mercoledì 6 giugno 2018

Induismo: storia, principi e filosofia spirituale





L’induismo è una delle tradizioni spirituali più antiche e complesse al mondo. Nato nel subcontinente indiano, abbraccia una ricca filosofia di vita, concetti come karma, dharma e moksha, e una vasta gamma di pratiche, dèi e testi sacri.

Generalità

L'induismo può essere considerato la religione più antica del mondo. La parola induismo deriva da indù, che gli stranieri (specie musulmani) hanno dato agli abitanti della terra oltre il fiume Sindhu (indù) nell'attuale India. Vicino al Gange, il fiume più grande dell'India, sono state scoperte alcune tracce di civiltà protostoriche indù, dalle quali l'India sembra derivare il suo nome; i reperti sembrano risalire al IV - III millennio a.C. L'attuale India è un sottocontinente asiatico cinque volte più vasto della Francia: il suo punto più largo è di 3200 Km, pari alla distanza Londra - Mosca. La sua popolazione, secondo il censimento del 1991, è di circa ottocento milioni di  abitanti e corrisponde a quella dell'intera Africa e delle due Americhe: un quinto dell'umanità!

In realtà l’induismo non è una religione, ma l’insieme di tante spiritualità spesso dipendenti da molte dottrine in comune. L'India ha dovuto assimilare, nella sua lunga storia, una complessa moltitudine di popoli, di costumi, di civiltà, di lingue, di religioni diverse: per questo viene considerata una delle civiltà più ricche di saggezza umana del mondo. Possiede innumerevoli ricchezze artistiche e spirituali dovute a una plurimillenaria meditazione. L’induismo si è sviluppato in due grandi epoche storiche: quella più antica detta vedismo e quella successiva detta bramanesimo. L'epoca Veda va dal 1500 al 500 a.C. e vede nascere i quattro testi Sacri dell’induismo: i famosi Veda (il sapere). Poi abbiamo il periodo storico in cui si formano i “sacerdoti” dell’induismo detti bramini o brahmani. Detto periodo è denominato bramanesimo: va dall’800 a.C. al 500 dopo Cristo.  Il nome deriva da Brahama (il Dio “Creatore”). Brahman è l’Assoluto, tutto quanto esiste, la forza suprema del cosmo, lo spirito universale. Più che una religione, il bramanesimo è un insieme di movimenti religiosi che riconoscono il carattere sacro degli antichi testi sacri Veda. Tali movimenti si opposero al buddismo e al giainismo facendone proprie alcune dottrine. Il diffondersi dei Brahamana (testi sacri per i “sacerdoti” indù) e delle Upanisad (commentari) permise ai sacerdoti (“bramani”) di acquisire un'autorità indiscussa fino ad essere i più importanti depositari dei “magici” riti sacrificali. Successivamente (nel V sec. a.C.) iniziarono a predominare certe divinità che nei testi sacri Veda erano considerate di secondo piano: Vishnu e Siva con Brahma. In questo periodo si sviluppò la dottrina del Karman, dell'Atman, della trasmigrazione delle anime (Samsara).



 I libri Sacri dell’induismo: i Veda

*      Il primo, il più importante e il più antico è il Rg - Veda (“il sapere messo in versi”). E’ una collezione di 1.028 inni in sanscrito antico (sanscrito vedico) destinati al canto durante le cerimonie liturgiche. Ciascun inno è dedicato a una particolare divinità, in modo che il fedele possa rivolgersi al Dio giusto nel momento giusto.

Per facilitare la scelta, gli inni (detti sùkta) sono stati tramandati e raggruppati in dieci mandala (cerchi rituali). L’opera è di grande bellezza lirica e suggestiva. La composizione del Rg Veda risalirebbe al 1500 a.C.; secondo alcuni studiosi gli “inni” (i sukta) più antichi precederebbero di molto l'invasione ariana in India, dovendosi attribuire al III o addirittura al IV millennio a.C.

*      Il secondo libro dei Veda è il Samaveda, che raccoglie canti sacrificali connessi con la scienza magica indiana.

*      Il terzo libro è lo Yajurveda e vi contiene le formule sacrificali con carattere magico.

*      Infine vi è il quarto libro detto Atharvaveda, una raccolta di inni, preghiere magiche ed espiatorie (liberatorie o purificatorie), incantesimi, enigmi, formule magiche in prosa cadenzata e in poesia. Fornisce interessanti informazioni sulla medicina indiana primitiva. Essendo i Veda di difficile interpretazione per la loro ricca simbologia enigmatica, hanno bisogno di commentari:

a)    I Brahamana (scritti fra il X e l'VIII sec. a.C.; descrivono la liturgia, le parole rituali, soprattutto sacrificali fatte dai soli sacerdoti detti Brahamani).

b)   Le Upanisad, fanno parte dell'ultimo periodo della letteratura vedica e sono i testi più filosofici.

Si definisce Vedanta la dottrina salvifica, diffusasi in India verso i sec. VI-VII d.C., la quale riconosce l'autorità dei Veda. La salvezza vedantica consiste, secondo la tradizione indiana, nella “liberazione” o moksha la quale si raggiunge non tanto mediante il rito liturgico, ma piuttosto mediante la “via del sapere superiore” (jñanamarga), fondata sostanzialmente sulle meditazioni delle Upanisad (commentari dei veda). Ai quattro Veda e ai due commentari i Brahamana e le Upanisad aggiungiamo, tra una massa di altri scritti, una grande epopea indiana: il Maha Barata chiamato anche “il V  Veda”, che comprende il celebre “Canto del Beato”: la famosa Bhagavad Gita alla quale si ispira la spiritualità della gran parte dei movimenti religiosi indiani. Osserviamo ora alcune caratteristiche sulle dottrine degli induisti.


 Il Samsara (la reincarnazione).

Il Samsara è il pensiero indiano secondo il quale l'anima di un morto ritorna a vivere sulla terra in un nuovo corpo: la reincarnazione delle anime o, come a volte si afferma, la metempsicosi (dal greco metampsýchosis, passaggio dell'anima da un corpo all'altro). Ricordiamo che la reincarnazione è una convinzione molto diffusa anche in molte tribù “primitive” africane e nell’antichità classica. Secondo il Samsara, la vita è il risultato dei meriti o dei demeriti acquisiti nella vita precedente. Questa dottrina divide ideologicamente la struttura sociale in caste come spiegheremo più avanti, in quanto la nascita in una casta o nell'altra è determinata dal comportamento nella vita precedente.


