domenica 28 maggio 2017

FILOSOFI






Giordano Bruno ebbe la nascita a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era un  militare di professione e la madre Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’ Università.

Il suo torto fu di aver aderito alla visione copernicana, contrapponendo ad un universo chiuso e finito, infiniti universi. Il 1584 è l’anno in cui scrive "De l’infinito universo et mondi",
nel quale tratta il problema dell’essere dal punto di vista COSMOLOGICO: "l’essere è lo spazio infinito con i mondi innumerevoli" e dal punto di vista sotto l’aspetto METAFISICO: "l’essere č l’infinito stesso".
ASPETTO COSMOLOGICO
Aveva ragione Giordano Bruno? Il nostro potrebbe essere solo uno degli infiniti universi? Ebbene dopo 400 anni gli astronomi cominciano a chiedersi cosa c’era prima del Big Bang. Il nostro universo potrebbe essere emerso da un punto di un altro universo, dove la gravità è così intensa da piegare lo spazio attorno a sé e dove l’universo nascente appare come un buco nero, al cui interno però si sviluppa un altro spazio.
La scienza sta cercando di capire che cosa ci fosse prima di quell’esplosione, prima cioè della nascita stessa dell’universo. Tutto lascia intravedere la possibilità che, prima del nostro, ci siano stati molti altri Big Bang, e molti altri universi. Secondo alcuni studiosi di meccanica quantistica, la nostra stessa realtà si sdoppia ogniqualvolta una particella ha la possibilità di comportarsi in modi diversi e di conseguenza di dare vita a due universi paralleli.
Sembra insomma che dopo esserci abituati all’idea che, né la Terra, né il Sole, né la nostra galassia sono al centro del creato, dovremo presto accettare anche quella di non appartenere all’unico universo esistente.
Le costanti naturali fissate all’epoca del Big Bang, come la carica dell’elettrone o la velocità della luce, sembrano straordinariamente calibrate per favorire la nascita di un universo in cui possa emergere la coscienza.
Se la gravità fosse stata leggermente più forte, le stelle avrebbero bruciato il loro combustibile nucleare in meno di un anno. Se invece la forza che tiene insieme i nuclei degli atomi fosse stata appena più debole, gli astri non si sarebbero mai formati.
Insomma la vita sulla Terra è il risultato di circostanze così specifiche e restrittive da essere un evento di per sé altamente improbabile.
Ciò porta a pensare ed ammettere, quasi per esigenza logica, che si formino di continuo interi universi, ognuno con caratteristiche diverse. Alla fine, il nostro firmamento sarebbe uno tra i tanti "universi innumerevoli", ipotesi che tanto successo sta riscuotendo tra i cosmologi.
ASPETTO METAFISICO
Giordano Bruno va oltre la fisica e afferma l’ unità infinita dell’essere superiore ed inferiore. L’anima, le forme, la materia, sono - "prope nihil" - quasi nulla poiché non sono qualificazioni che hanno senso nella dimensione dell’ unità infinita. L’universo č il modo di manifestarsi dell’uno che non può  non manifestarsi, così che dal punto di vista metafisico abbiamo la sparizione della differenza. Il destino celeste non č quello dell’assoluta permanenza, della felicità e del premio, dell’esistenza liberata dal dolore, ma č un modo di parlare, una consolazione dell’esistenza, una "species phantastica". L’eguaglianza metafisica del cielo e della terra abolisce il sentimento della speranza cristiana, come sentimento sensato. La concezione dell’infinito corrisponde al problema esistenziale di vivere in una dimensione senza centro e senza sponde e, al limite, senza significato.
ANNIVERSARIO
Nel 2000, anno del Giubileo e 400° anniversario della morte del grande scienziato, gli astronomi si preparano a recarsi a Roma nella piazza Campo dei Fiori, non con l’intento di riabilitare Giordano Bruno ma semmai di riabilitare la Chiesa, se deciderà di chiedere perdono al mondo intero per aver condannato e bruciato vivo il filosofo e l’astronomo. Agli scienziati il compito primario di ricordare ed esaltare la grandezza di un uomo vissuto troppo presto per essere compreso dai suoi contemporanei.
Immanuel Kant, quarto di dieci figli, di cui sei morti in giovane età, nacque il 22 aprile 1724 a Konigsberg, capoluogo della Prussia orientale nonché fiorente centro portuale.
Le condizioni economiche della famiglia, che poggiavano essenzialmente sul lavoro paterno (il padre era sellaio), permisero solo al figlio più promettente di continuare gli studi, ed è per questo che Immanuel fu il solo di tutti i suoi fratelli a poter andare all’ università, scatenando non poche invidie tra i membri della sua stessa famiglia .Filosofia, matematica e fisica, furono i corsi prescelti da Kant per la sua formazione universitaria. Dopo gli studi Kant si mantenne inizialmente facendo il precettore.
Nel 1755 ottenne il primo incarico accademico, insegnando filosofia, matematica, fisica e geografia, e nel 1770 ottenne  la cattedra di professore ordinario di logica e di metafisica all' università di Konigsberg. Immanuel Kant morì  nella stessa città natale di Konigsberg il 27 febbraio 1804. 
PENSIERO
Il pensiero filosofico di Kant č incentrato attorno all’indagine della conoscenza pura, secondo lui raggiungibile attraverso l’adozione del giudizio sintetico a priori, che a differenza del giudizio analitico a priori del razionalismo e di quello sintetico a posteriori dell’empirismo, si costituiva dalla sintesi di un contenuto a posteriori, ossia le impressioni sensibili che formano la materia, e da un elemento a priori, cioè la forma propriamente detta non ricavabile dall’esperienza. Questo giudizio che aveva caratteristiche di universalità e necessità (poiché operato secondo le leggi proprie dello spirito umano), rappresentò per il mondo filosofico una vera “rivoluzione copernicana”.
Come Copernico, che nel campo astronomico capovolse la concezione dei Tolomeo ponendo non più la Terra (geocentrismo) al centro del nostro sistema, ma il Sole (eliocentrismo), allo stesso modo Immanuel Kant compì una rivoluzione nel modo di intendere la filosofia: il soggetto (paragonabile al sole copernicano), non gravitava più passivamente intorno all’oggetto (la terra), e non dipendeva più  da un mondo giù costituito secondo propri principi e leggi, ma con la sua attività a priori illuminava l’oggetto ordinando i dati sensibili.
Una volta definito questo concetto, la riflessione di Kant si concentrò sull’analisi critica di tutta l’ attività dell’uomo, elaborando quella trilogia unitaria che costituisce il cuore della filosofia kantiana: La Critica della ragion Pura, la critica della ragion Pratica e la Critica del Giudizio, 3 passaggi fondamentali che indagavano rispettivamente il modi di apprendere dell’uomo (conoscenza® critica della ragion pura), il suo modo di volere( azione® critica della ragion pratica), ed infine il suo modo di sentire (sentimento® critica del giudizio).
CRITICA DELLA RAGION PURA ® comprende tre gradi di conoscenza:
estetica trascendentale ® riguarda l’”intuizione” sensibile; Si cerca attraverso il giudizio sintetico a priori, di ridare oggettività a spazio e tempo, nell’incontro/scontro tra le forme pure dell’”Io” con la realtà sensibile. Ribadendo le definizioni essenziali che determinavano il giudizio sintetico a priori, Kant spiega la distinzione tra senso interno e senso esterno in cui l’uomo si imbatte quando vuole conoscere un oggetto nella realtà sensibile. “Io” -affermava Kant- “conosco un oggetto nelle sue dimensioni spaziali (altezza, lunghezza), come sensi esterni perché oggettivi nella conoscenza generale; ne conosco poi il senso interno cioè il tempo come parametro soggettivo, perché sono io medesimo a decidere cosa viene prima e cosa dopo”.
Analitica trascendentale ® Studia le attività dell’intelletto e le sue categorie. In questa parte Kant si propone di risolvere l’ attività dell’intelletto attraverso le 12 categorie o forme pure che lo costituiscono. Queste 12 categorie, detti anche “concetti puri” quando l’ “io” si scontra con il fascio caotico di sensazioni della realtà  esterna, entrano in gioco, ordinando la realtà stessa secondo gli schemi dell’ “Io” che deve necessariamente rimanere sempre uguale a se stesso. (a percezione trascendentale).
Dialettica trascendentale ®  Studia la ragione propriamente detta e le idee che si costruisce. Kant in questa fase risponde ad una domanda: “E’ possibile avere una metafisica come scienza?” Kant dice di no, perché mancano le condizioni necessarie. Egli asserisce che l’io dopo essere entrato in contatto con il mondo finito, con la sua ragione propriamente detta tenta di andare al di là, e di scoprire quindi l’infinito, e per farlo si crea delle idee regolatrici a cui aggrapparsi, e sono Dio, l’Anima, Il Mondo. Idee che sono solo esigenze della ragione e non realtà costitutive in quanto non sono FORME PURE DELL’IO  e anche se lo fossero mancherebbero del dato sensibile. Non possono pertanto realizzare la “sintesi a priori”. “Sintesi” perché il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto ad esso e a “a priori” perché essendo universali e necessari non possono derivare dall’esperienza. La seconda critica è  la CRITICA DELLA RAGION PRATICA che affronta il problema morale, ossia l’ “Io” che cerca una morale universale. Per trovarla l’ “io” ha due possibilità, o seguire gli istinti pulsionali garantendo una propria gratificazione personale, oppure seguire “l’imperativo categorico o super io”  che detta i criteri con cui agire in base ad una morale universale. Questo imperativo è solo un ordine che esclude qualsiasi gratificazione personale, perché l’ “io” agendo secondo morale agisce per il bene collettivo; è un “dovere per dovere”. L’Imperativo categorico ha tre leggi:
agisci in modo che la massima delle tue azioni sia una legge universale.
Agisci per te e per il tuo prossimo come fosse un fine e non un mezzo (non sottomettere nessuno).
Esiste poi un altro imperativo, quello ipotetico, che ha per presupposto un fine pratico: ” Se voglio la promozione devo studiare”.
Infine vi č la CRITICA DEL GIUDIZIO dove si affronta il problema estetico nel rapporto tra l’ “io” e la realtà che lo circonda, che si deve fondare a questo livello essenzialmente sulla fruizione della bellezza. Si media in pratica la libertà  dell’io con un fine estetico, con un giudizio estetico che esprime il sentimento di piacere per il bello che l’uomo prova quando contempla un oggetto senza scopo conoscitivo. In questa fruizione occorre distinguere tra il “bello” che si riferisce ad un oggetto di forma limitata che produce un senso di esaltazione della vita, e il “sublime”, si riferisce ad oggetto di forma illimitata per grandezza ( sublime matematico: esempio distesa del mare) o per potenza (sublime dinamico: esempio mare in tempesta). Il giudizio si distingue poi tra giudizio determinate, giudizio riflettente, e giudizio teleologico.
Giudizio determinante: proprio dell’ attività teoretica, č quello che l’uomo determina partendo dal concetto puro e universale fornito dall’intelletto, e applicando questo universale ai dati sensibili dell’intuizione.
Giudizio riflettente: è quello che si formula su un oggetto giù conosciuto, ossia giù  determinato con il giudizio determinante, per accordarlo con l’universale del sentimento che esige finalità e armonia.
Giudizio teleologico: Si guarda all’oggetto come frutto di una visione finalistica della natura, suggerita dal sentimento di armonia e finalità che è forma a priori.
LA PEDAGOGIA
L'educazione č considerata come un'esigenza primaria dell’uomo. L'uomo infatti è quello che è proprio grazie all'educazione. Questo cammino verso la realizzazione piena dell' umanità  prosegue di generazione in generazione. Attraverso l'educazione si può arrivare a sviluppare le potenzialità umane e le conoscenze. Secondo Kant nella natura dell’uomo risiede un’ animalità istintuale che deve essere disciplinata dall’esterno per poi essere sottomessa alla ragione. Gli istinti devono essere sottomessi dalla disciplina, che ha così un compito negativo; mentre l’istruzione deve servire per insegnare a pensare e raggiungere i propri scopi ed in quest'ottica assume un compito positivo. Accortezza e moralità si possono sviluppare grazie alla formazione pratica.

Autorità e libertà

Il processo educativo si fonda sulla libertà, che però non può essere lasciata a se stessa nella dimensione istintuale. Per questo è indispensabile che alla dimensione naturale subentri la guida esterna dell’educatore. Quest'ultimo potrà insegnare al giovane la disciplina, in modo che pian piano il giovane possa arrivare a sviluppare una disciplina morale interiore autonoma. L’influsso del pensiero di Rousseau spinge Kant a voler lasciare il massimo della libertà possibile per il giovane, essendo consapevole che l'autonomia futura del giovane dipenderà dall'imposizione dell'obbedienza. Questo rapporto tra libertà da un lato ed obbedienza dall'altro può portare a due diversi tipi di sottomissione, positiva o negativa. Il diverso grado di sottomissione dipende infatti dal fatto se deriva da una obbedienza meccanica di un individuo incapace di giudizio o dall’inibizione della riflessione e della libertà di giudizio da parte di chi ne è capace.

Educazione e società

Kant ritiene che un nuovo piano educativo potrebbe essere ostacolato da un lato da chi detiene il potere e considera i sudditi come strumenti per i propri fini, dall'altro dai genitori che si preoccupano solo che i loro figli abbiano successo. Quindi l'educazione dovrebbe essere un compito affidato soltanto ad esperti che siano in grado di dar luogo a progressi educativi corretti. L'azione educativa deve quindi provenire dagli sforzi congiunti di persone illuminate e competenti, che siano interessate al bene universale e al miglioramento dello stato futuro dell’ umanità. Il cambiamento del sistema educativo può determinare una rivoluzione di impostazione, rivolta in primo luogo a formare maestri in grado di operare in modo libero e creativo.

I luoghi dell'educazione: tra pubblico e privato

Per Kant la scuola pubblica detiene il compito principale dell’istruzione, mentre la disciplina e la formazione morale devono essere affrontati in ambito privato e domestico. L'educazione domestica però ha un limite: spesso è  svolta da persone che a loro volta non sono state bene educate e tendono a contrastare il compito affidato al precettore. Per questo Kant ritiene che l'ideale sarebbe poter contare su una scuola pubblica in grado di assolvere anche i compiti educativi di formazione morale.

L’educazione fisica o naturale: il corpo libero e allenato

La seconda sezione della Pedagogia di Kant č dedicata all’educazione fisica: una educazione naturale che trascende la dimensione corporea. Seguendo il pensiero di Locke e Rousseau, Kant riprende anche il tema dell’educazione corporea in senso stretto. Lo sviluppo intellettuale infatti prevede anche uno sviluppo delle disposizioni naturali. Viene quindi data importanza anche alla libertà di movimento e ad un moderato indurimento fisico. Kant approva il rifiuto dell’abitudine, però sottolinea l’importanza dell’esercizio fisico tramite giochi e attività finalizzate a criteri di utilità. All'inizio quindi l’educazione corporea risulterà negativa, ma poi potrà diventare positiva, cioè  non togliere impedimenti, ma aggiungere attività.

