martedì 22 luglio 2014

cos'è il prana?

Per quanto possa sembrare qualcosa di “esoterico” e misterioso, la fruizione del Prana, fa già parte del nostro vissuto quotidiano. Il problema relativo alla sua chiara percezione, sussiste solamente perché, in genere, siamo poco attenti alla nostra interiorità: questo è il motivo per cui il flusso di quell’energia rimane ad un livello  leggermente inferiore, alla soglia della nostra ordinaria coscienza di veglia. Il Prana in realtà è dappertutto, è il Corpo Vivente dell’Universo. Il Prana è energia e tutto nell’Universo è energia, compresa la materia. L’uomo lo assimila col cibo e con la respirazione a livello somatico, con le emozioni (costituite da energie sottili) a livello di vita affettiva, con i pensieri a livello di attività mentale e intellettuale, con le forze ispiratrici a livello spirituale. In sostanza, noi assumiamo Prana, o meglio le diverse ‘qualità’ del Prana, secondo i differenti livelli della nostra struttura ontologica. A livello fisiologico, ossia quello più prossimo alla nostra esperienza ordinaria, la percezione è naturalmente più facile e diffusa, ed è per questo che le nostre successive osservazioni si riferiranno per lo più a quest’ambito. In realtà l’energia, per sua stessa natura, tende ad esteriorizzarsi, inducendo gioia e piacere in colui che l’asseconda. Se canalizziamo l’energia della nostra anima e la rendiamo ‘espressiva’, la esteriorizziamo, il nostro tono umorale s’innalza; possiamo persino provare la ‘pura gioia di vivere’, cioè una felice condizione dello spirito che può essere anche ‘oggettivamente’ immotivata.Condizione questa poco frequente e forse per molti persino poco comprensibile, visto che se si è felici, in genere, lo si è per qualcosa. Non appartiene alla nostra esperienza ordinaria, una gioia connessa al puro esistere. E’ questa, tuttavia, una condizione ideale, divina, in cui l’Esistenza, la Coscienza e la Beatitudine coincidono. L’energia si avverte più nettamente quando si pratica il digiuno: ciò sembra accadere per una sorta di meccanismo di compensazione, per il quale assumendo meno cibo, l’organismo cerca di acquisire energia per “via sottile”, assumendo più Prana.L’energia si percepisce, anche in quelle circostanze negative in cui siamo vittime di un collasso, stiamo per svenire: in tali momenti il corpo cerca di aumentare la quantità d’energia repentinamente, attraverso una modifica del ritmo respiratorio. Inoltre, la percepiamo come brivido, quando proviamo una intensa emozione: paura, piacere estetico, sentimento amoroso ecc. Esso spesso scorre lungo la schiena (il che ha un preciso significato esoterico) e si diffonde attraverso le braccia e le mani (di cui è proverbiale la conseguenza del ‘far rizzare i peli. L’energia cresce e si accumula nel corpo con il riposo, la solitudine, la limitazione dell’attività fisica, il contatto con la natura, ed è la condizione che hanno cercato gli eremiti di tutti i tempi per indurre l’estasi. Tuttavia, essi spesso hanno incrementato quell’energia senza essere sostenuti e guidati da una chiara razionalità, da un costante autocontrollo e da alte motivazioni di ordine etico e morale. Per questo, individui di questo tipo, hanno spesso manifestato forme di fanatismo ascetico e di allucinazione. Il Prana, è l’effluvio che tradizionalmente i chiaroveggenti di tutte le culture dicono di veder uscire dai corpi degli esseri viventi, sotto forma alone luminoso (l’aura del corpo astrale). E’ anche il cosiddetto‘magnetismo animale’, il fluido con cui il celebre medico austriaco ‘Mesmer’ (1734-1815) sosteneva di poter guarire molte malattie. L’energia – anche qui la tradizione è concorde – tende ad uscire dalle estremità. E infatti fin dalla più remota antichità è stata utilizzata per guarire (pranoterapia). Il gesto dell’imporre le mani sulla parte malata o dolorante (l’atto taumaturgico più consueto presso tutti i popoli), è così istintivo che ciascuno di noi lo esegue automaticamente, senza nemmeno percepirne l’intima ragione. Spesso poi esprimiamo il nostro affetto con una carezza: anche in questo caso non solo per ‘mostrare’ il sentimento, ma anche per veicolarlo, per trasmetterne l’energia. Il Prana esce poi anche dagli occhi, che per questo sono indicati come ‘lo specchio dell’anima’, e rivelatori della nostra energia-coscienza. Sappiamo che la medicina orientale è stata, da sempre fondata sul presupposto che le malattie somatiche siano ‘conseguenze’ (più propriamente si dovrebbe dire ‘il precipitato’) di squilibri energetici presenti nei corpi sottili. In quest’ottica ‘olistica’ si spiega, ad esempio, l’agopuntura cinese, secondo cui l’energia (‘Qi’) ha due polarità (‘yin e yang’), che se ben equilibrate, determinano la salute fisica. A tal fine però è necessario che il ‘Qi’ circoli correttamente nell’organismo attraverso delle ‘linee di forza’ che vengono definite ‘meridiani’. Il ‘Qi’ scorre essenzialmente attraverso 14 meridiani principali, a cui la medicina classica faceva corrispondere 365 punti di agopuntura, sparsi sulla superficie del corpo; la stimolazione di tali punti attraverso la penetrazione di alcuni aghi, si ritiene che favorisca il fisiologico accumularsi e scorrere del fluido vitale. Anche i massaggi sono stati usati in Oriente, sin dalla più remota antichità per la regolazione del flusso d’energia: si pensi allo ‘shiatsu’ (che letteralmente significa: pressione delle dita), una delle arti terapeutiche tradizionali giapponesi, il cui dichiarato scopo è quello di riequilibrare il flusso energetico individuale (in giapponese ‘ki’ ), donando così benessere e vitalità. Anche per lo shiatsu infatti la malattia nasce da uno squilibrio interno delle energie sottili, che possono essere in difetto o anche in eccesso. Altro concetto tradizionale è che il sangue sia il veicolo del Prana. E in effetti c’è una qualche connessione tra energia vitale, emozioni e sangue: la si può sperimentare, ad esempio, quando arrossiamo per vergogna, timidezza, senso di colpa, oppure quando il sangue ci ‘sale alla testa’ per la rabbia, o il battito cardiaco accelera per un forte moto affettivo. Uno stress psichico prolungato può invece far alzare la pressione arteriosa, mentre a volte il flusso sanguigno sembra quasi arrestarsi, quando impallidiamo per la paura. Anche nel nostro linguaggio comune, esistono espressioni colorite che evidenziano queste connessioni tra energia vitale, sangue ed emozioni: come mantenere ‘il sangue freddo’, o quando si dice che ‘non corre buon sangue’, o che ci si ‘gela il sangue nelle vene’… Questi sono solo alcuni esempi significativi. Il Prana è rappresentato invece nell’iconografia religiosa occidentale, sotto forma di ‘aureola’ (piccola aura-aria) che contorna il capo dell’illuminato, del saggio o del santo. Il termine stava ad indicare una corona d’oro, un cerchio splendente posto intorno al capo. A volte quell’energia spirituale viene rappresentata nell’iconografia cristiana da una più grande aura, correlata a figure di maggiore dignità, delle quali avvolge completamente il corpo: è la mandorla mistica di Gesù o della Madonna. L’energia, inoltre, compenetra e vivifica la Natura intera: gli artisti hanno sempre trovato nella ‘percezione sottile’ di essa, considerata come ‘realtà vivente’, una fonte costante d’ispirazione; ed è lo stesso tipo di percezione sottile che orientava gli antichi a vedere ovunque la presenza di dei, le cui forme variavano col variare dei riferimenti simbolici delle varie culture (si pensi alla diffusione universale dell’animismo, alle dottrine platonica e neoplatonica, alle tradizioni ermetiche, alchemiche ecc.). Percepire l’energia significa comprendere/sentire quando essa è in eccesso (per cui sarebbe utile scaricarla) e quando invece è in difetto (per cui andrebbe accumulata). Uno degli effetti di alcuni esercizi sulla consapevolezza del respiro, è quello di sviluppare una diversa percezione di sé stessi: ci si sente sempre più come pura energia, come un centro di energia. Tale realizzazione consente, ad esempio, di avvertire precocemente un incipiente stato di nervosismo nel corpo, avvertito come un eccesso di energia accumulata, energia che tenderà a scaricarsi naturalmente, a volte anche con il solo movimento continuo e involontario delle gambe o delle mani. Lo stato di nervosismo si traduce com’è noto, in una condizione d’irritabilità che può facilmente sfociare in esplosioni ‘energetiche’ di rabbia, rancore, risentimento, aggressività ecc. Al contrario, una condizione di esaurimento nervoso (legata quasi sempre ad un affaticamento troppo protratto) indica la necessità di reintegrare l’energia, attraverso, una condizione di riposo prolungato o una migliore nutrizione. Lo stesso stress (termine che in inglese indica propriamente ‘sforzo’, ‘spinta’) non è altro che una reazione nervosa ad una serie d’impulsi, i quali determinano uno stato di tensione che si può cronicizzare sino a diventare patologico, o quantomeno predisponente a diverse patologie. Ciò accade proprio perché esso va ad alterare l’equilibrio della bioenergia, fondato sulla fisiologica alternanza di uno stato di tensione, con uno opposto di distensione. Chi volesse invece imparare a meditare, deve sapere che è difficile iniziare una seduta di meditazione con un sovraccarico di energia nel corpo, giacché il suo eccesso causa una condizione di fastidioso nervosismo, che rende difficilmente sopportabile la condizione di immobilità, che di per sé tende proprio ad accumulare energia. L’ideale sarebbe sublimare tale energia in eccesso sul piano organico, orientandola verso i chakra superiori, per trasformarla in forza spirituale capace di determinare stati di illuminazione (è questa in effetti la vera funzione della meditazione). Ma questa è un’arte difficile che si apprende solo progressivamente. Agli inizi della pratica, sarà pertanto necessario seguire la via più facile, che consiste nello scaricare prima della seduta meditativa, l’energia in eccesso, attraverso un’attività fisica appropriata. Per chi volesse provare a vedere il Prana, suggeriamo questo semplice esperimento: Esso va eseguito all’aria aperta, preferibilmente in un giorno con molto sole. Sedetevi comodamente e rilassatevi, tenendo gli occhi chiusi per 5-10 minuti. Prestate attenzione a non addormentarvi. Dopo circa 10 minuti, aprite gli occhi lentamente e fissate con lo sguardo un qualsiasi punto del cielo. Dopo altri 10-20 secondi, potrete cominciare a vedere tanti punti luminosi che si muovono in modo, apparentemente, caotico. Più guarderete e più il numero di punti crescerà. Questa è l’energia chiamata ”Prana”.

