giovedì 13 aprile 2017

la fede di Gesù






GESÙ aveva una fede sublime e sincera in Dio. Egli sperimentò i normali alti e bassi dell’esistenza mortale, ma religiosamente non dubitò mai della certezza della cura e della guida di Dio. La sua fede era frutto della percezione nata dall’attività della presenza divina, il suo Aggiustatore interiore. La sua fede non era né tradizionale né semplicemente intellettuale; era totalmente personale e puramente spirituale.
(2087.2)  Il Gesù umano vedeva Dio santo, giusto e grande, come pure vero, bello e buono. Ed egli focalizzò tutti questi attributi di divinità nella sua mente come “volontà del
Padre che è nei cieli”. Il Dio di Gesù era simultaneamente “Il Santo d’Israele” e “Il Padre vivente ed amorevole che è nei cieli”. Il concetto di Dio come Padre non era originale in Gesù, ma egli esaltò ed elevò l’idea ad un’esperienza sublime compiendo una nuova rivelazione di Dio e proclamando che ogni creatura mortale è un figlio di questo Padre d’amore, un figlio di Dio.

(2087.3)  Gesù non si aggrappò alla fede in Dio come un’anima che si batte in una guerra con l’universo ed in una lotta mortale contro un mondo ostile e peccatore; egli non fece ricorso alla fede soltanto come una consolazione in mezzo alle difficoltà o come un conforto alla minaccia della disperazione; la fede non era una semplice compensazione illusoria delle realtà spiacevoli e delle cose tristi della vita. Davanti a tutte le difficoltà naturali e alle contraddizioni temporali dell’esistenza mortale, egli sperimentava la tranquillità di una fiducia in Dio suprema e indiscussa e provava la straordinaria sensazione di vivere, grazie alla fede, alla presenza stessa del Padre celeste. E questa fede trionfante era un’esperienza vivente di un effettivo conseguimento spirituale. Il grande contributo di Gesù ai valori dell’esperienza umana non fu di aver rivelato così tante idee nuove sul Padre che è nei cieli, ma piuttosto di aver dimostrato così magnificamente ed umanamente un tipo nuovo e superiore di fede vivente in Dio. Su tutti i mondi di questo universo, nella vita di ciascun singolo mortale, Dio non divenne mai una tale realtà vivente come nell’esperienza umana di Gesù di Nazaret.
(2087.4)  Nella vita del Maestro su Urantia, questo e tutti gli altri mondi della creazione locale scoprono un tipo di religione nuovo e più elevato, una religione basata sulle relazioni spirituali personali con il Padre Universale ed interamente convalidata dall’autorità suprema di un’esperienza personale autentica. Questa fede vivente di Gesù era più che una riflessione intellettuale e non era una meditazione mistica.
(2087.5)  La teologia può fissare, formulare, definire e dogmatizzare la fede, ma nella vita umana di Gesù la fede era personale, vivente, originale, spontanea e puramente spirituale. Questa fede non era né rispetto per la tradizione né una semplice credenza intellettuale da considerare come un credo sacro, ma piuttosto un’esperienza sublime ed una profonda convinzione che lo rassicuravano. La sua fede era così reale ed onnicomprensiva che spazzò via completamente qualsiasi dubbio spirituale e distrusse efficacemente ogni desiderio conflittuale. Niente fu in grado di strapparlo dall’ancoraggio spirituale di questa fede fervente, sublime ed intrepida. Anche di fronte all’apparente sconfitta, o nell’angoscia della delusione e di un dispiacere incombente, egli stava tranquillo nella presenza divina, libero da paure e pienamente cosciente della sua invincibilità spirituale. Gesù godeva dell’assicurazione tonificante di possedere una fede inflessibile, ed in ciascuna delle situazioni difficili della vita egli mostrò infallibilmente una fedeltà assoluta alla volontà del Padre. E questa fede superba non fu scossa nemmeno dalla minaccia crudele ed opprimente di una morte ignominiosa.
(2088.1)  In un genio religioso, una forte fede spirituale porta molto spesso direttamente ad un fanatismo disastroso, all’esagerazione dell’ego religioso, ma non fu così per Gesù. Nella sua vita pratica egli non fu influenzato sfavorevolmente dalla sua fede straordinaria e dal suo conseguimento spirituale, perché questa esaltazione spirituale era un’espressione totalmente inconscia e spontanea dell’anima nella sua esperienza personale con Dio.
(2088.2)  La fede spirituale ardente e indomabile di Gesù non divenne mai fanatica, perché essa non tentò mai d’imporsi ai suoi giudizi intellettuali ben equilibrati concernenti i valori proporzionali delle situazioni pratiche e ordinarie della vita sociale, economica e morale. Il Figlio dell’Uomo era una personalità umana splendidamente unificata; egli era un essere divino perfettamente dotato; era anche magnificamente coordinato quale essere umano e divino congiunto, funzionante sulla terra come un’unica personalità. Il Maestro coordinava sempre la fede dell’anima con le sagge valutazioni di un’esperienza matura. La fede personale, la speranza spirituale e la devozione morale erano sempre correlate in un’incomparabile unità religiosa, armoniosamente associata alla percezione acuta della realtà e della sacralità di tutte le fedeltà umane — onore personale, amore per la famiglia, obbligo religioso, dovere sociale e necessità economica.
(2088.3)  La fede di Gesù visualizzava tutti i valori spirituali che si possono trovare nel regno di Dio; per questo egli disse: “Cercate prima il regno dei cieli.” Gesù vedeva nella comunità avanzata e ideale del regno la realizzazione ed il compimento della “volontà di Dio”. L’essenza della preghiera che egli insegnò ai suoi discepoli era: “Venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà.” Avendo così concepito il regno come includente la volontà di Dio, egli si consacrò alla causa di realizzarlo con una stupefacente dimenticanza di sé ed un entusiasmo illimitato. Ma in tutta la sua intensa missione e per tutta la sua vita straordinaria non apparve mai l’accanimento del fanatico né l’esaltazione superficiale del religioso egocentrico.
(2088.4) Tutta la vita del Maestro fu costantemente condizionata da questa fede vivente, da questa sublime esperienza religiosa. Questo atteggiamento spirituale dominava totalmente i suoi pensieri ed i suoi sentimenti, le sue credenze e le sue preghiere, il suo insegnamento e la sua predicazione. Questa fede personale di un figlio nella certezza e nella sicurezza della guida e della protezione del Padre celeste conferì alla sua vita straordinaria un profondo contenuto di realtà spirituale. E tuttavia, malgrado questa profondissima coscienza di stretta relazione con la divinità, questo Galileo, Galileo di Dio, quando si rivolsero a lui chiamandolo Buon Maestro, replicò immediatamente: “Perché mi chiami buono?” Quando ci troviamo di fronte a questa splendida dimenticanza di sé, noi cominciamo a comprendere come il Padre Universale trovò possibile manifestarsi così pienamente a lui e rivelarsi tramite lui ai mortali dei regni.
(2088.5)  Gesù portò a Dio, come uomo del regno, la più grande di tutte le offerte: la consacrazione e la dedizione della propria volontà al maestoso servizio di fare la volontà divina. Gesù interpretò sempre e concretamente la religione totalmente in termini di volontà del Padre. Quando studiate la carriera del Maestro, per quanto concerne la preghiera od ogni altro aspetto della vita religiosa, non guardate tanto a ciò che ha insegnato ma a ciò che ha fatto. Gesù non pregò mai per dovere religioso. Per lui la preghiera era un’espressione sincera dell’atteggiamento spirituale, una dichiarazione della fedeltà dell’anima, un’esposizione della devozione personale, un’espressione di ringraziamento, un sottrarsi alla tensione emotiva, un prevenire il conflitto, un’esaltazione dell’intelletto, una nobilitazione del desiderio, una rivendicazione delle decisioni morali, un arricchimento del pensiero, un rinvigorimento delle inclinazioni superiori, una consacrazione dell’impulso, un chiarimento del punto di vista, una dichiarazione di fede, una resa trascendentale della volontà, un’affermazione sublime della fiducia, una rivelazione del coraggio, la proclamazione di una scoperta, una confessione della devozione suprema, la conferma della consacrazione, una tecnica per appianare le difficoltà e la mobilitazione potente dei poteri congiunti dell’anima per resistere a tutte le tendenze umane all’egoismo, al male e al peccato. Egli visse giusto una tale vita di devota consacrazione a fare la volontà di suo Padre e terminò la sua vita trionfalmente proprio con una tale preghiera. Il segreto della sua incomparabile vita religiosa era questa coscienza della presenza di Dio; ed egli la raggiunse mediante preghiere intelligenti ed un’adorazione sincera — una comunione ininterrotta con Dio — e non in virtù di direttive, di voci, di visioni o di pratiche religiose straordinarie.
(2089.1)  Nella vita terrena di Gesù la religione fu un’esperienza vivente, un movimento diretto e personale dalla venerazione spirituale alla rettitudine pratica. La fede di Gesù portò i frutti trascendenti dello spirito divino. La sua fede non era né immatura e credulona come quella di un bambino, ma sotto molti aspetti assomigliava alla candida fiducia della mente infantile. Gesù nutriva fiducia in Dio in modo molto simile a quella di un bambino verso un genitore. Egli aveva una fiducia profonda nell’universo — una fiducia come quella che il bambino ha per il suo ambiente familiare. La fede sincera di Gesù nella bontà fondamentale dell’universo assomigliava moltissimo alla fiducia di un bambino nella sicurezza del suo ambiente terreno. Egli dipendeva dal Padre celeste come un bimbo si appoggia ai suoi genitori terreni, e la sua fede fervente non dubitò mai per un solo istante della certezza che il Padre celeste vegliasse su di lui. Egli non fu seriamente turbato da paure, da dubbi e da scetticismo. La non credenza non inibiva l’espressione libera ed originale della sua vita. Egli sommava il coraggio fermo ed intelligente di un uomo maturo con l’ottimismo sincero e fiducioso di un bambino che crede. La sua fede era cresciuta ad un tale grado di fiducia da essere priva di paura.
(2089.2)  La fede di Gesù raggiungeva la purezza della fiducia di un bambino. La sua fede era così assoluta e priva di dubbi che rispondeva al fascino del contatto con i suoi simili e alle meraviglie dell’universo. Il suo senso di dipendenza dal divino era così completo e fiducioso da procurargli la gioia e l’assicurazione di una sicurezza personale assoluta. Non c’era finzione esitante nella sua esperienza religiosa. In questo intelletto gigante di uomo maturo la fede del bambino regnava suprema in tutte le materie concernenti la coscienza religiosa. Non è strano che egli abbia detto una volta: “Se non divenite come bambini non entrerete nel regno.” Benché la fede di Gesù fosse simile a quella di un bambino, non era in alcun senso infantile.
(2089.3)  Gesù non chiede ai suoi discepoli di credere in lui, ma piuttosto di credere con lui, di credere nella realtà dell’amore di Dio e di accettare con piena fiducia la sicurezza dell’assicurazione della filiazione con il Padre celeste. Il Maestro desidera che tutti i suoi seguaci condividano pienamente la sua fede trascendente. Nel modo più toccante Gesù sfidò i suoi discepoli, non solo a credere a ciò che egli credeva, ma anche a credere come egli credeva. Questo è il pieno significato del suo unico comandamento supremo: “Seguimi.”
(2090.1)  La vita terrena di Gesù fu consacrata ad un solo grande proposito — fare la volontà del Padre, vivere la vita umana religiosamente e con fede. La fede di Gesù era fiduciosa, come quella di un bambino, ma era totalmente libera da presunzione. Egli prese decisioni ferme e virili, affrontò coraggiosamente molteplici delusioni, superò risolutamente difficoltà straordinarie e fece fronte senza cedimenti alle severe esigenze del dovere. Ci voleva una forte volontà ed una fiducia inesauribile per credere a ciò che Gesù credeva e come egli credeva.