 Brahman (lo spirito universale)

Un’altra convinzione della dottrina e della morale indù è che il mondo abbia una grande “anima universale” Brahman (l'Unità, l'Assoluto), alla quale tutto tende per unirsi ad esso. Dal Brahman furono emanate (non create) tutte le cose, compresi gli dei. Il Brahman è fin dai tempi del Rgveda (l’antica raccolta degli scritti sacri Veda) il pilastro della filosofia indiana di tutti i tempi, per la quale tutto ciò che si è emanato dal Brahama (il Dio da cui ha avuto inizio il cosmo) deve tornare ad esso. Non trovate una lontana somiglianza con la teoria scientifica occidentale del big bang? Nei prossimi articoli spiegheremo di che cosa si tratta, quando confronteremo i diversi modi di pensare l’origine dell’universo nelle religioni. Per unirsi con l'Essere Eterno (il Brahama), l'anima deve raggiungere un grado supremo di purezza. E' costretta perciò a reincarnarsi ripetutamente nella materia (il corpo) finché non abbia conseguito la purezza necessaria. L’anima è sempre pura in quanto è libera dalla materia. La meditazione, l’ascesi, le opere buone e positive, il non far del male a sé stessi o agli altri, permettono al sé individuale di diventare un tutt’uno col sé universale e di cessare il suo peregrinare da un corpo all'altro per unirsi con l'Assoluto. 


  Atman (lo spirito individuale).

L’Atman è l' “anima” o lo “spirito” individuale. Dapprima sentita come respiro-spirito, o forza vitale che anima i corpi; poi, nella meditazione del pensiero sacerdotale, divenne l'anima individuale. Il concetto di Atman assunse un'importanza decisiva nella storia religiosa dell'India quando, con le Upanisad, si giunse a identificare l' Atman, (“anima individuale”), con il Brahman, (“anima universale”). La religione indiana incominciò così a cercare la realizzazione dell'identità fra “spirito” individuale e “spirito” universale. Nel politeismo l’uomo e il mondo erano visti come realtà distaccate; ora si pensa all’unione.


 Il Karman (la forza dell’azione).

Abbiamo scritto che nell’induismo l'esistenza è pensata come un'infinita successione di rinascite (il Samsara). Il motivo è da ricercare nella dottrina del Karman, la quale appare per la prima volta nelle più antiche Upanisad (sec. VI a.C.). La sorte di un individuo, dopo la morte, non dipende dalle pratiche di culto, ma dal Karman che è il frutto di ogni azione, sia positiva sia negativa. Dalla prevalenza di una forza dell’azione umana (Karman) sull'altra, dipende la condizione in cui si dovrà rinascere dopo la morte. Per usare un linguaggio a noi familiare il Karman è la condotta umana che incide sulla vita successiva dopo la rinascita.

La dottrina del Karman insegna che le azioni umane producono determinate situazioni. In pratica si raccoglie ciò che si semina o si ha seminato. Se l’azione è stata buona, e non ha danneggiato se stessi o gli altri, renderà la vita più facile, più sana e accelererà la corsa verso l’evoluzione “cosmica”. Viceversa, se l’azione è stata negativa (si è creato danno a sé stessi o agli altri) si raccoglierà sofferenza. Questa sofferenza si manifesta attraverso malattie, fallimenti, liti, perdita di denaro, depressione, ecc. Non vi è una maledizione o un giudizio divino; semplicemente ognuno raccoglie ciò che semina con il suo comportamento. Vi è una piccola parte di scuola popolare che, per spiegare il Karman, predica quanto segue, ma più per farsi capire: chi ha rubato il grano rinascerà topo; chi ha rubato la carne come avvoltoio; l'uomo crudele rinascerà tigre; l'invidioso cieco; il calunniatore muto ecc. Oggi è pensiero comune che le rinascite sono solo verso uno stadio di vita superiore o migliore (in evoluzione) o, al limite, simile alla vita precedente, ma non retrocedono in un topo, in un avvoltoio o in un altro. E’ tutto in lenta evoluzione. La dottrina del Karman è una cosa, l’uso che se ne è fatto con la popolazione semplice, è un’altra.


  Le caste e i paria

Dalla dottrina della reincarnazione (il Karma e il Samsara) si arriva a quella delle caste (Varna) a cui l'uomo appartiene proprio in seguito alla reincarnazione della sua anima. La tradizionale suddivisione in categorie di persone superiori o inferiori della società indiana, non viene attribuita al caso (o a privilegi genetici), bensì al Karman prodotto dall'individuo nella sua vita precedente. La casta è una classe di persone che per nascita, per ceto sociale o per la professione esercitata, si ritiene separata dagli altri e perciò gode o pretende di godere dei privilegi. Il termine indiano varna (colore) per indicare le caste, fa supporre un motivo razziale alla base del sistema di vita sociale (gli Arya erano biondi e di carnagione chiara, mentre i Dravida erano scuri). In origine le caste erano quattro:

1.    brahmana, usciti dalla testa del Dio Brahama, erano i sacerdoti e gli studiosi dei Veda;

2.    ksatriya, usciti dalle sue spalle, erano i politici e i nobili guerrieri;

3.    vaisya, usciti dal suo ventre, erano gli uomini liberi, gli agricoltori, gli artigiani e commercianti;

4.    sudra, usciti dai suoi piedi, erano gli schiavi, e i servi.

L'ultimo posto nella società indù spetta ai “fuori casta”, i paria o “intoccabili” (da Parayan, gruppo della regione indiana di Madras vicino al Golfo del Bengala).


 Chi sono i fuoricasta o i paria?

I paria sono individui, che per i loro mestieri (becchini, macellai, conciapelli, lavandai) e per le loro abitudini (specie alimentari) non sono accettati nella società indù. L'intoccabilità deriva essenzialmente dal lavoro svolto dall'individuo: per esempio i macellai sono considerati paria perchè uccidere qualsiasi animale è un crimine; così l'orrore della morte e della contaminazione che deriva da ogni contatto con essa, spiega la posizione di paria occupata da becchini, conciapelli, ecc. Oltre che intoccabili, i paria sono anche inavvicinabili: il contatto con caste inferiori, e soprattutto con i paria, causa contaminazione. I paria sono relegati ai margini della società, senza diritti e spesso molto sfruttati. Nel corso dei secoli crebbe il prestigio dei “sacerdoti” bramani; essi riuscirono ad imporre l'idea che l'induismo coincide con la loro ideologia di casta, nella quale Vishnu e Siva sono considerati i maggiori dei, mentre le divinità delle varie famiglie o dei vari villaggi ne costituiscono semplicemente delle loro caratteristiche. La “dottrina” del sistema castale è stata messa in discussione in ogni epoca dando origine a due atteggiamenti:

·      quello di chi rifiutava l'idea di una gerarchia religiosa delle condizioni di vita sociali, dando vita a numerose sette;

·      quello di chi, pur accogliendo l’idea della divisione in caste, proclamava che l'unica via di salvezza non dipendeva da essa, ma “dalla rinuncia al mondo”.