Fonte: http://ragazzaindaco.blogspot.it

domenica 20 luglio 2014

che cos'è l'energia orgonica?

L'Orgonomia è la scienza che studia l'energia cosmica primordiale, pre-atomica, presente ovunque nell'universo: l'energia da cui deriva tutto ciò che vive. Il suo scopritore è stato il dott. Wilhelm Reich e il termine da lui coniato deriva dai termini orgasmo e organismo. Infatti, sono stati i suoi studi sulla funzione dell'orgasmo a portarlo alla scoperta dell'energia orgonica. Col termine energia intendo denominare quell’energia primordiale alla quale ognuno può dare il nome che vuole sulla base del proprio credo, possiamo chiamarla forza cosmica o Dio o in qualsiasi altro modo, intendiamo, comunque, quell’energia da cui tutto è scaturito.   Noi di solito parliamo delle forme che l’energia assume e l’eneergia assume le varie forme condensandosi, andando cioè dal più sottile al più denso, dal più rarefatto al più consistente. Quella che chiamiamo condensazione di energia, poi va a generare quello che denominiamo realtà fisica, il regno minerale, vegetale e animale compresa, quindi, la nostra struttura fisica. Abbiamo visto come i nostri corpi, andando dal corpo fisico fino al settimo corpo sottile, siano sempre più rarefatti, sempre più, appunto, sottili. Quello che è il frutto della condensazione dell’energia, possiamo chiamarlo RIVELAZIONE, cioè, l’energia, per farsi conoscere, si è messa dei veli, condensandosi, per rendersi visibile. La luce stessa è già una condensazione dell’energia primordiale. La luce non si può manifestare se non nella materia densa, ha bisogno di riflettersi su qualcosa per rendersi visibile. Quando vediamo qualcosa uscire dalle nostre mani diciamo che è l’energia, certo, ma è una forma che l’energia assume. L’energia assume, appunto, tante forme, dalle più sottili alle più dense e queste sono quelle che riusciamo a percepire. Riusciamo a percepire energie tanto più sottili quanto più affiniamo la nostra sensibilità, ma non solo la sensibilità dei nostri sensi. Il percorso della rivelazione dell’energia è dal sottile al denso, il vapore acqueo per condensazione, attraverso il raffreddamento, diventa prima acqua e poi ghiaccio, una materia sempre più consistente. Il percorso inverso dal denso al sottile ci porta a quella che è la fonte dell’energia, all’energia primordiale.
L'energia orgonica invece  è l'energia vitale cosmica, la forza creativa fondamentale. Essa si differenzia da tutte le altre energie conosciute, che derivano dalla materia e che sono pertanto definite energie secondarie: elettrica, magnetica, nucleare, ecc. La scienza classica conosce solo queste ultime forme di energia e considera l'atomo come il costituente base della natura, mentre l'Orgonomia lo considera già come il prodotto di una specifica funzione dell'energia primordiale e cioè della Superimposizione, dove due o più correnti di energia si uniscono (come esempio si consideri la figura di una galassia a spirale a due o più bracci) e da cui si genera materia. Questa lettura inserisce l'unione sessuale di due organismi, l'atto che genera la vita, nel più ampio contesto di funzioni cosmiche.
Una seconda funzione basilare dell'energia orgonica è la Pulsazione. Osservabile facilmente nell'organismo vivente (pulsazione cardiaca, respirazione, ecc.), è presente anche a tutti i livelli della natura: cosmico e atmosferico. La Terra stessa pulsa.
Specifica dell'organismo vivente è invece la terza funzione dell'energia orgonica: laConvulsione Orgastica. L'energia accumulata in eccesso dall'organismo, attraverso l'assunzione di alimenti, di liquidi, attraverso la respirazione e l'assorbimento diretto dell'energia cosmica e non completamente utilizzata per il suo normale funzionamento, si concentra nei genitali. Quando la tensione accumulata supera una certa soglia, i genitali si caricano energeticamente, e questo viene percepito come eccitazione sessuale (in termini orgonomici, l'organismo ha raggiunto il punto di luminazione).
Fin dalle prime ricerche Reich sostenne sempre che la maggior parte delle nevrosimostrassero una particolare struttura stratificata e sviluppò in seguito l'idea che questi "strati" potessero avere una vera e propria connotazione fisica e ostacolassero il naturale fluire dell'orgone (energia) nell'organismo, alterando così il meccanismo naturale di carica/tensione e scarica/distensione. Le stratificazioni non necessariamente ostacolerebbero le funzioni genitali, ma porterebbero progressivamente all'impotenza sessuale, con la conseguente incapacità di liberare completamente l'energia in eccesso e di raggiungere una distensione completa, pur mantenendo la capacità di ottenere l'orgasmo fisico.
Secondo Reich la funzione erettile sarebbe la controparte meccanica dell'accumulo di energia orgonica, da cui la distinzione tra "orgasmo genitale" (l'eiaculazione) e "orgasmo sessuale" (la scarica di energia in eccesso). L'erezione sarebbe dovuta alla tensione meccanica prodotta dal naturale accumulo di orgone nell'organismo, per poi passare alla fase di massima tensione che si ha durante l'amplesso: la pratica dell'amplesso porterebbe l'organismo alla massima carica possibile fino al raggiungimento dell'acme sessuale, infine con l'orgasmo avverrebbe la scarica seguita dalla distensione.
La funzione dell'orgasmo, la prima e più importante scoperta di Reich, è quella appunto di scaricare completamente l'energia in eccesso e ciò avviene attraverso la convulsione orgastica. Solo attraverso questo atto si realizza la pulsazione unitaria dell'organismo e la naturale regolazione di tutte le funzioni bio-psico-emozionali.
La repressione della scarica orgastica produrrebbe l'accumulo (ovvero la mancata scarica) di una certa quantità di orgone. La parziale quantità di orgone così sfogata ricomparirebbe quindi distorta e sotto forma di pulsione secondaria ovvero una pulsione di carattere patologico. Questa a sua volta genererebbe un meccanismo causa-effetto stratificato, in cui ogni pulsione secondaria genererebbe a sua volta un'altra stratificazione per reprimerla, la quale avrebbe generato a sua volta una pulsione secondaria differente, e ogni pulsione secondaria ne avrebbe generato a sua volta di ulteriori. Una stratificazione sarebbe quindi divenuta la causa di ulteriori stratificazioni, l'insieme delle quali venne denominato "corazza caratteriale" o più semplicemente "corazza".
La "corazza caratteriale" (orgone stagnante non scaricato)   andrebbe abbinata alla"corazza muscolare" (tensioni muscolari fisiche): Reich sosteneva di poter comprendere dove si trovassero le tensioni muscolari dalla postura assunta dal paziente nelle sue azioni più semplici, e di potere così individuare almeno in parte la catena di pulsioni secondarie che costituivano la corazza per poi tentare di lavorarci sopra.
      I terapeuti non si distinguono per le tecniche che usano ma per l’atteggiamento spirituale, per la capacità o meno di attuare il percorso inverso, di averlo capito, di averlo vissuto in sé e di poter aiutare il paziente a percorrerlo. Sappiamo di manifestazioni di maestri o santi che riescono a trasformare in vari modi il loro corpo fino a trasfigurarsi o ad ascendere al cielo o a spostarsi da un luogo all’altro in un istante o a farsi vedere in più luoghi contemporaneamente, addirittura a risorgere, hanno capito il meccanismo della rarefazione e condensazione e sanno usarlo nel loro elemento, nella loro materia fisica, rendendola più rarefatta o più sottile o più densa a seconda di quello che vogliono manifestare. In quest’ottica si inserisce il percorso spirituale del terapeuta e la guarigione avviene non più soltanto a livello del corpo, che è quell’elemento che ci rende manifesto il disagio, ma non è lì il disagio, va cercato da altre parti. Questo è il tipo di intervento che porta a risolvere la causa della malattia. L’invito che mi sento di rivolgervi e rivolgermi spesso è: “mettete ordine nella vostra vita, fate il vostro percorso spirituale”. Qui non si propone un percorso spirituale particolare, ognuno può avere i proprio, anche perché, comunque, i percorsi spirituali si possono differenziare nelle modalità, ma, se sono dei veri percorsi spirituali, non si differenziano nella sostanza e da questo punto di vista vanno bene tutti. Il vero terapeuta non si accontenta di risolvere un sintomo, di fare bella figura, ma vuole andare oltre e capire, cioè, il messaggio della malattia, capire il significato di quello che sta accadendo al suo paziente e aiutarlo a capire. Per fare questo dobbiamo aver vissuto tutto ciò dentro di noi e avere capito i meccanismi che ci hanno portato ad ammalarci e come si fa a fare un percorso inverso, realizzare questa grande trasformazione, questa azione che possiamo fare sulla materia densa per renderla sottile. Quello che si manifesta sui nostri corpi sottili raramente riusciamo a percepirlo, però, è qualcosa che esiste, allora il terapeuta, allenato a far questo, riesce a vedere e sentire nell’aura del proprio paziente che qualcosa comincia ad addensarsi, il paziente non lo percepisce, ma questo qualcosa è lì ed è un pericolo incombente, a questo punto può succedere che il paziente cambi qualcosa nei propri atteggiamenti e questa sostanza che si sta addensando naturalmente si rende nuovamente fluida, oppure l’intervento del terapeuta, insieme al paziente, può rimuovere questo addensamento di energia che non è altro che una reazione di difesa a qualcosa che ci sta creando disagio.

venerdì 18 luglio 2014

Cos'è l'amore?