L’educazione naturale dell'anima: dal gioco al lavoro

L’educazione naturale non riguarda solo la cura del corpo, ma anche quella dell'anima. L’educazione naturale dell’anima si distingue dall’educazione morale perché forma la natura interna dell’uomo, che riguarda le facoltà  intellettuali e la ragione. Questa educazione può svolgersi in forma libera, attraverso il gioco, oppure in forma scolastica, attraverso l'obbligo. L’educazione che viene svolta soltanto attraverso il gioco produce effetti negativi, perché sviluppa l’ozio. Per questo l'educazione scolastica è  indispensabile, in quanto deve insegnare ad alternare ore di attività  obbligatoria ad ore di attività ricreativa e formare la disposizione al lavoro adulto.
Schopenhauer
La sua famiglia era di origine olandese, il padre ricco commerciante di Danzica (ove Arthur nacque il 22 febbraio 1788).
Morto il padre per suicidio  ereditò una fortuna cospicua, che gli permise di vivere di rendita, studiando: prima al ginnasio (di Gotha, e poi di Weimar), poi all' università di Gottinga (1809/11), dove conobbe G.E.Schulze, che lo introdusse a Kante a Platone, e Berlino (1811/13), dove seguì Schleiermacher, Fichte e il filologo F.A.Wolf.
Per la guerra, raggiunse a Weimar la madre, che (romanziera) vi teneva un salotto letterario, cui veniva anche Goethe, e si laureò a Jena nello stesso 1813.
Ruppe ben presto con la madre, Johanna Henriette, che aveva accolto in casa un amante, nel 1814.
Si trasferì così a Dresda e qui pubblicò Die Welt als Wille und Vorstellung, suo capolavoro, scritto nel 1818 e pubblicato nel 1819.
Poi si trasferì a Francoforte, dove rimase fino alla morte, sopraggiunta nel 1860. Di tale periodo sono La volontà della natura (1836), I due problemi fondamentali dell’etica (1841) e il brillante e popolare Parerga et paralipomena (1851). Tali opere gli guadagnarono riconoscimenti pubblici e maggior successo delle opere precedenti.

La critica all'idealismo
Schopenhauer critica in generale "i tre grandi ciarlatani" idealisti, e in particolare Hegel, "sicario della verità", la cui filosofia č mercenaria, al servizio dello Stato:
"Hegel, insediato dall'alto, dalle forze al potere, fu un ciarlatano di mente ottusa, insipido, nauseabondo, illetterato, che raggiunse il colmo dell'audacia scodellando i più pazzi e mistificanti non sensi"
il suo pensiero è "una buffonata filosofica".
i riferimenti del suo pensiero
Furono Kant, da cui prese la distinzione tra fenomeno e noumeno, interpretandola però in modo difforme dallo stesso Kant, attribuendo al fenomeno una valenza di illusorietà a quello sconosciuta (dato che al contrario per il filosofo di Koenigsberg proprio del fenomeno e anzi solo del fenomeno si può dare conoscenza rigorosamente scientifica e valida), Platone (da cui trasse la concezione delle idee, anche qui però intese in modo originale, "forme eterne sottratte alla caducità dolorosa del nostro mondo" (Abbagnano) come strato ontologico intermedio tra il centro della realtà, che č cieca Volontà e l'apparenza fenomenica più superficiale), e la filosofia indiana, da cui appunto trae la decisiva convinzione del carattere ingannevole del mondo sensibile, che altri filosofi occidentali avevano sì in precedenza definito imperfetto, e al limite prossimo al nulla (Parmenide, Platone, Plotino), ma mai giudicato deformante inganno.

1a) il mondo come rappresentazione
Noi non conosciamo le cose in sé stesse ("vediamo non il sole né la terra"), ma in quanto sono rapportate al soggetto, dipendenti dal soggetto, "interne" ad esso (conosciamo "l'occhio che vede il sole, la mano che sente il contatto con la terra"), e il soggetto filtra la realtà con le tre categorie (una sorta di a-priori, che il soggetto pone mediante l'intelletto, analogamente a Kant, con la differenza che per Sch. le categorie hanno una matrice fisiologica, piuttosto che trascendentale)

(spazio e tempo (che rendono molteplice l'oggetto)
la causalità (che lo rende un "cosmo conoscitivo"), poste come per Kant, dall'intelletto la causalità a sua volta, in quanto principio di ragion sufficiente, assume quattro forme, ossia
 causa fiendi (cioè del divenire; regola i rapporti causali);
causa cognoscendi (regola i rapporti tra i giudizi);
causa essendi (regola i rapporti tra le parti del tempo e dello spazio);
causa agendi (regola i rapporti tra le azioni); 

Essa č perciò fenomeno, nel senso di apparenza, in parentela stretta col sogno, analogamente a Pindaro , Sofocle, Shakespeare , Calderon, o, con espressione di derivazione indiana, "velo di Maya".

" è Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi ne che esista, ne che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente ma c'è il modo per giungere alla realtà in sé stessa:

1b) e come volontà
esistenza della Volontà
Ne posso essere certo in quanto
a)ho accesso diretto alla mia volontà, che sperimento essere la mia più intima essenza, facente tutt'uno con il moto del mio corpo .

b)Per analogia estendo questo a tutto il reale:

osservando nei fenomeni naturali "l'impeto violento e irresistibile con cui le acque si precipitano negli abissi, ... l'ansia con cui il ferro vola verso la calamita, la violenza con cui i poli elettrici tendono a riunirsi ...riconosciamo quell'identica essenza che in noi persegue i suoi fini al lume della conoscenza, ma che qui non ha che impulsi ciechi, sordi, unilaterali e invariabili" .

La Volontà è inconscia.
 "Essendo al di là del fenomeno, la Volontà presenta caratteri contrapposti a quelli del mondo della rappresentazione, in quanto si sottrae alle forme proprie di quest'ultimo: lo spazio, il tempo e la causalità. Innanzitutto la Volontà primordiale č inconscia, poiché la consapevolezza e l'intelletto costituiscono soltanto delle sue possibili manifestazioni secondarie. Di conseguenza, il termine Volontà, preso in senso metafisico-schopenhaueriano, non si identifica con quello di volontŕ cosciente, ma con il concetto più generale di energia o di impulso (e in questo senso si comprende perché Schopenhauer attribuisca la volontà anche alla materia inorganica e ai vegetali)."
...unica...
In secondo luogo, la Volontà risulta unica, poiché  .esistendo al di fuori dello spazio e del tempo, che dividono gli enti, si sottrae costituzionalmente a ciò che egli chiama "principio di individuazione". Infatti la Volontà non č qui più di quanto non sia la, più oggi di quanto non sia stata ieri o sarà domani. Essa, dice Schopenhauer, "è in una quercia come in un milione di querce".
...eterna...
Essendo oltre la forma del tempo, la Volontŕ č anche eterna e indistruttibile, ossia un Principio senza inizio ne fine. Per questo, Schopenhauer scrive che "alla Volontà è assicurata la vita" e paragona il perdurare dell'universo nel tempo ad un "meriggio eterno senza tramonto refrigerante", oppure all'"arcobaleno sulla cascata", non toccato dal fluire delle acque .
...assurda e cieca.
Essendo al di la della categoria di causa, e quindi di ciò  che Schopenhauer denomina "principio di ragione", la Volontà si configura anche come una Forza libera e cieca, ossia come un'Energia in causata, senza un perché  e senza uno scopo. Infatti noi possiamo cercare la "ragione" di questa o quella manifestazione fenomenica della Volontà, ma non della Volontà in se stessa, esattamente come possiamo chiedere ad un uomo perché voglia questo o quello, ma non perché voglia in generale. Tant'è che a quest'ultima domanda l'individuo non potrebbe rispondere che "voglio perché voglio", ossia, traducendo la frase in termini filosofici, " perché c'è in me una volontà irresistibile che mi spinge a volere". Infatti, la Volontà primordiale non ha una meta oltre se stessa: la vita vuole la vita, la volontà vuole la volontà, ed ogni motivazione o scopo cade entro l'orizzonte del vivere e del volere .
consegnenze etiche
Vi è in Schopenhauer un rifiuto di ogni ottimismo:
cosmico (quello delle religioni, con la loro idea di Provvidenza)
"Ogni volere scaturisce da bisogno, ossia da mancanza, ossia da sofferenza. A questa dà fine l'appagamento; tuttavia per un desiderio che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti; inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all'infinito; l'appagamento è breve e misurato con mano avara. Anzi, la stessa soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio appagato dà tosto luogo a un desiderio nuovo: quello è un errore riconosciuto, questo un errore non ancora conosciuto. Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole... bensì rassomiglia soltanto all'elemosina, la quale gettata al mendico prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento" .
La realtà è una '"arena di esseri tormentati e angosciati, i quali esistono solo a patto di divorarsi l'un l altro, dove perciò ogni animale carnivoro è il sepolcro vivente di mille altri e la propria autoconservazione č una catena di morti strazianti"
"Se si conducesse il più ostinato ottimista attraverso gli ospedali, i lazzaretti, le camere di martirio chirurgiche, attraverso le prigioni, le stanze di tortura, i recinti degli schiavi, i campi di battaglia e i tribunali, aprendogli poi tutti i sinistri covi della miseria, dove ci si appiatta per nascondersi agli sguardi della fredda curiosità, e da ultimo facendogli ficcar l'occhio nella torre della fame di Ugolino, certamente finirebbe anch'egli con l'intendere di qual sorte sia questo meilleur des mondes possibles. Donde ha preso Dante la materia del suo Inferno, se non da questo mondo reale? E nondimeno n'è venuto un inferno bell'e buono. Quando invece gli toccò di descrivere il cielo e le sue gioie, si trovò davanti a una difficoltà  insuperabile: appunto perchę il nostro mondo non offre materiale per un'impresa siffatta" .

Schopenhauer rifiuta il suicidio come via alla liberazione per questo motivo :
 1) perché "il suicidio, lungi dall'essere negazione della volontà, è invece un atto di forte affermazione della volontà stessa" in quanto il suicida "vuole la vita ed è solo malcontento delle condizioni che gli sono toccate" , per cui anziché negare veramente la volontà egli nega piuttosto la vita.

Essa ha come momenti principali
a)l'arte: "mentre la conoscenza, e quindi la scienza, è  continuamente irretita nelle forme dello spazio e del tempo, ed asservita ai bisogni della volontà, l'arte, secondo Schopenhauer, è conoscenza libera e disinteressata, che si rivolge alle idee, ossia alle forme pure o ai modelli eterni delle cose."
"Mentre per l'uomo comune, il proprio patrimonio conoscitivo è la lanterna che illumina la strada, per l'uomo geniale è il sole che rivela il mondo".
b) la compassione, che rompe la catena di egoismi che mette ogni individuo contro l'altro, causando inutile e assurda sofferenza.
“L’amore autentico è sempre compassione; e ogni amore che non sia compassione è egoismo”
c) l'ascesi
essa nasce dall'"orrore" dell'uomo "per l'essere di cui č manifestazione il suo proprio fenomeno, per la volontà di vivere, per il nocciolo e l'essenza di un mondo riconosciuto pieno di dolore", è l'esperienza per la quale l'individuo, cessando di volere la vita ed il volere stesso, si propone di estirpare il proprio desiderio di esistere, di godere e di volere: "Con la parola ascesi s’intende il deliberato infrangimento della volontà, mediante l'astensione dal piacevole e la ricerca dello spiacevole, l'espiazione e la macerazione spontaneamente scelta, per la continuata mortificazione della volontà". Comporta la perfetta castità, la rinuncia ai piaceri, l' umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio e l' auto macerazione

Fino ad arrivare alla noluntas

"il deliberato infrangimento della volontà,... per la continuata mortificazione della volontà"
"Quel che rimane dopo la soppressione completa della volontà - dice Schopenhauer - è certamente il nulla per tutti coloro che sono ancora pieni della volontà. Ma per gli altri, in cui la volontà si è distolta da se stessa e rinnegata, questo nostro universo tanto reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee è, esso, il nulla" .
 Nietzsche ha la nascita a Roecken, un paese nelle vicinanze di Lipsia. Presto rimasto orfano di padre, si trasferisce con la famiglia a Naumburg dove comincia gli studi.
Opere principali: La nascita della tragedia in Grecia (1872); Umano, troppo umano (1878); Così parlò Zarathustra (1883); Aldilà del bene e del male (1886); Sulla genealogia della morale (1887); Il crepuscolo degli idoli (1888); L'Anticristo (1888); Ecce homo (1888).
Nietzsche considera tutto la filosofia occidentale come un sistema per trovare il rimedio alle paure degli uomini, alla paura della morte, del vuoto, del nulla, del caos. Ma la vita, per Nietzsche, è caos, è paura, č morte, č vuoto, ma non solo, č anche pienezza di sé e della propria volontà, volontà di potenza.
Ciò che la filosofia occidentale vuole negare, a partire da Socrate, è proprio questo caos, questa indeterminatezza vitale, e così facendo va contro la natura dell'uomo, lo irrigidisce entro schemi artificiosi privandolo della possibilità  di essere realmente ciò che è, ovvero slancio vitale e irrazionale.

In sostanza per Nietzsche, ogni forma di verità definitiva risente di una rigidità  e di una incompletezza tale che non potrà mai coincidere con la realtà di una esistenza costantemente mutevole. La realtà è caos e contraddizione, e in ciò  è talmente complessa che ogni tentativo di imporle un ordine fallisce, diventa menzogna consolatoria.
Ecco allora che tutta la filosofia occidentale, ogni menzogna religiosa e filosofica, ogni sistema morale e metafisico, non sono altro che rimedi, apparati di pensiero che vogliono rendere la vita più sopportabile ma che non rispecchiano la complessità della realtà.
Il rimedio proposto dai vari edifici filosofici e religiosi finiscono per illudere l'uomo che non esiste caos e indeterminatezza: in realtà il rimedio al male č peggiore del male stesso in quanto illude e confina gli uomini in un mondo che risulta artificiale e illusorio, contro natura.
Il senso del divenire
Nietzsche fa suo l'assunto per cui il divenire è la verità del mondo: le cose hanno un carattere diveniente, mutabile, storico, temporale, contingente, ovvero ogni cosa non può e non potrà mai essere eterna e immutabile.
L'uomo nuovo, l'oltre-uomo, è colui che accetta il divenire nella sua assurdità, nel suo paradosso di irrazionalità e di imprevedibilità, senza ricorrere all'apporto comodo e rassicurante delle certezze e dei rimedi approntati dalla cultura occidentale (cristianesimo e metafisiche consolatorie, morali e falsi ideali).
Nietzsche afferma che l'oltre-uomo deve vivere il ritorno allo spirito della tragedia greca presocratica: nella tragedia greca l'uomo accettava fino in fondo il divenire e l'irrazionale, senza pessimismo e aldilà di ogni rimedio razionale.

