincia con una condanna della caccia e della macellazione, in quanto fonte di insensibilità e crudeltà e quindi causa di un danno sociale, e presenta un gran numero di argomenti a favore della razionalità animale. Porfirio, nell'Astinenza degli animali, tratta il sacrificio degli animali e il consumo della carne come uno sviluppo del sacrificio umano e del cannibalismo, e riconosce una piena continuità fra uomo e animale, rivendicando per quest'ultimo non solo la ragione, ma anche un linguaggio, pur se l'essere umano non è in grado di comprenderlo: «è infatti come se i corvi sostenessero che solo la loro è voce e che noi siamo privi di ragione perché non diciamo parole facilmente riconoscibili ad essi». Fondamentalmente, afferma Porfirio, gli argomenti dell'uomo contro la ragione animale sono dovuti alla ghiottoneria. Nel III secolo viene fondato nell'antica Persia il manicheismo, che presto si diffonde in tutto l'Impero romano e i cui iniziati non si cibavano né di carne né di uova e non bevevano vino – una forma di vegetarianismo che traeva origine dal loro sistema religioso, basato su una visione dualistica imperniata sul conflitto tra i due principi opposti della Luce e delle TenebrePiù tardi, tra il XII e il XIV secolo, si diffonde in Europa il catarismo: la convinzione che tutto il mondo materiale fosse opera del Male comportava la negazione dell'atto sessuale – considerato come un'aberrazione, soprattutto in quanto responsabile della procreazione, cioè di una nuova prigionia per un altro spirito – e pertanto i catari rifiutavano ogni alimento originato da un atto sessuale (carne e uova – ma non il pesce, in quanto in epoca medievale non era ancora nota la genesi per riproduzione sessuale degli animali acquatici). 

Il vegetarianismo nell'età moderna.


La Gran Bretagna è considerata la patria del vegetarianismo moderno. Il primo paladino del vegetarianismo dell'isola britannica a suscitare l'attenzione è il cappellaio Roger Crab, che emerge sulla scena inglese durante la rivoluzione degli anni quaranta del Seicento. Crab, che aderì ad una forma di vegetarianismo stretto (ovvero seguiva, come venne definita in seguito, una dieta vegana), considerava il consumo di carne un lusso e causa di rialzo dei prezzi e di aggravamento della povertàNella seconda metà del Seicento, durante l'espansione coloniale della potenza inglese e l'avvio dello sfruttamento degli schiavi neri per la produzione dello zucchero, si aggiungono al vegetarianismo nuovi argomenti legati al mutamento del contesto storico. Una figura emblematica di questa fase è lo scrittore inglese Thomas Tryon, che denuncia il comportamento dell'europeo cristiano definendolo un oppressore intollerante il cui lusso e i cui sprechi «non possono essere mantenuti se non principalmente grazie alla grande Oppressione degli Uomini e degli Animali». Nel Settecento il vegetarianismo inizia ad essere un argomento sostenuto e diffuso anche dai medici, in nome della salute e delle caratteristiche dell'anatomia e della fisiologia umana che, a partire dall'apparato digerente, dalla dentatura e dalle mani, dimostrerebbero la natura vegetariana dell'uomo. Tra i più noti medici e scienziati fautori del vegetarianismo nell'Europa di questo periodo troviamo in Svezia Linneo e i suoi discepoli, in Francia Louis Lémery e Philippe Hecquet, in Inghilterra Edward Tyson, John Arbuthnot e George Cheyne, in Italia Antonio Cocchi la cui influenza ebbe dimensioni internazionali e che nel 1743 pubblicò Del vitto pitagorico per uso della medicina, destinato ad essere più volte ristampato e tradotto sia nel Settecento che nell'Ottocento e a suscitare un vivo dibattito, soprattutto tra i medici italiani dell'epocaIn questo periodo Voltaire torna sulla questione della crudeltà verso gli animali e del vegetarianismo in numerose opere, mentre in Inghilterra, soprattutto dalla fine del Settecento, si parla sempre più di vegetarianismo e si susseguono alcune pubblicazioni notabili. Nel 1791 esce il pamphlet The Cry of Nature, di John Oswald, in cui l'autore presenta una presa di posizione politica a favore del vegetarianismo, considerando il mutamento radicale del rapporto con gli animali e la natura un nodo politico essenziale per giungere alla fondazione di una società egualitaria. Nel 1802 viene pubblicatoAn Essay on Abstinence from Animal Food, as a Moral Duty, di Joseph Ritson, un attacco frontale all'antropocentrismo. Nel 1811 esce The Return to Nature, di John Frank Newton, una difesa basata su testimonianze di tipico medico ed etnologico del regime vegetariano e, un paio di anni più tardi, nel 1813, Percy Shelley pubblicaVindication of Natural Diet, in cui indica la dieta carnea come un simbolo del lusso che, insieme ad altri falsi bisogni indotti tra i poveri, ritiene all'origine dello sfruttamento del lavoro e delle disuguaglianze sociali

L'Ottocento e la costituzione della Vegetarian Society.


In Inghilterra questo fermento del vegetarianismo nel panorama culturale del paese porterà, nella prima metà dell'Ottocento, alla nascita di un movimento vegetariano inglese e alla costituzione della Vegetarian Society, fondata il 30 settembre 1847 a Ramsgate. Nei decenni successivi sorsero altre società vegetariane anche in altri paesi: nel 1867 il teologo Eduard Baltzer fonda la prima società vegetariana della Germania, verso la fine dell'Ottocento viene fondata la Société Végétarienne de France, mentre l'Associazione Vegetariana Italiana sorgerà solo nella seconda metà del Novecento. Negli Stati Uniti dell'Ottocento troviamo molte vegetariane nel nascente movimento per i diritti delle donne: tra queste, Harriet Beecher Stowe(conosciuta per il suo La capanna dello zio Tom), che nel 1896 pubblica un articolo sui diritti degli animali su Heart and Home, un periodico destinato al pubblico femminile; Margaret Fuller, che in Woman in the Nineteenth-Century afferma che l'integrazione della donna nella vita pubblica avrebbe portato ad una femminilizzazione della cultura, la quale avrebbe posto fine ad ogni forma di sofferenza, compresa l'uccisione degli animali per l'alimentazione umana; Elizabeth Stuart Phelps Ward, autrice di libri contro la vivisezione; ed inoltre Lucy Stone, Amelia Bloomer, Susan Anthony, Elizabeth Cady Stanton, le quali si riunivano abitualmente insieme all'antischiavista Horace Greeley, direttore del Tribune, per brindare «ai diritti delle donne e al vegetarianismo»Una figura importante di questo periodo è l'inglese Henry Stephens Salt, vegetariano etico instancabile difensore con numerose opere di quelli che l'autore stesso comincia a chiamare animal rights (diritti animali). Salt vedeva anche una evidente contraddizione in chi dichiarava di battersi per la protezione degli animali continuando a seguire una dieta carneaTra le figure celebri del vegetarianismo tra l'Ottocento e gli inizi del Novecento si distinguono tra gli altri: il poeta francese Alphonse de Lamartine che, pur avendo in seguito abbandonato questo regime alimentare dopo essere stato cresciuto vegetariano dalla madre, nelle sue opere continuò ad insistere sul tema della crudeltà dell'uccisione degli animali e della dieta carnea; il compositore tedesco Richard Wagner, autore anche di scritti contro la vivisezione, le cui idee, tuttavia, erano influenzate da un antisemitismo che lo condusse a incriminare il consumo di carne come il male che aveva contaminato la razza ariana; lo scrittore russo Lev Tolstoj, passato al vegetarianismo nel 1885, durante il suo periodo di profonda crisi spirituale che lo spinse ad adottare una posizione di difesa nonviolenta per gli oppressi; il politico indiano Mohandas Gandhi, trasferitosi a Londra a vent'anni per studiare legge dove entrò presto in contatto con i membri della Vegetarian Society, di cui divenne prima socio e poi dirigente; il commediografo irlandese George Bernard Shaw, che diede un notevole contributo alla diffusione della causa vegetariana, battendosi anche contro la vivisezione e gli sport cruenti. Altre femministe inglesi di questo periodo furono vegetariane, come Charlotte Despard, leader della Woman's Freedom League. 