L’amore ha molti aspetti. Esso si rivela in sollecitudine, tenerezza, fedeltà, altruismo e servizio attivo a Dio, che è realizzato col servizio alla gente, chiamato karma-yoga (il lavoro non per se stessi ma per Dio). La “base” per mantenere in sé lo stato dell’amore è permanenza continua con la concentrazione nell’anahata e la trasformazione, tramite questo, di sé (come consapevolezza) in una costante emozione dell’amore che si emana su tutta la gente, su tutto ciò che vive. Una delle sue rivelazioni principali è la tenerezza, anche sessuale. E non possiamo non notare che la vita sessuale corretta favorisce in modo diretto lo sviluppo dell’amore nella gente. Dio è Amore. Aspirando ad unirsi con Lui, anche noi dobbiamo diventare Amore, dobbiamo diventare le consapevolezze che permangono sempre nello stato dell’Amore costante simile a Dio. Allora diventiamo i discepoli di Dio, che Egli accetta in Sé dopo aver loro insegnato le ulteriori saggezze. Questa è la condizione principale per progredire sulla Via Retta verso di Lui. Coloro che sono contro l’amore, sono i nemici di Dio. Avendo sviluppato il cuore spirituale prima dentro al proprio corpo, l’adepto della Via Diretta impara ad allargarlo al di fuori del proprio corpo di qualche metro, all’inizio, poi riempiendo con esso tutta la Terra, poi ancora di più. Proprio questa sarebbe la variante ottimale per disidentificarsi con il corpo, accrescere la consapevolezza individuale in modo corretto, diventare capaci di esistere ed agire fuori del corpo, mentre ancora esso è in vita. Una persona che si è sviluppata a tale grado, che perde l’attaccamento al proprio corpo, non ha più paura della morte del corpo, perché ormai sa che il fatto di avere un corpo non ha più tanta importanza, e la morte del corpo è soltanto la liberazione dalle faccende terrestri inutili. Tale persona risulta vicinissima al momento in cui il Creatore aprirà Sé per essa e le farà entrare nella Sua Dimora Tutto è pieno di amore o è vuoto d’amore, comunque sia non si può non parlare d’amore. La scienza tenta di spiegarlo, la letteratura e la poesia ne cantano i dolori ed i sorrisi, i giornali ne sono pieni e non esiste cantante che prima o poi, non gli dedichi una strofa, anche di sfuggita. L’amore è la parola più usata e abusata che abbiamo, regola gran parte del termostato del nostro benessere, ferisce e cura con la stessa dolcezza o ferocia. Cos’è l’amore? La ricerca costante di un incontro che arricchisca di vita l’esperienza, il tentativo di riempire il vuoto che si prova non per paura di stare soli, ma per piacere di essere in due. Amore è il nome che spesso si da, anche frettolosamente, ad un batticuore, all’infatuazione che colpisce la sfera del desiderio, della passione ma anche il nome che porta il sentimento maturo, quello che si trasforma nel tempo, quando perde l’iniziale attrazione per rendere più profonda l’intimità e l’impegno reciproco. L’amore è un incontro, un mito che resta vivido nel ricordi anche dopo decenni, come un eterna opera d’arte che non perde il suo fascino anche quando l’artista abbia smesso di crederlo. La comunità, la famiglia, i riti e le leggi arrivano tutte dal bisogno dell’altro. Prima per istinto e necessità di portare avanti la specie umana e di proteggersi l’un l’altro da un nemico esterno (la natura, gli animali, le altre tribù) poi, affinandosi, per l’altra parte del sentimento, quella che cambia da cultura a cultura, che si nutre di storie, favole, poesie, proverbi e usanze e ha molti diversi linguaggi, fatti di parole come di gesti. Anche il bacio cambia di paese in paese. Ognuno ama a suo modo anche se, nel proprio modo sono scritte molte delle gioie e delle ferite delle generazioni precedenti. Ogni storia di coppia nasce nel mondo e quindi dal mondo è condizionata. Per questo ogni incontro porta con sé speciali necessità e debolezze. A volte si riesce a portare allevio alla sofferenza ma altre no, sono queste ferite, troppo profonde e dolorose, impossibili da curare soli a portare la crisi in molte coppie. Coppie che finiscono con l’arrendersi, quando non a farsi del male, per non aver trovato come affrontare problemi scavati nella storia personale o in un accadimento traumatico arrivato a sorpresa e che non si è saputo gestire, trasformare in ostacolo da superare insieme e invece diventato muro contro cui ci si scontra e nasconde. L’amore è attesa e speranza, troppo spesso in misura maggiore che impegno e costanza. Per questo le storie dove si rende l’altro soluzione a mancanze proprie non riescono a camminare troppo a lungo ben dritte e finiscono con il cadere sotto il peso di aspettative che non è lecito chiedere a nessuno ( “Mi salverai da me!”), neppure al proprio compagno di vita. Se la simbiosi della coppia, lo stare insieme in maniera quasi fuori dal mondo, tipica del primo momento di scoperta e creazione della coppia, è necessaria per potersi conoscere e armonizzare, questa è una fase che sarà poi necessario superare per entrare nel mondo in due e affrontare il percorso comune che si sceglierà di fare. Una troppo duratura simbiosi non è mai un segno di salute della coppia, potrebbe altresì nascondere delle difficoltà. L’amore maturo è quello che, superata la delusione di non avere speciali super poteri e di non riuscire in tutto quello che si credeva si sarebbe riusciti, sorride delle proprie imperfezioni e continua a nutrire attenzione per i due membri della coppia senza per questo portarli a rinunciare alla propria identità e interezza. Spesso nascosto nelle abitudini, a volte l’amore va rispolverato e ricordato, non chiede mai di sacrificare o privarsi di quanto fa star bene, se non piccoli compromessi che si modificano con il tempo. L’amore sano non è mai rigido e freddo, accoglie e piuttosto urla e strilla se non si sente capito, può aiutare a crescere chi gli permetterà di mettere, al posto dei semplici due nomi, lo spazio di una coppia, con tutto il bagaglio speciale che questo sempre porta con sé. L’amore è costruire con l’altro conoscendosi con lentezza, rispettandosi con attenzione, diventando responsabili dei progetti comuni, condividendo emozioni e accettando anche di aver bisogno di aiuto quando di aiuto si ha bisogno. L’amore non è un sentimento arrogante anche quando può sembrarlo, specie in certi inizi, è invece pronto a farsi umile se ha paura di perdersi. L’amore gioca con le distanze ( né troppo vicino, né troppo lontano) e accompagna a lungo, a volte resta al nostro fianco anche dopo essere finito. Le storie d’amore che sono state vissute con maturità e cura educano all’altro anche per le esperienze diversissime che seguiranno, non pretendono di durare per sempre, ma il giusto per non farsi male. Amarsi in maniera sana è una esperienza ricca e riempie il romanzo di tutta una vita.

