domenica 25 gennaio 2015

Il rastafarianesimo

Il rastafarianesimo è una fede religiosa, nata negli anni trenta del Novecento che si presenta come erede del cristianesimo, così come questo lo fu dell'ebraismo secondo i cristiani. Il nome deriva da Ras Tafari, l'imperatore che salì al trono d'Etiopia nel 1930 con il nome di Hailé Selassié I e con i titoli di re dei Re (negus neghesti), Eletto di Dio, Luce del mondo, Leone conquistatore della tribù di Giuda. In seguito alla sua incoronazione, milioni di persone riconobbero in lui Gesù Cristo nella sua "seconda venuta in maestà, gloria e potenza", come profeticamente annunciato dalle Sacre Scritture, essendo egli diretto discendente della tribù di Giuda che affonda le sue radici nell'incontro tra re Salomone (figlio di Davide) e la regina di Saba, episodio narrato nell'antico libro chiamato Kebra Nagast che riveste una certa importanza nella tradizione della Chiesa ortodossa d'Etiopia a cui tutti i rasta fanno riferimento.Il rastafarianesimo è comunemente concepito secondo categorie radicalmente lontane dalla sua essenza: nasce infatti come nazionalismo, o meglio, come versione religiosa del movimento politico nazionalista conosciuto come etiopismo. Il rastafarianesimo si è ispirato alla predicazione del leader Marcus Mosiah Garvey. Altri elementi di spicco, che hanno avuto un ruolo primario nella nascita di questo credo: Leonard Howell, H. Archibald Dunkley, e Joseph Nathaniel Hibbert. A partire dagli anni ottanta la cultura rasta ha aumentato la propria diffusione nel mondo, soprattutto grazie a Bob Marley e alla musica reggae, che ne veicola i contenuti. Attualmente il numero di rasta nel mondo è valutabile a 600.000 individui. Sebbene questo sentimento religioso sia nato in Etiopia, esso si è sviluppato primariamente grazie ad alcune personalità caraibiche e presso popolazioni non-etiopiche, e in seguito all'incoronazione di Hailé Selassié I, verificatasi nel 1930. Fondamentale per la sua affermazione fu il movimento etiopista, che già nel XIX secolo agitava molte comunità africane e della diaspora nera. Era una corrente di ispirazione cristiana che rivendicava il recupero della dignità culturale e nazionale degli africani, turbati dalla deportazione e dalla schiavitù, mediante il riferimento spirituale e politico all'Etiopia. Nei primi del Novecento, gli etiopisti, guidati da Marcus Garvey, il cui ministero è spesso assimilato dai rastafariani a quello di Giovanni Battista precursore di Cristo, cominciarono a proiettare una viva attesa messianica di riscatto sull'Etiopia, e, nel 1930, dopo aver assistito alla sua incoronazione, alcuni discepoli di Garvey, capeggiati dal carismatico Leonard Howell, videro in Hailé Selassié I il Messia atteso, che non era però, nella loro interpretazione, un generico liberatore politico, ma Gesù stesso. Questa persuasione diede il via ad un nuovo e autonomo movimento, detto in seguito RasTafarianesimo, in virtù del nome di battesimo di Hailé Selassié, Tafari (e quindi il RasTafari), per indicare la propria identificazione con Hailé Selassié I, la cui rivelazione diventò il punto di riferimento essenziale. Dopo l'intensa predicazione dei primi seguaci in Africa e in America ed una prima rapida espansione, a metà del XX secolo, nelle Indie occidentali, negli Stati Uniti e in Inghilterra, il rastafarianesimo si è di seguito radicato ovunque sul globo, grazie agli insegnamenti del libro sacro Kebra Nagast e soprattutto grazie al potere mediatico della sua vivace cultura musicale, legata in particolare al reggae, che ne veicola il messaggio teologico. La dottrina del rastafarianesimo è fondata sull'esempio e la predicazione di Hailé Selassié I. I rastafariani accettano gli insegnamenti teologici e morali di Gesù, custoditi dall'antichissima tradizione etiopica ortodossa, e credono che l'imperatore abissino li attualizzi e compia profeticamente in quanto Cristo, tornato secondo le esigenze dell'uomo moderno. Perciò, essi credono nella divinità di Cristo, nella Trinità, nella resurrezione dei corpi, nell'immortalità dell'anima, nella verginità di Maria ed in tutti gli altri dogmi della cristianità ortodossa. I seguaci del culto però riconoscono la validità del millenarismo, ovvero l'idea che il Cristo debba instaurare un regno terreno prima della fine del mondo e del giudizio universale, secondo i dettami dell'apostolo Giovanni (Apocalisse 20): Hailé Selassié I giunge per loro a realizzare questa profezia e regna sui suoi eletti, i Rastafariani, sino al termine della storia. credono che egli, come Gesù, compia le profezie della Bibbia, sia in termini espliciti che allegorici, ponendo particolare attenzione sull'Apocalisse di Giovanni, finalizzata alla descrizione della venuta seconda di Cristo;Il loro Testo Sacro è costituito dal canone biblico etiopico, stabilito da Hailé Selassié I, composto dell'Antico e del Nuovo Testamento e dai testi ufficiali che contengono la testimonianza storica del re. In accordo con la tradizione etiopica, raccolta nel Kebra Nagast, i rastafariani credono che l'Etiopia sia la Nuova Gerusalemme, la nazione eletta alla custodia della cristianità nei tempi della frammentazione e della falsificazione, sino all'avvento secondo di Cristo, compiutosi nel compianto sovrano di Addis Abeba. In questo libro è riportato l'incontro tra re Salomone e la regina di Saba, descritto anche dalla Bibbia (1 Re 10; 2 Cronache 9); ella, curiosa di conoscere la straordinaria saggezza del Re, si reca a Gerusalemme e dalla relazione amorosa sorta tra i due nasce Menelik, capostipite della dinastia regale etiopica. L'Etiopia riceve la missione di preservare la purezza della cristianità dopo il rifiuto di Israele e di custodire il carisma del trono davidico sino all'avvento regale del Cristo, a cui è destinato sin dall'inizio del mondo. A riprova della sua elezione, l'Etiopia riceve l'arca dell'Alleanza, oggi conservata in un santuario di Axum. Hailé Selassié I fu l'ultimo regnante ad occupare il seggio di Davide, prima della dissoluzione della monarchia, e questo incoraggia i rastafariani a riconoscere in lui il compimento delle promesse divine. Essi osservano la morale cristiana, ubbidendo ai dieci comandamenti del Sinai ed alle regole d'amore dettate da Cristo: "Ama il Signore Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente" e "Ama il prossimo tuo come te stesso" (Luca 12, 28-31). Istruiti dalla tradizione etiopica e dalla decisiva predicazione di Hailé Selassié I, i rastafariani nutrono un particolare rispetto per le altre culture religiose e parlano di "parentela spirituale" dei mistici di tutte le culture storiche, utilizzando un'espressione del Re stesso. Pur difendendo il primato della propria identità, i rastafariani sostengono che si pervenga alla salvezza mediante la Fede nel Divino e l'osservanza della morale naturale, al di là delle posizioni teologiche e metafisiche: da questo procede il loro vivo interesse per gli altri culti, considerati, sempre in riferimento ad una frase di Hailé Selassié I, "vie del Dio vivente", che non è possibile giudicare. Sono quindi dottrinalmente contrari al settarismo religioso, come si evince anche dalla lettura del testo sacro di riferimento, il Kebra Nagast. Credono che egli esprima una santità assoluta e che abbia compiuto opere miracolose, principalmente di natura politica, in Etiopia e nel mondo;Inoltre essi professano i precetti politici che il Re ha trasmesso loro, completando la rivelazione storica. Credono dunque in una moralità internazionale retta dal principio della sicurezza collettiva, dell'autodeterminazione dei popoli, dell'uguaglianza dei diritti, della non-interferenza, e nel riconoscimento di un ordine sovra-nazionale che ripudi la guerra, per la ricomposizione pacifica delle dispute e per la risoluzione dei problemi comuni, istituzionalmente governato dall'ONU. Credono nella necessità di costruire sistemi politici liberali e democratici, fondati sull'osservanza della dichiarazione dei diritti umani e difensori della libertà civile, economica, spirituale e culturale, rifiutando dunque ogni ideologia estatolatria totalitaristica, di destra e sinistra, che assorba l'anima umana, possesso esclusivo di Dio; credono inoltre nella necessità di uno Stato socialmente impegnato, che non si limiti a garantire negativamente la libertà, ma che guidi ed educhi l'uomo, pur laicamente, al rispetto del prossimo e del Signore. Inoltre, i rastafariani sostengono che sia necessario affrontare con particolare attenzione, per il benessere dell'intero globo, il problema del continente africano, il più povero ed afflitto del pianeta in virtù di secoli di sfruttamento e aggressioni, eticamente meritevole di una riparazione storica. Forti dell'esempio di Hailé Selassié I, considerato comunemente il padre dell'Africa unita e principale fondatore dell'Organizzazione dell'unità africana, chiedono che l'Africa realizzi l'unione continentale, liberandosi dalla dipendenza dai poteri stranieri, recuperando la propria identità, e sviluppandosi secondo modelli politici e culturali propri, che tali poteri hanno cercato e cercano di strapparle. Gli africani deportati, in particolare, per raggiungere la pienezza di sé e fronteggiare il proprio disagio storico, devono ricordare le proprie origini e onorarle, e lavorare attivamente per questa causa: è in tale ottica che l'idea di rimpatrio, a cui Hailé Selassié I dedicò parte delle sue energie e per cui mise a disposizione un ampio territorio etiopico, acquisisce un significato vitale. I rastafariani credono che Hailé Selassié I sia Cristo per varie ragioni.
  • credono nella veridicità dei suoi titoli e nella Sua testimonianza, che tendono a proiettarlo nella trascendenza e nel mistico: molti tuttavia negano che il re abbia mai avanzato tali pretese, sostenendo invece che le abbia rifiutate espressamente.
  • pensano che tali posizioni ignorino il contenuto della Rivelazione, e che l'atteggiamento "restio" di Hailé Selassié I compia perfettamente le linee della cristologia cristiana.