Il Novecento e la questione filosofica.


L'espansione internazionale del movimento vegetariano porta nel 1908 alla fondazione dell'International Vegetarian Union, mentre nel novembre del 1944 nasce in Inghilterra, a Londra, la Vegan Society, fondata da Donald Watson, che vedeva l'abbandono di latte, latticini e uova come una logica conseguenza della scelta vegetariana, dato il legame tra la produzione di questi alimenti e l'industria dell'allevamento. Durante gli anni sessanta del Novecento il vegetarianismo sarà molto diffuso nel nascente movimento di rivolta giovanile antiautoritaria come parte del rifiuto della vita borghese e della scelta di una povertà volontaria vissuta come indipendenza mentale e frugalità salubre per il corpo e lo spirito. Nel 1975 viene pubblicato Liberazione animale, del filosofo australiano Peter Singer, la prima opera contemporanea sui diritti animali che conosce una vasta diffusione internazionale. Nell'opera Singer fornisce argomenti razionali contro il pregiudizio e la discriminazione di specie (specismo) e indica il vegetarianismo come un obbligo etico nel rispetto della vita degli animali: secondo le conclusioni dell'autore, il piacere del palato offerto dalla carne animale all'uomo risulta irrilevante a fronte dei maltrattamenti subiti dall'animale nell'allevamento e della sua uccisioneL'opera di Singer, nonostante le numerose critiche di cui è stato oggetto, ha tuttavia consentito l'avvio per un dibattito filosofico e pubblico sui diritti animali e, tra le opere più significative in questo campo, si inserisce I diritti animali, pubblicato qualche anno più tardi, nel 1983. L'autore, il filosofo statunitense Tom Regan, criticando e rigettando le posizioni di Singer, mira a dimostrare che la vita animale ha valore intrinseco e che quindi gli animali devono essere trattati non come mezzi ma come fini: il vegetarianismo, pertanto, si configura nella teoria di Regan come una doverosa e logica conseguenza del fatto di riconoscere il diritto di vivere all'animaleNel corso degli anni e tuttora molti altri pensatori si sono confrontati su questi temi, e nonostante la diversità degli approcci sostenuti, tutti concordano nel ritenere il vegetarianismo – e, attualmente, in particolare il vegetalismo – una scelta morale obbligata. 

Il vegetarianismo oggi.


Oggi il vegetarianismo si è consolidato come un fenomeno in genere socialmente meglio accettato e convenzionale, affiancato da una crescente diffusione di periodici dedicati, libri e siti internet e dalla nascita di numerose associazioni locali e nazionali, e con una presenza di dimensioni crescenti sul mercato alimentare. Le ragioni che comunemente sono alla base di una scelta vegetariana includono motivazioni etiche di rispetto per la vita animale, principi religiosi, attenzione per la salute e preoccupazione per l'ambiente. Tali motivazioni non sono tutte necessariamente adottate insieme, e anche se spesso due o più di loro possono coesistere negli stessi soggetti, solitamente una prevale sulle altre. Inoltre, l'influenza delle diverse motivazioni può variare in relazione al sesso (ad esempio in Italia la scelta etica è più sentita tra le donne, mentre gran parte degli uomini scelgono di seguire un regime vegetariano per il benessere fisico e una maggiore attenzione per la salute), al paese (ad esempio in India la motivazione religiosa è quella prevalente), nonché in relazione allo specifico regime vegetariano: il latto-ovo-vegetarianismo e le sue varianti latto-vegetarianismo e ovo-vegetarianismo sono adottati per lo più per ragioni religiose e/o salutistiche, il vegetalismo principalmente per ragioni etiche di rispetto per la vita e la sofferenza degli animali, il crudismo vegano soprattutto per ragioni salutistiche, il fruttarismo per questioni religioso-spirtuali. 

Salute.


La crescente evidenza della relazione tra consumo di cibi animali – e in particolare di carni rosse (manzo, maiale, agnello e capra) e carni conservate (carni affumicate, stagionate o salate o con l'aggiunta di conservanti chimici) – e rischio di malattie croniche quali patologie cardiovascolari, cancro e diabete, la frequente diffusione di malattie virali e parassitarie presso gli animali allevati, il crescente uso di antibiotici e altri farmaci negli allevamenti, da una parte, e i numerosi studi sui benefici dei cibi vegetali in generale e sulle diete vegetariane in particolare, dall'altra, hanno fortemente contribuito negli ultimi decenni alla diffusione delle diete vegetariane presso le popolazioni dei paesi più ricchi. Più recentemente, inoltre, i rischi derivanti da un'eccessiva assunzione di grassi saturi e colesterolo, di cui sono ricchi latte, latticini e uova, la correlazione tra consumo di prodotti lattiero-caseari e coronaropatia e cancro al seno e la vasta diffusione dell'intolleranza al lattosio, hanno spostato l'attenzione anche verso le diete vegane. Rispetto ai non-vegetariani, tra i vegetariani è stata osservata una minore incidenza per quanto riguarda alcune delle più diffuse patologie dei paesi ricchi: sovrappeso e obesità (in particolare tra i vegani), cardiopatia ischemica, alcuni tipi di tumore (della prostata, del colon-retto, dello stomaco, della vescica, linfoma non Hodgkine mieloma multiplo), ipertensione arteriosa (in particolare tra i vegani), diabete mellito di tipo 2 (in particolare tra i vegani) e morbo di Alzheimer. I vegetariani sono inoltre risultati soggetti ad un rischio minore anche per quanto riguarda appendicite acuta, artrite reumatoide, asma bronchiale, calcolosi biliare, cataratta (in particolare tra i vegani), diverticolite, costipazione (in particolare tra i vegani) e calcolosi urinaria. Le diete vegetariane – e in particolare le diete vegane – sono inoltre state utilizzate con successo nel trattamento di alcune patologie: malattie cardiovascolari, tumore alla prostata, ipertensione, diabete mellito di tipo 2, artrite reumatoide, asma bronchiale, fibromialgia e malattie renaliAlcuni studi hanno rilevato una più alta incidenza di disturbi del comportamento alimentare tra gli adolescenti vegetariani rispetto alla popolazione generale degli adolescenti, tuttavia secondo gli studiosi l'adozione di diete vegetariane non aumenta in alcun modo il rischio di sviluppare disordini alimentari, sebbene la scelta di una dieta vegetariana possa essere utilizzata per camuffare un preesistente disturbo del comportamento alimentare. Per questo motivo le diete vegetariane sono in qualche modo più diffuse tra gli adolescenti con disturbi del comportamento alimentareRispetto ai non-vegetariani, i vegetariani, e in particolare i vegani, sono anche risultati meno soggetti all'accumulo di inquinanti ambientali quali DDT, DDE e PCB, risultati significativamente inferiori sia nel latte materno di donne vegetariane, sia nelle concentrazioni plasmatiche e fecali dei vegetariani, inoltre si è constatato che più a lungo una persona segue una dieta vegana, più i livelli di diossine e PBDE tendono a scendere. È stato osservato che le donne anziane (tra i sessanta e i settant'anni) vegetariane presentano valori di stress ossidativo del DNA significativamente ridotti rispetto a donne anziane non-vegetariane, e non dissimili dai valori di donne più giovani (20-30 anni), inoltre si è ipotizzato che una dieta vegana può avere un ruolo nel condizionare parametri genici atti a promuovere una maggiore protezione contro l'insorgenza di patologie e una maggiore durata della vita. In due studi è stata osservata nei vegetariani anche una migliore qualità dell'umore (bassa frequenza di emozioni negative) rispetto ai non-vegetarianiMentre c'è evidenza che non vi sono differenze significative nella densità minerale ossea (BMD) tra latto-ovo-vegetariani e non-vegetariani, i dati sui vegani sono ancora scarsi: alcuni studi condotti in Asia (Cina e Thailandia) hanno rilevato valori minori di BMD rispetto ai non-vegetariani, ma si trattava di donne con apporti di proteine e calcio molto bassi, entrambi fattori di rischio per la salute ossea a lungo termine. Comunque, mentre non vi sono differenze significative tra latto-ovo-vegetariani e non-vegetariani per quanto riguarda il rischio di fratture, in donne vegane con un apporto di calcio inferiore ai 525 mg/die è stata osservata una maggiore incidenza. Secondo l'Academy of Nutrition and Dietetics i vegetariani, per favorire una buona salute ossea, devono assicurarsi l'assunzione di buoni apporti di calcio, magnesio e potassio (frutta e verdura), vitamina K (vegetali a foglia verde scuro), vitamina D (esposizione alla luce solare, prodotti fortificati o supplementi), un apporto adeguato ma non eccessivo di proteine, isoflavoni della soia e ridurre al contempo gli apporti di sodio

