mercoledì 26 luglio 2017

Il paradigma olistico


Il paradigma olistico

Il  paradigma olistico č la visione dell’unitŕ dell’esistenza, in cui noi stessi esistiamo come elementi inscindibili. Il paradigma olistico nasce da una percezione organica e profonda di sé e del mondo come se la vita e la coscienza permeassero ogni cosa e ogni fenomeno permettendoci di sentirci intimamente legati alla rete unitaria della vita. Il paradigma olistico ha radici antiche che emergono dalla preistoria umana e che si manifestano pienamente nelle grandi civiltŕ del passato in particolare nella tradizione induista, jainista, tantrica, taoista, buddista, mesopotamica o greca antica. Dopo vari secoli di dominanza della visione materialista e dicotomica, oggi questa visione sta riemergendo con una ricchezza, una complessitŕ e una creativitŕ mai conosciute prima.

Oggi il paradigma olistico costituisce di fatto la base teorica della maggior parte dei movimenti culturali emergenti, dall’ecologia profonda, alle medicine olistiche, dall’educazione globale alla neuropsicologia, dalla ricerca spirituale alla nuova fisica e alla pace. Il paradigma olistico č l’anima comune dell’intera cultura emergente, il nucleo concettuale della moltitudine di gruppi, movimenti e associazioni che sta estendendosi in ogni angolo della Terra. Sociologicamente chiamiamo questa popolazione i “Creativi Culturali” perché stanno creando una nuova cultura unitaria, umana e sostenibile.

Siamo partiti dai dati delle ricerche sociologiche internazionali promosse dal Club di Budapest sui “Creativi Culturali”, che testimoniano come il 30% circa della popolazione dei paesi piů industrializzati sia orientata ad una visione olistica, globale, pacifica, interculturale, autoconsapevole e rispettosa della Terra. Un enorme numero di persone sensibili e intelligenti, che potrebbero modificare facilmente lo stato delle cose, ma che a tutt’oggi sono estremamente frammentate in associazioni, gruppi e centri, e che quindi, separatamente, non riescono a far sentire la loro voce e a sostenere la loro visione.

I Creativi Culturali e il Progetto Globale
Riteniamo che i Creativi Culturali siano l’unica reale possibilitŕ di rinnovamento della societŕ globale verso un futuro sostenibile ma che per ottenere tali risultati debbano riconoscersi tra loro come artefici di un grande e articolato movimento culturale che ha un’unica anima comune, un unico paradigma di fondo, e creare cosě una “massa critica” capace di catalizzare un “worlshift” ossia un cambiamento globale, risultato di mutamenti culturali e sociali di grande portata.

Per questa ragione, in questo momento critico della storia planetaria in cui tutte le principali ricerche internazionali(1) testimoniano il drammatico stato del pianeta, abbiamo sentito il bisogno di promuovere un progetto globale per studiare il paradigma olistico e la sua concezione unitaria, ecologica, pacifica e umana con lo scopo di favorire la riunione dei creativi culturali e sostenere cosě un differente orientamento della nostra intera societŕ. Il paradigma olistico rappresenta il cuore di questo progetto.
Alla fine degli anni ottanta abbiamo creato l’Accademia Olistica e riunito un gruppo interdisciplinare di ricercatori e studiosi italiani e stranieri, che collabora per studiare i principi del paradigma olistico e creare modelli unitari che favoriscano la presa di coscienza e l’aggregazione dei Creativi Culturali e incoraggiare la loro evoluzione verso possibili alleanze globali.
Nel 1996 abbiamo portato il nostro centro di studi e ricerche dell’Accademia Olistica a Villa Demidoff, edificio storico immerso nel verde delle colline toscane, sede del Villaggio Globale di Bagni di Lucca e del Club di Budapest Italia, dove, col sostegno di Ervin Laszlo e di numerosi membri del comitato scientifico, abbiamo fatto ulteriormente avanzare il progetto globale, creando progetti concreti su internet di aggregazione culturale come la presente ”Enciclopedia Olistica”, il portale della “Rete Olistica”, il “Censimento Globale”, le ricerche sulla coscienza globale individuale e collettiva, e la stessa ricerca sociologica italiana sui Creativi Culturali, sviluppata con l’importante contributo scientifico del Prof. Enrico Cheli e dell’Universitŕ di Siena.

Il cambio di paradigma
Oggi, agli inizi del terzo millennio, noi riteniamo che il paradigma olistico sia l’unica possibile risposta creativa e sostenibile alla cultura contemporanea che da secoli si basa sulla separazione tra materia e coscienza, e quindi tra scienza e spiritualitŕ: radici della divisione interiore dell'uomo moderno e della sua parallela separazione dalla Terra.
Il cambiamento epocale - dalla cultura della frammentazione, che ha diviso nazioni, civiltŕ e razze, alla cultura globale - richiede oggi un “cambio di paradigma”: da un modello dicotomico (basato appunto sulla divisione tra scienza e coscienza, tra mente e corpo, uomo e natura, nazioni e culture) ad un modello olistico capace di offrire una comprensione piů unitaria e complessa dell’essere umano e del pianeta. Questa “rivoluzione di paradigma” non č ideologica ma nasce dalla spontanea “rivoluzione della coscienza” di milioni di Creativi Culturali di tutto il pianeta: una trasformazione interiore, personale e sociale da una mente frammentata ed egoistica ad una coscienza piů globale e unitaria.

Cos'č un paradigma?                                                                                                  
Ma che cos'č un paradigma, e perchč č cosě importante in questo momento storico?
Un paradigma č uno schema collettivo di interpretazione della realtŕ, un modello dell'essere umano e del mondo, che puň condizionare – positivamente o negativamente - il modo di pensare e di vivere di una piccola parte della societŕ o di un'intera civiltŕ.
Il paradigma che ha dominato la nostra civiltŕ negli ultimi secoli č un paradigma dicotomico. La base filosofica di questo paradigma si basa sulla divisione o dicotomia cartesiana tra scienza e coscienza, tra materia e spirito, tra res extensa e res cogitans(2). Questa dicotomia tra scienza e coscienza ha creato una biologia priva del concetto di vita, un concetto di evoluzione casuale senza intelligenza, una medicina senza anima, una psicologia senza coscienza, una logica economica senza etica.

La dominanza materialista
Il paradigma dicotomico nasce storicamente da una societŕ medioevale dove il potere politico, sociale ed economico erano divisi tra stato e chiesa, ed erano largamente prevalenti sul lato spirituale, etico e umano; dove lo stesso potere religioso era particolarmente dogmatico e teocratico, lontano quindi dall'autentica esperienza spirituale vissuta individualmente. Le difficoltŕ dei grandi mistici come San Francesco o Santa Teresa testimoniano la radicata difficoltŕ di riconoscimento spirituale di quel periodo. L'inferenza del potere religioso sull'intera cultura e quindi anche sulla scienza era totale, ne sono la prova il processo a Galileo Galilei, iniziatore del metodo sperimentale e padre della scienza moderna, costretto ad abiurare dati documentati e oggettivi.
Il lato positivo di questa dicotomia cartesiana č stata la possibilitŕ di sviluppare una scienza finalmente libera da condizionamenti religiosi, che ha potuto studiare le leggi dell'esistenza in modo non piů ideologico ma empirico, sperimentale. Questo ha portato ad una velocissima evoluzione delle scienze fisiche, meccaniche, astronomiche, biologiche e mediche.

Il riduzionismo e la rimozione della coscienza
Per contro questa forzata assenza dell'elemento interiore, spirituale, ha generato una scienza fortemente riduzionista che tende ad interpretare i fenomeni in modo meramente materialista e meccanicista, che rimuove la coscienza e l'intelligenza da ogni interpretazione e tende a dividere gli elementi di un sistema analizzandoli e studiandoli in modo frammentato come pezzi di una macchina. Questo metodo ovviamente funziona perfettamente con le macchine ma se viene applicato ad un organico sistema vivente, come un animale, un essere umano o il pianeta, genera devastanti ripercussioni: la Terra diventa materia da usare, foreste da tagliare, giacimenti da estrarre, balene da squartare, sfruttamento degli essere umani, delle donne, dei bambini, come fossero pezzi di una macchina commerciale che deve produrre reddito. Per incrementare le piantagioni intensive delle multinazionali USA in Amazzonia sono state massacrate ed estinte decine di popolazioni indigene, in Cina, la vendita di organi alimenta il numero di prigionieri politici giustiziati da cui vengono espiantati.