Nel corso della storia, le caste si sono moltiplicate e suddivise in categorie sociali insuperabili. L'India possiede oggi 4.800 caste: le caste Bramaniche con solo 15 milioni di membri, si suddividono in 1.866 sotto caste. Tuttavia alcuni studiosi ritengono che le caste furono, grazie alla loro rigida chiusura, un ottimo mezzo di difesa passiva degli hindu contro gli invasori musulmani. Il contatto con le idee occidentali, l'avvento dell'industrializzazione, l'opera svolta da tanti riformatori (tra cui Gandhi) dall'Ottocento in poi, ha portato all’eliminazione delle caste a livello giuridico. Di fatto invece il sistema perdura, almeno nelle piccole città e nei villaggi.


  I fuori casta italiani.

I fuori casta non esistono solo in India ma anche, in modo più raffinato, in occidente compresa l’Italia e, purtroppo, non solo in certe località ben civilizzate politicamente, ma anche in certe parrocchie.

Chi potrebbero essere i fuori casta italiani? Ognuno si faccia il suo serio esame di coscienza anche nel nostro quartiere o paese “democratico”. Madre Teresa di Calcutta, come molti altri personaggi meno popolari di lei anche appartenenti ad altre religioni, hanno avuto il coraggio di andare contro corrente e di amare i fuori casta non solo dell’India, ma anche le persone trattate come tali anche in occidente; persone sole e rifiutate, gli emarginati, i barboni, le prostitute, i drogati, i sieropositivi, i divorziati, gli extracomunitari, i bambini illegittimi, gli ex carcerati o gli zingari, l’elenco potrebbe essere interminabile e suscitare seri dibattiti per realizzare qualche piccolo intervento concreto.



 Il dharma: l'ordine morale

Nell’induismo tutti i compiti, i doveri, le facoltà, le attribuzioni assegnati a ogni singola persona, la condotta morale, vengono chiamati dharma. Se si trasgredisce il proprio dharma, o si danneggia il dharma altrui, si cade nell'impurità e nella disgrazia. L'indù deve rispettare tre leggi fondamentali di “retta” condotta:

1.    La legge delle caste.

2.    La legge degli stadi della vita.

3.    Una volta uscito dall'infanzia, l'indù bramino deve percorrere successivamente, nel corso della sua esistenza, quattro stadi: studente, maestro di casa, eremita, religioso errante.


 La legge di condotta individuale.

Purezza; padronanza di sé, distacco, lealtà, non violenza. La non violenza o il non danneggiare: “ahimsa”, consiste nel rispettare tutti gli esseri viventi, anche gli animali. Gandhi l'ha utilizzata efficacemente contro gli inglesi come strumento di resistenza politica, per la liberazione dell'India.


 Il moksha: la salvezza

E’ la dottrina della liberazione dal ciclo delle rinascite (reincarnazioni). Presente alla fine del periodo upanisadico, produsse movimenti ascetici e diverse religioni quali il buddismo e il giainismo. Tutto il problema è dunque liberarsi per sempre dalla dipendenza karmica della rinascita. Come? Le principali vie di salvezza sono tre:

·      l'azione ( il compimento del dovere, l’azione positiva, il dharma);

·      la conoscenza (la liberazione dall'ignoranza, la conoscenza delle leggi di natura che governano l’universo);

·      la devozione (l’adorazione amorevole per la divinità).

Tale “devozione” può essere “modernamente” interpretata come il “rispetto” per sé stesso e per gli altri; il non esprimere giudizi su chi la pensa diversamente (che è poi la base delle caste, purtroppo, e del razzismo in generale); non presumere di essere ad ogni costo nel giusto.


 Le divinità indù

L’induismo non ha un fondatore, e neppure esiste una “Chiesa” indù. L’induismo non è un'organizzazione religiosa accettata universalmente. Ogni comunità familiare pratica un culto ereditato dalla tradizione; i gesti compiuti, le preghiere recitate derivano da un rituale consuetudinario. Non solo, ma ogni individuo si regola a modo suo nella vita di tutti i giorni: non deve seguire comandamenti divini, perchè gli dei sono numerosi e spesso rivali tra loro. Non esistono comandamenti di una “Chiesa”, perchè non esiste un’organizzazione religiosa che possa legiferare. Ciascuno, nel proprio comportamento, deve piuttosto riferirsi alla Norma Eterna, considerata come una specie di morale inserita nel “cuore” di ogni individuo (il dharma, la buona condotta). Alcune caratteristiche sono però comuni a tutti gli indù; oltre alla venerazione verso molteplici divinità, vi è il rispetto per la vacca e la fiducia nell'efficacia dei riti. In India, la vacca è uno degli animali sacri per eccellenza e viene lasciata vagare liberamente nelle città o nei campi; non è lecito né ucciderla né cibarsi delle sue carni, ma solo di utilizzare il suo latte e il suo sterco. Nei testi sacri Veda, la vacca sacra appare spesso con il nome di aghnya.

TRIMURTI

Fra le divinità indù assumono particolare importanza Brahama chiamato anche Ishvara, “il solo e unico Dio” che prende i nomi di:

Brahama  (il “Creatore” emanatore o colui dal quale è iniziata la grande aurora cosmica, la nascita).

Simbolo è il cigno, l’aspetto femminile più conosciuto è la dea Sarasvati (dea della saggezza, della sapienza, è venerata dagli studenti).

Vishnu  (il Conservatore dell’ordine cosmico)

Simbolo è l’aquila Garuda, l’aspetto femminile più conosciuto è la dea Lakshmi, la dea della bellezza e della ricchezza. Ogni periodo di disordine, scende in forma di avatara a ristabilire l’ordine iniziale es. Krishna.

Siva  (il distruttore e il rigeneratore, colui che danzando distrugge e feconda)

Simbolo è il toro Nandi. Fra gli aspetti femminili più famosi ricordiamo Durga sul leone, Kalì con la lunga lingua infuocata, Parvati con il figlio Ganesh (o Ganapati, il nano con la testa di elefante).

Brahama, Visnu, e Siva costituiscono la triade divina detta Trimurti (“triplice forma”). Non confondiamo la Trimurti con la SS. Trinità dei cristiani. Qualora si volesse cercare una lontana premonizione della SS. Trinità nella dottrina induista di Dio, la si può scorgere nella meditazione del Dio Personale (il sé) Ishavara definito come Sat - Chit - Ananda: Sat = puro essere;   Chit = puro pensiero;   Ananda = Beatitudine pura.