I rastafariani rifiutano l'idea del decesso fisico o spirituale di Hailé Selassié I, credendo nel suo occultamento volontario agli occhi degli uomini. Secondo la teologia cristiana, infatti, Gesù Cristo muore una sola volta e risorge definitivamente, espiando il peccato umano (Lettera agli Ebrei 9, 26-28); la Sua seconda venuta rappresenta il tempo del Regno glorioso, non della passione e del sacrificio. I misteri che ancora oggi avvolgono la scomparsa di Hailé Selassié I (la mancanza di foto, video, la negazione dei funerali, la scelta di non mostrare il suo corpo, la provata falsità delle cause fisiche addotte per giustificare il decesso) sono per loro la dimostrazione della veridicità della propria fede. Credono dunque che Hailé Selassié I sia ancora corporalmente vivo e presente sul trono d'Etiopia e che essi costituiscano il Suo Regno. L'idea che il rastafarianesimo sia riservato agli africani e che escluda la partecipazione dei "bianchi" non è del tutto vera. Hailé Selassié I, secondo lo spirito del Vangelo, ha insegnato l'assoluta uguaglianza delle etnie ed ha predicato il proprio messaggio a tutte la nazioni. Sono presenti tra gli occidentali forti comunità rastafariane e personalità importanti per la storia del movimento, comunque va detto che la religione rastafariana è caratterizzata da un forte odio per gli occidentali e per la loro cultura, un bianco che si riconosce in questa fede, spesso nutre un forte disprezzo per le sue origini e la sua gente in quanto facente parte di "babilonia". Il razzismo potrebbe essere associato però a tensioni storiche più che alla cultura spirituale. I rastafariani, in accordo con i precetti di Hailé Selassié I e con i contenuti del Kebra Nagast, predicano il rispetto del proprio corpo quindi l' astensione da tatuaggi, tagli di capelli o lavaggi con saponi che potrebbero nasconderne gli odori e allontanarlo dalla sua forma originaria e naturale. L'esercizio fisico e il rifiuto dalle droghe, ad eccetto del "Erba" usata per scopi meditativi. Si astengono anche dal consumo di carni rosse, frutti di mare e crostacei. Vivono perciò secondo quello che loro chiamano "pratica dell'Ital", un modo "vitale" di intendere il proprio rapporto con la Creazione. I rastafariani sono comunemente conosciuti per i cosiddetti dreadlocks, delle lunghe e dure trecce che caratterizzano la chioma di molti fedeli. Si tratta di una pratica facoltativa e molti rastafariani non sono Nazirei. Queste costituiscono la realizzazione materiale di un voto biblico, il Nazireato, descritto nella Legge Mosaica (Numeri 6) e custodito nella Cristianità dalla sola tradizione etiopica. Questa pratica ascetica comporta la consacrazione del proprio capo e dunque l'astensione dalla tonsura e dalla pettinatura, generando naturalmente le celebri trecce (Giudici16:13-19); implica inoltre l'astensione da alcolici, uva e derivati, e una dieta vegetariana. Queste tuttavia sono pratiche assolutamente facoltative e pertanto non obbligatorie, sebbene sia predicata l'astensione dalle forme di ubriachezza. Il Kebra Nagast racconta di come un Angelo apparve alla madre di Sansone, ammonendola di non tagliargli i capelli e farlo crescere puro, illibato e nazireo. La figura di Sansone pelato, cieco, incatenato, è un esempio di ciò che può accadere a chi usa il metallo di Babilonia, a chi si fida di donne cattive e disubbidisce i comandi divini. Bisogna conservare la propria integrità fisica e morale, e i capelli sono un simbolo, da custodire gelosamente. Cappello caratteristico di molti rastafariani è il tam, classico cappello con i colori della bandiera etiope, spesso con visiera. Seppur venga riconosciuto in genere che il reggae sia la musica dei rastafari per definizione, questa cominciò ad essere associata definitivamente alla religione alcuni anni dopo la sua nascita. Effettivamente la religione si sviluppò molto prima della nascita del reggae stesso, ma questa musica giocò un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura rastafari, che venne portata all' attenzione del mondo tramite il reggae dei primi anni Settanta, da artisti di fama internazionale come Bob Marley e Peter Tosh. La musica Nyabinghi è la più caratteristica forma di musica Rasta. Questa era suonata alle cerimonie sacre chiamate "grounations", che includevano percussioni, canti e balli, assieme alla preghiera e all'uso della marijuana. Il nome nyabinghi deriva da un movimento dell'est dell'Africa attivo nel periodo tra gli anni Cinquanta dell'Ottocento e gli anni Cinquanta del Novenceto che fu guidato dalle popolazioni che si opponevano all'imperialismo europeo. Questa forma di nyabinghi girava attorno alla figura di Muhumusa, una donna guaritrice dell'Uganda che organizzò una resistenza contro i colonialisti tedeschi. I britannici in Africa combatterono i nyabinghi, classificandoli come stregoni dopo che era stata varata l'"Ordinanza sulle stregonerie" nel 1912. In Giamaica, la cultura nyabinghi venne adottata da molti anti-colonialisti che si opponevano all'occupazione britannica, e venivano spesso organizzate delle danze per invocare il potere di Jah contro l'oppressore. Il tamburo è il simbolo dell'africanità dei rastafari, e molti fedeli sostengono che lo spirito divino di jah sia presente nel tamburo. La musica africana sopravvisse alla schiavitù perché i colonizzatori incoraggiavano a suonarla come metodo per tenere alto il morale degli schiavi. La musica popolare giamaicana sorse dunque dall'incontro tra elementi nativi africani, ed elementi provenienti dai colonizzatori europei. Il più significativo elemento musicale africano sopravvissuto nella tradizione popolare giamaicana è il burru drumming, inizialmente suonato nel parish del Clarendon, una zona della Giamaica, e poi nell'ovest di Kingston. Essendo la Giamaica il luogo di smistamento degli schiavi africani dopo il lungo viaggio transoceanico, delle comunità di schiavi fuggiaschi, denominate Maroon, riuscirono a stabilirsi in questa zona e a mantenersi autonome, mantenendo le tradizioni africane in Giamaica e furono anche dei contributori alla nascita del rastafarianesimo, quando il burru drumming fu in seguito introdotto nella crescente comunità rasta di Kingston. La musica reggae nacque nel 1968 come variante del rocksteady. Questa musica era sostenuta in Giamaica principalmente dai rude boy, giovani delinquenti senza lavoro provenienti dai ghetti poveri di Kingston, i quali imitavano il vestiario dei gangster mafiosi dei film americani. L'immigrazione giamaicana verso l'Inghilterra era sempre stata forte, ma dopo l'indipendenza della Giamaica nel 1962 si intensificò ulteriormente, e gli immigrati trascinarono inevitabilmente la loro cultura, la loro musica nel paese europeo. Dapprima lo ska, poi il rocksteady, e poi il reggae, divennero molto popolari all'interno di alcuni movimenti giovanili britannici. Dal 1968, in contemporanea con la nascita del reggae, si assistette allo sviluppo di una nuova subcultura britannica chiamata skinhead, che adottò questa musica come propria del movimento. Questo legame ebbe il tempo di durare qualche anno, quando nei primi anni Settanta, più o meno nel 1972, il reggae cominciò ad essere associato al movimento rastafari. Come conseguenza, l'early reggae, o skinhead reggae, così chiamato appunto per la popolarità tra gli skin, declinò, lasciando la strada libera per questa nuova forma politico-religiosa. Tutto ciò provocò anche il declino dello stesso movimento skinhead, che finì per scomparire per una buona parte degli anni Settanta. Il reggae cominciò ad ottenere consensi internazionali nei primi anni settanta, grazie alla fama di Bob Marley, che incorporò elementi nyabinghi e canti rastafariani nella sua musica. Brani come "Rastaman Chant" condussero questo movimento e la musica reggae agli occhi del mondo. Tuttavia alcuni rasta disdegnarono il reggae affermando che era una forma di musica commerciale. Roots reggae è il nome del sottogenere del reggae proprio dei rastafariani. Questo è un tipo di musica spirituale, i quali testi trattano per la maggior parte l'elogio di Jah (Dio). I temi ricorrenti includono la povertà e la resistenza all'oppressione del governo.
 Il culmine creativo del roots reggae infatti fu molto probabilmente nei tardi anni settanta, grazie ad artisti come Johnny Clarke, Horace Andy, Barrington Levy, e Lincoln Thompson che collaborarono con grandi produttori come Lee "Scratch" Perry, King Tubby, e Coxsone Dodd. Il roots reggae rappresenta una parte molto importante della musica giamaicana, e mentre altre forme di reggae cercarono in seguito un fine commerciale allontanandosi dai temi religiosi, il roots ha sempre mantenuto salda la sua impronta trovando una schiera di sostenitori sparsi in tutto il mondoricordiamo le Twelve Tribes of Israel, i Nyabinghi, i Bobo Ashanti e gli Ortodossi. Tuttavia, la relativa facilità della teorizzazione teologica, in presenza di una rivelazione chiara e diretta, sta permettendo un graduale appianamento delle differenze, sostanzialmente causate dalla scarsa conoscenza dei testi e delle risorse culturali, e le istanze dottrinali fondamentali sono ormai generalmente accettate. La corrente che conta più membri è la Twelve Tribes of Israel, di cui hanno fatto parte cantanti come Freddie McGregorDennis BrownBob MarleyIsrael Vibration, ecc. I Nyabinghi, invece, sono la corrente più ristretta, soprattutto perché i più estremi, arrivando addirittura al razzismo in alcuni casi, anche se ormai si accettano membri di tutte le etnie. I Rasta utilizzano la marijuana (ma non i suoi estratti quali l'hashish) come erba medicinale, ma anche come erba meditativa, apportatrice di saggezza, ausilio alla preghiera. Viene sostenuto che l'erba ganja sia cresciuta sulla tomba del Re Salomone, chiamato il Re Saggio, e da esso ne tragga forza. La Marijuana è anche associata all'Albero della Vita e della Saggezza che era presente nell'Eden a fianco dell'Albero della conoscenza del bene e del maleI rastafariani, comunque, predicano la disciplina morale ed il controllo di sé, e sono avversi ad ogni forma di ubriachezza. I rasta conferiscono alla donna, in accordo con gli insegnamenti di Hailé Selassié I, la medesima dignità dell'uomo. L'imperatrice Menen, legittima sposa dell'Imperatore ed associata alla sua gloria regale, riceve presso i rastafariani particolare venerazione, considerata la prima creatura dopo Cristo, la Madre della Creazione e la Regina dei Re. Tuttavia, il ruolo della donna, in accordo con gli insegnamenti della Scrittura (Efesini 5:22) è gerarchicamente subordinato a quello dell'uomo. In contrapposizione alla società di stampo matriarcale su cui si regge la famiglia giamaicana, la comunità Rasta afferma la superiorità dell'uomo come capo gerarchico. La donna è considerata subordinata all'uomo che è "primo tra pari", perché la donna è il motivo dell'ingresso nel mondo del male. Nel libro della Genesi infatti Eva fu la prima a nutrirsi del frutto dell'albero della conoscenza, ed è chiaro come tra un uomo ed una donna, sia quest'ultima la portatrice di malizia agli occhi dell'uomo. La donna muta, e si purifica attraverso anche la relazione amorosa, il rapporto corretto con l'uomo, la maternità e la fede in Cristo Hailé Selassié I e l'Imperatrice Menen.

