venerdì 15 aprile 2016

il serpente piumato

Il Serpente Piumato č una delle piů antiche divinitŕ mesoamericane. Venerato da Maya e Aztechi, secondo recenti indagini archeologiche ha origini piů antiche di quanto si credesse: uno dei primi templi a lui dedicati č infatti quello di Teotihuacan, nel Messico Centrale, edificato intorno al 200 d.c.
Sulle origini del culto si possono avanzare piů ipotesi: Quetzalcoatl fu un eroe culturale successivamente divinizzato o nacque giŕ con natura divina? Quel che č certo č che questo titolo fu anche sacerdotale e, forse, regale.
Su questa emblematica figura mitica comune al Centroamerica ha cercato di far luce Laurette Sejournč,l'archeologa di origine francese che scavň a Teotihuacan negli anni "60: un'archeologa, fortunatamente, non digiuna di esoterismo e simbolismo come tanti dei suoi colleghi archeologi ed etnologi, e capace di tracciare connessioni validissime tra il simbolismo esoterico di Quetzalcoatl e la sua dottrina escatologica.
Prima di addentrarci nella densissima simbologia del Serpente Piumato, ne illustrerň il mito.
IL MITO DEL SERPENTE PIUMATO
Il Serpente Piumato č il mitico apportatore di civiltŕ (una sorta di Prometeo, potremmo dire) ma
anche il primo maestro spirituale, che supera il peccato e trascende la materia per ridivenire Luce, bruciando le radici dell'Ego. Il principale mito di Quetzalcoatl di cultura Azteca lo descrive come un re casto che, sotto l'effetto dell'ubriachezza, commette un peccato carnale e, pentito, si dŕ la morte nel rogo appiccato da sé stesso per espiare la sua colpa.Poi, secondo altri miti, discende agli
Inferi in forma di coyote e ruba delle ossa preziose che consentono la creazione dell'essere umano. Anzi, la ricreazione: giacchč il mondo aveva giŕ subito ben 4 distruzioni. Il Serpente Piumato č
dunque il creatore dell'epoca del Quinto Sole, in cui gli esseri umani tornano a vivere dopo le precedenti catastrofi. Che cosa ridona il Serpente Piumato all'uomo? "Ridona il tempo- scrive L.L.Minelli, una delle massime esperte di americanistica che permette al cosmo di riprendere il suo ciclo. Il sole si rimette in movimento: per questo il Quinto Sole č chiamato Movimento, Ollin."
Laurette Sejournč scrive nel suo libro "Il mito del Serpente Piumato" che "Venere, oltre a
simboleggiare Quetzalcoatl, simboleggia l'anima umana": in sostanza, secondo la Sejournč, Quetzalcoatl e il suo insegnamento spirituale di penitenza e caritŕ rappresentano lo strumento di redenzione per l'uomo comune.
Quetzalcoatl infatti dopo la morte e l'espiazione si trasforma in Venere ed ascende al Cielo: ridiventa cioč, parte dell'Uno Cosmico che lo stesso firmamento rappresentava.
Il Serpente Piumato avrebbe la stessa funzione del Cristo nel cristianesimo, porterebbe cioč un messaggio di speranza e salvezza per la particella celeste che ha preso forma umana in questo
mondo. Molti sono i testi aztechi citati da Bernardino de Sahagun che evidenziano come, anche per questa civiltŕ, l'uomo e il cosmo non fossero che il prodotto di una caduta da uno stato perfetto, e scopo dell'esistenza umana fosse il ricongiungersi all'Uno.
IL TEMPIO DI QUETZALCOATL A TEOTIHUACAN
A Teotihuacan, come giŕ anticipato, si trova quello che finora č stato identificato come il primo tempio eretto al Serpente Piumato.
La civiltŕ teotihuacana si sviluppň nel Messico Centrale, sugli altipiani della Valle del Messico e s'impose, nel tempo, gradualmente su gran parte della Mesoamerica.
In che modo l’espansione sia avvenuta, č tuttora oggetto di studio da parte degli specialisti; quel che si sa per certo č che questa cittŕ fu la prima del Messico Centrale ad entrare nel periodo Classico.
Dopo il declino,avvenuto intorno al 600-700 d.c, la cittŕ conobbe seicento anni di abbandono prima di essere riscoperta dagli Aztechi, e trascorsero molti altri anni prima che iniziassero i primi scavi archeologici. Le divinitŕ, che taluni americanisti vogliono considerare prototipi di quelle azteche, in genere sono una commistione di elementi simbolici acquatici e del fuoco, come la stessa Grande Divinitŕ. Recenti ipotesi sulla scrittura, i culti e i sistemi calendariali in uso nel sito potrebbero consentire di far luce sulle prime battute della storia mesoamericana: origini, diffusioni e contatti culturali potrebbero ad esempio chiarire le linee direttrici attraverso le quali la Mesoamerica č approdata al Classico.
Tuttora non conosciamo né la lingua né il ceppo etnico che ha dato vita a questa prima cittŕ amerindia, ma sappiamo che tutte le civiltŕ posteriori furono fortemente influenzate dal Mito di Teotihuacan, in cui si diceva fosse nato il Quinto Sole. La Piramide del Sole, e quella della Luna, costituirono il primo centro urbanistico del sito. La Piramide del Sole fu eretta per prima; qualche decennio piů tardi, fu edificata la Piramide della Luna, all'estremitŕ dell'asse N-S, conosciuto anche con il nome di Viale dei Morti: esso collegava le due Piramidi. Ma non vi sono solo le Piramidi: la piazza della Piramide della Luna ospita uno dei piů belli edifici della cittŕ, il Palazzo del Quetzŕl-Farfalla (Papŕlotl); accanto vi č il Palazzo dei Giaguari. Da questo, č raggiungibile il Palazzo delle Conchiglie Piumate. Questo insieme di monumenti apparteneva probabilmente alle prime fasi storiche di sviluppo della cittŕ.
Il piano urbanistico fu ratificato attorno al 200 d.c, ed ebbe come nuovo centro la Cittadella, contenente il Tempio di Quetzalcoatl, il primo della Mesoamerica.Il tempio di Quetzalcoŕtl č una piramide tronca, con base quadrata, formata da 7 piattaforme sovrapposte nello stile tablero-talud, ornata da teste di serpenti acquatici con collari piumati, conchiglie e grandi chiocciole.Nei tableros, al motivo della testa del serpente piumato si alterna una testa equiparata da alcuni studiosi a Tlaloc, il dio Azteco della Pioggia, correlato anche al tuono e alla fertilitŕ, da altri identificato come una variante iconografica del Serpente del Fuoco e da altri ancora come un’altra divinitŕ.
Secondo la Sejournč, Teotihuacan č costruita in modo da simbolizzare il cammino ascendente dello spirito umano, perché il Tempio del Serpente Piumato č ribassato rispetto alla planimetria
della cittŕ e all'imponenza della Piramide del Sole. Inoltre, nel Tempio si susseguirebbero le teste di rettili piumati o teste di Tlaloc simboleggerebbero il dramma umano dell'incarnazione e della vita. Vita che puň scaturire solo da elementi opposti:acqua e fuoco, dunque.Queste figure in sostanza simbolizzano le forze della creazione stessa, che per il Centroamerica č incontro-scontro di materia e spirito, vita e morte, luce e tenebre. Infine, 45 Il Viale dei Morti rappresenterebbe il cammino che i neofiti della dottrina di Quetzalcoatl percorrevano per giungere alla Piramide del Sole, probabile luogo di iniziazione. Il percorso che gli adepti percorrevano rappresentava l’ascesa del Serpente Piumato da Oriente fino al Sole, dove si era recato scendendo agli Inferi, per poi ricongiungersi all’Universo, all’Uno Cosmico. Questa č un’ipotesi affascinante che perň non č avvalorata da alcuna prova.
Il fatto che siano state scoperte sepolture ad inumazione di gruppetti di 1,4, 9, 18, 20 individui sacrificati agli angoli del tempio durante la fondazione e inaugurazione dell’edificio, fa supporre che la struttura fosse collegato a riti agricoli connessi alla fertilitŕ.Come abbiamo visto, la stessa divinitŕ cui č dedicato il Tempio puň essere relata alla fertilitŕ. A questo proposito, dato che le teste che compaiono sono 365, come i giorni del calendario solare, ma che vi sono anche vari segni che si riferiscono a Venere e alla Luna, il monumento rivela interrelazioni tra i due calendari di 365 e 260 giorni e i cicli agricoli.59 Non di meno, il simbolo venusiano puň essere riferito perň alla figura mitica del Serpente Piumato. Considerato il numero dei sacrificati nel Palazzo del Serpente Piumato, e il loro diretto legame con i valori calendariali, č probabile che anche a Teotihuacan, come presso gli Aztechi, la cosmogonia fosse fondamentale nelle costruzioni.
Per gli Aztechi, particolare valore assume la cosmogonia nelle costruzioni:il numero 4, le direzioni cardinali, erano oggetto di culto e assegnatarie di uno specifico colore in quanto si pensava che vi fosse una divinitŕ reggente per i quattro angoli del mondo. Queste divinitŕ erano figlie della coppia divina, erano i Tetzatlipoca, che soprassiedono a 4 creazioni e relative distruzioni. Secondo il mito, essi fungono da “sole” durante la loro reggenza e il quarto sole fu quello della Dea dell’Acqua. Il tardo mito Azteco del Quinto Sole nato a Teotihuacan dalla cooperazione di tutti gli dei, č noto come il Movimento e d č simbolicamente il numero 5, il centro della croce dei quattro punti cardinali, che riunisce in sé i quattro elementi primordiali che avevano impersonato i quattro soli precedenti.
A questo punto, č interessante notare come a Teotihuacan il Movimento fosse rappresentato da alcune varianti di croci. Una delle croci piů interessanti č senz’altro quella di Quetzalcoatl, di cui disserterň piů avanti.
La leggenda che narra come il Quinto sole nascesse a Teotihuacan in seguito al sacrificio di tutti gli dei precedenti e di una divinitŕ minore, il Purulento, č Azteca e non conosciamo la versione teotihuacana del mito, se mai vi fu; quello che possiamo notare č perň un’evidente continuitŕ storica e simbolica, come determinati simboli, quali la sopraccitata croce, parrebbero dimostrare. Parrebbe che il culto del Serpente Piumato sia nato a Teotihuacan e che gli Aztechi l’abbiano importato. Nel tempo, quello che č stato forse un personaggio storico dotato di carisma spirituale, č stato trasfigurato in un mito: anche questa č un’evidente assonanza con la sorte del Cristo e del cristianesimo.
IL SIMBOLISMO DI QUETZALCOATL
Il Serpente Piumato e la Divinitŕ Vecchia del Fuoco sono tra le divinitŕ piů ,antiche di Teotihuacan e portano spesso effigiato l’emblema del quinquonce, cioč i cinque punti nella croce. Il 5 era il numero sacro per eccellenza, il numero del divino, che vivificava la Creazione, piano materiale scisso in 4 punti (le direzioni cardinali). Tra Quetzalcoatl e il Dio del Fuoco e il fuoco stesso, vi č un evidente rimando: il fuoco mitico in cui il nostro brucia le radici dell’Ego, č componente indispensabile della Creazione, da cui puň scaturire la Vita. Nella mentalitŕ mesoamericana,č evidente il nesso tra il fuoco e la vita, o la resurrezione spirituale: che questo emblema sia associato ad entrambe le divinitŕ ed assuma valore catartico nella dottrina esoterica del Serpente Piumato, non deve stupire.
Altro parallelismo simbolico tra il fuoco e la vita spirituale č fornito dal fatto che la farfalla rappresenti sia l’anima che il fuoco. Il fuoco č l’elemento che permette all’anima di liberarsi della Materia: non solo fisicamente ma anche a livello simbolico, se si intende il fuoco come purificazione, rinuncia, sacrificio trascendente.
Negli affreschi di Teotihaucan e nella sua arte ceramica si trovano anche divinitŕ con attributi come quelli di Xipe Totec, il dio azteco della Primavera: nella versione teotihuacana, esso ha la faccia scorticata, tema che allaccia questa divinitŕ alla penitenza, al sacrificio individuale. E non solo: Xipe Totec č anche il dio della Rinascita, dunque della Liberazione…