venerdì 18 marzo 2016

musicoterapia


La musicoterapia è l'uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un utente o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l'apprendimento, la motricità, l'espressione, l'organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive. La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell'individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l'integrazione intra- e interpersonale e consequenzialmente possa migliorare la qualità della vita grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico. Da un punto di vista scientifico, la musicoterapia è un ramo della scienza che tratta lo studio e la ricerca del complesso suono-uomo, sia il suono musicale o no, per scoprire gli elementi diagnostici e i metodi terapeutici ad esso inerenti. Da un punto di vista terapeutico, la musicoterapia è una disciplina paramedica che usa il suono, la musica e il movimento per produrre effetti regressivi e per aprire canali di comunicazione che ci mettano in grado di iniziare il processo di preparazione e di recupero del paziente per la società. I principi base della pratica musicoterapeutica sono:

  1. il paziente è parte attiva della terapia;
  2. la centralità del rapporto di fiducia e l'accettazione incondizionata rispetto al paziente;
  3. l'adattamento e la personalizzazione della tecnica volta per volta;
  4. scambio reciproco di proposte tra paziente e musicoterapeuta;
  5. stabilimento di un legame tra il musicoterapeuta e il paziente grazie al suono.
Il musicoterapeuta è quindi un mezzo attraverso il quale un paziente si apre e "tira fuori" le proprie emozioni. La musica dà alla persona malata la possibilità di esprimere e percepire le proprie emozioni, di mostrare o comunicare i propri sentimenti o stati d'animo attraverso il linguaggio non-verbale. Tipico è il caso degli individui affetti da autismo, cioè individui che sono in una condizione patologica, per cui tendono a rinchiudersi in sé stessi rifiutando ogni comunicazione con l'esterno. La musica dunque permette al mondo esterno di entrare in comunicazione con il malato, favorendo l'inizio di un processo di apertura. Il tecnico di musicoterapia deve prestare attenzione a non sovrapporsi con il suo operato ad altre figure professionali al fine di evitare conflittualità operative nell'equipe; in particolare il tecnico di musicoterapia non possiede gli elementi formativi per interpretare la comunicazione sonora sotto il profilo psicoterapico, ma essenzialmente sotto il profilo cognitivo-parametrico. Per quanto riguarda l'aspetto riabilitativo il tecnico di musicoterapia può operare all'interno di una equipe nella quale siano presenti le figure sanitarie responsabili. La musicoterapia può essere utilizzata a vari livelli, quali l'insegnamento, la riabilitazione o la terapia. Per quanto riguarda la terapia e la riabilitazione, gli ambiti di intervento riguardano preminentemente la neurologia e la psichiatria:
  • autismo infantile
  • ritardo mentale
  • disabilità motorie
  • morbo di Alzheimer ed altre demenze
  • psicosi
  • disturbi dell'umore
  • disturbi somatoformi (in particolare sindromi da dolore cronico)
  • disturbi del comportamento alimentare (anoressia nervosa)
  • morbo di Parkinson
In ogni caso, gli interventi di tipo clinico rimangono di esclusiva competenza degli esercenti le professioni sanitarie. Dobbiamo pensare che da ancor prima della nascita si sedimentano in noi dei suoni che costituiranno poi il nostro “Io sonoro”. La musicoterapia tradizionale, che è quella di tipo psicoterapico, utilizza un codice alternativo rispetto a quello verbale, (basato sul principio dell'ISO - identità sonora individuale) per cercare di aprire attraverso il suono, la musica, e il movimento, dei canali di comunicazione nel mondo interno dell'individuo. Gli operatori di musicoterapica cercano cioè di sbloccare questi canali attraverso l’espressione strumentale sonora. Vi sono però altri approcci, molto diversi da quello appena descritto, che sfruttano le potenzialità del suono e della musica come mezzo terapeutico. Uno dei più interessanti è quello che fa riferimento alle teorie psicoacustiche. I suoni sono fenomeni fisici in grado di influenzare tutte le cose con cui vengono a contatto. Suoni di particolari frequenze, possono ad esempio rompere un vetro; mentre, altri, impercettibili all' orecchio umano, possono essere utilizzati per dare ordini ad un cane. Studi recenti sostengono che persino la crescita delle piante può essere influenzata dal tipo di musica che si suona nelle vicinanze. Se vogliamo rappresentarci visivamente la propagazione del suono, pensiamo ai cerchi che si formano nell'acqua allorché gettiamo un sasso.I suoni acuti sono generati da vibrazioni molto rapide, quelli bassi corrispondono a vibrazioni lente; l’orecchio umano e' in grado di percepire suoni con una frequenza compresa tra 30 e 20.000 vibrazioni al secondo (Hertz o Hz). Ma dove viene elaborata esattamente la musica nel nostro cervello? Innanzitutto dobbiamo distinguere la fase dell’udire i suoni come fenomeno periferico legato all’orecchio e al nervo acustico, una fase del sentire che si collega soprattutto a funzioni talamiche, dove il suono viene filtrato. Se il talamo consente il passaggio dell’informazione, essa giunge al lobo temporale, in centri che si trovano in prossimità di quelli del linguaggio (l’area di Broca), e qui si verifica finalmente il processo dell’ascoltare, con un coinvolgimento globale del nostro sistema nervoso e delle funzioni psichiche ad esso connesse. Si dice che il suono musicale viene cioè intellettualizzato. Uno dei massimi studiosi delle proprietà del suono, Isabelle Peretz dell’Università di Montreal, ha supposto che, in linea di principio, la metà destra del cervello elabora la musica in maniera complessiva, mentre quella sinistra in modo analitico. Possiamo quindi supporre che l’emisfero destro sia quello che, in un primo momento afferra una struttura approssimativa della musica sulla quale in seguito l’emisfero sinistro esegue una analisi più precisa. La musica è un linguaggio non meno importante di quello visivo, corporeo o verbale, in grado di esprimere idee, concetti, sentimenti propri di ogni individuo. Come il linguaggio verbale, anche la musica è uno dei fondamenti della nostra civiltà. L’uomo costruì i primi strumenti oltre 35 mila anni fa: tamburi, flauti, scacciapensieri. Ma perché i nostri antenati incominciarono a fare musica? Quali vantaggi ne ricavavano? Oggi gli antropologi mettono in primo piano la capacità della musica di cementare una comunità, scandendone i ritmi e rinsaldando i legami fra i suoi membri. Essa garantirebbe la coesione sociale e la “sincronizzazione” dell’umore dei componenti di un gruppo, favorendo così la preparazione di azioni collettive. Esempi attuali dell’utilizzo della musica in questi termini sono ad esempio le marce militari, i canti religiosi, gli inni nazionali. 
I primi studi sulle risposte emotive alla musica risalgono al 1936, quando la psicologa e musicologa Kate Heiner dimostrò che vi sono due elementi essenziali che il nostro cervello utilizza per elaborare una risposta emozionale alla musica: il MODO, cioè la tonalità (Maggiore/minore), e il TEMPO, cioè la velocità di esecuzione (Veloce/lento).