sabato 24 gennaio 2015

10 comandamenti

Interpretazioni dei dieci comandamenti nell'esegesi ebraica

I comandamenti si iscrivono nella teologia dell'alleanza che Dio fa con il popolo d'Israele secondo la quale nelle due Tavole della legge scritte da Dio e presentate a Mosè essi sono scritti cinque in una, quella che concerne il rapporto che l'Ebreo ha con Dio, e cinque nella seconda, dove sono iscritti quelli riguardanti il rapporto tra l'uomo ed il suo prossimo; l'esegesi ebraica afferma che i primi cinque corrispondono agli altri cinque spiegandone le analogie; ad esempio il quinto viene a costituire la fede in Dio poiché i genitori sono da Lui assistiti per la discendenza: secondo la Qabbalah essi sono anche ispirati per la scelta dei nomi dei figli. I primi due comandamenti furono ascoltati dal popolo ebraico direttamente dalla "bocca" di Dio mentre gli altri vennero poi trasmessi da Mosè: infatti mentre nei primi due il comando è indirizzato utilizzando la seconda persona nei successivi invece ci si riferisce a Dio utilizzando la terza persona proprio ad indicare la trasmissione degli stessi tramite Mosè.
Trasmessa a Mosè, la Torah riporta due versioni dei Dieci comandamenti ricevuti dal capo dei profeti ed impartiti a tutto il popolo d'Israele.
I Dieci Comandamenti sono la sintesi e l'essenza di tutti i 613 precetti: il numero delle lettere ebraiche dei Dieci Comandamenti è infatti 620, numero che include i 613 precetti dellaTorah ed i Sette precetti Noachici. Sia le seconde tavole che le prime, queste ultime rotte da Mosè, sono contenute nell'Arca dell'alleanza.
  • Le prime due Tavole rotte da Mosè, fatto poi approvato da Dio, vennero date nel giorno celebrato dal popolo ebraico con la festività ebraica di Shavuot; le seconde Tavole, ricevute nuovamente sempre da Mosè per tutti gli Ebrei di sempre, vennero invece donate durante Yom Kippur, giorno di Teshuvah, espiazione e perdono dei peccati.
  • Le seconde tavole riportano 17 parole in più delle prime tavole ed in Ghimatriah 17 è il valore di tovbene: טוב.
  • Chaim Luzzatto ricorda che la parola ebraica che traduce quella italiana incise, חרות,Charut, può essere letta come Cherutlibertà, insegnando infatti che col dono della Torah, da cui il versetto 32.16: la scrittura di Dio fu incisa sulle tavolette, gli Ebrei furono liberi dall'angelo della morte e liberi dalla servitù alle Nazioni (Talmud, Eruvin54b; Zohar II 46a, 114a).
  • Secondo Rashi il versetto prima della proclamazione dei Dieci Comandamenti Dio parlò tutte queste parole dicendo sottolinea come Dio disse tutti i Dieci Comandamenti in una sola espressione unitaria e solo in seguito, sempre nella stessa occasione, vennero rivelati uno ad uno.
  • La suddivisione dei Dieci Comandamenti nelle Due Tavole è dovuta alla simbologia corrispondente del Cielo e della Terra, dello sposo e della sposa e della Torah scrittarispetto alla Torah Orale.
  • I Dieci Comandamenti erano incisi sulle Tavole da una parte all'altra cosicché si potessero leggere sia davanti sia sul retro: miracolosamente si leggevano allo stesso modo su entrambi i lati. A proposito di ciò si manifestò un altro miracolo: alcune lettere dell'alfabeto ebraico presentano un vuoto al loro interno ma la pietra all'interno delimitata dall'incisione in tutto il proprio perimetro restava sospesa miracolosamente.
  • Le tavole vennero incise dalla luminescenza della parola divina.
  • La pietra delle Tavole della Legge era così preziosa che se Mosè l'avesse utilizzata per denaro sarebbe divenuto l'uomo più ricco: ma è preferibile fare qualcosa in nome del Cielo con un fine religioso anziché usufruire della stessa cosa, destinata ad avere un uso ed un significato sacri, per un uso profano o materiale; secondo alcuni commentatori la pietra era infatti di zaffiro. Le prime tavole vennero forgiate da Dio mentre Mosè intagliò le seconde.
  • Le Tavole della Legge su cui vennero scritti i Dieci Comandamenti e la stessa scrittura sono alcune delle cose create da Dio al crepuscolo prima dello Shabbat dei primi giorni della Creazione.
  • I Dieci Comandamenti (ebr עשרת הדיברות) corrispondono alle Dieci Espressioni con cui venne fatta la Creazione, sia luce...ci sia un firmamento..., ecc. I maestri insegnano infatti che anche la Creazione sorse all'esistenza tramite la Parola di Dio.
  • Importante l'affermazione rabbinica secondo la quale tutti gli Ebrei assistettero all'evento terribile del monte Sinai, anche le anime degli Ebrei che dovevano ancora nascere.
  • Alla proclamazione di ogni comandamento l'anima degli Ebrei viventi presenti ai piedi del monte Sinai li abbandonava per la grandezza della rivelazione di Dio e della Torah, in seguito essa tornava rianimandoli: ciò successe appunto per ogni Comandamento.
  • Nel Talmud si pone la domanda di come sia possibile che Dio abbia potuto incidere la scrittura sulla Tavole della Legge e si risponde con un racconto che afferma come Rabbi Akiva, all'inizio del suo avvicinamento alla Sapienza della Torah avvenuto all'età di quarant'anni, si disse che se l'acqua, se versata poco a poco, può sciogliere la pietra e formarvi una cavità, così lo studio della Torah avrebbe potuto ritemprare e cambiare completamente nel bene e nella santità il suo cuore fatto di carne e sangue. 