I “discendenti” o le incarnazioni di Vishnu, il conservatore del mondo, permettono di adorarlo sotto forma di pesce, tartaruga, nano, cinghiale, leone o sotto il volto di Rama, di Krishna.

Siva è ambivalente. Con la sua danza cosmica, distrugge l'universo per ricostruirlo.


  Chi sono gli Hare Krishna?

A volte può capitare di incontrare lungo le vie delle città italiane alcuni “strani” personaggi dalla testa completamente rasata che cantano o danzano e a volte regalano libri. Li chiamano gli Hare Krishna, in Italia è famosa una comunità che vive vicino a Firenze, ma vi sono comunità minori anche in altre città italiane. Ma chi sono gli Hare Krishna?

Krsna o Krishna è considerato l’ottava incarnazione (avatara) dello stesso dio Visnu, quella del dio pastore.

Il suo nome significa “nero”. Nonostante la sua nobile origine, fu allevato come vaccaro ma, alla fine della sua vita, entrò in possesso della sua eredità e governò saggiamente. Krishna è anche il personaggio principale della Bhagavadgita (una parte dei testi sacri Veda) a cui si rifanno gli Hare Krishna. La Bhagavadgita è composta da tre sezioni distinte che espongono le tre vie tradizionali dell'induismo per raggiungere la realizzazione di se stessi e l'unione mistica con la divinità: quella dell'azione (karman), quella dell'amore (bhakti) e quella della conoscenza (jñana). Il messaggio fondamentale di salvezza (le tante vie che portano alla divinità) è collegato con il culto di Krishna ed è fissato nel Bhagavadgita. Krishna è venerato come massima espressione di uomo oltre che di divinità. Egli è la personificazione della “salvezza”.

Per i fedeli incolti, invece, Krishna è l'azione stessa salvifica ed è spesso inteso come taumaturgo e distruttore di malvagi e demoni. La venerazione di Krishna, si esprime soprattutto misticamente, in forma di amore assoluto verso la divinità (bhakti). Nel 1966 A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada (nato nel 1896 a Calcutta in India), fondò a New York l’associazione internazionale per la coscienza di Krishna la quale poggia su una interpretazione della Bhagavadgita

Il fondatore propone una vita spirituale abbastanza semplice che consiste nel ripetere indefinitamente queste 16 parole:

Hare Krishna  Hare Krishna  Krishna Krishna  Hare Hare  -  Hare Rama  Hare Rama  Rama Rama  Hare Hare”.

Questo mantra (parole cariche di potere o di una forza particolare) ha come conseguenza il risveglio della coscienza di Krishna permettendo su tale divinità l’amore del fedele.

Si tratta di un canto di liberazione spirituale, che gli Hare Krisna credono sia in grado di elevare non solo chi lo canta, ma anche chi l’ascolta. Il mantra dell’Hare Krisna, costituito da 16 parole, deve essere ripetuto 1.728 volte al giorno da ogni fedele. Per essere certi che il conto sia esatto si fa ricorso a una collana di 108 grani simile alla corona del rosario per i cristiani cattolici. Ad ogni grano si recita il mantra, e percorrendo 16 giri si ottengono i 1.728 mantra desiderati.

Il fondatore del movimento Prabhupada ha compiuto gli studi presso le università di filosofia, di scienze economiche e di lingua inglese, ed è stato dirigente industriale fino al 1954. Nel frattempo fu influenzato da un astronomo e matematico guru dal quale ricevette la consacrazione divina nel 1936 e l’incarico di promuovere la “Scienza della coscienza amorevole di Krisna” nel mondo occidentale.

Nel 1950 si separò dalla sua famiglia e si ritirò come “eremita della foresta” a Vrndavana, dove vi è l’antico eremo dedicato al culto di Krishna; in quell’eremo morì nel 1977 all’età di 81 anni.

Nel 1965 lasciò l’India per diffondere il suo messaggio in America, per poi propagandarlo nel resto del mondo. Aveva iniziato la sua opera di diffusione spirituale a New York recitando e cantando i suoi primi mantra. Nella città americana insegnò presso un centro yoga frequentato prevalentemente da hippies e da intellettuali. Gli Hare Krisna ritengono che chiunque invochi sinceramente il nome di Krisna anche una sola volta nella vita, può essere liberato dai suoi “peccati” e messo nelle condizioni di non commetterne altri. I mali e i problemi del mondo sarebbero l’effetto dell’ignoranza di Krisna da parte degli uomini. Gli appartenenti al movimento sono tenuti alla rigida osservanza di quattro principi comportamentali:

1.     Una vita alimentare rigidamente vegetariana che esclude qualsiasi tipo di carne, di pesce e di uova. Gli alimenti consentiti possono essere consumati solo dopo averli offerti a Krisnha chiedendone la prasada (“grazia”).

2.     L’assoluta astinenza da qualsiasi sostanza inebriante o stupefacente (tabacco, tè, alcolici, caffè, droghe).

3.     Una vita sessuale che escluda qualsiasi rapporto extraconiugale e finalizzata alla sola procreazione con una frequenza non superiore a un rapporto al mese.

4.     L’astensione a qualsiasi gioco d’azzardo e dagli sport eccessivamente agonistici.

Gli Hare Krishna sposati, chiamati adhicarin, indossano una veste bianca la quale, nelle donne, è simile al sari indiano.

I non sposati, chiamati brahmacarin, indossano una caratteristica veste color giallo zafferano. I membri maschi sono rasati completamente sul capo, a eccezione di una treccia, detta sikka. I bambini frequentano una scuola specifica organizzata dal movimento e ispirata all’amore devoto per Krisna. Per entrare nel movimento degli Hare Krishna occorre superare un periodo di prova della durata di circa sei mesi. Se si è giudicati idonei si procede alla cerimonia d’iniziazione e il nuovo membro della comunità, davanti a un fuoco ardente, riceverà un nuovo nome spirituale e tre fili di perle che dovrà portare per tutta la vita. Passati altri sei mesi si potrà prendere parte alla seconda iniziazione, detta del brahmano nel corso della quale si apprende un mantra segreto che dovrà essere ripetuto tre volte al giorno.

A livello più alto di consacrazione vi sono i sannyasin, i quali sono tenuti al voto di castità e di povertà intesa come totale privazione di ogni piccola cosa. La veste arancione non è una caratteristica specifica degli Hare Krisna, ma dei membri del movimento religioso ispirato agli insegnamenti del maestro spirituale indiano Bhagwan Shree Rajneesh.

Gli Hare Krisna vivono negli asrama, centri rurali in cui vivono una vita rigida e minuziosamente organizzata, onde evitare il più possibile il contatto con il mondo, da loro considerato materialista.


 Che cosa è lo Yoga?