L'uomo greco presocratico non era stato ancora corrotto dall'idea socratica che il bene va raggiunto per mezzo della ragione: questa idea apollinea, questo artificio della morale (
il bene come disciplina dello spirito) non permette all'uomo di manifestare la sua natura, la sua volontà di potenza (l'uomo greco presocratico trovava dignità nella tragedia, sentiva la vita e non né provava paura).

Lo spirito della tragedia greca era in sostanza lo spirito dionisiaco, l'impulso vitale, l'irrazionale, la volontà di guardare in faccia l'imprevedibile e non fuggire di fronte ad esso.

La morale è dominio dei deboli sui forti

Ogni morale che pretende di essere vera e assoluta in realtà nasconde una falsità: i sentimenti morali nascono in forza di una dimenticanza, l'uomo ha scordato che originariamente la morale era l'insieme delle norme fondate sulla sola utilità comune. La morale si è poi affinata nei secoli trovando il proprio fondamento su altri motivi (sulla paura, per ossequio, per debolezza), dimenticando le sue origini strettamente utilitaristiche.

Ecco allora che "
Non esistono fenomeni morali, esiste solo un'interpretazione morale dei fenomeni." La morale non proviene da verità assolute al di sopra degli uomini, non proviene da Dio, la morale è opera dell'uomo, che di volta in volta, all'interno delle singole società, decide a quale verità sacrificarsi.

La morale rappresenta una scissione dell'uomo: egli finisce per credere e all' occorrenza morire in nome di idee che non gli appartengono e sono fuori di sé, egli contempla le diverse qualità morali dall'esterno, come entità  indipendenti, e finisce per vivere assoggettandosi a dei fantasmi.

La morale entra quindi in conflitto con la piena realizzazione di sé propria dell'oltre-uomo, ne impedisce la libera volontà di potenza, lo spirito creatore. Ogni morale è una forma di risentimento dei deboli verso i più forti, dove i deboli sono coloro che semplificano e costringono la realtà in gabbie ideologiche, coloro che si abbandonano al rimedio religioso del mondo oltre la vita, spegnendo in sé ogni pulsione vitale in nome della paura stessa di vivere.

Debole č quindi ogni individuo che si abbandona al rimedio, forte ogni individuo che ha il coraggio di dire no al rimedio e sì all'accettazione dell'imprevisto, dell'irrazionale, del divenire stesso.
Deboli sono coloro che si nascondono dietro una morale o dietro un idolo (ideale), forti coloro che agiscono in nome della propria forza, del proprio coraggio di fronte al divenire.

L'eterno ritorno

Questo frammento postumo di Nietzsche chiarifica l'essenza dell'eterno ritorno.
Mentre la filosofia razionale e la scienza vogliono ingabbiare tutti i diversi aspetti della realtà caotica in un progetto di leggi, Nietzsche afferma che l'oltre-uomo, liberato dalle gabbie del rimedio razionale, deve accostarsi alla vita come se ogni attimo, ogni secondo, ogni minuto, dovesse ritornare e ritornare, in eterno, in modo da godere dell'infinita gioia di ogni istante imprevedibile.

In sostanza la vita non ha alcun fine, non vi è alcuno scopo o alcun senso, non esiste Dio, il rimedio filosofico e religioso ha fallito: l'oltre-uomo accetta questa mancanza di senso, questa irrazionalità senza alcuna logica, vive e vuole vivere come se tutto dovesse ritornare e ripetersi per ciò che è, un flusso di realtà incontrollabile.
Ma come può Nietzsche affermare l'eterno ritorno dell'uguale se si professa nemico di ogni immutabile? Il tempo non soggiace al volere del divenire: se il divenire può specchiarsi nel presente e nel futuro, il passato, ciò che è stato, appare come eterno e immutabile, non modificabile. Ecco che l'oltre-uomo deve volere l'eterno ritorno, ovvero deve fare in modo che il passato ritorni nella sua vita per rientrare nel flusso del divenire. L'oltre-uomo, munito della sua arma più potente, la volontà di potenza, deve creare da sé l'eterno ritorno delle cose.

La volontà di potenza, il pensiero aristocratico

L'oltre-uomo ha il compito e il dovere di liberarsi dalle gabbie dei vecchi valori e fondare un nuova morale: è la volontà di potenza, ovvero la volontà di creare e rinnovare in continuazione i valori da seguire concedendosi ad una pulsione creatrice infinita, secondo la logica dell'eterno ritorno (vedi capitolo precedente).
L'uomo nuovo, intellettualmente elitario per necessità, si erge al di sopra del gregge delle menti mediocri e desidera nient'altro che il pieno manifestarsi delle proprie qualità superiori. L'oltre-uomo non può essere democratico, l'oltre-uomo è aristocratico, appartiene ad una élite, non è certo il comune aristocratico del diritto nobiliare; nobile e aristocratico, per Nietzsche sono da intendere come nobiltà di spirito e di intelletto.
L'uomo deve poi vivere per la terra. Come già si è detto, l'uomo debole si assoggetta ad una morale fuori di sé, una morale ultraterrena, non umana; l'oltre-uomo, colui che è forte, sa che deve legare il suo destino alla terra perché nulla che non sia umano, nulla che non parta dall'uomo e sia fatto per l'uomo, è vero.
La volontà di potenza è vincere le resistenze della morale comune, il rifiuto conseguente di assoggettarsi agli idoli, un'affermazione di sé e della propria superiorità.

La critica al Cristianesimo
Il superuomo, come si scrive in Zarathustra, può ben annunciare la morte di Dio: Dio è morto perché in lui venivano rappresentati i valori che andavano contro la vita degli uomini e non per la vita degli uomini.
Per Nietzsche non è tanto Cristo a proporre una religione nefasta, anzi, Cristo fu in qualche modo un oltre-uomo, un fondatore di nuove leggi, un creatore; è la degenerazione del pensiero di Cristo ad opera di Paolo di Tarso, il suo strutturarsi in sistema, che rendono il cristianesimo la menzogna delle menzogne (In sostanza ciò Nietzsche vede di buono in Cristo è la sua volontà di potenza, ovvero la forza di interrompere una tradizione in nome di una novità che si preannuncia vitale, deplora invece l'irrigidimento in dogma del suo insegnamento).
Il Cristianesimo rende l'uomo schiavo di una verità ultraterrena inesistente o quantomeno inutile a fini pratici, il Cristianesimo sminuisce l'uomo, gli toglie dignità, lo deresponsabilizza. Solo l'uomo è il centro di tutto (non per nulla Nietzsche predilige tra tutte le epoche il Rinascimento italiano, e, tra i classici, il laico Epicuro), il Cristianesimo propugna un'inutile compassione nei confronti dell'uomo: "ma perché provare compassione per l'uomo, l'uomo non è forse degno della sua importanza? Non riescono forse gli uomini a rendersi felici da sé e a vivere pienamente la propria esistenza?".

Nella religione l'uomo debole trova più che altro un insano sfogo alle proprie pulsioni, pulsioni che si indirizzano così verso l'autopunizione e il sacrificio, verso la compassione immotivata, pulsioni trattenute dentro di sé e non lasciate libere di fluire.

Il Cristianesimo è una derivazione della metafisica platonica del mondo oltre il mondo, un altro rimedio, uno sminuirsi della vita di fronte ad altri mondi illusori ma ritenuti perfettissimi.
Nel Cristianesimo vi è tutto ciò che va contro la vita in quanto teorizzazione dell'appiattimento delle menti funzionale al controllo delle masse, nel Cristianesimo vi è la teorizzazione di uno stato di paura in modo da impedire all'uomo l'esercizio della conoscenza (
si veda l'episodio biblico di Adamo ed Eva, la mela e l'albero della conoscenza).


Lucio Anneo Seneca, nato a Cordova in Spagna nel 4 d.C., visse a Roma aderendo da giovane al pitagorismo, da cui fu poi distolto dal padre - celebre retore - e in seguito abbracciando lo stoicismo, da cui mai si separò. Si dedicò dapprima con successo alla vita forense, ma nel 41 d.C. fu esiliato in Corsica dall'imperatore Claudio per un sospetto adulterio. Vi rimase otto anni, dedicandosi agli studi filosofici e componendo una serie di scritti consolatori, nonché alcuni dialoghi. Rientrato a Roma nel 49 d.C., diventò precettore di Nerone, che però mostrò sempre maggiore predilezione per le arti che per la filosofia. In seguito all'ascesa al potere del suo discepolo, nel 54 d.C., Seneca scrive il De clementia, nel quale egli si candida come consigliere del principe; vi sostiene la tesi che la clemenza é tanto più ammirevole , quanto maggiore é il potere di chi la manifesta. L’intera produzione di tragedie di Seneca è del resto – secondo Alfonso Traina – direzionata a impartire consigli a Nerone. La clemenza é agli antipodi dell'ira - la malattia del tiranno - , di cui Seneca descrive le cause e suggerisce la terapia in un altro scritto (in tre libri), il De ira : se vogliamo avere la meglio sull'ira, non deve essere lei ad avere la meglio su di noi. Cominceremo a vincere solo quando la nasconderemo e le impediremo di prorompere all'esterno ; infatti - dice Seneca - se le consentiamo di fuoriuscire, essa ci domina: dobbiamo dunque nasconderla nel più profondo remoto del nostro petto, essa va trascinata perché non ci trascini.
 Seneca non condanna il suicidio: quando non si può più applicare la virtù, quando l’uomo non é più libero esso é concesso come extrema ratio: "non sempre bisogna cercare di tenere la vita, perché vivere non é un bene, ma é un bene vivere bene. Così il saggio vivrà quanto deve, non quanto può; esaminerà  dove gli converrà vivere, con quali persone, in quali condizioni, con quali occupazioni. Una teoria sul suicidio, evidentemente, presuppone una teoria sul valore della vita, perché quello é negazione o almeno rinuncia di questa. Che cosa é la vita per un uomo saggio? Vive colui che é di utilità a molti , vive colui che può usare se stesso : per essere di utilità a qualcuno in modo consapevole, bisogna poter disporre di se, della parte migliore di se, cioè  della propria ragione.
Per Seneca  la filosofia diventa in primo luogo una barriera di protezione contro un mondo minaccioso. Il punto di partenza consiste nel riconoscere che contro la sorte é impossibile lottare e che l'errore fondamentale é di attribuire valore a ciò che dipende da essa. Se – stoicamente – il destino č signore delle cose, allora non ha senso opporvisi: siamo come cani legati ad un carro, e la cosa più saggia che possiamo fare č accettare liberamente di farci tirare da esso; proprio degli stolti è invece opporsi, con la conseguenza che si è ugualmente trascinati ma ci si fa male.
 Secondo il filosofo il dominio dei valori si trova  spostato dall'esterno all'interno, nella ragione, da cui dipende la valutazione delle cose. L' interiorità, a cui fa appello Seneca, é il luogo in cui si combatte contro gli assalti di tutto ciò che é esterno per la salvaguardia della propria libertà: ed é per questo che il pensatore spagnolo ci invita  alla sera, quando la nostra giornata volge al termine, a fare  una ricognizione fra i sentieri del proprio animo per sincerarsi che quella trascorsa sia stata una giornata bene impiegata. La virtù  non é preclusa a nessuno e per questo aspetto anche gli schiavi sono uomini, ma Seneca non ne trae la conclusione che uno schiavo virtuoso dovrebbe anche essere liberato dalla schiavitù sul piano giuridico, poiché questa condizione giuridica riguarda solo il corpo dello schiavo, che, consegnato dalla sorte a un padrone, non può mutare il suo stato perché con la sorte non si interferisce: anche il padrone è schiavo del fato. La vera schiavitù per Seneca é quella volontaria, l'assoggettamento al vizio. Sulla tematica della schiavitù  Seneca si sofferma diffusamente nell’epistola 47 a Lucilio: pur non arrivando a propugnare l’abbattimento della schiavitù, egli sostiene quel principio di uguaglianza fra gli uomini che spesso i filosofi avevano affermato solo teoricamente, in un’epoca in cui non di rado i rapporti con gli schiavi vengono irrigiditi e inaspriti, più volte rammenta che lo schiavo ha piena dignità umana e che a lui è schiusa come ad ogni altro uomo la via del bene.
 Chiunque, indipendentemente dalla propria condizione sociale, può raggiungere la virtù: Se  è vero che la via della virtù non è preclusa a nessuno, è altrettanto vero che solo il saggio stoico può percorrere realmente tale via fino in fondo: è questa a tesi che affiora nel De costantia sapientis; ma il vero saggio stoico è più un ideale a cui mirare che non un uomo esistente: è talmente raro – dice Seneca– da essere paragonabile alla fenice, che nasce una volta ogni cinquecento anni. Discorso analogo a quello sulla schiavitù può valere per quelli che gli stoici avevano chiamato "indifferenti": per esempio, nei confronti delle ricchezze, Seneca sottolinea la netta differenza nel disprezzare le ricchezze avendole o non avendole. Il modello militare di virtù e l'etica agonistica dello sforzo contro gli ostacoli, proprie dello stoicismo con una più forte impronta cinica, si confermano particolarmente consoni al ceto aristocratico di Roma . "Senza un avversario la virtù marcisce", dice Seneca. Paradossalmente proprio la tirannide diventa occasione per ritrovare la vera libertà, che ha il suo modello nell'autosufficienza del sapiente. La costruzione e l'affermazione di sé, attraverso il combattimento, é dunque una vicenda interna all'anima. Il ritiro in se stessi , nel seno protettivo della filosofia, é anche fuga dalla folla e da forme ostentate e volgari di filosofia, come quella dei cinici, stravaganti anche nell'aspetto e nel comportamento esteriori. Seneca non esita invece ad avvicinarsi al precetto epicureo del vivere nascostamente: questo recupero positivo di Epicuro da parte di un filosofo non epicureo é abbastanza eccezionale nell'antichità: Cicerone si era così rivelato un eclettico aperto ad ogni filosofia, ma nei riguardi dell’epicureismo aveva palesato un atteggiamento di netta chiusura. Seneca invece nota con occhio critico come epicurei e stoici non siano così diversi, tant’è che l’obiettivo ultimo che si propongono è di ordine etio. La stessa forma epistolare a cui Seneca ricorre é un richiamo al modo di filosofare epicureo (nonché platonico). Le prime 30 lettere indirizzate a Lucilio si concludono tutte con una massima tratta dagli scritti di Epicuro e offerta alla meditazione: una massima utile, infatti, anche se enunciata da Epicuro, é proprietà comune. Seneca, che pure si professa stoico, rivendica quindi la libertà di filosofare in nome proprio di fronte a una presunta ortodossia di scuola. I filosofi del passato, egli sostiene, "non sono i nostri padroni , ma le nostre guide", giacché "chi accetta passivamente il pensiero di un altro non trova, anzi non cerca neppure qualcosa di nuovo". La metafora a cui ricorre Seneca per tratteggiare il proprio eclettismo, contrario ad ogni dogmatismo, č quella dell’ape, la quale, errando qua e la, sceglie i fiori adatti al miele, evitando quelli inadatti; dobbiamo ingerire il pensiero altrui come il cibo che, una volta assunto, viene digerito, rielaborato e fatto nostro: "e se anche nella tua opera trasparirŕ l’autore che ammiri, e che è impresso profondamente nel tuo animo, vorrei che la somiglianza fosse quella di un figlio, non quella di un ritratto: il ritratto č una cosa morta". Per questo motivo č di fondamentale importanza dedicarsi attivamente alla lettura dei libri – spiega Seneca nell’Epistola 2 -, scegliendone pochi ma buoni: sbaglia infatti chi passa in continuazione da un libro all’altro, senza fermarsi mai, poiché "nusquam est qui ubique est" ("non è da nessuna parte chi č dappertutto"): come chi viaggia di continuo ha ospiti ma non veri amici e come chi ingerisci troppi cibi non si nutre ma si intossica, così  chi salta continuamente da un libro all’altro nuoce a se stesso: "nihil tam utile est, ut in transitu prosit". L’uomo è per Seneca – sulla scia di Aristotele – un animale congenitamente socievole ("hominem sociale animal communi bono genitum videri volumus", De clementia, I, 3, 2): siamo tutti membra di uno stesso corpo, tutti per natura vincolati da un rapporto di reciproco sostegno, così come le pietre che costituiscono una volta (Epistole a Lucilio, 95), pronta a cadere se esse non si sorreggessero a vicenda. Buona parte dell’opera di Seneca č poi dedicata alla fugacitŕ del tempo: così si aprono l’epistolario a Lucilio e il De brevitate vitae; l’idea centrale di Seneca è che "non disponiamo di poco tempo, ma molto ne perdiamo" (De brevitate vitae, 1). La vita ci sfugge di continuo, ma il tempo di cui disponiamo è sufficiente per compiere le più grandi imprese, per conseguire la virtù (vero obiettivo della vita umana): come ricchezze immense, se finite nelle mani di un incapace, vengono rapidamente dilapidate, cos'è un piccolo gruzzoletto, se capita nelle mani giuste, viene investito e aumenta; così per la vita, che è breve ma può essere ben sfruttata; questo punto è da Seneca compendiato nella scintillante sententia "vita longa est, si uti scias" ("la vita č lunga, se sai farne uso") Il guaio č che molti uomini si perdono in futili attività, sprecando in tal modo il loro tempo; ed è a tal proposito che Seneca fa  un affresco di quelli che lui chiama gli "occupati", e che noi potremmo definire "i perdigiorno", coloro cioè che, immersi in attività del tutto inutili, non si accorgono che la loro vita sta scorrendo via. "La vita non è breve, ma tale la rendiamo noi", sprecando il nostro tempo in futili attività, senza accorgerci che "mentre si attende di vivere, la vita passa", ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. E il miglior modo per impiegare la propria vita è per Seneca la filosofia, pur senza distaccarsi dalla politica, secondo gli insegnamenti stoici: così, nel De tranquillitate animi il filosofo spagnolo polemizza con lo stoico Attenodoro, il quale sosteneva che per esercitare la filosofia fosse necessario allontanarsi dalla politica. Nel De otio, tuttavia, Seneca ritorna sui propri passi, esaltando a gran voce la vita contemplativa, invitando chi si è accorto che nella politica č impossibile esercitare la virtù e la filosofia a distaccarsene (dando quindi ragione ad Attenodoro), proprio come era accaduto a Seneca stesso nei suoi travagliati rapporti con Nerone. Ma l’adesione allo stoicismo pone a Seneca anche altre problematiche di gran rilievo: forse la più importante è come sia possibile, in un modo retto dalla ratio cosmica , che gli uomini giusti si trovino a patire grandi torti e ingiustizie, mentre spesso gli ingiusti trionfino. Perché il male si abbatte sui buoni? Se davvero il mondo fosse governato dalla provvidenza cosmica – come prevede lo stoicismo -, i buoni non dovrebbero essere premiati anziché puniti? A questa difficile questione Seneca prova a rispondere nel De providentia, spiegando come quelli che a noi paiono mali siano in realtà  delle prove che ci vengono poste per saggiare la nostra virtù: "perché, allora tante malattie, tanti lutti, tanti guai capitano proprio ai migliori? Per la stessa ragione per cui in guerra le imprese più rischiose sono assegnate ai più forti". Ricorrendo ad un’altra metafora, Seneca spiega che la divinità  si comporta come un maestro coi suoi scolari, pretendendo "di più da coloro sui quali conta di più". Il pensiero di Seneca, per via del suo stile scintillante disententiae e per il suo procedere costellato di metafore e rapide contrapposizioni, verrà  condannato da Quintiliano, ma, nonostante la sua pur autorevole condanna, godrà  di un’immensa fortuna nel pensiero successivo.