LE ACQUE BRUCIANTI E LA CROCE
Ma i glifi piů sacri relati al Serpente Piumato sono quelli delle cosiddette “Acque brucianti” e la “Croce di Quetzalcoatl”.
Ricordiamo che nellacosmologia arcaica mesoamericana, acqua e fuoco sono gli agenti creatori. Da un punto di vista antropologico, come altrove, il culto del fuoco e dell'acqua č ancestralmente legato rispettivamente al maschile e al femminile.
Perchč questo simbolo č cosě vicino alla dottrina di Quetzalcoatl?
Nel mito, il Serpente Piumato brucia su un rogo appiccato da egli stesso, per espiare una colpa di tipo carnale. Una colpa che si puň categorizzare come un vero e proprio peccato, e generalizzare come una mancanza, una reazione d'orgoglio legata alla lussuria e alle tentazioni di questo piano sensibile.
Il Serpente ha una funzione escatologica nella tradizione mesoamericana: egli propone la ricongiunzione all'Uno , egli propone ascesi e rinuncia, egli propone di bruciare le radici dell'Ego.
Il rogo e l'assunzione in cielo di Quetzalcoatl nella forma del pianeta Venere vanno letti in chiave simbolica: egli propone una dottrina escatologica che di fatto, prevede un percorso gnostico.
Un percorso individuale, fatto di caritŕ, rinuncia, ricerca del Divino.
Perchč acque brucianti?
Le acque bruciano perchč sono infuocate: Quetzalcoatl infatti con il suo messaggio salvifico ha vivificato il cosmo, ha reso possibile la Vita. (difatti in molti miti egli concorre alla realizzazione del primo uomo di questo ultimo ciclo di creazione)
Quetzalcoatl ha bruciato l'acqua, operando una contraddizione e sfidando le leggi fisiche, per indicare la via; questo simbolo ricorda il suo sacrificio e la sua ascensione, ma unisce i due precedenti culti dell'acqua e del fuoco, da cui scaturisce la vita.
Quetzalcoatl veniva infatti invocato come "Signore" e "Salvatore" dagli Aztechi che ne ampliarono il culto, anche se lo pervertirono in reiterati e sanguinosi rituali: ecco un altro inevitabile parallelismo col cristianesimo, dove il Salvatore č il Cristo.
La croce di Quetzalcoatl č una delle tante forme del quinquonce: come molta della simbologia messicana, essa fa riferimento alla sacra legge del Centro, per cui solo nel Centro esiste la Veritŕ.
Il Centro č metaforicamente il punto d’incontro tra tendenze avverse, dunque puň essere il solo luogo ove si raggiunge un determinato equilibrio: il luogo ove risiede la Veritŕ, per la cosmologia mesoamericana: e proprio il quinquonce č l’emblema di questo sacro concetto. Come il cuore, al centro dell’organismo umano, rappresenta l’involucro della scintilla divina che deve liberarsi per ritornare al Regno Divino, come spiegano tante raffigurazioni in cui il Serpente Piumato spacca cuori umani, cosě, anche nel macrocosmo, solo il Centro, poiché in perfetto equilibrio, puň ospitare il Divino.


E dove risiede questo divino, nel cosmo? Osserviamo la croce: il centro č raffigurato all’interno di essa. La croce,rappresentazione della materia, č vivificata dal quinto punto, che č l’insegnamento spirituale del Serpente Piumato. Quiinto punto che, in altra sintesi, rappresenta l’anima mundi, posta al centro della Creazione, costituita dalla Materia: dunque, in questo piano creativo, l’ideale punto saldante l’unione di Materia-Spirito: in poche parole, quella particola divina che, se liberata, ci riscatterŕ dall’amaro calice della vita materiale.

martedì 29 marzo 2016

L'importanza della guida spirituale


Nella pratica Yoga e Tantra autentica è assolutamente necessaria l'esistenza di una guida spirituale realizzata: "Un cieco non può guidare un altro cieco"Un maestro Yoga autentico assume con totale responsabilità la guida del discepolo. Tra di loro si stabilisce una relazione ineffabile e libera che, prendendo in considerazione la nobiltà e l'altezza della meta prefigurata, supera nell'amore e nell’empatia anche la relazione genitore-figlio. Evidentemente qui ci riferiamo allo Yoga nei suoi aspetti più profondi. Esiste nei giorni d'oggi una tendenza molto pericolosa in cui si dice che non ci sia bisogno di una guida spirituale, che ognuno può farcela da solo. Un'analisi di buon senso ci fa comprendere che in realtà in ogni campo c'è bisogno di una guida e ancor di più nello Yoga dove alcuni aspetti devono essere attentamente sorvegliati e messi in pratica con saggezza, gradualmente. Tutti i grandi yogi sono d'accordo con questa idea fondamentale. Dall'altra parte, lo Yoga affrontato come una semplice ginnastica non è pericoloso se manca una guida, ma non produrrà nemmeno gli effetti benefici straordinari che può portare invece un'integrazione spirituale.