Il paradigma olistico antico
A questo paradigma della divisione i Creativi Culturali di tutto il mondo rispondono con un paradigma olistico, basato sulla comprensione dell'intero, del “tutto”. La base essenziale del paradigma olistico č quindi la comprensione dell'unitŕ sistemica globale, che supera la divisione dicotomica materia-spirito e comprende l'inscindibile coesistenza della dimensione esteriore e interiore in ogni fenomeno.
Questa unitŕ delle due dimensioni dell'esistenza – la res extensa e la res cogitans - č alla base delle antiche tradizioni spirituali di tutto il mondo: come le scuole yogiche, tantriche, shivaite, dove l'energia fisica della materia (mater) era concepita come Shakti il principio divino materno femminile e dove la coscienza era rappresentata come Shiva, il Dio, l'invisibile motore interiore oppure come Prakriti (la madre natura) e Purusa (l'uomo cosmico universale). Nella tradizione taoista l'unitŕ dell'esistenza: il Tao č l'unione di Yin (il principio femminile universale) e Yang , (il principio maschile universale).
La base del paradigma olistico č l’unitŕ, la visione di ogni sistema nella sua globalitŕ e complessitŕ, che include sempre la dimensione interiore, spirituale. Oggi, come allora, il paradigma olistico si fonda su un modello unitario di essere umano che ha come centro la coscienza globale di sé, il senso di integritŕ psicofisica e su un modello di pianeta inteso come “Gaia”, un gigantesco organismo vivente, una “coscienza planetaria globale”.

L’inizio della nuova cultura unitaria
Proviamo ora a tracciare una panoramica storica di come si sviluppato il paradigma olistico nella nuova cultura contemporanea. Benché il termine “olismo” venne coniato nel 1926, da Jan Christiaan Smuts, in Sud Africa, e pubblicato nel libro “Olismo ed Evoluzione”, non si puň parlare di olismo, come nuovo paradigma culturale unitario, se non a partire dalla fine degli anni settanta con i primissimi movimenti della medicina “alternativa” e della ricerca interiore.
Giŕ negli anni ottanta era possibile intravedere, nei principi di fondo che caratterizzavano le principali forme della nascente cultura emergente, una piů ampia serie di concetti, termini, testi e autori comuni, tipicamente olistici. Sia i nuovi campi come l’ambientalismo, l’ecologia, le nuove scienze, le medicine psicosomatiche, le nuove scuole di psicologia transpersonale, sia i campi culturali derivati dalle antiche tradizioni come le vie spirituali e le pratiche meditative di origine tradizionale (yoga, Tai Ci, buddismo), o le medicine tradizionali, adottavano infatti come base filosofica e pratica una concezione unitaria dell’essere umano e della realtŕ.
Questa forma iniziale di ”olismo” era palesemente la risposta intellettuale ed esistenziale necessaria che la nuova cultura adottava per contrapporsi e bilanciare gli effetti rovinosi di una vecchia cultura materialista basata sulla frammentazione delle arti e delle scienze, sulla divisione in classi, ruoli e razze, sulla separazione dei diritti tra uomini e donne, sulla disumanizzazione della medicina e della psichiatria, sul commercio liberista senza regole che ha portato alla “globalizzazione” delle multinazionali e all’estinzione di culture indigene e specie animali. Con l’ulteriore sviluppo dei Creativi Culturali e della loro visione divenne sempre piů evidente che, senza che ci fosse una precisa logica unitaria nata dalla comunicazione e della collaborazione tra persone o associazioni, le varie forme della nuova cultura aderivano di fatto ad un paradigma comune.

Il paradigma olistico emergente
Negli anni novanta, il termine “olistico” inizia a diffondersi, con leggere differenze di modelli e di linguaggi (viene utilizzato analogamente ai termini “globale”, “sistemico” o “unitario”), in molte discipline, in particolare nelle medicine tradizionali (cinese, ayurvedica, sciamanica o tibetana, ecc.) e alternative (omeopatia, naturopatia, fitoterapia) che diventano medicine “olistiche”, nella psicologia umanista, gestalt e transpersonale, nei gruppi dello “human potential movement” e della “crescita personale”, nell’ecologia profonda, nei vari movimenti spirituali, nell’educazione, nell’economia etica. Nell’arco di un decennio questo termine assume le caratteristiche di un vero paradigma, con caratteristiche sempre piů consistenti sia dal punto di vista filosofico, epistemologico, che medico, scientifico, e si diffonde in modo consistente, estendendosi dapprima negli Stati Uniti, in Europa, Australia, Sud America e poi, piů, lentamente nel resto del mondo.
Dalla fine degli anni ‘90 agli inizi del terzo millennio il paradigma olistico ha acquistato maturitŕ e complessitŕ grazie ad una serie di scoperte e ipotesi scientifiche come la coerenza quantistica elettrodinamica, le ricerche di psiconeuroendocrinoimmunologia, le ricerche delle neuroscienze sulla meditazione, le ricerche sull’epigenetica, la teoria generale dei sistemi, l’ologramma, l’ipotesi Gaia, il vuoto subquantistico, la non localitŕ, gli studi psicologici sull’apprendimento e sull’educazione globale, ecc. che non solo confermano i presupposti filosofici olistici del passato, dando loro dignitŕ scientifica e sperimentale, ma espandono ancor piů le sue potenzialitŕ e le applicazioni concrete. Nonostante sia ovvio il sogno e la visione comune, ancora si osserva una tendenza delle singole aree della nuova cultura – ecologia,  pace, diritti umani, medicine e salute globale, consumi ed economia etica, psicologia profonda, diritti umani, ricerca spirituale, educazione - a rimanere autonome e quindi a non collaborare realmente con le altre per creare insieme una reale cultura globale. La consapevolezza di condividere un comune paradigma olistico puň aiutare a superare questa frammentazione. La coscienza globale diventa ora l’elemento essenziale.

Il paradigma olistico scientifico riunisce la dimensione esteriore e interiore
Mentre il paradigma olistico antico aveva una base prevalentemente spirituale, in cui la “coscienza” come anima, atman, spirito e via dicendo, rappresentava l'elemento unitario centrale dall'atomo all'intero cosmo, l’olistico moderno dei Creativi Culturali si fonda su una consistente base scientifica, filosofica, quantistica, cibernetica, neurofisiologica e sistemica(3) in cui la “coscienza” rappresenta l'elemento cognitivo funzionale che unifica gli elementi in un tutto, la “struttura che connette”(4) e che permette di trasformare una “rete di energie e informazioni” in un sistema organico.
Il piů importante contributo della fisica quantistica al paradigma olistico fu dato dal grande fisico David Bohm, collega di Einstein, Pauli, Heisenberg, che espresse il concetto wholeness – l’unitŕ globale, il Tutto – in cui si manifestano due grandi principi inscindibili: l'ordine implicato e l'ordine esplicato, concetti che, pur con una differente terminologia, corrispondono perfettamente al concetto di res cognitans e di res extensa. Bohm espresse anche l'idea che queste due dimensioni si manifestassero in ogni fenomeno sin dalla piů piccola unitŕ “materiale”: la particella elementare e il suo campo energetico quantistico, interpretati come un fenomeno puramente materiale, potevano infatti essere compresi come un campo olistico ossia come un campo di informazione attiva caratterizzato da una forma primitiva di consapevolezza, che David Bohm e il suo mentore Alfred North Whitehead chiarono proto-coscienza (proto mind),una elementare forma di attivitŕ cognitiva, capace di sensibilitŕ agli stimoli energetici e informatici, in grado di percepire gli eventi, di modificarsi, di reagire e di creare sinergie co-evolutive con altri campi quantistici fino a formare strutture complesse e sistemi di ordine superiore.
Questo differente approccio trasforma le particelle subatomiche - i “mattoni” della “materia” - in entitŕ vive e intelligenti che rappresentano l'aspetto microcosmico dell'unitŕ intelligente del Tutto.
Come vedremo nei capitoli seguenti il Paradigma olistico, attraverso la Teoria della Coerenza Quantistica Elettrodinamica elaborata da Emilio del Giudice e Giuliano Preparata, ci spiega come elementi separati possano riunirsi in modo coerente, informato e intelligente - formando domini di coerenza - la base dell' “OLOS”, di ogni sistema organico unitario come le cellule, gli animali, gli esseri umani e l'intero pianeta. Il paradigma olistico č capace di offrire una visione della Terra come un sistema intelligente, una delicata rete di interconnessioni sinergiche, dotato di una certa coscienza, che si auto equilibra. In questa visione ogni elemento del sistema, come noi ora, scambia energia, comunica informazioni e co-evolve insieme.

Scienza della Coscienza
Il paradigma olistico ridŕ cosě un'anima alla scienza e alla cultura, restituisce l'intelligenza agli esseri viventi, la coscienza alla medicina e alla psicologia, la sacralitŕ al Pianeta. Con il paradigma olistico la coscienza, come dice il premio Nobel Francis Crick, diventa “legittimo campo di ricerca scientifica”, diventa il “cuore cognitivo” di ogni sistema vivente, dal piů semplice al piů complesso. Il centro della nostra vita e dell'esistenza. Senza coscienza noi non esisteremmo e nessuno sarebbe cosciente se l'esistenza esiste. Senza coscienza non esisterebbe la vita. Questa “anima” che non č piů espressa e codificata da rigidi termini teologici, puň finalmente essere compresa in modo scientifico, come Cyber: modelli cibernetici di coscienza.
I modelli Cyber della coscienza e i processi cognitivi, che vedremo nei prossimi articoli, ci permetteranno di comprendere il concetto di energia intelligente, di studiare in modo nuovo i processi di sinergia, di cooperazione e di coevoluzione che sostengono la creazione dell'unitŕ. Ci faranno comprendere come le singole parti si riuniscano in un unico organismo vivente dando senso e coerenza a un sistema; ma soprattutto come miliardi di esseri umani - in questo preciso momento della storia - possano sincronizzarsi e creare un sistema unitario globale, pacifico e sostenibile.