La devozione di Gesù alla volontà del Padre e al servizio dell’uomo era più che una decisione mortale e una determinazione umana; era una consacrazione sincera di se stesso a questa effusione d’amore incondizionata. Per quanto grande sia il fatto della sovranità di Micael, non si deve separare il Gesù umano dagli uomini. Il Maestro è asceso al cielo come uomo così come Dio; egli appartiene agli uomini; gli uomini appartengono a lui. Che peccato che la religione stessa sia così male interpretata da allontanare il Gesù umano dai mortali che si dibattono! Non fate che le discussioni sull’umanità o sulla divinità del Cristo oscurino la verità salvifica che Gesù di Nazaret era un uomo religioso che, per mezzo della fede, giunse a conoscere e a fare la volontà di Dio; egli fu veramente l’uomo più religioso che sia mai vissuto su Urantia.
(2090.3)  I tempi sono maturi per assistere alla risurrezione simbolica del Gesù umano dalla tomba delle tradizioni teologiche e dei dogmi religiosi di diciannove secoli. Gesù di Nazaret non deve più essere sacrificato nemmeno allo splendido concetto del Cristo glorificato. Quale servizio trascendente se, grazie a questa rivelazione, il Figlio dell’Uomo potesse essere recuperato dalla tomba della teologia tradizionale ed essere presentato come il Gesù vivente alla Chiesa che porta il suo nome e a tutte le altre religioni! La comunità cristiana dei credenti non esiterebbe certamente a fare i dovuti aggiustamenti di fede e di pratiche di vita in modo da poter “seguire” il Maestro nella dimostrazione della sua vita reale di devozione religiosa a fare la volontà di suo Padre e di consacrazione al servizio disinteressato degli uomini. I presunti Cristiani temono di svelare un’associazione supponente e non consacrata di rispettabilità sociale e di egoistico cattivo aggiustamento economico? Il Cristianesimo istituzionale teme che sia messa in pericolo, od anche rovesciata, l’autorità ecclesiastica tradizionale se il Gesù di Galilea viene ristabilito nella mente e nell’anima degli uomini mortali come l’ideale della vita religiosa personale? In verità, i raggiustamenti sociali, le trasformazioni economiche, le rigenerazioni morali e le revisioni religiose della civiltà cristiana sarebbero drastici e rivoluzionari se la religione vivente di Gesù soppiantasse improvvisamente la religione teologica a proposito di Gesù.



(2090.4)  “Seguire Gesù” significa condividere personalmente la sua fede religiosa ed entrare nello spirito della vita del Maestro di servizio disinteressato verso l’uomo. Una delle cose più importanti della vita umana è scoprire ciò che Gesù credeva, scoprire i suoi ideali e sforzarsi di raggiungere lo scopo elevato della sua vita. Di tutta la conoscenza umana, ciò che è di maggior valore è conoscere la vita religiosa di Gesù ed il modo in cui egli l’ha vissuta.
(2090.5)  Le persone del popolo ascoltano Gesù con gioia, ed esse risponderanno di nuovo alla presentazione della sua vita umana sincera di motivazione religiosa consacrata, se tali verità saranno proclamate di nuovo al mondo. Il popolo lo ascolta volentieri perché egli era uno di loro, un laico senza pretese; il più grande maestro religioso del mondo era in verità un laico.
(2091.1)  L’aspirazione dei credenti al regno non dovrebbe essere quella d’imitare alla lettera la vita esteriore di Gesù nella carne, ma piuttosto di condividere la sua fede; di avere fiducia in Dio come egli aveva fiducia in Dio e di credere negli uomini come egli credeva negli uomini. Gesù non argomentò mai sulla paternità di Dio o sulla fratellanza degli uomini; egli era un’illustrazione vivente dell’una ed una manifestazione profonda dell’altra.
(2091.2)  Come gli uomini devono progredire dalla coscienza dell’umano alla realizzazione del divino, così Gesù ascese dalla natura dell’uomo alla coscienza della natura di Dio. Ed il Maestro effettuò questa grande ascesa dall’umano al divino mediante il compimento congiunto della fede del suo intelletto mortale e degli atti del suo Aggiustatore interiore. La realizzazione del fatto del raggiungimento della totalità di divinità (in ogni momento pienamente cosciente della realtà della sua umanità) avvenne attraverso sette stadi di coscienza per fede della sua divinizzazione progressiva. Questi stadi di autorealizzazione progressiva furono segnati dai seguenti avvenimenti straordinari nell’esperienza di conferimento del Maestro:
(2091.3)  1. L’arrivo dell’Aggiustatore di Pensiero.(2091.4)  2. Il messaggero di Emanuele che gli apparve a Gerusalemme quando egli aveva circa dodici anni.(2091.5)  3. Le manifestazioni che accompagnarono il suo battesimo.(2091.6)  4. Le esperienze sul Monte della Trasfigurazione.(2091.7)  5. La risurrezione morontiale.(2091.8) 6. L’ascensione in spirito.(2091.9) 7. L’abbraccio finale del Padre del Paradiso, che gli conferiva la sovranità illimitata sul suo universo.