" De providentia " (62 d.C.?): vi si espone la tesi (opposta a quella epicurea), che tende a giustificare la constatazione di una sorte che sembra spesso premiare i malvagi e punire gli onesti: ma è solo la volontà divina che vuole mettere alla prova i buoni ed attestarne la virtù. Il sapiens stoico realizza la sua natura razionale nel riconoscere il posto che il logos gli ha assegnato nell'ordine cosmico, accettandolo serenamente.
" De brevitate vitae ": vi sono trattati i temi del tempo, della sua fugacità e dell'apparente brevità  della vita: la condizione umana ci sembra tale solo perché noi non sappiamo afferrare l'essenza della vita, e la disperdiamo in occupazioni futili.
" De ira libri III " (41 d.C.?): sono una sorta di fenomenologia delle passioni umane, poiché analizzano i meccanismi di origine e i modi per inibirle e controllarle: si tu vis vincere iram, non potest te illa , questo è il tema portante. Se per i Peripatetici era giusto che si potesse sfogare l'ira in manifestazioni esterne, per Seneca è l'esatto contrario: l'ira va trattenuta, va vinta, affinché non sia essa a vincerci. Bisogna trascinarla dentro, affinché non sia lei a trascinarci; è opportuno tenere nascoste le sue manifestazioni ( obruamus signa illius ).
" De clementia " : l'opera è stata composta all'incirca tra il 55 e il 56 e rappresenta la più  chiara espressione della concezione senecana del potere. Il testo è  opportunamente dedicato all'imperatore Nerone come traccia di un ideale programma politico ispirato ad equità e moderazione. Seneca non mette in discussione la legittimità costituzionale del principato, ne le forme ormai palesemente monarchiche che esso ha assunto: il potere unico era il più conforme alla concezione stoica di un ordine cosmico retto dal logos, dalla ragione universale, il più idoneo a rappresentare l'ideale di un universo cosmopolita, a fungere da vincolo e simbolo unificante dei tanti popoli che formano l'impero. Il problema, piuttosto, è di avere un buon sovrano: l'unico freno del sovrano, essendo il potere assoluto, sarà la sua stessa coscienza, che lo dovrà  trattenere dal governare in modo tirannico. L'ideale senecano di clemenza č una misurata commistione di indulgenza e moderazione.
" De otio " (62 d.C. ?): in quest'opera vi è un ribaltamento delle posizioni senecane: il vero filosofo stoico deve stare lontano dalla politica e dedicarsi interamente alla vita contemplativa. Chi opera politicamente si accorge di non potere esercitare la virtus, come si era accorto Attenodoro, e come ora si accorge Seneca, in seguito alla rottura dei rapporti con Nerone.
Quindi abbiamo: 124 " Epistulae morales ad Lucilium " (20 libri, composte negli ultimi anni di vita): S. vi riassume la sua filosofia e la sua esperienza, la sua saggezza e il suo dolore.

VITA E PENSIERO DI SOCRATE

Il filosofo Socrate (Atene 469 - 399 a.C.), si dedicò  fin da giovanissimo alla filosofia, entrando in contatto con Anassagora e i maggiori sofisti. Visse nel periodo del lungo conflitto tra Atene e Sparta, che si concluse con la vittoria di quest'ultima. Più volte Socrate prese parte agli scontri militari, distinguendosi per valore e abnegazione e mostrando quella grande forza di carattere che lo caratterizzerà in seguito anche nella vita civile. La sua adesione all'ordinamento democratico di Atene non fu infatti incondizionata: da un lato avanzò critiche in nome della ragione e della giustizia, dall'altra riteneva che non tutti i cittadini fossero idonei a partecipare alle decisioni pubbliche, ma solo quelli che disponevano di un'adeguata preparazione.
Pure sotto il regime oligarchico dei Trenta Tiranni egli si oppose all'opinione della maggioranza o del potere ogni volta che lo ritenne giusto, anche a rischio di gravi conseguenze (come quando si oppose a Crizia, disobbedendo all'ordine di uccidere un avversario politico del regime).
Per lui la ricerca filosofica era una pratica di vita a cui bisognava dedicarsi con coerenza totale e senza cedere a compromessi. Ma non tenne cattedra.
Non si dichiarò, come i Sofisti, maestro di sapere. Trascorreva le sue giornate conversando dappertutto e con tutti, su qualsiasi argomento. Se la sua straordinaria personalità non mancò di lasciare il segno su tutti i suoi interlocutori, anticonformismo e autonomia dei giudizi morali lo misero in cattiva luce di fronte all'opinione democratica più conservatrice, che considerava il suo insegnamento nocivo per la difesa dei valori tradizionali della polis. Dopo la disfatta dei Trenta, nel 399, venne processato per empietà  e corruzione dei giovani. Č probabile che gli accusatori mirassero soltanto al suo esilio, ma egli, come sempre, rifiutò i compromessi e, rinunciando all' opportunità della fuga, bevve la cicuta dopo l'estremo saluto ai suoi allievi più fedeli.


PENSIERO
IL filosofo non lasciò cose scritte, perché pensava, dice Platone, che i discorsi scritti sono come le figure dipinte: se le si interroga non rispondono. Invece filosofare č colloquio vivo, perenne tensione verso la verità, che non può essere fissata una volta per tutte nella parola scritta. Quel che sappiamo di lui e del suo insegnamento lo dobbiamo soprattutto a Platone, che ne fece il protagonista della maggior parte dei suoi dialoghi, e che, specialmente nei primi di essi (i cosiddetti dialoghi socratici), ritrasse nella maniera più fedele il suo pensiero. Altre testimonianze ci vengono da Senofonte, Aristofane e Aristotele.
Lui, al pari dei sofisti, č incurante delle ricerche scientifiche sulla natura: anche a lui non interessa che l'uomo e il suo mondo. Come loro, egli č critico implacabile di qualsiasi specie di conformismo sociale e morale, accettato passivamente e acriticamente. Però mentre la sofistica si limita a una critica delle norme sociali o statali in quanto le ritiene puramente "convenzionali", Socrate mira a ricostruire la morale sulla base dell' autorità interna della coscienza, guidata dalla ragione e dalla riflessione costante dell'uomo su se stesso e sul suo fare.
 Le parole  dell'oracolo di Delfi, conosci te stesso, diventano per Socrate l'indicazione della ricerca filosofica. Socrate stesso si ritiene ignorante e non si fa perciò portatore di un qualche sapere compiuto sull'uomo: egli si pone il compito di liberare gli altri da questa fatale illusione di sapere per porre la condizione essenziale alla costruzione di una vera conoscenza. Il metodo della ricerca socratica non può dunque essere che il dialogo. Tutti discutono con sicurezza di virtů, di giustizia, di coraggio, di bellezza, ma enumerandone i casi particolari collettivamente condivisi. Socrate invece vuole conoscere, non quali siano le cose belle, giuste, ma che cosa sia il bello, il giusto ecc., che č comune a tutte le cose che diciamo belle e giuste. La domanda socratica sul che cosa mira infatti alla definizione dell'essenza, all'universalità del concetto. Č per questo che Aristotele attribuisce a Socrate la scoperta del ragionamento induttivo (inteso qui come un processo che da un certo numero di casi particolari risale all'universale).
Se il dialogo si conclude in genere senza la proposta di una precisa definizione, l'interlocutore di Socrate ne esce sempre turbato e in preda al dubbio, ovvero disposto ad ammettere la propria ignoranza e ad impegnarsi nella ricerca del sapere. Suscitando con l'ironia la messa in discussione di se stessi, Socrate, con l'arte della maieutica (del far partorire) aiuta l'interlocutore a esprimere da sé quel tanto di verità che la sua anima possiede: č nel travaglio interno della propria anima che ciascuno deve cercare, e cercare per sempre, la verità che guida la nostra vita. Se il sapere filosofico s'identifica con la conoscenza che l'uomo ha di se stesso, esso è tutt'uno con il sapere pratico, ovvero, la coscienza morale. Solo la conoscenza consente all'uomo di realizzare la sua umanità sottraendosi agli impulsi e alle passioni e diventando padrone di sé (in questo consiste la libertà umana). La virtů è conoscenza, il male è frutto dell'ignoranza. La conoscenza del bene è tutt'uno con la sua pratica: solo nella realizzazione razionale della virtů l'uomo è felice. Insieme al concetto di anima, intesa come interiorità spirituale individuale, l'altro fondamentale contributo di Socrate all'etica č la tesi dell'importanza della cura di sé, come scopo autentico della vita umana.


RAMANA MAHARISHI

Ramana Maharshi, vissuto in India tra il 1879 ed il 1950, è unanimemente considerato uno dei più importanti e significativi maestri spirituali contemporanei.
Il metodo realizzativo che ha insegnato per l’intera vita venne da lui stesso indicato come atma-vichara cioè come ‘ricerca del Sé’.
Esso consiste nel rivolgere la coscienza entro se stessa per andare alla ricerca della sua sorgente passando così dal falso ‘io’ (che corrisponde alla ‘personalità storica’ transeunte) al vero ‘Io’, al Sé eterno.
Tale metodo si può considerare come la ‘quintessenza’ della tradizione mistico-iniziatica indiana e anche teoreticamente come la via realizzativa più diretta in assoluto poiché pone come oggetto di concentrazione non un suono, un’immagine, un simbolo, una funzione organica, ma direttamente il proprio ‘senso dell’io’.
In effetti l’India, nel corso di migliaia di anni, ha elaborato numerosissime tecniche di autorealizzazione spirituale che, pur nella loro estrema varietà hanno avuto un medesimo fine, quello di arrestare il flusso caotico della mente per poter giungere alla occulta sorgente metafisica della coscienza.
Per questo motivo lo yoga (storicamente la più famosa ed importante di queste tecniche) è stato definito da Patanjali in estrema ed efficace sintesi come ‘interruzione del flusso mentale’.
A ben considerare Patanjali ha genialmente riassunto tutto il senso della pratica nei primissimi aforismi (sutra) del primo libro della sua opera che così recitano:
“1.2 Lo yoga è la sospensione (nirodha, arresto, sospensione, cessazione, integrazione,stabilità) delle modificazioni (vrtti, disperso, fluttuante, instabile, mulinello) della mente (citta, i sensi, le emozioni, il pensiero).
1.3 Quando ciò si è realizzato la coscienza (drastr, il testimone, il centro) riposa nella sua natura essenziale (svarupa, la propria forma, natura).