La coscienza globale di sé e del pianeta
Il paradigma olistico non č solo un differente modo di pensare, ma una differente e piů completa comprensione che nasce dalla percezione della propria unitŕ, dalla “coscienza globale” di se stessi.
La base del paradigma olistico - l’”unitŕ di coscienza” - non č un concetto filosofico ma una reale immediata esperienza che nasce dalla “coscienza dell'unitŕ”, dalla percezione di noi stessi come “sistema unitario”, da quella che possiamo chiamare “coscienza globale”. Questa percezione globale, olistica, ci permette poi di capire la coscienza globale dei sistemi viventi e della Terra. Realizzando la consapevolezza di essere un’unitŕ viva e consapevole formata da organi e sistemi sensibili e interagenti, realizziamo anche la comprensione che le parti di un sistema vivente non sono pezzi meccanici, ma elementi intelligenti e percettivi, dotati di coscienza, memoria e dignitŕ.
Ricerche di neuropsicologia mostrano che in uno stato di coscienza globale le onde del cervello, aumentano la sincronizzazione dal 60-70% al 90-100%, come se l’intero cervello (che gestisce le attivitŕ fisiche, emozionali e mentali) diventasse “un’unitŕ funzionale globale”. Questo stato produce una “percezione cognitiva unitaria”, una “comprensione olistica” di sé e del pianeta, che dŕ senso e unitŕ alle separate concezioni scientifiche, artistiche e culturali. Il paradigma olistico č un gioco circolare di conoscenza: conoscere se stessi rappresenta la chiave per la conoscenza della grande vita di cui siamo parte integrante. La coscienza globale di sé si riflette nella coscienza globale del pianeta. Per cambiare la coscienza del mondo dobbiamo iniziare a cambiare la coscienza di noi stessi.

Il paradigma olistico come DNA planetario
Il paradigma olistico č il DNA comune della cultura emergente. L'elemento che ci permette di ritrovare il senso comune di sacralitŕ, di etica e di scientificitŕ che ci riunisce tutti nella coscienza planetaria.
Il paradigma olistico č l'elemento fondamentale nella riunione delle culture e delle coscienze perchč implica un mutamento unitario nel modo di pensare e di vivere capace di invertire l’attuale tendenza distruttiva materialista.
Le grandi civiltŕ del passato sono sempre ruotate su un paradigma forte, su una visione del mondo e dell’essere umano che le caratterizzava, oggi stiamo assistendo all’esplosione della nuova cultura che, spontaneamente, si evolve partendo da una simile concezione dell’unitŕ e dell’interconnessione profonda tra i fenomeni. La rete Internet sta creando la base fisica della rete nervosa globale da cui sta emergendo, per la prima volta nella storia, una cultura planetaria comune, di estrema complessitŕ delle informazioni e delle conoscenze. Il paradigma olistico permette una sintesi e un’organizzazione intelligente e multidimensionale di questa enorme massa di dati e conoscenze in gran parte ancora confusa e disorganizzata, come il DNA di una cellula permette l’organizzazione unitaria dell’intera massa delle energie e delle informazioni dei cento miliardi di atomi che la compongono e la sua evoluzione globale.

La massa critica e il worldshift
Questa č la base della creazione della “massa critica” tra i creativi culturali di tutto il mondo. Sotto i nostri occhi stanno avvenendo processi di crescente consapevolezza individuale e collettiva, maggiore responsabilitŕ per le popolazioni, le piante e le specie del nostro Pianeta, migliore attenzione per l’educazione dei bimbi e degli adulti, migliore gestione delle risorse, piů responsabilitŕ per la salute, l’alimentazione e le relazioni, maggiore coscienza di sé e degli altri. Ad un certo momento, quando si raggiungerŕ la massa critica, ci sarŕ il “punto di svolta” nella coscienza collettiva, il “worldshift”, il grande cambiamento globale. Il processo č ancora in piena ascesa e non si arresterŕ, anche se non sarŕ certo un processo lineare. Restiamo aperti attenti e creativi, se saremo fortunati, in questa nostra vita, potremo assistere al piů importante passo dell’evoluzione umana: la nascita della civiltŕ planetaria.
 

martedì 25 luglio 2017

LA FORMULA INFALLIBILE

LA FORMULA INFALLIBILE - Conny Méndez
Antony Poll·Lunedì 24 luglio 2017
Abbiamo detto poco fa che ogni mente umana contiene un cumulo di opinioni, convinzioni e concetti errati, contrari alla Verità e in conflitto con i principi base della Creazione.
Essi si manifestano costantemente nelle condizioni esteriori, in tutte le calamità e le sofferenze che angustiano l’essere umano e il mondo in generale: malattie, incidenti, dolori, litigi, disarmonie, mancanze, fallimenti e persino la morte.
Fortunatamente, niente di tutto questo concorda con la Verità dell’Essere.
Fortunatamente esiste il modo di cancellare tutte queste false CREDENZE e di sostituirle con altre corrette che non solo produrranno condizioni e circostanze positive, buone, felici e giuste, ma che, una volta corretto l’errore e stabilita la Verità nel subcosciente, impediranno alle circostanze negative di ripetersi nella nostra vita.
Sono stati cambiati gli ordini.
La calamita ha cambiato polarità.
È assolutamente impossibile attirare qualcosa che non abbia già dentro di noi la sua corrispondenza.
La formula infallibile è la seguente: ogni volta che ti succede qualcosa di indesiderabile, che ti ammali, che ti capita un incidente, che ti derubano, che ti offendono, che ti disturbano… o che TU sia causa di un quale male rivolto ad altri o a te stesso; se sei afflitto da qualche male fisico, morale o caratteriale; se qualcuno ti è antipatico, se lo detesti, o se ami troppo e per questo soffri; se la gelosia ti tortura; se ti innamori di qualcuno che appartiene ad altri; se sei vittima di un’ingiustizia o se sei vittima del dominio altrui [la lista è interminabile, di modo che tu stesso puoi suggerire il tipo di problema dal quale sei angustiato], CONOSCI LA VERITÀ.
Così Gesù Cristo, il più grande di tutti i maestri di Metafisica, disse: “Conoscere la Verità ed Essa vi renderà liberi!
La Verità, la Legge Suprema, è l’Armonia Perfetta, la Bellezza, la Bontà, la Giustizia, la Libertà, la Salute [la Vita], l’Intelligenza, la Saggezza, l’Amore, la Gioia.
Il suo contrario è l’APPARENZA.
Essa è contraria alla Legge Suprema dell’Armonia Perfetta, e dunque è menzogna perché contraria alla Verità-
IL TUO SÉ SUPERIORE È PERFETTO.
In questo momento è perfetto ed è sempre stato perfetto.
Non può ammalarsi perché È VITA, e per la stessa ragione non può morire.
Non può invecchiare, non può soffrire, non può temere, non può peccare.
Non ha bisogno di lottare.
Non può mai cambiare.
È bello.
È amore, intelligenza, saggezza, gioia.
Questa è la Verità.
È la tua Verità, la mia, quella di tutti gli esseri umani, in questo momento e sempre.
Non è che l’essere umano sia Dio, così come una goccia d’acqua non è il mare.
Essa contiene tutto ciò che contiene e che costituisce il mare, ma in forma infinitesimale e, per un atomo, una goccia d’acqua è un mare.
QUALUNQUE COSA TU STIA MANIFESTANDO, CHE TI STIA SUCCEDENDO E CHE SIA CONTRARIA ALL’ARMONIA PERFETTA, O QUALUNQUE COSA TU STIA FACENDO O PATENDO, E CHE SIA CONTRARIA ALL’ARMONIA PERFETTA, È DOVUTA A UNA CREDENZA ERRATA CHE TU HAI CREATO: ADESSO LO SAI.
E PER RIFLESSO STAI LANCIANDO ALL’ESTERNO QUESTA IDEA ERRATA E STAI ATTRAENDO DALL’ESTERNO IL CORRISPONDENTE EVENTO.
QUESTO NON HA NULLA A CHE VEDERE CON IL TUO SÉ SUPERIORE, CHE CONTINUA A ESSERE PERFETTO.
LE SUE CONDIZIONI E LA SUA SITUAZIONE SONO PERFETTE.
Ebbene, in ciascuna delle circostanze menzionate sopra, devi innanzitutto ricordare quello che ti ho appena detto e poi dire mentalmente o ad alta voce, come preferisci: “NON LO ACCETTO”.
Dillo con fermezza ma con infinita dolcezza.
Il lavoro mentale non ha bisogno della forza fisica.
Il pensiero e lo spirito non hanno muscoli.
Quando dici: “Non lo accetto”, dillo come se dicessi: “Non ne ho voglia”, tranquillamente, ma con la stessa convinzione e la stessa fermezza, senza gridare, senza violenza, senza un movimento, senza essere brusco.
Riesco a spiegarmi?
Dopo aver detto: “Non lo accetto”, ricordati che il tuo Sé Superiore è perfetto, che le sue condizioni sono perfette.
Adesso di’: “DICHIARO CHE LA VERITÀ DI QUESTO PROBLEMA È… (armonia, amore, intelligenza, giustizia, abbondanza, vita, salute, ecc., o qualunque altra cosa opposta alla condizione negativa che si sta manifestando in quel momento).
GRAZIE, PADRE, PER AVERMI ASCOLTATO”.
Non c’è nessuna ragione per la quale tu debba credere ciecamente a ciò che stai leggendo.
Devi provarlo tu stesso.
Nel linguaggio metafisico questo è ciò che si definisce un “trattamento”.
Dopo ciascun “trattamento” occorre mantenere l’atteggiamento che si è dichiarato.
Non ci si può permettere di nutrire dubbi sulla sua efficacia e neppure di tornare a esprimere con parole i concetti e le opinioni precedenti, perché altrimenti si distruggerebbe, si annullerebbe il “trattamento”.
Il proposito è quello di trasformare lo schema mentale che ha dominato il subconscio, ossia il clima mentale nel quale hai vissuto, con tutto il suo seguito di circostanze negative.
Disse San Paolo: “Siate trasformati dal rinnovamento della vostra mente”.
Questo rinnovamento si ottiene cambiando tutte le antiche credenze man mano che si presentano nella nostra vita (o alla nostra coscienza), e sostituendole conformemente alla conoscenza della Verità.
Ci sono delle convinzioni così radicate che nel linguaggio metafisico si chiamano “cristallizzazioni”.
Queste richiedono più lavoro delle altre, ma ogni “affermazione” o “negazione” che si formuli rispetto a tali “cristallizzazioni” ne cancella il disegno originale, fino a farlo sparire completamente, in modo che resti soltanto la Verità.
Vedrai quanti miracoli succederanno nella tua vita, nel tuo ambiente e nelle tue condizioni.
Tu non hai difetti, ma solo apparenza di difetti.
Quello che vedi come difetti morali o fisici sono transitori, perché quando “conoscerai la Verità” del tuo vero IO, il tuo Cristo, il tuo Essere Superiore che è il perfetto Figlio di Dio fatto a somiglianza del Padre, cominceranno a cancellarsi le imperfezioni che tu stai presentando al mondo.
È un fatto costatabile.
Qualunque studente di Metafisica Cristiana te lo può testimoniare-
Questa è la Grande Verità.
Non dimenticarla mai.
Comincia a praticarla da questo istante.
Quanto più la praticherai, tanto più si realizzerà; quanto più avanzerai, tanto più sarai felice.
Ricorda: tu sei unico, come lo sono le tue impronte digitali.
Sei stato creato in base a un progetto unico, per uno scopo speciale che solamente tu puoi realizzare.
Hai impiegato 14 mila anni per evolvere e diventare ciò che sei adesso.
Le espressioni di Dio sono infinite.
Tu e io siamo solamente due di queste infinite espressioni.
Il tuo Cristo è un Essere intelligente che ti ama moltissimo e che sta aspettando da secoli che tu Lo riconosca.
È giunto il momento.
Parlagli, confidati con Lui e aspetta le risposte.
È l’unica Guida e l’unico Maestro per te.
Quando arriverai a capire, ad accettare e a realizzare questa Verità, allora arriverà la nascita del Cristo in te.
Questo è ciò che viene profetizzato per questa Era.
È il Messia.
Non che Gesù torni a nascere adesso: ciascuno troverà il Cristo nella propria coscienza e nel proprio cuore, come successe a Gesù.
È per questo che lo chiamarono “Gesù Cristo”.