giovedì 17 luglio 2014

Falsi profeti e maestri

 Il termine "Maestro" implica una conoscenza a 360° dello scibile umano... tutti i libri sono prodotti ricavati dalla mente umana, con tutti i suoi meccanismi e filtri concettuali. Pochissimi sono i veri Maestri, e la maggior parte di coloro che imperversano in quest'epoca, manifestano insegnamenti spirituali giusti o discutibili ma solo superficialmente, in quanto ancora inficiati da una presenza egoica. La presenza di molti finti Maestri in questa epoca è data dal fatto che con il loro crescente numero aumentano conseguentemente i finti discepoli e coloro che li seguono. Chi cerca un Maestro deve prima rendersi conto che cosa vuole realmente ottenere dalla sua stessa ricerca. 
Parlo delle mie conoscenze relative e umanamente fallibili attraverso la mia altrettanto soggettiva e relativa esperienza personale: io che andavo fino all'altro ieri a cercare Maestri e Divinità viventi in lungo e in largo, io che fino all'altro ieri cercavo banali conferme esteriori, sono stato profondamente, ripetutamente ed amaramente deluso. Ci sono tanti impostori in giro, che si fanno chiamare Maestri e vengono adorati come Dei. In quest'epoca di passaggio (Età dell'Acquario) regna ancora la confusione, e nei versetti di Giovanni dell'Apocalisse stesso è profetizzato l'arrivo di finti profeti che imperveseranno sulla Terra prima che vi giunga il Messia. I finti Profeti son in realtà i Demoni dell'ignoranza umana, e il vero Messia è il proprio Sè Divino che riesce a riconoscerli in tempo, a isolarli dalla confusa mente e a sfuggire dalla loro trappola, allontanandoli dalla propria tentazione e schiavitù. 
I Maestri - ma sono molto pochi - non sono certo quelli che appaiono con miracolismi, che creano organizzazioni multimilionarie, o che si fanno proteggere da decine di avvocati, o che accettano cospicue donazioni o pubblicano decine di libri e sfruttano il fervore "new age" di migliaia di persone affamate di felicità a comoda portata di mano! Dio non può venire istantaneamente a patti con gli affari umani, usandone gli stessi strumenti; inizialmente però comunica con essi attraverso mezzi che utilizzano provvisoriamente l'ignoranza delle conoscenze relative. Ecco perchè, in questa epoca, pochi Avatar si sono fatti avanti utilizzando mezzi di comunicazione sociale e culture di aggregazione seguendo logiche di formazione del capitalismo moderno e formule di sincretismo religioso. E lo hanno fatto attraverso la fondazione di ashrams, conventi e scuole professionali di Yoga, dove comunque esistono notevoli imperfezioni di insegnamento, fisiologiche in quanto inficiate dalla loro traduzione pratica ad opera di esseri umani non ancora illuminati (prevalentemente discepoli e adepti di quei stessi maestri fondatori) 
Dio si manifesta pienamente e interamente solo nel cuore di ogni essere umano, senza riferimenti esterni definitivi, che creano invece fanatismi, attaccamenti, schiavitù e idolatrie. 
E' necessario all'inizio trovare un vero Maestro, ma solo per seguire determinate tecniche di meditazione, respirazione, contemplazione, etica, saggezza, etc. Ogni vero Guru è soltanto una guida passeggera che ti insegna a trovare il vero maestro nel proprio Sè. 
Le religioni non sono altro che dei "filtri" umani, fallibili, relativi e strutturalmente limitativi, in quanto inerenti a conoscenze provvisorie legate ai cinque sensi corporei e all'intelletto umano. Le religioni sono solo "il corpo" esteriore e il prodotto distorto di un oggetto infinito (il "corpo" di Dio), il quale per essere esplicato deve necessariamente immolarsi e frazionarsi in mille parti diversificate, per poi strutturarsi e prendere forma concreta attraverso un sistema di leggi universali (nel senso biblico del termine), dogmi e regole spirituali condivise. Le religioni sono socialmente utili, ma solo in determinate epoche storiche dell'umanità. In altre epoche sono invece la causa e l'origine di molti mali, dovuti all'ignoranza della loro stessa visione ristretta. Dal momento in cui i pochissimi veri e supremi yogi (orientali e occidentali) riescono a travalicare questi stati relativi di ignoranza, il termine stesso "religione" cessa di esistere, perchè l'anima individuale trasmigra in una coscienza più allargata, dove avviene la fusione soggetto-oggetto, osservatore-osservato, amante-amato. 
Questa visione può essere intellettualmente compresa anche da chi non ha conseguito tale stato di coscienza, tuttavia questo non basta. Un vero Maestro è colui che oltre ad afferrare intellettualmente tale realtà, la vive istantaneamente, simultaneamente e continuativamente. Solo allora può essere chiamato Maestro ... e poi esistono una varietà infinita di livelli di percezione e perfino tra i Maestri realizzati ci sono notevoli differenze di grado di coscienza. 
Bisogna ricordare che l'uomo tende a rafforzare le proprie convinzioni spirituali nell'aggregazione e nel riconoscimento sociale attraverso l'appartenenza ad un gruppo e ad una fede. Non esisterà mai vera illuminazione e libertà universale fin quando l'essere umano come individuo sarà sempre coinvolto in queste attività di controllo e auto-controllo, poichè infatti esse implicano necessariamente la misurazione delle cose attraverso il proprio ego rapportato a dei valori relativi, siano essi etico-sociali che culturali e religiosi. Fino alla fase finale del percorso spirituale, l'ego non si può e non si deve sopprimere, ma solo osservare, senza che la sua attività cognitiva e di controllo lo rafforzi - da una parte o dall'altra - traendone dei valori altrettanto relativi. Poichè l'ignoranza della coscienza superficiale egoica dell'uomo è rintracciabile solo nella misura del riconoscimento culturale e storico-genetico di tutte le cose che gli stanno intorno, non è utile appoggiare il proprio ego alla convinzione o all'idea che per ottenere tale stato di coscienza sia per forza necessaria la devozione assoluta ad un Maestro llluminato. La devozione è utile e spesso necessaria, ma solo ad uno stato di apprendimento iniziale, poi il cammino nella coscienza dev'essere interamente svolto dal Sè individuale, senza che nessun valore esteriore relativo possa introdurvisi per controllarlo o influenzarlo. 
Il pensiero umano si deve prima "svuotare" da tutto ciò che ha imparato, ossia il Nulla Relativo, e soltanto dopo essersi svuotato, potrà poi essere nuovamente e correttamente riempito dagli infiniti valori simultanei dell'Unica Coscienza che forma l'universo e che si è frazionata in un numero infinito di anime ... Il processo di inversione cosciente è lo stesso che intercorre nella relazione di inversione energetica tra espansione e compulsione, tra Big Bang e Big Crunch ... 
Il raggiungimento di uno stato di benessere superiore o di una virtù del corpo astrale non deve assolutamente essere scambiato per Illuminazione, altrimenti si cade nuovamente nella Dualità ... è un processo durissimo, lungo e difficile, fin troppo difficile per il 99% degli esseri umani (in quest'epoca), ecco perchè è importante "non scalare troppo in fretta la scala" e accettare gradatamente gli stati dell'ego, convertendoli in stati di benessere, e in strumenti di equilibrio psichico quali l'amore stabile di coppia, la fedeltà ad una causa giusta, l'affetto fraterno e la sincera amicizia, la famiglia, la giustizia senza esclusione di razze e ceti sociali, la lealtà, onesta, rispetto ambientale, amore per gli animali, etc. 
In parole definitive: "Prima creiamo il benessere e l'armonia sulla Terra, e poi cerchiamo Dio non attraverso un particolare Guru, sua Espressione, ma attraverso la nostra stessa anima, senza che altrui anime possano creare culti e sistemi di controllo mediante regole e dogmi all'interno di un selezionato apparato di relazioni sociali". 
E' la strada più lunga e più tortuosa verso il benessere interiore, ma è anche la più socialmente sicura, in un'epoca in cui regna l'ignoranza e il dominio dell'uomo su l'uomo stesso. Se non si crea la sincerità tra gli uomini e la sicurezza di valori sociali universalmente condivisi, l'esperienza relazionale tra un vero discepolo e un vero Maestro assume una direzione di estraniazione-dipendenza. alienazione nei rapporti col mondo esterno, malgrado tale esperienza possa effettivamente condurre ad uno stato individuale superiore di coscienza... 
Cercare Dio dentro se stessi, applicando quell'amore che si ha per un Dio anche a tutto ciò che ci circonda e ci appare dalla nostra coscienza isolato, e non seguire unicamente e fanaticamente la devozione totale ad un Maestro e ad un'immagine sacra, che è anch'essa fonte di illusorio attaccamento.