LA NECESSITA’ DI UNA GUIDA SPIRITUALE PER COLUI CHE CERCA LA VERITA’ ULTIMA
L’importanza attribuita alla relazione guida spirituale-aspirante, tra iniziatore e iniziato, nella tradizione spirituale dell'India come anche in molte vie spirituali esoteriche del mondo, ha fatto nascere nei filosofi moderni la domanda"Perché si deve accettare un altro come guida spirituale o guru?" Non è l'uomo dotato di sufficiente intelligenza per discernere tra ciò che gli è necessario e ciò che non gli è benefico? Non può scegliere da solo in qualunque campo della vita? Sicuramente l'uomo è dotato di ragione e abbastanza volontà per determinare e modificare il proprio destino. Ancora di più, i testi tradizionali sacri affermano che l'aspetto ultimo di ogni essere è di natura divina, quindi Dio stesso rappresenta la guida che c’è dentro ciascun uomo. Allora a cosa serve un guru esterno? Non basta che l'uomo ascolti la voce della guida interiore, invece che sottoporsi ad un altro che, in fin dei conti, è anch'egli mortale come qualunque altro uomo? Non ci sono tanti esempi di yogi, santi e mistici che non hanno avuto nessun guru e tuttavia hanno raggiunto la liberazione, seguendo la loro guida interiore? È vero che ogni uomo ha dentro il suo profondo la scintilla divina, il Sé spirituale. Ma quanti esseri umani lo possono sentire e possono realizzare la sua presenza? Quanti si possono aprire per ricevere la sua guida? L'uomo, così come si manifesta nel periodo attuale sulla terra, ha una visione limitata dall'ignoranza in cui si compiace e non può andare molto lontano da solo, né verso gli aspetti elevati né verso la profondità della sua anima. L'illusione, che è un effetto dell'ignoranza, agisce così fortemente sui suoi sensi, che è molto facile per un tale uomo sbagliare ed ascoltare la voce del suo ego inferiore credendo che questa sia la voce del Sé Divino. Teoricamente è possibile diventare consapevoli della nostra guida interiore ed evolvere da soli sulla via spirituale, come tra l'altro è stato dimostrato da alcuni esseri speciali della storia dell'umanità. Ma, generalmente, questa verità è limitata nella sua applicazione a causa dell'immaturità della coscienza umana nell'attuale stadio di sviluppo. L'essere umano conosce tramite i sensi, orientati il più delle volte verso l'esterno, e difficilmente riesce a rapportarsi verso ciò che non vede o non sente sulla via fisica, quindi gli è difficile credere in una guida che non può essere percepita fisicamente. Una guida invisibile difficilmente può ispirare fiducia. Per superare questa difficoltà naturale, la tradizione indiana riconosce gli AVATAR, incarnazioni del divino in una forma umana, che possono essere percepiti fisicamente e che determinano una trasformazione profonda nella coscienza dell'umanità. Purtroppo le incarnazioni divine sono rare e appaiono soltanto nei periodi cruciali dell'evoluzione dell'universo. Esistono tuttavia altre manifestazioni del divino, i suoi messaggeri che vengono nel mondo con un compito preciso: queste sono le guide spirituali in grado di portare gli esseri umani verso il Sé. Ma nemmeno loro nascono ogni giorno e non molti possono beneficiare del loro insegnamento e della loro guida verso la realizzazione ultima. L’ideale del guru umano o della guida spirituale nella tradizione indiana è l'essere capace di portare a compimento l'aspirazione di profonda trasformazione spirituale di un altro essere umano. Un tale maestro vivente ha percorso già la via spirituale scelta dal ricercatore ed è in grado di mostrare a quest'ultimo la direzione, ed ha anche il potere ditrasmettere al discepolo la verità della sua esperienza e della sua realizzazione. Quindi lui fa diventare vivo e dinamico l'ideale spirituale dell'aspirante, iniziandolo nel conoscere la verità e stimolandolo verso la pratica, per facilitare il concretizzarsi progressivo di questi aspetti nella vita del discepolo; senza un tale maestro è quasi impossibile raggiungere la realizzazione ultima. Il campo spirituale è ancora una zona poco esplorata dalla coscienza umana abituale e se non vogliamo smarrirci su questo ampio e alto territorio dobbiamo appellarci ad un guru che ci può portare direttamente alla meta. Nel RIG-VEDA (X.32.7) troviamo scritto: "Lo straniero chiede qual è la via a colui che conosce questa via. Insegnato da colui che conosce, lui non si smarrisce. Veramente questa è la benedizione della saggezza; lui trova la via che porta diritto in avanti". Le UPANISHAD dichiarano che soltanto colui che ha una guida può realizzare la verità ultima. BRAHMAN, l'Assoluto Divino, l'oggetto della suprema ricerca, non può essere conosciuto soltanto tramite il proprio sforzo mentale. La KATHA UPANISHAD (1.2.8.9) afferma: “Finché un altro non ti parla di BRAHMAN, non potrai trovare la via verso di Lui; perché Lui è più sottile che il sottile e la mente non Lo può raggiungere". Questa comprensione non può essere raggiunta tramite ragionamenti ma soltanto quando è indotta da un altro porta alla vera conoscenza. Soltanto ciò che è rilevato direttamente da un guru può diventare un conoscere vero, e la comprensione profonda può essere comunicata al ricercatore soltanto da colui in cui questo conoscere è vivo. Le UPANISHAD raccontano che anche coloro che erano maestri di una certa scuola spirituale andavano come discepoli da altri maestri quando desideravano realizzare la verità di altre vie. Quindi il più delle volte nemmeno questi saggi potevano assimilare in modo profondo un nuovo insegnamento senza un aiuto. Era necessario qualcosa in più che doveva essere indotto, la tecnica e il discernimento che renda vivo questo conoscere dentro loro stessi. Se i VEDA e le UPANISHAD confermano la necessità e l’indispensabilità di una guida spirituale e parlano di una tradizione della linea GURU-SHISHYA (nella quale il maestro è il primo aspetto, il discepolo è l'altro aspetto e il legame tra di loro è VIDYA, il conoscere), il tantrismo dà una forma molto chiara alla relazione maestro discepolo e la tratta in modo molto profondo. In questa tradizione, il guru rappresenta l'asse principale attorno alla quale si realizza ogni movimento della vita spirituale. Lui non è soltanto un professore capace di insegnare agli altri, ma è molto di più: lui viene visto come un rappresentante di Dio, come una manifestazione dello stesso Dio. Il supremo SHIVA che è senza forma, dice il testo KULARNAVA TANTRA, appare al ricercatore nella forma del guru. I TANTRA affermano in modo chiaro che nessun uomo può avanzare sulla via spirituale senza aiuto. L'uomo potrà leggere molti libri, praticare austerità, raggiungere sbalorditive capacità paranormali, ma la lettura dei testi sacri rimane conoscenza mentale sterile e il rito diventa routine meccanica se queste non sono energizzate e coscientizzate grazie alla personalità di un guru. Solo quegli atti ispirati nel discepolo da parte del suo maestro possono portare Bhakti (la devozione) e Mukti (la liberazione). Anche se un essere umano è dotato di qualità speciali e di un'aspirazione ardente, ha tuttavia bisogno di qualcuno che lo stimoli spiritualmente, che gli induca quella forza (Shakti) che lo farà agire senza errore e seguire sempre la retta via (anche nelle zone che sono oltre le capacità umane di comprensione). Questo aiuto è offerto da parte della guida spirituale. Qualunque sia la natura della sua sadhana (pratica spirituale), sia che si tratti della via della meditazione, dhyana, della devozione rituale, puja o mantra-pujaè sempre il guru colui che inizia, guida e porta l'aspirante verso la realizzazione ultima.

Qual è il ruolo di un maestro?
L'indispensabilità di una relazione guru-shishya (maestro-discepolo) è apparsa in quest'epoca di razionalismo o mera superstizione. Nonostante ciascuno di noi custodisca dentro di sé questa sorta di luce divina, sono ancora troppo pochi coloro che possono percepirne la presenza. Come ci si può aprire per ricevere il Suo insegnamento? Nel regno spirituale, come in altri settori, una preziosa guida con una conoscenza autentica, profonda, dotata di una ricca esperienza che ci viene offerta nel momento opportuno, può aiutarci immensamente a non perdere troppo tempo e a non sprecare energia e sforzi vani. Egli può inoltre aiutarci ad eliminare la sofferenza e la possibilità di un eventuale fallimento. Inoltre sa come agire con saggezza per eliminare le nostre cattive abitudini, che risulterebbero poi ostacoli alla nostra salita, facilitando allo stesso tempo il risveglio e l'amplificazione delle qualità che semplificheranno invece la nostra ascesa. In realtà, il ruolo di un maestro spirituale è quello di accompagnarci nel cammino spirituale fino alla fine, quella fine unica che è l'Infinito, o che alcuni chiamano DIO.