Si è così notato che dalla combinazione del modo e del tempo l’uomo ricava delle emozioni che possiamo definire UNIVERSALI.

La chiave di lettura è la seguente:
Modo maggiore/tempo lento= serenità
Modo maggiore/tempo veloce= allegria, euforia, esaltazione
Modo minore/tempo lento= tristezza, malinconia
Modo minore/tempo veloce= paura, dramma, angoscia
Che queste risposte emotive siano comuni a tutti, è dimostrato da un altro importante esperimento compiuto in tempi più recenti all’università di Montreal da Isabelle Peretz: questa studiosa ha registrato le modificazioni indotte dalla musica su vari parametri fisiologici, come la pressione del sangue, la frequenza cardiaca e la conduzione elettrica della pelle (la cosidetta reazione elettrodermica). In questo esperimento un gruppo di soggetti è stato sottoposto all’ascolto di diversi brani musicali che erano classificati come allegri, sereni, paurosi, tristi. Ebbene, si è dimostrato che le musiche producevano il medesimo effetto in tutti gli ascoltatori, indipendentemente dal giudizio soggettivo sul tipo di emozione suscitata.  Ad esempio i brani classificati come paurosi erano quelli che determinavano la maggiore reazione cutanea, caratterizzata da un rilevante incremento della sudorazione. Il fatto che queste risposte fisiologiche siano indipendenti dai giudizi soggettivi dimostra che l’ascoltatore non è necessariamente consapevole dell’effetto che la musica esercita su di lui e ci fa intravedere quale potere la musica abbia sui nostri comportamenti.
Nel 1993 è stato dimostrato con un famoso esperimento pubblicato sulla rivista scientifica NATURE che la musica di Mozart è in grado di migliorare la percezione spaziale e la capacità di espressione. Ottantaquattro studenti furono suddivisi in 3 gruppi e sottoposti all’ascolto di 3 musiche diverse: il primo gruppo ascoltò musica easy-listening, il secondo ascoltò una sinfonia di Mozart, il terzo non ascoltò musica ma solo silenzio. Subito dopo l’ascolto i 3 gruppi furono sottoposti a una prova di ragionamento spaziale tratta da un test di intelligenza riconosciuto internazionalmente, lo Stanford-Binet. I risultati furono stupefacenti: il gruppo che aveva ascoltato Mozart prima del test, ottenne un punteggio mediamente superiore di 10 punti rispetto agli altri. Tale effetto aveva però una durata di soli 15 minuti dopo l’ascolto. Si parla perciò di EFFETTO MOZART. Uno dei maggiori studiosi del suono dal punto di vista medico, il francese Alfred Tomatis è stato il primo a sostenere che la musica mozartiana è in grado di produrre un miglioramento delle abilità cognitive dell’individuo, attraverso lo sviluppo del ragionamento spazio-temporale. Ma perché proprio la musica di Mozart risulta essere la più adatta? L’ipotesi formulata da Gordon Shaw, uno degli autori dell’esperimento appena citato, è che oltre alle incredibili doti logiche, mnestiche, e musicali di cui era dotato Mozart, il musicista componeva in giovane età, sfruttando al massimo le capacità di fissazione spazio-temporale di una corteccia cerebrale in fase evolutiva, cioè al culmine delle sue potenzialità percettive e creative. Tomatis sostiene pertanto che l’ascolto della musica mozartiana è in grado di favorire l’organizzazione dei circuiti neuronali, rafforzando i processi cognitivi e creativi dell’emisfero destro.

 LA PSICOACUSTICA è lo studio della percezione soggettiva dei suoni.
In altre parole la psicoacustica è lo studio della psicologia della percezione acustica.
Sappiamo che le caratteristiche fisiche di un suono (frequenza, intensità..) possono essere misurate con estrema precisione, ma capire come un suono venga recepito ed elaborato in una “sensazione” (piacevole, fastidiosa, allarmante, ecc.) all'interno del nostro cervello, è un discorso più complesso ed è ciò di cui si occupa la psicoacustica.

MP3 E ALTRI ALGORITMI PSICOACUSTICI
In alcune situazioni, un suono normalmente udibile può essere mascherato da un altro suono. Ad esempio, immaginiamo una conversazione che si svolge a voce alta tra due persone: in un luogo silenzioso come una biblioteca o una chiesa essa risulterebbe comunque ben udibile e fastidiosa ad altri soggetti, mentre se si svolgesse in un luogo affollato e rumoroso, come una discoteca, risulterebbe inudibile da chi sta attorno e quindi, come contenuto sonoro, sarebbe ininfluente. Questo fenomeno è chiamato "mascheramento" e un suono debole è detto "mascherato" se è reso inudibile dalla presenza di un suono più forte.
Queste caratteristiche della percezione acustica sono abilmente sfruttate dalla tecnologia, ad esempio per conferire un’apparente maggiore qualità a registrazioni e riproduzioni audio effettuate con risparmio di dati. In questo caso si effettua una “compressione” dell’audio originale, sacrificando però solo quella parte dell’informazione sonora che non verrebbe comunque percepita dall’ascoltatore, in quanto fuori dalla soglia di udibilità dell’orecchio umano. E’questo il caso della nota tecnologia “MP3” e di altre similari.
MUSICA SUBLIMINALE
Anche i cosiddetti “effetti subliminali” si basano su alcuni principi della psicoacustica:
con il termine «percezione subliminale» si intende il fenomeno (in questo caso uditivo, ma potrebbe essere anche visivo) secondo il quale, stimoli non avvertibili a livello conscio (perché troppo deboli, o troppo rapidi, o “mascherati” in vario modo), possono tuttavia essere veicolati in sottofondo e giungere nel subconscio dell'individuo influenzandone il comportamento. Infatti i teorici di questa tecnica sostengono che i messaggi subliminali vengono decodificati dal cervello e inviati all'”io” cosciente in forma di suggestioni. A prescindere dagli aspetti etici legati all’utilizzo di questa tecnica, se impiegata all’insaputa di chi ne viene fatto oggetto, l’efficacia degli effetti subliminali è tutt'ora oggetto di discussione, e vede parte della comunità scientifica schierata a sostegno (tra i sostenitori è possibile annoverare anche neurologi e psichiatri di fama internazionale) mentre altri scienziati altrettanto autorevoli propendono per una totale (o per lo meno una parziale) inattendibilità delle teorie subliminali. Tra le applicazioni “terapeutiche” di queste tecniche vale la pena citare l’utilizzo di messaggi subliminali basati sui principi della PNL (programmazione neuro linguistica), consistenti in affermazioni positive “mascherate” da un contenuto musicale, volte a rimpiazzare le convinzioni negative che ostacolano gli utilizzatori in questa o quell’area specifica della propria vita.