Qualunque cosa verrà intrapresa per spingere via la Verità, lei riporterà comunque la vittoria, benché l’errore richieda innumerevoli sacrifici. Ma chi ha una seria volontà di giungere alla Verità, riconosce certamente anche l’errore come tale, ed allora non vi è nemmeno nessun pericolo per lui. Ma che la maggior parte degli uomini cada nell’errore si spiega con il fatto che l’errore promette agli uomini sempre certi vantaggi, siano questi spirituali o terreni. Gli uomini sono sempre interessati a procurarsi dei vantaggi, non amano la Verità per via della Verità, ma per loro deve esserci sempre collegato un vantaggio, soltanto allora sono anche disposti ad accettarla. La pura Verità mette tutto chiaro e limpido davanti agli occhi, e può perciò portare per l’uomo degli svantaggi in quanto gli mostra quanto deve ancora superare, se per lui il mondo ed il suo benessere terreno significa ancora troppo. E per questo trova anche poca accettazione, perciò l’uomo è disposto ad accettare di più l’errore, soprattutto quando questo gli promette inoltre dei vantaggi oppure gli viene incontro ai suoi desideri. E così gli uomini non vogliono nemmeno sapere o sentire di una rovina della Terra, di uno svanire di ogni vita e di tutte le Creazioni sulla Terra. Ma quello che viene offerto loro sotto il mantello della Verità, ciò che dà loro ancora un barlume di speranza che si possa fermare la fine, lo accettano e lo rappresentano come Verità. Ma rifiutano la pura Verità, che li obbliga a dei doveri di prepararsi ad una sicura fine. Si troveranno sempre dei profeti che annunciano la fine su Incarico di Dio, ma anche quelli che parlano su incarico del Suo avversario e cercano di indebolire come falsi profeti quegli Annunci, che fanno delle promesse agli uomini, e fanno loro notare la sicura fine, ma cercano di rappresentarla come evitabile. Questi falsi profeti troveranno sempre più consenso, perché gli uomini non vogliono credere che venga una fine, e perciò accettano piuttosto quegli insegnamenti, che promettono dei vantaggi, che non li svegliano dai loro sogni spaventandoli. Chi vive nella totale ignoranza, avrà anche difficoltà di giudicare che cos’è l’errore e che cosa è la Verità. Ma chi è già iniziato nel sapere spirituale, deve prendere questo soltanto come pietra d’esame per la Verità e, per l’errore e chiedersi quale scopo ha un insegnamento e che cosa persegue, se vuole trasmettere agli uomini una conoscenza superiore, se vuole raggiungere la nobilitazione del suo essere, se lo vuole aiutare a staccarsi dalla materia, allora è anche di Origine divina e può essere rappresentata come Verità. Se invece è riconoscibile l’intenzione di creare un benessere terreno migliore e più bello, cosa che avviene anche sovente sotto il mantello della devozione, allora tali insegnamenti possono essere rifiutati senza preoccupazione come erronei, perché allora vengono messi nel mondo dall’avversario di Dio. Nel tempo della fine si faranno avanti molti falsi profeti su incarico dell’avversario di Dio, perché né l’avversario né il suo seguito vogliono credere alla fine. E così anche quegli uomini che contano su una fine, devono essere raggirati da lui, perciò egli vorrà gettarli nella confusione, mentre mette a confronto gli Annunci di profeti veri ad espressione di profeti falsi. E perciò nel tempo della fine l’oscurità diventerà sempre più fitta, e chi ha già una Luce, la deve proteggere, affinché non gli venga spenta, e lo può anche, se il suo amore per la Verità è forte, quando per lui esiste soltanto Dio e la Sua Parola. Ma se non si accontenta dello splendore mite della Luce d’Amore divina, i suoi occhi cercano delle luci d’abbaglio, ed allora non si cura più della piccola Luce, che gli splende nell’oscura notte. Allora questa gli può venire facilmente spenta dall’avversario di Dio, allora a lui è riuscito il suo trucco, è apparso da angelo di luce ed ha trovato le sue vittime. In questi uomini ha poi vinto il desiderio del mondo, perché ciò che l’avversario sottopone a loro, gli uomini preferiscono sentire questo, perché mette in dubbio una fine della Terra, il repentino svanire, la fine dell’epoca vecchia e l’inizio di una nuova, e fa credere agli uomini, che loro stessi possono decidere il loro futuro. Loro bramano questo vantaggio, e già in questo si riconosce l’agire di Satana, che con ciò fa credere agli uomini, di poter fermare ed evitare l’esecuzione del Piano di Salvezza di Dio. Anche questo agire fa parte di segni visibili della fine, e l’avversario di Dio intraprenderà ancora molti attacchi contro la Verità, ed egli sarà attivo in particolare là dove non trova rifiuto mediante un assoluto desiderio per la Verità. Perché dove la menzogna non viene riconosciuta, là egli ha gioco facile. Ma non potrà ingannare coloro che sono attivi per Dio e per il Suo Incarico, perché questi sono illuminati dal Suo Spirito e perciò sapranno sempre distinguere la Verità dall’errore.

martedì 15 luglio 2014

Religione e scienza sono compatibili?

Tutto ciò che la razza umana ha fatto e pensato ha a che fare con la soddisfazione dei bisogni percepiti e l'attenuazione del dolore. Occorre costantemente tenerlo a mente se si vuole comprendere i movimenti spirituali e il loro sviluppo. Sentimento e desiderio sono le forze motrici dietro a ogni impresa e creazione umana, per quanto esaltata possa manifestarsi la forma di quest'ultima. Allora quali sono i sentimenti e bisogni che hanno portato gli uomini al pensiero e credo religioso nel senso più ampio della parola? Una breve riflessione sarà sufficiente a dimostrarci che le emozioni più diverse sono alla base della nascita del pensiero e dell'esperienza religiosi. Con l'uomo primitivo è soprattutto la paura che evoca concetti di tipo religioso - paura della fame, bestie feroci, malattia, morte. Dato che in questa fase dell'esistenza la comprensione di relazioni causali è tipicamente poco sviluppata, la mente umana crea per se stessa esseri più o meno analoghi dalla cui volontà e azioni questi paurosi accadimenti dipendono. L'obiettivo dell'uno è garantirsi il favore di questi esseri compiendo azioni e offrendo sacrifici che, secondo la tradizione tramandata di generazione in generazione, li rende propizi o ben disposti verso un mortale. 

Ora parliamo della religione della paura. Questa, anche se non creata, si trova ad un livello elevato reso stabile dalla formazione di una speciale casta sacerdotale che si definisce mediatore tra la gente e gli esseri che teme, e su queste basi erige una egemonia. In molti casi il leader o il sovrano, la cui posizione dipenda da altri fattori, o una classe privilegiata, unisce funzioni sacerdotali alla sua autorità temporale, al fine di rendere quest'ultima più sicura; oppure i capi politici e la casta sacerdotale fanno causa comune per i loro interessi.

I sentimenti sociali sono un'altra fonte di cristallizzazione della religione. Padri, madri e leader di grandi comunità sono mortali e inclini agli errori. Il desiderio di orientamento, amore, e sostegno, spinge gli uomini a dare forma alla concezione sociale e morale di Dio. Questo è il Dio della Provvidenza che protegge, dispone, premia e punisce, il Dio che, a seconda dell'ampiezza di vedute del credente, ama e nutre la vita della tribù o della razza umana, o addirittura la vita in quanto tale, il consolatore nel dolore e nel desiderio insoddisfatto, che protegge le anime dei morti. Questa è la concezione sociale o morale di Dio. 

Le scritture del popolo ebraico illustrano in modo eccellente lo sviluppo dalla religione della paura a quella morale, mantenuta poi nel Nuovo Testamento. Le dottrine di tutti i popoli civilizzati, specialmente quelli orientali, sono principalmente morali. Lo sviluppo dalla religione della paura a quella morale costituisce un grande passo nella vita di una nazione. Il fatto che le religioni primitive siano basate interamente sulla paura e che quelle dei popoli civilizzati unicamente sulla moralità, è un pregiudizio contro cui dobbiamo stare in guardia. La verità è che sono tutte tipologie intermedie, con la riserva che ai livelli più elevati della vita sociale la religione morale predomina.

Comune a tutte queste tipologie è il carattere antropomorfo della loro concezione di Dio. Solo gli individui con doti eccezionali e le comunità di animo eccezionalmente elevato, come regola generale, arrivano al senso reale che sta al di là di di questa definizione. Ma c'è un terzo stato di esperienza religiosa che appartiene a tutti loro, anche se raramente si trova in una forma pura, e che chiamerò sentimento religioso cosmico. E' molto difficile spiegare questo sentimento a chiunque ne sia totalmente privo, tanto più che non vi è alcuna concezione antropomorfa di Dio a corrispondergli. 

L'individuo percepisce l'inconsistenza dei desideri e obiettivi umani, e il sublime, e l'ordine meraviglioso che si rivelano nella natura e nel mondo del pensiero. Egli considera l'esistenza individuale come una sorta di prigione e vuole sperimentare l'universo come un significativo unico insieme. L'origine del sentimento religioso cosmico appare già negli stadi iniziali dello sviluppo - ad es., in molti dei Salmi di Davide e in alcuni dei Profeti. Il Buddismo, come abbiamo appreso particolarmente dai meravigliosi scritti di Schopenhauer, ne contiene una componente molto forte. 

I geni religiosi di ogni epoca si sono distinti per questo tipo di sentimento religioso, che non conosce dogmi né Dio concepito a immagine umana; così che non possa esistere alcuna Chiesa i cui insegnamenti centrali siano basati su di esso. Quindi è precisamente tra gli eretici di ogni tempo che troviamo uomini pervasi dal più elevato tipo di sentimento religioso, che in molti casi venivano considerati dai loro contemporanei come atei, e in alcuni come santi. Visti sotto questa luce, uomini come Democrito, Francesco d'Assisi, e Spinoza sono l'un l'altro affini.

Come può il sentimento religioso essere comunicato da una persona all'altra, se non fornisce un concetto definito di Dio e una forma di teologia? Secondo il mio punto di vista, la funzione principale dell'arte e della scienza è quella di risvegliare questo sentimento e tenerlo vivo in coloro che sono in grado di farlo. Arriviamo così a concepire una relazione tra scienza e religione molto diversa da quella solita. Guardando la questione storicamente, si è inclini a vedere scienza e religione come antagonisti irriconciliabili, e per un'ovvia ragione. L'uomo che è estremamente convinto dell'operazione universale della legge di causalità non può per un attimo contemplare l'idea di un essere che interferisca sul corso degli eventi – questo avviene se prende l'ipotesi di causalità davvero seriamente. Egli non è di alcuna utilità per la religione della paura, e di ben poca per quella sociale e morale. Un Dio che premia e punisce è per lui inconcepibile per la semplice ragione che le azioni di un uomo sono determinate dalla necessità, esterna ed interna, sicché agli occhi di Dio egli non può essere responsabile, non più di quanto un oggetto inanimato lo sia dei movimenti che si trova a compiere. Dunque la scienza è stata accusata di minare la moralità, ma l'accusa è ingiusta. Il comportamento etico di un uomo dovrebbe essere effettivamente basato sulla comprensione, sull'educazione e sui legami sociali; non è necessaria alcuna base religiosa. L'uomo si troverebbe in una posizione ben infelice se dovesse esser vincolato dalla paura, dalla punizione, e dalla speranza di una ricompensa dopo la sua morte.

E' perciò facile vedere perché le Chiese abbiano sempre combattuto la scienza e perseguitato i suoi devoti. Dall'altro lato, io sostengo che il sentimento cosmico religioso sia il più forte e nobile incitamento alla ricerca scientifica. Solo coloro che comprendono gli immensi sforzi e, soprattutto, la devozione che il pionieristico lavoro della scienza teorica richiede, possono arrivare a capire la forza dell'emozione che soltanto da tale attività, così remota dalle immediate realtà della vita, può derivare. Quale profonda convinzione della razionalità dell'universo e quale desiderio di conoscere, ma altro non erano che un debole riflesso della grande mente rivelata in questo mondo, e Keplero e Newton si saranno trovati a doverle mantenere vive per riuscire a passare anni di lavoro solitario a districare i princìpi delle meccaniche celesti!