Il modello ideale di maestro spirituale
Spesso, una volta impegnati in una ricerca spirituale autentica, ci troviamo disorientati e confusi, non sapendo quale sia il passo successivo da fare. Ecco che appare con urgenza il bisogno di un maestro. Di fatto, in qualsiasi lavoro, in qualsiasi campo, chi abbia assimilato un rispettivo insegnamento andrà poi ad insegnare e a condividere con gli altri la propria esperienza. Pertanto, in ciascuno di noi vi è l'immagine perfetta di un essere che "sa tutto e può tutto" e a cui si può fare riferimento per adempiere ad un particolare scopo. Questa immagine corrisponde, in realtà, all'ideale del nostro maestro. L'ideale di guru nella tradizione indiana è rappresentato da un essere in grado di soddisfare l'aspirazione di profonda trasformazione spirituale di un altro essere. Un tale maestro autentico ha già percorso il cammino spirituale scelto in qualità di ricercatore ed è in grado di mostrarne la direzione, avendo il potere occulto di trasmettere al discepolo la verità della sua esperienza e la sua realizzazione. In realtà, egli ravviva e dinamizza l'ideale spirituale dell'aspirante, ovvero la liberazione e perfezione spirituale, iniziandolo alla conoscenza della verità e spingendolo allo stesso tempo verso la pratica, per facilitare una concretizzazione progressiva di questi aspetti, nella vita del discepolo. Senza un tale insegnante è quasi impossibile raggiungere la Realizzazione Ultima. Il dominio spirituale è una zona poco esplorata dalla comune coscienza umana e se non vogliamo perderci in questo vasto territorio, si deve fare appello ad un maestro che lo conosce e che ci può condurre direttamente alla meta.

Dipendenza e indipendenza nel rapporto maestro-discepolo
Poiché ogni guida spirituale o guru conduce personalmente il discepolo verso la realizzazione del sé SUPREMO divino, attraverso la  strada che meglio si adatta alla persona in causa, il discepolo deve trovare il proprio maestro e poi, una volta riconosciuto, dedicarsi a lui fino alla fine. Non si tratta di fanatismo o qualunque altra forma di proselitismo, come si tenderebbe a credere, ma solo di un'antica tradizione autentica, verificata dal tempo che ne ha offerto i risultati attesi. Per una mente occidentale, è piuttosto difficile da accettare. Ma se trovate un vero maestro, libero dai condizionamenti di questo mondo effimero e che conosce i segreti dell'universo in cui viviamo, la situazione cambia. Sicuramente vi siete posti molte domande durante questa vita. E solo una piccola parte ha trovato risposta. Immaginate ora di aver incontrato una persona che detiene tutte le chiavi e tutte le risposte. Credete di poter rinunciare alla sua consulenza ed orientamento? Niente affatto. Avete sempre chiesto un suo consiglio e aiuto, sapendo che quello che state facendo va bene ed è sulla buona strada. Questo potrebbe equivalere ad una prima fase dell'evoluzione del rapporto tra discepolo e maestro. La si potrebbe vedere come un qualche tipo di dipendenza, ma noi la chiameremmo piuttosto un ASCOLTARE. In questa fase siamo come un bambino che impara a camminare e richiede di continuo il sostegno del padre. Con il tempo, la situazione cambia, perché più il discepolo assimila esperienza, più deve essere in grado "di camminare sulle sue gambe". Un vero maestro non fa sì che i suoi discepoli diventino dipendenti da lui, anche se apparentemente ne rispettano pienamente la volontà. Mentre ci evolviamo spiritualmente diventiamo sempre più indipendenti, perché cominciamo a capire correttamente come funzionano le leggi divine e siamo in grado di prendere le decisioni migliori per la nostra evoluzione spirituale. La dipendenza iniziale di un discepolo dal suo maestro spirituale è e deve essere rigorosamente temporanea. Nel momento in cui inizia a verificarsi un'evoluzione spirituale, il discepolo deve gradualmente diventare autonomo.

Come trovare il vostro stesso maestro o guida spirituale
La tradizione spirituale Shivananda afferma che "Quando il discepolo è pronto, il maestro appare". Quello che dobbiamo fare è solo volerlo incontrare con tutta la nostra anima, e inoltre cominciare una severa disciplina interna che crei le premesse dell'apparizione del maestro nella nostra vita. Di fatto si parla di una ricerca spirituale intensa, un desiderio effervescente a lottare per avere successo e conoscere il nostro vero sé. In questo cammino potrete trovare varie persone che penserete siano dei maestri. Ma il Maestro è solo uno. E attenzione, spesso è possibile sbagliare. Ci sono molti ciarlatani che sono pronti a offrire "sostegno" in cambio di determinati benefici. Voi dite che è difficile discernere chi sia il vostro vero maestro. Ma vedrete che l'incontro con lui vi darà una comprensione maggiore e un sentimento tale che vi farà capire che è davvero lui.

la verità genera paura.