lunedì 24 luglio 2017

L'importanza e la bellezza di un rifugio interiore


  • L'importanza e la bellezza di un rifugio interiore
  • 1. Introduzione
  • E' una pratica comune nella psicoterapia ipnotica impiegare la costruzione di rappresentazioni mentali di luoghi reali o fantastici per indurre la trance, approfondirla oppure per obiettivi terapeutici specifici. Tale approccio, però, può non essere immediatamente agibile o soddisfacente. Alcuni pazienti, infatti, mostrano di incontrare ostacoli fin dall'inizio del lavoro ipnotico, anche se, in apparenza, si è solamente in una fase preparatoria ed introduttiva. In realtà con questi pazienti siamo già in psicoterapia, poichè il superamento di queste difficoltà produce importanti risvolti trasformativi sulla loro personalità e sull'alleanza di lavoro.
  • In questa comunicazione ci proponiamo di evidenziare alcuni dei più comuni problemi che possiamo incontrare nella nostra pratica clinica all'inizio del lavoro ipnotico. Intendiamo poi mostrare come la tipologia degli ostacoli incontrati possa contenere decisive informazioni diagnostiche e di orientamento del successivo intervento terapeutico. Impiegheremo alcuni casi clinici per illustrare le modalità di manifestazione delle difficoltà in oggetto ed il loro trattamento da parte degli scriventi.
  • Parte di ciò di cui parleremo viene comunemente inteso come "rinforzo dell'Io", concetto tanto vasto che, di conseguenza, rischia di apparire vuoto di significato. All'interno di esso, infatti, vengono spesso racchiusi processi fra di loro molto differenti sia per la necessaria modalità di gestione che per i risultati che generano. In ogni caso, però, un intervento corretto sulle difficoltà emergenti dovrebbe condurre il paziente a fruire di un "rifugio interiore" sempre più solido che gli consenta di costruire all'interno del Sè un'area relativamente libera da conflitti, una base sicura intrapsichica, punto di partenza per successive esplorazioni esperienziali e terapeutiche.
  • 2. Il rifugio interiore
  • Il consolidamento di un rifugio interiore (d'ora in poi "RI") è rappresentato dall'accesso ad un luogo vissuto come tale dal paziente. Comunemente vengono scelti luoghi classici quali una spiaggia, un prato, un bosco, etc., ma il paziente può avere bisogno di luoghi differenti, come ad esempio il solaio di una casa immaginaria collocata in "nessun posto". In ogni caso, il parametro per valutarne l'adeguatezza è la constatazione del senso di sicurezza, di protezione e di libera espressione che concede, e per questo motivo l'atteggiamento richiesto al terapeuta è di operare con la massima flessibilità, per utilizzare qualunque richiesta, risorsa e bisogno siano autonomamente impiegate in modo ecologico dal paziente.
  • Quando una persona richiede il nostro intervento spesso ha l'impressione.
  •  di essere globalmente in difficoltà, come se "tutto" andasse male e non fosse possibile rintracciare alcun punto di leva integro per operare dei cambiamenti. In queste condizioni iniziali il ritrovamento o la costruzione (la differenza è fondamentale e sarà precisata in seguito) di un RI si presenta come un utile strumento di intervento per molti motivi, in quanto può consentire:
  • 1)      L'accesso ad una condizione psicofisiologica "libera da conflitti", secondo una terminologia propria della psicologia dell'Io (12), vissuta come ristoratrice e autocurativa; nell'attuare questa operazione, spesso veniamo anche a conoscenza del modo in cui vorrebbe sentirsi la persona e quindi, più correttamente, può indicare lo stato finale ottenuto con la risoluzione dei conflitti.
  • 2)      Di imparare o migliorare le proprie capacità di repressione consapevole dei conflitti e della sofferenza, spesso carenti in quei pazienti che si sentono letteralmente invasi dai problemi passati o presenti.
  • 3)      Il riaccesso a risorse interiori dimenticate, contaminate o di impossibile fruizione, appartenenti ad un passato più sereno; in questo modo si consente al paziente di impiegare strumenti indispensabili al proprio cambiamento, che sono spesso inattingibili attraverso procedure meramente verbali (7, 12).
  • 4)      Di operare una progressione d'età implicita, costituita non tanto da sterili espressioni di fantasie e desideri (5, 12) o da un generico "Rinforzo dell'Io", ma di orientare attivamente l'espressione dei bisogni, dei desideri e delle risorse del paziente verso obiettivi cenestesicamente fondati.
  • 5)      Come da 3), di ottenere importanti informazioni diagnostiche e prognostiche sulle condizioni del paziente.
  • 6)      Di restituire un senso di coesione e di continuità del Sè, sovente invaso o frammentato dal disagio psichico (8, 12).
  • 7)      Qualora fosse necessario, di iniziare a viversi come punto di riferimento per sè stessi, costruendo o ricostruendo uno spazio interiore vissuto come base sicura introiettata, spesso assente o deficitaria nelle patologie più gravi (2, 8, 11, 12, 14).
  • 3. Ostacoli
  • Scoprire di avere "dentro di sè" un luogo bello, sicuro, amichevole, che consenta di "stare bene", di riposarsi, di esprimersi liberamente, all'occorrenza di ripensare con un adeguato coinvolgimento affettivo al proprio passato e futuro, è di per sè una scoperta che per molte persone è indelebilmente positiva e trasformativa. Il sentiero che conduce alla scoperta od alla costruzione di un tale luogo può essere ostacolato da molti elementi, che non devono però essere considerati in sè totalmente negativi, ma anzi occasioni di diagnosi e prognosi che necessitano di interventi differenziati intrinsecamente terapeutici. In generale, si può dire che lo specifico problema incontrato contribuisce alla formulazione della diagnosi, mentre spesso la rigidità con cui l'ostacolo è un indicatore prognostico.
  • 3.1 Falsità o irrilevanza dell'esperienza
  • Alcuni pazienti riferiscono che l'esperienza positiva vissuta è, in realtà, sostanzialmente falsa, priva di valore, troppo lontana dal mondo "reale". Un tale genere di obiezione, spesso espressa indirettamente, può essere posta da individui che stentano a riconoscere una qualche grado di bellezza e amabilità in sè stessi e nel proprio mondo interiore. L'accanimento con cui tale convinzione viene difesa è indicativo del grado di radicamento dell'immagine negativa del Sè e della flessibilità con cui tale immagine può essere modificata ed aggiornata da nuove esperienze integrative. Si può rispondere a tale obiezione spiegando che la sostanza di quanto da loro immaginato è emersa spontaneamente in quanto presente in nuce, è calibrata sulle loro reali esigenze, non può essere stato inoculata dal terapeuta, ma solo elicitata maieuticamente da parti prevalentemente inconsce della mente del paziente. Queste spiegazioni, congiuntamente a riaccessi ripetuti al RI sono sufficienti ad ottenere una progressiva accettazione dell'esperienza, producendo modificazioni non solo dell'autostima (costrutto complesso e ricco di componenti cognitive consapevoli) quanto anche la percezione somatica della propria gradevolezza ed amabilità. E' inoltre un primo spiraglio sulla presa di coscienza di risorse inaspettate che intervengono autonomamente nella risoluzione di problemi e nell'appagamento di bisogni profondi.
  • 3.2 L'abbandono
  • L'accesso ad un RI richiede assolutamente la cessione di parte del controllo al terapeuta ma soprattutto al mondo immaginativo ed emozionale interiore. Tale passaggio non è sempre agevole, e più dell'intensità della paura spesso ha un'attendibile valore prognostico la difficoltà con cui viene superato. Possiamo incontrare questo ostacolo ad esempio nelle persone con un Disturbo di Panico, con o senza Agorafobia (1), abituate a percepire con molta paura le risposte autonome del corpo e a non percepirlo certamente come un luogo sicuro. In questi pazienti è parte integrante della terapia l'apprendimento all'abbandono e la scoperta che spesso sono proprio l'autocontrollo eccessivo e la coartazione emotiva a produrre i problemi temuti (6, 10). Diversamente, può capitare che le difficoltà di abbandono siano legate al rapport o, più in generale, a problematiche transferali presenti fin dall'inizio della cura connesse alla cessione di potere, fiducia e controllo. In questi casi, il lavoro ipnotico può certamente essere d'ausilio, ma una parte sostanziale dovrà essere effettuata, in tempi spesso lunghi, nel setting più tradizionale (13).
  • 3.3 La sicurezza impossibile