Coloro la cui conoscenza della ricerca scientifica derivi prevalentemente da risultati pratici, sviluppano facilmente un concetto completamente falso della mentalità degli uomini che, circondati da un mondo scettico, hanno mostrato la via a quelli con opinioni a loro simili, sparsi sulla terra e nei secoli. Solo chi ha votato la sua vita a fini simili può avere una realizzazione vivida di cosa ha ispirato questi uomini e dato loro la forza di rimanere fedeli al loro proposito a dispetto degli innumerevoli fallimenti. E' il sentimento cosmico religioso che dona all'uomo una forza di questo tipo. Un contemporaneo ha detto, non ingiustamente, che in questa nostra era materialista i seri lavoratori scientifici sono le uniche persone profondamente religiose.

Difficilmente potrete trovare una tra le varie profonde menti scientifiche senza un proprio senso religioso peculiare. Ma è una religione diversa da quella dell'uomo sprovveduto. Per quest'ultimo Dio è un essere della cui attenzione ognuno spera di beneficiare e la cui punizione si teme; una sublimazione di un sentimento simile a quello di un figlio per il padre, un essere col quale si intrattiene una relazione personale fino ad un certo punto, per quanto profondo possa essere il livello di devozione.

Ma lo scienziato è posseduto da un senso di causalità universale. Nel futuro, per lui, qualsiasi inezia è tanto necessaria e determinata quanto nel passato. Non c'è nulla di divino riguardo alla moralità, è una questione puramente umana. Il suo sentimento religioso prende la forma di un'estatica eccitazione per l'armonia della legge naturale, che rivela un'intelligenza di tale superiorità che, paragonata ad essa, tutto il pensiero e l'agire sistematico degli esseri umani appare un riflesso del tutto insignificante. Questo sentimento è il principio guida della sua vita e del suo lavoro, fin quando egli riuscirà a resistere alle catene del desiderio egoista. Il porsi al di sopra di simili questioni ha caratterizzato i geni religiosi di tutte le epoche. 


Fonte: Albert Einstein, "Il mondo come lo vedo io", Secaucus, New Jersy: The Citadel Press, 1999


 L'analisi dell'ipotesi del disegno intelligente ci suggerisce alcune considerazioni sul travagliato rapporto tra scienza e religione. 
    Poiche' la religione e la filosofia naturale precedono la scienza, almeno nella sua accezione moderna, post-rinascimentale, le radici del rapporto tra fede e scienza devono essere ricercate molto all'indietro nel tempo; ed e' importante capirle perche' vengono oggi frequentemente fraintese, grazie al fatto che l'evoluzione concettuale di questo rapporto e' spesso interessatamente ignorata. Tutti sanno che molti grandi scienziati furono uomini di fede, basti ricordare che Einstein non esitava a citare Dio nella sua critica della meccanica quantistica; per capire queste posizioni bisogna pero' ricostruire ed interpretare correttamente la storia delle teorie filosofiche che ipotizzano un rapporto tra fede e scienza, ed il pensiero di questi scienziati. 
  
    Nell'eta' classica la visione predominante della relazione tra religione e filosofia naturale e' in qualche modo derivata dalla filosofia naturale di Platone e la definiremo Platonica, anche se in maggiore o minore misura e' condivisa da molti autori; l'adattamento del platonismo alla religione cristiana e' di Plotino. In sostanza e con una certa approssimazione, l'ipotesi di Platone e' la seguente: le regolarita' della natura sono dovute al fatto che l'esistente e' una copia imperfetta di una Idea trascendente. Il filosofo della natura anziche' indagare l'esistente (o attraverso l'indagine dell'esistente) deve ricostruire l'Idea, vero e proprio progetto e modello dell'esistente. 
    L'investigazione della natura e' resa difficile da due ostacoli: in primo luogo l'esistente e' una copia imperfetta dell'Idea; in secondo luogo i nostri sensi e i nostri strumenti di misura sono imperfetti e ci restituiscono una immagine deformata dell'esistente. Pertanto, dice Platone, lo strumento principale di investigazione deve essere la nostra ragione che puo' immaginare e ricostruire le Idee. Due fondamenti di questa visione del mondo, impliciti in Platone ed espliciti negli scritti molti pensatori successivi, sono i seguenti: 1) l'uomo ha in se' una scintilla della luce divina e la sua ragione e' piu' vicina al progetto di quanto i suoi sensi siano vicini all'esistente; 2) in caso di contrasto tra l'esperienza dell'esistente e il ragionamento sull'Idea il secondo deve prevalere sulla prima. 
    L'epistemologia Platonica fu smussata e ammorbidita da molti filosofi successivi; ad esempio Aristotele chiedeva alla filosofia naturale coerenza logica e riscontro empirico e per questo era piu' attento del suo maestro ai risultati dell'investigazione dell'esistente. Nonostante (o forse grazie a) queste correzioni, il modello Platonico rimase in auge fino alla rivoluzione scientifica del Rinascimento e non fu abbandonato completamente neppure dopo: infatti in modo parziale ed incompletamente consapevole si riaffaccio' ancora, ad esempio, nella visione romantica della scienza. Non e' questa la sede per discutere ulteriormente questo punto, che richiederebbe ben altro spazio, ma il lettore interessato puo' trovare ulteriori informazioni e riferimenti in vari testi, tra i quali un mio recente saggio sulla "scienza" Freudiana ("Logica e fatti nelle teorie Freudiane", Antigone edizioni, 2007). 
  
    Con la rivoluzione scientifica del Rinascimento divenne chiaro che la filosofia naturale di epoca classica, soprattutto Aristotelica, era gravemente in contrasto con l'osservazione empirica della realta', e che era possibile formulare modelli ed ipotesi alternative altrettanto razionali. Veniva scalzato quindi il presupposto che la briciola divina contenuta nella ragione umana fornisse un accesso privilegiato al progetto dell'universo. I principali fallimenti delle ipotesi Aristoteliche si registrarono inizialmente nel campo della cosmologia, con la teoria di Copernico (Commentariolus, 1514; De revolutionibus orbium coelestium, 1543), e dell'anatomia, con le dissezioni di molti anatomici, tra i quali spicca il nome di Andrea Vesalio (De humani corporis fabrica, 1543). Il caso della cosmologia copernicana e' forse il piu' evidente: Copernico spiegava le stesse osservazioni sul moto degli astri che erano state spiegate da Tolomeo e da Aristotele con una teoria diversa ma altrettanto coerente: ne' la coerenza logica, ne' l'oservazione empirica erano all'epoca discriminanti. Quando Galileo accerto', con le sue osservazioni, che le lune di Giove obbedivano alle leggi di Copernico anziche' a quelle di Tolomeo, egli fece di piu' che risolvere un problema scientifico: dimostro' che l'esperimento decide tra due ipotesi teoriche egualmente plausibili e subordino' quindi la ragione all'osservazione. Cadevano cosi' i presupposti metodologici della scienza Platonica. 
    La caduta del paradigma Platonico, ormai assorbito all'interno della dottrina cattolica grazie alle rielaborazioni di innumerevoli filosofi e sugellato dalla grande autorita' morale e intellettuale di San Tommaso d'Aquino, richiedeva l'elaborazione di un nuovo paradigma. Anche questa impresa ha molti padri, ma se la si vuole riferire ad un rappresentante principale la si deve a mio parere chiamare Cartesiana. Infatti, se prima di Cartesio la religione garantiva la conformita' dell'esistente al progetto divino ed incoraggiava lo scienziato ad usare la sua ragione per intuire quest'ultimo, con Cartesio si afferma un diverso ruolo del Creatore. Il Dio di Cartesio continua ad il garante della coerenza del mondo, ma l'uomo cartesiano non ha piu', attraverso la sua ragione, un accesso privilegiato al progetto dell'esistente. La scienza e' ormai sperimentale, e in caso di contrasto tra un dato ed una ipotesi e' l'ipotesi a soccombere. Cartesio accetta che il progetto divino sia imperscrutabile e che la realta' debba essere indagata con l'osservazione e l'esperimento; ma aggiunge una garanzia epistemica che i greci non avevano postulato: che il risultato dell'osservazione e dell'esperimento non sara' fallace perche' Dio non permette che l'universo si manifesti in modo incoerente. In ultima analisi, e semplificando alquanto, Tommaso aveva invocato Dio come garante della ragione e Cartesio lo invoca come garante dell'osservazione. 
    L'ipotesi Cartesiana ebbe grande successo e ampia diffusione; abbiamo visto ad esempio nelle pagine di questo sito web dedicate all'omeopatia che Hahnemann invocava la coerenza logica e morale del Creatore a sostegno dell'ipotesi che tutte le malattie si curassero con il metodo omeopatico e che esistesse sempre un rimedio per qualunque malattia. Di fatto, la posizione di Cartesio e' inattaccabile perche' collega Dio (che non conosciamo) alla natura (che vorremmo conoscere) e non vi puo' essere contraddizione tra questi due enti; la contraddizione infatti e' tra le nostre ipotesi e le nostre osservazioni. Per contro la posizione Platonica aveva fallito perche' aveva collegato Dio alla ragione umana e questa si era rivelata perdente nel confronto con l'osservazione empirica. Dopo Cartesio, il vescovo Berkeley (1685-1753) radicalizzo' questa posizione, chiamando Iddio a garantire non soltanto la coerenza ma l'esistenza stessa del creato: se esistere e' essere percepiti, cio' che non e' percepito dall'uomo deve la sua esistenza all'essere percepito da Dio. 
    Una applicazione semplificata dell'epistemologia Cartesiana alla scienza e' dovuta a vari scienziati, tra i quali il chimico G.E. Stahl, che videro Dio soprattutto nel ruolo di Creatore: l'universo esiste secondo le sue leggi, che lo scienziato indaga, e non richiede l'intervento di Dio; ma Dio ne e' stato in origine il Creatore e il Legislatore. Questa ipotesi fu presentata con la fortunata metafora dell'orologio, che funziona anche in assenza dell'orologiaio al quale deve la sua esistenza, e ne esegue il progetto. 
  