Non so se ci avete mai fatto caso, ma nelle storie religiose, nei sutra del Buddhismo e Induismo, come nelle parabole delle religioni monoteiste, vi sono due distinti e specifici tipi di seguaci spirituali… Quelli comuni, corrispondenti alle folle numerose che si accalcano clamanti nelle speciali occasioni in cui i grandi Maestri vengono tra loro, e quelli più particolari che li seguono silenziosamente da vicino e pendono direttamente dalle labbra dei loro maestri. Non so se si riesce a capire la grande differenza che c’è tra questi due tipi di "ascoltatori" della Verità. I primi, che anche ai giorni nostri credono di essere in regola semplicemente dedicando alla spiritualità brevi e fugaci periodi della loro vita di tutti i giorni, e gli altri (invero assai di meno) i quali hanno capito che per riuscire a comprendere ed assimilare-bene la verità bisogna dedicare allo spirito molto più tempo di quanto, invece, essi dedicano alla loro componente materiale, vale a dire il loro corpo, la loro persona e l’ego individuale. Per esempio, quando nelle sacre scritture si parla di vita eterna, i primi credono e sperano che essa significhi l’esistenza eterna di essi stessi come persone, come se indicasse l’esistenza di un loro personale corpo-eterno, e ciò sta a dimostrare quanto poco essi capiscano di verità spirituali. Se si preoccupassero di dedicare più tempo alla conoscenza segreta, essi non potrebbero certo fare un errore simile. Le ingiunzioni spirituali dei grandi Esseri che hanno insegnato le dottrine sulla verità dell’esistenza e della vita oltre la vita, parlano chiaro. Tutto ciò che in questo mondo è nato dovrà perire, tutte le cose materiali, compresi i nostri corpi e le nostre menti umane, dovranno scomparire, perché questa è la legge di natura della ‘maya’, o Illusione. L’unica cosa che è sempiterna, permanente ed esisterà per sempre è la nostra "vera-essenza". Ma che cos’è questa nostra vera-essenza, e come è possibile conoscerla e riuscire ad identificarcisi, questo è il difficile problema…
Inanzitutto necessita cominciare a tentare di fare luce su questa verità misteriosa, avvalendoci delle istruzioni segrete del Chan e dei sutra mistici delle dottrine esoteriche, oltre che cercandola all’interno di noi stessi con la meditazione profonda, solo pochi individui possono resistere a questo forte impatto. Non a caso, molti neofiti della Meditazione mostrano subito particolari segni di insofferenza e di incomprensione, non riuscendo a fare la meditazione in un modo calmo e tranquiillo. Tant’è che, dopo massimo due o tre tentativi, neanche ci riprovano. Perfino alcuni dei più esperti, o perlomeno quelli che erano già a conoscenza sperimentando diverse tecniche di meditazione, addirittura accampavano le scuse più strane per giustificare la loro rinuncia.
Ad un primo momento, queste manifestazioni di incapacità a sostenere il peso delle profonde rivelazioni segrete mi avevano fatto pensare alla incapacità di una vera comprensione da parte della grande maggioranza di quelle persone che pure sembrano provare interesse nel frequentare i diversi centri di meditazione e le varie scuole di dottrine religiose. Ma poi ho capito che il problema non stava nel loro non-comprendere, ma nel mal-comprendere. Infatti, poiché è sempre il nostro ego che determina la spinta spirituale e la vera motivazione di accettazione della verità, che è antitetica all’ego, lui allora comprende ma non accetta il fatto che deve farsi da parte, affinchè la giusta comprensione emerga, e quindi si difende rabbiosamente emettendo una forte scarica di… paura. Paura di svuotamento delle proprie energie, paura di andare verso un metafisico ‘horror-vacui’ e, in definitiva, una irrazionale paura di scomparire, perdendo così la sua speranza di poter ottenere proprio quella vita-eterna, a cui l’ego si era tenacemente attaccato.
Quindi, la verità… genera paura. Probabilmente, agli inizi, anche agli individui più spiritualmente dotati può venire una sorta di paura ansiogena per ciò che la mente razionale non può e non vuole comprendere. Possiamo ricordarci della "notte oscura dell’anima" di S. Giovanni della Croce, dei turbamenti di S. Teresa, ma anche delle varie esperienze profondamente struggenti dei grandi santi e mistici Orientali, come Milarepa, come Ramana Maharshi, come il patriarca del Chan, Hui-kè (discepolo di Bodhidharma), tanto per citarne solo alcuni. Perciò, la paura di per sé non è una categorica barriera od ostacolo che possa impedire la forza di volontà, che il perfetto discepolo dovrà obbligatoriamente applicare. La paura è una reazione del tutto umana e poiché il vero adepto è solo colui che ha compreso che la sua natura umana dovrà forzatamente sparire per poter ottenere quella famosa vita-eterna, ecco che egli dovrà lottare contro di essa per sconfiggerla, come nella leggenda di S. Giorgio ed il drago, per poter risultare un "Jina" (Vittorioso), come lo fu il Buddha, che dovette sconfiggere all’interno della sua mente le orde di Mara (la parte satanica e negativa del nostro sé, vale a dire l’ego umano e mortale).
Il problema principale è che con la fuga dalla verità, non si risolve niente. Anzi. La cosa peggiora nettamente. Coloro i quali hanno avuto la grandissima fortuna di essere avvicinati, o essere venuti in contatto, con il Dharma, e non sono stati in grado di affidarcisi e di continuare l’opera, lavorando intensamente su se-stessi, e invece hanno purtroppo scelto di abbandonare il divino-servizio di saper trovare la loro vera natura, la loro vera essenza, non fanno altro che ritardare il loro raggiungimento della vita-eterna. In questo modo, essi perpetuano la loro ricaduta nel mondo samsarico della vita-e-morte, reincarnandosi milioni di volte, così da continuare a sperimentare il dolore e la sofferenza in un ciclo di esistenze senza fine. Così, la loro vita-eterna è una eterna esistenza nel mondo dell’illusione, della falsa identificazione egoica in individui che saranno continuamente costretti, in una forma o l’altra, ad entrare e uscire da questa terribile e drammatica Ruota delle Esistenze, senza mai capire e senza mai arrivare a conoscere la Verità del Dharma, che è l’unica vera via-di-fuga da questa trappola infernale, o come il Buddha diceva, da questa casa-in-fiamme, per salvarsi dalla quale bisognerebbe di corsa saltar fuori senza tergiversare, e senza avere stupidi dubbi illusori o false certezze generate sulla base della nostra ignoranza metafisica. Quindi, cari amici, non è la paura il nostro vero nemico. Il vero nemico è ancora e sempre il nostro ego umano, cioè la mera identificazione con questo personaggio illusorio, e temporaneo, che la fa da padrone senza che il nostro interiore vero-Sé possa scoprirlo e smascherarlo. Perché solo con la nostra resistenza e la forza di volontà di continuare l’autentico Sentiero del Dharma, cioè proprio quello che dice la cruda Verità, la Verità che… fa paura, potremo smascherare e sconfiggere questo ego ingannatore e dispotico, che ci rende schiavi e condannati ad una vita destinata continuamente alla morte, per poi rinascere ed ancora morire. Solo con la verità del Dharma, e con la vera motivazione di farla-finita con l’illusione, noi potremo finalmente approdare alla vera vita-eterna che ci darà la pace e la gioia sempiterna e senza fine del più autentico Nirvana. Shanti!

mercoledì 23 marzo 2016

L'ovoide di Roberto Assagioli e la riscoperta del Sé



 Il pensiero di Roberto Assagioli è stato mal interpretato da alcuni autori contemporanei, soprattutto quelli new-age o delle moderne psicologie.
La sua base di partenza sono la psicanalisi e la psicologia, ma egli va ben oltre, e coniuga queste due dscipline ad una spiritualità necessaria volta alla riscoperta del sé. Altrimenti, di per sé, tali discipline sarebbero confinate allo studio degli aspetti esteriori della personalità.
Non che lo studio dell’inconscio, della sessualità, delle patologie o delle morbosità non sia stato importante, ma esso va coniugato in uno spettro più ampio che vada al di là della singola individualità.

Assagioli è influenzato principalmente da Jung, Bergson (piani conoscitivi di intelletto e intuizione) e Schopenauer (che ha traghettato le concezioni metafisiche indù in Europa), e anche da Vedanta e Upanisad.

Con la psicosintesi ricerca di ricomporre l’Armonia che per lui è la ricomposizione e cooperazione dei diversi io ed energie presenti nell’uomo, ed in questo ci possono aiutare proprio i sistemi indù, dalle scritture alla pratica dello yoga, o anche il buddismo.
Gli uomini possono sviluppare le facoltà che già hanno in loro, ma anche svilupparne di nuove e superiori: per fare ciò l’energia pura del pensiero e una ferrea e ben direzionata volontà sono essenziali. La conoscenza deve essere diretta, Intuizione senza mediazione del ragionamento o esperienze umaniAnche il sentimento è strumento per raggiungere più alti stati di coscienza. Mentre il corpo è un indicatore del problema da risolvere. La vera educazione deve durare per tutta la vita e consiste nello sviluppo armonico delle energie e delle potenzialità dell’uomo. Una delle facoltà latenti sempre presenti nell’uomo è l’intuizione spirituale. Più che sottolineare l’aspetto morboso di una malattia, come aveva fatto la psicanalisi sino ad allora, vedeva le potenzialità sane e creative della psiche. Il termine sintesi stava per armonia (alchemica, ma anche delle culture orientali ed occidentali). La presa di coscienza della lotta della molteplicità di forze presenti all’interno di una singola personalità umana era il punto di partenza; l’obiettivo di base era risvegliare l’autocoscienza e l’esperienza della volontà, per arrivare alla Conoscenza Consapevole del Sé.
Tutti gli elementi vanno mantenuti in una “tensione creativa”, considerando che nessuno degli impulsi dell’uomo è di per sé negativo, ma siamo noi che gli conferiamo, con i nostri pensieri e le nostre azioni, una valenza positiva o negativa.
Però questi devono essere controllati e indirizzati nella giusta direzione da un “centro superiore”. L’armonizzazione personale deve però andare oltre: alla conquista della psicosintesi transpersonale, un processo di autorealizzazione che attraverso la conoscenza del Sé Superiore (immutabile) portano alla conoscenza della Realtà Universale. Particolare attenzione viene data da Assagioli alla via meditativa e alla contemplazioneProcesso di realizzazione spirituale: 1)      crisi che precedono il risveglio spirituale  2)      crisi prodotte dal risveglio spirituale  3)      reazioni  4)      trasmutazioni e sublimazione  5)      Notte Oscura dell’Anima (misticismo). Ciò implica delle purificazioni e il superamento delle 5 paure: della morte (istinto di conservazione), della solitudine (istinto sessuale), della debolezza (istinto gregario), di non essere stimati (istinto di autoaffermazione), dell’ignoto (istinto ad indagare). La vera paura dell’uomo è quella di soffrire, ma “ogni dolore proviene dall’ignoranza e per questo ognuno deve sforzarsi di avere Rette Vedute” Rifiutare il dolore porta a un suo inasprimento, comprenderne il valore spirituale ci eleva. Alla conoscenza e alla comprensione deve seguire un piano d’azioneCome si conosce preliminarmente noi stessi? Assagioli parla da psicanalista: ipnosi, associazioni libere, parole stimolo, studio dei sogni, immagini, espressione scritta, disegno libero.