Lo yoga è una tecnica di concentrazione umana che tende a dominare la realtà. Lo scopo dello yoga è quello di “legare” (o fermare) il divenire per raggiungere la piacevole sensazione dell’essere.

Lo yoga si pone in contrasto al pensiero vedico che è fondato sullo rta, che è proprio “movimento” (e nel quale ogni “arresto” è sentito negativo per l’evoluzione). Rispetto al politeismo vedico, lo yoga realizza una rivoluzione di valori, che potremmo chiamare mistica. Si cerca dentro di sé quello che la religione vedica, mediante le immagini divine, cercava all’esterno dell'uomo.  

Yajnavalkya identificava la sostanza del mondo (Brahman) con la sostanza dell'uomo (Atman).

Su questa linea si rendeva inutile la presenza di certe divinità allo scopo di collegare l'uomo al cosmo.

Anche il culto diventa inutile. La pratica rituale si trasforma in ascesi o, particolarmente, in yoga.

Lo yoga viene assunto come tecnica estatica dalle più diverse correnti dell'induismo, ma esiste anche una sua formulazione assoluta, quasi una “religione” a sé, che viene chiamata convenzionalmente yoga classico. È lo yoga che, probabilmente nel sec. V della nostra era, è stato esposto sistematicamente da Patañjali negli Yogasutra. Il discepolo che pratica lo yoga si esercita alla padronanza dei sensi, alle prove yoga, a controllare la respirazione, ai metodi di concentrazione e di meditazione. Non va dimenticato che con il termine yoga si intendono correntemente tutte quelle tecniche ascetiche indiane, comuni  sia a varie forme di induismo, sia al Buddismo, con le quali si cerca di attuare la “libertà” dell'individuo dagli stimoli fisici e psichici, esterni o interni,  per portarlo a un'assoluta integrità spirituale e alla realizzazione, attraverso la meditazione e la concentrazione, dell'estasi.


I maestri dell’induismo.    

Tra le grandi figure dell'India contemporanea merita ricordare:

Tagore, notissimo poeta lirico; Aurobindo filosofo indiano e leader del movimento nazionalista;

Gandhi il noto liberatore dell'India e il suo discepolo Vinoba Bhave, riformatore sociale, il pandit Nehru.

Nel cattolicesimo merita di essere ricordata Madre Teresa di Calcutta premio Nobel per il suo particolare servizio verso i paria e verso i più poveri dei poveri nel mondo.




 Un confronto con il cristianesimo

Per il credente indù, la storia è un continuo ciclo e i tempi sono segnati simbolicamente dal sonno e dal risveglio di Brahama. Per il cristiano, la storia è centrata sull'incarnazione della Parola di Dio attraverso Gesù Cristo; ed è una lenta preparazione verso il Regno di Dio (il paradiso, la grande “festa” cosmica di Dio con l'uomo), verso il ritorno del Signore detta parusia (dal greco parousía, presenza).

In comune con il cristianesimo, l'induismo insegna il rispetto al sacro, la pratica del raccoglimento, il distacco dei beni che ti abbagliano, ma che passano. L'induismo potrebbe insegnare al cristianesimo come sottrarsi all'agitazione, al rumore, per meditare il vangelo e come amare sé stesso (accettarsi) di più, per poi amare meglio il prossimo. Una bella caratteristica della popolazione indiana (soprattutto nella cultura popolare che è meno integralista o fanatica) è di dare uguale valore alle diverse forme di rito. Un induista che ascolta la messa cattolica, la vive dandole importanza e significato di quando partecipa a un rituale induista o anche musulmano.

Per loro Dio si è manifestato in modi diversi nelle popolazioni geograficamente distanti. Pur non essendo cattolici, sono convinti che “fa bene” partecipare anche alla santa messa quando hanno l’occasione di parteciparvi, oppure a una danza sacra sciamanica, come ascoltare il loro maestro spirituale (guru) o partecipare ai loro propri riti.

Non si tratta di una specie di “toccasana” (porta fortuna), ma dell’abitudine alla pluralità di tante religioni.



 Gesù e le avatare indù

Per gli orientali Gesù è considerato un’avatara. Che cosa è l’avatara? In sanscrito è la “discesa” di una divinità o una sua incarnazione a scopo salvifico, in particolare di Visnu, che assume forme disparate, soprattutto quando l'umanità o la religione sono in pericolo. Avatara è la “manifestazione” di una divinità o di una sua caratteristica, non la reincarnazione, che è invece la rinascita dopo la morte degli uomini e di tutti gli esseri viventi, ma una “teofania” cioè una diretta manifestazione di Dio agli uomini.

In oriente, le principali avatare di Visnu sono dieci, delle quali nove sono già avvenute, ovvero quelle di Matsya (pesce), Kurma (tartaruga, testuggine), Varaha (cinghiale), Narsimha (uomo-leone), Vamana (nano), Parasurama (Rama con la scure), Rama, Krsna e Buddha.

Una deve ancora venire, ovvero Kalki, l'Apocalisse della nostra epoca ciclica delle rinascite.

Anche per il cristianesimo (cattolici, ortodossi, protestanti) Gesù di Nazareth è un’incarnazione, ma della seconda “persona” (caratteristica detta anche ipostasi) della Santissima Trinità dell’unico Dio, quella comunemente chiamata il “Figlio” o “ciò per cui Dio è la forza della Parola”, o “il Verbo”.

Inoltre i cristiani attendono il ritorno di Gesù, come di Kalki per gli indù, che consegnerà il suo “regno” al Padre (“ciò per cui Dio è l’idea, l’iniziativa, il pensiero o il progetto”).  Che cosa significa tutto questo? I fedeli cristiani dovrebbero ricordare che stiamo vivendo il tempo della parusia, quello che attende la seconda venuta di Cristo risorto sulla terra per concludere il suo regno messianico. Dagli scritti del Nuovo Testamento si deduce che il senso fondamentale della parusia è anche quello di “presenza” (dal gr. parusía, presenza).

Gesù inizia la sua presenza nel mondo con la sua nascita a Betlemme e la concluderà nella sua apparizione come re e giudice dell’Universo. Fra questi due momenti però egli sarà sempre presente personalmente tramite l'azione dello Spirito Santo e della sua Chiesa fatta anche di uomini terreni.