BINAURAL BEATS
Come si è visto nel capitolo precedente, la psicoacustica è una disciplina che sfrutta le caratteristiche anatomiche dell’organismo umano e in particolare le limitazioni percettive dell’apparato uditivo. Ma non solo.
Infatti anche lo studio dell’attività elettrica del nostro cervello ha dato luogo ad applicazioni molto interessanti in ambito psicoacustico, e questo è il caso dei “battimenti biauricolari”
(“Binaural Beats”). Gerald Oster, un ricercatore del Mount Sinai School of Medicine di New York, nel 1973 elaborò una tecnica che consisteva nel sovrapporre della musica convenzionale a sequenze di toni leggermente sfasati tra un orecchio e l’altro. Presto si vide che i campi di applicazione di questa metodologia erano molteplici: oltre ad avere una particolare influenza sul rilassamento, essa era in grado di sviluppare capacità creative, e poteva risultare utile nella terapia delle emicranie, per la cura dell’insonnia, per la eliminazione di ansia e depressione.  Per comprendere i principi su cui si basa questa tecnica è necessario accennare alla attività elettrica del nostro cervello. L'elettroencefalogramma è utilizzato per misurare le correnti generate dalle cellule della corteccia cerebrale (neuroni corticali piramidali). Applicando degli appositi elettrodi sulla superficie del cuoio capelluto è possibile rilevare tali impulsi, la cui morfologia (variazione in ampiezza) si correla specificatamente con eventi fisiologici (stimolazioni sensoriali, sonno, ecc.) o patologici (epilessia, ecc.) Il tracciato che ne risulta contiene, solitamente, frequenze al di sotto dei 30Hz.

Le onde cerebrali si possono classificare in 4 tipi, e risultano indicative di quattro stati fisiologici:
Delta da 0,5 a 4Hz>>Sonno profondo
Theta da 4 a 8 Hz>>Sonnolenza e primo stadio del sonno
Alpha da 8 a 14 Hz>>Rilassamento vigile
Beta da 14 a 30 Hz>>Stato di allerta e di concentrazione


Un altro elemento di fondamentale importanza per comprendere il funzionamento dei “binaural beats” fa riferimento ad un fenomeno fisico chiamato “risonanza”. Nel 1665 il fisico e matematico olandese Christiian Huygens, (tra i primi a postulare la teoria ondulatoria della luce), osservò che, disponendo su di una parete due pendoli, uno posto di fianco all’altro, questi tendevano a sintonizzare il proprio movimento oscillatorio, quasi volessero “assumere lo stesso ritmo”. Questo fenomeno viene oggi chiamiamo “risonanza”. Nel caso dei due pendoli, si dice che uno fa risuonare l'altro alla propria frequenza. Allo stesso modo se si percuote un diapason, che produce onde su una data frequenza e lo si pone vicino a un secondo diapason “silenzioso”, dopo un breve intervallo questo ultimo comincia anch'esso a vibrare. La tecnica dei “binaural beats” si basa sul fatto che il fenomeno della risonanza può essere utilizzata anche nel caso delle onde cerebrali. Infatti, se il cervello è sottoposto a impulsi (visivi, sonori o elettrici) di una certa frequenza, la sua naturale tendenza è quella di sintonizzarsi. Quindi, se uno stimolo esterno è applicato al cervello, diventa possibile mutare la frequenza delle sue onde. Per esempio, se una persona si trova nello stato Beta (allerta) e il suo cervello riceve uno stimolo esterno di 10Hz, che come visto precedentemente corrisponde allo stato alfa (rilassamento), allora è probabile che la sua frequenza vari, sincronizzandosi a quella dello stimolo esterno.
Quando lo stato del cervello è già vicino alla frequenza dello stimolo applicato, l'induzione agisce più efficientemente. Il fenomeno e' detto “risposta in frequenza”.
Abbiamo visto però, nella pagina intitolata “Il viaggio dei suoni nel nostro cervello”, che l'orecchio umano non riesce a percepire onde sonore con frequenza inferiore a 30Hz; quindi per somministrare dall’esterno stimoli sonori inferiori ai 30Hz è necessario aggirare l’ostacolo, e questo può avvenire attraverso i "Binaural Beats" (termine che, in italiano, può essere tradotto come "Battimenti Biauricolari").
I “bineural beats” sono due toni prolungati, di frequenza leggermente diversa tra loro (ad esempio uno di 200 Hz e uno di 190 Hz) che si inviano attraverso ad una cuffia stereofonica rispettivamente all’orecchio destro e sinistro. Il nostro cervello, che lavora per sottrazione, non percepirà due frequenze differenti ma un'unica frequenza di 10 Hz. Dato che questa frequenza di 10 Hz è caratteristica delle onde alfa, se il cervello in quel momento sta lavorando ad una frequenza diversa (ad esempio Beta = stato di allerta) tenderà a spostarsi verso una frequenza Alfa (rilassamento). E’ così possibile valorizzare alcuni stati cerebrali rispetto ad altri, ad esempio quelli legati alla concentrazione, al rilassamento o al sonno.