    L'ipotesi Cartesiana e', come abbiamo detto, logicamente inattaccabile, ma e' stata ritenuta sostanzialmente inutile da molti filosofi e scienziati moderni che hanno elaborato una epistemologia atea: le leggi della natura non richiedono nessun garante, tanto piu' che la garanzia Cartesiana e' soltanto teorica e non conoscibile. Un punto a favore di questa critica e' l'esistenza di eventi (apparentemente) casuali, sui quali evidentemente il Creatore non offre garanzie. All'epoca di Cartesio, e ancora molti anni dopo, si riteneva che l'universo fosse rigorosamente deterministico e che quindi la sua regolarita' fosse un dato incontrovertibile; la scoperta della natura probabilistica di alcuni eventi non contraddice l'ipotesi di Cartesio (Dio potrebbe essere autore di leggi probabilistiche anziche' deterministiche) ma la rende meno appetibile. 
    Quanto detto ci porta a riconoscere tre diverse teorie sulla relazione tra fede e scienza: quella Platonica per cui la ragione prevale sull'esperimento, cristianizzata grazie alla subordinazione della retta ragione alla fede; quella Cartesiana che permette il prevalere dell'esperimento sulla ragione svincolando quest'ultima dalla fede, invocata ora solo come garante della coerenza dell'universo e delle sue leggi; e quella atea che non solo fa prevalere l'esperimento sulla ragione ma nega qualunque ruolo alla fede e rinuncia a qualunque garanzia trascendente. 
    Nessuno scienziato e' oggi uomo di fede nel senso Platonico, semplicemente perche' l'accezione Platonica del rapporto tra fede e filosofia della natura e' totalmente incompatibile con la metodologia della scienza post-Rinascimentale. Alcuni scienziati sono uomini di fede nel senso Cartesiano, mentre altri sono atei e non v'e' nessun contrasto tra queste due visioni della scienza perche' non comportano discrepanze metodologiche; ovvero la fede dello scienziato Cartesiano e' essenzialmente esterna alla sua pratica scientifica. 
    Siamo in grado ora di fare una osservazione sulla teoria del disegno intelligente o su altre possibili ipotesi che cercano di collegare fede e scienza. Il Disegno Intelligente e' una ipotesi Platonica, quindi metodologicamente inaccettabile: infatti cerca di trarre conclusioni positive con un ragionamento basato sulla presunta insufficienza dei dati sperimentali. Il teorico del disegno intelligente sostiene che l'esistente e' troppo complesso e organizzato per essere frutto del caso e pertanto implica un progetto trascendente: cio' che si presume non spiegabile (la complessita') anziche' essere un limite della nostra capacita' di comprendere diventa una dimostrazione dell'Idea Platonica. Ma argomentare qualcosa di positivo basandolo sull'insufficienza (presunta) di cio' che abbiamo capito e' un passo piu' lungo della gamba: cio' che non sappiamo non e' un fondamento su cui costruire. L'ipotesi del disegno intelligente utilizza implicitamente i postulati del Platonismo cristianizzato: ipotizza un progetto trascendente, e poiche' questo non si rivela nell'osservazione se non in forma negativa, di complessita' non spiegata, afferma che e' lecito intuirlo e postularlo col ragionamento. Il teorico del disegno intelligente vorrebbe essere scienziato e uomo di fede ma fallisce in entrambi i ruoli perche' sovrainterpreta i suoi dati e perche' la sua pretesa di "mettersi nei panni di Dio" e ricostruirne le intenzioni e' blasfema. 
    Le alte gerarchie della Chiesa Cattolica attuale sembrano prediligere una visione Platonica del rapporto tra fede e scienza non soltanto nel loro appoggio all'ipotesi del disegno intelligente: si vorrebbe, col tramite dell'etica cristiana, indicare la direzione della ricerca medica e i risultati da ricercare in molti campi che vanno dallo studio delle cellule staminali embrionali alla diagnostica e terapia prenatale o alla nosologia delle perversioni sessuali. Molto chiaramente, le alte gerarchie ecclesiastiche hanno in mente nelle sue grandi linee il progetto trascendente dell'universo e si sentono in dovere di indicare quali linee di ricerca siano con esso eticamente coerenti e quali siano invece empie. Se questo atteggiamento e' in fondo coerente con il ruolo morale della religione, e quindi non criticabile, sono pero' criticabili i sotterfugi logici di cui si serve quando chiama in sua difesa la testimonianza di famosi scienziati cattolici. Infatti, come abbiamo visto, nessuno scienziato che possa dirsi tale e' cattolico o religioso secondo l'accezione Platonica del termine, che e' pero' la sola a giustificare le pretese di egemonia e morale del cattolicesimo oltranzista. 
  
    Sul versante opposto, la scienza ha oggi qualcosa da dire sulla religione? Io credo che qui sia il nocciolo del contrasto tra scienza e religione, perche' alcune scoperte scientifiche mettono gravemente in crisi alcuni fondamenti della dottrina Cattolica. A costo di essere banale, provero' ad elencarne alcuni. La cosmologia e la biologia descritte nel Pentateuco sono cosi' ovviamente inammissibili dal punto di vista scientifico che neppure la Chiesa assegna loro piu' che un valore simbolico o allegorico; ma naturalmente non era cosi' all'epoca di Galileo (costretto all'abiura formale delle sue posizioni) e di Giordano Bruno (che fini' sul rogo). L'immortalita' dell'anima e' un problema piu' scottante: la medicina ha descritto (e talvolta curato) molte malattie neurologiche che compromettono funzioni tradizionalmente assegnate all'anima; e la neurofisiologia ha assegnato queste funzioni ad aree specifiche del cervello. Ad esempio le quattro virtu' cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) sono connesse a funzioni cognitive superiori, assegnabili alle aree associative della corteccia cerebrale e sono certamente alterate dalle malattie neurodegenerative quali il morbo di Alzheimer o la demenza aterosclerotica; questo rende molto difficile credere ad un'anima immortale, svincolata dal supporto materiale del cervello. 
    C'e' inoltre una generica ingenuita' nelle religioni rivelate, che si basano su libri profetici di presunta ispirazione divina, quali la Bibbia o il Vangelo, perche' tutte le scienze, dalla storiografia all'astronomia, dimostrano che il profeta non ha rivelato che nozioni comuni della sua epoca. Provate a leggere la Bibbia: ci troverete la storia delle vicende politiche e militari relative ad un certo periodo della storia una tribu' seminomade che abitava una piccola regione del vicino oriente. Non vi si parla della storia di altri popoli e di altre regioni, note forse al Creatore ma certamente non al profeta. Se questo non basta a dimostrare che il Libro non sia l'oggetto di una rivelazione trascendente, dimostra pero' che la rivelazione e' "locale" e quindi relativa. La Chiesa si pretende portatrice di una morale assoluta, di origine trascendente e nota per rivelazione divina; ma tutta la nostra conoscenza ci dimostra invece che la rivelazione nota e' relativa e incompleta. A riprova di questo considerate come la morale Cristiana si sia evoluta nella storia: oggi le crociate o l'inquisizione sono empie e inammissibili ma prima erano pietose e necessarie. 
 