  • Può essere che un luogo venga raggiunto, ma che non sia percepito come "sicuro". Oltre ad essere un'indicazione indiretta del grado di coinvolgimento del paziente nei propri problemi e della difficoltà a separarsi da essi seppure provvisoriamente per viversi come luogo sicuro, pone il terapeuta nella necessità di operare in modo direttamente terapeutico per rendere accogliente e sicuro il luogo prescelto dal paziente. Ma ci possono essere molti motivi che rendono impossibile sentirsi al riparo:
  • 3.3.1.La sicurezza apparente. Il paziente risulta apparentemente al sicuro, ma in realtà non può esplorare il suo RI. Spesso si tratta solo di un problema iniziale che verrà spontaneamente superato con la familiarizzazione. Altre volte, invece, il paziente non è in grado di effettuare un movimento esploratorio. Si può quindi affiancare al paziente un "aiutante" che funga da base sicura. L'ideale terapeutico, per la sua ecologicità intrinseca, è rappresentato dall'elicitazione di una parte del paziente che svolga questo ruolo protettivo, già presente o che lo sarà più avanti nella vita una volta risolti determinati problemi (12). Non essendo sempre possibile, bisogna allora ripiegare su persone della vita attuale o passata, o, come ultima chance, sul terapeuta medesimo. La scelta della persona testimonia del suo grado di compromissione e delle risorse relazionali o intrapsichiche a sua disposizione. Ritroviamo situazioni simili, in generale, nelle persone che faticano a restare agganciate ad uno stato sicuro, quindi persone poco autonome come nei Disturbi D'Ansia o nei Disturbi dell'Umore, ma anche in quei Disturbi di Personalità che impediscono l'espressione autonoma e serenamente indipendente della persona (per esempio, Disturbo Dipendente, Evitante e Borderline di Personalità; 1).Come fine ultimo terapeutico bisogna sempre considerare che, laddove sia possibile in quanto sempre auspicabile, si pone l'obiettivo di autoesplorazione confidando essenzialmente nelle proprie risorse intrapsichiche o relazionali e quindi, in tal senso, dovrebbero essere nel lungo termine orientati gli interventi successivi. Erica, ad esempio, ha già raggiunto qualche volta il suo RI, ma non pare svolgere realmente un effetto protettivo e rassicurante. Non lo sente come "il suo RI" (come spesso positivamente accade), si sente osservata, nella spiaggia c'è un sacco di gente ma, soprattutto, c'è sempre un pescatore su uno scoglio, immobile, presente anche negli esercizi di autoipnosi prescrittile. Giunto il momento adeguato, le viene detto che bisogna sapere che cosa fa lì il pescatore e, per questo motivo, di scegliere una persona che le dia sicurezza e protezione per andare a parlare con lui (sceglie il terapeuta).Avvicinatasi al pescatore, "scopre" (ma in realtà se lo "sentiva") che in realtà si tratta del padre, deceduto, con il quale la paziente ha avuto un rapporto incestuoso di più anni del quale ha iniziato a parlare solo con l'esordio della terapia, quindi 28 anni dopo il suo termine. Riconosciuto il padre nel pescatore, gli urla di andarsene, di lasciarla da sola poichè ormai è grande. Non appena il padre se ne va, la paziente lo richiama, non potendo sopportare di averlo ferito e rattristato. Nonostante l'abuso protratto, infatti, questo padre è stato per la paziente un importante punto di riferimento, essendo la madre assolutamente assente ed inaffidabile. Essere adulta e libera è una conquista ancora da costruire.
  • 3.3.2 La sicurezza minacciata. In alcuni casi la sicurezza del RI è minacciata da "qualcosa" più o meno precisabile. Indicazione generale della difficoltà a reprimere i problemi, è sempre bene cercare di obiettivare la fonte della paura e gestirla in modo da costruire lo spazio di sicurezza richiesto. Ad esempio Paola, alla seconda esperienza con il suo RI, riferisce di sentirsi osservata da qualcuno, come se fosse filmata. Al terzo accesso un serpente enorme si arrotola intorno a lei, un qualcosa che rappresentava «qualche cosa che avevo fatto di male». La volta successiva, non appena il serpente si ripresenta, intervengo per aiutarla, scavo una buca profonda, getto dentro qualche cosa da mangiare (secondo una modalità applicata sistematicamente da Leuner: 9), ed a questo punto il serpente, inoffensivo ed appagato, è pronto per dialogare con Paola: dice che non vuole farle del male, ma solo verificare che non commetta dei tentati suicidi per attirare l'attenzione del marito e di altri familiari. A quel punto il serpente scompare e Paola sente che diventa suo alleato. Questo esempio mostra anche come sia possibile attraverso l'impiego di un RI procedere all'integrazione di materiale non integrato, cioè represso, rimosso o dissociato.
  • 3.3.3.La sicurezza vuota. A volte il luogo può essere vissuto come sicuro, ma nondimeno non appagante e condizione per la libera espressione di sè. Paola, per esempio, dopo l'integrazione del serpente, si ritrova seduta in riva al mare a piangere a causa di un profondo ed ingestibile senso di solitudine: la paziente, infatti, depressa in trattamento farmacologico, a causa anche della costruzione di un "falso sè" connesso in parte alla sua obesità, è assolutamente priva di qualunque relazione umana autentica, reale o introiettata. Allo stesso modo Sara, dopo una certa familiarizzazione con un prato deserto dove non è possibile invitare nessuno se non il terapeuta, sente l'urgenza di sentirsi più al riparo e meno sola. Viene scelto un bosco popolato solo di animali, tra i quali un falchetto che le si posa su una spalla per proteggerla. La sicurezza acquisita è comunque estremamente limitata, in quanto Sara può entrare in relazione solo con animali, anche perchè l'unico essere umano che ha accesso al bosco, il terapeuta, ha solo la funzione di garante dell'incolumità della paziente. Paola ha un Disturbo Borderline di Personalità, caratterizzato da un marcatissimo attaccamento insicuro-ambivalente (8, 11).
  • In altri casi, il RI non è veramente tale in quanto vuoto di emozioni e sensazioni appaganti o addirittura palpabili: sovente si tratta di pazienti profondamente depressi che, se già in cura farmacologica, lasciano prospettare una prognosi di miglioramento, spesso parziale, solo attraverso una lunga e difficoltosa riabilitazione al gusto della vita. Per Leonardo, 55 anni, con Distimia e Depressione Maggiore Ricorrente, probabilmente depresso già dopo i 10 aa, anche se leggermente migliorato con una cura farmacologica, qualunque esperienza e luogo immaginati con l'ipnosi sono poco più che indifferenti, pur essendo in possesso di sufficienti abilità ipnotiche.
  • 3.3.4.L'impossibilità di esserci. Se solo chiediamo ai paziente chi c'era nei RI, non è affatto raro scoprire che in quel luogo non c'era realmente o integralmente il nostro paziente. A volte è presente il paziente com'era una volta, prima di sviluppare certi problemi, oppure il modo d'essere del paziente risulta essere troppo legato a meccanismi di appagamento di desiderio senza un reale potere trasformativo e di orientamento delle risorse. Altre volte il paziente c'è, ma con un corpo non suo, uno fantasticato oppure precedente ad un peggioramento dell'immagine corporea. Quest'ultimo caso si pone di frequente nelle Dismorfofobie e nei Disturbi Alimentari Psicogeni dove è facilmente riscontrabile un'alterazione dell'immagine corporea (3, 4). E' importante rendersi conto che, lavorando su questi "pazienti, in realtà operiamo azioni che tendono a rimanere con esiti ridotti o nulli, in quanto non dirette all'integrità del paziente o, comunque, poichè non entrano in gioco aspetti troppo importanti della sua personalità implicati nella sua sofferenza. Per esempio, in un paziente con un Disturbo Alimentare Psicogeno o con una Dismorfofobia, avendo bisogno di lavorare con gli aspetti principali della persona, dobbiamo produrre un'accettazione progressiva del corpo, ma in realtà questo lavoro preparatorio è di importanza terapeutica imprescindibile. Altre situazioni riflettono invece problematiche più vaste: Antonia, gravemente depressa da moltissimi anni e provvista di bassissime abilità interpersonali, nel primo periodo di familiarizzazione con il RI non riesce a vedersi. Le viene allora suggerito di essere lì, ma di essere invisibile a tutti; per mezzo di questo escamotage la paziente riesce ad esplorare il suo RI, una spiaggia, stando molto lontana dalle persone, fino a quando, con le debite precauzioni, diventa visibile e si fa conoscere da un personaggio dello spettacolo che la incuriosisce e la diverte.