giovedì 17 marzo 2016

psicologia transpersonale

La storia e gli sviluppi
La psicologia transpersonale è una branca della psicologia il cui studio si estende alle esperienze e agli stadi di coscienza che trascendono i limiti dell'io personale e della razionalità convenzionale. Una definizione breve della Journal of Transpersonal Psychology suggerisce che la psicologia transpersonale riguarda lo studio della più alta potenzialità dell'umanità e il riconoscimento, comprensione e realizzazione degli stati di coscienza unitivi, spirituali e trascendenti (Lajoie e Shapiro, 1992:91).
Così si esprimeva  nel 1968. Dopo l'immatura scomparsa dell’autore, la Psicologia Transpersonale andò sempre più arricchendosi ad opera di una serie di studiosi, soprattutto americani, ma anche il nostro Roberto Assagioli, con la sua Psicosintesi è stato tra i precursori, oltre che tra gli autori più significativi, di questa corrente. Dagli anni '70 agli anni '90 il campo fu sviluppato tramite le opere di autori come Stanislav Grof, Ken Wilber, Michael Washburn, Frances Vaughan, Roger Walsh, Stanley Krippner, Michael Murphy, Charles Tart, David Lukoff e Stuart Sovatsky. Anche se Wilber è considerato un autore e teorico importante nel campo, ora si è dissociato dal movimento a favore di quello che lui chiama un pensiero, o un approcio, integrale.
L'idea centrale della Psicologia Transpersonale è che l'uomo non sia semplicemente un'unità bio-psichica, ma un insieme aperto e collegato, nella sua realtà più intima, profonda, ad una dimensione 'spirituale' che tutto abbraccia.
C'è dunque un recupero esplicito dell'aspetto spirituale dell'esistenza, senza che questo implichi l'adesione ad un credo o ad una tradizione particolari. Si tratta, infatti - ed è bene sottolinearlo -, di un approccio scientifico, e non fideistico: non prende avvio da rivelazioni o da dogmi, ma da una ricerca attenta e sistematica sugli stati di coscienza non-ordinari, così come si verificano nell'esperienza religiosa e non, di ogni tempo e di ogni cultura. In uno studio di questo tipo, la ricerca psicologica si arricchisce dei portati della mistica comparata, senza assumere in maniera implicita le concezioni filosofiche e culturali che ne stanno alla base. L'uomo acquista così un'identità «transpersonale», cioè un'identità che trascende la struttura della personalità.
La Psicologia esistenziale e quella Umanistica avevano sottolineato il fatto che l'Io non è semplicemente un meccanismo di argine tra impulsi contrastanti (in un'opera di difficile mediazione tra Es e Super-Io) al fine della conservazione dell'individuo, ma un centro autonomo di coscienza, capace di scelte libere e responsabili, e di dare un significato all'esistenza... Aveva mostrato che la caratteristica intima dell'Io è l'auto-trascendenza, cioè la continua tensione ad andare oltre se stessi in un processo di autorealizzazione (e non in direzione della semplice ricerca del piacere, o del potere)... Se la Terza Forza aveva raggiunto una simile prospettiva, la Quarta Forza fa un ulteriore passo in avanti: afferma che l'Io (o Sé) personale è solo il riflesso di un Sé trascendente, di un centro di coscienza transpersonale, in cui tutte le cose trovano la loro origine e il loro principio costitutivo. Il Sé transpersonale costituirebbe così l'unità sottostante l'apparente molteplicità.
Appare evidente come la Psicologia Transpersonale sia stata considerata un importante contributo all'interno del movimento culturale che prende il nome di New Age, alleandosi con altre discipline scientifiche, e in special modo con la fisica teorica contemporanea.
L'uomo e la patologia
la psicologia transpersonale si prefigge come obiettivo non solo la "cura" delle "malattie mentali", ma anche l'esplorazione di una nuova visione della realtà e l'indagine approfondita dei livelli più alti della coscienza personale e collettiva (livelli che nel corso dei secoli sono stati definiti dalle diverse tradizioni culturali con termini che vanno dall'estasi mistica alla esperienza oceanica, dal nirvàna al satori, dal Regno dei Cieli alla coscienza cosmica).
In tal senso, il movimento di pensiero e di ricerca transpersonale si occupa della crescita della persona cosiddetta "sana" e funzionante, e di quei processi detti di autorealizzazione, di sviluppo delle potenzialità e capacità dell'essere umano (non considerate dalle altre "forze").
Quest'esplorazione è favorita proprio dalla possibilità di un autentico confronto tra la psicologia occidentale (in particolar modo, quella esistenziale, umanista e gestaltica) e le psicofilosofie orientali basata sulle tecniche meditative (sufismo, buddhismo, yoga).
Le convergenze, infatti, fra certi approcci psicoterapeutici della psicologia transpersonale e molte tecniche spirituali dell'Oriente sono notevoli. Solo per citarne alcune, basti pensare: l'elaborazione di un modello "olistico", che congiunga la dicotomia corpo/mente e individuo/ambiente; lo sviluppo dell'insight come importante mezzo di conoscenza e azione nella realtà. Il lavoro con le energie psicofisiche; l'interesse verso il Sè (una dimensione d'armonia "numinosa" che trascende e, nello stesso tempo, comprende sia l’io cosciente sia l’inconscio) e verso i processi d'espansione della consapevolezza oltre l’incapsulamento egoico (nella convinzione che l'uomo non è semplicemente un risultato storico-geografico, ma che contiene in sè il seme dell'eternità); e così via. Ciò che vuole sottolineare, attraverso l'utilizzo degli insegnamenti di tali tradizioni, è l'emersione della naturale spinta, latente in ogni uomo, a sviluppare un'altra logica, un'altra visione del mondo, più significativa di quell'attuale.
Il ruolo del terapeuta e il processo terapeutico
La Psicoterapia Transpersonale si muove nella direzione non, come è ovvio, della distruzione delle strutture conservative, ma verso un ritrovato equilibrio tra spontaneità e controllo, a tutt’oggi sbilanciato sul versante del controllo. La straordinaria ampiezza delle tecniche impiegate non sta a significare un assenza di metodo o di identità. La specificità dell’approccio psicoterapeutico transpersonale risulta chiaramente se prendiamo in considerazione la distinzione che fa Vaughan tra Contenuto, Processo e Contesto transpersonale in psicoterapia. Per Contenuti Transpersonali ci riferiamo alle diverse esperienze di ordine transpersonale come ad esempio: stati di trascendenza del sé, stati di benessere ottimale, esperienze mistiche, esperienze estatiche, crisi transpersonali dovute ad emergenze spirituali, stati non-ordinari della coscienza, stati meditativi, esperienze di pre-morte. Compito dello psicoterapeuta transpersonale sarà quello di favorirne la realizzazione, assistere nel conseguente processo di trasformazione e aiutare nella comprensione del significato delle esperienze vissute. Per comprendere cosa significa processo transpersonale possiamo riferirci a quella che Grof descrive come : la struttura dinamica dell’esperienza interiore o a quello che Wilber descrive come lo spettro evolutivo della personalità. Lo psicoterapeuta transpersonale accompagna il cliente mediante pratiche transpersonali o derivate da discipline spirituali come meditazioni, channeling, canti, danze, esercizi psicofisici e di respirazione, pratiche sciamaniche, rituali, visualizzazioni, ecc. lungo un processo che da un’iniziale esplorazione del suo mondo interiore di sensazioni, emozioni, percezioni senza apparente significato ( esperienze astratte secondo Grof, fase prepersonale secondo Wilber) conduce verso l’indagine ed il graduale affrancamento dalla propria storia personale, (esperienze biografiche secondo Grof, fase personale secondo Wilber), il passaggio attraverso esperienze di radicale trasformazione (esperienze di morte-rinascita secondo Grof) e l’accesso alla dimensione transpersonale, luogo delle qualità spirituali e della “vera natura” (esperienze transpersonali secondo Grof, fase transpersonale secondo Wilber). Il Contesto Transpersonale sta invece a significare il quadro all’interno del quale la visione transpersonale legge gli eventi. Una depressione, ad esempio, mentre per la psicoanalisi potrà significare una fissazione alla fase orale dello sviluppo della personalità, per lo psicoterapeuta transpersonale starà a significare una separazione dalla dimensione sacra dell’esistenza. L’ansia nei confronti della vita non verrà letta come un’ angoscia di castrazione rimossa ma bensì, ad esempio, l’emergenza di un archetipo che chiede di venire riconosciuto ed onorato. E’ comprensibile a questo punto come a caratterizzare la psicoterapia transpersonale sia il riconoscimento del contesto piuttosto che non la metodologia usata. E’ vero che la via maestra per l’accesso alla dimensione transpersonale è uno stato di coscienza meditativo, ma è anche vero che si possono preparare le condizioni per la realizzazione di uno spazio meditativo con gli strumenti più svariati come un’ interpretazione, una modifica comportamentale, una ristrutturazione cognitiva e così via. In definitiva, è possibile che vengano usati strumenti tipici del processo transpersonale come meditazione, danze o visualizzazioni senza lavorare in un contesto transpersonale, così come è possibile realizzare un intervento transpersonale usando metodiche, ad esempio, comportamentiste o psicoanalitiche.

domenica 13 marzo 2016

La paura.

Cos'è la paura?