lunedì 14 luglio 2014

L'ipnosi regressiva

L'ipnosi regressiva è una metodologia utilizzata da alcuni psicoterapeuti che, secondo i suoi sostenitori, sarebbe in grado di fare affiorare durante la trance ricordi rimossi di eventi traumatici che influenzerebbero la vita presente di un soggetto provocando pertanto in lui problemi di ordine psicologico. Secondo tale ipotesi il termine "regressiva" indicherebbe proprio l'intenzione di stimolare nel soggetto in trance la capacità di ricordare esperienze rimosse dal conscio facendo, per l'appunto, "regredire" lo stesso soggetto nello stato ipnotico capace di indurlo a recuperare suoi ricordi rimossi di eventi passati e, grazie a questo recupero, di eliminare i suoi problemi psicologici conseguentemente. L'ipnosi regressiva è considerata dalla maggior parte dei medici e più in generale dalla comunità scientifica una procedura metodologica pseudoscientifica che crea dei falsi ricordi: la fonte dei ricordi, presentati come frutto di vite passate, è costituita da racconti creati dal subconscio sotto l'influenza delle informazioni e dei suggerimenti forniti dal terapeuta. I ricordi creati sotto ipnosi non sarebbero inoltre distinguibili dai reali ricordi e potrebbero apparire più vivi di quelli reali. L'ipnosi regressiva è uno strumento della psicoterapia e come tale deve essere utilizzato. In primo luogo occorre depotenziare nel soggetto la relazione con l'ambiente esterno. Per far ciò, come afferma Milton Erickson, è necessario tramite una serie di suggestioni di stanchezza e di sopore portare il paziente ad una condizione di dormiveglia riposante. Successivamente si induce il fenomeno chiamato "regressione". Erickson intende con questo termine la capacità dei soggetti che abbiano ricevuto appropriate suggestioni e istruzioni di richiamare in vita ricordi, schemi comportamentali e abitudini di un periodo precedente che può giungere fino all'infanzia. Esistono invece soggetti che ritengono l'ipnosi in grado di far retrocedere a tempi antecedenti la vita attuale. La liberazione (abreazione) e la rielaborazione dei contenuti emozionali favorirebbero il riequilibrio psicologico del soggetto. Durante la rievocazione intraipnotica il paziente può comunicare contenuti riferibili a presunte vite precedenti. Secondo il parere prevalente della comunità scientifica, ciò è attribuibile a immaginazione, falsi ricordi, suggestione e condizionamento da parte del conduttore che favorirebbe l'emersione nel soggetto di criptomnesie e confabulazioni. A sostenere il parere opposto sono invece pseudo-scienziati e praticanti della disciplina quali Raymond Moody, Brian Weiss,Ian Stevenson, Angelo Bona che nella loro pratica clinica affermano di avere riscontrato, durante le regressioni ipnotiche, l'emersione di contenuti riferibili a presunte vite precedenti. Le più antiche pratiche di regressione a vite precedenti compaiono nelle Upaniṣad, risalenti al 900 a.C. Patanjali, vissuto probabilmente tra il IX e il IV secolo a.C. e ritenuto il maggior esponente del Raja Yoga, negli Yogasutra definisce la regressione pratiprasavah (riassorbimento, nascita a ritroso). Secondo la scuola di pensiero a lui ispirata la regressione a vite precedenti sarebbe in grado di eliminare il karma accumulato nei samskara (impressioni coscienziali) durante esistenze precedenti. 
TESTIMONIANZE
Attendevo di scrivere questo post da mesi, finalmente posso fornire la prova documentabile che in ipnosi regressiva è possibile rievocare ricordi "reali" della vita precedente, che non siano cioè solo costruzioni della fantasia, o reminiscenze di informazioni apprese in passato, ma che abbiano un riscontro documentabile nella realtà oggettiva. 
Il fatto che verrà descritto ha dell'inspiegabile, e non posso che avventurarmi nelle ipotesi più ardite per poterlo spigare. E' accaduto diversi mesi fa in una seduta di ipnosi con una persona di mia conoscenza, che mi ha chiesto di mantenere l'anonimato. Posso garantire personalmente che questa persona, di cui ho grande stima personale e professionale, non è un fanatico, bensì una persona di grande levatura culturale, seria, precisa, e onesta, con un atteggiamento scettico verso fenomeni come l'ipnosi regressiva alle vite precedenti, della quale peraltro aveva solo sentito parlare.  
Ed è quindi con immenso piacere che riporto la mail scritta apposta per questo blog dal protagonista di questa storia. Lascio a voi tutti gli interrogativi che nascono spontanei e le riflessioni in merito.
Per qualsiasi chiarimento o dubbio scrivete un commento, o inviatemi una mail. 

Dott. Delogu

"Un venerdì presso il mio studio, l’amico Giovanni passa a salutarmi. Avevamo parlato di ipnosi in passato, ma in quel periodo l’idea di sottopormi ad un processo ipnotico mi attirava e incuriosiva allo stesso tempo.
Decido allora senza ulteriori indugi di iniziare l’ipnosi. Ero sereno e rilassato, anche per la conoscenza personale e la fiducia professionale e non che ripongo nei confronti di Giovanni.
Mi metto comodo, respiro profondamente e ascolto la voce di Giovanni, le sue parole mi guidano e dopo qualche istante mi ritrovo in luoghi che vedo per immagini, come fotografie, ma mi sento lontano da tutto quello che mi passa davanti. E’ una situazione particolare e inusuale, ma niente di sconvolgente. Non sono pienamente coinvolto e sono solo uno spettatore. Per ora.
La cosa sconvolgente succede di lì a poco: mi ritrovo catapultato in un campo di concentramento e indosso una divisa. Questa volta nessuna immagine mi scorre davanti, sto vivendo tutto personalmente e sono completamente immerso nella scena: sento la neve che mi cade addosso, le urla disperate delle persone, vedo il sangue per terra e percepisco il terrore, il mio ed il loro. Giovanni mi chiede come mi chiamo, rispondo senza esitazione col nome completo di cui riporto le iniziali (M.K.). Sono sempre nel campo di prigionia, in una situazione di attesa snervante. Un ufficiale dell’Armata Rossa mi si avvicina e mi chiede di uccidere le persone vicine, io rifiuto ed i prigionieri mi sorridono, mi guardano stremati e tremanti con un’espressione di rispetto e gratitudine. L’ufficiale mi ordina di inginocchiarmi e ora sento la canna della pistola puntata sulla mia nuca, è gelida, le persone mi guardano ed io guardo loro. Sento lo sparo, vedo il mio sangue che zampilla sulla neve e qualche istante dopo abbandono il mio corpo. Voglio subito vendicarmi ma non posso, sono solo spirito ed in poco tempo mi trovo seduto su una roccia in cima ad una montagna. Sono molto stanco ma in uno stato di pace e quiete totale.
Voglio fermarmi in quell’istante, l’ipnosi è quindi terminata, ma la mia curiosità no: M.K. (non scrivo il nome per intero perché sono “geloso” di chi ero in una vita precedente) ha un cognome che suona come ungherese o slovacco. La sera stessa chiamo una delle mie migliori amiche, una ragazza ungherese, a cui chiedo come prima cosa di non fare domande e come seconda cosa di fornirmi informazioni esclusivamente per iscritto su M.K. La sua ricerca in una prima fase non ha alcun riscontro, ma qualche ora dopo mi contatta e mi spiega il perché: M.K. era il nome di battesimo di un ebreo ungherese, cambiato in E. B.-Z. in seguito alle persecuzioni razziali. Ormai tutti lo conoscevano come E. B.-Z. e non col suo vero nome (M.K.). Era un dissidente perseguitato da nazisti prima e da comunisti sovietici poi, che rifiutò di uccidere dei prigionieri in un campo in Ucraina nel 1943. A seguito del suo rifiuto fu ucciso da un ufficiale Sovietico. Il tutto perfettamente corrispondente alla mia esperienza. C’è un monumento in territorio ucraino dedicato alla memoria di questa persona. Ovviamente, non conoscevo E. B.-Z. e tantomeno il suo nome di battesimo; gli ungheresi stessi lo conoscono solo col nome E. B.-Z.
Subito dopo l’ipnosi ho pensato che molto di quello che avevo “vissuto” potesse essere frutto della mia immaginazione/auto condizionamento, ma l’episodio del nome mi ha fatto decisamente cambiare idea…
L’ipnosi mi ha regalato maggiore coscienza di me, mi ha aiutato a capire le mie peculiarità e soprattutto le mie inclinazioni e passioni interiorizzate che mi hanno portato a scegliere un certo tipo di interessi, esperienze e studi universitari e post-universitari. Non voglio convincere nessuno di niente, fondamentalmente sono molto scettico, ma questa esperienza mi ha fatto cambiare idea sull’ipnosi e con molta semplicità mi fa piacere raccontarla…"

Personale la testimonianza di Gilberto Vergoni che in base all'aforisma shakesperiano che ama ripetere “Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia” ha narrato la propria esperienza nell'ottica dello studio di questa fenomenologia. Vittima di un incubo ricorrente, si sottopose ad una seduta di ipnosi regressiva tramite Lanfranco Mariottini e ha vissuto l'esperienza di una vita precedente e della sua morte con una ricchezza di dati e visioni assolutamente realiste che non possono essere semplicemente catalogate come frutto della fantasia. “Durante la fase di ipnosi regressiva durata circa tre ore – ha testimoniato Gilberto Vergoni - ho rivissuto la mia morte. L'epoca era quella medievale e io ero un cavaliere che ferito gravemente in battaglia, dopo la morte di tutti i miei amici, per un voto fatto alla Madonna vado a finire i miei giorni in una chiesa. Della chiesa ricordo tutti i particolari come l'altare e le colonne che lo sorreggevano e me stesso grondante di sangue che entro dopo aver lasciato il cavallo. In questo luogo muoio, ma la morte non sarà spaventosa infatti posso dire che il trapasso è stato bellissimo perché è avvenuto con l'aiuto di una “guida” che mi ha reso indolore il lasciare questa vita”. 

Sempre su esperienze di vite passate insiste la testimonianza della psicologa psicoterapeuta Gega Redina che ha narrato quanto visto da una propria cugina che vive in un'altra regione italiana e che era venuta a farle visita per le prima volta nella sua nuova casa, nelle immediate colline di Cesena vicino al fiume Savio. “La casa – ha detto Gega Redina – è una abitazione vecchia di un paio di secoli e ristrutturata completamente. Mia cugina, scesa in giardino per fumare una sigaretta, è rimasta sconvolta nel vedere un gruppo di donne in abiti d'epoche passate con una strana cuffia in testa che prendevano acqua dal fiume per metterla dentro grandi tini. Sicuramente erano delle lavandaie coadiuvate da uomini che indossavano indumenti di un tempo con calzoni fatti a sbuffo lunghi fino alle ginocchia. Lei stessa si vedeva riccamente vestita con un lungo abito”. “L'esperienza termina – ha continuato Gega Redina riportando quanto detto dalla cugina – con la visione di una lapide tombale su cui era incisa una rosa stilizzata e la data 1806”.


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