Il significato di “ritorno” si configura piuttosto come un “tenersi pronto”, una vigilanza insonne, con la “lucerna” della fede accesa, operando il bene senza posa, perché il Signore non ha svelato il giorno della sua ricomparsa. Ma ricomparirà. Come? Non lo sappiamo. Lasciamo ai teologi lo studio approfondito di tale mistero per vedere se è possibile un dialogo dottrinale “analogico” della fede cristiana con quella induista o buddista, queste ultime troppo spesso elegantemente ignorate dai fedeli cristiani fino a creare veri e propri pregiudizi discriminatori, a volte di bassa lega. Giovanni Paolo II, come è ben noto, amava organizzare incontri di preghiera anche con i maggiori esponenti di altre religioni nel mondo. Insieme con il Papa sono stati pregati Brahama, Allah, Hare Krisna, la SS. Trinità ecc. Ci limitiamo a ricordare che molte considerazioni “dottrinali” soprattutto dell’induismo, non sono lontane da quelle del cristianesimo; si tratta di studiarle attentamente nel loro giusto significato per una proficua crescita spirituale anche attraverso il dialogo con le altre religioni.

Il Concilio Vaticano II insiste sull’importanza di cercare Cristo anche nelle altre religioni. La Chiesa cattolica, nel documento conciliare Nostra Aetate (n. 2), nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni.

Il documento ufficiale su come la chiesa cattolica considera le due religioni orientali induismo e buddismo, lo riporteremo per intero dopo esserci occupati del buddismo. Il problema del dialogo interreligioso lo affronteremo ulteriormente in un capitolo specifico successivo dopo l’islamismo.


  Insieme per divinizzare il mondo

Uno degli numerosi scopi del fedele Cattolico, dovrebbe anche essere quello di “divinizzare” il mondo mediante l’amore, non di allontanare le persone scomode che amano e sognano di “ringiovanire” la Chiesa di Cristo Risorto, come spesso esortano i documenti del Concilio Vaticano II, proclamati negli anni sessanta del nostro secolo e prima delle contestazioni del ‘68. Alcuni dei documenti conciliari sono considerati della stessa importanza di un dogma di fede, quasi come un prolungamento della Bibbia. La caratteristica di “divinizzare” con l’amore il mondo è presente anche in numerose altre religioni che si esprimono con un linguaggio spesso apparentemente diverso dal nostro, ma troppo spesso volutamente frainteso o travisato nel suo reale significato, oppure del tutto sconosciuto, non solo a causa della disinformazione giornalistica. Vogliamo ricordare ai lettori che non è nostra intenzione affermare che tutte le religioni siano uguali, e neppure che abbiano lo stesso identico scopo e gli stessi metodi per intervenire nella società; ma semplicemente che è ora di smetterla con certi timori (più parrocchiali che dottrinali), quando si tratta di confrontarci con realtà apparentemente diverse dalle nostre.


 Gesù: un’ “avatara” molto particolare

Dobbiamo tener presente che l’incarnazione di Gesù (o avatara per gli orientali) presenta la caratteristica di apparire risorto in carne e ossa. Tale caratteristica sembrerebbe una novità specifica del cristianesimo, e così si dica per la crocifissione dovuta a condanna a morte da parte degli uomini. Non sembra che qualcosa di simile appaia nelle avatare indù.  La resurrezione di Gesù non è una rinascita di un’altra vita precedente (reincarnazione) in un altro corpo, ma una serie di apparizioni e sparizioni del corpo materiale di Gesù. I cristiani considerano Gesù l’incarnazione diretta della seconda persona della SS. Trinità.

Se per i cristiani è difficile credere nella resurrezione, per gli orientali non lo è affatto, in quanto per un’avatara tutto è possibile: colui che ha iniziato l’aurora cosmica (il Dio Brahama, Visnù o altri nomi induisti) si manifesta agli uomini nelle più svariate maniere per “divinizzare” o, come direbbero i cristiani ripetendo la famosa frase del Nuovo Testamento:“perché Dio sia tutto in tutti (1Cor.15,28).

Tale versetto biblico precisa che questo sarà possibile solo quando sarà annientato il nemico della morte. 

Per gli induisti potrebbe essere la liberazione dalle rinascite, mentre per i cristiani la liberazione dalle dipendenze del peccato: il “paradiso”, la grande “festa” di Dio con tutte le sue creature.

Nei vangeli non appaiono versetti che sottintendono la rinascita in altri corpi prima della comunione totale con Dio (il paradiso). Tuttavia si parla di resurrezione dei corpi in modo non facilmente comprensibile e spiegabile. Nei vangeli si parla di inferno, purgatorio, paradiso.

Che cosa significano questi termini? Una risposta l’abbiamo presentata nel capitolo specifico, ma è pur sempre un’interpretazione di fede considerata verità, che potrebbe essere ulteriormente approfondita. Come? Lasciamo ai dotti teologi tale delicata questione. Alcuni arditi pensatori della fede cristiana non esitano a vedere una certa lontana analogia della dottrina delle anime del purgatorio in preparazione per il paradiso, con quella induista del ciclo delle rinascite prima della liberazione totale (moksha), che consiste nella fusione o comunione dell’ “anima” individuale (Atman) con quella universale (Brahman).

Attualmente il Magistero (Papa e vescovi) non si è ancora espresso in forma ufficiale, forse si dovrà aspettare ancora molto tempo per avere qualche chiara risposta. Non si calcolano i tempi prima che un’eventuale risposta sia comunemente accettata dai fedeli cattolici nelle parrocchie e soprattutto da certi parroci che rifiutano il dialogo costruttivo con le altre religioni. Tuttavia è in fase di riflessione come deve essere inteso il confronto costruttivo della verità nel cristianesimo (cattolici, ortodossi e protestanti), con quella nell’induismo.

L’induismo e il buddismo sono fra le religioni non cristiane tra le più interessanti per un dialogo di crescita spirituale con la fede cattolica. Più difficile il dialogo dei cristiani cattolici con i cristiani protestanti e vedremo il perchè nel capitolo successivo del dialogo interreligioso.

Maggiori difficoltà sono presenti nel dialogo tra i cattolici e i musulmani e tutti gli integralismi o fanatismi religiosi di qualsiasi setta sparsa nel mondo. Non si tratta di insegnare a un indiano come si fa a pregare, ma di imparare qualcosa di nuovo che può essere condiviso, e non contraddittorio, anche per il cristianesimo.

Solo così si può risolvere, a poco a poco, il problema del dialogo interreligioso, senza pretendere che la propria religione (qualunque essa sia) fatta anche di uomini, debba controllare il suo potere nella società in cui si trova e debba considerarsi l’unica a possedere tutta la verità.

Siete in uno stato d’animo di piena confusione o di crisi generale? Avete perso la fede? Si ricorda che coloro che perdono la fede, spesso la perdono perché si erano affidati alla fragilità umana degli uomini religiosi, non alla verità religiosa.

Il cristianesimo invita alla gioia di amare chiunque, non alla tristezza di sentirci confusi perchè riteniamo di essere i soli depositari del giusto e della verità.