La paura è un sentimento primario, comune sia al genere umano sia al genere animaleLa paura è un'emozione dominata dall'istinto (cioè dall'impulso) che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una suffragata situazione di pericolo; irrompe ogni qualvolta si presenti un possibile cimento per la propria incolumità, e di solito accompagna ed è accompagnata da un'accelerazione del battito cardiaco e delle principali funzioni fisiologiche difensive. Principali controffensive alla paura possono essere:  1) intensificazione delle funzioni fisiche e cognitive teoretiche con relativo innalzamento del livello di accortezza  2) difficoltà di applicazione intellettiva  3) fuga  4) protezione istintiva del proprio corpo (cuore, viso, organi genitali)  5) ricerca di aiuto (sia articolato, sia racchiuso)  6) calo della temperatura corporea  7) sudorazione  8) aumento adrenalinico 9) aumento dell'ansia. La paura è talvolta causa di alcuni fenomeni di modifica comportamentale permanenti, identificati come sindromi ansiose: ciò accade quando la paura non è più scatenata dalla percezione di un reale pericolo, bensì dal timore che si possano verificare situazioni, apparentemente normalissime, ma che sono vissute dal soggetto con profondo disagio. In questo senso, la paura perde la sua funzione primaria, legata alla naturale conservazione della specie, e diventa invece l'espressione di uno stato mentale. La paura di oggetti o contesti può essere appresa; negli animali questo effetto è stato studiato e prende il nome di paura condizionata, che dipende dai circuiti emozionali del cervello. La paura ha differenti gradi di intensità a seconda del soggetto: persone che vivono intensi stati di paura hanno sovente atteggiamenti irrazionali. La paura, come l'ira, è una risposta al dolore o alla sua percezione: nella paura l'eccitazione si ritira (nella nuca), mentre nella rabbia si dirige verso la fonte del dolore, sia questo reale o immateriale. Se un individuo impaurito è costretto ad attaccare l'ira prende il sopravvento e la paura svanisce. In tal senso alcuni atteggiamenti derivanti dagli stati di paura possono essere considerati pericolosi, quando si tramutano in rabbia. La paura può essere descritta con termini differenti a seconda del suo grado di intensità: a) Il timore è la forma meno intensa della paura e si determina quando una situazione promette piacere ma, al tempo stesso, anche dolore: c'è la percezione della possibilità di perdere il piacere, ma ci si muove ancora verso di esso. b) L'ansiaIn questo caso la minaccia del dolore e quella del piacere si equivalgono generando una situazione di conflitto nell'attesa di qualche indizio capace di far pendere la bilancia da una parte o dall'altra. c) La paura emerge quando il contesto è dominato dalla minaccia del dolore o dalla sua percezione: in questo caso si è pervasi dal desiderio di scappare o comunque di allontanarsi dalla fonte di dolore, sia questa reale o immaginaria, di ogni tipo o forma essa sia. d) Il panico. Nel momento in cui la paura diviene travolgente, si determina il panico. L'impulso è sempre quello di scappare ma è talmente forte che si decide di allontanarsi dalla fonte del dolore correndo via alla cieca. La situazione di panico è correlata alla claustrofobia. e) Il terrore è la forma estrema della paura, di intensità ancora maggiore al panico, dove l'impulso a scappare è talmente elevato da ricercare una soluzione immediata: in questo caso l'individuo sceglie di ritirarsi dentro se stesso. Il terrore è una vera propria fuga verso l'interno, la muscolatura si paralizza nel tentativo di ridurre la sensibilità dell'organismo durante l'agonia (immaginata o reale). f) Per orrore si intende un sentimento di forte paura e ribrezzo destato da ciò che appare crudele e ripugnante in senso fisico o morale. Per estensione, orrore può indicare un fatto, un oggetto o una situazione che desta tale sentimento.

Per quale motivo con l'arrivo del buio aumentano le paure e la realtà viene distorta in negativo?



Quando scende la sera si acuiscono le sensazioni di paura e di angoscia riferite a situazioni che di giorno appaiono gestibili  perdiamo uno dei nostri più importanti sensi, la vista, al buio completo, possiamo solo ascoltare e molte volte i rumori più comuni possono sembrarci terribilmente spaventosi perchè non riusciamo a vedere da dove provengono. Basta capire però che il buio, la notte, le tenebre, non sono sempre teatro di macabri spettacoli. La luce a volte è troppo accecante perchè mette in risalto la dura realtà così come è invece il buio con i contorni offuscati, evanescenti, dà spazio alla fantasia. E così l'ombra di un albero che si riflette sulla parete della nostra camera diventa un mostro o un assassino munito di ascia, il semplice scricchiolio del legno diventa il rumore dei passi di uno sconosciuto mentre cominciamo a fantasticare, l'adrenalina sale a mille e se sentiamo un macchina passare saltiamo dal letto come se stessimo vedendo un film dell'orrore. Non bisogna avere paura altrimenti il buio ti fa salire l'ansia invece se si è tranquilli e razionali nei confronti dei rumori che ci circondano, ci si renderà conto che è il momento migliore per parlare con sé stessi in santa pace, per aprirsi alle proprie emozioni più profonde. L'errore da non commettere però è ascoltare i pensieri negativi che la paura genera, meditare concentrandosi sulla respirazione potrebbe essere una soluzione.

Come vincere la paura.


La prima cosa che devi fare è identificare ciò che ti spaventa. Di cosa hai paura, esattamente? Ho usato questo avverbio perché spesso le paure sono generiche. C’è chi ha paura dei cani, chi dei serpenti, chi di un esame o di un test, chi ha paura di dire la verità, chi di parlare in pubblico o di prendere l’aereo, o magari chi ha paura delle persone di un’altra cultura. Tutte queste sono paure generiche e fino a che restano vaghe sarà impossibile affrontarle e vincerle. Devi identificare cosa, in modo particolare, ti spaventa. Se hai paura dei cani, devi capire cosa ti spaventa in particolare. Che ti possano mordere? Se hai paura di un esame, cosa ti spaventa di preciso? Qualche domanda, un argomento specifico, il professore o non essere in grado di farlo? Se hai paura di uno straniero, cosa ti spaventa esattamente? La lingua che non capisci, la sua cultura, la sua condizione economica? Lo consideri diverso e come tale una minaccia? Come vedi da questi esempi devi cercare di capire cosa, di preciso, ti crea paura. Ricorda che non hai mai paura, in generale, dell’esame. C’è sempre qualcosa di preciso che ti spaventa. Tu devi scoprire cos’è. Ad esempio usa queste domande: Cosa ti spaventa esattamente di questa situazione? Cosa dovrebbe accadere per non avere più paura? Non avresti paura se…  Hai sempre paura o ci sono situazioni in cui non la senti? Se sì, quali sono? La paura aumenta in certe situazioni o quando tu hai stati d’animo particolari? Quali? Scrivi le risposte a queste domande per identificare cosa ti fa paura. Più sai essere preciso, o precisa, più sarà facile vincere questa paura. 
Adesso devi identificare dove sta il problema: perché queste cose ti spaventano?Considera che hai paura se ritieni che qualcosa possa farti del male. Questo vale sia in senso fisico, come il morso di un cane o di un serpente, ma soprattutto in senso psicologico come una delusione o la sofferenza. Cosa temi che succeda di negativo? Oppure quale obiettivo che desideri raggiungere potrebbe sfuggirti a causa della situazione che ti spaventa? Una volta capito cosa ti fa paura, devi capirne anche la ragione. Ricorda che dipende tutto da cose pensi. Io potrei considerare una minaccia l’offesa di un amico, ma a te potrebbe non importare nulla. Così potresti aver paura di non superare un esame di abilitazione professionale, mentre se lo fallissi io, non ci starei troppo male. Ognuno di noi ha obiettivi differenti, attribuiamo valore diverso a ogni traguardo. Più qualcosa è importante per te e rischi di perderla, o non raggiungerla, più sarà forte la paura. Pensa qual è il problema, identifica cosa vorresti ottenere ma hai paura di non raggiungere, o cosa temi di perdere.
Rimedio
 Ora che hai un problema chiaro che ti crea paura, dobbiamo agire e possiamo farlo in due modi differenti. Il primo è anticipare la situazione che ti spaventa e fare il possibile per prevenirla. Se hai paura dei cani, evita le case dove ne puoi trovare, i luoghi dove girano quelli randagi e così via. Se temi un esame, puoi studiare nel modo migliore al fine di essere più sicuro, o sicura, di poter rispondere. Il miglior modo per affrontare una paura, specialmente se si tratta di qualcosa che potrebbe verificarsi, è giocare d’anticipo. Ecco qualche domanda utile: Quali sono le situazioni o i luoghi dove è più facile che si verifichi quello che ti spaventa? Puoi evitare certi posti o certe situazioni? Come? Cosa potresti fare per evitare le situazioni a rischio? Quando potresti farlo? In che modo? Quando la paura è legata a qualcosa che potrebbe accadere in futuro, anche solo tra dieci minuti, parliamo di ansia. Se sai come prevenire la minaccia avrai maggiore sicurezza e la paura avrà meno spazio nella tua mente. Ricordalo, hai paura se consideri dannoso qualcosa, ma se sai come evitarlo, la paura scompare.