I fondamenti morali della difesa della vita umana


Introduzione


Il tema che mi è stato affidato porta il titolo I fondamenti morali della difesa della vita umana. La vita umana: ecco l'oggetto ultimo di riflessione e trattazione di questa relazione. Ed è un oggetto complesso, così come è polivalente l'espressione che lo indica. Perché per vita umana si possono intendere fattori molteplici situati su piani differenti: biologico, psicologico, culturale, storico, sociale, ecc. Tuttavia l'interrogativo sulla vita, specialmente quando si tratta di vita umana, ha in fondo una portata che va oltre specifici e parziali ambiti e prospettive: investe la vita umana nel suo complesso, nella sua totalità. È cioè domanda sul senso globale di essa, con sottesa la speranza ed il fine, una volta individuatane la risposta, di riuscire a capire anche come si debba vivere per poter giungere alla realizzazione di sé.
L'interrogativo sul senso sta pertanto alla base anche di ogni problema etico, incluso quello inerente la difesa della vita. Non è possibile all'uomo capire cosa debba fare, come sia bene e giusto per lui comportarsi, anche in relazione alla vita, sia propria che altrui, se prima non ha definito, almeno in certa misura, chi è, perché vive, da dove viene e dove va.
Quello del senso (non solo della vita umana, ma più in generale di tutta la realtà) è davvero il problema dei problemi, l'interrogativo fondamentale, al quale tutte le religioni e tutte le filosofie nel corso dei secoli hanno cercato di fornire una risposta. Un problema già complesso e difficile di sua natura, oggi ulteriormente complicato, al pari di altre questioni fondanti, dalla situazione di forte pluralismo che caratterizza la nostra società moderna.
Stando così le cose, non è possibile trattare dei fondamenti etici della difesa della vita senza previamente cercare di chiarirne ed esplicitarne i presupposti antropologici. Anzi, sono proprio questi stessi presupposti a costituire il fondamento ricercato . Tematizzarli in modo esauriente non è certamente possibile nel ristretto quadro di una relazione. E tuttavia se ne devono illustrare almeno i tratti salienti, se si vuole riuscire a dire qualcosa ed a farsi capire.
Cercherò di farlo ponendomi all'interno di una prospettiva teologica, conformemente alla mia specifica competenza, il che non significa che le considerazioni che si faranno siano valide e comprensibili solo per i cristiani.
 