Interpretazione dei 10 comandamenti oggi, alla luce della nuova coscienza 
morale.
Oggi sappiamo che i Dieci Comandamenti, così come sono riportati dai libri mosaici, sono intrecciati con la storia dei popoli circonvicini. Tentativi analoghi, in cui si intuisce un duro confronto con la storia, si riscontrano anche in ambito assiro. Ciò nonostante, gli influssi reciproci non spiegano da soli la forma che questa legge ha assunto e che si è cristallizzata nella redazione scritta. Qui si scorge il profilo dell'uomo che, toccato da Dio, ispirato dal tocco dell'amicizia divina, riesce a dare forma alla volontà di Dio, che fino a quel momento era presente in altre tradizioni solo in maniera frammentaria, una forma in cui possiamo davvero percepire la parola di Dio.
Se davvero sono mai esistite queste tavole di pietra, è un'altra questione. Lei sa che Mosè, secondo la narrazione biblica, in preda alla collera spezzò dapprima queste tavole e quindi ricevette delle tavole sostitutive. Quello che conta è che in questa vicenda Dio stesso si faccia riconoscere davvero, tramite il suo amico, in maniera vincolante. Da questo punto di vista questa mediazione è qualcosa di più che riflessione umana o anche sensibilità umana per il messaggio della creazione. Sono validi. Abbiamo già parlato di un comandamento che, grazie all'incontro con Cristo, assume, per così dire un volto nuovo e viene compreso diversamente: «Non ti farai idolo né immagine alcuna». Questo comandamento acquista un nuovo significato nel momento in cui Dio stesso propone una propria immagine di sé. Da questo punto di vista i Comandamenti non sono definiti una volta per tutte, solo con Cristo acquistano la loro forma definitiva.
Anche il comandamento relativo all'osservanza di shabbath, che rimanda al racconto della creazione, conserva validità sostanziale ma acquista una nuova forma nel momento in cui il giorno della Risurrezione di Cristo diventa il vero giorno dell'Alleanza. Lungo il percorso che si snoda da shabbath alla domenica, questo comandamento acquista anche un nuovo spessore, una nuova profondità.
In questo senso, quelle dei Comandamenti non sono parole meccanicamente conchiuse ma, trasfigurate dalla luce di Cristo, vi acquistano la loro forma definitiva. Nel loro nucleo sostanziale, però, sono e rimangono valide.  Ci sono due versioni, una nel libro dell'Esodo e l'altra nel Deuteronomio. Si distinguono per sottigliezze esteriori, ma in sostanza sono identiche - e ovviamente non sono "a disposizione" dell'uomo.

Quando Mosè torna dalla montagna sacra, sorprende il popolo mentre danza attorno al famoso vitello d'oro. Pieno di collera per l'atto idolatrico, Mosè distrugge le tavole. Solo i leviti, i discendenti di Levi, che costituiranno poi la casta sacerdotale, si schiereranno con lui e si metteranno dalla parte di Dio. «Passate e ripassate nell'accampamento da una porta all'altra», ordina Mosè, «uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente».
La storia dei Dieci Comandamenti è quindi iniziata in sostanza con un enorme sacrilegio commesso in violazione del quinto comandamento: «Non uccidere». Mosè avrebbe dovuto saperlo. Veramente è iniziata ancora prima, con la profanazione del primo comandamento, quello portante: Non adorerai dei stranieri.
L'uomo trova il suo equilibrio se riconosce Dio come Dio e vive nella sua adorazione. Precipita nella distorsione, nella perversione della sua esistenza se riserva la sua adorazione a qualcosa che non è Dio. Se si costruisce degli idoli e quindi, in ultima analisi, adora se stesso. Nell'episodio del vitello d'oro, il popolo è consumato da questo sacrilegio di base e interiormente deformato. Si è consegnato alla morte. Perché allontanarsi da Dio, che è la fonte della vita, significa allontanarsi dalla vita stessa.
La vicenda cui fa riferimento è di una crudeltà inaudita e stentiamo a comprenderla. Anche in questo caso dobbiamo spingere in avanti il nostro sguardo, fino a Cristo, che si comporta in maniera opposta. Lui non uccide gli altri, prende su di sé la morte. Ma nell'ora storica del Sinai Mosè porta per così dire a compimento ciò che è già nei fatti: sono gli altri ad avere pervertito la loro stessa esistenza. In che misura quest'episodio vada preso alla lettera, è un'altra questione. Il popolo d'Israele continua ad esistere. L'episodio esprime simbolicamente la condizione di chi, alienandosi da Dio, abbandona non solo l'Alleanza ma anche la sfera della vita, distrugge la propria vita ed entra nella sfera della morte. 

IL PRIMO COMANDAMENTO
«Io sono il Signore, tuo Dio:
non avrai altri dei di fronte a me»

A ben guardare, la danza attorno al vitello d'oro forse non è mai stata, in tutta la storia dell'umanità, così selvaggia e orgiastica come oggi.

Oggi non ci sono dei che vengano esplicitamente definiti come tali, ci sono però forze davanti a cui l'uomo si inchina. Il capitale è una di queste forze, e la proprietà in generale. O anche l'ambizione. Il vitello d'oro è da molti punti di vista di grande attualità nel mondo occidentale. Il rischio esiste.
Ma c'è dell'altro. Sempre più spesso si tende a cancellare il volto del Dio unico. Questo avviene ogni qualvolta diciamo che in sostanza tutti gli dei si riferiscono a un solo Dio. Ogni cultura ha le sue forme espressive particolari e non ha poi così grande importanza se si intende Dio come persona o se ci si riferisce a un Dio impersonale, se lo si chiama Giove, Shiva o in qualche altro modo. E si dimostra sempre più di non prendere sul serio Dio. Di essersi allontanati da Dio e di rivolgersi ormai soltanto ai riflessi di noi stessi.
Vediamo che, nel momento in cui l'uomo accantona Dio, le tentazioni dell'idolatria si fanno più forti. In questo momento il grosso rischio che ci sta di fronte consiste nel considerare Dio come superfluo. È così lontano, si dice, e adorarlo pare non sortire a nulla. Quello a cui prestiamo poca attenzione è che se demoliamo il pilastro su cui poggia l'ordine dell'esistenza umana, l'uomo si disintegrerà sempre più.

IL SECONDO COMANDAMENTO
«Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio»

Ci si chiede comunque: se Dio è così grande, perché non si dimostra superiore alle mie piccole bestemmie, all'empietà di un minuscolo verme terrestre?