1.4 Altrimenti (la coscienza) si identifica (è confusa) con le modificazioni della mente (cittavrtti).”

La tradizione mistica sia orientale che occidentale è sostanzialmente accomunata dalla convinzione che solo una mente capace di allontanarsi dal suo passivo cedere al flusso delle sensazioni e dei pensieri concentrandosi attivamente sino al punto di tramutarsi in una pura consapevolezza senza ‘contenuti’, può penetrare profondamente nella struttura della Realtà cogliendone la dimensione transfisica.
Per questo ogni tecnica ‘iniziatica’ implica un allenamento alla ‘concentrazione’, alla ‘unificazione’ dello spirito il quale abitualmente si disperde nel movimento caotico dei contenuti sensoriali e psichici.
Naturalmente per l’uomo l’oggetto primo ed essenziale della Conoscenza non può essere altro che se stesso poiché per conoscere il Mondo, cioè la realtà ‘esterna’, l’oggetto, è necessario conoscere preliminarmente il  Conoscitore, la ‘realtà interna’, il soggetto.
La prima domanda da porsi non è quindi: ‘Come è fatto il mondo?’ ma piuttosto: ‘Chi è colui che si pone la domanda di come è fatto il Mondo?’
A rigore di logica, il cammino della conoscenza per procedere da un sicuro fondamento, non può partire dal di fuori della coscienza, vale a dire dal Mondo percepito tramite i sensi, né tantomeno dal concetto di un Dio che si pone al di là dei dati immediati della coscienza stessa.
L’esistenza di in mondo esterno e di Dio potrebbero essere oggetto di dubbio: in fin dei conti quando sogniamo vediamo una realtà che in quel momento ci appare come indubitabilmente esistente, quanto a Dio: esso per definizione si pone al di là della percezione ‘ordinaria’ degli esseri umani.
Dunque l’unica certezza per l’essere umano (e quindi la base, l’inizio di ogni cammino conoscitivo) è la sua stessa coscienza che dubitando della sua stessa esistenza non farebbe altro che riaffermarla.
L’uomo cioè potrebbe dubitare della validità dei contenuti della sua coscienza, ma non della sua personale coscienza di essi.
La coscienza non è un concetto elaborato dal pensiero ma un’ autoevidenza intuitiva: io sono ‘qualcosa’ che è consapevole.
All’interno e a fondamento della ‘consapevolezza’ del mondo esterno c’è, quindi, l’’auto-consapevolezza’, cioè la coscienza di se stessi come ‘enti’ dotati di tale capacità.
La ‘riflessione’ di cui è capace l’uomo gli consente non solo di ‘conoscere’ ciò che è altro da sé ma anche di ‘sapere di conoscere’ e di assumere come oggetto di conoscenza se stesso.
La capacità di riflessione dunque implica la possibilità di ripiegare (dunque, appunto, letteralmente di ‘riportare indietro’) la coscienza su se stessa.
E’ facile la metafora di una luce che, trovando una superficie riflettente, ritorna alla sua sorgente.
C’è quindi una distinzione da fare tra ‘consapevolezza’ e ‘pensiero’; la consapevolezza è alla base del pensiero ma non è il pensiero.
Io, infatti, posso essere consapevole dei pensieri e, in qualche misura, posso persino modificarli.
Il pensiero, nella tradizione metafisica indiana (il manas) è il riflesso sul piano ‘materiale’ della consapevolezza ed in quanto riflesso appartiene ad un piano inferiore ma nel contempo rimane sempre collegato a quello superiore della consapevolezza.
Separare il senso dell’io dalla mente e dai suoi processi consente alla consapevolezza di espandersi.
Per questo il processo evolutivo metafisico non è propriamente definibile come un ordinario processo di conoscenza perché questo implica un Conoscitore, un Conosciuto ed un atto del conoscere.
Ma quando l’io si volge su se stesso conoscitore, conosciuto ed atto del conoscere sono tutt’uno, quindi ci si ‘conosce’ (per così dire) solo con un atto dello spirito che non è logico-discorsivo ma consiste nel puro ‘essere’, in una pura ‘presenza a se stessi’ priva di pensieri, in una ‘contemplazione’.
Conoscere se stesso equivale, quindi, non a ‘pensare’ a se stesso ma all’’essere’ se stesso.
Per questo il motto più significativo di Ramana è: ‘Sii te stesso’.
Egli afferma:
“Se parliamo ([erroneamente]) di ‘conoscere’ il Sé, ci devono essere [ vale a dire: dobbiamo ammettere che esistano]  due sé, un sé che conosce, un’ altro sé che è conosciuto e il processo del conoscere. Lo stato che chiamiamo realizzazione è semplicemente essere se stessi, non ‘conoscere’ o ‘diventare’ qualcosa. Se ci si è realizzati, si è solo ciò che si è sempre stati. Non si può descrivere quello stato. Si può solo esserlo. Naturalmente, parliamo in modo inesatto della ‘realizzazione del Sé’, in mancanza di un termine migliore. Come ‘realizzare’ o rendere reale quello che soltanto è reale?”

Lo studioso David Godman ha sintetizzato efficacemente le indicazioni di Ramana relative alla pratica dell’atma vichara:
“Ai principianti dell’autoindagine veniva consigliato di porre l’attenzione sul sentimento interiore di ‘io’ e di trattenere quel sentimento il più a lungo possibile: Veniva detto loro che se l’attenzione veniva distratta da altri pensieri dovevano tornare alla consapevolezza del pensiero ‘io’ ogni volta che diventavano consapevoli che la loro attenzione aveva divagato.
Egli suggerì inoltre diversi metodi per favorire questo processo – ci si poteva chiedere: ‘Chi sono io?’, oppure: ‘Da dove viene questo io? – ma lo scopo ultimo era di essere continuamente consapevoli dell’’io’ che presume di essere responsabile di tutte le attività del corpo e della mente.
Nei primi stadi della pratica, l’attenzione al sentimento ‘io’ è un’attività mentale che prende la forma di un pensiero o una percezione. Man mano che la pratica si sviluppa, il pensiero ‘io’ lascia spazio a un sentimento dell’’io’ sperimentato soggettivamente e quando questo sentimento cessa di collegarsi e identificarsi con i pensieri e gli oggetti, svanisce completamente. Ciò che rimane è un’esperienza di essere in cui il sentimento dell’individualità ha temporaneamente cessato di funzionare…Negli stadi iniziali lo sforzo nel trasferire l’attenzione dai pensieri al pensatore è essenziale, ma una volta che la consapevolezza del sentimento dell’’io’ è stata fermamente stabilita, ulteriore sforzo è controproducente. Da allora è più un processo di essere che di fare, di essere senza sforzo piuttosto che uno sforzo per essere…Alla fine il Sé non viene scoperto come risultato del fare qualcosa, ma soltanto essendo.
Come Sri Ramana stesso una volta osservò:
“Non meditare – sii!”
“Non pensare di essere – sii!”
“Non pensare all’essere – sii!”

Ad un principiante che chiedeva come partendo dalla mente si potesse – paradossalmente -  andare altre di essa il saggio di Arunachala disse:
“La mente si calmerà soltanto per mezzo dell’indagine ‘Chi sono io?’. Il pensiero ‘Chi sono io?’ distruggendo tutti gli altri pensieri, verrà esso stesso distrutto, come il bastone usato per attizzare la pira funeraria. Se sorgono altri pensieri, senza tentare di completarli, uno dovrebbe indagare: ‘A chi sono venuti?’. Cosa importa se vengono dei pensieri, per quanti essi siano? Nel momento in cui sorge ogni pensiero, se si indaga con vigilanza: ‘A chi è venuto?’, si verrà a conoscere: ‘A me’. Se allora si indaga: ‘Chi sono io?’, la mente tornerà alla sua sorgente ( il Sé) e il pensiero che era sorto cesserà. Praticando in questo modo ripetutamente, il potere della mente di dimorare sulla sua sorgente aumenta”.
Significativamente in occidente Plotino nel III secolo dopo Cristo, ispirandosi all’antica sapienza di Delfi che si esprimeva nel motto: Conosci te stesso e al Protagora di Platone (343 B), affermò con chiarezza il medesimo concetto ed indicò la medesima prassi d’interiorizzazione:

“Iniziando questa ricerca noi obbediamo al precetto del dio che ci comanda di conoscere noi stessi. Se vogliamo cercare e trovare ogni altra cosa, è giusto che ricerchiamo chi è colui che ricerca: desiderando così di cogliere l’amorosa visione delle cose supreme”(Enneadi, IV, 3, 1, 1).

Per volgere la coscienza verso l’interno, verso se stessa è evidentemente necessario distoglierla ed isolarla dai ‘contenuti’ che ad essa provengono dal mondo ‘esterno’.
Ma per la coscienza comune è così costante e ‘normale’ il fatto che essa sia ‘piena di contenuti’ che sembra logico dedurne che una coscienza senza ‘contenuti’ sia semplicemente una non-coscienza.
In effetti, chi identifica la coscienza con l’attività di percezione sensibile e di rielaborazione ‘logica’ ed emozionale dei contenuti esperienziali non può trarne che tale conseguenza.
Per questo nella stessa psicologia occidentale il processo di autoconoscenza si è tradizionalmente limitato ad un’analisi ‘funzionale’ dei rapporti tra l’io ed i suoi contenuti esperienziali.
Tale analisi ha volutamente evitato (soprattutto dopo Kant) di affrontare il problema (ritenuto assurdo o irrisolvibile) della ‘natura’ dell’io.
Nella tradizione esoterica il processo di autoconoscenza con cui si arresta il pensiero ‘discorsivo’ era considerato, invece, il fondamento di una evoluzione conoscitiva che dall’io conduce al Sé universale.
Per la ‘sofia’ mistico-iniziatica sia orientale che occidentale, infatti, la coscienza umana separandosi consapevolmente dai suoi ‘contenuti’ non solo sussiste ma, ancor più, si espande verso campi più vasti della Realtà, a partire dalla sua stessa realtà.
Il primo passo, quindi, in ogni autentica e rigorosa via iniziatica, di ogni ricerca spirituale è quello di volgere la coscienza verso l’interno.

“La mente rivolta all’interno è il Sé – afferma Ramana – rivolta all’esterno diventa l’ego…Il cotone intessuto in vari panni lo chiamiamo con vari nomi. L’oro forgiato in vari ornamenti lo chiamiamo con vari nomi. Ma tutti i panni o vestiti sono cotone e tutti gli ornamenti oro. L’Uno è reale, i molti sono semplici nomi e forme. La mente non esiste separata da Sé; cioè essa non ha esistenza indipendente. Il Sé esiste senza la mente, la mente mai senza il Sé.”

La tradizione esoterica indiana e quella greca sono d’accordo sulla essenzialità di tale prassi d’introversione.
Tutte le tecniche ‘mistiche’, nelle loro infinite varianti, sono volte a questo fine.
La ‘concentrazione’ su qualcosa è solo un ‘pretesto’ per creare uno stato di coscienza diverso ed una prima forma di ‘liberazione’ attraverso l’arresto del flusso dei pensieri, la meta vera è però la ‘meditazione’, la quale consiste nel rimanere stabili in una condizione di consapevolezza senza pensieri.
Per tale motivo quelle civiltà hanno elaborato nel corso dei secoli ed indipendentemente l’una dall’altra una medesima dottrina secondo la quale solo l’io che rientra in se stesso, che si ‘unifica’, che realizza così, poco a poco, la sua autonomia dalle ‘cose’ e dal suo stesso ‘corpo’, può conoscere la sua vera natura, accedere al mondo ‘divino’ e comprendere conseguentemente la vera natura del mondo.

“Tu sei consapevolezza – afferma Ramana – Consapevolezza è un altro tuo nome. Poiché tu sei consapevolezza, non è necessario conseguirla o coltivarla. Tutto ciò che devi fare è rinunciare all’essere consapevole di altre cose, cioè del non-Sé. Se si rinuncia a essere consapevoli di esse, allora rimane soltanto la pura consapevolezza, e quella è il Sé”.

Naturalmente, per il saggio indiano, la consapevolezza è ‘pura’ quando non è contaminata dal ‘mondo materiale’ e rimane ‘da sola’, ‘separata’, ‘libera’ da ciò che le è estraneo, quieta in se stessa.
A volte Ramana usa delle metafore per far meglio comprendere la relazione tra il corpo, il Sé e l’ego:
“Da un punto di vista funzionale, l’ego ha solo una caratteristica. L’ego funziona come legame tra il Sé, che è pura coscienza, e il corpo fisico, che è inerte e in senziente. L’ego è perciò chiamato chit-jada-granthi, cioè il nodo tra la coscienza ed il corpo inerte… Devi distinguere tra l’’io’ puro in se stesso, e il pensiero ‘io’. Quest’ultimo, essendo semplicemente un pensiero, vede soggetto ed oggetto, dorme, si risveglia, mangia e pensa, muore e rinasce. Ma il puro ‘io’ è il puro essere, l’eterna esistenza, libera dall’ignoranza e dall’illusione-pensiero. Se rimani come ‘io’, come il tuo essere soltanto, senza pensiero, il pensiero ‘io’ scomparirà e l’illusione svanirà per sempre… L’essenza della mente è soltanto consapevolezza o coscienza… C’è un Sé assoluto da cui proviene una scintilla, come da un fuoco. La scintilla è chiamata ‘ego’…La sua vera natura può essere scoperta quando non è più in contatto con oggetti o pensieri”.