L’ovoide di Assagioli: la nostra psiche:

1. Inconscio inferiore, il passato, dove sono i ricordi rimossi (attività elementari, impulsi primitivi, emotività, morbosità, facoltà parapsicologiche inferiori).
2. Inconscio medio o subconscio, facilmente accessibile: elaborazione delle esperienze e sede del lavoro intellettuale, immaginativo e creativo
3. Inconscio superiore o superconscio: intuizioni, premonizioni
4. Campo della coscienza attiva e pensante
5. Io personale: non sempre è unificato e centrato (dinamico e costantemente influenzabile)
6. Sé transpersonale, a cui tutti dovrebbero tendere (immutabile). Vi sono delle capacità extrasensoriali ma sono coscienti e frutto di una volontà specifica
7. Inconscio collettivo, comune al genere umano (fa sentire l’uomo irrequieto e contraddittorio).

La Realtà è dotata di Intelligenza, Finalità e Volontà.
Le funzioni umane sono “riflessi” parziali di qualità ed aspetti della Realtà trascendente.

Simbolo: è un modello dal significato universale ma anche una forma di linguaggio. Ne individua 15, presenti praticamente in tutte le culture religiose: introversione, discesa, ascesa, espansione, risveglio, illuminazione, fuoco, evoluzione, potenziamento, amore, sentiero, trasmutazione, nuova rinascita, liberazione.
Tutti gli istinti ed impulsi fondamentali quali la tendenza all’affermazione di sé e le energie combattive e sessuali, sono forze vive e reali, indistruttibili.
La loro repressione può essere causa di disturbi nervosi e psichici.
Queste energie vanno quindi espresse ma trasformate, elevate e sublimate.
Va adottato un atteggiamento obbiettivo verso la sessualità, considerando l’istinto sessuale come un fatto naturale e liberandosi così da paure e condanne morali. Successivamente si può attuare un trasferimento di tali energie verso altri piaceri dei sensi, per poi arrivare ad una estensione del sentimento che si prova verso una sola persona, verso gruppi sempre più vasti fino a comprendere ogni vivente. Infine le energie possono essere sublimate verso attività di natura artistica o intellettuale.
Secondo Assagioli vi è una grande somiglianza fra l’energia sessuale e le energie creative.
Per quanto riguarda la meditazione, Assagioli parla di meditazione riflessiva (lavorìo ordinato della mente, per poi passare alla concentrazione), recettiva (concentrazione della mente ad un livello superiore, a partire dal silenzio mentale), creativa (rigenerazione della personalità).
Anche le parole “evocatrici” stimolano attività ad esse associate.
Con la tecnica del “come se” si agisce come se si possedesse lo stato interiore desiderato (“ogni atto esterno deve essere immaginato o visualizzato, anche inconsciamente”). L’auto-osservazione di ciò produce rinforzo.
La volontà è una qualità spirituale, e più ed elevata più si avvicina alla Volontà Universale. La sua elevazione è strettamente connessa alla Consapevolezza.
Più ci si avvicina alla volontà universale più si riesce a cogliere il piano divino.
Per Assagioli in questa volontà vi rientrano anche delle potenzialità superindividuali.
Per idee ed immagini Assagioli intende rappresentazioni di bisogni, istinti, impulsi e desideri.
Immagini, idee, movimenti ed azioni producono le condizioni fisiche ad essi corrispondenti.
Le immagini e le idee suscitano sentimenti ed emozioni, che a loro volta intensificano le prime.
Attenzione, interesse e ripetizione rafforzano le idee e le immagini.
L’immagine dell’obiettivo da raggiungere mette in moto un’attività diretta a raggiungere tale obiettivo (processo creativo).
La volontà va integrata con l’Amore: essi sono presenti in proporzione inversa nella stessa persona.
Per ottenere la sintesi tra amore e volontà è necessario un controllo cosciente e costante.
L’Amore è rivolto verso l’esterno e tende ad unire.
La Volontà, dinamica, tende ad essere separativa.
Per unirsi con la Volontà Universale, la volontà personale deve essere forte, costante, sapiente e buona: la meta deve essere chiara e le azioni della volontà ben indirizzate ad essa, attraverso le giuste scelte e decisioni.
Tutte le forze vanno dirette verso intenti superiori.

lunedì 21 marzo 2016

ISTRUZIONE CIRCA LE PREGHIERE PER OTTENERE DA DIO LA GUARIGIONE


 L'anelito di felicità, profondamente radicato nel cuore umano, è da sempre accompagnato dal desiderio di ottenere la liberazione dalla malattia e di capirne il senso quando se ne fa l'esperienza. Si tratta di un fenomeno umano, che interessando in un modo o nell'altro ogni persona, trova nella Chiesa una particolare risonanza. Infatti la malattia viene da essa compresa come mezzo di unione con Cristo e di purificazione spirituale e, da parte di coloro che si trovano di fronte alla persona malata, come occasione di esercizio della carità. Ma non soltanto questo, perché la malattia, come altre sofferenze umane, costituisce un momento privilegiato di preghiera: sia di richiesta di grazia, per accoglierla con senso di fede e di accettazione della volontà divina, sia pure di supplica per ottenere la guarigione.
La preghiera che implora il riacquisto della salute è pertanto una esperienza presente in ogni epoca della Chiesa, e naturalmente nel momento attuale. Ciò che però costituisce un fenomeno per certi versi nuovo è il moltiplicarsi di riunioni di preghiera, alle volte congiunte a celebrazioni liturgiche, con lo scopo di ottenere da Dio la guarigione. In diversi casi, non del tutto sporadici, vi si proclama l'esistenza di avvenute guarigioni, destando in questo modo delle attese dello stesso fenomeno in altre simili riunioni. In questo contesto si fa appello, alle volte, a un preteso carisma di guarigione.
Siffatte riunioni di preghiera per ottenere delle guarigioni pongono inoltre la questione del loro giusto discernimento sotto il profilo liturgico, in particolare da parte dell'autorità ecclesiastica, a cui spetta vigilare e dare le opportune norme per il retto svolgimento delle celebrazioni liturgiche.
E' sembrato pertanto opportuno pubblicare una Istruzione, a norma del can. 34 del Codice di Diritto Canonico, che serva soprattutto di aiuto agli Ordinari del luogo affinché meglio possano guidare i fedeli in questa materia, favorendo ciò che vi sia di buono e correggendo ciò che sia da evitare. Occorreva però che le determinazioni disciplinari trovassero come riferimento una fondata cornice dottrinale che ne garantisse il giusto indirizzo e ne chiarisse la ragione normativa. A questo fine è stata premessa alla parte disciplinare una parte dottrinale sulle grazie di guarigione e le preghiere per ottenerle.