Il punto non è se siamo in grado di arrecare in qualche modo un'offesa a Dio per cui lui si debba vendicare. Si tratta invece di preservare ordine ed equilibrio esistenziale. Nel momento in cui disonoriamo Dio, deformiamo il suo volto e lo rendiamo così inaccessibile al mondo da non essere più in grado di illuminarci, anche la luce dell'uomo si spegne.
Martin Buber ha detto una volta che di nessuna parola si è mai abusato così tanto come del nome di Dio. Questa parola sarebbe stata così insozzata e stravolta da non essere più utilizzabile. Penso, così continuava, che non possiamo tuttavia evitare e ignorare questa parola, ma dobbiamo tentare di raccoglierla da terra con devozione e di ripulirla.
Si pensi soltanto alla scritta «Gott mit uns» (Dio con noi) incisa sul cinturone dei militari tedeschi all'epoca della dittatura nazista. Mentre apparentemente si rendeva omaggio a Dio, in realtà se ne abusava per i propri scopi.
Ma ogni singolo abuso del nome di Dio, ogni contraffazione del volto di Dio tale da renderlo irriconoscibile lascia dietro di sé sporcizia e tracce enormi. La grande forza dell'ateismo o il rifiuto e l'indifferenza nei confronti di Dio sarebbero inspiegabili senza questi abusi del nome di Dio. Il suo volto è stato stravolto a tal punto che l'uomo è stato costretto a distogliere lo sguardo. Da questo punto di vista sono risultate evidenti da tempo le terribili conseguenze che comporta la violazione di questo comandamento.

IL TERZO COMANDAMENTO
«Ricordati del giorno di sabato per santificarlo»

Molti amano la domenica e godono della sua diversità, altri pensano solo a fare spese senza soste, a lavorare, e a inebetirsi nell'assordante fragore di una quotidianità superficiale e dispersiva. Ma forse abbiamo anche dimenticato la vera funzione e il vero significato della domenica.

Lo Shabbath è introdotto nel racconto della creazione come un tempo che l'uomo consacra a Dio. Nel contesto del Decalogo è inoltre il segno dell'Alleanza con il suo popolo. L'idea originaria di Shabbath è quindi un'anticipazione della libertà e dell'uguaglianza per tutti.
Di Shabbath anche lo schiavo non è più uno schiavo, anche per lui vale la legge del riposo. Nella tradizione ecclesiastica questo è sempre stato uno degli aspetti principali. Per quanto riguarda i liberi, la loro attività non era lavoro nel senso proprio del termine e poteva essere continuata. Un altro punto importante è che in questo giorno l'intera creazione deve poter riposare. In origine questo comandamento veniva fatto valere anche per gli animali.
Oggi l'uomo vorrebbe poter disporre completamente ed esclusivamente del suo tempo. Abbiamo in effetti dimenticato quanto sia importante permettere a Dio di entrare nel tempo e utilizzare il tempo non solo come materia di cui possiamo disporre per i nostri interessi. Si tratta di uscire dalla logica dell'utilitarismo e del pragmatismo per dedicarci agli altri e a noi stessi.
Abbiamo già accennato alla nuova forma che lo Shabbath assume con la Risurrezione di Cristo. Si identifica ora con l'alba in cui il Risorto è apparso ai suoi, in cui noi ci raduniamo con lui, in cui lui ci invita a sé a farci partecipi del giorno dell'adorazione e dell'incontro con Dio, in cui lui si fa incontro a noi e ci cerca e noi possiamo cercarlo.

IL QUARTO COMANDAMENTO
«Onora tuo padre e tua madre,
perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese
che ti dà il Signore, tuo Dio»

Questo comandamento, in effetti, è la Magna Charta della famiglia. Qui viene codificato l'ordine fondamentale. La cellula essenziale della socialità e della società, ci dice quest'ordine, è la famiglia, sono i genitori e i figli. E solo in quest'ordinamento di base possono essere esercitate le virtù umane. Solo in questo contesto matura un rapporto corretto tra i generi e tra le generazioni.
Il comandamento racchiude da un lato la missione educativa, che significa educare l'altro alla libertà perché possa imparare le sue leggi interne, perché impari ad essere un uomo. In questo contesto l'obbedienza è al servizio di questo training alla libertà. E viceversa dai ragazzi ci si aspetta naturalmente che accettino questa educazione.
Ma il quarto comandamento comprende anche un tacito capitolo sul rapporto con l'anziano, con la persona non più utile, debole. Viene attribuito un grande valore al rispetto dei genitori anziani. Non dovremmo orientarci in base a criteri utilitaristici, ma continuare a rendere omaggio negli anziani alle persone che ci hanno fatto dono della vita. In loro si può onorare anche la dignità dell'uomo proprio laddove questi non è più in grado di badare a se stesso. Questo rispetto basilare per l'uomo è un aspetto molto importante di questo comandamento. E qui è racchiusa anche la prospettiva del proprio futuro, la possibilità di guardare con fiducia alla propria vecchiaia.

IL QUINTO COMANDAMENTO
«Non uccidere»

Quasi nessuno metterebbe in discussione il senso di questo comandamento, salvo poi violarlo continuamente.

Indubbiamente nell'uomo é presente un'evidenza innata dell'obbligo di non uccidere. Pur dimenticando che solo Dio può disporre della vita dell'uomo, sappiamo almeno che l'uomo ha diritto alla vita proprio in quanto uomo, e che uccidendolo si attenta all'essenza dell'uomo in quanto tale.
Nei casi limite però questa consapevolezza, come vediamo, si appanna sempre più. Questo vale in particolare per l'inizio dell'esistenza, quando la vita è ancora indifesa, manipolabile. Qui si affaccia la tentazione di procedere secondo parametri utilitaristici. Si pretende di scegliere chi potrà sopravvivere e chi no perché ostacola la nostra libertà e autorealizzazione. Laddove l'essenza dell'uomo non si manifesta ancora nella sua forma esteriore e con la facoltà di parlare e interloquire, là si spegne facilmente anche la consapevolezza di questo comandamento.
Lo stesso vale per la fase terminale della vita. Si concepisce il malato, colui che soffre, come un fastidio e ci si convince che la morte sarebbe un bene anche per lui. Questo costituisce un pretesto per spedirlo nell'al di là prima che, per così dire, diventi troppo «difficile».
E da questo punto in avanti la coscienza del quinto comandamento si erode progressivamente. Oggi vengono rilanciati pensieri che abbiamo già conosciuto in tempi tristi e che, massificando l'uomo, non riconoscono la specificità della dignità umana. Ci si interroga se si possa ancora considerare uomini persone non più coscienti e non più in grado di adempiere ad una funzione sociale.
Ma la legittimazione dell'eutanasia innesca un processo inarrestabile. Subito si impone l'interrogativo quando una vita possa dirsi così segnata dal dolore, così penosa da autorizzare la sua soppressione. Ai confini della vita, quindi, questa coscienza morale innata dell'indisponibilità della vita umana si spegne fin troppo facilmente. A maggior ragione dobbiamo lottare oggi per l'osservanza del quinto comandamento per il diritto alla vita, dal concepimento fino alla morte, che ha il suo fondamento in Dio.

IL SESTO COMANDAMENTO
«Non commettere atti impuri»

Il nostro mondo ha fatto una virtù della costante disponibilità dell'Eros. Non è comunque necessario essere un maniaco sessuale per chiedersi se l'impudicizia (lussuria) sia davvero un peccato.