Un giorno una riforma nella Chiesa cristiana potrà incidere abbastanza a fondo da ricondurre agli insegnamenti religiosi non adulterati di Gesù, l’autore ed il rifinitore della nostra fede. Si può predicare una religione a proposito di Gesù, ma, necessariamente, si deve vivere la religione di Gesù. Nell’entusiasmo della Pentecoste, Pietro diede avvio senza volerlo ad una nuova religione, la religione del Cristo risorto e glorificato. L’apostolo Paolo trasformò più tardi questo nuovo vangelo nel Cristianesimo, una religione che incorpora i suoi punti di vista teologici e descrive la sua esperienza personale con il Gesù della strada di Damasco. Il vangelo del regno è fondato sull’esperienza religiosa personale del Gesù di Galilea; il Cristianesimo è fondato quasi esclusivamente sull’esperienza religiosa personale dell’apostolo Paolo. Quasi tutto il Nuovo Testamento è consacrato non alla descrizione della vita religiosa significativa ed ispirante di Gesù, ma alla disamina dell’esperienza religiosa di Paolo e alla descrizione delle sue convinzioni religiose personali. Le sole eccezioni di rilievo a questa affermazione, salvo alcune parti di Matteo, di Marco e di Luca, sono il Libro degli Ebrei e l’Epistola di Giacomo. Anche Pietro, nei suoi scritti, solo una volta è tornato sulla vita religiosa personale del suo Maestro. Il Nuovo Testamento è un superbo documento cristiano, ma riflette scarsamente la religione di Gesù.
(2091.11)  La vita di Gesù nella carne descrive una crescita religiosa trascendente dalle idee iniziali di primitivo timore reverenziale e di rispetto umano, passando per gli anni di comunione spirituale personale, sino ad arrivare infine a quello status avanzato ed esaltato della coscienza della sua unità con il Padre. E così, in una sola breve vita, Gesù passò per quell’esperienza di progressione spirituale religiosa che l’uomo inizia sulla terra e completa generalmente solo alla conclusione del suo lungo soggiorno nelle scuole di formazione spirituale dei livelli successivi della carriera preparadisiaca. Gesù progredì da una coscienza puramente umana delle certezze della fede di un’esperienza religiosa personale, fino alle altezze spirituali sublimi della realizzazione positiva della sua natura divina e fino alla coscienza della sua stretta associazione con il Padre Universale nell’amministrazione di un universo. Egli progredì dall’umile status di dipendenza mortale, che lo indusse a dire spontaneamente a colui che l’aveva chiamato Buon Maestro, “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio”, fino a quella sublime coscienza del raggiungimento della divinità che lo portò ad esclamare: “Chi di voi mi convince di peccato?” E questa ascesa progressiva dall’umano al divino fu un compimento esclusivamente mortale. E quando egli ebbe raggiunto così la divinità, era ancora lo stesso Gesù umano, il Figlio dell’Uomo così come il Figlio di Dio.
(2092.1)  Marco, Matteo e Luca conservano qualcosa del ritratto del Gesù umano, quale s’impegnò nella superba lotta per conoscere la volontà divina e per compiere quella volontà. Giovanni presenta un ritratto del Gesù trionfante, quale egli fu sulla terra nella piena coscienza della sua divinità. Il grande errore commesso da coloro che hanno studiato la vita del Maestro è che alcuni l’hanno concepito come interamente umano, mentre altri l’hanno immaginato come soltanto divino. Durante tutta la sua esperienza egli fu veramente sia umano che divino, come egli è ancora.
(2092.2)  Ma il più grande errore commesso fu che, mentre il Gesù umano era riconosciuto come avente una religione, il Gesù divino (Cristo) divenne una religione quasi dall’oggi al domani. Il Cristianesimo di Paolo assicurò l’adorazione del Cristo divino, ma perse di vista quasi completamente il valoroso e combattente Gesù umano di Galilea, il quale, mediante il valore della sua fede religiosa personale e l’eroismo del suo Aggiustatore interiore, ascese dai livelli più bassi dell’umanità per divenire uno con la divinità, divenendo così la via nuova e vivente per la quale tutti i mortali possono ascendere allo stesso modo dall’umanità alla divinità. In tutti gli stadi di spiritualità e su tutti i mondi, i mortali possono trovare nella vita personale di Gesù ciò che li fortificherà e li ispirerà mentre progrediscono dai livelli spirituali più bassi ai valori divini più elevati, dall’inizio sino alla fine di tutta l’esperienza religiosa personale.
(2092.3)  All’epoca in cui fu scritto il Nuovo Testamento, gli autori non solo credevano molto profondamente nella divinità del Cristo risorto, ma credevano anche devotamente e sinceramente nel suo ritorno immediato sulla terra per completare il regno dei cieli. Questa fede solida nel ritorno immediato del Signore contribuì molto alla tendenza di omettere negli scritti quei riferimenti che descrivevano le esperienze e gli attributi puramente umani del Maestro. L’intero movimento cristiano tese ad allontanarsi dal ritratto umano di Gesù di Nazaret per orientarsi verso l’esaltazione del Cristo risorto, il Signore Gesù Cristo glorificato che sarebbe presto tornato.
(2092.4)  Gesù fondò la religione dell’esperienza personale facendo la volontà di Dio e servendo la fratellanza umana; Paolo fondò una religione in cui il Gesù glorificato diveniva l’oggetto di adorazione e la fratellanza era costituita dai credenti nel Cristo divino. Nel conferimento di Gesù questi due concetti erano potenziali nella sua vita divina-umana, ed è veramente un peccato che i suoi seguaci non siano riusciti a creare una religione unificata che avesse dato un riconoscimento appropriato sia alla natura umana che alla natura divina del Maestro, quali erano inseparabilmente legate nella sua vita terrena e così gloriosamente espresse nel vangelo originale del regno.
(2093.1) Voi non sareste né sorpresi né turbati da nessuna delle forti dichiarazioni di Gesù se soltanto ricordaste che egli era l’uomo religioso più sincero e devoto del mondo. Egli era un mortale interamente consacrato, dedito senza riserve a fare la volontà di suo Padre. Molte delle sue affermazioni apparentemente dure erano più una professione personale di fede e un pegno di devozione che dei comandi ai suoi discepoli. E furono queste stesse unità di proposito e devozione disinteressata che gli consentirono di compiere in una sola breve vita tali progressi straordinari nella conquista della mente umana. Molte delle sue dichiarazioni dovrebbero essere considerate come una confessione di ciò che egli esigeva da se stesso piuttosto di ciò che richiedeva da tutti i suoi discepoli. Nella sua devozione alla causa del regno Gesù bruciò tutti i ponti dietro di lui; sacrificò tutto ciò che gli impediva di fare la volontà di suo Padre.
(2093.2)  Gesù benediceva i poveri perché erano solitamente sinceri e devoti; condannava i ricchi perché erano solitamente licenziosi ed irreligiosi. Egli condannava egualmente il povero irreligioso e lodava il ricco consacrato e devoto.
(2093.3)  Gesù portò gli uomini a sentirsi a casa loro nel mondo; li liberò dalla schiavitù dei tabù ed insegnò loro che il mondo non era fondamentalmente cattivo. Egli non anelava a fuggire dalla sua vita terrena; mentre era nella carne s’impadronì di una tecnica per compiere in modo soddisfacente la volontà del Padre. Egli raggiunse una vita religiosa idealistica in mezzo ad un mondo realistico. Gesù non condivideva la visione pessimistica di Paolo sull’umanità. Il Maestro considerava gli uomini come figli di Dio e prevedeva un futuro eterno e stupendo per coloro che avessero scelto di sopravvivere. Egli non era uno scettico morale; guardava agli uomini positivamente, non negativamente. Egli considerava la maggior parte degli uomini deboli piuttosto che cattivi, più sviati che depravati. Ma qualunque fosse il loro status, essi erano tutti figli di Dio e suoi fratelli.
(2093.4)  Egli insegnò agli uomini ad attribuire un alto valore a se stessi nel tempo e nell’eternità. A causa di questa alta stima che Gesù aveva degli uomini, era pronto a porsi al servizio ininterrotto dell’umanità. E fu questo valore infinito del finito che fece della regola d’oro un fattore essenziale della sua religione. Quale mortale può non essere elevato dalla fede straordinaria che Gesù ha in lui?
(2093.5)  Gesù non offrì delle regole per il progresso sociale; la sua era una missione religiosa, e la religione è un’esperienza esclusivamente individuale. Lo scopo ultimo del compimento più avanzato della società non può mai sperare di trascendere la fratellanza degli uomini basata sul riconoscimento della paternità di Dio insegnata da Gesù. L’ideale di ogni conseguimento sociale può essere realizzato soltanto dalla venuta di questo regno divino.
L’esperienza religiosa spirituale personale risolve efficacemente la maggior parte delle difficoltà mortali; essa seleziona, valuta ed aggiusta efficacemente tutti i problemi umani. La religione non rimuove né distrugge le difficoltà umane, ma le dissolve, le assorbe, le illumina e le trascende. La vera religione unifica la personalità per un efficace aggiustamento a tutte le necessità mortali. La fede religiosa — la guida positiva della presenza interiore divina — consente infallibilmente all’uomo che conosce Dio di gettare un ponte sull’abisso esistente tra la logica intellettuale che riconosce la Causa Prima Universale come Essa e quelle affermazioni positive dell’anima che dichiarano che questa Causa Prima è Lui, il Padre celeste del vangelo di Gesù, il Dio personale della salvezza umana.
(2094.1)  Vi sono esattamente tre elementi nella realtà universale: il fatto, l’idea e la relazione. La coscienza religiosa identifica queste realtà come scienza, filosofia e verità. La filosofia sarebbe incline a considerare queste attività come ragione, saggezza e fede — realtà fisica, realtà intellettuale e realtà spirituale. Noi siamo soliti designare queste realtà come cosa, significato e valore.
(2094.2)  La comprensione progressiva della realtà equivale ad avvicinarsi a Dio. La scoperta di Dio, la coscienza dell’identità con la realtà, equivale a fare l’esperienza del completamento di sé — dell’interezza di sé, della totalità di sé. Sperimentare la realtà totale è la piena realizzazione di Dio, la finalità dell’esperienza di conoscere Dio.
(2094.3)  La somma totale della vita umana è la conoscenza che l’uomo è educato dai fatti, nobilitato dalla saggezza e salvato — giustificato — dalla fede religiosa.
(2094.4) La certezza fisica consiste nella logica della scienza; la certezza morale, nella saggezza della filosofia; la certezza spirituale, nella verità dell’esperienza religiosa autentica.
(2094.5)  La mente dell’uomo può raggiungere dei livelli elevati d’intuizione spirituale e sfere corrispondenti di divinità dei valori perché essa non è interamente materiale. C’è un nucleo spirituale nella mente dell’uomo — l’Aggiustatore della presenza divina. Vi sono tre prove distinte che questo spirito dimora nella mente umana:



(2094.6)  1. La comunione umanitaria — l’amore. La mente puramente animale può essere gregaria per proteggersi, ma soltanto l’intelletto abitato dallo spirito è disinteressatamente altruista ed incondizionatamente amorevole.
(2094.7)  2. L’interpretazione dell’universo — la saggezza. Solo la mente abitata dallo spirito può comprendere che l’universo è benevolo nei confronti dell’individuo.
(2094.8)  3. La valutazione spirituale della vita — l’adorazione. Solo l’uomo abitato dallo spirito può realizzare la presenza divina e cercare di raggiungere un’esperienza più completa in questo anticipo di divinità, e con esso.
(2094.9)  La mente umana non crea valori reali; l’esperienza umana non produce la percezione dell’universo. Per ciò che concerne la percezione, il riconoscimento di valori morali e il discernimento di significati spirituali, tutto ciò che la mente umana può fare è scoprire, riconoscere, interpretare e scegliere.
(2094.10)  I valori morali dell’universo divengono acquisizioni intellettuali mediante l’esercizio dei tre giudizi, o scelte, fondamentali della mente mortale:
(2094.11)  1. Il giudizio di sé — la scelta morale.(2094.12)  2. Il giudizio sociale — la scelta etica.(2094.13)  3. Il giudizio di Dio — la scelta religiosa.
(2094.14)  In tal modo risulta che ogni progresso umano avviene mediante una tecnica congiunta di evoluzione-rivelazione.
(2094.15)  Se un amante divino non vivesse nell’uomo, questi non potrebbe amare disinteressatamente e spiritualmente. Se un interprete non vivesse nella sua mente, l’uomo non potrebbe realizzare veramente l’unità dell’universo. Se un valutatore non dimorasse nell’uomo, non gli sarebbe possibile apprezzare i valori morali e riconoscere i significati spirituali. E questo amante viene dalla fonte stessa dell’amore infinito; questo interprete è parte dell’Unità Universale; questo valutatore è il figlio della Sorgente e Centro di tutti i valori assoluti della realtà divina ed eterna.
(2095.1)  La valutazione morale con un significato religioso — l’intuizione spirituale — implica la scelta dell’individuo tra il bene ed il male, tra la verità e l’errore, tra il materiale e lo spirituale, tra l’umano e il divino, tra il tempo e l’eternità. La sopravvivenza umana dipende in gran parte dalla consacrazione della volontà umana a scegliere quei valori vagliati da questo selezionatore dei valori spirituali — l’interprete e l’unificatore interiore. L’esperienza religiosa personale consiste in due fasi: la scoperta nella mente umana e la rivelazione da parte dello spirito divino interiore. Per eccessiva sofisticheria o a seguito della condotta irreligiosa di persone che si professano religiose, un uomo, od anche una generazione di uomini, possono scegliere di sospendere i loro sforzi per scoprire il Dio che dimora in loro; possono cessare di progredire nella rivelazione divina e di raggiungerla. Ma tali atteggiamenti di non progressione spirituale non possono persistere a lungo a causa della presenza e dell’influenza degli Aggiustatori di Pensiero interiori.
(2095.2)  Questa profonda esperienza della realtà della presenza divina interiore trascende per sempre la rozza tecnica materialistica delle scienze fisiche. Non si può mettere la gioia spirituale sotto un microscopio; non si può pesare l’amore su una bilancia; non si possono misurare i valori morali; né si può stimare la qualità dell’adorazione spirituale.
(2095.3)  Gli Ebrei avevano una religione di sublimità morale; i Greci evoluzionarono una religione di bellezza; Paolo ed i suoi confratelli fondarono una religione di fede, di speranza e di carità. Gesù rivelò ed esemplificò una religione d’amore: la sicurezza nell’amore del Padre, con la gioia e la soddisfazione risultanti dal condividere questo amore nel servizio della fratellanza umana.
(2095.4)  Ogni volta che un uomo fa una scelta morale meditata, fa immediatamente l’esperienza di una nuova invasione divina della sua anima. La scelta morale costituisce la religione come motivo di risposta interiore alle condizioni esteriori. Ma una tale vera religione non è un’esperienza puramente soggettiva. Essa significa che l’insieme della soggettività dell’individuo è impegnato in una risposta significativa ed intelligente all’obiettività totale — all’universo e al suo Autore.
(2095.5)  L’esperienza squisita e trascendente di amare e di essere amati non è soltanto un’illusione psichica perché è così puramente soggettiva. La sola realtà veramente divina e realmente oggettiva che è associata agli esseri mortali, l’Aggiustatore di Pensiero, funziona all’osservazione umana apparentemente come un fenomeno esclusivamente soggettivo. Il contatto dell’uomo con la realtà oggettiva più elevata, Dio, avviene soltanto attraverso l’esperienza puramente soggettiva di conoscerlo, di adorarlo e di realizzare la filiazione con lui.
(2095.6)  La vera adorazione religiosa non è un monologo futile di autoillusione. L’adorazione è una comunione personale con ciò che è divinamente reale, con ciò che è la fonte stessa della realtà. Per mezzo dell’adorazione l’uomo aspira ad essere migliore e a raggiungere così alla fine il meglio.
(2095.7)  L’idealizzazione della verità, della bellezza e della bontà, ed il tentativo di servirle, non è un sostituto dell’esperienza religiosa autentica — la realtà spirituale. La psicologia e l’idealismo non sono l’equivalente della realtà religiosa. Le proiezioni dell’intelletto umano possono in verità originare dei falsi dei — degli dei ad immagine dell’uomo — ma la vera coscienza di Dio non ha una tale origine. La coscienza di Dio risiede nello spirito interiore. Molti dei sistemi religiosi dell’uomo provengono dalle formulazioni dell’intelletto umano, ma la coscienza di Dio non è necessariamente una parte di questi grotteschi sistemi di schiavitù religiosa.
(2095.8)  Dio non è la semplice invenzione dell’idealismo dell’uomo; egli è la fonte stessa di tutti questi valori e percezioni superanimali. Dio non è un’ipotesi formulata per unificare i concetti umani della verità, della bellezza e della bontà; egli è la personalità d’amore da cui derivano tutte queste manifestazioni dell’universo. La verità, la bellezza e la bontà del mondo degli uomini sono unificate dalla spiritualità crescente dell’esperienza dei mortali che si elevano verso le realtà del Paradiso. L’unità della verità, della bellezza e della bontà può essere realizzata soltanto nell’esperienza spirituale della personalità che conosce Dio.
(2096.1) La moralità è il terreno essenziale preesistente della coscienza personale di Dio, della realizzazione personale della presenza interiore dell’Aggiustatore, ma tale moralità non è la fonte dell’esperienza religiosa e l’intuizione spirituale che ne risulta. La natura morale è superanimale, ma subspirituale. La moralità equivale al riconoscimento del dovere, alla realizzazione dell’esistenza del bene e del male. La zona morale s’interpone tra il tipo di mente animale e quello umano, come la morontia funziona tra la sfera materiale e quella spirituale di compimento della personalità.
(2096.2) La mente evoluzionaria è capace di scoprire la legge, la morale e l’etica; ma lo spirito conferito, l’Aggiustatore interiore, rivela alla mente umana in evoluzione il legislatore, il Padre-sorgente di tutto ciò che è vero, bello e buono; ed un tale uomo illuminato ha una religione ed è spiritualmente dotato per iniziare la lunga ed avventurosa ricerca di Dio.
(2096.3)  La moralità non è necessariamente spirituale; essa può essere interamente e puramente umana, benché la vera religione elevi tutti i valori morali e li renda più significativi. La moralità senza religione non riesce a rivelare la bontà ultima, né riesce ad assicurare la sopravvivenza nemmeno ai propri valori morali. La religione favorisce l’elevazione, la glorificazione, ed assicura la sopravvivenza di tutto ciò che la moralità riconosce ed approva.
(2096.4)  La religione sta sopra alla scienza, all’arte, alla filosofia, all’etica e alla morale, ma non è indipendente da esse. Esse sono tutte indissolubilmente interrelate nell’esperienza umana, personale e sociale. La religione è l’esperienza suprema dell’uomo nella sua natura mortale, ma il linguaggio finito rende per sempre impossibile alla teologia descrivere in maniera adeguata la vera esperienza religiosa.
(2096.5)  La percezione religiosa possiede il potere di trasformare una sconfitta in desideri superiori ed in nuove determinazioni. L’amore è la motivazione più elevata che l’uomo possa utilizzare nella sua ascensione nell’universo. Ma l’amore, quando è spogliato della verità, della bellezza e della bontà, è soltanto un sentimento, una deformazione filosofica, un’illusione psichica e un inganno spirituale. L’amore deve sempre essere ridefinito su livelli successivi di progressione morontiale e spirituale.
(2096.6)  L’arte ha origine dal tentativo dell’uomo di sfuggire alla mancanza di bellezza nel suo ambiente materiale; è un gesto verso il livello morontiale. La scienza è lo sforzo dell’uomo per risolvere gli enigmi apparenti dell’universo materiale. La filosofia è il tentativo dell’uomo di unificare l’esperienza umana. La religione è il gesto supremo dell’uomo, la sua magnifica tensione verso la realtà finale, la sua determinazione a trovare Dio e ad essere simile a lui.
(2096.7)  Nel regno dell’esperienza religiosa, la possibilità spirituale è una realtà potenziale. La spinta in avanti spirituale dell’uomo non è un’illusione psichica. Tutto il favoleggiare dell’uomo sull’universo può non corrispondere a dei fatti, ma molto, moltissimo, è verità.
(2096.8)  La vita di alcuni uomini è troppo grande e nobile per abbassarsi al livello di una semplice riuscita. L’animale deve adattarsi all’ambiente, ma l’uomo religioso trascende il suo ambiente ed in questo modo sfugge ai limiti del mondo materiale presente per mezzo di questa percezione dell’amore divino. Questo concetto dell’amore ingenera nell’anima dell’uomo quello sforzo superanimale per trovare la verità, la bellezza e la bontà; e quando le trova, egli è glorificato nel loro abbraccio; è consumato dal desiderio di viverle, di agire rettamente.
(2097.1)  Non scoraggiatevi; l’evoluzione umana sta ancora progredendo e la rivelazione di Dio al mondo, in Gesù e per mezzo di Gesù, non mancherà.
(2097.2)  La grande sfida per l’uomo moderno è di giungere ad una comunicazione migliore con il Monitore divino che dimora nella mente umana. La più grande avventura dell’uomo nella carne consiste nello sforzo ben equilibrato e sensato di avanzare oltre i confini dell’autocoscienza attraverso i regni indistinti della coscienza embrionale dell’anima, in uno sforzo sincero di raggiungere la zona di confine della coscienza dello spirito — il contatto con la presenza divina. Una tale esperienza costituisce la coscienza di Dio, un’esperienza che conferma potentemente la verità preesistente dell’esperienza religiosa di conoscere Dio. Questa coscienza dello spirito equivale alla coscienza della realtà della filiazione con Dio. Altrimenti, l’assicurazione della filiazione è l’esperienza della fede.
(2097.3) E la coscienza di Dio equivale all’integrazione del sé con l’universo e sui suoi livelli più elevati della realtà spirituale. Solo il contenuto spirituale di un valore qualunque è imperituro. Anche ciò che è vero, bello e buono può non perire nell’esperienza umana. Se l’uomo non sceglie di sopravvivere, allora l’Aggiustatore sopravvivente conserva quelle realtà nate dell’amore e nutrite nel servizio. E tutte queste cose sono parte del Padre Universale. Il Padre è amore vivente, e questa vita del Padre è nei suoi Figli. E lo spirito del Padre è nei figli dei suoi Figli — negli uomini mortali. Quando tutto è detto e fatto, l’idea di Padre è ancora il concetto umano più elevato di Dio.