domenica 6 marzo 2016

Come Amare Incondizionatamente

Definire l'Amore Incondizionato


Considera i tipi d'amore esistenti. Gli antichi greci si sono posti questa domanda e ne hanno definite quattro varianti. Dei quattro, quello definito con il termine agape è quello più simile all'amore incondizionato. L'agape è una scelta, la decisione d'amare a prescindere dalle circostanze e dalle delusioni. Amare in modo incondizionato, dunque, significa amare l'essenza di un'altra persona, a prescindere da ciò che fa o non fa. Chi ha figli solitamente capisce meglio questa idea di amore. Si tratta di un amore che va appreso e praticato. Dovrai scegliere di amare incondizionatamente. I genitori potrebbero controbattere di non avere altra scelta se non di amare i loro figli dalla prima volta che li vedono, ma quell'iniziale sentimento di attaccamento è, magari impercettibilmente, sostituito da una decisione continua di amare il figlio a prescindere dalle circostanze. Renditi conto che amare incondizionatamente non significa essere "accecato" dall'amore. Una persona che si è appena innamorata di un'altra spesso si trova a non vedere la reale immagine della persona amata, con i suoi difetti e imperfezioni. Questo tipo di amore è (almeno dovrebbe essere) temporaneo e deve essere sostituito da un amore a "occhi aperti" a lungo termine, che duri nel tempo. Per amare qualcuno senza condizioni dovrai conoscere le condizioni, buone e cattive. Considera se l'amore romantico può essere incondizionato. Alcune persone ritengono di no, in quanto l'amore romantico deve funzionare in modo condizionato visto che le relazioni sono basate su sentimenti, azioni e aspettative. Secondo questa visione, è impossibile amare incondizionatamente il proprio partner come il proprio figlio. L'amore però non equivale a una relazione. Le relazioni sono condizionali, delle vere e proprie "collaborazioni operative". Una relazione incondizionata è una ricetta per il dominio di una parte sull'altra. Per questo, una relazione può terminare perché la coppia non funziona, ma l'amore incondizionato verso l'altra persona può continuare. In alcuni casi, chiudere una relazione potrebbe essere il modo di lasciare spazio all'amore incondizionato. Pensa all’amore incondizionato come a un'azione, non come a un sentimento. Solitamente consideriamo l'amore un sentimento, ma i sentimenti sono una risposta a qualcosa che "riceviamo" da qualcuno o qualcosa. Di conseguenza, i sentimenti sono subordinati a determinate condizioni. L'amore incondizionato è l'azione, la scelta di impegnarsi per il benessere di un'altra persona. Il sentimento che trai agendo con amore è la tua ricompensa, la risposta che "ottieni" dalle tue azioni. Amare incondizionatamente significa amare in tutte le condizioni. Se devi fare qualcosa, o comportarti in un certo modo, per ricevere amore, quell'amore è condizionato. Se ti è concesso liberamente e senza riserve, è incondizionato.

 Dare Amore Incondizionato



Amati incondizionatamente. L'amore incondizionato inizia da casa, con te stesso. Conosci i tuoi difetti e le mancanze meglio di chiunque altro e meglio di quanto tu possa conoscere un'altra persona. Essere in grado di amarti malgrado la consapevolezza dei tuoi difetti ti mette nelle condizioni di fare lo stesso con gli altri. Per questo, dovrai riuscire a riconoscere, accettare e perdonare le tue imperfezioni, per fare lo stesso con quelle degli altri. Se non riesci a ritenerti degno di amore incondizionato, non potrai mai offrirlo agli altri. Scegli con amore. Chiediti sempre: “Qual è la cosa più amorevole che posso fare per questa persona in questo momento?”. L'amore non è uguale per tutti; quello che potrebbe far piacere a qualcuno potrebbe non essere gradito a qualcun altro, perché non lo fa sentire felice. L'amore incondizionato è una decisione che devi prendere in ogni situazione, non una regola fissa che puoi applicare sempre a tutti. Ad esempio, se due amici stanno affrontando la perdita di una persona cara, potresti porgere la tua spalla su cui piangere e parlare per ore con uno, mentre l'altro potrebbe preferire essere lasciato solo. Perdona chi ami. Fallo anche se non ti viene chiesto scusa. Accantonando la rabbia e il risentimento farai del bene sia a te stesso che agli altri. Tieni in mente il suggerimento di Piero Ferrucci: “Il perdono non è qualcosa che facciamo, ma qualcosa che siamo”. In termini religiosi, avrai sentito il detto "odia il peccato, ama il peccatore". Amare qualcuno incondizionatamente non significa apprezzare tutte le azioni e le scelte delle altre persone; significa non lasciare che queste cose interferiscano con il tuo desiderio che l'altra persona ottenga il meglio in tutti gli ambiti. Se qualcuno che ami dice qualcosa di offensivo preso dalla rabbia, la scelta d'amore è fargli sapere che le sue parole ti hanno ferito, ma perdonare l'errore. Aiuta quella persona a crescere e falle capire di essere amata. Non fraintendere la disponibilità al perdono con la tendenza a lasciare che gli altri ti mettano i piedi in testa. Prendere le distanze da un ambiente nel quale sei sempre trattato male o sei sfruttato può essere la scelta d'amore per te stesso e le altre persone coinvolte. Non pensare di poter proteggere una persona che ami da tutto il dolore e dalla sofferenza. Amare qualcuno significa anche favorirne la crescita individuale e il dolore è uno strumento di crescita inevitabile in questa vita. Amare incondizionatamente significa fare il possibile per rendere l'altra persona felice e a suo agio, ma aiutarla anche a crescere attraverso le inevitabili esperienze sgradevoli. Non mentire per "proteggere" i sentimenti di una persona che ami; dalle invece sostegno quando deve affrontare il dolore. Mentire, ad esempio, riguardo a una situazione finanziaria per evitare preoccupazioni, non farà altro che produrre più dolore e sfiducia nel lungo periodo. Invece, sii onesto, dai sostegno e proponi soluzioni. Accetta te stesso e coloro che ami per quello che sono. Non sei perfetto, ma sei perfettamente capace di dare amore; le altre persone allo stesso modo sono imperfette, ma degne di essere amate. L'amore incondizionato coincide con l'accettazione: non puoi aspettarti che gli altri ti rendano felici con le loro scelte e con il modo in cui vivono. Non puoi controllare gli altri, solo te stesso. Tuo fratello potrebbe essere famoso per le sue scelte discutibili, ma non dovresti amarlo di meno per questo. Non amare qualcuno per come vive, ma perché vive. Ama di più "preoccupandoti" di meno. Prendersi cura del prossimo non è il significato dell'amore? Certo, vorrai prenderti "cura" di una persona impegnandoti per il suo benessere e la sua felicità. Non dovrai farlo, invece, nel senso che il tuo amore si fonda su risultati specifici, la definizione di condizionale. Perciò, non pensare "Non mi interessa cosa ti accade perché il tuo benessere è irrilevante per me; piuttosto "Non mi interessa cosa ti accade perché ti amo a prescindere da scelte e azioni. Non ami in reazione alle azioni che ti rendono felice; ottieni felicità dall'atto di amare incondizionatamente.

Liberarsi dal Peso del Passato e dall'Ansia del Futuro: Il Potere di Adesso (Freeing Yourself from Past and Future: The Power of Now)

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