La versione originaria di questo comandamento nell'Antico Testamento suona in questo modo: «Non commettere adulterio» (Es20,14; Dt5,18). Questo comandamento ha avuto quindi dapprima un significato molto specifico. Riguardava l'inviolabilità del rapporto di fedeltà tra marito e moglie, che non salvaguarda soltanto il futuro dell’uomo ma che integra anche la sessualità nella totalità della persona umana, conferendole solo cosi dignità e grandezza umana.
Questo è il cuore del comandamento. Non in un contatto occasionale, ma nel contesto di un sì reciproco di due persone che così, implicitamente, pronunciano anche un sì ai figli, nel matrimonio, quindi, la sessualità può avere la sua dignità e grandezza umana. Solo lì lo spirito si fa corporeità e i sensi spiritualità. Qui si realizza quella che abbiamo definito l'essenza dell'uomo, la sua funzione di ponte, che fonde i due estremi della creazione, che solo così si possono reciprocamente conferire grandezza e dignità.
Se diciamo che il luogo in cui può esplicarsi la sessualità è il matrimonio, cioè un legame fondato su amore e fedeltà, che comporta premura reciproca e disponibilità per il futuro, e che si inserisce quindi nelle finalità complessive dell'umanità, ne consegue naturalmente che soltanto lì la sessualità si umanizza e acquista la propria specifica dignità.
Indubbiamente la forza istintuale, innanzitutto in un mondo segnato in maniera così totalizzante dall'erotismo, è così forte che il legame con questo luogo primario della fedeltà e dell'amore si fa quasi incomprensibile. La sessualità è diventata da tempo in grande stile merce da acquistare. Ma è anche evidente che così si è disumanizzata, che quando mi servo del sesso come di una merce, senza rispettare la persona umana, compio un abuso nei suoi confronti. Persone che si avviliscono a merce, o che vi sono costrette e messe in vendita, ne risultano distrutte. E intanto dal mercato del sesso si è sviluppato un nuovo mercato schiavistico. Quindi nell'istante in cui la sessualità non affonda più le sue radici in una libertà che si autovincola alla responsabilità reciproca, nel momento in cui non riconosce il proprio fondamento nella totalità della persona umana, ne scaturisce necessariamente una logica mercificante. Questo comandamento riprende il messaggio della creazione: uomo e donna sono fatti l'uno per l'altra. Lasceranno padre e madre e diventeranno una sola carne, dice la Genesi. Potremmo anche dire, in prospettiva meramente biologica, che la natura ha inventato la sessualità al fine della conservazione del genere. Ma ciò che consideriamo dapprima come elemento puramente naturale, come mera realtà biologica, acquisisce forma umana nella comunione tra uomo e donna. Costituisce una modalità di apertura dell’uomo ai suoi simili. Una modalità che non consente soltanto lo sviluppo di legami e di fedeltà, ma che crea anche lo spazio in cui l'uomo può crescere dal concepimento fino alla pienezza della vita. In questo spazio ha inizio innanzitutto la convivenza umana. Ciò che corrisponde dapprincipio a una legge biologica, a un trucco della natura, se così si può dire, acquisisce una forma umana che consente la nascita di un legame d'amore e di fedeltà tra uomo e donna, il che a sua volta permette il formarsi della famiglia.
Questo è il cuore di questo comandamento, che ci interpella dall'orizzonte della creazione in cui affonda le sue radici. Quanto più profondamente lo si vive e lo si approfondisce con la propria riflessione, tanto più evidente diventa il fatto che le altre forme della sessualità non raggiungono la vera grandezza della vocazione umana. Non corrispondono a ciò che vuole e deve essere la sessualità umanizzata. Naturalmente proprio il sesto comandamento racchiude in sé il messaggio della natura. La natura regola l'esistenza di due generi che garantiscono la sopravvivenza della specie - e questo vale in maniera particolare per esseri viventi che, quando escono dal grembo materno, non sono affatto autosufficienti e abbisognano di lunghe cure.
L'uomo non è un essere nidifugo, bensì nidicolo. Da un punto di vista meramente biologico, la razza umana è fatta in modo tale per cui quella versione allargata del grembo materno che è l'amore del padre e della madre si rende a lungo necessaria per consentire l'ulteriore crescita dell'uomo oltre lo stadio biologico primario. Il grembo materno della famiglia è quasi una condizione di possibilità dell'esistenza.
Da questo punto di vista, il volto originario dell'uomo che qui si rivela ha un proprio fondamento nelle leggi di natura. C'è bisogno di un legame reciproco permanente. Nel contesto di questo legame uomo e donna si fanno dapprima reciprocamente dono di sé e quindi fanno dono di sé ai figli, perché anche loro trovino un loro spazio nella legge dell'amore, del darsi, del perdersi. Gli esseri nidicoli hanno bisogno esattamente della fedeltà anche nel periodo posteriore al parto. Da questo punto di vista il messaggio del matrimonio e della famiglia è fino in fondo una legge intrinseca alla creazione e non entra in conflitto con la natura dell'uomo.

E tuttavia ci risulta estremamente difficile osservarla.

È vero che qui - come in tutti gli altri ambiti di cui abbiamo parlato - è presente una controtendenza. C'è un eccesso di forza biologica. Si può notare nella società moderna - anche nelle fasi più tarde di epoche precedenti, ad esempio la Roma imperiale - un'aperta erotizzazione che incoraggia ulteriormente l'eccesso istintuale e rende più difficile il suo ancoraggio nel matrimonio.
Torniamo a quanto abbiamo detto sulle quattro leggi. Ci sono due diversi ordini nella natura. Il messaggio della natura ci rimanda a una tensione tra i due generi che li spinge l'uno verso l'altra quale dinamica radicata profondamente nella natura e suscettibile di umanizzarsi nella misura in cui crea uno spazio in cui l'uomo può crescere e dispiegare fino in fondo la propria essenza. L'altro messaggio è la relativa tendenza alla promiscuità, o in ogni caso a disporre arbitrariamente della sessualità senza ancorarla al contesto familiare.
La differenza tra questi due piani in cui si manifesta il rapporto tra sessualità e natura è ben riconoscibile in una prospettiva di fede. L'uno costituisce davvero il messaggio della creazione. L'altro esprime l'aspirazione dell'uomo a disporre di se stesso. Per questa ragione l’ancoraggio nel matrimonio costituisce una lotta continua. Vediamo comunque che là ove si riesce a dominare l’istintualità, matura l'umanità e i bambini non temono il futuro. In una società in cui le separazioni sono divenute normali, i bambini sono i più danneggiati. I bambini sono la dimostrazione del fatto che la convivenza fedele, il sostegno reciproco non sono solo giusti, ma rappresentano anche quanto più è rispondente alle esigenze dell'uomo.

IL SETTIMO COMANDAMENTO
«Non rubare»

La proprietà altrui va rispettata, è un principio banale, ma che altro si cela dietro a questo comandamento? La dottrina della destinazione universale dei beni della creazione non è soltanto una bella idea, deve anche funzionare. A questo si ricollega perciò la constatazione che ognuno ha bisogno di una propria sfera di proprietà per poter soddisfare le esigenze fondamentali dell'esistenza e deve perciò esistere l'ordine della proprietà che ognuno deve rispettare. Da qui scaturisce naturalmente l'esigenza di una legislazione sociale che conseguentemente vegli e impedisca l'abuso della proprietà privata.
Oggi vediamo più chiaramente che mai come ora gli uomini si autodistruggano vivendo solo in funzione di ciò che possiedono, come si perdano innalzando ciò che possiedono a idolo. Chi per esempio si sottomette totalmente alle leggi della borsa, non riesce più sostanzialmente a pensare ad altro. Vediamo il potere che il mondo del possesso esercita sugli uomini. Più hanno e più diventano schiavi perché devono badare incessantemente alla conservazione e alla crescita del loro capitale.
La problematica della proprietà può essere chiaramente rintracciata anche nel rapporto distorto tra primo e terzo mondo. Qui la proprietà privata non è più correttamente subordinata alla destinazione universale dei beni. Anche qui devono essere individuate forme legislative che difendano o instaurino un equilibrio tra queste opposte esigenze.
Vediamo quindi come dietro la lettera del comandamento che impone il rispetto della proprietà altrui emerga il riferimento a molti nodi reali. Comprende sia la salvaguardia del diritto di ognuno a ricevere ciò che gli serve per vivere (e che anche in questo deve essere rispettato), sia la responsabilità a fare uso della proprietà in modo tale da non contraddire la missione complessiva della creazione e dell'amore del prossimo.

L'OTTAVO COMANDAMENTO
«Non mentire»
o «Non pronunziare falsa testimonianza»

Delle bugie stanno alla base dei racconti migliori, ma talvolta bugie anche piccole diventano così grosse da abbattere il Presidente di una superpotenza o anche partiti con responsabilità di governo, o magnati dei media. E la cosa singolare è che alla fine non si riesce a tenere nascosto nulla. Credo che qui si sottolinei il significato della verità come bene fondamentale dell'uomo. Tutti i comandamenti sono comandamenti d'amore o risvolti di quell'unico comandamento. Da questo punto di vista, hanno tutti molto esplicitamente a che vedere con il bene della verità. Se mi allontano dalla verità o stravolgo la verità, se cedo alla menzogna, danneggio spesso gli altri ma danneggio sempre anche me stesso.
E’ notorio che una piccola bugia si trasforma facilmente in un'abitudine, in un modo di sgusciare attraverso la vita, di ricorrere in ogni occasione alla menzogna fino a rimanere impigliato nella sua rete e a vivere in contrapposizione con la realtà. La menzogna implica inoltre che ogni colpo inferto alla dignità della verità non solo umilia l'uomo ma è anche una rozza offesa al comandamento dell'amore. Perché, se sottraggo agli altri la verità, sottraggo loro un bene essenziale e li indirizzo sul cammino sbagliato. Verità è amore, e un amore che si contrapponga alla verità, stravolgerebbe se stesso.