Storia di un uomo-Dio

Gesù di Nazareth è un "caso" assolutamente singolare.
Chi è cristiano, cioè "di Cristo", non può non crescere nella sua comprensione. Il compito di capire chi è Cristo è, per i credenti,
doveroso, inesauribile, gratificante.La ricerca deve partire dalla storia perché deve essere condivisibile da chiunque voglia cercare la verità senza pregiudizi, per approdare alla teologia, supponendo in questo caso la fede.
Di Gesù direttamente non abbiamo nulla: né ritratti, né autobiografie.
Tutto ciò che di lui sappiamo è mediato, veicolato, da testimoni che hanno visto, udito, toccato.
Di Gesù si può dunque fare una ricostruzione approssimativa: la verità su di lui, va sempre al di là di ogni nostra volontà di identificazione. Nonostante ciò, però, attraverso i documenti che possediamo su di lui, possiamo fare un identikit abbastanza sicuro di lui.
Partiamo dai Vangeli, e lì ci fermiamo, escludendo volontariamente e gli autori pagani (Tacito, Sallustio, Plinio, Seneca, ecc.) ed ebrei (Giuseppe Flavio), perché riportano testimonianze indirette su Gesù; e i Vangeli apocrifi, perché non sono attendibili.
L'augurio è che tutti alla fine possano arrivare a proclamare con la lingua e testimoniare con la vita che: "Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio" e avere la vita nel suo nome (cfr Gv
20,31).
L'aspetto esteriore
Partiamo per la nostra indagine su Gesù dall'aspetto esteriore, da ciò che era più percepibile (osservabile) da parte di chi lo incontrava per le strade della Palestina. Come andava vestito?
Da quello che i Vangeli ci dicono, andava vestito bene! Il suo abito non è quello di Giovanni il Battista (veste di peli di cammello con una cintura di pelle ai fianchi) ma quello degli ebrei osservanti e dei notabili: portava una tunica abbastanza preziosa, i soldati, infatti, sotto la croce, non se la sentono di dividerla (cfr Gv 19,23-24) e il mantello dei rabbini con le frange (cfr Mt 9,20-22).
Come lo si chiama?
Ci si rivolge a lui col titolo di "Signore e Maestro" (cfr Mt 8,6.8; 15, 22-28; 22,16.24.36), e lui non rifiuta questi titoli onorevoli, anzi ne dichiara la pertinenza: "Voi mi chiamate Signore e Maestro e fate bene, perché lo sono" (Gv 13,13).
Chi frequenta?
La sua signorilità gli consente di essere invitato in case di persone socialmente ragguardevoli (Mt 9,10; Lc 5,29; 7,36-50; 11,37; 14,1; 15,1-2), ma non disdegna di parlare con gli umili e insegnare partendo dalla loro esperienza (cfr. le parabole: pescatori, pastori, casalinghe, ecc.). Sembra che gli sventurati e gli oppressi siano l'oggetto delle sue attenzioni: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11,28).
Dove abita?
In Galilea, a Cafarnao, abitualmente dimora presso S. Pietro (Mc 1,29-35; 2,1-2). A Betania presso i suoi amici: Lazzaro, Marta e Maria (Lc 10,38-42). Anche all'estero, in Fenicia, ha dove abitare (Mc 7,24). Il famoso detto: "Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo" (Mt 8,20), va intesa come espressione rivolta a coloro che vogliono seguire Cristo in uno stato di compromesso col benessere borghese della vita.
Era di buona salute?
Sempre nei Vangeli Gesù ci appare di buona salute. Resistente alla fatica e agli strapazzi. Ama cominciare prestissimo la giornata (Mc 1,35), alle volte veglia per tutta la notte (Lc 6,12), sopporta lo stress (Mc 3,20; 6,31).
Gesù era un formidabile camminatore: ha percorso tutta la Palestina in lungo e in largo varie volte!
Era bello o brutto?
Probabilmente era avvenente. Luca (11,27-28) ci narra che una donna fa gli elogi alla madre che aveva partorito un uomo di tale fascino e Gesù la invita a più pertinente attenzione non tanto alla sua apparenza quanto alla parola di Dio che predica.
Tuttavia c'è un elemento che non sfugge alla considerazione, essendo questo lo specchio dell'anima: l'occhio (Mt 6,22). I Vangeli riportano il guardare di Gesù, come guardare intorno:
periblépesthe guardare in alto: anablépein e guardare dentro: emblépein.
Il guardare intorno indica tanti atteggiamenti di Gesù: affetto verso i discepoli(Mc 3,34), sdegno (Mc 3,5 e 11,11). Il guardare in alto indica l'atteggiamento della preghiera (Mc 6,41 e 7,34). Il guardare dentro invece indica lo scrutare i cuori e i pensieri (Lc 17,18; Mc 10,21) e soprattutto lo sguardo che segna per sempre S. Pietro. (Gv 1,41 e Lc 22,61-62).

La psicologia di Gesù
I Vangeli anche su questo punto ci rivelano, attraverso varie testimonianze, i pensieri, la mentalità, gli affetti, i sentimenti, il temperamento, lo stile espressivo e comportamentale di Gesù di Nazareth.
  • Grande chiarezza di idee: Non usa mai formule dubitative: forse, mi sembra, può darsi.
  • Attenzione alla realtà umana: Gesù è un grande osservatore del quotidiano (cfr Lc 7,32: i bambini che suonano e cantano, il vicino scocciatore, la donna che spazza la casa alla ricerca del denaro perduto, la partoriente che prima grida e poi è nella gioia, i banchieri che offrono un interesse sul capitale loro affidato, i braccianti disoccupati, la casalinga che prepara la farina col lievito per il pane, ecc.)
  • Forte volontà: "Si diresse decisamente verso Gerusalemme" (Lc 9,15). Egli cammina dinanzi ai suoi discepoli, senza titubanza (Mc 10,32).
  • E' libero di fronte ai parenti e oppositori: tanto libero che lo credono pazzo (Mc 3,21). E' libero dinanzi all'autorità: "II Padre mio lavora sempre e anch' io lavoro" (Gv 5,17). Egli riconosce l'autorità costituita, sia religiosa che politica, ma non ha timori reverenziali nei suoi confronti. Basti pensare ai "Guai!" rivolti ai farisei e scribi (Mt 23,32), all'epiteto dato ad Erode: "volpe" (Lc 13,32) e al riconoscimento che i farisei e gli erodiani gli rivolgono: "Maestro sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia gli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio" (Mc 12,14).
  • È libero dagli amici: Il caso più clamoroso è quello di Pietro, lo chiama satana, (Mt 16,21).
  • È libero dai giudizi altrui: Non si preoccupa dei giudizi malevoli (Mt 11,19). Si direbbe che ritiene valido anche per se l'ammonimento che ha rivolto agli altri: "Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi" (Lc 6,26).
  • È sensibile e compassionevole: Sente tristezza e rabbia per la durezza del cuore dei suoi contemporanei (Mc 3,16). Sente compassione per la sventura della vedova di Nain (Lc 7,13), o per i ciechi di Gerico (Mt 20,34), o per la folla affamata (Mc 8,1) e sbandata come pecore senza pastore (Mc 6,34).
  • È amico. Gli Apostoli sono i suoi amici (Gv 15,5). Si preoccupa per loro quando li vede stanchi: '"Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un pò" (Mc 6,31).Ha la predilezione per tre di essi: Pietro, Giacomo e Giovanni e li vuole con se nell'ora della luce (Mc 9,28) e nell'ora delle tenebre (Mc 14,32). Più di tutti ama Giovanni (il discepolo che Gesù amava in assoluto: Gv 13,23; 19,5; 20,2; 21,7.20). E' inoltre amico di Lazzaro e delle sorelle (Gv 11,5).
  • Non si vergogna dei bambini e delle donne. E' nota l'amabilità di Gesù verso i bambini (Mc 10,13-16) ed è manifesta la gentilezza d'animo verso le donne. Salva dalla lapidazione l'adultera (Gv 8, 1-11). Loda la prostituta che gli unge i piedi (Lc 7,36-50). Parla con libertà con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, tanto che i discepoli sono meravigliati che parlasse con una donna (Gv 4,27).
  • Dominio di se. E' tranquillo e impavido nel bel mezzo di una tempesta (Mc 4, 35- 41) e quando lo vogliono scaraventare giù dal precipizio, lui se ne va passando in mezzo alla folla inferocita ( Lc 4, 28-30).
  • Piange e gioisce. Davanti alle lacrime di Maria, sorella di Lazzaro, si turba (Gv 11,33) e davanti al sepolcro dell'amico, piange (Gv 11,35). Contemplando la città santa, Gerusalemme, piange, perché essa non ha riconosciuto il giorno della visita del suo Signore (Lc 10,41-42). Gioisce quando i discepoli tornano pieni di gioia dalla missione (esultò nello spirito) (Lc 10,17-21). Sa stare in compagnia, visto che tanti gaudenti e buontemponi lo invitano a mangiare a casa loro. Se fosse stato un musone non l'avrebbero mai invitato!
  • È un integrato. Gesù è perfettamente integrato nella società del tempo. Osserva il sabato, celebra la Pasqua, paga le tasse (Mt 17,24-25), rispetta ogni ordinamento, anche quello sanitario: "presentatevi ai sacerdoti, perché constatino la guarigione" (cfr Lc 17,14) dice ai lebbrosi guariti, rispetta anche l'ordine politico: "Date a Cesare quello che è di Cesare" (Mt 12,13-17). Sa gestire la vita della comunità grazie al denaro e non solo alla Provvidenza. Infine non ha vergogna di prospettare il "guadagno" (sia pure un guadagno ultraterreno), come incitamento ad agire bene (Mt 5, 2; 6,4; .6.17; Lc 6,23), anche in questo Gesù era un uomo "concreto e pratico" non un distaccato e disinteressato.