 ASPETTI DOTTRINALI

1. Malattia e guarigione: il loro senso e valore nell'economia della salvezza

«L'uomo è chiamato alla gioia ma fa quotidiana esperienza di tantissime forme di sofferenza e di dolore». Perciò il Signore nelle sue promesse di redenzione annuncia la gioia del cuore legata alla liberazione dalle sofferenze (cfr. Is 30,29; 35,10; Bar 4,29). Infatti Egli è «colui che libera da ogni male» (Sap 16,8). Tra le sofferenze, quelle che accompagnano la malattia sono una realtà continuamente presente nella storia umana e sono anche oggetto del profondo desiderio dell'uomo di liberazione da ogni male.
Nell'Antico Testamento, «Israele sperimenta che la malattia è legata, in un modo misterioso, al peccato e al male». Tra le punizioni minacciate da Dio all'infedeltà del popolo, le malattie trovano un ampio spazio (cfr. Dt 28,21-22.27-29.35). Il malato che implora da Dio la guarigione, confessa di essere giustamente punito per i suoi peccati (cfr. Sal 37; 40; 106,17-21).
La malattia però colpisce anche i giusti e l'uomo se ne domanda il perché. Nel libro di Giobbe questo interrogativo percorre molte delle sue pagine. «Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa e abbia carattere di punizione. La figura del giusto Giobbe ne è una prova speciale nell'Antico Testamento. (...) E se il Signore acconsente a provare Giobbe con la sofferenza, lo fa per dimostrarne la giustizia. La sofferenza ha carattere di prova».
La malattia, pur potendo avere un risvolto positivo quale dimostrazione della fedeltà del giusto e mezzo di ripagare la giustizia violata dal peccato e anche di far ravvedere il peccatore perché percorra la via della conversione, rimane tuttavia un male. Perciò il profeta annunzia i tempi futuri in cui non ci saranno più malanni e invalidità e il decorso della vita non sarà più troncato dal morbo mortale (cfr. Is 35,5-6; 65,19-20).
Tuttavia è nel Nuovo Testamento che l'interrogativo sul perché la malattia colpisce anche i giusti trova piena risposta. Nell'attività pubblica di Gesù, i suoi rapporti coi malati non sono sporadici, bensì continui. Egli ne guarisce molti in modo mirabile, sicché le guarigioni miracolose caratterizzano la sua attività: «Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità» (Mt 9,35; cfr. 4,23). Le guarigioni sono segni della sua missione messianica (cfr.Lc 7,20-23). Esse manifestano la vittoria del regno di Dio su ogni sorta di male e diventano simbolo del risanamento dell'uomo tutto intero, corpo e anima. Infatti servono a dimostrare che Gesù ha il potere di rimettere i peccati (cfr. Mc 2,1-12), sono segni dei beni salvifici, come la guarigione del paralitico di Betzata (cfr. Gv 5,2-9.19-21) e del cieco nato (cfr. Gv 9).
Anche la prima evangelizzazione, secondo le indicazioni del Nuovo Testamento, era accompagnata da numerose guarigioni prodigiose che corroboravano la potenza dell'annuncio evangelico. Questa era stata la promessa di Gesù risorto e le prime comunità cristiane ne vedevano l'avverarsi in mezzo a loro: «E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: (...) imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16,17-18). La predicazione di Filippo a Samaria fu accompagnata da guarigioni miracolose: «Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati» (At 8,5-7). San Paolo presenta il suo annuncio del vangelo come caratterizzato da segni e prodigi realizzati con la potenza dello Spirito: «non oserei infatti parlare di ciò che Cristo non avesse operato per mezzo mio per condurre i pagani all'obbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito» (Rm 15,18-19; cfr. 1Ts 1,5; 1Cor 2,4-5). Non è per nulla arbitrario supporre che tali segni e prodigi, manifestativi della potenza divina che assisteva la predicazione, erano costituiti in gran parte da guarigioni portentose. Erano prodigi non legati esclusivamente alla persona dell'Apostolo, ma che si manifestavano anche attraverso i fedeli: «Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?» (Gal 3,5).
La vittoria messianica sulla malattia, come su altre sofferenze umane, non soltanto avviene attraverso la sua eliminazione con guarigioni portentose, ma anche attraverso la sofferenza volontaria e innocente di Cristo nella sua passione e dando ad ogni uomo la possibilità di associarsi ad essa. Infatti «Cristo stesso, che pure è senza peccato, soffrì nella sua passione pene e tormenti di ogni genere, e fece suoi i dolori di tutti gli uomini: portava così a compimento quanto aveva scritto di lui il profeta Isaia (cfr. Is 53,4-5)». Ma c'è di più: «Nella croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta. (...) Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo».
La Chiesa accoglie i malati non soltanto come oggetto della sua amorevole sollecitudine, ma anche riconoscendo loro la chiamata «a vivere la loro vocazione umana e cristiana ed a partecipare alla crescita del Regno di Dio in modalità nuove, anche più preziose. Le parole dell'apostolo Paolo devono divenire il loro programma e, prima ancora, sono luce che fa splendere ai loro occhi il significato di grazia della loro stessa situazione: "Completo quello che manca ai patimenti di Cristo nella mia carne, in favore del suo corpo, che è la Chiesa" (Col 1,24). Proprio facendo questa scoperta, l'apostolo è approdato alla gioia: "Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi" (Col 1,24)». Si tratta della gioia pasquale, frutto dello Spirito Santo. E come san Paolo, anche «molti malati possono diventare portatori della "gioia dello Spirito Santo in molte tribolazioni" (1Ts 1,6) ed essere testimoni della risurrezione di Gesù».
 
2. Il desiderio di guarigione e la preghiera per ottenerla

Premessa l'accettazione della volontà di Dio, il desiderio del malato di ottenere la guarigione è buono e profondamente umano, specie quando si traduce in preghiera fiduciosa rivolta a Dio. Ad essa esorta il Siracide: «Figlio, non avvilirti nella malattia, ma prega il Signore ed egli ti guarirà» (Sir 38,9). Diversi salmi costituiscono una supplica di guarigione (cfr. Sal 6; 37; 40; 87).
Durante l'attività pubblica di Gesù, molti malati si rivolgono a lui, sia direttamente sia tramite i loro amici o congiunti, implorando la restituzione della sanità. Il Signore accoglie queste suppliche e i Vangeli non contengono neppure un accenno di biasimo di tali preghiere. L'unico lamento del Signore riguarda l'eventuale mancanza di fede: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,23; cfr. Mc 6,5-6; Gv 4,48).
Non soltanto è lodevole la preghiera dei singoli fedeli che chiedono la guarigione propria o altrui, ma la Chiesa nella liturgia chiede al Signore la salute degli infermi. Innanzi tutto ha un sacramento «destinato in modo speciale a confortare coloro che sono provati dalla malattia: l'Unzione degli infermi». «In esso, per mezzo di una unzione, accompagnata dalla preghiera dei sacerdoti, la Chiesa raccomanda i malati al Signore sofferente e glorificato, perché dia loro sollievo e salvezza». Immediatamente prima, nella Benedizione dell'olio, la Chiesa prega: «effondi la tua santa benedizione, perché quanti riceveranno l'unzione di quest'olio ottengano conforto, nel corpo, nell'anima e nello spirito, e siano liberi da ogni dolore, da ogni debolezza, da ogni sofferenza; e poi, nei due primi formulari di preghiera dopo l'unzione, si chiede pure la guarigione dell'infermo. Questa, poiché il sacramento è pegno e promessa del regno futuro, è anche annuncio della risurrezione, quando «non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4). Inoltre il Missale Romanum contiene una Messa pro infirmis e in essa, oltre a grazie spirituali, si chiede la salute dei malati.
Nel De benedictionibus del Rituale Romanum, esiste un Ordo benedictionis infirmorum, nel quale ci sono diversi testi eucologici che implorano la guarigione: nel secondo formulario delle Preces, nelle quattro Orationes benedictionis pro adultis, nelle due Orationes benedictionis pro pueris, nella preghiera del Ritus brevior.
Ovviamente il ricorso alla preghiera non esclude, anzi incoraggia a fare uso dei mezzi naturali utili a conservare e a ricuperare la salute, come pure incita i figli della Chiesa a prendersi cura dei malati e a recare loro sollievo nel corpo e nello spirito, cercando di vincere la malattia. Infatti «rientra nel piano stesso di Dio e della sua provvidenza che l'uomo lotti con tutte le sue forze contro la malattia in tutte le sue forme, e si adoperi in ogni modo per conservarsi in salute».
 
3. Il carisma di guarigione nel Nuovo Testamento

Non soltanto le guarigioni prodigiose confermavano la potenza dell'annuncio evangelico nei tempi apostolici, ma lo stesso Nuovo Testamento riferisce circa una vera e propria concessione da parte di Gesù agli Apostoli e ad altri primi evangelizzatori di un potere di guarire dalle infermità. Così nella chiamata dei Dodici alla prima loro missione, secondo i racconti di Matteo e di Luca, il Signore concede loro «il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità» (Mt 10,1; cfr. Lc 9,1), e dà loro l'ordine: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni» (Mt10,8). Anche nella missione dei settantadue discepoli, l'ordine del Signore è: «curate i malati che vi si trovano» (Lc 10,9). Il potere, pertanto, viene donato all'interno di un contesto missionario, non per esaltare le loro persone, ma per confermarne la missione.
Gli Atti degli Apostoli riferiscono in generale dei prodigi realizzati da loro: «prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli» (At 2,43; cfr. 5,12). Erano prodigi e segni, quindi opere portentose che manifestavano la verità e forza della loro missione. Ma, a parte queste brevi indicazioni generiche, gli Atti riferiscono soprattutto delle guarigioni miracolose compiute per opera di singoli evangelizzatori: Stefano (cfr. At 6,8), Filippo (cfr. At 8,6- 7), e soprattutto Pietro (cfr. At 3,1-10; 5,15; 9,33-34.40-41) e Paolo (cfr. At 14,3.8-10; 15,12; 19,11-12; 20,9-10; 28,8-9).
Sia la finale del Vangelo di Marco sia la Lettera ai Galati, come si è visto sopra, ampliano la prospettiva e non limitano le guarigioni prodigiose all'attività degli Apostoli e di alcuni evangelizzatori aventi un ruolo di spicco nella prima missione. Sotto questo profilo acquistano uno speciale rilievo i riferimenti ai «carismi di guarigioni» (cfr. 1 Cor12,9.28.30). Il significato di carisma, di per sé assai ampio, è quello di «dono generoso»; e in questo caso si tratta di «doni di guarigioni ottenute». Queste grazie, al plurale, sono attribuite a un singolo (cfr. 1 Cor 12,9), pertanto non vanno intese in senso distributivo, come guarigioni che ognuno dei guariti ottiene per se stesso, bensì come dono concesso a una persona di ottenere grazie di guarigioni per altri. Esso è dato in un solo Spirito, ma non si specifica nulla sul come quella persona ottiene le guarigioni. Non è arbitrario sottintendere che ciò avvenga per mezzo della preghiera, forse accompagnata da qualche gesto simbolico.
Nella Lettera di san Giacomo si fa riferimento a un intervento della Chiesa attraverso i presbiteri a favore della salvezza, anche in senso fisico, dei malati. Ma non si fa intendere che si tratti di guarigioni prodigiose: siamo in un ambito diverso da quello dei «carismi di guarigioni» di 1Cor 12,9. «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gc 5,14-15). Si tratta di un'azione sacramentale: unzione del malato con olio e preghiera su di lui, non semplicemente «per lui», quasi non fosse altro che una preghiera di intercessione o di domanda; si tratta piuttosto di un'azione efficace sull'infermo. I verbi «salverà» e «rialzerà» non suggeriscono un'azione mirante esclusivamente, o soprattutto, alla guarigione fisica, ma in un certo modo la includono. Il primo verbo, benché le altre volte che compare nella Lettera si riferisca alla salvezza spirituale (cfr. 1,21; 2,14; 4,12; 5,20), è anche usato nel Nuovo Testamento nel senso di «guarire» (cfr. Mt 9,21; Mc 5,28.34; 6,56; 10,52; Lc 8,48); il secondo verbo, pur assumendo alle volte il senso di «risorgere» (cfr. Mt 10,8; 11,5; 14,2), viene anche usato per indicare il gesto di «sollevare» la persona distesa a causa di una malattia guarendola prodigiosamente (cfr. Mt 9,5; Mc 1,31; 9,27; At 3,7).
 