Il cristiano dovrebbe anche ricordare che Dio ha accettato di farsi “impotente” nell’incarnazione umana di Gesù soprattutto quando era disperato sulla orribile e tragica croce che, secondo la dottrina cristiana, gli abbiamo offerto tutti, non solo gli ebrei e i romani.

Gesù accettò la crocifissione per salvare (liberare, amorizzare) l’umanità intera, fin dalle origini della creazione.
Gesù non è morto sulla croce solo per i battezzati nella fede Cattolica (Protestante e Ortodossa), ma per tutti gli uomini, compresi i credenti delle altre religioni e gli atei. Non per distruggere le altre religioni con la presunzione e la prepotenza, ma per “amorizzarle” (unirle benevolmente) affinché Dio sia tutto di tutti. 


Tratto da C. Gobbetti “Nel Silenzio del Mistero”

martedì 5 giugno 2018

Perle di Saggezza di Lao Tzu: citazioni e insegnamenti spirituali




Lao Tzu è uno dei più grandi maestri del pensiero spirituale e filosofico. Le sue parole, raccolte nel Tao Te Ching, sono state fonte d’ispirazione per generazioni. In questa pagina trovi una selezione delle perle di saggezza di Lao Tzu per riflettere su vita, equilibrio e armonia interiore.

Se sei depresso, stai vivendo nel passato. Se sei ansioso, stai vivendo nel futuro. Se sei in pace, stai vivendo nel presente. 
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Considera il mondo come qualcosa di leggero, e lo spirito non sarà oppresso;
considera le miriadi di cose come qualcosa di lieve, e la mente non sarà confusa.
Considera uguali la vita e la morte, e l'intelletto non sarà spaventato;
considera uguali il cambiamento e l'immutabilità, e la chiarezza non sarà oscurata.


... Gli uomini perfetti si appoggiano a un pilastro che non viene mai scosso, percorrono una strada che non viene mai bloccata, utilizzano un'energia che non si esaurisce mai e imparano da un maestro che non muore mai. Qualunque cosa facciano, accettano il loro destino e vanno avanti senza confusione ... Calamità, fortuna, profitto e danni non possono turbare la loro mente. Coloro che agiscono rettamente non temono la morte; meno ancora coloro che non agiscono del tutto... Coloro che non agiscono deliberatamente non hanno fardelli. ll non agire nel mondo è il loro tamburo che annuncia la saggezza.

Procedono verso il non-coinvolgimento. Lintelligenza meccanica non condiziona le loro menti: essi osservano ciò che non è temporale e non sono mossi dalle cose. Guardando l'evoluzione delle cose, si tengono vicini alla fonte, contemplano la sorgente. La loro attenzione è concentrata internamente ed essi contemplano fortuna e sfortuna in un contesto unitario.
Stanno seduti inconsapevoli di fare qualcosa; camminano inconsapevoli di andare in qualche posto.
Conoscono senza studiare, vedono senza guardare, riescono senza sforzarsi, discernono senza paragonare.
Prendono la Via come loro guida; quando incontrano qualche opposizione, restano vuoti e aperti, chiari e calmi, e così essa scompare. Considerano mille vite come un'unica evoluzione, guardano diecimila differenze come un'unica cosa.
Hanno vitalità, ma non la struttano; hanno spirito, ma non lo affaticano. Si attengono alla semplicità del tutto e stanno al centro dell'essenza.
I saggi trascorrono la vita in pacifica serenità, senza staccarsi da nessuno e senza unirsi a nessuno; usano il non-essere per rispondere all'essere e sono sicuri di trovare la ragione; usano il vuoto per ricevere il pieno e sono sicuri di trovare la misura.
Essi non cercano un altro, ma se stessi.
Per loro ogni cosa è misteriosamente la stessa, niente è sbagliato, niente è giusto.
ll loro sonno è senza sogni, la loro conoscenza è impalpabile, la loro azione è senza forma, la loro quiete è incorporea.
Quando sono presenti, è come se fossero assenti; quando sono vivi, è come se fossero morti.
Possono apparire e scomparire istantaneamente ; possono avvalersi di fantasmi e di spiriti.
Le loro capacità vitali e spirituali li elevano alla Via, facendo in modo che la vitalità e lo spirito si espandano in tutta Ia loro efficacia senza perdere la fonte. . 
In tal modo armonizzano e producono le stagioni del cuore.

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 « Muori senza morire e vivrai per sempre »


L’argilla è necessaria per modellare un vaso.
Ma il suo uso dipende dal vuoto interno che si riesce a creare.
 

Un buon viaggiatore non ha piani precisi e il suo scopo non è arrivare.

Colui che conosce gli altri è sapiente; colui che conosce se stesso è illuminato. (
Conoscere gli altri è saggezza. Conoscere se stessi è saggezza superiore.)
Colui che vince un altro è potente; colui che vince se stesso è superiore.


Un vincente trova sempre una strada, un perdente trova sempre una scusa.



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Al mondo niente è più cedevole dell’acqua.
La Via dell’acqua è infinitamente ampia è incalcolabilmente profonda.
Si estende indefinitamente e fluisce senza limiti.
Abbraccia tutta la Vita senza preferenze.
Non cerca ricompense, arricchisce il mondo intero senza mai esaurirsi.
La sua Natura sottile non può essere afferrata, colpiscila e non la danneggierai, forala e non la ferirai, tagliala e non la squarcerai, bruciala e non farà fumo.
Cedevole e fluida non può essere distrutta, riesce a penetrare anche nel metallo e nella pietra.
E’ così forte da sommergere il mondo intero.
Si concede a tutti gli esseri, senza ordine di preferenza.
Essa è definita suprema virtù.
Il motivo per cui l’acqua impersona questa suprema virtù è perchè essa è cedevole e morbida.
Quindi, io dico che le cose più morbide dominano le cose più dure.
Il non-essere non ha lacune, perciò la Via è davvero grande.
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Quando il cuore (conoscenza, mente) è vuoto da brame di gloria e meriti, la volontà è elastica, flessibile, morbida, armoniosa.

Se il mantice fosse pieno di superbia, e avesse una sua volontà nell'emettere il soffio, non potrebbe attuare l'intento (virtù, essenza) di chi (spirito) lo fa soffiare.

Il Tao non può essere determinato... chi conosce il Tao ammette di non sapere.


La virtù del Santo è nascosta e invisibile all'esterno, è sommamente sottile e arcana; per questo non ha compresa.
Nascondi i tuoi tesori e ripone lì nel petto, non mostrarli agli altri... l'uomo da poco danneggia l'interno (forza vitale) per rendersi illustre, mettersi in evidenza, fare mostra di sé, eccellere.

Per dare pace allo spirito, il cuore deve essere largo e tenero (dolce), non aspro (ansioso) e stretto.