L 'originalità della sua dottrina e dei suoi atti.
  • Una dottrina nuova. "Nessuno ha mai parlato come parla quest'uomo!" (Gv 7,46) affermano le guardie del Sinedrio mandate ad arrestare Gesù. Già all'inizio del suo ministero pubblico gli ascoltatori percepiscono di essere di fronte a qualcosa di inaspettato, di inedito, di sconvolgente; e ne sono intimiditi. Marco ci riferisce che a Cafarnao: "Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: 'Che è mai questo? Una dottrina nuova, insegnata con potenza" (Mc1,27). Gesù dunque insegna con un fare diverso da quello abituale degli scribi. Non rimane asettico all'insegnamento, anzi associa ad esso, per confermare la veridicità di quello che dice, il suo potere taumaturgico. Inoltre non si ferma all'esegesi del testo, alla sua spiegazione, egli afferma che ciò che spiega è realtà avverata, compiuta in lui: " Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc 4,21) dice nella sinagoga di Nazareth.
  • Anticonformista -indipendente. È l'atteggiamento di Gesù nei confronti della mentalità corrente nei confronti di determinati personaggi del tempo come ad esempio: pubblicani: ricchi, collaborazionisti con i romani invasori, apertamente ladri; e nei confronti delle prostitute. Non ha mai giustificato ne il male ne il peccato, ma ha sempre avuto un comportamento benigno nei confronti delle persone pentite per il loro genere di vita moralmente scorretta, fino ad affermare che: " i pubblicani e le prostitute (pentiti) vi passano avanti nel regno di Dio" (cfr Mt 21,31-32).
  • Primato dell'interiorità. Gesù rifiuta ogni legalismo e ritualismo esasperato, sproporzionato e oppressivo, e afferma invece il primato dell'intenzionalità e della purezza interiore. Rifiuta ad esempio la distinzione fra alimenti mondi e immondi (Mt 10,10-20), suscitando lo scandalo dei farisei. Non ciò che entra nell'uomo lo contamina, ma ciò che esce dal cuore (Mc 7,18-23).
  • La povertà spirituale. Gesù considera la ricchezza un rischio e la povertà spirituale un privilegio (cfr Mt 5,3; 10,23-26 e Lc 6,20-25).
  • Condanna il divorzio. Il divorzio era praticato pacificamente nella società greca e romana e accettata dall'ambiente ebraico. Gesù è contrario e dichiara adultero chi ripudia il proprio coniuge legittimo (Mc 10, 11-12) e chi sposa un ripudiato (Mt 5,32). Forse mai, come in questo caso, Gesù va contro corrente, tanto che i discepoli, quasi con ironia, affermano che non conviene sposarsi (Mt 19,10).
  • La verginità per il regno. La proposta che il Signore fa è contro corrente, ed egli stesso lo afferma: " Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso" (Mt 10,10-12). Mai si era udita una opinione così contrastante con il sentire comune, così urtante e provocatoria, se non altro che Gesù propone una realtà alla portata di tutti e non solo delle sette, come quella degli Esseni, che sicuramente conosceva.
  • La fonte dell'originalità. Da dove il Signore attingeva la luce e la forza per questo modo di pensare così originale e qualche volta provocatorio? Quale fonte nascosta feconda il pensiero e il comportamento di questo insolito "maestro d'Israele"? Siamo giunti alle soglie del suo più geloso segreto: il cuore e il senso della vita interiore di Gesù è il suo fortissimo "senso del Padre"
  • La paternità di Dio nell'antico testamento. Nell'antico testamento il pensare a Dio come Padre non era una novità (cfr Os Il,1-4). La paternità di Dio era però vista come provvidenza, cura ( Si 86,6; 103,13), nei confronti dell'intero popolo di Israele (cfr Ger 31,9), o del re, che personificava l'intero Israele (cfr Si 89,27).
  • Il senso del Padre in Gesù. Nessuno però in Israele ha mai fatto della paternità di Dio un'esperienza così personale paragonabile a quella di Gesù. Fin dall'infanzia lui sente che deva dedicarsi alle cose del Padre suo (cfr Lc 2,49: è la sua prima frase riportata dai vangeli). L'ultima frase è: "Padre nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46); tra la prima e l'ultima frase, Gesù o parla col Padre o parla del Padre. La fonte di questo suo comportamento è l'intrattenersi col Padre, cioè la preghiera: lunga, silenziosa, continua.
  • La preghiera di Gesù. Gesù prega nel momento del battesimo (cfr Lc 3,21), prima di intervenire a favore degli sventurati che ricorrono a lui (cfr Mc 7,34; 9,29; Gv 11,41; Mt 14,19), prima di scegliere gli apostoli (Lc 6,12-15), durante la trasfigurazione (Lc 9,29), a conclusione dell'ultima cena (Gv 17,1-26); prima della passione (Mt 26, 36-42 e paralleli) .
  • Il contenuto della preghiera. Cosa diceva Gesù al Padre? Non lo sappiamo. Sappiamo però quale era l'essenza della sua orazione: l’adorazione e la lode (Mt 11,25). Il ringraziamento (Gv 11,41). La supplica per la gloria divina: "Padre glorifica il tuo nome" (Gv 12/28). La supplica a favore degli amici: "custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato" (Gv 17,11). La supplica a favore dei suoi nemici: "Padre perdonali perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34). Ciò che nella sua preghiera non c'è, è il pentimento e la domanda di perdono per se. O il senso della paura dinanzi al Santo per eccellenza, come l'ebbe il profeta Isaia (cfr Is 6,5). La comunione con Dio è per lui luce e sicurezza, per cui parla liberamente, e senza paura di sbagliare, perché lui sa che il Padre è con lui(cfr Gv 16,32) e il suo cibo è fare la sua volontà ( cfr Gv 4,34), anche quando questa comporta sofferenza (Mt 26,39). La frase che meglio sintetizza la preghiera del Signore è: "Si, Padre" (Mt 11,26). San Paolo dice la stessa cosa, quando afferma che in Gesù non ci fu "si e no". In lui ci fu solo il si!" (cfr 2Cor 1,29).
  • La sintesi della sua dottrina. Possiamo sintetizzare la dottrina di Gesù sul Padre con queste parole: "Il Padre vi ama" (Gv 16,27). Per amore crea e tiene in vita l'universo "Il Padre mio opera sempre" (Gv 5,17), e Giovanni afferma che "Dio, è amore" (4,8). Inoltre, essendo noi suoi figli, siamo chiamati ad assomigliare a lui: "Siate misericordiosi come il Padre vostro" (Lc 6,36) e "Siate perfetti come il Padre vostro" (Mt 5,48). Nel rispondere all'amore di Dio col nostro amore, sta l'essenza della religione: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti" (Mt 22,35-40). L’amore è la sintesi di tutta la religione.
  • La fine del nazionalismo religioso. In questo senso non c'è più confine di nazionalità. La fede è data a tutti i popoli e non solo agli Ebrei, questi dunque non possono avere la pretesa di monopolizzarla (Lc 4,25-28).
  • Originalità assoluta. Nessun uomo, nessuno tra i grandi maestri dell'umanità, nessuno tra i fondatori di religioni, è mai stato sfiorato da un pensiero paragonabile a quello che abbiamo cercato di esporre. Ma quello che lascia più sconcertati è l'identificazione col Padre: "lo e il Padre siamo uno" (Gv 10,30), e: "Chi vede me, vede il Padre" ( Gv 14,9), e "lo sono nel Padre e il Padre è in me" (Gv 14,11). Inoltre, egli dice di noi che il Padre è nostro e noi siamo tutti fratelli, ma per lui, il Padre è: "il Padre mio" (cfr Gv 20,7).
  • Conclusione. Abbiamo cercato di delineare un identikit di Gesù di Nazareth, basando la nostra analisi sulle fonti attendibili in nostro possesso: i Vangeli. La sua umanità è un poco emersa dalle nebbie indistinte nelle quali, qualche volta è immersa. Adesso l'indagine dovrà proseguire affidandoci non più soltanto alle sole nostre forze e alla sola onestà intellettuale. Abbiamo bisogno di una illuminazione dall'alto, aprendoci alla fede, per riuscire, alla fine del nostro discorso, non solo a riconoscere che lui è " il Cristo, il Figlio di Dio" (Mt 16,6), ma che lui " è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione" (Rm 4,25) affinché potessimo gridare: "tu sei il mio Signore e il mio Dio" (Gv 20,28), nelle tue mani affido, fiduciosamente, la mia vita. Amen".
Il Figlio del Dio vivente
E' giunto il momento di chiederci chi sia davvero Gesù di Nazareth. Ed è giunto il momento di chiedercelo come credenti. Non possiamo infatti accantonare la fede o continuare a discutere come se non fossimo stati battezzati.
Il battesimo infatti agisce sempre con la grazia dello Spirito Santo che vive in noi. Le nostre lezioni dunque non ci daranno la fede (la fede infatti si propone, non la si impone), ma aiuteranno il fedele ad approfondire la fede stessa.
Chi è Gesù di Nazareth?
Bisogna leggere necessariamente il brano del Vangelo di Matteo 6,13-17: "Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente".
Qui Gesù stesso propone il "problema Cristo". Ed è interessato a un duplice tipo di investigazione:

a) La gente chi dice che io sia? Quali sono le opinioni del mondo su di me?
b) Voi chi dite che io sia ? Voi cosa avete da dire su di me a voi stessi e al mondo ?
a) La gente chi dice che io sia? Quali sono le opinioni del mondo su di me?
    • Per molti Gesù è un mito, come ad esempio Babbo Natale e la Befana.
    • Per altri è un uomo leggendario che non è mai esistito e che è stato rivestito dei caratteri della divinità, come Ercole.
    • Per altri ancora, Gesù è un'idea divina, una fede, uno slancio dello spirito che si è concretizzato in una comunità, ma senza nessun fondamento storico. E' in altre parole una proiezione dei bisogni frustrati dell'uomo: il miracolismo, la risurrezione, la vita eterna, il bisogno di pace e di giustizia, ecc. Il classico "Principe Azzurro" delle ragazze che non trovano marito e se lo sognano a tal punto che lo materializzano.
    • Altri affermano che Gesù è un uomo storicamente esistito, affascinante nella sua persona e nel suo pensiero, un trascinatore di folle. In altre parole un genio dell'umanità: per alcuni un genio religioso, per altri un genio politico per altri ancora un genio filosofico.
    • Altri pensatori, infine, affermano che Gesù un uomo storico di cui però non ci è dato conoscere nulla di certo.
Questi dunque i giudizi della gente. A questi giudizi possiamo osservare che la gente non parla mai male di lui. L'opinione pubblica non gli è sfavorevole. Più che screditarlo, la gente tende a classificarlo, ad etichettarlo: come un mito, come un'idea, come un genio, come un filosofo, come un liberatore, come un uomo esistito di cui però non si sa nulla di certo (come Pitagora o Socrate) .
b) Voi chi dite che io sia?
Alla pluralità delle opinioni della gente si oppone l'unità e l'unicità della risposta della Chiesa. Essa tutta insieme sostiene che si può dare un'unica risposta: quella di Pietro "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio, il Vivente".
E dopo duemila anni, anche noi oggi diamo la stessa e unica risposta. La Chiesa non ha riconosciuta e non riconoscerà mai come sua, un' altra risposta! Qualsiasi risposta diversa da quella data da Pietro, per rivelazione del Padre, sarebbe un compromesso. A tal proposito S. Giovanni nella sua 2
a lettera al versetto 10 afferma: "Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo!" .
E S. Ignazio di Antiochia continua a mettere in guardia i fedeli della Chiesa di Smirne contro l'eresia del tempo: la negazione della divinità del Cristo: "Vi metto in guardia dalle bestie in forma d'uomo, che non solo voi non dovete accogliere, ma, se è possibile, neppure incontrare. Solo dovete pregare per loro perché si convertano, il che è molto difficile " (IV, 1).
Qual è il contenuto dell'affermazione di Pietro? L' affermazione di Pietro contiene tre elementi essenziali per la comprensione della cristologia:

  • la messianicità
  • la risurrezione da morte
  • la divinità.
La messianicità
Chi era il Messia per gli Ebrei?
Era la figura che doveva riunire in se tutte le speranze d'Israele.
Quali speranze?
La restaurazione del Regno Davidico, la purificazione del culto di Dio, la conoscenza della volontà di Iahvè, la fine del dolore della loro storia: schiavitù, deportazioni, esilii, persecuzioni, occupazioni della loro patria.
Gli Ebrei aspettavano uno o più Messia?
Dalle testimonianze del tempo sappiamo che ne aspettavano almeno tre: uno regale, uno sacerdotale e uno profetico (cfr Dt 18,15 e Gv 1,21).
Gesù col suo ingresso trionfale a Gerusalemme pare voler affermare, ormai apertamente, che egli riassumeva ormai in se le tre figure del Messia.
Entra a Gerusalemme acclamato come re davidico. Lì compie atti profetici: la cacciata dei venditori dal tempio, la maledizione del fico. Si manifesta sommo sacerdote, come Melchisedek, consacrando il pane e il vino.
Dinanzi a questi avvenimenti la Chiesa primitiva, che sa interpretare queste realtà alla luce dello Spirito Santo che l'assiste, riconosce in Gesù di Nazareth il Cristo, l'Unto, il Consacrato, il Messia, l'Inviato.
Non se lo inventa, lo riconosce.
Intuisce cioè la vera essenza di Gesù e quindi, per bocca di Pietro, lo proclama per quello che egli è: il Cristo!
La risurrezione
Confessando Gesù come il Figlio del Vivente, S. Pietro afferma implicitamente che è vivo, in quanto figlio di Colui che possiede la vita : "Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni" afferma il giorno di Pentecoste (At 3,14-15). Se è risorto è vivo. Vivo nel suo essere corporeo, in se stesso e non solo nel suo messaggio, nel suo esempio, nel suo influsso ideale sulla storia dell'umanità, nei poveri, nei piccoli, nei fratelli e nella comunità. Queste sono immanenze di Cristo, vere e mirabili, ma sempre subordinate alla verità primordiale: Lui è vivo nella sua personale identità. Senza questa certezza non sarebbe presente in niente e in nessuno!
Dunque, o questa è una verità (e alcuni per questo hanno dato il sangue), o è una follia! Non c'è alternativa, ne compromesso. Con i non credenti possiamo discutere su tante cose, ma su questo non si può discutere. O è così o non è così! Se Cristo è vivo allora cambiano tante cose. La prima cosa che cambia è la sorte dell'uomo: la morte non ha più l'ultima parola su di lui. La risurrezione di Cristo allora rivoluziona tutto e rende vero quello che Gesù ha affermato.
La divinità
"Tu sei il Figlio di Dio" .Per un ebreo totalmente, rigidamente e ferocemente monoteista questa affermazione fatta per cause naturali era impensabile e improponibile.
Era storicamente impensabile che un uomo nell' ambiente ebraico di 2000 anni fa potesse essere divinizzato. Eppure la Chiesa apostolica, formata da Ebrei, è arrivata a questa sconvolgente persuasione, costretta, come Tommaso, dall’evidenza della luce della risurrezione: "Tu sei il mio Signore e il mio Dio" (Gv 20, 28
). Alla luce della Pasqua, la Chiesa apostolica capisce quello che Gesù, lungo i tre anni di missione, aveva cercato di farle capire, con la predicazione, con l'esempio, coi miracoli, con la preghiera, col perdono dei peccati, col proporsi uno con la natura divina del Padre: che Lui è Dio.



domenica 26 marzo 2017

incontrare una fata



Un piccolo rito che vi aiuterà ad interaggire col mondo fatato, su internet se ne trovano tanti ma questo mi sembrava il più sensato con questo non voglio dire che non bisogna prendere tutto alla leggera le fate sono esseri liberi bisogna essere cauti e gentili in presenza di una creatura del regno fatato.

Se nel corso del rito senti di non riuscire a gestire tutto il potere è meglio chiudere tutto. Nel caso in cui accidentalmente si contatti un entità non propriamente benevola o dispettosa conviene concludere immediatamente la visita e questo può essere fatto sia usando le buone maniere ma se è necessario anche senza essere troppo cortesi.

Seguite alla lettere questi 12 passaggi per assicurarvi la riuscita dell'invocazione:

1) Concentrati sull'oscurità che si crea automaticamente chiudendo gli occhi.
2) Vedrai nell’oscurità, pian piano apparire come una sfera verde (questa è la luce del regno fatato)

3) Lasciati avvolgere da questa sfera magica, e abbandonati alla bellezza e alla magia che ti trasmette.