In occidente Platone, vissuto tra il V ed il IV secolo avanti Cristo, indicò la via per arrivare alla sapienza, alla sofia, proprio nel coltivare una coscienza svincolata dal corpo e volta su se stessa:
In particolare nel dialogo intitolato Fedone egli afferma che con tale prassi si opera una ‘catarsi’ che è “la stessa dell’antica dottrina (chiaro riferimento alla sapienza misterica orfico-pitagorica)  che consiste appunto nel separare (to chorizein) il più possibile l’anima dal corpo e nell’abituarla (ethisai; ciò presuppone una costante prassi meditativa) a raccogliersi (sunagheiresthai; vale a dire ‘concentrarsi’) e a restare sola in se stessa (athroizesthai kath’auten; la‘ricerca del Sé’!) e a rimanere per il tempo presente (nella vita ‘terrena) e futuro (dopo la morte) sola in se medesima (oikein katà to dunatòn), sciolta dal corpo come da catene”.
In un altro passo dello stesso dialogo è altrettanto chiara la natura di quel processo attraverso cui l’anima s’innalza al sovrasensibile:
“Quando l’anima contempla se stessa (kath’autèn skopè: letteralmente ‘guarda in direzione di se stessa’) si muove verso là (ekeise oichetai), verso  ciò che è puro (katharon), eterno ed immortale(aei on kai athanaton) e che non ha mutazioni e avendo natura affine a quello (synghenès; c’è dunque una consonanza sostanziale tra lo spirito umano e quello di Dio), rimane sempre con quello ogni volta che le riesca essere in sé e per sé sola (otanper autè katrh’autèn ghenetai)e questo stato dell’anima (to pathema) si chiama ‘sapienza’ (frόnesis, sinonimo di sofίa)”.
Anche per il filosofo ateniese bisogna dunque allenarsi a svincolare l’anima dalla sua abituale connessione col corpo: in questo consiste la pratica mistica.
“Il pensiero ‘io’ – dice analogamente Ramana – sorge simultaneamente al corpo, prospera e scompare con esso. La coscienza del corpo è l’errato ‘io’. Abbandona questa coscienza del corpo… ciò viene fatto cercando la sorgente dell’io…Il grado di assenza dei pensieri è la misura del tuo progresso verso la realizzazione del Sé”.
Questa prassi mistica caratterizzò in occidente l’Accademia platonica e, di conseguenza, anche il neoplatonismo dell’età tardo-antica.
Prova ne è una stupenda pagina delle Enneadi in cui il principale esponente di tale corrente filosofica, l’egiziano Plotino, parla della sua personale esperienza illuminativa conseguita appunto separando la coscienza dal corpo.
Per lui finché l’anima è legata ad esso, pur trovandosi nel cosiddetto ‘stato di veglia’, è come immersa nell’incoscienza di un qualche altro tipo di sonno da cui bisogna ‘risvegliarsi’.

Per lui, come per il Buddha, l’illuminazione è un risveglio:
“Spesso – egli dice – ridestandomi dal mio corpo a me stesso, eccomi diventato estraneo a tutto il resto e intimo solo a me stesso (emautou de eiso), contemplo allora una bellezza meravigliosa e sono sicuro di appartenere in sommo grado al mondo superiore; ho vissuto la più nobile forma di vita, sono diventato identico al divino, mi sono basato sul suo fondamento, sono pervenuto a quella suprema forma di attività e mi sono stabilito al di sopra di ogni altra realtà spirituale; quando, dopo questa quiete in seno al divino, ricado da quella consapevolezza (ek nou) al ragionamento (eis loghismon), mi domando come abbia potuto mai, e ora di nuovo, scendere così, come la mia anima abbia potuto entrare all’interno di un corpo se già quando si trova all’interno di un corpo è quale ella mi è apparsa” (Enneadi, IV, 8, 1, 1-11).
Da sottolineare in tale brano la distinzione netta che Plotino pone tra la consapevolezza del Nous che è artefice dell’attività intuitiva contemplativa perché in costante collegamento con l’Intelletto divino (e che corrisponde al Sé) e il mero ‘umano’ ragionamento (loghismos) operato dal logos che corrisponde all’attività raziocinante dell’ego ‘storico’, al manas della tradizione indiana.
Il nous che precipita in un corpo, secondo Plotino, si manifesta a tale livello ormai solo come capacità razionale (il logos) ma è evidente che indagando circa l’origine di tale facoltà si può, proprio per quanto detto, risalire al nous.
Il logos non è nient’altro che il nous incarnato, il nous non è nient’altro che il logos disincarnato, cioè svincolato dai condizionamenti limitanti del piano materiale dell’Essere-Uno.
La conseguenza è che il logos non deve essere ‘negato’ ma trasceso e che tale procedura di trascendenza deve partire proprio da esso.
Per questo motivo nella filosofia platonica e neoplatonica rimane sempre saldo il principio che il misticismo è la naturale evoluzione del razionalismo e non la sua antitesi, come accade invece nel misticismo ‘religioso’ in cui l’esperienza noetica viene ‘deformata’ dal sentimentalismo fideistico al punto da degenerare nel visionarismo.
Sempre Plotino, con uno straordinario parallelismo con la tradizione indiana, indica nel ‘vuoto mentale’ la condizione per la scoperta della nostra vera natura.
Così infatti egli dice in un passo di cui sino ad ora non sembra sia stata compresa l’importanza da parte degli studiosi:
“L’anima deve divenire priva d’idee (aneidon tèn psychèn ghinesthai) se desidera che nulla intervenga a ostacolare la realizzazione della sua perfezione (letteralmente: la pienezza, plerosin) e l’ illuminazione (ellampsin) in lei da parte della Natura essenziale (letteralmente: della Natura prima). Se è così essa deve staccarsi da tutte le cose esteriori, rivolgersi completamente (pante) alla sua interiorità (epistraphenai pros to eiso: letteralmente ‘volgersi verso il di dentro’), non più piegarsi verso qualcosa di esterno ma dimenticando tutte le cose (agnoesanta ta panta), dapprima con un opportuna stabilizzazione (del corpo) (pro tou men diathesei) poi anche dei pensieri (kai tois eidesin), dimenticando persino se stesso (vale a dire: il suo ego; agnoesanta de kai auton) deve procedere nella contemplazione di Lui (en te thea ekeinou ghenesthai).”
Fondamentale, per comprendere tale brano, è comprendere il senso ‘tecnico’ del termine aneidos con cui il filosofo indica il ‘vuoto mentale’:  esso è composto, infatti, dal prefisso privativo ‘alpha’ (che diventa an davanti a vocale ed ha un valore negativo in quanto indica ‘mancanza’ o ‘assenza’) ed il vocabolo eidos che è sinonimo di idéa.  
Ciò significa che secondo Plotino, esattamente come nella tradizione yoga, l’anima per ‘contemplare’ deve allontanarsi non solo dai suoi contenuti ‘esterni’, cioè le sensazioni, ma anche da quelli interni, cioè dai ‘pensieri’, intendendo  tale termine  nel senso più vasto, valer a dire ‘da tutti i contenuti particolari della coscienza’ che rappresentano nient’altro che un legame più sottile della coscienza con quel mondo empirico da cui hanno origine.

Altro  vocabolo del brano su cui bisogna soffermare l’attenzione più di quello che non si sia fatto sinora è ellampsis. Esso proviene dal verbo ellampo che vuol dire ‘illuminare’, ‘risplendere’.
Plotino quando parla dell’anima dice che essa  ‘dà luce a se stessa’ (ellampse pros eauten) e dice inoltre che ‘in quanto illumina è sempre illuminata’(osper ellampousa aei ellampetai).
Dunque chi raggiungere la condizione estatica è definito da Plotino, esattamente come in India, un ‘Illuminato’, un ‘risvegliato’ dal sonno del corpo e sono questi, com’è noto, i significati del termine sanscrito ‘Buddhah’.

Inoltre, a nostro avviso, non è stata ben compreso dai traduttori il termine diathesis con cui Plotino indica ‘yoghicamente’ la necessità di una opportuna stabilizzazione del corpo e non solo una disposizione ‘mentale’.
Il corretto significato del termine (che deriva dal verbo diatithemi che significa ‘disporre ordinatamente’, ‘stabilizzare’) lo si comprende dal fatto che dopo aver utilizzato quel vocabolo egli aggiunge la precisazione ‘anche dei pensieri’.
Dunque la diathesis coinvolge ad un primo livello qualcosa che non ha a che fare direttamente con la condizione psicologica ma ne è la premessa oltre che una condizione predisponente.
In ciò egli dà indicazioni per nulla diverse da quelle della tradizione yoghica in cui le asanas, cioè le varie posture, sono concepite esplicitamente come condizioni corporee stabili atte a favorire la concentrazione mentale.
Oltretutto è lo stesso discepolo Porfirio a raccontarci che Plotino si mise al seguito dell’imperatore Gordiano III, conducente una spedizione militare in Oriente, per poter conoscere direttamente la sapienza persiana dei magi e quella indiana dei ‘saggi nudi’, i celebri ‘gimnosofisti’(ghymnosofistai).
Per questo gli doveva essere ben nota la pratica anche fisica della immobilità tipica dello yoga attuata sia per ottenere la condizione estatica che per ottenere quei poteri occulti di cui molto si favoleggiava in Occidente e in particolar modo nella cosmopolita Alessandria d’Egitto di quell’epoca da cui egli stesso proveniva.
Potrebbe non essere del tutto priva di fondamento l’ipotesi (avanzata recentemente) che il misterioso maestro di Plotino, Ammonio Sacca, possa essere stato egli stesso un buddista e ne sarebbe traccia proprio il nome, poiché il maestro indiano il cui nome era ‘Siddharta (cioè ‘colui che ha realizzato lo scopo’) ‘Gautama’ (discendente del saggio vedico Gotama) era appellato appunto ‘Shakyamuni’, cioè il ‘saggio silenzioso del clan degli Shakya’.
Ramana, il saggio  ‘nudo’, il ‘gimnosofista’ che ai piedi della sacra montagna di Arunachala era solito meditare per lunghi periodi nella più assoluta immobilità ed in un protratto silenzio proprio al fine di svincolare il suo senso dell’io dalla ordinaria correlazione col corpo, è stato nell’epoca contemporanea un esempio vivente di quella prassi antichissima della tradizione spirituale indiana.
Egli, inoltre, ha sempre affermato che il senso dell’io non è di per sé un pensiero poiché è la radice di tutti i contenuti e atti della coscienza.
Infatti l’uomo afferma sempre quell’io quando dice ‘io percepisco’, oppure ‘io voglio’, oppure, io penso, oppure ‘io immagino’, oppure ‘io desidero’, oppure ‘io soffro’, oppure ‘io amo’, ‘io sogno’…insomma ogni atto e condizione dello spirito afferisce, converge, fa capo all’io come centro di unificazione esperienziale e base della personalità individuale.
Per tale motivo l’atma-vichara, l’autoindagine, focalizzando la coscienza sul senso dell’io è, a suo avviso, l’unico metodo diretto per la realizzazione del Sé.

“Sebbene il concetto dell’”io” – dice Ramana – o ‘”io sono”, per consuetudine sia conosciuto come come aham-vritti (letteralmente: pensiero ‘io sono’), non è realmente una vritti (modificazione) come altre vritti della mente. Perché a differenza di altre vritti che non hanno essenziale interdipendenza, l’aham vritti è ugualmente ed essenzialmente in relazione a ogni singola vritti della mente.   Senza l’aham vritti non ci possono essere altre vritti, ma l’ aham vritti puo sussistere da sola senza dipendere da nessun’altra vritti della mente…Così la ricerca della sorgente dell’aham vritti non è meramente la ricerca della base di una delle forme dell’ego, ma della fonte stessa da cui sorge l’”io sono”. In altre parole, la ricerca e la realizzazione della sorgente dell’ego nella forma dell’aham vritti, implica necessariamente la trascendenza dell’ego in ognuna delle sue possibili forme…L’esistenza fenomenica dell’ego viene trascesa quando ti tuffi nella sorgente da cui sorge il pensiero ‘io’. maharishi venne anche chiesto quale fosse la differenza tra la comune pratica meditativa (dhyana) e il suo metodo dell’autoricerca ed egli rispose così:
“La meditazione richiede un oggetto su cui meditare, laddove in vichara c’è soltanto il soggetto senza l’oggetto. La meditazione differisce dall’autoindagine in questo modo. Dhyana è concentrazione su un oggetto. Realizza lo scopo di tenere lontani diversi pensieri e di fissare la mente su un solo pensiero, il quale deve anch’esso scomparire prima della realizzazione. Ma la realizzazione non è nulla di nuovo da acquisire. E’ già là, ma ostruita da uno schermo di pensieri. Tutti i nostri tentativi sono diretti a sollevare questo schermo e quindi la realizzazione si rivela. Se ai cercatori viene consigliato di meditare, molti potrebbero andarsene soddisfatti di questo consiglio. Ma qualcuno tra loro potrebbe volgersi a chiedere: ‘Chi sono io che medito su un oggetto?’. A uno così bisogna dire di scoprire il Sé. Quella è la finalità. Quella è vichara.”
Anche quando un suo seguace ricordò che un altro grande saggio indiano di quei tempi, Sri Aurobindo, prescriveva la pratica del vuoto mentale al fine di far scendere dall’alto la Energia divina nella coscienza del meditante, Ramana difese la sua via come una forma più diretta di realizzazione e all’interrogante che chiedeva consiglio rispose:

“Sii ciò che sei. Non c’è nulla che debba scendere o manifestarsi. Tutto ciò che è necessario è perdere l’ego. Ciò che è, è sempre presente. Anche ora sei quello. Tu non sei separato da esso. Il vuoto è visto da te. Tu sei presente per vedere il vuoto. Cosa aspetti? Il pensiero ‘Non ho visto’, l’aspettativa di vedere e il desiderio di ottenere qualcosa, sono tutti lavori dell’ego. Sei caduto nella rete dell’ego. E’ l’ego a dire tutto ciò e non tu. Sii te stesso e nulla più”.

Una risposta sostanzialmente analoga Ramana diede ad un interrogante che gli chiedeva perché egli non indirizzasse i suoi discepoli alla concentrazione su qualche particolare chakra del corpo sottile o alla ripetizione di qualche mantra:

“Le Yoga Sastra dicono che il sahasrara (il chakra localizzato nel cervello) è la sede del Sé. Il Purusha Sukta dichiara che la sua sede è il Cuore. Per mettere in grado il sadhaka (discepolo) di evitare possibili dubbi, gli dico di prendere il filo o la traccia dell’”io” o dell’”io sono” e di seguirlo sino alla sua sorgente. Perché, innanzitutto, è impossibile per chiunque intrattenere alcun dubbio su questa nozione dell’”io”. Secondariamente, perché qualunque sia il metodo adottato, la meta finale è la realizzazione della sorgente dell’”io sono”, che è il dato primario della tua esperienza… Dovunque ti concentri non può esserci danno perché la concentrazione è solo un mezzo per abbandonare i pensieri. Qualunque sia il centro o l’oggetto su cui ti concentri, chi si concentra è sempre lo stesso.”

Spesso a Ramana è stato chiesta un’opinione circa la nota pratica yoghica del pranayama, cioè del controllo del respiro. Egli approvava, per chi non fosse capace di attuare l’atma vichara, la tecnica della semplice osservazione del respiro piuttosto che quella del suo trattenimento secondo varie periodizzazioni:
“Tutti questi ritmi – osservò – talvolta non regolati dal conteggio ma da mantra, aiutano a controllare la mente; questo è tutto. Osservare il respiro è anche una forma di controllo del respiro. Trattenere il respiro è più violento e può essere nocivo, se non c’è un buon guru a guidare il praticante a ogni passo; ma osservare semplicemente il respiro è più facile e non comporta alcun rischio… Il controllo del respiro è solo un aiuto per immergersi nella propria interiorità. Ci si può pure immergere controllando la mente. Controllando la mente si controlla automaticamente il respiro. Non c’è bisogno di praticare il controllo del respiro; il controllo della mente può bastare. Il controllo del respiro è consigliabile alle persone che non sanno controllare la propria mente in modo diretto.”