IL NONO E IL DECIMO COMANDAMENTO
«Non desiderare la donna d'altri»
«Non desiderare la roba d'altri»

Questi due comandamenti, che sono strettamente legati, vanno al di là dell'esteriorità, della fattualità per toccare le disposizioni interiori. Qui ci viene detto che il peccato non ha inizio soltanto nell'istante in cui commetto adulterio o sottraggo ingiustamente la proprietà altrui, ma che i peccati scaturiscono dagli stati d'animo interiori. Non basta quindi fermarsi un attimo prima di aver commesso concretamente un fatto, perché allora non è nemmeno più possibile, se io non ho custodito dentro di me il rispetto per la persona altrui, per il suo matrimonio o per ciò che possiede.
II peccato non ha quindi inizio con azioni esteriormente tangibili, ma già nel loro terreno di coltura, nel sentimento dell'invidia, nel rifiuto interiore del bene dell'altro e della sua stessa persona. Un'esistenza umana che non purifichi gli stati d'animo interiori non può conseguentemente conservare un ordine morale nemmeno sul piano della fattualità concreta. Questo comandamento fa direttamente appello al cuore dell'uomo. Perché il cuore è l'autentico luogo originario da cui si dispiegano i fatti. Anche solo per questo motivo deve rimanere per così dire puro e luminoso. Quando Mosè, tra tuoni e fulmini, ha ricevuto in consegna sul Sinai le tavole della legge, è insieme scoccata l'ora di nascita del libero individuo. Questa è comunque la tesi del pubblicista ebreo-tedesco Hannes Stein. Ogni uomo, che sia signore o schiavo, uomo o donna, deve rispondere di sé e delle sue azioni direttamente davanti a Dio. Con l'Alleanza del Sinai nasce quasi il soggetto giuridico autonomo. È un'affermazione azzardata dire che le fondamenta delle società liberali e democratiche provengono non dall'antica Grecia ma dalla tradizione giudaico-cristiana? Anch'io ho letto il libro di Hannes Stein e direi che offre spunti essenziali. Nella dignità di ognuno, che sta individualmente di fronte a Dio rispondendo di sé, che viene interpellato da Dio e viene indicato come persona nella formula dell'Alleanza, è racchiuso in effetti il nucleo centrale dei diritti umani - l'uguale dignità dell'uomo - e quindi l'autentico fondamento della democrazia.
Nella stessa Israele, dapprincipio, non erano previsti re ma solo giudici che dovevano applicare la legge di Dio e vegliare perché rimanesse in vigore. Si mirava quindi fondamentalmente ad una società completamente egalitaria, una specie di anarchia intesa in senso positivo: nessuno domina se non Dio. E domina attraverso la sua legge, la sua parola, i suoi comandamenti.
Quest'ordine sociale originario ha dovuto successivamente lasciare il posto a un riassetto dettato da ragioni pragmatiche, di cui abbiamo già parlato. Non vorrei però per questo sminuire il significato della democrazia greca, anche qui sono cresciuti elementi importanti e si è sviluppato un modello pratico a cui ci si è potuti successivamente riallacciare. Dobbiamo comunque mettere in chiaro che nella democrazia greca solo individui liberi di sesso maschile detenevano il diritto di voto. Le donne non erano un soggetto politico ed erano perciò escluse dal diritto di voto, come gli schiavi. Poiché la libertà è limitata, la Grecia ci offre un esempio di democrazia limitata. La parola biblica, al contrario, attribuisce pieno carattere di soggetto ad ogni persona, per il fatto di essere immagine di Dio. Reca così effettivamente in sé - è vero - le fondamenta delle costituzioni democratiche.

martedì 20 gennaio 2015

Papa Giovanni Paolo II e gli UFO – L’Inedita Testimonianza del grande Eufemio Del Buono