 
Dimensioni antropologiche essenziali
Il primo elemento riguarda l'origine trascendente della esistenza umana e del reale in genere. E corrisponde alla prima affermazione della Bibbia in ordine all'uomo ed al mondo in cui egli dimora: ambedue sono opera di Dio Creatore. L'ipotesi che il mondo e l'uomo siano frutto del caso è resa inverosimile dalla stessa perfezione, precisione e complessità dei meccanismi biologici di sviluppo, che lascia intravvedere l'esistenza di una iniziale Intelligenza ordinatrice, che sta all'origine anche dei processi evolutivi.
L'affermazione della origine trascendente della vita è importantissima, perché conferisce alla realtà un valore oggettivo, e quindi salvaguarda l'esistenza di un senso che non sia puramente arbitrario o convenzionale. Se infatti il mondo e l'uomo vengono dal caso e vanno verso il nulla, essi non sono portatori di nessun significato intrinseco, ontologico; ed il loro valore dipenderà unicamente da ciò che l'uomo, singolo o associato, nel suo arbitrio deciderà di conferirgli, comunque sempre qualcosa di relativo e convenzionale. Ma se essi sono creature di Dio, ed oltretutto di un Dio che, come dice la Bibbia, si prende grande cura della loro esistenza, allora il loro valore non riconduce semplicemente alla soggettività umana, ma rimanda a Dio ed al suo disegno creativo e da questi dipende. È l'Assoluto di Dio che fonda e conferisce dignità alla vita, perché ogni vita è dono suo.
Un'etica a-teistica, non disponendo di tale fondazione metafisica, dovrà necessariamente misurare l'uomo con categorie puramente immanenti, e sarà facilmente tentata di adottare criteri di tipo relazionale o utilitaristico, che hanno un loro contenuto di verità, ma che finiscono, quando adoperati in modo esclusivo, per non conferire uguale valore e dignità ad ogni vita, per discriminare tra vita e vita. La vita umana degna di essere conservata e promossa sarà infatti considerata solo quella che sia in grado di instaurare col prossimo relazioni veramente personali o di apportare un utile, un beneficio all'intera collettività. Ma ciò genera immediatamente l'interrogativo circa la misura e le condizioni per cui una capacità relazionale può considerarsi propriamente personale o una vita veramente utile alla collettività, ed il connesso problema di stabilire a chi tocca dare tali valutazioni, diventando così di fatto arbitro e giudice del diritto a vivere o a morire del suo simile.
Altri fanno appello alla cosiddetta "qualità di vita", fissata in base alla sensibilità ed alle attese prevalenti nella cultura del tempo e misurata in relazione allo stato presente ed alle prospettive future dell'individuo. Ma anche questo è criterio discriminante, che rende l'uomo padrone ed arbitro della vita del suo prossimo, del suo diritto a viverla.
Certo, il recente sviluppo delle tecniche di fecondazione artificiale ed il potere manipolatorio sempre più esteso dell'uomo su se stesso e sulla natura può avere alimentato in alcuni la sensazione o la pretesa che l'uomo sia creatore ed arbitro di se medesimo. Ma l'esperienza quotidiana della umana limitatezza e contingenza, della nostra essenziale povertà e fragilità basta a mettere in luce quanto tutto questo sia piuttosto illusione ed arbitrio.
In una concezione teista, invece, l'essere dell'uomo o l'essere persona umana non dipende dal riconoscimento sociale o dallo stato psico-fisico individuale, ma è fondato originariamente in Dio. La vita umana vale in quanto voluta da Lui ed intrinsecamente in relazione con Lui, in quanto dono suo. Certamente anche l'etica teistica si batte per la promozione della qualità di vita e della capacità relazionale della persona umana e per il progresso ed il benessere della società e dell'intera umanità. Anzi, ha un motivo in più per farlo: la glorificazione di Dio ("la gloria di Dio è l'uomo vivente", dicevano i Padri) ed il rispetto della sua legge. Ma senza che ciò comporti la scelta tra vite che valgono e vite che invece non meritano di essere vissute, con la pratica conseguenza dell'eliminazione dei più deboli o malati, degli indesiderati, degli ultimi sotto qualunque profilo.
Se poi, collocandoci in prospettiva specificamente cristiana, ripensiamo al fatto che Gesù, Dio fatto uomo, ha dato la sua vita per amore di ogni uomo, specie degli ultimi e più bisognosi, ed ha portato a realizzazione il disegno del Padre, elevando l'uomo alla dignità soprannaturale di figlio di Dio e rendendolo partecipe della beatitudine eterna, la dignità ed il valore di ogni esistenza umana non possono risultarne che infinitamente accresciuti ed innalzati.
Un secondo elemento antropologico che deve essere ricordato ed apprezzato, accanto alla origine trascendente, è la specificità ed unità della vita umana.
Specificità nel senso che l'uomo non è una creatura come tutte le altre. C'è in lui una dimensione di auto-coscienza, di libertà interiore, di disposizione di sé, di capacità di interrogarsi e di decidere circa il significato, la natura ed il fine delle cose e di se stesso, che non ha equivalente in nessun altro essere vivente e che non è riconducibile e spiegabile unicamente su base biologica. Una dimensione che potremmo chiamare "spirituale", e che la tradizione cristiana, e prima di essa il mondo greco, ha indicato col termine "anima".
Si tratta di una specificità che determina una differenza qualitativa fra l'uomo e le altre creature, differenza che la Bibbia conosce e sottolinea quando afferma che solo l'uomo è "immagine di Dio" e che egli "domina" sulle altre creature; il che, per inciso, non significa né giustifica affatto che l'uomo possa deturpare e distruggere la natura, perché unico ed assoluto Signore del creato è e resta sempre Dio, che ama tutto ciò che ha creato: indica però che la natura è voluta da Dio come habitat per l'uomo, è in vista di lui. Tutto questo non deve risolversi in un deprezzamento del valore del creato, deve piuttosto costituire un motivo di ulteriore valorizzazione dell'essere e della vita umana.
Un teologo notava qualche anno fa che l'antropologia contemporanea "non considera più l'uomo come qualche cosa di speciale in quanto creato o redento da Dio [...]. Si parte piuttosto da un quadro terreno, in qualche modo cosmologico, e si vede l'uomo nel contesto di altri esseri, soprattutto dei viventi, in modo particolare degli animali superiori più simili morfologicamente e comparativisticamente all'uomo". Il postulato metodologico sottostante è "quello della continuità tra mondo degli animali e mondo dell'uomo". Ora, c'è al fondo di questa concezione un'esigenza legittima e giusta di comunione fra l'uomo e le altre creature che non deve essere negata, e sulla quale tornerò fra breve. Ma quando l'antropologia viene letta esclusivamente in questi termini, ignorando completamente la dimensione spirituale propria dell'uomo e riconducendo ogni sua espressione al puro dato biologico, allora sono la complessità e la ricchezza dell'uomo, è il mistero che in lui è racchiuso e che trova espressione adeguata nella vita dei grandi uomini, specie dei santi, a venire negato. Diceva, scherzando, il professor Lejeune, illustre scienziato francese, una delle voci più autorevoli sul piano internazionale nel campo della genetica e membro della Pontificia Accademia delle Scienze, parlando ad un convegno di bioetica tenuto a Bologna nel 1988: "quando sono in una città che non conosco ed ho un po' di tempo cerco di visitare due luoghi ugualmente istruttivi: l'Università e lo zoo. Nelle Università ho visto spesso persone molto sapienti, riunite in congresso per domandarsi se i loro bambini, quando erano piccolissimi, fossero degli animali o meno. Ma non ho mai visto in uno zoo un congresso di scimpanzé per domandarsi se i loro piccoli dopo tutto sarebbero diventati un giorno degli universitari. Ho concluso che c'è effettivamente una differenza, e una differenza di natura". Si tratta appunto di riconoscere, accogliere e salvaguardare tale differenza, senza nulla togliere al valore proprio della vita animale, ma senza nemmeno ridurre la dignità ed il valore di un uomo a quello di uno scimpanzé, di un ratto o di un verme.
D'altra parte abbiamo parlato all'inizio non solo di specificità ma anche di unità. Unità perché dimensione spirituale e dimensione biologica, corpo ed anima sono distinguibili concettualmente ma non separabili. L'uomo è un'unità, non un'aggregazione di pezzi: io non solo ho un corpo, ma sono il mio corpo. Questa unità comporta, sul piano etico, che ogni mortificazione o strumentalizzazione del corpo e della vita biologica di un individuo umano è sempre al medesimo tempo anche e prima di tutto mortificazione e strumentalizzazione della sua persona come totalità, corpo e anima. Rispetto della vita corporea significa rispetto della persona umana che è quel corpo ed in esso vive e si manifesta. Ogni dualismo ed ogni spiritualismo disincarnato vanno respinti con fermezza.
Il fatto poi che il Verbo di Dio, incarnandosi, si sia fatto uomo come noi, e che redimendoci abbia voluto, mediante il battesimo, incorporarci veramente e per sempre alla sua umanità, renderci membra del suo corpo, non fa che conferire a quell'unità anima-corpo che noi siamo, ed in particolare alla nostra corporeità, la sua suprema dignità e la ragione ultima del rispetto che le si deve.
Un terzo ed ultimo elemento antropologico. Le dimensioni trascendente e corporea di cui sopra si è parlato implicano relazione con Dio e, tramite il corpo, anche con gli altri uomini e con l'insieme del creato. Significano cioè che l'uomo, il singolo individuo, vive in relazione con altro da sé. E tale relazione non costituisce per lui un fatto accidentale e secondario. L'uomo è di sua natura un essere povero, nel senso che non ha in se stesso il principio e le condizioni della sua realizzazione umana, non è autosufficiente e fine a se stesso. Ha bisogno di aprirsi a qualcosa di esterno a sé. La sua realizzazione include necessariamente tale apertura.
C'è quindi una essenziale relazionalità che lo caratterizza, e che sgorga dalla sua non-autosufficienza. Relazionalità che esistenzialmente si attua nella comunione, nell'apertura, nel dono di sé, in una parola nell'amore. Essa è in primo luogo rivolta verso Dio, che dell'uomo è origine e fine. Ma investe anche gli altri uomini e l'intero creato. L'uomo deve, se vuole realizzarsi, vivere in armonia ed in comunione con Dio, col prossimo e con la natura. Fra queste tre dimensioni non vi è contrasto o separazione, perché proprio Dio ha creato l'uomo con queste esigenze ed è sua volontà che egli vi si conformi storicamente.
La fede cristiana dà a questa prospettiva il massimo di rilievo ed intensità quando ci comanda di amare Dio con tutto il cuore, la mente e le forze, ed il nostro prossimo non solamente come noi stessi ma come Cristo lo ha amato. E Gesù per amore nostro ha dato se stesso totalmente sulla croce.
Ed in questa chiave, credo, vada anche posto il problema della difesa della vita. Certo, è anche problema di legislazione e di strutture. Ma è prima di tutto problema di amore. Si tratta di ridare alla nostra gente, all'umanità contemporanea il senso e la volontà dell'amore, inteso non come sentimento o come desiderio, ma come servizio, atteggiamento di dono di sé, di disponibilità verso l'altro che esige superamento del proprio egoismo e delle proprie chiusure e paure. Se c'è una legislazione sull'aborto e se ce ne sarà in futuro una sull'eutanasia, e soprattutto se c'è chi li richiede o li rivendica, forse la prima ragione risiede nel fatto che in molte persone si è atrofizzato, in parte o del tutto, il senso della solidarietà, della comunione, della disponibilità nostra verso gli altri e di loro verso di noi, cosicché è oggi diffuso un profondo senso di solitudine, che ha la sua origine nel ripiegamento dell'individuo su se stesso, ed ha per effetto l'angoscia, che sembra essere oggi la immancabile e più assidua compagna di strada nella vita di tanti.
 