In un’altra circostanza Ramana ritornò sull’argomento affermando:
“Il principio che sta alla base del sistema yoga è che la sorgente del pensiero è anche la sorgente del respiro e della forza vitale; perciò se si controlla uno di essi si porta automaticamente sotto controllo anche l’altro…Perciò, quando si placa la mente, anche il respiro e le forze vitali si placano. Il respiro e le forze vitali sono anche definiti le manifestazioni grossolane della mente. Fino all’ora della morte la mente sostiene e sorregge queste forze nel corpo fisico; e quando la vita si estingue, la mente le avviluppa e se le porta via.”

In assoluta coerenza con tale linea di pensiero Ramana ha trattato anche il tema della necessità o meno di un ‘guru’ per conseguire la illuminazione. Il saggio indiano, pur rilevando l’importanza che un maestro spirituale può avere nello stimolare e nel sostenere un percorso di evoluzione spirituale nondimeno sottolinea sempre il concetto che il vero Maestro è per ciascuno il Sé interiore:
“Il Guru è il Sé. Il maestro è all’interno…ma finché pensi di essere separato (dall’Esistenza) o di essere il corpo, è necessario anche un maestro esterno ed egli sembrerà avere un corpo. Quando l’erronea identificazione di se stessi col corpo cessa, si scoprirà che il maestro non è null’altro che il Sé.”
In numerose circostanze Ramana è stato poi sollecitato ad esprimere il suo parere anche sulla via ‘religiosa’ della devozione ad un Dio (bhakti marga) egli rispose sempre che anch’essa può condurre all’autorealizzazione ma solo nel caso in cui si sappia superare la illusoria separazione dualistica tra adorato e adorante e superare così ogni limitazione egoica:
“Ci sono due vie; chiedetevi: ‘Chi sono?’ o abbandonatevi (a Dio)… Se ci abbandona completamente, non resterà nessuno a fare domande o a essere considerato. O si eliminano i pensieri aggrappandosi al pensiero-radice, l’’io’, o ci si abbandona al Potere Superiore. Queste sono le uniche due vie per la Realizzazione.”

C’è un altro tema su cui Ramana venne spesso interrogato, quello concernente il kundalini yoga. I praticanti di questa via realizzativa, com’è noto, tentano di condurre la forza sottile presente alla base della colonna vertebrale attraverso un canale psichico (sushumna) lungo cui sono collocati vari centri energetici, chakra, sino al cervello, per realizzare l’estasi unitiva, il samadhi. 
Il saggio di Aranuchala affermò che tale processo spirituale evolutivo avviene anche per colui che segue il metodo dell’autoindagine (che Ramana definisce jnani, cioè ricercatore nella via della conoscenza) ma in modo spontaneo.
Inoltre riteneva che la kundalini deve andare oltre il sahasrara, il loto più elevato, ridiscendendo giù per un altro canale psichico (nadi) che chiamò amritanadi sino a stabilizzarsi all’altezza del Cuore, ma nella parte destra del petto solo a tal punto l’estasi diventa permanente.

Sebbene lo yogi possa avere i suoi metodi di controllo del respiro per far ascendere kundalini nella sushumna, il metodo del jnani è unicamente quello della indagine. Quando la mente si fonde nel Sé per mezzo di questo metodo, la shakti (il potere spirituale), o kundalini, che non è separata dal Sé, sorge automaticamente.
Gli yoghi attribuiscono grande importanza al far salire la kundalini fino al sahasrara, il centro del cervello o il ‘loto dai mille petali’. Essi mettono in risalto l’affermazione delle scritture secondo la quale la corrente vitale entra nel corpo attraverso la fontanella e arguiscono che, siccome vyoga (la separazione dalla Coscienza Universale) è avvenuta in quel modo, anche lo yoga (unione) dev’essere raggiunto nel modo opposto. Perciò, essi dicono, per il compiersi dello yoga, dobbiamo riunire i prana (le forze sottili) per mezzo delle pratiche yogiche ed entrare nella fontanella.
I jnani d’altro canto evidenziano che lo yogi presuppone l’esistenza del corpo e la sua separazione dal Sé. Solo se si adotta questo punto di vista della separazione lo yogi può consigliare lo sforzo per la riunione attraverso la pratica dello yoga. In effetti il corpo è nella mente ed ha il cervello come sua sede. Che il cervello funzioni con luce presa a prestito da un’altra sorgente è ammesso dagli yoghi stessi nella loro teoria della fontanella. Il jnani inoltre argomenta: se la luce è presa in prestito, deve provenire dalla sua sorgente originale. Vai alla sorgente direttamente e non dipendere da risorse prese in prestito. Quella sorgente è il Cuore, il Sé.
Il Sé non viene da nessun altro luogo e non entra nel corpo attraverso la corona del capo. E’ così com’è, sempre splendente, sempre stabile, immobile ed immutabile.

sabato 20 maggio 2017

I Venusiani e la trasformazione spirituale della Terra





Negli anni '50, i Maestri spirituali Paul Twitchell e Rebazar Tarzs si recarono su Venere nel corso di un viaggio dell'Anima in proiezione di coscienza.
Là incontrarono una piccola bambina di sette anni alla quale predirono che presto avrebbe rivestito un corpo fisico (per densificazione del corpo astrale) alfine di integrarsi in piena coscienza sulla Terra.
Sarebbe stata chiamata a compiere una missione così importante a livello spirituale come quella di Nikola Tesla sul piano scientifico.
Bisogna sapere che Nikola Tesla non nacque nel 1856 in Croazia, come la storia riporta. Quando era ancora neonato, fu condotto da Venere fin sul nostro Pianeta dove fu accolto in una famiglia serba molto pia dal cognome Tesla.
Lo chiamarono quindi "Nikola" perché, secondo la tradizione religiosa ortodossa, San Nicola è colui che concede dei doni alle Anime meritevoli.
Questo nome fu ispirato ai suoi genitori adottivi da un Maestro Venusiano poiché egli sapeva che le parole hanno un potere magico e che le innumerevoli scoperte tecnologiche di Tesla sarebbero state, in seguito, altrettanti meravigliosi regali offerti alla nostra Umanità.
Quanto alla piccola Venusiana, ricevette dai due Maestri il nome di Omnec Onec che rappresenta "Lo Spirito dell'Uno e del Tutto. In sanscrito, "Eck" designa lo Spirito Divino, e in latino, "Unus" e "Omnis" corrispondono a "Uno" e "Tutto".
Le indicarono che il suo compito terrestre sarebbe stato di propagare l'Insegnamento Universale caduto nell'oblio sul nostro Pianeta.
La Scienza del Viaggio dell'Anima e la Storia Cosmica Originaria così come appare negli Annali Akashici di cui i Venusiani sono, da eoni, i custodi e i depositari in questa parte dell'Universo.
Omnec visse dapprima in Tibet, nel monastero del Katsupary, per dare il tempo al suo corpo fisico di acclimatarsi alle relative necessità. Nutrirsi di alimenti solidi e andare in sella, sono tra le altre cose delle attività banali sul piano fisico, ma totalmente sconosciute a livello astrale.
Questo isolato monastero tibetano era stato scelto, come destinazione, a motivo di due criteri: il primo, perché la sua altitudine elevata risultava favorevole ad un adattamento graduale riguardo al disagio atmosferico legato alla forza di gravità.
Il secondo, perché era propizia la sua lontananza dalla nostra civiltà materialista, adatta a mitigare il divario tra i valori spirituali della società venusiana e i nostri.
I corpi fisici dei Venusiani assomigliano a quelli di certi Esseri umani eccezionalmente attraenti, ma sono, innanzitutto, molto più luminosi.
La loro struttura molecolare vibra su una frequenza assai più rapida di quella terrestre, cosa che rende la nostra atmosfera pericolosa per essi, tanto quanto la loro sarebbe letale per i nostri organismi.
Sembra che il corpo di Omnec abbia dovuto subire una sorta di cambiamento sul piano della densità fisica grazie a certe tecnologie sconosciute alla nostra civiltà, al fine di poter sbarcare sul nostro Pianeta in tutta sicurezza.
In questo monastero tibetano, sotto l'égida di Yaubl Sacabi, Omnec approfondì lo studio sul nostro mondo e la sua civiltà per un intero anno prima di trovarsi di nuovo a bordo del vascello-navetta che l'aveva portata da Venere l'anno prima.
Fu allora trasportata nel bel mezzo del deserto del Nevada, ove il disco si posò in piena notte durante l'estate 1955.
In un paesaggio che gli ricordava i dintorni della città venusiana di Retz, ritrovò un Maestro di Venere, Gopal Das, che l'attendeva in una Cadillac in compagnia di un altro extraterrestre.
La condussero fino a Menphis, nel Tennessee, affinché si potesse gradatamente integrare alla nostra civiltà decadente.
Ella racconta che, abituata al silenzio dei veicoli venusiani ed al loro funzionamento ad energia libera, trovò il rumore della vettura e delle sue emanazioni di fumo talmente insopportabili che più volte nel corso del tragitto perse conoscenza!
In seguito gli Americani, e soprattutto la loro alimentazione, gli parvero estremamente grossolani. Ma era stato programmato che accettasse i costumi di questo popolo per meglio fondersi nell'anonimato della nostra società dei consumi.
Doveva, in effetti, imperativamente preservare e tacere le sue origini fino all'apertura ufficiale della sua missione terrestre.
Da allora, ella affermò che la nostra cultura è così primitiva e talmente violenta e la nostra atmosfera così pesante ed inquinata che risultava molto difficile per una Venusiana adattarvisi.
Utilizzò a più riprese la parola "ripugnante" per qualificare il cibo americano perché questa gente privilegia il consumo di "cadaveri animali".
Per integrarsi meglio alle basse vibrazioni terrestri scelse di prendere in prestito l'identità di una bambina, Sheila Gipson, che era stata vittima di un incidente di autobus nel recarsi da sua nonna e il cui corpo, interamente carbonizzato, non aveva potuto essere riconosciuto.
E fu così che Omnec divenne una giovane statunitense in apparenza assolutamente normale.
Diventata più tardi una giovane mamma, si recò, dietro l'insistenza di suo marito, ad un seminario del movimento Eckankar, di cui Paul Twitchell era stato il fondatore.
Quando si sedette in fondo alla sala, temendo che i pianti del suo bebè potessero disturbare gli astanti, quale non fu il suo stupore nel vedere Paul Twitchell avvicinarsi a lei e apostrofarla usando il suo nome iniziatico, visto che era ancora la sola a conoscerlo.
Dopo un breve scambio di parole con lui, le immagini del suo incontro astrale su Venere con questo piccolo uomo, dai penetranti occhi blu, le ritornarono alla memoria. Egli la invitò allora a raggiungerlo sul palco per farsi conoscere dai presenti.
L'insieme dell'uditorio fu impressionato dalla disinvoltura e dalla chiarezza del suo discorso. La sua età sembrava approssimativamente di 35 anni. Ella emanava dal suo grazioso viso una luce ed una gioia indicibili.
Raccontò che era nata su Venere e che era stata preparata ed educata, durante otto dei nostri anni, in funzione della sua futura missione sulla Terra; che era partita dalla città di Retz, capitale di Venere, a bordo di una nave spaziale a forma di disco volante.
Accennò che da allora aveva capito lo svolgimento del viaggio interplanetario tanto facilmente da risolvere l'obbiezione presentata dai nostri scienziati sulla incompatibilità della presenza dei Venusiani nell'ambito naturale (cosmico; ndt) in relazione alla sopravvivenza di esseri viventi.
Spiegò con grande eloquenza al pubblico sbalordito come "iper-saltava" da una dimensione ad un'altra. E... oh miracolo: tutti comprendevano!
Sembrava capace di discutere su qualsiasi argomento, compresi quelli riguardanti la relatività e la meccanica dei fluidi.
Ma aggiunse che la sua missione attuale concerneva principalmente lo sviluppo spirituale e l'Amore Universale sulla Terra.
Tutto l'uditorio fu soggiogato dal suo fascino e dalla sua spigliatezza, ed il suo intervento segnò l'apertura ufficiale della sua missione terrestre.