4. Le preghiere per ottenere da Dio la guarigione nella Tradizione

I Padri della Chiesa consideravano normale che il credente chiedesse a Dio non soltanto la salute dell'anima, ma anche quella del corpo. A proposito dei beni della vita, della salute e dell'integrità fisica, S. Agostino scriveva: «Bisogna pregare che ci siano conservati, quando si hanno, e che ci siano elargiti, quando non si hanno». Lo stesso Padre della Chiesa ci ha lasciato la testimonianza di una guarigione di un amico ottenuta con le preghiere di un Vescovo, di un sacerdote e di alcuni diaconi nella sua casa.
Uguale orientamento si osserva nei riti liturgici sia Occidentali che Orientali. In una preghiera dopo la Comunione si chiede che «la potenza di questo sacramento... ci pervada corpo e anima». Nella solenne liturgia del Venerdì Santo viene rivolto l'invito a pregare Dio Padre onnipotente affinché «allontani le malattie... conceda la salute agli ammalati». Tra i testi più significativi si segnala quello della benedizione dell'olio degli infermi. Qui si chiede a Dio di effondere la sua santa benedizione «perché quanti riceveranno l'unzione di quest'olio ottengano conforto nel corpo, nell'anima e nello spirito, e siano liberi da ogni dolore, da ogni debolezza, da ogni sofferenza».
Non diverse sono le espressioni che si leggono nei riti Orientali dell'unzione degli infermi. Ricordiamo solo alcune tra le più significative. Nel rito bizantino durante l'unzione dell'infermo si prega: «Padre santo, medico delle anime e dei corpi, che hai mandato il tuo Figlio unigenito Gesù Cristo a curare ogni malattia e a liberarci dalla morte, guarisci anche questo tuo servo dall'infermità del corpo e dello spirito, che lo affligge, per la grazia del tuo Cristo». Nel rito copto si invoca il Signore di benedire l'olio affinché tutti coloro che ne verranno unti possano ottenere la salute dello spirito e del corpo. Poi, durante l'unzione dell'infermo, i sacerdoti, fatta menzione di Gesù Cristo mandato nel mondo «a sanare tutte le infermità e a liberare dalla morte», chiedono a Dio «di guarire l'infermo dalle infermità del corpo e a dargli la via retta».
 
5. Il «carisma di guarigione» nel contesto attuale

Lungo i secoli della storia della Chiesa non sono mancati santi taumaturghi che hanno operato guarigioni miracolose. Il fenomeno, pertanto, non era limitato al tempo apostolico; tuttavia, il cosiddetto «carisma di guarigione» sul quale è opportuno attualmente fornire alcuni chiarimenti dottrinali non rientra fra quei fenomeni taumaturgici. La questione si pone piuttosto in riferimento ad apposite riunioni di preghiera organizzate al fine di ottenere guarigioni prodigiose tra i malati partecipanti, oppure preghiere di guarigione al termine della comunione eucaristica con il medesimo scopo.
Quanto alle guarigioni legate ai luoghi di preghiera (santuari, presso le reliquie di martiri o di altri santi, ecc.) anch'esse sono abbondantemente testimoniate lungo la storia della Chiesa. Esse contribuirono a popolarizzare, nell'antichità e nel medioevo, i pellegrinaggi ad alcuni santuari che divennero famosi anche per questa ragione, come quelli di san Martino di Tours, o la cattedrale di san Giacomo a Compostela, e tanti altri. Anche attualmente accade lo stesso, come, ad esempio da più di un secolo, a Lourdes. Tali guarigioni non implicano però un «carisma di guarigione», perché non riguardano un eventuale soggetto di tale carisma, ma occorre tenerne conto nel momento di valutare dottrinalmente le suddette riunioni di preghiera.
Per quanto riguarda le riunioni di preghiera con lo scopo di ottenere guarigioni, scopo, se non prevalente, almeno certamente influente nella loro programmazione, è opportuno distinguere tra quelle che possono far pensare a un «carisma di guarigione», vero o apparente che sia, e le altre senza connessione con tale carisma. Perché possano riguardare un eventuale carisma occorre che vi emerga come determinante per l'efficacia della preghiera l'intervento di una o di alcune persone singole o di una categoria qualificata, ad esempio, i dirigenti del gruppo che promuove la riunione. Se non c'è connessione col «carisma di guarigione», ovviamente le celebrazioni previste nei libri liturgici, se si realizzano nel rispetto delle norme liturgiche, sono lecite, e spesso opportune, come è il caso della Messa pro infirmis. Se non rispettano la normativa liturgica, la legittimità viene a mancare.
Nei santuari sono anche frequenti altre celebrazioni che di per sé non mirano specificamente ad impetrare da Dio grazie di guarigioni, ma che nelle intenzioni degli organizzatori e dei partecipanti hanno come parte importante della loro finalità l'ottenimento di guarigioni; si fanno per questa ragione celebrazioni liturgiche (ad esempio, l'esposizione del Santissimo Sacramento con la benedizione) o non liturgiche, ma di pietà popolare incoraggiata dalla Chiesa, come la recita solenne del Rosario. Anche queste celebrazioni sono legittime, purché non se ne sovverta l'autentico senso. Ad esempio, non si potrebbe mettere in primo piano il desiderio di ottenere la guarigione dei malati, facendo perdere all'esposizione della Santissima Eucaristia la sua propria finalità; essa infatti «porta i fedeli a riconoscere in essa la mirabile presenza di Cristo e li invita all'unione di spirito con lui, unione che trova il suo culmine nella Comunione sacramentale».
Il «carisma di guarigione» non è attribuibile a una determinata classe di fedeli. Infatti è ben chiaro che san Paolo, allorché si riferisce ai diversi carismi in 1 Cor 12, non attribuisce il dono dei «carismi di guarigione» a un particolare gruppo, sia quello degli apostoli, o dei profeti, o dei maestri, o di coloro che governano, o qualunque altro; anzi è un'altra la logica che ne guida la distribuzione: «tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole» (1Cor 12, 11). Di conseguenza, nelle riunioni di preghiera organizzate con lo scopo di impetrare delle guarigioni, sarebbe del tutto arbitrario attribuire un «carisma di guarigione» ad una categoria di partecipanti, per esempio, ai dirigenti del gruppo; non resta che affidarsi alla liberissima volontà dello Spirito Santo, il quale dona ad alcuni un carisma speciale di guarigione per manifestare la forza della grazia del Risorto. D'altra parte, neppure le preghiere più intense ottengono la guarigione di tutte le malattie. Così san Paolo deve imparare dal Signore che «ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9), e che le sofferenze da sopportare possono avere come senso quello per cui «io completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).

Liberarsi dal Peso del Passato e dall'Ansia del Futuro: Il Potere di Adesso (Freeing Yourself from Past and Future: The Power of Now)

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