4) Assapora Questa magia per qualche minuto

5) Lascia che il potere delle fate ti rigeneri, ti purifichi e ti dia ciò di cui hai bisogno,lascia che la magia delle fate "lavori" in te.
6) Avvolta in quella nebbiolina verde carica di magia, invoca la fata; non domandare una visita (mai dare ordini a una fata!!) invitala gentilmente e con cortesia.
7) Accogli sempre con cortesia il tuo visitatore. Chiedi il suo nome e nel caso in cui non dovessi ricevere risposta, poni fine alla visita (in fondo quando incontri una persona nella vita di tutti i giorni e questa non ti dice il suo nome quando glielo chiedi è perchè ti nasconde qualcosa, giusto?)
8) Non fare mai promesse serie con le fate, loro prendono le promesse troppo seriamente, inoltre hanno un concetto completamente diverso di ciò che è giusto o sbagliato, bene o male per l'uomo.
9) Chiedile in modo chiaro e dettagliato ciò di cui hai bisogno

10) Ringrazia per la visita e per l’eventuale aiuto ricevuto. Non dimenticare di dire alla fata che lascerai fuori dalla finestra o dalla porta un dono per lei durante la notte(tra i doni più apprezzati ci sono: latte, miele, dolci, una pietra preziosa). A questo punto sarà la fata a decidere se diventare tua amica e soprattutto a decidere se lo sarà per un breve, un lungo periodo di tempo o addirittura per tutta la vita. Potrai usare questo rituale per incontrarla tutte le volte che vorrai.

11) Se nel corso del rito ti sei addormentata, lascia lo stesso un dono per la fata perchè tutto può essere accaduto a livello inconscio.
12) Al termine del rito ricordati di prendere contatto con la realtà perchè potresti essere in stati alterati di coscienza. Passa un pò di tempo a prendere contatto con il tuo corpo e se necessario fai un pò di esercizio fisico. Fai questo passo anche se ti senti super sveglia/o, al termine del rito. Le Fate, a qualunque classe appartengano e in qualunque dimensione vivano, sono indissolubilmente legate alla Natura e ai suoi Elementi, per cui tutto ciò che nuoce alla Natura in tutte le sue forme, nuoce anche agli Esseri Fatati.
In generale possiamo affermare che alcuni abitanti del Regno Feerico, più evoluti, sovraintendono al lavorìo costante di quegli “Spiriti” che operano in seno alla Natura (e, più in generale, in seno alla Materia), affinché avvengano quelle trasmutazioni che la rigenerano incessantemente.
Inoltre, spesso le creature del Regno Feerico, pur dimorando in una dimensione parallela a quella umana, proteggono e custodiscono certi siti terreni particolari, ovvero boschi, sorgenti, grotte, alberi secolari, rivestendo il ruolo di vere e proprie sovraintendenti ai beni Naturali di Madre Terra.
Pertanto, il più ovvio portale verso il mondo delle Fate è tutto attorno a noi, nella Natura. Ci sono erbe e piante che possono essere definite sacre alle Fate perché condividono una particolare affinità con i Regni Fatati, ma è importante ricordare che tutta la Natura è a loro sacra.
Le loro vite sono inseparabilmente, potentemente e poeticamente connesse con Madre Natura. La comprensione di questo profondo legame è il loro dono più prezioso per l’umanità.
Per le Fate gli arbusti assumono spesso un significato simbolico, e per questo motivo alcune di loro proteggono sia la singola pianta che l’intera foresta, anche a costo della loro stessa vita.
L’albero rappresenta per una fata o una ninfa una delle fonti da cui trarre preziose energie che consentiranno, a loro volta, sia lo sviluppo di alcuni poteri, che il continuo rinnovamento delle proprie forze. Si può ben comprendere a questo punto il forte legame che intercorre tra la Fata e gli alberi: essi possiedono una immensa energia vitale che solo le Fate sanno comprendere pienamente.

venerdì 24 marzo 2017

cos'è la dmt?



La N,N-dimetiltriptammina (N,N-DMT o DMT) è una triptammina psichedelica endogena, presente in molte piante e nel fluido cerebrospinale degli esseri umani, sintetizzata per la prima volta nel 1931 dal chimico Richard Manske.
La DMT è presente in alcune varietà di mimosa, acacia, Anadenanthera, Virola, Desmodium, graminacee del genere Phalaris e molte altre piante e funghi. L'estrazione è possibile con alcuni solventi quali alcool, gasolio, esano oppure per distillazione. Nel bacino amazzonico alcuni popoli tribali hanno una tradizione di uso di piante contenenti DMT (utilizzando la linfa degli alberi Virola, parente della noce moscata, o i semi macinati e tostati di Anadenanthera peregrina, un enorme albero della famiglia delle Leguminose).
Strutturalmente la DMT è analoga al neurotrasmettitore serotonina, all'ormone melatonina e ad altre triptammine psicoattive come psilocibina, psilocina e bufotenina, avendo rispettivamente formula chimica 4-fosforilossi-N,N-dimetil-triptammina (4-PO-DMT), 4-idrossi-N,N-dimetiltriptammina (4-HO-DMT) e 5-idrossi-N,N-dimetiltriptammina (5-HO-DMT) ed ha un effetto quasi del tutto simile a queste, anche se differente per intensità.
Secondo Rick Strassman, medico specializzato in psichiatria che condusse numerose ricerche sulla DMT, la ghiandola pineale situata nell'encefalo è in grado di produrre più o meno blande quantità di DMT, specialmente intorno alle ore 3, 4 del mattino, durante la fase REM dei sogni.  Il DMT o dimetiltriptamina è un allucinogeno naturale la cui struttura chimica assomiglia a quella della psilocibina e della serotonina; esso è ubiquitariamente presente nel regno vegetale ed animale.
Come altri allucinogeni i sui effetti sono principalmente dovuti all’azione sui recettori serotoninergici 5-HT2a.
Questo allucinogeno è tuttora in uso nelle popolazioni indigene del bacino del Rio delle Amazzoni e viene assunto, a scopi rituali e religiosi, attraverso una bevanda chiamata “ayahuasca”, traducibile come vino dell’anima”; per quanto poco conosciuto in occidente la sua popolarità ed utilizzo ricreazionale è in aumento.
L’allucinogeno è normalmente assunto con una bevanda (un infuso) preparata utilizzando le foglie di Psychotria viridis assieme con gli steli della vite Banisteriopsis caapi (McKenna, 2004).
L’associazione è dovuta la fatto che se assunto oralmente, e da solo, il DMT verrebbe reso inattivo perché metabolizzato dalle MAO (monoamino ossidasi) a livello epatico ed intestinale; la presenza al contrario di alcune alcaloidi contenuti nel Banisteriopsis caapi (beta-carboline, soprattutto armina, tetraidroarmalina e armalina) inibiscono le MAO e quindi consentono che il DMT possa raggiungere intatto il Sistema Nervoso Centrale e determinare i sui effetti.
Gli effetti della bevanda hanno inizio entro 1 ora e si mantengono per circa 4 ore.
Se invece il DMT viene fumato i suoi effetti compaiono immediatamente, con un picco entro pochi minuti e con una risoluzione entro 30 minuti.
Data la brevità dei suoi effetti, a differenza delle 8-12 ore dell’LSD, in gergo il DMT fumato viene chiamato “il viaggio del pranzo degli uomini d’affari” (businessman’s lunch trip)
Lo studio riportato riferisce, in 121 soggetti australiani, la modalità di consumo, gli effetti soggettivi, gli atteggiamenti verso questo allucinogeno, attraverso le risposte ottenute con un questionario online.
L’uso del DMT in Australia potrebbe essere di particolare interesse data l’esistenza dell’allucinogeno in diverse specie native di acacia come anche per la presenza di una cultura musicale elettronica detta “bush doof” che con tale sostanza è spesso associata.
Tutti i soggetti avevano sperimentato l’allucinogeno almeno 1 volta nella loro vita.
Il fumo è la via di somministrazione (98,3%) più comune, assieme ad una percentuale relativamente più esigua che riferiva di aver bevuto la ayahuasca (30,6%).
Le ragioni della loro prima assunzione DMT erano: l’interesse generale per gli allucinogeni (46,6%) la curiosità per gli effetti specifici del DMT (41,7%), mentre quasi un terzo (31,1%), indicava possibili benefici psicoterapeutici della sostanza.
Un aumento della conoscenza psicospirituale è stato l’effetto positivo più comunemente riportato sia se il DMT era fumato (75,5%) o assunto con la ayahuasca (46,7%);
tale risposta è coerente con altri studi l'esame l'uso rituale di ayahuasca in un contesto religioso.
Anche se studi precedenti sull’uso DMT hanno esaminato esclusivamente quello attraverso la ayahuasca, il presente studio dimostra come il fumo sia la modalità prevalente tra gli utilizzatori a fini ricreativi.
L’effetto negativo più citato era relativo proprio alla differente via di assunzione utilizzata; con l’ayahuasca più spesso si presentano nausea e vomito (tra gli utilizzatori tradizionali “la purga” è intesa nel suo significato catartico e rigenerativo) mentre la tosse ed un sapore tipo plastica. Non ultimo, l’esperienza può condurre, come per altri tipi di allucinogeni, a “viaggi” cattivi con elevato negativo impatto psicologico.
La maggioranza degli intervistati considera il DMT relativamente sicuro.

L'Arte della Presenza: Ritornare al Qui e Ora (The Art of Presence: Returning to the Here and Now)

  L'Arte della Presenza: Ritornare al Qui e Ora (The Art of Presence: Returning to the Here and Now) [Italiano] Quante volte, nel corso...