 
Incidenza dell'attuale contesto socio-culturale
Ma il problema non va posto solamente a livello individuale. Le sue basi si trovano anche e prepotentemente in fattori socio-culturali, ad esempio il modello di uomo e di realizzazione umana proposto dalla nostra cultura. Il discorso sulla vita umana e sul rispetto della stessa necessita sotto questo profilo di essere contestualizzato, cioè collocato all'interno dell'odierno panorama socio-culturale.
Vari potrebbero essere in proposito gli elementi meritevoli di considerazione. La nostra società è infatti una realtà complessa ed articolata, con aspetti di valore ed altri invece nettamente infausti. Non potendo soffermarmi su tutto, mi limito a ricordare solamente due fattori che incidono negativamente in rapporto alle esigenze etiche di salvaguardia e promozione della vita. Il primo è di natura intellettuale-culturale, il secondo più di ordine socio-giuridico.
Il nostro attuale contesto filosofico e culturale viene spesso qualificato non solo come post-cristiano, ma anche come post-moderno.
L'inizio dell'epoca moderna lo si fa solitamente risalire, almeno sul piano storico-filosofico, ai primi del Seicento, con Cartesio e Bacone, ed ha avuto la sua espressione più importante soprattutto nell'Illuminismo del secolo successivo. La cultura illuminista assumeva come principio unificatore della vita personale e sociale, anche in campo morale, la ragione autonoma, svincolata cioè da ogni presupposto di fede. Era però ancora presente la convinzione che esistesse una verità oggettiva, che l'uomo è in grado di cogliere mediante la ragione. Gli illuministi erano cioè convinti che la ragione potesse da sola arrivare ad affermare delle verità certe sul piano morale.
Questa fiducia nella ragione e nella sua capacità di attingere la verità è entrata in crisi in epoche successive. Oggi, per molti filosofi ed intellettuali, l'affermazione che la ragione può raggiungere la verità oggettiva è un'illusione pericolosa, perché, come pensava Nietzsche, "nel legare l'uomo ad un assoluto al di fuori di se stesso, si crea l'ultimo ed il più grande ostacolo alla libertà umana". Nietzsche criticò anche i filosofi atei che seguivano l'Illuminismo. Essi "erano lungi dall'essere spiriti liberi, perché avevano ancora fede nella verità". Per Nietzsche, l'attacco moderno a Dio non poteva finire con l'attacco alla Verità divina, ma doveva per forza continuare con l'attacco ad ogni verità, poiché un uomo veramente libero non poteva dipendere da alcun assoluto.
La filosofia contemporanea, e la cultura odierna nel suo insieme, ha spesso accettato e fatto proprio, in molti suoi esponenti ed espressioni, questo modo di vedere. Per questo si parla di "cultura post-moderna" e la sua riflessione filosofica ha preso il nome di "pensiero debole". I criteri assunti a fondamento della razionalità in tale quadro sono principalmente l'agnosticismo ed il relativismo. L'uomo cioè non può con la sua ragione arrivare a delle certezze, alla verità, perché questa o non esiste o non è alla sua portata.
Tutto ciò che è possibile all'uomo è ricercare e scoprire una verità contingente, relativa, perché legata e condizionata alla propria cultura. Una verità "culturale", non assoluta, valida solamente per questo tempo e questo ambiente. Ogni pretesa di verità assoluta è invece totalmente infondata ed inaccettabile: le stesse nozioni di verità e di morale oggettiva sono prive di significato.
Questa relativizzazione e storicizzazione di ogni verità produce per converso una assolutizzazione del concetto di libertà. L'uomo è qualificato nella sua dignità di essere umano e di persona unicamente o quasi dalla sua libertà, intesa come libera autodisposizione di sé. E non esistendo una verità oggettiva universale, ogni libertà individuale sarà padrona di crearsi la propria verità, che naturalmente sarà sempre contingente e relativa.
Accanto a questa evoluzione filosofico-culturale, e di riflesso ad essa, abbiamo assistito in questi ultimi anni anche ad una importante svolta sul piano degli ordinamenti sociali e giuridici, in particolare per quanto attiene proprio il campo della famiglia, della procreazione e del rispetto della vita.
Le norme legali che regolano il diritto di famiglia all'interno degli stati occidentali, che erano rimaste sostanzialmente inalterate per secoli, hanno conosciuto in tempi relativamente recenti profonde modificazioni. Si è cessato di pensare il matrimonio come un'unione indissolubile, si è inserito il divorzio, si è liberalizzata la contraccezione e si è legalizzato l'aborto in quasi tutti gli stati. Sono venute così a cadere molte di quelle norme che in passato difendevano e sostenevano l'istituto familiare. La famiglia, nel senso tradizionale della parola, specie quella numerosa, come pure la generazione dei figli e la maternità spesso non sono più salvaguardate ed incentivate, anzi in più di un caso si trovano ad essere penalizzate.
Questi cambiamenti legislativi rispecchiano poi evoluzioni prodottesi nel costume e nella mentalità collettivi, ed in pari tempo contribuiscono a promuoverle e consolidarle. Oggi, in conformità alla evoluzione intellettuale sopra accennata, l'attenzione è posta prevalentemente sulla libertà soggettiva e l'interesse individuale, sul "diritto" all'autorealizzazione, alla felicità ed alla piena esplicazione della propria personalità. Questo contribuisce a fenomeni oggi largamente diffusi come ad esempio l'ampia libertà e promiscuità sessuale, fin dalla adolescenza. Il matrimonio è sentito da molti come un peso, un'impaccio o come un rischio, e non pochi sono i giovani che preferiscono la vita da single (senza però che questo debba pregiudicare in alcun modo il "diritto" al piacere sessuale) o la semplice convivenza, senza legami stabili e giuridicamente fissati. Per altri, il matrimonio è inteso non come un'unione stabile, ma come una specie di contratto a termine, che dà origine ad una "impresa congiunta speculativa a scopo di profitto", che si scioglie nel momento stesso in cui uno dei due contraenti non trova più vantaggioso continuarla. La procreazione assume i connotati di un rischio e di una pesante limitazione alla libertà personale ed alla ricerca di una propria realizzazione, specie per la donna. La prole numerosa poi è semplicemente ritenuta una pazzia, da evitarsi ad ogni costo. E fra i mezzi per scongiurarla c'è la contraccezione in qualsiasi forma, senza fare troppe distinzioni fra mezzi propriamente contraccettivi e mezzi con effetti abortivi, e, quando questa non funzioni, il ricorso alla interruzione volontaria della gravidanza. Il concetto stesso di famiglia si offusca ed assume contorni imprecisi: si tende infatti a denominare così qualsiasi tipo di unione, comunque realizzata (per esempio le coppie gay).
Ora, se questo è il quadro, e se questo quadro ha contrassegnato come minimo gli ultimi venti anni della nostra storia, occorre che ci rendiamo conto e teniamo ben presente un fatto: molte delle donne o coppie che oggi fanno ricorso all'aborto sono "figli" di questa cultura, sono cioè cresciuti e si sono formati in ambienti dove in genere hanno respirato ed assimilato questo tipo di mentalità e che non hanno mai veramente conosciuto e sperimentato una prospettiva differente, salvo forse eccezioni rappresentate da giovani cresciuti ed educati nelle nostre parrocchie o comunque in ambienti cristiani, ma che sono una minoranza rispetto al totale.
È così che, su problemi morali come la liceità o illiceità dei rapporti sessuali, della contraccezione, delle convivenze, e dello stesso aborto, da parte di molti giovani d'oggi, e non solo in loro, non c'è solamente una scelta che non collima più con la morale cristiana e col bene oggettivo, ma rischia, a monte, di non esserci più nemmeno la percezione e posizione dell'interrogativo etico. Semplicemente, comportamenti del tipo suddetto sono pacificamente interpretati come diritti individuali, manifestazioni della libertà personale.
Questa situazione, se da un lato ci deve rendere prudenti e cauti nel formulare giudizi sulla responsabilità e colpevolezza soggettiva, dall'altro però mette in luce la gravità e profondità del problema. Non è questione soltanto di integrare o correggere qualche errata impostazione di valori, o di far prendere coscienza di qualche valore dimenticato.
È il concetto stesso di libertà ed il suo rapporto con la verità etica che, come sottolinea la recente enciclica Veritatis Splendor, necessita di venire ripensato. Sono cioè i fondamenti ultimi dell'etica, anzi la possibilità stessa di un'etica, ad essere in discussione ed a venire minacciati. Ed è tutta una concezione di uomo e di senso della vita umana che ha bisogno di essere riscoperta e valorizzata.
Credo allora che s'imponga davvero la necessità e l'urgenza della "nuova evangelizzazione" su cui tanto insiste Giovanni Paolo II. Perché l'uomo contemporaneo, mentre vede accrescersi ogni giorno il patrimonio delle sue conoscenze e possibilità tecnico-scientifiche e manipolatorie, rischia però di smarrire se stesso, di perdere il senso della sua identità e dignità, della sua origine e del termine verso cui cammina. E la riproposizione del vangelo, che contiene e manifesta la piena verità di Dio sull'uomo, può consentire in modo eminente l'uscita e la positiva soluzione di queste difficoltà. Confidando anche, anzi soprattutto, e non può essere diversamente per chi crede, nell'amore di Dio per l'umanità e nell'aiuto della sua grazia che dall'interno parla ai cuori e dà luce e forza.



L'Arte della Presenza: Ritornare al Qui e Ora (The Art of Presence: Returning to the Here and Now)

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