Quel che vuoi che si contragga, devi farlo espandere
Quel che vuoi che s'indebolisca , devi farlo rafforzare
Quel che vuoi che si rovini ,  devi farlo prosperare
Quel che vuoi che si tolto, devi farlo dare


POSPORRE SE STESSI chi vuol stare al di sopra, si ponga al di sotto; chi vuole stare davanti, si ponga dietro -> per questo il Santo sta al di sopra ed il popolo non n'è gravato, sta davanti e il popolo non ne è ostacolato.  così il mondo intuisce di sospingerlo innanzi e mai ne è sazio. Poiché egli non contende, nessuno al mondo può muoversi contesa.

Il saggio proprio perché è grande sembra che non sia simile a nulla, se fosse simile a qualcosa l'impaccerebbe la sua piccolezza.
Egli ha tre cose preziose che si tiene ben strette e custodisce: misericordia (caritatevolezza) , parsimonia, non ardire d'essere primo al mondo.
E' misericordioso e perciò può essere intrepido ; è parsimonioso e perciò può essere generoso; non ardisce ad essere primo e perciò può essere capo degli strumenti perfetti. Oggi si è intrepidi (generosi) trascurando la misericordia, tuttavia chi è misericordioso nel guerreggiare è vittorioso chi è misericordioso nel difendere è saldo. Quei che il cielo vuol salvare facendolo misericordioso lo preserva.

La linea del cielo è di ben vincere senza contendere, ben suscitare risposta senza parlare, ben attrarre senza chiamare.

Sol chi non s'affaccenda (s'affanna) per vivere è più saggio (di chi la vita tiene in preso per i profitti, i cui emolumenti ostruiscono la mente)

Il morbido vince il duro; la debolezza vinse la forza -> al mondo nessuno v'è che non lo sappia, ma nessuno v'è che sia capace di attuarlo... si vergognano d'essere umili e si compiacciono d'essere violenti.

Il saggio veste e cura le creature, ma non se ne fa signore.
Ad esso le creature si rivolgono (ritornano), ma egli non se ne fa signore.
Non avendo brame è nominato piccolo; poiché giammai si fa grande, può realizzare la sua grandezza.

Chi sa non parla, chi parla non sa.


Saper divenir simile al modello è la misteriosa virtù

L'opera compiuta non la chiama sua.


Le parole sincere (le più simili alla verità) non sono lusinghiere, le parole lusinghiere (discorsi decorati da falsi orpelli) non sono sincere.

Chi eccelle in virtù non disputa artificiosamente...  il Santo non accumula ricchezze, ma virtù... più ha dato e fatto per gli altri più abbonda e possiede.

Quel che affermo (calmo, stabile) con facilità si conserva (trattiene); quel che è instabile, con facilità si divide... quel che è minuto (immaturo, giovane e fragile) con facilità si disperde-spezza.
[...] Chi governa corrompere, chi dirige svia.


La via celeste-è di avvantaggiare integrare -e non di danneggiare-contendere-entrare in lizza.


 l'uomo che ostenta alla luce del Tao, non brilla, è come se fosse ottenebrato e nulla vedesse (illuminarsi nel Tao è come ottenebrarsi)
l'uomo che avanza per afferrare il Tao, non lo raggiunge, come se indietregiasse. (Avanzare [spianarsi] nel Tao è come regredire [incavarsi])

Chi si dedica all'accumulo di sapere (per eccellere negli affari) ogni dì aggiunge, chi pratica il Tao ogni di toglie, toglie e ancora toglie fino ad arrivare al non agire: quando non agisce nulla v'è che non si è fatto.



Quando il grano dotto apprende il Tao lo pratica con tutte le sue forze, quando il medio dotto apprendere il Tao or lo conserva or lo perde; quando l'infimo dotto apprende il Tao se ne fa grandi risate: se non fosse di riso non sarebbe degno d'essere il Tao.

Senza uscire dalla porta conosci il mondo, senza guardare dalla finestra scorge la figlia del cielo. Più si allontani me non conosci.
Per questo il Santo non va dattorno eppure conosce, non vede eppure discerne, non agisce eppure contempla.



La virtù somma non si fa virtù, ossia non accumula titoli onorari, bensì nutre la vita del popolo adeguandosi alla spontaneità, senza esaltare i meriti (virtù stessa) e senza istruirlo artificiosamente.
La virtù somma non si fa virtù, per questo a virtù
La virtù inferiore non manca di farsi virtù, per questo non ha virtù.
La somma virtù (carità, giustizia) agisce la non ha necessità di agire.
La virtù inferiore agisce perché la necessità d'agire.

Fu così che decaduto il Tao venne poi la virtù, perduta la virtù apparve poi la carità, perduta la carità si manifestò la giustizia (che fa distinzioni), perduta la giustizia si ostentò il rito (che è fragilità della lealtà, foriero di incomprensioni)

Sei tipi ti chi conservi, se ti curvi ti raddrizzi, se t'incavi ti riempi, se ti logori ti rinnovi. se miri al poco ottieni tanto se miri al molto resti deluso.

Il Gran regno si ponga al di sotto del piccolo regno; il piccolo regno si tenga ad di sotto del Gran regno ... solo allora si attraggono a vicenda con giustizia e armonia

Quando il governo in tutto s'intromette il popolo è frammentato. La fortuna si origina nella sfortuna, la sfortuna si nasconde nella fortuna, chi ne conosce il culmine?

Non far nulla, perché tutto si compie perfettamente. Progetta il difficile nel suo facile; opera il grande nel suo piccolo.
Chi promette alla leggera trova scarso credito, chi reputa tutto facile lo ritrova difficile. Per questo al saggio tutto par difficile e così nulla gli è difficile.

Il Tao generò l'Uno, l' Uno generò il Due (Yin e Yang), il Tre (cielo-terra-uomo) generò le 10000 creature

Chi nutre il proprio spirito non muore.

Il rituale dogmatico trascura il principale per regolare l'accessorio; il rito (messaggi cerimoniali) agisce e se non viene corrisposto si denuda e trascina a forza. Non potendo esservi corrispondenza in troppe cose, i piani superiori e inferiori contendono tra loro, perciò si denudano le braccia e trascinano a forza.

Sii l'abisso del mondo e il Tao non ti verrà a mancare e potrai ritornare alle condizioni dell'infanzia. Con lui che è provvisto di una pienezza di Tao si può paragonare al neonato.

Nel circuito energetico cosmico del Tao gli stati di coscienza sono intercambiabili

L'Arte della Presenza: Ritornare al Qui e Ora (The Art of Presence: Returning to the Here and Now)

  L'Arte della Presenza: Ritornare al Qui e Ora (The Art of Presence: Returning to the Here and Now) [Italiano] Quante volte, nel corso...