L’articolo qui presentato, scritto da Eufemio Del Buono, il grande ufologo, spiritualista ed esoterista romano scomparso nel 2008, viene pubblicato oggi per la prima volta. Consegnatomi da Del Buono perché apparisse sul mensile “Area 51″ che nel 2006 dirigevo, non trovò mai una sua collocazione in quelle pagine solo per mia superficialità. Era stato il titolo, “RICORDO della Grandezza di GIOVANNI PAOLO II dalle MEMORIE di un umile ricercatore dei misteri del cosmo”, a fuorviarmi e a farmi frettolosamente accantonare quelle tre pagine stampate da pc che, in realtà, contenevano un messaggio la cui importanza non avevo potuto minimamente cogliere. E sono rimaste in uno dei vecchi classificatori metallici che costituiscono l’archivio cartaceo di articoli e documenti raccolti in circa 20 anni di attività editoriale e redazionale e che, fortunatamente, non sono andati perduti o finiti in altre mani. Classificatori che hanno resistito alle intemperie e a sin troppi traslochi e che ho ancora. Nei giorni scorsi li ho riaperti e, scorrendo dalla A alla Z   delle cartelle sospese, ce n’era una con la targhetta “Eufemio Del Buono”. Conteneva alcune foto e l’articolo di Eufemio, che avevo dimenticato.  Leggendolo oggi, troviamo un Del Buono che non sembra il burbero e indomito leone dell’ufologia italiana, magnifico comunicatore, nemico giurato degli scettici ottusi ai quali – ricordo sempre con piacere – concedeva l’onore di sciorinare le loro inutili litanie, attendendo il momento giusto per sferzarli sino a sfinirli, per poi annichilirli e annientarli, verbalmente. Troviamo soprattutto l’affettuoso arrivederci di Eufemio, ormai al crepuscolo dei suoi giorni terreni, alla figura di Papa Wojtyła, scomparso un anno prima. Un pezzo dunque di alto valore documentale, che va letto a cuore aperto, come aperto era il cuore di Eufemio per tutti noi.
Stralci di questo articolo costituiranno una parte della mia relazione durante il prossimo incontro di Roma, che sabato 8 Febbraio sarà dedicato alle tematiche connesse ai fenomeni e alle apparizioni mariane. A fine articolo, troverete la locandina della conferenza. Buona lettura!
Maurizio Baiata, Roma 2 Febbraio 2014
“RICORDO della Grandezza di GIOVANNI PAOLO II dalle MEMORIE di un umile ricercatore dei misteri del cosmo”
Di Eufemio Del Buono †
Era il 1976 e avevo 48 anni, quando il giornalista Enzo Buscemi, proprietario della radio privata “Roma 103”, avendo saputo delle mie decennali ricerche sul fenomeno U.F.O., mi offrì l’opportunità di condurre settanta trasmissioni sull’argomento dalla sua emittente. Visto il successo avuto radiofonicamente, Buscemi propose alla direzione della televisione privata “Quinta rete” dell’editore Rusconi, una rubrica dal titolo “Noi e gli U.F.O.” ed entrambi ne eravamo i conduttori. Furono concordate otto trasmissioni, di trenta minuti settimanali, da mandare in onda ogni venerdì alle ore 22:30. Da radio “Roma 103” avevo già parlato della possibilità che la Bibbia fosse stata dettata dagli “ELOHIM” e questo ribadii dagli schermi televisivi, con profonda convinzione, arrivando ad indicare le nuvole bibliche quale prova dell’esistenza oggi come allora, di oggetti volanti condotti da intelligenze aliene. Quindi il fenomeno U.F.O. venne trattato in tutti i campi: scientifico, parapsicologico, spirituale, religioso, profetico e con precisi riferimenti alla casistica, sia antica che moderna.
Le trasmissioni ebbero un alto indice di gradimento arrivando a ben 150 puntate nell’arco di cinque anni, dal 1976 al 1981. Le puntate venivano condotte con un velato sottofondo di spiritualità, tanto da essere paragonate al bastone di San Francesco per la capacità che avevano di destare un enorme interesse tra i giovani e i meno giovani. Infatti, il Santo, chiamato il Giullare di Dio, faceva i salti mortali per attirare gente ad ascoltare i suoi cantici a gloria del Creatore di tutte le cose. Pensai di argomentare alcune puntate rimarcando le brutture del mondo, nell’ottica di chi l’osservava con lo sguardo dello spiritualista e affrontai tematiche quali “la fame nel mondo” e l’inquinamento planetario. Le trasmissioni andavano in onda oltre che il venerdì sera alle 22:30 anche, in replica, il martedì della settimana successiva. Trattando argomenti così pesanti per le coscienze dei ricchi europei, colpì la forza con cui attaccai gli artefici della cosiddetta “civiltà” dei consumi che, con indifferenza, non solo lasciavano morire di fame un milione e mezzo di bambini dei Paesi del Terzo Mondo ma, al contempo e cinicamente, perseguendo le logiche del mercato, distruggevano i prodotti agro-alimentari in surplus, come disgraziatamente accade ancora oggi. Anche questa puntata ottenne molto successo e non avrei mai immaginato che, la domenica seguente, Sua Santità Giovanni Paolo II, all’Angelus parlasse della fame nel mondo usando parole da me espresse in televisione. Fui pervaso da profondi brividi di commozione e pensai ad un’incredibile coincidenza, non potendo credere che il Papa avesse potuto seguire la mia trasmissione. La trasmissione proseguiva con sempre maggiore indice di gradimento e arrivai a leggere lo stralcio del Terzo Segreto di Fatima di cui avevo fatto cenno in precedenti puntate, vista l’insistente richiesta dei telespettatori. Il testo risultava pubblicato nell’anno 1963 dal quotidiano di Stoccarda “Neues Europa” che lo aveva ottenuto per un’indiscrezione diplomatica, avendolo inviato Papa Paolo VI ai quattro “Grandi della Terra” riuniti a New York, ai quali chiedeva di cessare gli esperimenti nucleari sia nell’atmosfera sia nel sottosuolo. Quel venerdì su Roma, nel Lazio e sulle fasce del territorio coperte dal segnale della TV “Quinta rete” scesero un profondo silenzio e forse anche molta trepidazione. Dal giorno dopo la trasmissione si scatenò un grande putiferio, tanto che persino la Radio Vaticana dovette mandare in onda un comunicato alle ore 21:00 e alle ore 23:00 per tranquillizzare gli animi dove, comunque, si parlava del messaggio definendolo “grave”. Seguirono altre puntate molto apprezzate, finché pensai di parlare in trasmissione degli armamenti, biasimando gli scienziati che invece di mettere la loro sapienza e le loro scoperte al servizio del bene per l’Umanità, si asservivano al volere dei Governanti così come era accaduto per la scoperta della scissione dell’atomo. Feci presente che i milioni di megatoni delle bombe atomiche avrebbero potuto distruggere gran parte dell’umanità, se non anche il Pianeta che è la nostra casa cosmica. Ciò non è accaduto per l’intervento della Madonna, come ha lasciato scritto nel suo testamento il Santo Padre Giovanni Paolo II. Fu un altro successo, ma subii un forte stato di smarrimento quando la domenica successiva, come era accaduto per la puntata per la fame nel mondo, all’Angelus, Sua Santità Giovanni Paolo II parlò degli armamenti, utilizzando di nuovo le mie parole. Questa volta non potevo pensare a una semplice coincidenza, anche se incredibile, perché i riferimenti erano troppo evidenti. La mia persona e la trasmissione che conducevo erano tanto piccole nei riguardi della missione del Vicario di Cristo che ritenevo indegno il mio pensiero che il Papa potesse seguire le mie argomentazioni. Al contempo però le parole di Sua Santità continuavano a risuonarmi nella mente e ogni giorno che passava sentivo aumentare nel mio cuore un sentimento di amore profondo per questo Papa coraggioso, che si era da poco recato oltre cortina a parlare alle folle dei popoli sottomesse alla dittatura comunista di libertà ed amore prendendo spunto dalle parole di Cristo. In quel periodo, forse a causa della popolarità della mia trasmissione, vennero a trovarmi i missionari che operavano in Brasile, presso la tribù indios degli Yanomami, pregandomi di portare a conoscenza dell’opinione pubblica il fatto che quella povera gente era stata relegata in soli cinque chilometri di foresta, dove stavano morendo di stenti. A supporto mi fornirono materiale per mandare in onda un’ora di trasmissione; era la fine del terzo anno di “Noi e gli U.F.O.” che raggiunse ben 90 trasmissioni. Sembrava che Giovanni Paolo II sarebbe andato in visita in Brasile ed ebbi l’ispirazione di rivolgermi a Sua Santità, implorandolo affinché cercasse il capo degli Yanomami per potersi accertare di come, in nome di un falso progresso, gli uomini di quella tribù erano stati ridotti alla condizione di alcolizzati, le donne costrette a prostituirsi e i giovani a drogarsi. In chiusura di trasmissione, con profonda fede, ripetei “Santità, parli con il capo degli Yanomami”. A dicembre il Papa partì per il Brasile e mi portarono un quotidiano di cui conservo copia, sul quale, a caratteri cubitali, c’era scritto: “Il Papa si impone: vuole parlare con il capo degli Yanomami”, il mio stupore fu enorme. Il cuore sembrava volesse uscirmi dal petto. Non era più tempo di ipotesi. La grandezza di Giovanni Paolo II era giunta fino alla piccola storia della mia vita, marcando indelebilmente la mia anima per l’eternità. Ma non era finita; fui chiamato, mentre andava ancora in onda la trasmissione, a tenere una prolusione in un albergo romano sul tema Scienza e Religione. Ricambiai l’invito chiamando, in qualità di ospiti nella trasmissione di “Noi e gli U.F.O.”, l’organizzatore del convegno e monsignor Corrado Balducci, che come me era stato chiamato per una relazione. Il sabato, terminati i lavori del convegno, fu dato incarico a mons. Balducci di portare una targa ricordo al Papa. La domenica, il monsignore mi chiamò al telefono e mi disse, con la voce ancora un po’ sconcertata, di essere giunto nella stanza del segretario di Sua Santità, in Vaticano, per consegnare la targa. Il Segretario, appena lo vide gli disse “Ieri sera ti abbiamo visto”. Il monsignore rispose “Come mi avete visto, se ero su una televisione privata?” e il segretario ribatté “Proprio su una televisione privata ti abbiamo visto!”. A quel punto, mons. Balducci chiese “Con chi mi avete visto? E questi rispose “Con il Santo Padre!” e all’incredulità del monsignore aggiunse che “Il Papa non si era perso una trasmissione da quando era cardinale”. Era finalmente giunta la conferma, se ce ne fosse stato bisogno, che le trasmissioni erano seguite personalmente da Giovanni Paolo II, il quale dedicava la sua preziosa attenzione anche agli argomenti trattati da un umile studioso di Ufologia e appassionato ricercatore delle tracce di Spiritualità che Dio ha profuso nel nostro Mondo. Ecco il motivo per il quale la trasmissione non è stata sospesa, anche se trattava argomenti in apparenza fantascientifici, ma che potevano essere approfonditi dal punto di vista religioso. Sono convinto che le benedizioni di Sua Santità Giovanni Paolo II non solo mi hanno permesso di mandare in onda questi concetti, ma che la sua grandezza e la consapevolezza del suo interesse per le trasmissioni, hanno trasformato una mia passione in una missione. Sua Santità Giovanni Paolo II con i suoi viaggi ha di fatto concretizzato la profezia di Gesù che predicava la Sua venuta quando il Vangelo sarebbe stato conosciuto nei quattro punti cardinali della Terra. Ciò Giovanni Paolo II ha fatto con i suoi viaggi, offrendo tanto amore alle moltitudini che incontrava. Quanto è stata grande la missione in Terra di Giovanni Paolo II che, mentre seguiva una rubrica in una televisione privata dal titolo “Noi e gli U.F.O.”, al contempo preparava il mondo ad accettare i concetti di Amore Universale che sono il governo per un unico governo mondiale e una unica religione mondiale. Tanto amore ne ha seminato quanto ne ha raccolto con le dimostrazioni di devozione del “Suo Popolo” al funerale riuscendo, da morto, a fare compiere ai presenti alle sue esequie, la prova generale di quanto egli ha Predicato.

Ascoltare la Voce della Tua Anima: Come Sviluppare l'Intuizione (Listening to the Voice of Your Soul: How to Develop Intuition)

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