Fu in seguito a questo incontro con Paul Twitchell che scrisse il suo primo manoscritto: "From Venus I came" (Sono giunta da Venere).
Ma il libro fu èdito e pubblicato molto più tardi, perché gli umani degli anni '70 non erano ancora pronti ad accogliere il genere di rivelazioni che esso conteneva.
Ella racconta, tra l'altro, che fu il Maestro venusiano Orthon che consegnò nel 1953 una lettera di Odino, portavoce venusiano della Fraternità dei pianeti sulla nostra Terra, al celebre contattista George Adamski, che si rivelò essere uno degli zii di Omnec.
George Adamski d'altronde, nella sua prima giovinezza, era stato anch'esso condotto dai genitori presso un monastero in Tibet, dove soggiornò una decina d'anni per essere preparato alla sua futura missione.
Dopo il suo famoso incontro con Orthon e il suo volo a bordo di un tracciatore magnetico della flotta venusiana, egli divenne celebre scrivendo libri, tenendo conferenze e facendo visita nel mondo intero ad alte personalità.
Nel nòvero di queste, figura John F. Kennedy che era diventato suo amico prima di essere assassinato.
Ecco le straordinarie rivelazioni di Omnec Onec riguardanti la lenta trasformazione spirituale della Terra e dei suoi abitanti e le sue raccomandazioni alla nostra Umanità per attraversare nelle migliori condizioni possibili la Transizione attuale verso l'Era Nuova:
"Ho sentito parlare, per la prima volta, della storia del nostro sistema solare e della trasformazione spirituale della Terra, nel momento di un incontro sul piano astrale al quale fui invitata nel 1994 in seguito ad una lunga meditazione.
Migliaia di Esseri provenienti da molteplici galassie, umani e non, tutte Entità intelligenti e molto evolute, presero parte a questo incontro.
È stata una delle innumerevoli occasioni nel corso delle quali si riuniscono per coordinare i loro sforzi per il salvataggio del pianeta Terra.
Essi tentano, all'incirca dal 1930, di elevare passo dopo passo le nostre vibrazioni al fine di evitare una nuova distruzione del nostro mondo.
Ecco le informazioni che questi grandi e nobili Esseri decisero allora di trasmettermi:
"Sono circa 40 milioni di anni (mi è impossibile essere più precisa perché il tempo è un concetto umano, è senza importanza in altre dimensioni dove conta solo la piena coscienza dell'attimo presente) che 4 gruppi appartenenti a 4 razze umane diverse, provenienti da 4 distinte galassie, furono invitati dalla Gerarchia Spirituale (che è formata da Maestri Ascesi ed Entità di Luce) a viaggiare in questo sistema solare e a colonizzare 4 dei più antichi pianeti.
Gli Esseri che ne facevano parte erano straordinariamente evoluti: potevano raggiungere altre galassie ed altre dimensioni, tanto nel passato quanto nel futuro.
Erano in grado di comunicare telepaticamente non soltanto tra loro ma anche con tutte le altre creature, gli animali, le piante e i minerali così come con gli Angeli e i Maestri Ascesi. Utilizzavano il linguaggio parlato solo per trasmettere delle informazioni agli Esseri meno progrediti.
La tecnica di queste Individualità si espletava in perfetta armonia con le Leggi della natura. Esse avevano compreso il potere creatore del loro pensiero e lo utilizzavano con grande responsabilità impiegandolo in ogni circostanza per fini positivi e costruttivi.
A questo alto livello d'evoluzione umana, non esistono né crudeltà, né egoismo, né aspirazione al potere, né tanto meno alla ricchezza.
Essi conoscevano tutto sul Creatore e sulla Creazione, come sulla loro propria esistenza in quanto Anime immortali non limitate dal corpo fisico. La stessa nozione di morte non esisteva per loro, c'erano soltanto dei passaggi da una dimensione ad un'altra.
Scieglievano da sé stessi la durata della vita individuale, in ragione delle esperienze che desideravano fare o delle missioni che volevano compiere.
Come custodi galattici delle forme di vita, erano venuti in questo Sistema Solare per introdurvi la razza umana. Ci sono in tutto 12 pianeti nel Sistema, di cui solo 9 sono conosciuti fino ad ora.
La razza gialla aveva colonizzato il pianeta Marte, la razza rossa il pianeta Saturno, la razza nera Giove e la razza bianca Venere.
La Terra era ancora una cometa a quell'epoca. Fu solo più tardi che assunse la sua orbita intorno al Sole e divenne un bel Pianeta con molteplici oceani. Aveva due lune che gli assicuravano un clima equilibrato.
Ciascuna delle quattro razze iniziali vi apportò, dalla propria galassia d'origine, un gran numero di animali, di piante e di minerali e vi crearono un paradiso nell'àmbito del quale tutti gli Esseri vivevano in armonia tra loro.
Alcune galassie ospitavano delle specie meno evolute che possedevano anch'esse la padronanza dei viaggi spaziali ma si trovavano ancora ad un livello di aggressione e di conquista.
Quando questi individui appresero l'esistenza di questo nuovo e bel Pianeta decisero di recarvisi con lo scopo di sfruttarne le ricchezze.
Stavano eretti e camminavano come gli uomini, su due piedi, ma alcuni erano Dinoidi, altri Reptoidi ed entrambi violenti. Possedevano una certa forma di intelligenza calcolatrice molto sviluppata e si credevano, di fatto, superiori a tutte le altre etnìe.
All'inizio unirono i loro sforzi per appropriarsi dei minerali e delle pietre preziose, ma rapidamente si combatterono tra loro con armi laser e atomiche. Ricevettero rinforzi dai loro pianeti d'origine ed una base fu installata su una delle due lune terrestri.
Questa fu completamente distrutta nel corso dei combattimenti, come la superficie della Terra.
La maggior parte delle forme di vita vi erano già state annientate prima del cataclisma finale, vittime dell'avvelenamento radioattivo e della conseguente desertificazione che rese il Pianeta inabitabile per lungo tempo.
I Dinoidi e i Rettiliani lasciarono dunque la Terra che aveva perduto per essi ogni attrattiva, abbandonandovi i loro feriti.
Le quattro razze che vivevano sui propri rispettivi vecchi pianeti inviarono allora dei volontari sulla Terra per aiutare i feriti e valutare l'ampiezza dei danni.
Desideravano ripristinare la biodiversità terrestre il più velocemente possibile ma dovettero sventuratamente prendere atto  che  il loro progetto era irrealizzabile.
I volontari furono per di più costretti a restarvi,  dopo aver constatato che avrebbero rischiato di contaminare radioattivamente i loro pianeti d'origine, ritornandovi.
A motivo delle radiazioni, le specie Reptoidi e Dinoidi si trasformarono in dinosauri e rettili enormi il cui strano aspetto non vi è sconosciuto perché la Terra ne ha conservato le tracce.
Quanto agli uomini, condannati a rimanere in tale ambiente ostile, si mutarono in un genere che conoscete con il nome di Neanderthal.

La Terra restò deserta per secoli e la vegetazione poco abbondante bastava a malapena per nutrire questi sauri enormi.
Una grande cometa precipitò poi in uno degli oceani provocando una nube di polvere che si unificò con quella radioattiva che circondava il Pianeta avvolgendolo in un'oscurità completa.
I raggi del Sole non riuscirono più ad attraversare questa cappa e si produsse, di conseguenza, una glaciazione che mise definitivamente termine alle forme di vita ibride generate dalla mutazione genetica.
Le quattro razze ottennero in seguito la possibilità di prendersi cura del mondo terrestre con la loro tecnologia ed energia. Esse vi innestarono nuovamente ogni tipo di vita e crearono un ulteriore ecosistema.
Tuttavia, dalla distruzione della seconda luna, vi regnavano di fatto delle condizioni climatiche estreme con forti correnti marine e grandi estensioni di maree.
In quel tempo i quattro vecchi pianeti avevano raggiunto nel loro ciclo vitale una fase di transizione, nel corso della quale non avrebbero più potuto accogliere la vita fisica.
Le quattro razze decisero allora di insediarsi sulla Terra. Così nacquero le prime colonie che conoscete con i nomi di Lemuria ed Atlantide.
Preoccupate dal fatto che la Luna provocava ogni genere di problemi quali i tornado, le eruzioni vulcaniche e i maremoti, domandarono l'assistenza della Gerarchia Spirituale e furono portate a costruire intorno alla Terra due scudi di protezione formati da particelle di ghiaccio.
Queste edificazioni, chiamate "Firmamenti", furono ancorate con l'aiuto di speciali strutture cristalline che vennero installate lungo l'equatore.

Siccome la Terra era troppo piccola per ospitare la totalità degli umani che abitavano sui quattro pianeti, fu deciso di inserirvi soltanto la generazione giovane accompagnata da alcuni Insegnanti Spirituali e Maestri di Saggezza.
Le rimanenti popolazioni erano da allora condannate a morire e ad estinguersi di pari passo alle condizioni di vita fisica degli stessi mondi. Considerarono tuttavia il loro destino con una certa disinvoltura, perché non conoscevano il timore della morte.
La Gerarchia Spirituale decise allora che avrebbero potuto continuare la loro esistenza in una dimensione più elevata, conservando ogni loro cultura e diventando i protettori degli uomini della Terra.
Spronò le Individualità umane emigrate sul Pianeta a edificarvi dei "Templi" di un genere particolare, concepiti per essere utilizzati come Porte interdimensionali.
Esse ebbero quindi la possibilità di proseguire a visitare altre dimensioni e di raggiungere i Maestri Ascesi durante le proprie meditazioni.
Per la loro salvaguardia tuttavia, ed anche perché erano destinati a svolgere un ruolo importante nel futuro, questi vortici avrebbero dovuto essere ben nascosti.
Una razza altrettanto umana ma dotata di una struttura genetica diversa e asservita alle Forze universali dell'Ombra viveva a quell'epoca in un sistema solare in prossimità del nostro.
Si recò sulla Terra con la speranza di ottenere delle informazioni sulle tecnologie avanzate terrestri. Ma queste furono loro rifiutate.
Allora le Forze dell'Oscurità dichiararono guerra ai primi coloni del Pianeta. Questi ultimi decisero di non difendersi; si divisero però in gruppi e si nascosero in differenti luoghi della Terra, ma prima, distrussero le loro colonie affinché non cadessero tra le mani dei loro nemici.
Uno di questi agglomerati si ritirò all'interno stesso del globo dove abita ancora oggi.

Lemuria, Atlantide e le altre comunità furono così smantellate dagli stessi abitanti alfine di proteggere il loro sapere e la loro tecnologia da ogni velleità di appropriazione.
Le strutture cristalline, supporto dei "Firmamenti", furono anch'esse danneggiate. Di conseguenza, la Gerarchia Spirituale avvertì gli uomini che si erano nascosti in superficie dell'imminenza di un grande diluvio.
I "Firmamenti" si riversarono a precipizio sulla Terra, liberando attraverso lo scioglimento delle particelle di ghiaccio, immense quantità d'acqua.
Dalla stessa Gerarchia fu ingiunto loro di costruire grandi battelli e di salvare più specie viventi che potessero.
Essi fabbricarono quindi centinaia di arche e non una sola come menzionato nella Bibbia. Queste, erano dei vascelli spaziali e non dei semplici barconi in legno.
Le milizie dell'Ombra attesero, come i coloni umani, la fine del diluvio. Poi ritornarono sulla Terra, fecero tra essi numerosi prigionieri e li torturarono con lo scopo di ottenere informazioni sui portali nascosti e sulla tecnologia avanzata.
I miliziani sapevano che i coloni avrebbero potuto ricostruire la Terra con una nuova forma per un lungo tempo perché sarebbero rimasti in contatto con altre dimensioni.
È per questo che distrussero tutte le interconnessioni tra i due emisferi del cervello dei loro prigionieri. Gli umani persero allora le facoltà di comunicare con gli altri piani vibratori e di ricordarsi delle loro vite anteriori.
Dimenticarono le leggi spirituali e le loro capacità tecnologiche, persero le conoscenze sui Templi occultati e sui Maestri Ascesi.

Gli strateghi dell'Ombra li manipolarono a tal punto che essi non poterono più rammentarsi nemmeno del proprio passato più vicino.
Le comunità generate dalle quattro razze originarie cominciarono anche a combattersi tra loro e ad adorare delle creature dell'Oscurità in quanto dei.
Ed è così che delle nuove religioni furono create, al fine di permettere di esercitare il controllo e il potere. Ci furono innumerevoli guerre per il dominio, basate sul denaro e sulla tecnologia.
Questa sequela è proseguita fino ad oggi, ad un livello così sottile che gli Umani non se ne sono mai praticamente accorti.
Essi sentono tuttavia che la vita terrestre non corrisponde alle aspirazioni del loro Essere profondo e conservano una nostalgia confusa dell'originaria patria individuale, senza rendersi conto che è la loro Anima a spingerli al ricordo di questa derivazione celeste.
La Gerarchia Spirituale lavora da decenni insieme a tutti gli Esseri che parteciparono alla manipolazione degli antichi coloni e che vogliono ormai correggere gli errori del passato.
La grande Trasformazione che viviamo adesso è il risultato e la conclusione della loro Opera comune.
Il primo passo è consistito per essi nel guidare gli uomini a ritrovare la Conoscenza delle Leggi Spirituali che reggono il nostro Universo.
Diversi governi della Terra sono stati contattati ma si sono tutti rifiutati di collaborare, privilegiando il mantenimento del potere su ogni altra considerazione e continuando a lavorare in segreto sulle tecnologie connesse agli armamenti e alla manipolazione genetica.
Dalla riscoperta della bomba atomica, il pericolo di distruzione dell'intero mondo è di nuovo onnipresente.

Un tale disastro non avrebbe solo delle ripercussioni sul nostro sistema solare ma sulla totalità dell'Universo e potrebbe alterare profondamente la vita di innumerevoli creature.
La Fraternità Galattica (che raggruppa una moltitudine di Esseri molto evoluti di differenti dimensioni) ha dunque deciso di bloccare questo abuso.
Essa opera dagli anni '30 per elevare le vibrazioni del Pianeta, in maniera che un giorno le tecnologie conosciute oggi, non siano più in grado di funzionare.
L'elevazione delle vibrazioni avanza molto lentamente. È soltanto dopo il 1993 che i Templi segreti (i portali; ndt) sono stati riattivati e che l'energia positiva proveniente da altre regioni (del Cosmo; ndt) ha ricominciato a raggiungere la Terra ma il successo di questa impresa sembra ormai in dirittura d'arrivo.
Tutt'intorno al globo terrestre sono parcheggiate immense astronavi-madre che sono invisibili all'occhio umano e che non possono essere individuate da nessun radar.
Inviano continuamente la loro energia salvatrice verso il globo terrestre. Tutti gli animali che vivono su di esso sono stati avvertiti dalle loro Anime-gruppo (ogni Spirito o Deva che presiede a ciascuna specie; ndt) di elevare le loro vibrazioni.
Gli Esseri che riprendono coscienza della propria eredità cosmica e della loro vera origine concorrono in differenti modi all'elevazione della frequenza. Più Individualità vi partecipano e più rapidamente si compiranno i cambiamenti.
La Trasformazione è un processo molto lento che si svolge a piccole tappe affinché la struttura cellulare umana non sia danneggiata.
Un nuovo sistema di chakras è stato posizionato, grazie al quale i due emisferi cerebrali possono essere sincronizzati con l'obbiettivo di risvegliare le facoltà come la telepatia, l'intuizione, i ricordi delle vite passate e facilitare i contatti personali con i Maestri.
I chakras sono delle piccole porte interdimensionali per mezzo delle quali si può entrare in contatto con l'energia vibratoria corrispondente.
I bambini nati dopo il 1993 sono dotati di questo nuovo sistema di chakras (termine sanscrito che vuol dire ruote o vortici; ndt) e di una grande consapevolezza, anche se la maggior parte di essi continua ad ostentare esteriormente un'attitudine negativa di rigetto e di rivolta.
In questo tempo di Transizione possono apparire differenti sintomi fisici: brevi sensazioni di punture dolorose come se venisse conficcato un ago in quella parte del corpo, acufène e suoni acuti nelle orecchie, improvvisa apparizione di disturbi visivi che scompaiono nello stesso modo e alterazioni del ritmo cardiaco.
Talvolta potete sentirvi affaticati, benché abbiate dormito a sufficienza; altre volte, potete recuperare facilmente il dispendio dovuto a grandi sforzi con alcune ore di sonno, sentendovi pervasi di energia.
Oppure, in certi casi, il vostro appetito può vacillare e non riuscite ad inghiottire alcun alimento, e in tal altri, può capitare che non arriviate a saziarvi nonostante diversi pasti ravvicinati.
Comunque è importante bere molta acqua in questo periodo per sostenere il corpo durante il cambiamento ad eliminare le tossine.
È fondamentale inoltre trasmettere queste informazioni a tutti coloro che iniziano a svegliarsi, perché più persone ci sono a partecipare coscientemente e attivamente alla Trasformazione, più velocemente e meglio potrà realizzarsi.
Amual Abactu Baraka Bashad!" (Che l'Amore e le Benedizioni del Creatore siano su di voi!).
Omnec Onec

Come Purificare l'Energia della Tua Casa e della Tua Mente (How to Cleanse the Energy of Your Home and Mind)

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